Ma le parve che la seconda interpretazione fosse la buona.
VI.
A Venezia, la scomparsa di Loredana De Carolis non aveva sollevato rumore. La fanciulla e sua madre Emma vivevano una vita modesta, fra poche conoscenze e pochi parenti, senza attinenze con la grande società. I vicini di casa, che dopo qualche giorno non videro Loredana al balcone come di solito, credettero fosse partita per la campagna. La madre, atterrita dalle conseguenze dei pettegolezzi, dovette farsi sua complice, e a quelle amiche le quali chiedevano di lei, rispondeva ch'era andata a San Donà, ove ella stessa l'avrebbe fra poco raggiunta.
In fondo, la povera donna non sapeva che fare: solo innanzi all'avvenimento inaspettato aveva compreso ch'ella era stata colpevole, che l'amicizia di Filippo alla quale aveva creduto così stupidamente non poteva non mutar forma, e ch'ella avrebbe dovuto, per la salvezza di sua figlia, mettere alla porta Filippo con una mano e Adolfo con l'altra.
Per acquetare Adolfo, la signora Emma inventò dapprima delle bugie: Loredana era uscita, poi stava poco bene, poi era a letto con un male a un piede. Ma la faccia pallida della signora, e qualche cosa strana in tutta la casa e il contegno misterioso della donna di servizio, che voleva bene alla signorina, odiava Adolfo il quale non le aveva mai dato un soldo, amava il conte Vagli ch'era stato sempre con lei generoso, e infine approvava pienamente la fuga e la trovava proprio stupenda, — qualche cosa strana, inusata, avvertì Adolfo Gianella che lo si voleva ingannare.
E quando la signora De Carolis dovette finalmente dire che Loredana non era a Venezia, ma, rifugiatasi presso alcuni parenti, dichiarava di non voler più a nessun patto sposare Adolfo, quest'ultimo s'accasciò d'un colpo; la superbia, l'albagìa, la cieca sicurezza in se stesso, la esperienza del cuore femminile ond'egli andava tanto orgoglioso, tutto precipitò in un attimo. Pianse e poi diventò violento. Voleva vedere la fanciulla, persuaderla, prometterle di cambiar carattere.
Per più giorni la signora De Carolis ebbe la casa assediata dai parenti di Adolfo; chi la rimproverava, chi la chiamava pazza, chi gridava al tradimento, e tutti chiedevano l'indirizzo della fanciulla per farle mutar pensiero. La signora Emma dovette tener testa a quei furiosi e seguitare a ripetere che rispettava la volontà di sua figlia e non voleva influire sulla sua decisione. Adolfo minacciò di girare l'intera provincia alla ricerca della scomparsa; poi minacciò di uccidersi; ma non fece nè una cosa nè l'altra, e la signora De Carolis notò ch'egli non era men roseo o meno grasso del consueto.
— Vedremo, — egli diceva, — vedremo chi sarà il fortunato che sposerà sua figlia! Son proprio curioso di conoscerlo!
Egli era certissimo che un miglior marito di lui Loredana non avrebbe mai potuto trovare; e cercava intanto nell'amor proprio offeso un principio di consolazione.
— Non era degna di te! — dichiarava la signora Gianella ad Adolfo. — Forse è una fortuna che questo matrimonio vada in fumo!
— Non era degna! — pensò finalmente anche Adolfo, rinunziando al suicidio. — Dopo tutto, era senza un soldo e non aveva che superbia!
I parenti di lui lasciarono in pace la signora De Carolis, che per quelle emozioni s'era fatta palliduccia e magra in una settimana; ma non trascurarono le occasioni di parlar male di lei e di sua figlia, la quale aveva respinto un così bel « partito ». I più allegri furono i colleghi di Adolfo, che non potevano soffrirlo; essi risero quando seppero che la sua fidanzata lo aveva messo alla porta; uno rammentò l'aria d'importanza ch'egli si dava quando spiegava loro la psicologia del cuore femminile; un altro ne imitò i gesti quando, nei giorni di molto lavoro, mangiava in ufficio e la sua testa spariva dietro il fumo di una « minestrina » che sarebbe bastata per quattro; un terzo ricordò ch'egli andava superbo della intelligenza della sua fidanzata.
— Perdio! — esclamò quest'ultimo. — Bisogna dire ch'egli avesse ragione, perchè il calcio che la ragazza gli ha dato, prova ch'era intelligente davvero!
Gli altri risero, e la fanciulla ignota diventò simpatica a tutti gli impiegati della Banca.
VII.
Loredana e Filippo vissero a Sirmione alcuni giorni di felicità senza pari; lungi dagli sguardi indiscreti, non conosciuti, sicuri l'un dell'altra, s'imaginavano d'essere in qualche isola perduta nell'Oceano. Tutto era bello.
Le grotte di Catullo, i ruderi maestosi e robusti, che l'erba circonda, che il vento accarezza, che il sole riscalda, parvero loro una cosa divina. Di là essi ammiravano la grandiosità del lago, ora illuminato con cruda forza, ora soffuso di nebbia, leggera come un pulviscolo; e seduti, verso il tramonto, ai piedi del promontorio, dove le rocce levigate sorgono dall'acqua limpidissima, i due amanti stavano spesso in silenzio a guardare, raccolti e commossi, ciascuno sentendo d'essere troppo felice e temendo che l'incanto si smagasse presto.
Qualche volta uscivano con la barca, una barca tozza a guisa di canotto, che danzava bene sulle onde; remava Filippo e l'amica sua stava a poppa, dapprincipio un po' timorosa e poi contenta come una bambina. Ella era ormai tranquilla; aveva ricevuto due lettere dalla mamma, respinte da Napoli a Roma, da Roma a Firenze, da Firenze a Brescia e a Sirmione per mezzo di amici fidati di Filippo; e in quelle lettere non un'imprecazione, non un rimprovero; solo una ineffabile tristezza, che la fanciulla sapeva di poter calmare con buone parole. La mamma dava le notizie della famiglia Gianella e di Adolfo, che seguitava a mangiare e a parlar di suicidio. La mamma non malediceva, non rimproverava, non faceva minacce; era sola, e tra le righe delle lunghe lettere si poteva leggere l'espressione dell'unico desiderio di lei, che la figlia tornasse, che la solitudine finisse.
Al principio della terza settimana, Filippo si decise finalmente a recarsi per poco a Venezia; Loredana volle accompagnarlo fino a Peschiera, in carrozza, e là, quando lo vide salire in treno e salutare mentre il treno si rimetteva in moto, la giovane ebbe una fitta in cuore. Tornò a Sirmione in carrozza, con gli sguardi perduti, colla mente presa dai pensieri più strambi, imaginando che Filippo non dovesse più rivederla, che sua madre lo facesse arrestare, che qualcuno potesse ucciderlo. Le era parso molto preoccupato al momento di abbracciarla, come egli pure temesse qualche cosa nuova e imprevedibile.
Ella non vide la strada; sentì che la carrozza si fermava, si guardò intorno, riconobbe il piccolo albergo, discese.
Al momento di pagare, non trovò moneta. Filippo le aveva lasciato cento lire in un biglietto; ma mentre ella si volgeva per incaricare la padrona di pagare il vetturale, la signora Clarice Teobaldi, dalle sopracciglia al nerofumo, comparve improvvisamente e si offerse.
— Lasci, lasci, signora contessa, — ella pregò con la voce forte e melata. — Mi permetta che le presti io....
Trasse dal borsellino alcune monete d'argento, le diede al vetturale, gli disse che bastavano per una corsa a Peschiera, che la signora contessa non era un'inglese da svaligiare, ebbe un breve alterco, e finì per vincerla.
— Con questa gente bisogna andar cauti, — osservò poi, mentre si metteva a fianco di Loredana ed entrava con lei nell'albergo. — Sono abituati coi forestieri; ma noi siamo italiani....
Lanciò alla fanciulla un'occhiata ammirativa, e aggiunse:
— E che bel sangue italiano!... Il signor conte è partito?
— Sì, — disse Loredana, fermandosi ai piedi della scala, mentre il volto esprimeva ingenuamente una noia senza pari.
