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L'antica madre

Chapter 12: III.
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About This Book

The narrator recalls a childhood shaped by an ancestral countryside that nourished imagination and artistic vocation, describing vivid sensory memories—a terrifying sunset, the presence of an elderly relative, and the earth's manifold beauties and miseries. These scenes give rise to admiration and later to existential doubt as the narrator confronts the limits of human grandeur, irony, and the emptiness of conventional certainties. The text alternates lyrical recollection with philosophical reflection, tracing a restless search for meaning that moves from wonder through skepticism toward a desire for resolution, while emphasizing the sustaining bond between person, land, and memory.

L’agguato

Innocenzo tirò le redini ad un tratto, il cavallo fece qualche sobbalzo, s’inarcò e puntate le gambe di poi rimase immobile e ritto, fiutando. D’innanzi a lui, sulla polvere, una donna era stesa senza moto. Il vecchio discese e la raccolse.

L’adagiò sui cuscini del bagherino e spruzzandole acqua sulle tempia cercò di farle aprire gli occhi.

Poco tempo trascorse ch’egli vi riuscì. Quand’ella girò attorno l’occhio acquoso, sorrise. Innocenzo le appressò alle labbra una sua fiala che aveva seco sempre, ed ella bevve sorseggiando appena e le gote ebber qualche rosseggiare nuovo di vigoria. Poi si rialzò e si assise.

Il vecchio risalì sul bagherino, riprese le redini e dette l’avvio.

Tutto ciò avvenne senza atto di sorpresa nè parola nessuna; egli dette il suo appoggio, l’altra accettò in riconoscente silenzio.

Fra gli uomini rudi la bontà si esercita come un dovere religioso.

Poichè il cavallo riprese il trotto, la donna si scosse e parlò.

— Andavo a San Zaccaria.

Il vecchio si rivolse:

— Vi ci accompagno.

— Grazie.

Mentre egli la guardò ebbe un aggrottare lieve del ciglio, il suo pensiero si raccolse, ancora la sua voce forte vibrò:

— Voi siete Malusa?

Rispose la donna.

— Sì.

E chinò il capo. Poi gli toccò un braccio e timidamente disse:

— Se volete, vado a piedi, mi sento bene.

Innocenzo alzò le spalle:

— No, vi accompagno.

Malusa si rintuzzò, si raccolse, cercò ogni modo per occupare il minor spazio possibile e non alzò il capo mai, nè gli occhi, assecondando con tutto il corpo le scosse del bagherino. Ancora le sue vesti erano bianche di polvere, sotto il labbro aveva una ferita sulla quale il sangue raggrumato e la polvere avevan lasciato un solco nerastro; tutti i capelli aveva in disordine, il volto immobile, nelle linee quasi di pietra, parea un’antica maschera di dolore.

Innocenzo non si maravigliò di trovarla sul suo cammino, molte volte nella pineta l’aveva incontrata; ella raccoglieva le erbe e componeva filtri speciali per incanti e magie. A questo suo mestiere era stata costretta, altro non le sarebbe rimasto per vivere, la superstizione cieca e il destino ve l’avevano costretta.

Ella non sarebbe potuta entrare in nessuna casa, i giovani bensì andavano a lei per averne qualche aiuto nell’amore. Dava le polveri che avrebbero avvinta qualsiasi volontà contraria al desiderio dell’amatore. Diceva con la voce fessa:

— Ella verrà da voi, questa essenza ha la magia della luna di luglio. — Poi tendeva la mano per avere il frutto del suo inganno.

Era temuta e fuggita, le donne toglievan la polvere dalle orme sue per farne sul focolare gli scongiuri. Passava di rado fra la gente, quando vi era costretta lo faceva a capo chino e in silenzio, d’altra parte tutti le facevan largo con timore.

Ora ella era perplessa e stupita dalla bontà d’Innocenzo, nella vita sua, per la prima volta le accadeva d’essere trattata con rispetto e alla pari di qualsiasi altra creatura umana.

Quasi morente fra la polvere egli l’aveva raccolta e curata; ora, sotto al sole d’agosto, la conduceva via tenendosela accanto senza alcun sospetto di male.

Lo guardò di sottecchi come una timida bestia che tema e si umilï per il perdono. Egli aveva l’occhio chiaro e vivo e conduceva il cavallo veloce, come un giovanotto gagliardo. Malusa rise di compiacimento, pensò: Innocenzo vincerà anche il demonio.

