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L'amore di Loredana

Chapter 37: XV.
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About This Book

The narrative follows a young woman who abruptly leaves her modest Venetian home and travels with a male companion, boarding a train toward the lakeshore. The story traces her inward turmoil, including shame, nostalgia for domestic routines, fear about lacking money and belongings, and the couple's practical worries during the journey. Encounters with fellow travelers, including an indifferent older nobleman, underline social contrasts and tacit judgments. Through intimate scenes and shifting landscapes the work examines romantic attachment, secrecy from family, and the emotional consequences of a desperate escape from convention.

XIII.

Per le calli e le callette per le quali la plebe, il popolo, la borghesia si dan di gomito e i ragazzi sgusciano da ogni parte e la gente va, accodata qualche volta a una coppia lenta e pigra, che sbarra tutta la strada, Loredana si recò da sua madre.

L'alito di quella vita intima le soffiava in volto; finestre di case spianti le case di faccia; dalla soglia d'un negozio dov'erano appesi stoccafissi secchi, le parole e le bestemmie che al suo passaggio si tramutavano in madrigali grossolani; più là, in alto, un'esposizione di panni variopinti e teste di donne che si affacciavano a guardarla; per quest'altra calle, un facchino rotolante una botte vuota e il codazzo di monelli che correvano a dar mano per arrestare d'un tratto il viavai e obbligare i passanti a farsi contro il muro o a ripararsi dentro le porte. Una baruffa di femmine armate di ciabatte, lo scialle scivolato dagli omeri raccolto sotto il gomito sinistro, e una bordata d'ingiurie metaforiche furono, presso la sua casa, gli ultimi incidenti della corsa; e Loredana salì, l'anima chiusa da una malinconia infinita. Era stanca.

Lo spettacolo della miseria morale e materiale del popolo non l'aveva mai colpita come in quel giorno in cui il suo cuore era vinto da uno sconforto immenso. Tutta la vita non le pareva se non una trama di dolori, di cose turpi e infami, di giunterie e di volgarità, un torrente di fango al quale gli uomini devono abbeverarsi. L'illusione li sorregge un poco e li guida; poi d'un tratto l'orribile sapore avvelena la bocca e i bevitori si svegliano allo sconcio inganno.

Anche in casa di sua madre, non sapendo raccapezzarsi tra le mille storie che correvano le vie, le amiche avevan filato caligine; tanto che se non fosse stata la ritrosia e quasi il pudore di varcar quella soglia, la signora Emma sarebbe andata lei da Loredana a chieder notizie.

La giovane raccontò a sua madre tutto quello che era seguito: Emma impallidì, quando apprese che Filippo aveva pianto.

— Ahi, povera mia Lori! — esclamò. — Non hai avuto un'ora di bene, non un giorno di pace, dacchè hai abbandonato la tua casa!... Ah, Lori, Lori, quale rovina! E doveva finire così; il conte non può resistere più a lungo, non può disconoscere sua madre per te!...

— Parole inutili! — interruppe Loredana. — Se veramente non avessi fatto altro che soffrire vicino a lui, non soffrirei tanto ora! Sono stata felice, felice, capisci?... Che dirti?... Sono felice anche oggi, che egli è con me.... Sono stata felice sempre, perchè egli era forte, e avrebbe vinto! Mi guardi? Non sapete amare, e non mi comprendete!... Flopi sapeva amare; ma l'hanno ferito, infangato, tormentato, e non può più lottare.... E quel Candriani, quel maledetto!... C'è una sola buona cosa in tutto questo, vedi, mamma?... C'è che Flopi gli ha dato una sciabolata spaventosa....

— È dunque vero? — interrogò Emma.

— Una sciabolata così pesante, così piena, che lo ha sfigurato per sempre. Ne ho piacere: gli ha tagliato la faccia dall'orecchio al mento.... Vada, ora, a fare il bello con le donne degli altri! Ah, di Flopi e di me non può più dimenticarsi! Ne ho piacere, ne ho proprio piacere!

Emma non disse nulla. Si poteva perdonare alla giovane la ferocia di quel compiacimento per l'umiliazione d'un nemico insidioso.

— E oggi? — chiese dopo una pausa. — Il conte è sempre così triste?

— Stamane ha ricevuto una lettera anonima carica d'ingiurie sciocche, e ciò l'ha fatto ridere. Ma è un altr'uomo; conta le ore che mancano alla guarigione, perchè vuol partire; gli amici lo disturbano, è nervoso e irascibile; sembra abbia paura della città, di se stesso, di qualche cosa ch'egli medesimo non sa.

— Vuole partire? — ripetè Emma. — E dove andrete?

— Io non partirò, mamma! — dichiarò Loredana con calma. — Egli s'illude che io l'accompagni, ma ho riflettuto in questi giorni, e ci son troppe cose contro di me. Per causa mia ha perduto una grossa eredità, la sua famiglia vuole che sposi una contessina, e questa contessina lo ama. Vedi quante difficoltà che già esistevano.... Mi ha raccontato tutto il conte Candriani, una sera a teatro; io credeva lo avesse fatto per leggerezza, ma ora comprendo che aveva il suo scopo; non me ne ha risparmiata una, per allontanarmi da Flopi; e oggi devo aprire finalmente gli occhi.

— E che cosa farai, Lori?

La giovane chinò il capo fissando a terra le piastrelle bianche e rosse, che un raggio leggero di sole illuminava dolcemente.

— Te lo confesso: avevo pensato d'uccidermi.... No, no, non ti spaventare, mamma! — disse con rapidità, vedendo che sua madre era diventata subitamente pallida. — Non lo farò mai, te lo giuro, non lo farò per te, e anche per lui.... Vi accuserebbero della mia morte; ho capito anche questo.

— Ascoltami, — interruppe Emma, che passatasi una mano sul volto andava rimettendosi dal primo impeto di paura. — Marta, la Serrantoni, mi ha detto che Adolfo Gianella ti segue ancora, e che un giorno vi hanno visti insieme, e che è sempre innamorato di te....

— È vero; quella pettegola sa tutto! — esclamò Loredana.

— Marta mi ha detto che è diventato buono, che ha perduto la sua alterigia stupida, — insistette Emma. — Ha compreso ch'egli ti trattava male, e insomma....

— E insomma ha cominciato ad ammirarmi quando sono scappata con un altro! — seguitò crudamente la giovane. — Ah, un bel marito sarebbe!...

Emma, con un sospiro, emise una sentenza suprema:

— Gli uomini sono tutti così!

Loredana alzò le spalle.

— Del resto, — disse, — è possibile che io viva a Venezia, moglie di Adolfo Gianella e a due passi da Filippo? E che egli non mi cerchi, e che io non cerchi lui? Noi ci amiamo sempre, tra di noi non è avvenuto nulla, e l'una è pronta a sacrificarsi per l'altro.... In queste condizioni, mi vedi moglie onesta e fedele di Adolfo?

— Hai ragione, — rispose Emma. — E che hai pensato dunque?

Mentre era per rispondere, Loredana scorse sulla mensoletta di legno scolpito la piccola figura di biscuit, una pastorella settecentesca con un canestro infilato sul braccio e un piccolo fiore nella destra che offriva.

La giovane si alzò a prenderla e la fissò attentamente.

— « Ti ricordi, — susurrò la pastorella, — ti ricordi che cosa egli ti diceva all'orecchio con la voce ardente, mentre tu mi guardavi come oggi? « Vieni; vieni con me; noi potremo essere felici; io ti darò tutto l'amore e tutta la vita ». E tu hai preso tutto il suo amore, e oggi puoi prendergli tutta la vita ».

— No! — interruppe bruscamente Loredana.

Allentò il pugno, e la figuretta, cadendo a terra, si frantumò con sordo rumore.

— Che fai, Lori? — esclamò Emma stupita.

Ma non ebbe tempo a ripetere la domanda.

Un clamore furibondo salì dal campiello; le femmine s'erano avvinghiate e volavan pettini, schiaffi e ciabatte; si battevano per un maschio, il quale stava a guardarle come giudice di campo, preparandosi a intervenire quando gli fosse parso opportuno. Le finestre delle case disposte intorno a rettangolo eran gremite di teste, e piovvero di là scherzi atroci e incitamenti, fin che la più giovane virago ebbe la peggio e si rovesciò in terra con un colpo sordo. Allora il giudice intervenne: lasciò andare alla vincitrice un ceffone formidabile in piena faccia, che le fece sprizzar dal naso uno zampillo di sangue.