— Tornerà presto, si capisce, — seguitò la signora Clarice per conto proprio. — Non vuol mica lasciare a lungo un fiore così bello, abbandonato in questo selvaggio paese.
— Oh il paese è magnifico! — rimbeccò la ragazza, offesa che si criticasse ciò che piaceva a Filippo.
— Sì, ma in due lo si ammira meglio! — disse argutamente la signora Clarice.
— Mi perdoni, — interruppe Loredana, salendo le scale. — Le manderò subito ciò che mi ha prestato. La ringrazio....
— Di che? Lei deve disporre di me, signora contessa, come d'una vecchia amica, come d'una mamma....
Dall'alto delle scale, Loredana lanciò alla donna un'occhiata furibonda. Voleva farle da mamma, quella vecchia stopposa? Non l'aveva lei, la madre sua, tanto buona?
Quando fu in camera si gettò sul letto a piangere.
Quella settimana doveva essere un inferno, a giudicar dalle prime ore. Senza Filippo, senza la mamma, col titolo di « signora contessa » che le facevan tuonare all'orecchio ogni istante e che aveva per lei un significato d'ironia, Loredana si sentiva perduta.
Fissò la tappezzeria della camerina da letto, una tappezzeria cilestre a fiori mavì, che parevan piccoli cavoli o piccole teste rincorrentisi in lunghe file verticali e orizzontali; si mise a contar quei segni, a guardar gli spazii cilestri tra fiore e fiore; e restò così, con gli occhi rossi e velati, fin che l'albergatrice non le recò la colazione, disponendola sulla tavola del salotto.
La fanciulla voleva restare sola tutto quel giorno, tutto il tempo che Filippo fosse rimasto assente; ma aveva appena bevuto l'ultimo sorso di caffè, che udì battere all'uscio.
— Avanti! — disse.
E invece dell'albergatrice, essa vide comparire la Teobaldi, sorridente e incerta.
— Mi perdoni, signora contessa, — cominciò questa, ferma sul limitare. — Ho pensato che lei era sola e che forse avrebbe gradito di scambiar qualche parola con una persona più intelligente che quella povera donna.... Io sono vecchia, ho visto molte cose a questo mondo, ho sofferto, e valgo di più, modestia a parte, dell'albergatrice.... Mi permette?
— Prego.... — mormorò Loredana, stupefatta d'un'audacia della quale non aveva ancora idea.
La Teobaldi s'avanzò guardandosi intorno.
— Ah, molto ben messo, molto carino! — disse. — Come si sente la mano della donna, d'una signora! Ma s'io fossi una signora come lei, indiscrezione a parte, non verrei in un paese bizzarro come questo. Ci sono tanti bei siti, in Cadore, nella Svizzera, nella Scozia, nel Caucaso....
Ella sedette presso la tavola, di fronte a Loredana, la quale non sapeva che cosa dire e che cosa fare.
— Oh ecco il pianoforte! — esclamò la Teobaldi. — Lei suona il pianoforte?
— No, — rispose la fanciulla.
— Peccato! Io suono e canto. Ah sono stata una cantante, modestia a parte, coi fiocchi; e compongo anche; ho delle romanze scritte da me. Tamagno ne ha cantata una l'anno scorso.
Loredana s'accorse che la Teobaldi le cercava con gli occhi la mano sinistra, che la fanciulla teneva sul grembo, mentre aveva l'altra distesa sulla tavola. E capì; l'intrusa voleva vedere se portava l'anello nuziale.
La giovane se ne sentì così turbata, che la fronte le s'imperlò di sudore. Non aveva pensato a quel particolare; veramente non aveva pensato di dover trovarsi mai a conversare con una persona che non fosse Filippo; e ora, se la Teobaldi avesse scoperto ch'ella non aveva l'anello nuziale, avrebbe capito tutto.
— Ah, lei canta! — disse.
Si decise. Levò la sinistra dal grembo e si mise a giocherellare col laccio argenteo del tovagliolo; gli occhi della Teobaldi le si fissarono sulla mano e il suo volto carico di biacca non disse nulla.
— Canto per diletto, da povera vecchia, — seguitò malinconicamente.
S'alzò, traversò il salottino e andò a sedere innanzi al pianoforte, sullo sgabello di reps rosso; le mani corsero agilmente sulla tastiera, mentre la testa accompagnava il ritmo con voluttuoso abbandono.
— « Mon rêve », — annunziò d'un tratto. — Il mio sogno!
Era una romanza, per soprano. La Teobaldi lanciò alcuni trilli preliminari, così acuti che parvero lacerar l'aria, poi iniziò una nenia lagrimosa con un ritornello singhiozzante; la cantatrice tremolava da capo a piedi, e le si agitavano i riccioli grigi sulla fronte; essa aveva gli occhi levati in alto, quasi a cercare il suo sogno tra gli arabeschi stampati del soffitto.
A Loredana parve che stonasse due o tre volte; del resto la fanciulla non sapeva se ridere o piangere, se gridar di rabbia per quella visita sfacciata o cercar di svagarsi al grottesco spettacolo. Pensava a Filippo, che le note tristi del piano e la cantilena funebre le facevan desiderare ancor meglio, con un impeto disperato e selvaggio. Dov'era? Che faceva? Egli pure la desiderava così, la cercava con la mente e col cuore? E aveva visto la mamma sua?
Un grido straziante interruppe il suo pensiero; la vecchia aveva finito e restava con la bocca spalancata, con gli occhi fissi al soffitto e i riccioli definitivamente sciolti sulla fronte, come fulminata dalla passione traboccante. Ma non udendo parola di elogio, si girò sullo sgabello, guardò la ragazza, e disse:
— Eh?...
— Canta molto bene, — rispose Loredana.
— No; non voglio complimenti. Ma che bella romanza, eh?
— Bellissima.
— C'è tutta un'anima qua dentro! Già, io mi commuovo troppo!
Loredana vide infatti che la vecchia aveva gli occhi lucidi per le lagrime, e si dolse di non poter piangere a sua volta per quel « Mon rêve » ch'era così diverso da quello che la fanciulla aveva in cuore.
La Teobaldi fece un mezzo giro sullo sgabello, si ritrovò innanzi al piano e cominciò un galopp.
— « Folletto! » — disse, enunziandone il titolo. — Le piace ballare?
La risposta di Loredana si perdette tra una tempesta di note senza tempo e senza misura, che la vecchia accumulava con frenesia, come se il ballabile le avesse fatto perdere ogni nozione musicale.
Ma quel fracasso e la vista della donna che nell'ebbrezza di una danza imaginaria dimenticava anche la presenza di lei, crebbero la tristezza di Loredana; ella si alzò, fece cadere a bella posta il coltellino delle frutta, smosse le sedie e riuscì ad interrompere la musica del « Folletto », che già le pareva interminabile.
— Ho un po' di emicrania e desidero riposare, — disse alla Teobaldi, che s'era rigirata sullo sgabello. — Spero che scuserà....
— L'emicrania! Ha l'emicrania e non me lo dice! — esclamò l'altra, drizzandosi in piedi. — Vada, vada a riposare; io le porterò una boccetta di sali, un rimedio infallibile.... Esco e torno subito....
— No! — disse Loredana bruscamente, atterrita dal nuovo supplizio che la vecchia le minacciava. — Ho bisogno di stare sola. La ringrazio!
La Teobaldi guardò la fanciulla e capì che avrebbe insistito vanamente; la voce l'aveva scossa, aveva sentito un fremito di sdegno e di antipatia in quella che pareva la più docile e la più timida delle ragazze.
— Va bene, va bene, — mormorò. — Buon riposo, dunque; sarà cosa da nulla. Arrivederla, signora....
I suoi occhi cercarono istintivamente di nuovo la mano sinistra di Loredana; e la vecchia non aggiunse « contessa ».
Ma il supplizio della sua presenza, evitato pel momento, si rinnovò più tardi, si rinnovò nei giorni successivi. La Teobaldi, non avendo assolutamente nulla da fare, s'appiccicava alla giovane, l'accompagnava alle Grotte, la seguiva sulla strada di Sirmione, veniva a coglierla quando stava sola in giardino, si presentava in salotto chiedendo di rievocare al piano qualche ballabile antico o qualche canzone della sua giovinezza.