— A casa! — ordinò. — Va a casa, senza voltarti indietro!

L'altra si mise a correre, urlando contumelie prodigiose, mentre la vinta si rialzava, si ripuliva, raccoglieva lo scialle, cercava in terra il suo pettine, e rideva, tutta accaldata, le fiamme negli occhi, i capelli nerissimi diventati una selva di groviglie.

Dietro i vetri d'una finestra, Loredana aveva seguito le fasi dello spettacolo immondo, e tra i curiosi, in un gruppo di scialletti che spiccavano sul colore meno intenso dei pastrani maschili, vide Adolfo Gianella il quale guardava in su, verso la casa.

— Me ne vado, — annunziò Loredana. — Addio, mamma; ho fretta!

Baciò sua madre, infilò la pelliccia, corse per le scale, fu in istrada.

Faceva freddo, nonostante il sole pallido, e soffiava la bora; la folla s'era diradata, ma Loredana sentì che i passanti la guardavano, e parendole che ciascuno sapesse la sua storia, temeva in ogni sguardo una maraviglia oltraggiosa. Corse per raggiungere Adolfo Gianella, il quale s'era avviato egli pure e la precedeva di poco.

— Adolfo! — chiamò, quando fu a un passo da lui.

Egli si volse; aveva le mani affondate nelle tasche del soprabito, il bavero alzato fino alle orecchie. E vedendo che la squadrava da capo a piedi, senza salutare, Loredana si sgomentò.

— Non mi aspettavi? — chiese dolcemente.

— No, — rispose Adolfo, — non ti aspettavo; non ti aspetto più!

La giovane non osò chiedere altro; ma Adolfo repentinamente s'infuriò, l'afferrò per un braccio, la scosse.

— Per carità! — disse Loredana sbigottita, guardandosi intorno. — Sei pazzo?

Egli si ravvide subito.

— Andiamo! — riprese. — Bisogna che io ti parli!

Camminarono presto, in silenzio, portando il peso della muta ironia balenante negli occhi di quelli che li incontravano o si fermavano a guardarli. Loredana non interrogò; andavano, chiusi nel loro pensiero tempestoso, in preda a mille dubbii; salirono il ponte di ferro, gettarono una occhiata al Canalazzo verdastro con chiazze gialle, oltrepassarono l'Accademia, e ad un tratto Adolfo disse:

— Entriamo qui. Non ci sarà nessuno.


XIV.

Loredana alzò gli occhi a guardar la piccola trattoria, deserta perchè gli artisti e gli impiegati che la frequentavano avevan da tempo finita la loro colazione; e tuttavia, mettendovi piede, la giovane provò una molestia indicibile, parendole ridicolo o sospetto quel colloquio, in quel luogo, a quell'ora.

In un angolo, innanzi a una tavola nuda, un giovane ricciuto disegnava a pastello nel suo albo; distratto dal fruscìo delle gonne e della seta, drizzò la testa e quando Loredana fu seduta all'angolo opposto della sala, in faccia ad Adolfo, il giovane voltò pagina, e gettando rapide occhiate si provò a ritrarne la figurina elegante, strana sul fondo tenebroso dell'osteria.

Un cameriere portò due tazze di birra, e si ritirò in una cameretta attigua, dove lo aspettava una colazione molto in ritardo.

— Che vuoi dirmi? — interrogò Loredana.

— E tu, — domandò a sua volta Adolfo, — perchè mi hai chiamato?

— Non so; ti ho visto, ho voluto chiederti se sapevi.... che cosa pensavi....

— Che cosa penso? — cominciò Adolfo rapidamente, a bassa voce. — Di questa nuova storia? Hai la sfrontatezza di chiedermelo?... È inutile che tu mi guardi con gli occhi sbarrati; so bene che non confesserai.... Il conte ti ha trovata con un altro, e si è battuto in duello con lui.... Per la politica, no, non si sono battuti!... È dunque per gelosia.... Ma che gelosia! Quell'altro.... come si chiama?... il conte Candriani, veniva a casa tua tutti i giorni, e tu andavi anche a teatro con lui.... Si capisce che cosa è accaduto: un bel giorno siete stati sorpresi, ecco, presi in trappola.... Ma sì, ma sì, non crollar la testa con tanta furia!... Non mi sarei mai imaginato un orrore simile; sei una viziosa senza pudore.... E mi domandi che cosa penso!... Mi maraviglio che tua madre ti accolga ancora in casa sua.... L'amore per il conte si capiva; dico, si poteva anche scusare; eri inesperta e lui una vecchia volpe.... Ma il Candriani, il secondo!... Due uomini: avevi due uomini, due amanti! Come si spiega?

— Ora se la mangia! — pensò l'artista, che all'altro angolo seguitava a disegnare e a sogguardare.

Egli capiva che il biondo era invelenito, e non poteva afferrarne una parola. Gli occhi cerulei di Adolfo schizzavano lampi e da rosea la faccia era divenuta pallida; pure, si conteneva, non alzava la voce, dicendo a frasi tronche, alla rinfusa, tutto quel che gli passava pel capo.... E Loredana ascoltava, la gola arsa, il cuore in tumulto per lo spavento.

Non la calunnia la impietriva, ma lo stupore per quella calunnia così lata, così precisa, così diffusa, così verosimile, che l'avvolgeva e la teneva nelle sue spire inesorabilmente. Adolfo, l'innamorato fino alla cecità, non aveva alcun dubbio, non sognava nemmeno che l'accusa potesse essere tutta falsa.... Due uomini si battono per una donna; essa è l'amante dei due che se la disputano a prezzo del loro sangue; ciò è logico, epperò è vero; la verità non si discute.

— Forse per questo mi hai detto che ora vali più di due milioni? — seguitò Adolfo. — Non ho capito, allora, ma sotto quella frase doveva nascondersi qualche brutto segreto, e tu ne ridevi.... E così, si sono battuti per te; sarai contenta!... Uno scandalo, uno scandalo!... Io mi seppellirei vivo; tutti corrono a raccontarmene una; a casa non posso aprir bocca; mia madre ti chiama con certi nomi, e se ti difendo ridono di me.... Hanno sempre avuto ragione i miei cugini, dicendomi che quando una ragazza si mette per una cattiva strada.... Insomma, io scapperò, perchè non voglio più vederti.... Ed ero ancor pronto a sposarti pochi giorni sono, perchè io, io solo ti credevo onesta, a dispetto di tutto e di tutti; l'amore del conte, un fallo giovanile, si scusava, si spiegava.... Ma ora; ora sei la favola di Venezia....

— Guarda che bel nasino e che bella bocca! — pensò l'artista, dando un'occhiata a Loredana. — E il biondo me la rovina con quelle sue prediche. È geloso, l'amico; lei gli ha giuocato un tiro; te ne giuocherà degli altri, sta tranquillo.... È un tipetto capriccioso....

— Basta, basta! — interruppe Loredana sottovoce. — Ciò che ti hanno detto è falso, dalla prima all'ultima parola.

— Già è falso, — rispose Adolfo dopo un attimo d'esitazione, perchè la voce velata e lo sguardo smarrito della giovane l'avevano scosso. — È falso; si sono battuti per la politica, non è vero?... Quello che ti dico io, è quello che dicono tutti....

— E che importa? È falso! — ripetè Loredana.

Adolfo aveva un suo pensiero e non riusciva a esprimerlo; si fregò la fronte, si passò la mano sul cranio, si guardò intorno senza vedere; finalmente si provò a ribattere:

— Anche se è falso, importa poco, perchè quando tutti la pensano a un modo, è come se fosse vero. Mi capisci? Se uno è accusato d'essere un ladro, per andare a spasso con lui e per tenergli l'amicizia non basta credere e anche sapere che è onesto; occorre un coraggio, che io non ho, perchè gli altri credono ch'egli è un ladro e io non posso essere l'amico d'un ladro.... Tu hai tutte le apparenze contro di te, e Venezia intera parla di te come d'una ragazzaccia pericolosa; e che ci posso far io?... Del resto, qualche cosa ci sarà, non può essere inventato tutto.... Ma se anche non c'è nulla, proprio nulla di vero, io ho la famiglia che mi rimprovera d'amarti e di seguirti, ho gli amici che ridono, ho il direttore della Banca il quale non vuole che gli impiegati frequentino donne cattive; e come faccio io a persuadere tutta questa gente che tu non sei una donna cattiva, dopo uno scandalo di cui si parla da tanti giorni e con tanti particolari in ogni angolo della città?... Non sarà colpa tua, ammettiamolo, ma sei disonorata, ecco; e le tue proteste si perdono nel fracasso, e oramai, qualunque buona e bella cosa tu faccia, non ti potrà giovare....

Afferrò la tazza di birra, l'accostò alle labbra e non la rimise sul piattello che quando l'ebbe vuotata.

— Ma allora, — disse Loredana con un brivido di terrore, — essere innocente significa nulla?

— Significa...., significa.... So io che cosa significa? — rispose Adolfo, il quale non s'accorgeva della sua crudeltà, sbalordito egli stesso per la bontà delle facili argomentazioni. — Ciò che importa nel mondo, è di essere creduto, a torto od a ragione; anche i miracoli non servono, se nessuno vi crede.... E nessuno crede alla tua onestà.... Sarebbe meglio per te essere disonesta, veramente disonesta, e che tutti lodassero la tua virtù....

Un bel fondo color d'ocra, robustamente tracciato alla brava, incorniciò nell'albo la testolina della giovane dai capelli a riflessi dorati; effetto di chiaroscuri che l'artista confrontò con l'originale, movendo il capo a destra e a sinistra, e tenendo a distanza il disegno.

— Se quell'idiota non finisce di tormentarla, — borbottò a fior di labbra, — a lui gli faccio la caricatura!

Ma Adolfo non la finiva, esaltato dalla voluttà di torturare quella ch'era stata sempre in suo confronto vittoriosa, assillato dal bisogno di calpestare e di distruggere il suo amore, cupamente soddisfatto di veder la fidanzata d'un giorno ridotta senza difesa, ebbro di ferocia contro di lei e contro se stesso....

— E poi, perchè discutere la tua innocenza? Io non ci credo, via!... È possibile che tutta una città si rivolti, così per capriccio, contro una donna, una ragazza?... Mi dirai che guadagno ci fanno quelli che parlan male di te!... Perchè non parlan male di tante altre?... Io, vedi, quando mi avvertono che bisogna diffidare dei pettegolezzi, mi metto a ridere; i pettegolezzi si fanno contro quelli che se li meritano; di me non si è mai detto nulla, per esempio?... Sarà meglio non parlare della tua innocenza, la quale, del resto, se anche fosse, non varrebbe una saetta, ormai.... Che cosa hai opposto alle accuse determinate e precise? Che tutto è falso! Ma questo me l'aspettavo; non verrai mica a raccontarmi i tuoi amori, a me, che ti ho amata davvero, onestamente.... E avevi tanta paura del mio giudizio, che mi hai fermato per istrada e mi hai chiesto se sapevo.... Ecco un'altra prova.... E poi, devo aggiungere....

Loredana si alzò lentamente.

— Ti ringrazio, — interruppe con voce malsicura. — Mi hai detto cose molto utili....

Fece per avviarsi, e barcollò....

— Non ti muovere, — soggiunse, appoggiandosi a un angolo della tavola. — Voglio uscire sola....

Dopo alcuni passi incerti, mentre Adolfo la guardava con occhio spento, Loredana riacquistò forza, mosse francamente, passò vicino all'artista, il quale rimirando il pastello e la giovane, sentì d'amarli ambedue.... Adolfo rimase immobile accasciato sulla sua panca; d'un tratto, il rimorso gl'invadeva l'animo, lasciandolo con la bocca aperta, in un'espressione di smarrimento ebete.

Venne voglia a Loredana di strappar dalle mani del disegnatore l'albo in cui sapeva d'essere stata ritratta, e di batterglielo in faccia. Dovette chiudere gli occhi per vincersi.

Uscì, tra la nebbia; la nebbia era calata repentinamente, con un lieve odor di bruciato, rotta qua e là dall'alone rossastro delle fiamme a gas.

E la giovane si rimise in cammino verso le Zattere, verso Flopi, che parevan le une e l'altro perduti in quella infinita distesa, densa e acre.

— Che cosa gli porto? — si domandò Loredana.

Gli portava il suo corpo, che la folla diceva mantrugiato da altri, e il disonore.

Certo egli s'illudeva, Filippo; non gli avevano cantato in faccia tutte le accuse e ignorava in qual dispregio fosse tenuta la sua amante; ella gli portava in casa il ridicolo come un fluido avvelenato. Le parole d'Adolfo Gianella eran l'eco di quella saggezza che si trova per terra, fra gli sputi e le carte unte, e si chiama pubblica opinione. Egli diceva bene: non importa essere, ma parere; quando una calunnia è ripetuta da tutti, vale una verità: il male è quel che si vede, non quello che si commette. Aforismi che uccidono; bestialità caparbia; tirannia inappellabile della maggioranza.... Ma la vita procede su questo carro della morte, e ogni giorno qualcuno cade sotto le sue ruote per un gesto sbagliato.

Loredana arrossiva di se stessa; abbeveratasi lunghe ore al torrente di fango, le pareva d'averne la bocca piena, il corpo inzaccherato, le mani màcere. Come lasciarsi abbracciare e baciare da Filippo, che avrebbe notato sul volto di lei le tracce delle sofferenze patite, un solco nella fronte, un livido sotto gli occhi? Baciarsi ed amarsi tra i ghigni della platea? Tremare agli sguardi sardonici? Vivere a fianco d'un uomo che, se non si staccava presto e decisamente da lei, diventava ridicolo?

La folla s'era gettata sul suo amore e l'aveva fatto a pezzi.

Protezione sicura e forte, confidenze gentili e fuggenti attimi di letizia, tenerezze segrete e impetuosi scoppii di passione, lunghi oblii d'ogni cosa mortale, viaggi sognati, casetta delle Zattere, bel sole di Sirmione, tutto affogato nella nebbia per sempre!

Voleva correre a casa e dire a Filippo:

— Tu m'hai avuta ancora bambina, e pel tuo amore tu m'hai fatta donna. Prendimi; amami un'ultima volta; spegni fra le braccia questa vita che è tua, e non lasciar che altri uccida lentamente, per odio, colei che vuol morire per te.

E palpitava alla speranza di morire veramente in uno spasimo di voluttà che fermasse in eterno i battiti del suo cuore; delicata parvenza femminile, che camminava tra la nebbia, sorridendo all'ultimo sogno.

V'era nebbia dovunque, nebbia senza forma e senza fine, dentro la quale gli uomini, a guisa di fantasmi, scivolavano e si dissolvevano; nebbia che mozzava il respiro, copriva l'insidia, guidava all'abisso. E un silenzio tragico pesava, grave come lo sterminato drappo di bambagia da cui Venezia era tutta avvolta.

Loredana giunse a casa, affranta, coi capelli e il veletto bagnati dalla caligine.

Domandò subito di Filippo.

Clarice le disse che il conte, un'ora prima, era accorso a palazzo Vagli perchè la contessa Bianca stava male.

E non osando aggiungere particolari, la signora Teobaldi mormorò con enfasi:

— È un « tradimento proditorio » del destino!


XV.

In quel crocchio di gentiluomini vecchi e giovani che s'eran recati da Berto Candriani a chiacchierare, a bere, a giuocare, abitudine presa durante i primi giorni dopo il duello e seguitata poi per tacito consenso di tutti, il conte Nino d'Este parlava di donne.

Egli stava quasi sdraiato in una larga poltrona di cuoio scuro e morbido, le lunghe gambe distese sotto la tavola, su cui disseminati piccoli bicchieri, svelte fiale di liquore, scatole di sigari e di sigarette, portaceneri di bronzo e d'argento. Nel mezzo era un tripode alto, che avrebbe dovuto vaporare essenze e che Berto invece aveva coronato con una larga ciotola di Murano dal bel colore turchino, dalla quale traboccavan fiori pallidamente rosei.

Nuvole e nuvolette di fumo ondulavan nell'aria, dandole una lieve trasparenza azzurrognola entro la quale come velati apparivano i volti degli amici.

— Ho visto ieri il capitano De Sirti con una brutta signora, — disse Nino d'Este. — Ma brutta assai....

— « Faute de grives », — osservò Paolino Berlendi. — Mancanza, di tordi; e quando non ci sono i tordi, si pigliano i passeri....