E parlava, parlava, parlava, in dialetto veronese, infaticabilmente; parlava di sè, degli amici suoi, di Loredana, del conte, dei pescatori, di gente del paese che la ragazza non conosceva affatto, dell'orario dei piroscafi, dei trionfi del defunto Teobaldi tenore, dei vini e dei cibi dell'albergo, dei dissapori tra l'oste e l'ostessa, della moda e della cucina, della vita di Venezia, dell'amore antico e dell'amore moderno; e di tutto a rifascio, senza nesso, passando dall'uno all'altro argomento e non mutando mai voce....
Una volta domandò:
— Lei, quando si è sposata?
Loredana fremette e sentì che impallidiva; ebbe la tentazione di rispondere seccamente, brutalmente: « Non sono sposata; non voglio commedie! » Ma gliene mancò l'ardire, e balbettò, guardando in un angolo:
— Il mese scorso....
— A Venezia non è vero? — incalzò la Teobaldi.
Loredana non rispose.
Le due donne erano in giardino; la fanciulla sedeva sul parapetto, fissando l'acqua verdastra del lago e i piccoli e i grossi pesci che passavano aspettando qualche manciata di briciole; la vecchia, adagiata in una poltroncina di vimini, lavorava all'uncinetto.
— Già, — disse, tanto per concludere qualche suo pensiero. Poi aggiunse: — Io mi sono sposata a sedici anni, nel.... nel....
Ma non trovò subito una data decente, s'imbrogliò e corresse:
— Bei tempi! Si figuri ch'io era bionda come il grano, avevo un busto così, un piedino così....
Loredana, senza badarle, raccolse un pugno di ghiaia e lo gettò nel lago, scompigliando il corteo dei pesci.
VIII.
Arrivato a Venezia, Filippo si recò a palazzo Vagli.
Erano le cinque; sua madre riceveva.
Egli, indugiatosi un istante nella grande sala, nella quale non era alcuno, udì le voci che provenivano dal salotto attiguo. Parlavano, a volta a volta, sua sorella contessa Ada de Idris, la contessa Osvaldi, la contessina Fioresi, e dall'acciottolìo di chicchere e di piattini si comprendeva che le gentildonne stavano bevendo il tè.
Filippo era per ritirarsi e salire nel suo appartamento, allorchè la contessina Fioresi, tutta vestita d'azzurro, uscì correndo dal salotto, vide Filippo che s'era messo innanzi a uno specchio il quale occupava intera una parete, e si mise a ridere.
— Colto in flagrante! — esclamò. — Si fa bello, qui, solo? Ma la contessa Bianca ci annunciava poco fa che lei era in campagna....
— Dalla campagna non si può tornare? — disse Filippo, sorridendo e stringendo la mano alla fanciulla dai capelli fulvi.
— Chi c'è? Chi c'è, Giselda? — chiesero più voci dal salotto.
— C'è Flopi che si arriccia i baffi! — rispose Giselda Fioresi; e ridendo uscì per andare a prendere una cartella di musica.
— Davvero, Flopi? — esclamò la contessa Bianca, apparsa subito sul limitare.
Ella era alta e magra, vestita di scuro; dal volto pallido spirava un'aria di maestà e di dolcezza insieme; gli occhi castani avevano sguardi placidi e dritti; la bocca ben disegnata, col labbro inferiore un po' sporgente, sorrideva volontieri. Tutti i capelli della contessa Bianca erano candidi come neve e un poco ondulati.
Filippo si chinò a baciarle la mano; ella lo baciò in fronte e gli disse, presto, sottovoce:
— Che hai fatto? Che hai fatto?
Ma anche le altre signore apparvero sulla soglia, e Filippo si avanzò per salutarle.
— Dove sei stato fino a oggi? — domandò la contessa Ada de Idris, ch'era bionda e aveva una carnagione rosea delicatissima.
— In giro, sono stato, — rispose Filippo. — Avevo qualche cosa da sbrigare a Milano e a Torino.
La contessa Osvaldi, piccoletta, irrequieta, bruna, diede in una risata; ma Filippo non se ne curò, perchè quella rideva sempre.
Tornarono nel salotto, tappezzato di stoffa antica, giallina ad arabeschi tenuemente rosei, che un raggio di sole, penetrando dal balcone prospiciente il Canalazzo, sembrava cospargere d'una imponderabile polvere d'oro.
Ada de Idris, ripreso un discorso interrotto dall'arrivo di Filippo, parlò della campagna. Il conte de Idris era in campagna, e Ada doveva raggiungerlo; poi sarebbero andati a Lucerna, dove l'anno prima s'erano molto affaticati e punto divertiti.
— O perchè vi ritorni? — domandò Filippo, prendendo una tazza di tè dalle mani di sua madre.
— Sai che Leopoldo non vuol campagne romantiche; odia le chaumières....
— E anche ton coeur? — chiese sbadatamente la contessa Osvaldi.
Ma le chiacchiere furono interrotte di nuovo.
Entrò il conte Lombardi, alto e calvo, che, vedendo Filippo, fece un gesto di piacevole maraviglia, andò a baciar la mano alle signore, e disse:
— Tornato?... Io ti faceva così lontano!
— E perchè? — rispose Filippo. — L'ultima volta che ci siamo visti....
— Ma sì, alla stazione, — seguitò il conte Lombardi. — Mi sembravi nervoso, allegro, inquieto....
Filippo, che stava in piedi presso un alto stipo di mogano a fregi d'oro sbiadito, sentì gli sguardi di sua madre.
— Anzi, — continuò il Lombardi, — ti avevo invitato a pranzo, tu avevi accettato, noi ti abbiamo atteso.... e ti rivedo ora, da quel giorno!
— Questa è grossa, Flopi! — disse Ada.
— Hai ragione; non so come scusarmi, — convenne Filippo, sorridendo, ma noiato per quel ricordo.
— Ti dirò io come puoi essere scusato, — rispose il conte Lombardi. — Vieni a pranzo da noi, domani. È detta?
— È detta! — ripetè Filippo, pensando che aveva sperato di ripartire subito, ma che a quel secondo invito bisognava arrendersi.
— Ecco, benissimo, — osservò Ada de Idris. — Domani vai a pranzo da Lombardi, e domani l'altro mi accompagni a Vittorio, da Leopoldo, e ti fermi da noi.
— No, cara, — disse Filippo recisamente. — Ho da fare qui.
— Ha da fare a Venezia, in luglio! — esclamò la contessa Osvaldi, ridendo. — Voi avete da fare a Milano, a Torino, a Venezia! Mi sembrate un ministro....
— Anzi, la negazione d'un ministro, — corresse il conte Lombardi. — Un ministro non ha mai da far nulla, in nessun paese del mondo!
Filippo non seguì oltre la conversazione; s'avvicinò a uno dei poggiuoli, gettò un'occhiata distratta in Canalazzo, dove non passava che una gondola lenta.
Quei discorsi, quegli accenni a persone e ad abitudini familiari, quelle amiche, tutto lo noiava. All'infuori di sua madre, nessuno pareva conoscere l'ultima scappata di lui; ma le poche parole scambiate in quei brevi istanti, gli facevan comprendere che si sarebbe saputo tutto da tutti, poco più tardi.
La sua vita, la vita a Venezia, tra quella società aristocratica tanto esigua di numero, era troppo nota, confidenziale, metodica. Si svolgeva sempre tra le medesime persone, che ripetevano, senz'accorgersi forse, le medesime occupazioni, ogni anno, ogni giorno. Le donne erano strette in gruppi; gli uomini erano stretti in gruppi; nulla poteva sfuggire in quel circolo nel quale egli pure era chiuso da anni.
Giselda Fioresi gli passò daccanto col suo fascicolo di musica.
— Dunque, — ella disse. — È stato in campagna? Ora si ferma?
— Le pare? — rispose Filippo. — Fermarmi a Venezia? Credo che la mamma parta a giorni; e io rimarrei qui solo?