Egli era tornato recentemente da Parigi e non aveva ancora smessa l'abitudine d'intercalar frasi galliche al suo discorso. Asciutto di forme, col mento breve, i mustacchi biondi, i capelli scuri, il colorito acceso, Paolino Berlendi dava impressione d'un giovane energico e attivo; possedeva infatti un'anima risoluta, ma stava sfogando l'esuberanza giovanile in occupazioni tutte intime, alla caccia di donne; più tardi, secondo ciò che andava raccontando, si sarebbe dato all'agricoltura.

— È un'americana, — egli aggiunse.

— La conosci? — domandò Nino d'Este.

— No; ma l'ho veduta, e ho capito che è americana.

Nino d'Este non potè frenare una risata.

— Non c'è da ridere, — osservò Paolino Berlendi. — L'occhio d'un conoscitore non s'inganna; a occhio, si possono giudicar benissimo la razza e la nazionalità d'una donna, e fra tutte, le americane son più facili a riconoscersi.

— Ma fammi il favore! — esclamò Nino. — Ci son delle americane piccole, rotondette, coi capelli neri e gli occhi brucianti, che tu diresti nate ai piedi del Vesuvio.... Ve ne sono altre, secche, rigide, biondastre, che possono essere inglesi, russe, norvegesi, tedesche.... A occhio, giudicherai dell'eleganza e della bellezza d'una donna, e non della sua nazionalità.

— Storie, storie! — dichiarò Paolino Berlendi. — Piccolette e rotondette, o rigide e secche, le americane si vedono a un chilometro di distanza; hanno qualche cosa di speciale nella toilette, nel passo, nell'atteggiamento, nei modi, nei gesti, che non ti inganna mai. Dico bene? « Ça te botte »?

— No, nient'affatto, non mi calza niente affatto! — esclamò Nino d'Este.

— L'americana è una donna come le altre, — intervenne Carlo Martellieri. — Tutt'al più potrai capire a occhio che non è italiana; ma questo suggello di esoticità è comune alle straniere, ossia la donna italiana si stacca dalle altre così bene che non è possibile scambiarla per una straniera.

— « Tu parles »! — disse Paolino. — Ma, caro Martellieri, con le tue parole vieni a darmi ragione; per te, è l'italiana che si può distinguere con un'occhiata; per me è l'americana. Vedi che sul principio siamo d'accordo.

— Sfido io! L'italiana è roba di casa, roba nostra, — interruppe il Martellieri. — Come non riconoscerla tra mille? L'affare è ben diverso allorchè si tratta d'un'americana; e innanzi tutto, di quale americana tu mi parli? Dell'americana del nord o dell'americana del sud?

Paolino Berlendi, che non s'aspettava una distinzione etnografica, si sentì impacciato a rispondere; e il Martellieri, giovane e pedante, con la voce acuta che gli fischiava tra le labbra, approfittò di quell'attimo di silenzio per incalzar più da vicino l'avversario:

— Dirò meglio: intendi parlare dell'americana del nord, del centro, o del sud? Quale americana tu riconosci a occhio? Quella nata in Patagonia, nel Cile, nell'isola di Haiti, nel Guatemala, nell'Argentina, a Filadelfia, a Baltimora, ad Avana, a Buenos-Aires, a Lima, a Quito, a Cuba? Quella che vive al Capo Horn, o quella che è nata ai piedi delle Cordigliere o presso il mare dei Caraibi?

Paolino Berlendi stava ad ascoltare a bocca aperta, sbalordito; intorno a lui altri giovani si erano radunati e ascoltavan pure, sorridendo con la sigaretta tra le labbra.

— Come si vede che ha viaggiato! — mormorò qualcuno ironicamente.

— Quella, — continuò il Martellieri quasi recitasse una lezione, — quella che la Terra del Fuoco ha visto nascere, o quella che passeggia lungo le rive dell'Orenoco, o quella che va a caccia sulle Montagne Rocciose? Quale americana, insomma? L'America si stende per circa quindici mila chilometri tra l'Oceano Atlantico ed il Pacifico....

Paolino Berlendi si alzò di scatto, e calò un pugno sulla tavola....

— Quella, quella, quella! — interruppe. — « Tu ne me fais pas crême, va »! Mi par di essere a scuola! Per americana, io intendo quella che si vede in Piazza San Marco, nelle sere di concerto!

Una risata clamorosa accolse la dichiarazione di Paolino Berlendi, il quale, senza badarvi, continuò:

— Certo, non nego che ci possano essere delle donne in Patagonia, ma non vengono a Venezia! E che c'entra l'Orenoco e che c'entra il mare dei Caraibi?...

Alcuni giovanotti alle spalle di Paolino approvarono ridendo.

— La colpa è della tua inesattezza! — rispose il Martellieri. — Tu hai detto che puoi riconoscere a occhio un'americana; e io ti ho detto che anche le donne della Patagonia sono americane. Le riconosceresti a occhio?

Il Berlendi si strinse nelle spalle.

— Allora, — egli disse, — anche tu sei stato inesatto. Tu hai detto che un'italiana si riconosce tra mille: io ti dirò che a Parigi, proprio il mese scorso, ho incontrato una ragazza che parlava il gergo come tu parli il dialetto veneziano. Ho avuto per lei « un béguin assez sérieux »; anzi, ho imparato da lei molte frasi energiche....

— Ce ne siamo accorti! — interruppe Nino d'Este.

— Ebbene, quando io la lasciai, ella mi confessò che era nata a Napoli, era sempre vissuta, a Napoli e solo da un anno si trovava a Parigi!... L'avresti riconosciuta per italiana, tu?

— Alla prima occhiata! — dichiarò il Martellieri.

— « Non, mais, faudrait pas me mener en bateau, tu sais »? — disse il Berlendi, mentre gli altri ridevano alla bizzarra espressione.

— Questa è una frase energica della parigina di Napoli, — osservò Nino d'Este, versandosi due dita di cognac. — E rimane dunque dimostrato che l'americana non si riconosce a occhio....

— Non rimane dimostrato niente, caro mio! — protestò Paolino Berlendi. — È venuto il Martellieri a imbrogliarmi con l'Orenoco e il Mississipì; ma io ripeto che l'americana elegante, non quella della Patagonia, si riconosce a un chilometro di distanza. « Si vous rigolez » è un conto, ma se parliamo da senno è un altro....

Freddo, scuro in faccia, laconico nelle parole, Berto Candriani all'angolo opposto della sala giuocava alle carte con altri amici; dal loro gruppo non venivano risate nè schiamazzi; ciascuno badava alle mosse dell'avversario, e le poste raggiungevano ormai una cifra di rilievo.

Berto Candriani aveva il viso traversato dalla cicatrice lucida e ardente come da un formidabile colpo di scudiscio; il segno indelebile fiammeggiava dall'orecchia al labbro nel pallore stanco del viso, un pallore che sembrava più manifesto perchè dietro il Candriani si stendeva la stoffa granata che ricopriva le pareti della sala: e poco più su, era appeso un gran quadro rappresentante il ratto delle Sabine; e quei nudi vivaci, le carni ambrate delle donne, i torsi poderosi e sanguigni dei guerrieri, creavano un rude contrasto con la figura agile e la pallidezza diffusa del Candriani.

Dal giorno del duello, qualche mutazione era seguita nel suo animo; egli s'era fatto cupo e inquieto, il suo sguardo pungente era diventato più acuto, la chiassosa allegria, la sventatezza e l'impertinenza che l'avevan fatto celebre, erano scomparse. Si sarebbe detto che un pensiero molesto e pertinace andasse rodendolo; e infatti non tanto gli importava della cicatrice che gli deturpava la faccia quanto di aver perduta Loredana per la sua incredibile fatuità.

S'era svegliato come da un sogno, dopo il duello, avvertendo quasi con paura che per la giovane gli si era annidato in cuore un sentimento assai più alto e più temibile che la concupiscenza; non avrebbe voluto confessarlo nemmeno a se stesso, ma l'ingenuità mista ad orgoglio, l'appassionatezza e insieme il riserbo, l'intelligenza e l'audacia che formavano l'indole originale di Loredana l'avevano interessato e vinto.

Non ignorava quel che si andava cantando dappertutto, ch'egli era stato l'amante della giovane e che perciò Filippo l'aveva provocato; e anche questo gli cuoceva insoffribilmente, non potendo parlarne troppo, perchè le sue negazioni non avevano alcun valore, e non potendo tacere, perchè il silenzio sarebbe stato una conferma. In tal modo, dentro un cerchio di tortura si dibatteva incapace a prendere una risoluzione; ora pensando a un viaggio, che lo allontanasse da uomini e da cose venutigli in uggia, ora meditando di rimanere, di riavvicinare Loredana, d'impossessarsene davvero a qualunque costo.

— Giuoca, giuoca! — gli disse il marchese di Spinea, guardando in faccia.

Berto giuocò: era distratto e andava con la sinistra arricciandosi i baffi; di tanto in tanto gli tornava il ricordo di Loredana, che gli faceva subito smarrire il filo del giuoco; anche questa volta la partita finì con la sua sconfitta.

— Ah, ah! — disse il marchese di Spinea, mescolando le carte. — Chi è fortunato in amore....

Ma si morse le labbra; la vecchia frase, sfuggitagli per abitudine, s'attagliava così bene al caso di Berto e alle dicerie di quei giorni, che lo Spinea tossì più volte, quasi volesse far dimenticare le sue parole. Il volto di Berto s'era rabbuiato. Egli riprese a giuocare scuotendo la testa fastidiosamente, ma ancora non potè raccogliere intorno al giuoco tutta l'attenzione che gli era necessaria.

Dal crocchio nel quale si trovavano Nino d'Este, il Martellieri, Paolino Berlendi e altri giovanotti, gli veniva di tratto in tratto all'orecchio qualche frase che lo distraeva. Gli amici parlavano a voce bassa, ma non così che Berto, avvertito dal ripetersi di alcuni nomi, non potesse afferrare il senso di ciò che si diceva intorno a lui.

La conversazione era mutata; Paolino aveva rinunziato a dimostrare che le americane si possono distinguere a occhio, il Martellieri aveva finito la sua disquisizione etnografica; si parlava di pettegolezzi, del solito pettegolezzo che occupava tuttavia la città.

— Filippo, secondo me, — diceva Paolino Berlendi, — ha avuto il torto dei vecchi, il torto di mescolare molto sentimento alla sua avventura. Questa famosa Loredana lo ha stregato; dicono che sia molto giovane, ma dev'essere esperta negli intrighi amorosi.

— Che, che! — esclamò Nino d'Este, il quale non andava mai d'accordo con Paolino, pure essendogli amico. — Ha trovato un cucco, mi dispiace dirlo; e al posto di lei, qualunque altra, giovane o vecchia, avrebbe insaccato il povero Flopi.... Le donne sono ciò che l'uomo le fa. Ti piace, Paolino, questa massima?

Paolino scosse la testa.

— Non mi piace, — rispose. — Io vorrei vedere questa famosa Loredana, per poter giudicare.

— Io l'ho vista, — annunziò il Martellieri. — L'ho vista più volte a teatro, con una certa megera tinta e ritinta, che mi pareva quella che si brucia a mezza quaresima. Ebbene, la ragazza non vale nè più nè meno di tante altre; è giovanissima e graziosa, ma a Venezia ne abbiamo una a ogni svolta di strada.

— Che ne dici, Paolino? — esclamò Nino d'Este trionfalmente.

— Dico che il Martellieri di donne non se ne intende, — dichiarò il Berlendi. — Egli non si intende che delle donne della Patagonia.... Vorrei vederla io.... E tu poi, Nino, sei in queste cose troppo secco....

— Troppo secco! — ripetè Nino d'Este. — Che cosa vuoi dire?

Paolino Berlendi esitò un istante, guardandosi intorno; ma vedendo tutte facce amiche e familiari, seguitò:

— « Ben voilà! Y a pas de ma faute »!... Certe cose si possono dire perchè son vecchie.... Per impadronirti d'una ragazza, non hai tu comprato il fondo sul quale la ragazza viveva? E poi per liberartene, non hai venduto il fondo con la ragazza dentro?

Gli amici in giro scoppiarono in una risata fragorosa, che fece alzar la testa a Berto Candriani. Egli aveva commesso parecchi spropositi e aveva nuovamente perduto; gettò le carte sul tavoliere, dicendo ai compagni:

— Vi chiedo scusa; oggi non va. Troveremo qualcuno che possa sostituirmi.

— No, no, — interruppe il marchese di Spinea. — Anche noi siamo stanchi, non è vero?

Gli altri due confermarono con un cenno del capo, e i giuocatori s'alzarono.

— Questo è un po' secco, — dichiarava intanto Paolino Berlendi. — « C'est du citron à la rigolade ». Io sono del tuo parere: non troppo sentimentalismo con la donna; ma dal sentimentalismo di Flopi alla tua maniera spiccia, v'è un abisso. Dico bene? « Ça te botte »?

Nino d'Este non rispose; si allungò meglio nella poltrona soffice, epicureamente, e rinunziò a difendersi; ma Berto Candriani, che era sopraggiunto, rispose per lui.

— Tu hai torto, Paolino, — egli disse. — Questa maniera secca di Nino d'Este, questo, come tu dici, « citron à la rigolade », è ciò che occorre per le donne.

Da quando eran corse le voci dei suoi amori con Loredana, Berto ostentava uno scetticismo che doveva, nel suo concetto, far comprendere com'egli non si dilettasse che di avventure fugaci e volgari, e allontanare il dubbio d'una passione per la giovane compagna di Filippo. Gli amici, i quali non avevano mai udito dalla sua bocca dichiarazioni e aforismi di tal natura, lo ascoltavano sempre un po' incerti e sorpresi, temendo ch'egli si beffasse di loro.

Ma Berto proseguì imperterrito, la sigaretta tra l'indice e il medio della destra, la sinistra affondata nella tasca della giacca:

— Non solo il sentimentalismo è ridicolo, ma è ridicolo anche il sentimento per questa specie d'animale incomprensibile....

— ....« cette espèce de cruche », — abbellì Paolino.

— ....che è la donna, — concluse Berto Candriani. — Per conto mio, senza essere un conquistatore come te, Paolino, nè un dominatore come Nino d'Este, ho sempre cercato donne che si potessero mettere alla porta entro le ventiquattr'ore, e non ho avuto il minimo sentimento per alcuna, mai, in tutta la mia vita....

La dichiarazione era troppo netta ed esplicita, perchè gli amici intorno non ne afferrassero il significato; ma Paolino strizzò l'occhio, e disse ridendo:

— Come parla bene!... Io, intanto, ho trovato il Martellieri che mi ha dato torto sulla questione delle americane; trovo Berto che mi dà torto sulla questione del sentimento. Se continua così, rinunzio alla parola!...

— Ma no; tu non hai torto, — interruppe Berto. — Se ti ho dato torto, mi sono spiegato male. Io voleva dire....

Alzando gli occhi in quel punto, vide che un servo era sopraggiunto e dal suo contegno capì che aspettava di potergli parlare.

— Io voleva dire che dei due modi, il modo secco e il modo sentimentale, — proseguì rapidamente, — preferisco il primo, lo trovo più logico, più giusto, o almeno più adatto alla nostra indole. A te, Paolino, non mancano argomentazioni per difendere il tuo pensiero; specialmente se parli francese!

E mentre gli altri ridevano e la discussione si faceva più vivace, egli si avvicinò al servo e gli chiese:

— Che cosa c'è?

— Una signora desidera parlarle, — rispose il servo a bassa voce.

— Non ricevo! — disse Berto recisamente.

Ma quando il servo era già per allontanarsi, egli lo richiamò, senza ben comprendere a quale dubbio rispondesse.

— La signora è qui? — riprese.

— Sì, Eccellenza....

— Non sarà una delle solite mendicanti?

— Non mi pare.

— Che tipo è?

— E giovanissima, molto elegante, e....

— E...? — incalzò Berto.

Il servo esitò.

— E mi pare molto spaventata, — disse infine.

— Che stupidaggini ti passano pel capo? — esclamò Berto. — La farai accomodare nel salotto grigio, e le dirai che abbia la bontà di attendere un istante.

— Sì, Eccellenza.

Berto ritornò verso i suoi amici.

— Vi chiedo scusa se vi lascio, — egli disse. — Mi è stata annunziata una visita d'affari; rimanete qui, ve ne prego.

Nino d'Este s'alzò finalmente dalla poltrona.

— No, no, caro, — egli rispose. — In casa tua si sta troppo bene, e noi abbiamo fatto tardi. Ce ne andiamo.

Berto Candriani strinse la mano agli amici, e mentre questi, ancora discutendo e ridendo, uscivano in tumulto, egli si avviò verso il salotto grigio.


XVI.