— Allora accompagna la mamma, come sempre?...
Come sempre! Egli guardò la fanciulla, che gli stava innanzi, col suo fascicolo sotto l'ascella, il busto eretto, i capelli fulvi arruffati sulla fronte. Era graziosa; gli occhi avevano qualche lampo di malizia, e la bocca, schiudendosi, mostrava bei denti.
Filippo si mise a ridere.
— Come sempre? — ripetè. — Io vorrei invece quest'anno far qualche cosa di diverso.
— Ah, bene! — esclamò Giselda. — Allora al Polo Nord, in cerca d'avventure.
— Già, in cerca d'avventure! — mormorò Filippo.
— Mi dispiace. Speravo vederla in campagna!
Filippo s'inchinò leggermente.
— Lei è molto gentile. Ma, le avventure? Le avventure a San Donà?
La fanciulla scosse la testa, lo guardò un attimo, rise con gli occhi:
— Eh, siamo d'accordo! — disse. — Se ha intenzione di fare il matto, San Donà non le conviene. Mi dispiace, ripeto!
Veramente non sapeva nemmen lei, Giselda, perchè la partenza di Filippo le spiacesse, e non sapeva perchè andasse ripetendoglielo; ma la vita di quell'uomo aveva il curioso potere di irritarla, a quando a quando. Avrebbe voluto mettersi a cavalcioni d'una sedia, accendere una sigaretta e udirlo raccontare ciò che faceva e ciò che pensava. L'ignoranza alla quale era costretta, la pungeva continuamente.
— Bene, — concluse. — Buone avventure, dunque!
— Ma no; non vorrei che desse alle mie parole un significato che non hanno. Intendo fare un piccolo viaggio, ecco tutto! — spiegò Filippo.
— E a me lo racconta? — esclamò Giselda, allontanandosi.
— Che originale! — pensò Filippo con un sorriso, mentre la seguiva con gli occhi.
Ella andò a parlare con la contessa Bianca.
— La ringrazio, — disse, mostrando il fascicolo di musica. — Fra un paio di giorni glielo rendo!
— Ma non importa, bambina! — esclamò la contessa Bianca ridendo. — Fra un paio di giorni io sarò già forse in campagna.
— Sola; perchè Filippo va a fare un viaggio. Al Polo Nord, mi ha detto....
La contessa lanciò un'occhiata interrogativa a suo figlio, che finse di non vedere e di non comprendere.
Ma quando le dame e il conte Lombardi si congedarono, verso le sette, Filippo si avvicinò a sua madre, le baciò di nuovo la mano sorridendo, e disse:
— Ebbene, mamma, so che tu sei inquieta....
— Sono sdegnata, Flopi, — rispose la contessa Bianca, severamente, pur non potendo abbandonare il diminutivo col quale sempre aveva chiamato il figliuolo. — Sono sdegnata per quello che so e per quello che si dice....
— Quanto a quello che si dice, — osservò Filippo, — non è il caso di curarsene; a Venezia si dice sempre qualche cosa di qualcuno, per ozio e per abitudine. Quanto a quello che sai....
— È questo! — interruppe la contessa, con gli occhi vivi di luce, fissando il figlio. — Tu hai fatto fuggire di casa una onesta ragazza e te la sei portata via; con quale coscienza, con quale diritto? Che ne farai, quando il vergognoso capriccio sarà sazio e non potrai più mentire? Mi spaventa l'idea che tu sia di quelli i quali, per un istante di concupiscenza, osano spezzar la vita d'una donna e abbandonarla a un destino orrendo; e mi sembra anche ridicolo che tu, a trentasei anni, non sappia calcolar l'importanza delle tue azioni e non veda dove tu vai....
Filippo, ch'era seduto in una poltroncina assai bassa, quasi alle ginocchia di sua madre, la guardò più inquieto per la verità semplice e logica delle sue parole, che non per lo sdegno onde s'era imporporato il bel viso pallido di lei.
— Bisogna conoscere gli ambienti, — egli osservò.
— Gli ambienti? — ripetè la contessa. — C'è dunque un ambiente nel quale tu abbia il diritto di non essere onesto? Se questo ambiente esiste, un gentiluomo non deve mettervi piede.
— E dàlli! — esclamò Filippo, allungando la mano fino a togliere da un tavolino un astuccio, e accendendo una sigaretta. — Tu sei rigida come la matematica! Non ti dico che io abbia il diritto di essere disonesto; ti dico che ogni colpa ha le sue attenuanti.
La contessa si alzò, passeggiò lentamente pel salotto, a capo chino, meditando; e dopo un istante di silenzio, disse:
— Forse noi non ci comprendiamo. Tu credi che io voglia ascoltare le attenuanti della tua colpa per giudicarti. No, di questo non mi occupo, perchè le tue attenuanti non mi commoverebbero, e la colpa è, in ogni caso, alla tua età, nella tua posizione, imperdonabile ed enorme.
Fece una pausa; sedette di nuovo, sopra un divano, all'altro angolo del salotto. La luce morente che entrava dai poggiuoli aperti illuminò i bei capelli candidi della signora e il viso un po' roseo per l'interna agitazione; c'era in quella donna forte ancor qualche cosa di giovane e di fresco, una purezza di linea e d'espressione, che pareva riflettere la purezza del sentimento e del pensiero. Nei suoi occhi non era mai passata un'ombra.
Soggiunse:
— Ma è di lei, capisci? che io mi preoccupo! Di quella, giovinetta, di quella illusa, di quella tua vittima, io voglio sapere. Che ne farai? È spaventevole pensare che tu non abbia il concetto giusto della vita....
Filippo, che stava scuotendo la cenere della sigaretta in un piattino d'argento, alzò la testa.
— No, tu non sai, ancora oggi, che cosa sia la vita, perchè non sai che valga una creatura di Dio. Credi che quella fanciulla sia nata pel tuo piacere, che il suo corpo, la sua anima, la sua intelligenza, i suoi sentimenti, le sue speranze, i suoi sogni giovanili, tutto quanto è più misterioso, più delicato, più nobile ed alto in una creatura umana, credi sia stato creato per te, perchè tu ne goda e ne abusi, perchè tu ne decida come un padrone e un giudice. E di una fanciulla, ti fai una concubina; e di una concubina farai una donna perduta! Mi parli di attenuanti, per questo delitto di prepotenza e di superbia, per questo scandalo, per questa ribellione alla volontà di Dio? Non ce ne sono, non potresti essere scusato che quando tu mi dicessi d'esser diventato pazzo. Soltanto a un pazzo non si chiede conto di ciò che fa; soltanto un pazzo può essere perdonato se reca ingiuria a Dio nelle sue creature....
Sotto quell'irruenza, stretto in quella inesorabilità di logica, toccato nei sentimenti intorpiditi ma sempre vivi coi quali era stato allevato, Filippo non osò replicare. Mormorò soltanto:
— Se non mi lasci dire una parola, mamma....
La contessa si rischiarò in volto e aggiunse con voce subitamente più calma:
— Hai ragione.
— Io non ti posso rispondere, per ora, intorno alla sorte della ragazza, — seguitò Filippo. — Fui travolto da un impeto di passione, ed è giusto che tu mi rimproveri la mia debolezza; ma appunto perchè la passione era ed è sincera, non posso risponderti circa l'avvenire che è serbato a me e a quella ragazza.
— Tu mi spaventi! — interruppe la contessa, levandosi in piedi. — Non ho mai udite parole così gravi dalla tua bocca.
— Gravi e leali, mamma, perchè non voglio ingannarti, — rispose Filippo, guardando sua madre con occhio tranquillo. — Ma devo aggiungere subito che comunque gli avvenimenti si svolgano, io non dimenticherò nè il nome che porto, nè i doveri che ho verso una fanciulla onesta e buona....
— E vai così, alla ventura, senza un'idea, senza la stessa percezione di ciò che fai? È deplorevole, è veramente deplorevole....
La contessa tacque; aveva udito, lontano, fin dalle ultime camere, un passo cauto e lento; indi a poco, sulla soglia comparve un valletto in livrea verde scura, e s'inchinò.