Ritta sulla soglia, appoggiato il braccio sinistro allo stipite e il viso al braccio, Loredana aspettava, tremando. Aveva avvertito un clamor di voci e di risate, poi un silenzio improvviso; guardava il salotto grigio, brillantemente illuminato dalle lampadine elettriche, e le pareva che i divani, le poltrone, le portiere molli, i cortinaggi pesanti, e una certa atmosfera tepida e profumata dessero al luogo un senso d'intimità quasi carnale.

Alla sua destra ella vide un piccolo quadro di Félicien Rops, un quadro strano intitolato: « Le vol et la prostitution dominent le monde »; una femmina seminuda e un uomo a mezza maschera, stretti insieme da una fascia, posavano i piedi caprigni sul globo; ed era nel viso dell'una l'artiglio della crapula e sotto la mezza maschera dell'altro si delineava il ghigno cinico del delitto....

A poco a poco, fissando la terribile femmina, Loredana ne sentì paura; le sembrò un simbolo e un monito, e che ridesse di lei, e si movesse a lei incontro, quasi per serrarla tra le braccia.... Si volse per fuggire; ma in quell'istante la portiera che le stava di faccia fu sollevata, e Berto Candriani comparve.

Egli si lasciò sfuggire un grido.

Loredana sentì che la sua personalità l'abbandonava; aveva tanto pensato a quell'ora, a quel colloquio, che le parve di agire e di parlare come un automa, come se qualcuno alle sue spalle suggerisse parole e gesti; pensò alla femmina dai piedi caprigni, e le corse un fremito dalla nuca alle reni.

Pure, mosse ella per prima, verso Berto, e gli disse con voce soffocata:

— Chi c'è di là?

— Nessuno, — rispose Berto, parlando istintivamente sottovoce. — Erano amici; sono partiti. Ma come devo interpretare questa vostra visita? Che cosa devo pensare?

Ella chiuse gli occhi e mormorò:

— Come vorrete....

Berto la vide subito impallidire spaventosamente; avvicinatale una poltrona, la fece sedere, le si mise a ginocchi innanzi, e Loredana rimase un istante così, bianca in volto, gli occhi chiusi, mentre Berto andava baciandole le mani guantate. Poi ella s'accorse che lievemente, lievemente, con perizia consumata, le toglieva il cappello e il veletto, e di nuovo inginocchiandosi le posava le labbra sulle mani.

Riaprì gli occhi, e guardandolo ai suoi piedi, notò la cicatrice lucida e ardente che gli traversava la faccia come un formidabile colpo di scudiscio.

— Sono da lei, — disse. — Sono fuggita. Ho abbandonato Filippo. Lo amo ancora, lo amo sempre, non amo che lui; ma sua madre muore, e io devo fuggirlo.... Sono venuta a ricoverarmi da lei.... Che caldo è in questa camera; mi sento soffocare!

Senza levarsi in piedi, slacciò la pelliccia e la lasciò cadere intorno, cosicchè parve che il busto snello sbucasse da quel nido candido e morbido maculato di nero. Guardandosi in giro, ella si vide in uno specchio; non aveva più il cappello, non più la pelliccia; era svestita, quasi fosse tornata nella propria casa; e quell'uomo le stava ai piedi, muto, umile, e già padrone di lei....

Lo spettacolo la rivelò a sè medesima. Si drizzò di scatto, esclamando:

— No; che cosa faccio? Sono pazza....

Anche Berto s'era alzato, e mettendosele innanzi, le disse prestamente:

— Non fugga: è in casa d'un gentiluomo. Si calmi. Ho bisogno di sapere e di parlarle. Se vorrà partire di qui, io non la tratterrò.... Mi dia l'amara soddisfazione di chiederle perdono. Ho scontato il mio errore. Sono stato veramente colpevole, ma sono parso più colpevole ai suoi occhi, perchè lei ha creduto a un capriccio, mentre io l'ho amata e l'amo con profondo sentimento.... Non fugga, la scongiuro....

Loredana tornò a sedere, raccogliendosi intorno la pelliccia bianca.

Non appena Berto la vide così, calma e attonita, uscì dal salotto e ritornò precipitosamente, tenendo in mano una bottiglia e nell'altra una coppa. Nè egli nè la giovane avvertirono il ridicolo di quella corsa; Berto spinse innanzi a Loredana una piccola tavola sostenuta da quattro svelti grifi, e versando, posò la coppa vicino alla sua ospite.

— Bevete, — disse, — ve ne prego: vi darà forza.

Loredana aveva visto che il liquido gorgogliante era sciampagna; ella fece un gesto per rifiutare, e rispose:

— No, non è possibile; mi farebbe male.

Il Candriani non l'ascoltava; ebbro di gioia, potendola guardare con l'intensità di un desiderio non più rattenuto, la guardava tutta, bramosamente, dalla testa ai piccoli piedi, la cui punta sbucava dal lembo estremo della gonna.

— Io vi farò dimenticare Filippo, — egli disse a un tratto. — Voi non l'amerete più; io sono libero e solo, posso dedicarvi intera la mia vita.... Amatelo oggi ancora, non importa; è giusto che lo amiate; dovrò io cancellare la sua imagine dal vostro cuore.

E di repente proruppe:

— Sono felice; sono felice di vedervi presso di me; vi siete ricordata che vi ho offerta la mia amicizia in un caso estremo, e questo mi consola di molti dolori.... Ah vi assicuro, Loredana, che non sono più lo sventato che avete conosciuto un giorno! Vi amo teneramente e spero di potervi rassicurare....

Ella troncò le sue parole con un gesto.

— No, — rispose. — Non vi amerò mai.

Si guardò intorno, e vedendo la coppa, la portò alle labbra che sentiva arse da un'interna febbre.

— Ascoltatemi, — proseguì imperiosamente. — Sono qui, non perchè vi ami, non perchè io creda alla vostra amicizia, ma perchè voglio e devo perdermi.

— Loredana, Loredana, per carità! — interruppe Berto.

— Devo perdermi. Egli sta per commettere un delitto. Sua madre ammalata gli ha chiesto di abbandonarmi, ed egli ha rifiutato.... No, io non posso accettare questo sacrificio; è una cosa orrenda; io devo lasciarlo e in maniera ch'egli non mi cerchi più, non mi desideri più.... Non voglio far male a sua madre, che per me ha già tanto sofferto.... Se morisse, ah se morisse, quale rimorso, quale vergogna!... E un giorno egli si sveglierebbe da questa follia; e tra me e lui, sempre, sempre, io vedrei il cadavere di sua madre.... Bisogna che io gli impedisca di disonorarsi!

Berto, ritto in piedi, ascoltava con un senso di maraviglia la giovane, che parlava velocemente agitata da violento orgasmo; alla prima pallidezza era subentrato un rossore febbrile che le imporporava le guance, le faceva brillare intensamente gli occhi, le invermigliava le labbra dando loro un color di vivo sangue.

Tanto gli piacque così stesa nella poltrona e affondata nella candida pelliccia, che Berto si chinò ancora a baciarle le mani. Loredana lo respinse.

— Io voleva uccidermi, — proseguì, — ma sarebbe stato un nuovo scandalo; avrebbero forse accusato Filippo della mia morte.... Ah come sono maligni tutti!... Mi è stato detto in faccia che io sono la vostra amante, che la mia onestà non vale nulla perchè nessuno mi crede, che un uomo è ladro quando tutti lo dicono ladro.... Quante cose ho imparato, spaventevoli! E allora ho pensato che avevano ragione. Il solo che non dubitava di me era Filippo; egli crede al mio amore e alla mia onestà, di cui tutti ridono; e bisogna dunque ch'egli pure non creda più, perchè si salvi.... Ho pensato che poichè mi dicono vostra amante, ogni sforzo è inutile, e io non potrò più liberarmi da questa accusa....

— Non parlare così, — interruppe Berto. — Ti fa troppo male....

Ella lo fissò con gli occhi sbarrati; quel « tu » le parve più brutale d'un bacio che le avesse chiuso improvvisamente la bocca; ma Berto se ne avvide, e soggiunse:

— Vi chiedo scusa; non volevo offendervi. Vi amo, e non ho saputo dominarmi.

— No, — disse Loredana, alzandosi, — mi lasci andare!

Berto osò stendere una mano su di lei.

— Ve ne prego, — mormorò, — rimanete ancora.....

Loredana rabbrividì; raccolta la pelliccia, cercò degli occhi il cappello. Ma mentre stava per riprenderlo, si arrestò quasi folgorata da un pensiero.

Dove andava? A casa, sua? Filippo l'avrebbe ripresa. A casa di Filippo? La madre di lui ne sarebbe morta. E Filippo a quell'ora doveva aver già letto le poche righe che Loredana gli aveva lasciato: « Non ti dimenticherò mai; ti amerò sempre; quanto più ti parrò lontana, tanto più sarò tua.... » E dopo questo, ella sarebbe tornata da lui, a capo basso, a guisa d'una scolaretta pentita, e sempre troppo tardi per essere perdonata?

Vide ancora quella maledetta femmina dai piedi caprigni, seminuda, che col braccio destro levato sembrava imporle di fermarsi. Si volse, e all'altro lato vide Berto, il quale non osava muoversi per trattenerla, non osava parlare per non impaurirla, e andava guardandola, per indovinar dal gesto di lei la risoluzione che avrebbe presa.

Ella tornò alla sua poltrona, vi si lasciò cadere, non disse parola.

Seguì in tal modo un silenzio angoscioso di alcuni minuti, durante i quali Loredana e Berto si fissarono acutamente, immobili, quasi scrutandosi; ma Berto non potè resistere più a lungo, le si avvicinò di nuovo, le afferrò le mani.

— Resta! — disse con voce velata dalla passione. — Resta! Te ne scongiuro! So che non mi ami, e ciò non mi spaventa....

Egli cercava di toglierle un guanto; ella se ne avvide, e lo sbottonò con un rapido gesto, offrendogli la mano e il polso nudi da baciare; ma quando sentì quelle labbra avide sulle carni, volse il capo quasi con ribrezzo.

— No! — disse. — Aspettate!

Afferrò la coppa e la vuotò avidamente, poi la tese di nuovo a Berto perchè versasse ancora, e di nuovo bevve; ma scorgendosi nello specchio, gettò la coppa vuota a terra, dove s'infranse.

— Che cosa volete fare di me? — disse poi.

— Tutto quello che tu mi comanderai, — rispose Berto. — Io sono libero; posso partire oggi stesso, stanotte, domani, quando tu me lo chieda.

— Sì, — dichiarò Loredana. — Partiremo subito. Andremo a Roma.

Ella diede in una risata così cruda e sardonica, che Berto la guardò impaurito.

— A Roma, — ripetè Loredana. — Dovevo andarvi con Flopi; andrò con voi. Non è lo stesso? Non sono la vostra amante? Non hanno voluto che io fossi la vostra amante? Un uomo o un altro, poco importa.... Perchè non andiamo anche a Sirmione?... Io voglio calpestare tutto il mio passato, io voglio distruggere ogni ricordo, io voglio che non rimanga più nulla, più nulla di ciò che mi è stato tanto caro, e che mi farebbe arrossire!... Ah, voi non sapete l'orrore che io sento per la vita!... Voi non pensate che a impossessarvi di me; lo vedo nei vostri occhi, e non capite che io non sono più viva, non capite che io vi odio, e più vi avvicinate a me e più vi odio!...

Berto non rispose, ma la sua mano che teneva la mano della giovane, allentò la stretta; egli si ritrasse, percosso dalla veemenza selvaggia di quelle parole.

— Perchè mi volete? — seguitò Loredana, lanciandogli uno sguardo di sprezzo. — Io amo Filippo, e mi sacrifico per lui. Non è chiaro? Non è chiaro che io voglio perdermi per salvare lui? Non ve l'ho detto già! E ho scelto proprio voi, perchè egli mi disprezzi tanto che non mi cerchi più!... E voi vi prestate a questo giuoco?... Se io acconsentissi a diventar la vostra amante, sarebbe quello il momento in cui amerei di più Filippo, perchè sarebbe quello il sacrificio più grave che io potrei fargli.... E non lo avete capito? Come devo dirvi che io non vi amerò mai?

Stretto dalla logica feroce, che sembrava dettata da quel bisogno di mordere e di distruggere onde Loredana si sentiva tutta vibrare, Berto non trovò dapprima risposta; poi ebbe la parola unica che spiegava qualunque follia:

— Ma io ti amo, — disse. — Io ti amo, Loredana; e non so altro....

La giovane lo guardò, sentendo ch'egli non mentiva; le parve sommesso e vinto, e ne ebbe pietà.

— Suvvia, — mormorò, alzandosi, — mi lasci andare!

— Dove, dove vuoi andare? — chiese Berto, movendo un passo verso di lei. — Dove vuoi andare, così?

Ella s'era avviata alla porta, senza cappello, come una pazza.

Berto la guardò elegante e sottile nell'abito tutto liscio color d'ametista, leggiadramente ornato con una lista di pelliccia scura, che le correva intorno al petto e per l'estremo lembo della gonna a guisa d'un serpentello.

Usciva, partiva, fuggiva; d'improvviso aveva sentito che il sacrificio era troppo ripugnante, che meglio era morire, riposare, non pensare più ad alcuno, e aveva ricordato il canale nero e fondo che scorreva innanzi alla casa di Berto.

L'ora era tarda, la luce fievole, la gente rada in quella serata d'inverno. Loredana avrebbe potuto gettarsi all'acqua e affogarvi, senza che alcuno accorresse.

— Dove vuoi andare? — ripetè Berto.

S'incontrarono sul limitare e si fissarono, l'uno con gli occhi fiammeggianti di desiderio, l'altra con lo sguardo smarrito della disperazione; ma perchè essa voleva procedere, egli l'afferrò per le braccia e la rattenne.

Loredana ruppe di nuovo in una risata.

Aveva in bocca il sapore di quel fango al quale s'abbeverano gli umani, di quel fango che è tutta la vita, e un'arsura insaziata le bruciava le vene, come avesse ingoiato un fuoco liquido....

Qualcuno alle spalle di Berto — forse la femmina seminuda dai piedi caprigni — gli suggerì un pensiero: la giovane non si sarebbe mai decisa nè a partire, nè a rimanere, nè a vivere, nè a morire; bisognava forzarla.

Egli l'attrasse bruscamente al petto, le suggellò la bocca con la bocca dandole un bacio così lungo, che pareva, volesse beverne la vita, l'anima, il sangue; sentì che Loredana s'inclinava a poco a poco, si rovesciava indietro, e assecondò il movimento senza staccar la bocca dalla bocca agognata, e l'adagiò sul divano ampio.


XVII.

Fu una lieta primavera, quella del 1894 a Venezia. Una falange sterminata di stranieri calò da tutte le parti del mondo, le donne e gli uomini già ebbri di delizie e di desiderio, con l'anima vibrante di quel romanticismo sensuale che Venezia, la torpida, ispira.

Nuove passioni e nuovi drammi pullularono tra quell'affoltata di gente, e la Piazza San Marco divenne in certe serate un prodigioso salotto pel quale s'aggiravano le eleganti di New-York e di Parigi, di Londra e di Vienna, di Berlino e di Pietroburgo, lasciando sui loro passi un solco di profumi esotici.

Esse vedevano Venezia con gli occhi della leggenda e della storia e la loro anima si trasformava, effondendosi e pervertendosi fra i tesori d'arte e il silenzio mortale della città voluttuosa. La gondola, lenta e carezzevole, agile e muta, faceva loro sognare i sogni erotici e le rapide tragedie dei romanzi; la notte, o rischiarata dal raggio lunare sui rii e sui canali, o tenebrosa o velata, sembrava loro così enimmatica e stravagante quale in nessun'altra città del mondo.

Le più belle donne avevano una falange d'ammiratori, quasi tutti veneziani, che ne aspettavano ogni anno il passaggio, non diversamente dal cacciatore che aspetta lo stormo della ghiotta selvaggina. Esse s'imbevevano il giorno della luce e dei salsi umori di Lido, felici di quella piena vita animale che ingagliardisce il sangue e stende sulle carni una delicata patina di bronzo; la sera, tornavano alle consuete eleganze o nelle grandi sale dei grandi alberghi o in Piazza San Marco.

Si susurrava di passioni e di capricci, di gelosie e di tradimenti.

Il suicidio d'una giovane inglese, un duello tra due russi, avevano messo in tumulto la città; poi rapidamente le grandi feste offerte da un patrizio alla colonia straniera e uno straripare di lusso portentoso, una vera orgia di colori e di bellezze e di dovizie, avevan cancellato la memoria di quelle drammatiche vicende. E l'eco del tripudio non era spenta, chè la fuga d'una giovinetta con un uomo attempato aveva riaperto i fiumi dei discorsi scandalosi; poi una nuova festa, la colonia straniera che ringraziava il patrizio dell'ospitalità ricevuta, profondendo altri tesori, sfoggiando nuovo fasto, e l'arrivo del Re, e la caduta d'un ministero, e un accavallarsi di fatti piccoli e grandi, avevan dato materia alle chiacchiere e non avevano saziato la curiosità instancabile degli uomini.