— Pranzi in casa, Flopi? — disse con voce mutata la contessa. — Dammi il braccio. Stasera siamo soli.
IX.
Col pretesto di mutarsi finalmente d'abito e d'indossare lo smoking, Filippo salì nel suo appartamento dopo pranzo, e scrisse una lunga lettera a Loredana, che le avversità gli rendevano più cara. Dovette confessarle che il soggiorno a Venezia si sarebbe prolungato oltre le previsioni, perchè non gli riusciva di sottrarsi a qualche invito e fors'anche a una gita nelle campagne di suo cognato de Idris.
S'affacciò a una finestra e vide il Canal Grande immerso quasi totalmente nell'oscurità, con qualche linea più nera, una gondola, che passava silenziosa, distinta appena dal fanale piccolo e rossastro. I palazzi, in fila, come spettri bianchi che si dessero la mano, erano muti e chiusi; ai pali innanzi alla gradinata scorse giù alcune gondole ferme, che avevan recato i visitatori, i pochi amici non ancora partiti per la campagna. Le note d'un valzer gli giunsero all'orecchio, e nel Canal Grande, da una gondola lontana, arrivò la strimpellata vivace e improvvisa d'un mandolino. Poi passò una barca, zeppa d'uomini e di donne, illuminata a palloncini, silenziosa; era una serenata, che s'avviava nel bacino di San Marco, presso i grandi alberghi; e di nuovo l'oscurità e la quiete pesante si stesero sul Canale.
Filippo discese e passò qualche ora in salotto, a fianco di sua madre.
Gli ospiti ridevano ascoltando le chiacchiere del conte Mercatelli, piccolo, pelato, rosso in volto, che magnificava il sonno.
— « Le sommeil », — diceva, rivolto a una francese, madame de la Chaux. — « Le sommeil »; io non conosco che questa voluttà: dormire, dormire, dormire quanto mi è possibile. Se non avessi dormito tanto, avrei fatto certo qualche cosa di straordinario.... Ma dormire mi piace, mi piace troppo! Sembra che l'anima si volatilizzi, che il corpo si riduca in una materia imponderabile. « Qu'en dit madame de la Chaux »?
E senza aspettare che madama, vestita di violetto scuro, con un merletto prezioso sui capelli grigi, enunziasse una risposta, il conte Mercatelli seguitò:
— « Moi, je vous assure » che l'imprevisto non si trova, se non nel sonno. Dove potreste incontrare qualche cosa che somigli a un sogno, nella realtà d'ogni giorno? Uomini che volano, bestie che parlano, mostri non mai veduti, gioie, terrori, fughe, combattimenti, scene che si dissolvono e si sovrappongono.... « Moi, je vous assure que votre Dumas n'est qu'un imbécile en comparaison de ce romancier inépuisable qui s'appelle rêve.... »
Madame de la Chaux ebbe un debole sorriso.
Filippo disse qualche parola a un domestico, fece preparare il tavolino da giuoco, e mentre le dame e le fanciulle ascoltavano quella specie di conferenza sul sonno, egli sedette al tavolino col conte Lombardi, col marchese di Spinea e con Berto Candriani.
Berto Candriani era temutissimo per la sincerità pazzesca delle sue parole. Egli diceva ad alta voce tutto quel che pensava e tutto quel che sapeva, a costo di parere insolente o mal educato. Qualcuno in società aveva espresso il dubbio ch'egli fosse un po' matto, e poichè questa induzione accomodava molte cose, risparmiava la noia di indignarsi e toglieva ogni valore a quanto raccontava, tutti convennero ch'egli era un po' matto e che bisognava lasciarlo fare.
Del resto, bel giovane non ancora trentenne, snello, con capigliatura nera foltissima e occhi castagni dallo sguardo pungente, piaceva alle signore, che ne ambivano la lode, perchè rara.
Egli, quella sera, aveva tentato più volte di dire a Filippo ciò che gli stava fitto in testa dal momento che l'aveva visto; ma il tema della conversazione, la presenza della contessina Fioresi e di qualche altra fanciulla, glielo avevano impedito.
Appena i quattro uomini furono appartati pel giuoco, presso la finestra d'angolo, Berto Candriani disse a Filippo:
— Dunque, come va?
Filippo s'aspettava qualche razzo di quei famosi, ma ormai, dopo le spiegazioni con sua madre, poco gli importava ciò che si poteva dire.
— È vero, — domandò Berto quietamente, — che hai fatto scappar di casa una ragazza?
Il conte Lombardi e il marchese di Spinea, che disponevano le carte nella sinistra, alzarono sbalorditi il capo, e videro Filippo che sorrideva.
— Ti sembra, — egli rispose, — che se avessi una ragazza per le mani, starei qui a giuocare?
— Evvia, Flopi! Polvere negli occhi! Non sei mica vecchio per niente, e fai le tue cose benino, pian pianino, in punta di piedi.... Insomma, questo è l'ultimo pettegolezzo e dovevo pur dirtelo!
Filippo fece un cenno con la testa, come per ringraziare il Candriani della sua premura; e nell'intervallo seguente, Berto riprese:
— M'hanno detto che è un tesoro, quella ragazza! Una delle nostre più belle e più caratteristiche borghesi....
— Sai che ho buon gusto! — rispose Filippo, sempre sorridendo.
— Già; ma mi dispiace che il cattivo gusto sia dall'altra parte! — mormorò Berto con rammarico sincero.
I giuocatori diedero in una risata. Risonò la voce del conte Mercatelli, che diceva:
— Dormendo circa dodici ore al giorno, io mi trovo benissimo....
— O perchè non va a dormire anche adesso? — osservò Berto, senza curarsi di abbassar la voce.
E seguitò la partita; mentre la contessina Giselda Fioresi, che non si divertiva a parlar con le altre fanciulle, dopo aver gironzato qua e là a occhieggiare i vecchi quadri che conosceva da tempo, andò a mettersi alle spalle di Filippo, guardando il giuoco.
— Non so, — disse Berto Candriani, — perchè voglia portar fortuna a Flopi, contessina. È già tanto fortunato! Venga dalla mia parte.
Giselda non rispose, e coll'indice sottile indicò a Filippo una carta che doveva giuocare. Filippo obbedì.
— Andiamo, andiamo! — esclamò il Candriani. — È proibito immischiarsi nei giuochi degli altri. Il giuoco di Flopi è poi così pericoloso!
La fanciulla non battè palpebra, e indicò a Filippo un'altra carta. Ma le parole di Berto Candriani le parvero oscure, e trovò conveniente non allontanarsi, per udir qualche cosa di più significante. Alla fine di quel giro, Filippo s'era avvantaggiato molto sugli avversarii, e Berto Candriani, mentre il conte Lombardi mischiava le carte, protestò:
— Io la sequestro, tesoro mio! Lei fa vincere Flopi per ridere di noi. Le assicuro che il nostro amico non ha bisogno di lei, proprio non ha nessun bisogno!
— Com'è noioso! — esclamò Giselda. — Stia zitto e tiri avanti!
— Bisognerebbe fargli la cura di Mercatelli, — osservò Filippo. — Se dormisse dodici ore al giorno, sarebbero tante chiacchiere di meno.
Berto diede un'occhiata a Giselda, sempre ritta alle spalle di Filippo; era giovane e magra; l'abito leggero lasciava trasparir gli omeri scarni e delicati; il corpo esile faceva pensare alla donna futura, non più magra ma snella, non più scarna ma sottile e flessibile. I capelli fulvi, illuminati dalla luce elettrica, davano al volto bianco qualche ombra viva e tagliente.
Filippo sembrava non accorgersi della presenza di Giselda.
— Mi pare un gatto che vigila, — pensò il Candriani. — Se la porti via anche questa?
Ma la partita finiva; la contessina Fioresi volse le spalle ai giuocatori, tornò fra le donne, e subito trovò un appiglio per interloquire.
— Mi direte voi, — chiese Berto al Lombardi e al marchese di Spinea, — che cosa ha questo vecchio satiro per piacere alle ragazze?
— Vecchio satiro! — esclamò il marchese di Spinea. — Ma non ha quarant'anni; e che cosa dovresti dire di me, che ne ho cinquantasette?
— Satiro decrepito! — sentenziò il Candriani. — Filippo, occhio alla Fioresi! Quella sta facendo una passione per te, vorrà scappare anche lei.
Filippo stette ancora muto. Egli rispondeva raramente a Berto Candriani; dacchè lo si era classificato per matto, Filippo lo lasciava parlare, e il più delle volte non ascoltava nemmeno le sue parole, col pensiero rivolto altrove. Così, se non fosse stata la necessità incoercibile di dire tutto quanto gli frullava pel capo, Berto Candriani, a sua volta, non avrebbe mai parlato con Filippo; e quando v'incappava, se ne pentiva sempre.
Egli si alzò indispettito e andò a raggiungere il conte Mercatelli, che fumava una sigaretta, sdraiato sopra un divano, beatamente, gli sguardi perduti in alto.
— Ciò! — disse Berto. — Non dormi? Vattene, su; è quasi mezzanotte....
— Hai ragione, — rispose il conte mansueto. — Nel mio letto starei tanto bene!
Si mosse, andò a porgere il saluto alla contessa Bianca, alle signore, agli amici, ed uscì lentamente.
Poco dopo, anche gli altri visitatori presero congedo.
X.
Quella notte, Filippo Vagli sentì crudelmente la solitudine in cui lo piombava l'assenza di Loredana. Vagò fino ad ora tarda per le calli deserte, immerse in un'ombra che un fanale rompeva a pena, e salito in una gondola si fece condurre alla ventura; i rii, coi muri delle case a picco, parevan chiusi, senz'aria; ora la gondola sfiorava la scalea d'un palazzo, ora scivolava lungo qualche casipola, dalle finestre della quale giungeva il chiacchierìo infaticabile delle popolane; e se una gondola passava rasente, era una visione d'ombra, una linea nera e fugace, un uomo ritto a poppa, una figura indistinta sdraiata sui cuscini; poi silenzio, rotto dal remo che grondava acqua.
Allorchè tornò a casa, Filippo notò quel che già aveva sentito durante il giorno: la sua camera non gli diceva più nulla, il suo ricco appartamento, al quale era andato per tanti anni recando belle cose d'arte e oggetti di pregio, non gli importava più dell'appartamento d'un albergo. Le ore gli sembrarono eterne; il pensiero di quella ragazza, lasciata sola in un piccolo paese, in un alloggio che differiva poco da una taverna, gli martellò il cervello tutta notte.
Prese sonno verso l'alba; e non si svegliò da quel torpore se non quando gli parve che qualcuno camminasse cautamente per la camera.
Era un servo, mandato dalla contessa Bianca, la quale, vista l'ora tarda, temeva che Flopi stesse poco bene.
— Che ora è, Piero? — domandò Filippo.
— Sono le undici, signor conte.
Piero stava immobile presso il letto ad aspettare gli ordini.
— Va, va! — gli disse il conte. — Non ho bisogno di nulla. Avverti la contessa che mi alzo subito.
E poco dopo, mentre attendeva alle cure della persona, Filippo sentì la noia plumbea per quelle ore che ancora gli toccava di passare a Venezia, per il pranzo dei conti Lombardi, per le chiacchiere insulse alle quali avrebbe dovuto prestare orecchio. Egli era irritato e malcontento. Dopo una colazione quasi sempre silenziosa, perchè sua madre cercava ella pure di schivare allusioni ed argomenti spiacevoli, egli uscì, gironzò qualche tempo in Piazza e sotto le Procuratie, fece parecchi acquisti per Loredana, e quasi senz'accorgersi, camminando lentamente, si trovò nel campiello, innanzi alla casetta bianca della piccola amica.
Egli aveva promesso a Loredana di portar notizie di lei alla sua mamma; e quando rivide la casa, con quelle finestre bifore, alle quali la fanciulla s'affacciava un giorno per salutarlo; e quando sentì la familiarità di quel tranquillo angolo di Venezia, dov'egli veniva per salvarsi dalle omelíe della contessa Fausta, per vivere la vita modesta degli altri e dimenticar la propria, inutilmente ricca e fastosa; quando mille ricordi semplici e graditi gli tornarono in folla al pensiero, Filippo non si perdette a riflettere oltre: si avvicinò alla porta, dipinta in verde scuro, con un bel battente di bronzo foggiato ad anello che una testa di leone teneva fra le mandibole; e suonò il campanello.
A una delle finestre si affacciò indi a poco la domestica, piccoletta e nera in viso, che voleva bene alla fanciulla.
Essa fu così stupita alla vista di Filippo, che mandò un'esclamazione:
— Maria a te provveda! Il conte! Il conte! Il conte!...
E d'un subito si mise a correre per la casa, in cerca della signora, gridando a perdifiato:
— Il conte! Il conte! Il conte!
La signora De Carolis, che era occupata a stirare, accorse tutta maravigliata e tremante; si affacciò alla finestra ella pure, s'assicurò che il visitatore era il conte Vagli, e infine si decise a tirare il cordone.
La porta s'aperse, e Filippo entrò.
In alto della scala, proprio sull'ultimo gradino, vide ritta e pallida la signora Emma; la quale, senza rispondere al saluto di lui, scese qualche scalino per abbreviar la distanza, e domandò con voce rauca:
— E Lori, dov'è?
— Sono venuto a portarle sue notizie, — rispose Filippo, salendo con la signora, tuttavia incerto dell'accoglienza. — Sta bene, mi parla sempre di lei.
Passarono innanzi alla domestica, la quale rimaneva a bocca aperta, guardando Filippo con ammirazione attonita.
— Buon dì, Rosa! — egli le disse.
E l'altra fece una riverenza, non potendo esprimere la voglia d'aver notizie della signorina.
La signora Emma e Filippo entrarono in quella saletta dal pavimento a piastrelle bianche e rosse, dove il conte e la fanciulla avevano concertata la fuga; Filippo notò subito, sopra una mensoletta di legno, una figurina di biscuit, che abitualmente era sulla tavola, e che un giorno la ragazza andava girando e rigirando, mentre l'amico le susurrava all'orecchio parole ardenti d'amore e speranze di giorni felici.
Egli prese le mani della signora De Carolis, e le disse con voce malcerta:
— Io devo chiederle perdono. Le ho portato via Loredana, la sua Lori! Ma essa è oggi felice con me. Ho fatto male, ho agito per impulso, ciecamente. Non oso scolparmi, lo vede! Pure, Loredana è felice, e questo non risponde a tutti i suoi dubbii, a tutte le sue paure?
La signora scosse tristemente la testa e ritrasse le mani dalle mani di Filippo.
— No, — ella rispose. — Sarebbe felice se potesse andare a fronte alta: ma così, quale umiliazione! Ora non comprende; comprenderà più tardi.... È una fanciulla disonorata; non ha nome; e nessuno crederà all'amore. Il mondo è cattivo; sarà accusata d'essersi venduta per vizio o per bisogno....
Filippo fece un movimento con la mano, come per protestare.
— Oh, non neghi! — interruppe la signora, il cui volto bianco, dalle occhiaie scure, diceva quante notti tormentose e quante ore d'angoscia aveva passato la povera donna.
Ella sedette sopra un divano, dimenticando di accennare una sedia a Filippo; e proseguì:
— Nessuno di quelli che la conoscono sa ancora nulla; ma il mistero non può durare più a lungo, e il giorno si avvicina in cui dovrò confessare la sua colpa. Che cosa dirò per farla perdonare, o perchè gli altri le siano indulgenti? Non aveva la sua mamma che le voleva bene? Forse le mancava qualche cosa, qui, dove io non pensava che a lei? Non voleva sposare quel Gianella maledetto? E io l'avrei aiutata, e io le avrei permesso di scegliersi persona più degna.... Ma fuggire, ma diventar l'amante d'un uomo che non potrà mai sposarla, e abbandonare la mamma sua, la casa, tutto e tutti, come una disperata, e rovinare la sua giovinezza!... Sì, è giovane, era inesperta, io mi fidava ciecamente.... Io posso assolverla; il mondo riderà di lei e di me, cadute vittime di un falso amico, d'un egoista senza cuore....