La vita correva la sua corsa senza freno, superba, indifferente, inconsapevole, travolgendo ed esaltando, premiando e punendo; e il nome di questo o di quello roteava come un palèo.

Un giorno sulla terrazza di Lido, un pugno di gentiluomini faceva corona ad alcune dame, la contessa Lombardi, la contessa Fausta di Montegalda, la duchessa di Torrecusa. Erano gli uomini il conte Alvise Priùli, il conte Mercatelli, parecchi giovani, tra i quali il conte Paolino Berlendi.

Paolino aveva enunziato anche in quei giorni che la donna americana si riconosce a occhio; aveva tenuto una scommessa, e aveva scambiato un'austriaca per un'americana. Se ne rideva ancora. Paolino imperturbabile aveva osservato che nelle vene dell'austriaca, per qualche dimenticato incrocio, doveva scorrere sangue americano; e conosciuta personalmente la giovane, se ne era innamorato. Anche questo episodio aveva fatto ridere; ma Paolino Berlendi, senza badare ai frizzi dei compagni, dava intanto una caccia accanita alla straniera e sperava impigliarla nelle sue reti.

— Che cosa guardate? — gli domandò Fausta d'un tratto.

La bellezza della contessa pareva scintillare sotto il sole; i capelli neri avevan riflessi azzurrini e gli occhi cilestri esprimevano una dolce ingenuità qualche poco in contrasto con l'anima sensuale ed egoista della donna.

— Guardo tutte queste forestiere, — disse Paolino. — Non vi pare che giungano a Venezia già ubbriache d'amore e di Ruskin?

— Voi parlate del Ruskin come d'un liquore, — osservò la contessa Lombardi sorridendo.

— È vero; ma io preferisco il cognac, — rispose Paolino. — Il fatto è che le straniere sono innamorate.

— E di chi? — domandò Fausta.

— Di me, contessa! — affermò Paolino trionfante.

Gli uomini risero.

— Ma sai tu chi è il Ruskin? — domandò il conte Priùli.

— No; non l'ho mai letto....

— È naturale, — disse il Priùli. — Tu devi darti all'agricoltura, e sappiamo che studi accanitamente per distinguere una patata da una barbabietola.

— Un'austriaca da un'americana, — corresse Fausta di Montegalda.

Già Paolino stava per rispondere, quando un silenzio improvviso si fece.

Era comparso sulla terrazza il conte Filippo Vagli, colui che per lunghi mesi la società elegante capitanata da Fausta di Montegalda aveva chiamato « il povero Flopi ».

Molti fili argentei intessuti ai capelli un giorno tutti neri, il cerchio grigiastro intorno agli occhi, le spalle un poco appesantite davano l'impressione che Filippo fosse invecchiato repentinamente. Egli era sempre ilare e sereno, ma chi l'avesse fissato con attenzione si sarebbe accorto che la tranquillità e l'allegria di cui dava prova eran dovute a un continuo sforzo, a una instancabile vigilanza sopra sè medesimo.

Quando egli si credeva non osservato, la sua fisionomia mutava d'un tratto, quasicchè la maschera gli fosse caduta, e allora si vedeva l'uomo ferito mortalmente da un'angoscia insanabile, torturato da qualche desiderio, malcontento di sè e degli altri, disperato di poter mai più trovare un bene nella vita. Poi l'orgoglio lo riafferrava, si guardava intorno nel timore che qualcuno gli avesse letto dentro l'anima, e riprendeva la sua maschera di gaiezza e di contento.

Queste alternative, così notevoli che si sarebbe detto che due caratteri albergassero nello stesso corpo, non erano sfuggite all'occhio degli amici; e specialmente tra i più giovani, una simpatia silenziosa s'era formata per Filippo Vagli.

Colui che aveva sentito fare strazio del proprio nome da una folla avida di scandalo, aveva visto la stessa folla ammutolire innanzi a un dolore alto e sincero, a guisa del molosso che s'accovaccia ai piedi del padrone. Filippo avrebbe dato metà del suo sangue per vivere ancora tra i sibili e i cachinni della maldicenza piuttosto che tra le nuove manifestazioni di rispetto, nelle quali egli sospettava una mal celata pietà. Ma tutto era finito, ogni cosa era miserabile, e mai come in quel tempo s'era sentito tanto lontano da ciò che faceva, dall'esistenza frivola alla quale s'era dovuto acconciare, e che sembrava non lasciargli un'ora libera.

Egli gettò un'occhiata al gruppo, e salutò da lontano. Aveva visto tra gli uomini Paolino Berlendi, che con quel suo carattere scapato, sventato, impertinente e, nel fondo, generoso e sentimentale, gli rammentava un altro; Filippo si studiava di non mostrare a Paolino l'antipatia che quella somiglianza morale gli aveva ispirato.

Entrò, e volse a sinistra.

— Va a fare la sua corte alla Fioresi, — disse Fausta, che lo seguiva con l'occhio.

In fondo alla terrazza, a sinistra di chi entrava, Giselda Fioresi era seduta con la madre.

La fanciulla dalla chioma fulva indossava un abito leggero color turchino con le maniche di prezioso merletto. S'era fatta più bella, il suo corpo s'era invigorito e sul volto le si diffondeva un'espressione che non aveva mai avuta, quell'espressione di riposo che è propria di chi giunge a una meta dopo lunga guerra.

Quando vide Filippo avvicinarsi, le sue labbra si schiusero a un placido sorriso.

— Si sposano? — domandò il Berlendi che guardava la scena.

— Si sposano, — confermò Fausta con voce secca.

— Flopi invecchia; è all'ultima tappa.

Dovevano sposarsi il mese appresso, e del matrimonio si parlava con incessante curiosità. Due casate come quelle dei Fioresi e dei Vagli non avrebbero potuto non dare alla cerimonia tutta la solennità, tutta la magnificenza che le convenivano, e le donnette già parlavano del corredo di Giselda come d'una maraviglia mai vista.

— Lo zio Roberto avrà finalmente i « flopini »! — osservò il conte Priùli.

— E Flopi i milioncini, — aggiunse il Berlendi.

— Non lo fa per questo! — rispose freddamente il Priùli. — Tu non lo conosci; Filippo si sposa per obbedire a sua madre.

— La sola cosa poco aristocratica di questo matrimonio, — osservò Fausta, — è la gioia straripante di Giselda.

E storse la bocca, quasi avesse visto qualche spettacolo repulsivo.

Le dame s'alzarono per avviarsi, ma in quel punto sopraggiunse Nino d'Este, che parve cercar qualcuno con gli occhi; ravvisò la contessa Lombardi e le corse incontro.

— Lei mi aveva chiesto notizie di Berto Candriani? — egli disse.

— Oh bravo! Parliamo di Berto Candriani! — esclamò Paolino. — « Il a jeté son bonnet par dessus le moulin »!

Alvise Priùli gli diede una gomitata, perchè abbassasse la voce.

— Le porto le notizie, — continuò Nino d'Este, ed estrasse dalla tasca un giornale romano che consegnò a Paolino Berlendi.

— Ti ringrazio di quest'atto di fiducia, — disse Paolino. — Poco fa, Priùli sosteneva che io non so leggere.

— Ma fate presto! — interruppe Fausta di Montegalda.

— Ecco qua: « Un'automobile sfasciata »....

— Mio Dio! — esclamò la contessa Lombardi.

— « Un'automobile sfasciata », — seguitò a leggere Paolino. — « Jeri, verso le quattro, l'automobile del conte Berto Candriani, notissimo patrizio veneziano ospite della nostra città ».... Come sa farsi la réclame questo briccone!

— Volete finirla? Vi tolgo il giornale! — minacciò Fausta.

Paolino Berlendi si fece serio e lesse tutto di seguito:

— ....« percorrendo la Via Appia, presso la tomba di Cecilia Metella, urtò un baroccio da vino, e cadde sul fianco. Lo chauffeur rimase ferito. Il conte Candriani e la contessina Loredana De Carolis, sbalzati a parecchi metri di distanza si sollevarono incolumi ».