Filippo, tuttavia in piedi, col cappello di paglia tra le mani, udendo l'accusa scudisciargli il viso, fece un passo, sentì il viso avvampargli, ma si rattenne e non disse parola.
La signora Emma lo guardò, e aggiunse freddamente:
— Si sieda! Mi parli di Lori. Dov'è adesso?
— A Sirmione, — rispose Filippo.
— Verrò a prenderla, — annunziò la signora con voce decisa.
— A prenderla? — esclamò il conte sbalordito.
— Sì, a prenderla. Forse sono ancora in tempo a riparare uno scandalo. Ho detto a chi mi chiedeva di lei che è in campagna. Ebbene, bisogna che da questa campagna Loredana ritorni. Io non confesserò mai mai, che mi è fuggita di casa, capisce? Il suo ritorno, la sua presenza, la ripresa delle nostre abitudini faranno tacere le cattive lingue. Mia figlia è conosciuta da poca gente modesta, che certo non villeggia a Sirmione. Forse sono ancora in tempo a salvarla se Dio mi aiuta. E lei, conte, non si opporrà. Ha commesso un'azione disonesta, non vorrà commetterne una seconda....
— Ma io l'amo, Loredana! — proruppe Filippo. — Non permetterò che me la portino via; io vivo per lei, cerco di renderla felice, mi allontano io pure dal mondo, per dedicare a lei le cure più affettuose, e ho fatto della sua vita la mia.... Non permetterò che me la ritolgano, a nessun costo; non permetterà ella stessa, Loredana, perchè mi ama e non domanda nulla a nessuno!
La voce del conte vibrava di tanta sincerità e di tanto affanno, che la signora De Carolis ne fu scossa e lo guardò un istante, presa da esitazione.
— Sono venuto da lei a chiederle perdono, — proseguì Filippo, — a chiederle perdono con una umiltà che non è nelle mie abitudini. E lealmente le ho detto dove viviamo, perchè non volevo continuare con lei una finzione antipatica; se l'avessi ingannata, se le avessi detto che viviamo a Roma o a Parigi, ora potrei ridermi delle sue minaccie.
S'interruppe e camminò pel lungo e pel largo nella saletta.
— Non me la porterà via! — soggiunse. — A qualunque costo, non me la porterà via! Appartiene a me, ora, e a nessun'altro al mondo! Non me la porterà via!
La signora De Carolis comprese che non poteva ragionare con un uomo in tale stato d'animo. Filippo aveva le labbra bianche e il suo corpo tremava come scosso da febbre violenta; egli si abbandonò in una poltrona, nascose il volto tra le mani, e stette così, per lungo tempo, in silenzio, agitato sempre da un tremito invincibile.
Emma tacque ella pure, a lungo, guardando l'uomo superbo, ridotto da una parola come uno schiavo o come un mendico, accasciato sotto il peso della sua passione.
— Veda, — cominciò infine la signora. — È necessario! Appunto perchè vuol bene a Loredana, la lasci tornare con la sua mamma.... Lei si pentirà un giorno di questo rifiuto.
— Non mi pentirò mai! — esclamò Filippo, staccando le mani dal volto.
La signora De Carolis vide che le lagrime solcavano il viso del conte, ebbe un lampo forse di riconoscenza, certo di pietà, ma seppe frenarsi, e continuò, quasi non avesse notato nulla:
— Per parlare come lei parla, bisognerebbe dirmi quale avvenire attende mia figlia. E lei non lo sa, perchè l'avvenire di Loredana dipende dal capriccio, dalla volontà, dall'interesse del conte Filippo Vagli, il quale oggi l'ama sinceramente e domani può considerarla un impaccio....
Filippo crollò le spalle, ma la signora aggiunse, senza badargli:
— È possibile che io accetti una situazione simile per mia figlia? Ripeto che forse sono ancora in tempo a impedire uno scandalo enorme; se non mi ingegnassi di riuscirvi, sarei non una madre, ma la più vile, la più spregevole delle donne....
Nel turbamento di tutto il suo spirito, Filippo sentiva che la disgrazia aveva dato una lucidità di comprensione, un'energia e una volontà, a quella donnina fragile e dimessa, quali egli non avrebbe mai potuto sospettare. La signora De Carolis aveva il viso pallido tutto rischiarato dalla luce d'una decisione, dalla speranza di salvare la figliuola; Filippo intuì che era impossibile lottare con un sentimento così forte, il quale aveva l'aureola di qualche cosa di sacro. Egli non poteva opporre che le ragioni del suo amore, cioè di un sentimento comune, fatto di egoismo, di concupiscenza, di orgoglio.
Disse lentamente:
— Loredana penserà che io l'ho tradita, che son venuto apposta a Venezia perchè lei andasse a ripigliarsela, dopo quindici giorni....
— Oh no, — interruppe la signora Emma, — io saprò parlarle, e le spiegherò come sono avvenute le cose....
Seguì un breve silenzio. Filippo era sempre seduto, con le labbra bianche, gli occhi annebbiati dal pianto: la signora Emma gli si avvicinò, gli mise una mano sulla spalla, e disse:
— Lei non deve opporsi. Dio aiuta le madri. Se lei non mi facesse trovar più la mia Lori a Sirmione, ebbene, scandalo per scandalo: agirei con la forza, come non ho osato fino ad oggi....
Il conte sollevò il viso a fissare la donna, e rispose brevemente:
— Non minacci!
— No, non minaccio, — disse la signora più calma. — È stato Dio che l'ha mandato, per quest'atto di pentimento e di sincerità....
Tacque, guardò Filippo, che pareva in quell'istante un fanciullo domato, un mendico febbricitante, così scosso dal tremito implacabile. La signora si ritrasse, perchè non voleva mostrar gli occhi che le si velavano di pianto, e uscì in fretta.
Filippo rimasto solo, si guardò intorno come trasognato....
Era dunque la realtà, quella? Non doveva più vedere Loredana, la sua bella, la sua cara amica, e non più baciarne i capelli bruni dai riflessi dorati, e non più udirne la parola, e non più farla fremere di piacere e di gioia? Quale demonio l'aveva così scioccamente condotto in quella casa, a chiedere un più sciocco perdono, a dire stupidamente dove Loredana era nascosta?
Tutto crollato, tutto finito in un lampo! E Loredana, la fiduciosa amica, abituata a considerar lui come il più forte, il più libero, il più saggio degli uomini? Che avrebbe pensato?...
La porta della saletta si aperse ed entrò la signora Emma, recando ella stessa un vassoio col caffè e una bottiglia di liquori.
— Prenda qualche cosa, — ella disse. — Le ho preparato un caffè; beva una goccia di cognac.
Essa versò, mise innanzi il vassoio a Filippo, riempì di cognac un bicchierino, glielo porse: egli lasciava fare, macchinalmente, e sorbiva il caffè, senza sentirne il gusto.
— Non capisco, — disse a un tratto, rimettendo sul vassoio la chicchera. — Non capisco. Loredana torna qui? Lei va a riprenderla?... E io....
La signora Emma non rispose, ma Filippo incalzò:
— Mi dica: non la vedrò più?
E poichè la signora rimaneva sempre silenziosa, anch'egli non domandò più nulla, e restò immobile, con gli occhi fissi nel vuoto, come a seguire qualche fantasma spaventevole.
Finalmente si alzò, prese il cappello, stese la mano alla signora De Carolis, e uscì senza far parola. In anticamera, la domestica lo aspettava per dirgli qualche complimento, ma vedendolo così pallido e sfatto, corse in cucina e vi si richiuse, perchè egli non avesse a soffrire incontrandola in anticamera.
XI.
Il sole che arroventava il campiello e illuminava le case con una luce quasi insopportabile, ebbe potere di scuotere Filippo da quell'accasciamento che pareva sonnambulismo. Si drizzò, sentendo che le spalle gli si erano incurvate, e si guardò intorno con occhio sicuro.
Perdere Loredana? Obbedire a sua madre? Tutto finito, tutto crollato?
— Parto col primo treno, — promise a se stesso. — Arrivo a Sirmione, prendo Loredana e questa sera saremo lontani e sicuri. Qualunque cosa, piuttosto di perderla. Ho commesso una fanciullaggine con sua madre; bisogna riparare subito, subito, subito....
Non aveva ancor finito il suo pensiero, che una voce nota gli risonò alle spalle.
— Guardalo qui! Dove vai, così meditabondo?
Era Berto Candriani, che, fattoglisi al fianco, lo squadrò e rimase stupefatto.
— Accidenti! Che cosa t'è successo? Ti hanno bastonato?
Filippo gli disse con voce secca:
— Non ho voglia di scherzare, Berto!
— E non scherzo. Mi dispiace sinceramente di vederti così, come ti fosse avvenuto qualche cosa di molto grave. Eri tanto allegro iersera....
Il conte non rispose, e i due uomini procedettero qualche tempo senza far parola urtati dalla gente che passava per le calli; ma quel giorno doveva essere singolarmente disgraziato per Filippo, perchè allo svolto d'una viuzza s'imbattè col conte e con la contessa Lombardi.
— Ah, bene, bene, bene! — esclamò il conte Lombardi, aprendo le braccia, come per impedire il passaggio ai due amici. — Venite a proposito!
La contessa ebbe un sorriso di compiacenza alla vista di Filippo, che le stava innanzi a capo scoperto e la salutava.
— Abbiamo la gondola a due passi di qui, — ella annunziò, — e si parlava, proprio di voi, Flopi. Noi facciamo un giro, e vi conduciamo con noi. Anche Berto Candriani ci farà compagnia....
— Un giro? — ripetè subito Berto con circospezione. — Che cosa deve intendersi per un giro, contessa?
— Muoviamoci, — ella rispose. — Noi impediamo il passaggio alla gente. Ora entriamo in gondola, e vi spiegheremo.
La contessa Lombardi era ancora piacevole, benchè avesse valicato la quarantina. Il suo corpo era svelto, i capelli eran chiari, gli occhi vivi; solo la carnagione aveva perduto la sua freschezza; ma poichè la contessa dichiarava ella per prima di esser vecchia e finita, tutti la guardavano con simpatia e la trovavano assai più giovane di quanto non dicesse.
Arrivati al traghetto dove aspettava la gondola a due remi, la contessa vi montò, Berto vi balzò dentro, dicendo:
— Spiegateci il giro!
Ma Filippo disse:
— Contessa, io devo scusarmi....
— Ah bah! — esclamò la contessa. — Flopi, voi mi fate pensare che la nostra compagnia vi dispiaccia. Quando noi vi facciamo un invito, voi avete subito pronta una scusa.
— Cara contessa, siete crudele! — mormorò Filippo.
— Oh, a proposito, — aggiunse il conte Lombardi. — Ricordati che sei a pranzo da noi, stasera.
— Dunque, vi decidete? — domandò la contessa, guardandolo.
Filippo comprese che bisognava decidersi, si appoggiò al braccio del gondoliere, e salì....
Il giro della contessa durò per più ore; la gondola, spinta con agile vigorìa, uscì dal bacino di San Marco in un batter d'occhio, e prese il largo verso il Lido, poi, per le Vignole, arrivò a San Francesco del Deserto.
La contessa Lombardi e Berto Candriani erano allegri.
— Non è vero che almeno così godiamo un po' di fresco? Sentite che bel fresco, Flopi? — diceva la contessa.
Filippo aveva perduto ogni velleità di ribellarsi. Le ore passavano e gli cadevano sul cuore come goccie di piombo, con un presentimento funesto; ma egli era troppo abituato alle commedie del mondo perchè il suo volto lasciasse trasparir l'angoscia febbrile alla quale tutta l'anima sua era in preda. Sarebbe partito l'indomani: ormai bisognava adattarsi e non far pesare i proprii dolori sugli amici che volevan godere la sua compagnia.
Con un rude sforzo riuscì a dominarsi e parve felicissimo di quella gita, di quello sciupìo di tempo, infinitamente prezioso per lui; scherzò con Berto Candriani, il quale non sapeva comprendere una mutazione così rapida, ed era stupefatto; Filippo fece anche un po' di corte alla contessa, col consenso del marito, che sorrideva.
— Io non so dove tu sia stato, — osservò a un tratto il conte Lombardi. — Se ne raccontan di belle, a questo proposito....
— Di bellissime, — rincalzò Berto.
— Non so dove tu sia stato, Flopi, ma la campagna ti ha fatto bene. Sei allegro....
— Allegro, — ripetè Filippo, sentendo l'ironia di quella affermazione.
Tornavano verso Venezia, e la città si scorgeva tutta bianca, come tutelata dall'angelo d'oro del campanile vetusto: i palazzi marmorei parevan da lungi portentosi ricami, fragili merletti diuturnamente lavorati dall'uomo e dal tempo; le acque ai loro piedi si stendevan placide, con un trasparente color di smeraldo, che gli ultimi raggi di sole facevano scintillare.
— Ma io vorrei sapere, — osservò la contessa, — che cosa si dice della campagna di Flopi....
I tre uomini si guardarono.
— Ecco, — disse Berto Candriani, — si dice che....
— È sottinteso, — interruppe Filippo, — che voi, contessa, non crederete parola di quanto sta per raccontarvi Berto. Voi conoscete quest'uomo? Il più fantasioso dei maldicenti....
— Non crederò nulla, — rispose la contessa. — Ma vorrei sapere.
— Si dice, — continuò Berto Candriani, — che Flopi, innamorato d'una bella, d'una bellissima ragazza, sia scappato con lei.
La contessa Lombardi diede in una risata.
— Che pazzo! — esclamò. — È scappato, ed è qui in gondola, al mio fianco?
Berto crollò le spalle.
— Siete ingenua, contessa, mia! È qui per un giorno o due. Domani sarà scomparso di nuovo.... Sa far le cose da maestro, la vecchia volpe....
La contessa stette un momento a pensare, poi osservò:
— Credevo meglio. Queste cose vanno sempre a finir male; e se l'avventura è come si racconta, Flopi ha perduto la testa davvero.
Filippo sorrise con l'indifferenza dell'uomo che ascolta cose senza alcun senso.
— È come ve la racconto io, — assicurò Berto Candriani. — Fuga romantica con giovinetta.
La contessa alzò le spalle.
— Via, via, — esclamò, — sono maldicenze sciocche: sarebbe nato uno scandalo senza esempio, e invece non c'è che qualche diceria.... Voi non sapete ragionare, povero amico!
— Oh guarda, — protestò il Candriani, — Flopi scappa con una ragazza, e chi non sa ragionare sono io! Voglio mettermi anch'io a far fuggire le fanciulle, per vedere se mi troverete ragionevole....
Gli amici risero, e la conversazione fu mutata.
A Venezia, giunsero sull'imbrunire; Filippo e il Candriani, scendendo dalla gondola presso la piazza San Marco, presero congedo per correre a casa a mutarsi d'abito e per ritrovarsi indi a un paio d'ore nuovamente dai conti Lombardi.
Non appena fu solo, nella sua camera, Filippo sentì calargli sulle spalle il peso di quella giornata nefasta, l'accoramento per la sorte di Loredana. Gli tornò il pensiero d'andarsene subito, di giungere in piena notte a Sirmione, di prendersi la fanciulla e fuggir lontano.
Ma di nuovo, le abitudini lo dissuasero. Era impossibile mancare al pranzo, dar quella clamorosa conferma alle voci delle quali il Candriani s'era fatto eco. Bisognava partire all'alba; ormai non si trattava più che di poche ore, dell'ultimo sacrifizio.
Quando Filippo, in marsina, con una gardenia all'occhiello, varcò la soglia del palazzo Lombardi, egli aveva dipinta in viso una tale espressione di pace, che lo si sarebbe giudicato l'uomo più tranquillo del mondo.
Berto Candriani, il quale l'aveva preceduto di poco, rimase, al vederlo, stupefatto per la terza volta.