Avrebbe voluto parlargli per dirgli la sua riconoscenza e fargli palese il suo cuore. Sentiva dentro di sè un bisogno intenso di dire, che le faceva tremare la gola come per singhiozzi. Ella non era poi l’orrida fornace ove un fuoco malefico avesse arso tutto lasciando solo cenere nuda, senza traccia di scintilla viva; ella non era il male ed il terrore, non la tenebra oscura e lo spavento, c’era nella sua anima buia tanta potenza di bene da empirne il mondo. Ma chi era salito mai alla fonte per appressarvi le labbra? Chi mai aveva detto: — Malusa, tu sei buona ed io lo so, aiutami nel mio dolore? — Ella allora se avesse trovata improvvisamente vicino a sè, un’anima che l’implorasse, avrebbe lacerate anche le sue vesti per coprirne le piaghe, s’egli fosse stato un ferito; avrebbe dato anche la vita per quel sole che una volta almeno scendeva nell’anima sua a ricercarne la bontà. Dover sopprimere per condizione d’altri ciò che si ha di buono in sè stessi; dover passare con la maschera eterna della finzione; esser costretti senza limiti su di una via fatale fino alla morte; aver bisogno di sole, sentir la larga voluttà del sole ed esser forzati alla tenebra; aver volontà di canto e dover tacere in silenzio; soffrire soffrire soffrire infine isolati, nel silenzio della paura, era certo la condanna di un demonio. Ella credeva nella sua mente squilibrata di aver stretto un patto con le tenebre.

Pertanto disse timidamente e cercò quasi un sorriso nella parola:

— Cosa debbo darvi io, poi?

Innocenzo ne ebbe maraviglia.

— Ma per cosa?

— Per ciò che mi avete fatto.

Il vecchio alzò una spalla.

— Nulla Malusa, volevate che vi avessi lasciato morire?

Ella si tacque (nella sua semplicità, non seppe trovar altro) mormorò fra le labbra una preghiera per raccomandare a Dio, a costo della sua vita, quell’anima d’uomo che le aveva fatto del bene.

Il bagherino passava velocemente sotto al sole, i pochi uomini che si trovaron sulla via, si volsero a riguardare con istupore. Qualcuno pensò: — Forse Innocenzo l’avrà colta mentre rubava e la porterà in prigione. E qualche altro: — Innocenzo è vicino alla morte. — Tant’era ritenuta malefica la vicinanza di Malusa.

Presso un gruppo di case il cavallo s’impennò per l’ombra di una veste scarlatta stesa al sole e siccome la via era selciata in quel punto, gli zoccoli ferrati scalpitarono sordamente. Molte donne accorsero sugli usci. Improvvisamente dalla siepe sbucò un piccolo fanciullo e corse in mezzo alla via. La bestia cieca dall’ira gli fu sopra. Un aspro grido di orrore si levò, ma le salde braccia del vecchio attorte alle redini, vigorosamente in un urto violento atterrarono il cavallo. Il bambino era salvo.

Fu allora che le donne si avvicinarono irate.

— Strega strega!

— Ti farà morire, è la strega, non la conosci?

La madre del bambino, una piccola donna gialla e biliosa, si accostò con gli occhi luminosi e le labbra livide che mostravano i denti. Gridò tendendo le mani:

— Ammazzala!

Innocenzo scese e poi ch’ebbe fatto rialzare il cavallo, si volse alla donna e:

— Che vi ha fatto di male?

Urlarono le più prossime:

— È la strega, voleva uccidere il bambino.

Innocenzo salì, riprese le redini. Disse poi:

— Siete pazze; ella non ne ha nessuna colpa. — Dette l’avvio e ripartì.

Le voci tacquero e la calma strana del pomeriggio d’agosto stette come un peso su tutte le cose.

Malusa non si era smossa dalla sua primitiva positura, rannicchiata in un angolo del bagherino aveva ascoltato tutti i vituperi con rassegnazione. Anche se avesse visto un mazzapicchio alto sul suo capo, non avrebbe fatto atto alcuno di salvamento, avrebbe bensì stretti gli occhi aspettando la morte.

Innocenzo aveva visto tutta la sua miseria. Ella si doleva in sè stessa nella convinzione d’aver procurato quel male.

Un crescente dolore era nel suo essere; ella anche gli era di male augurio, rendeva male per bene e senza che lo volesse.

Ma però in qualche modo Innocenzo doveva intendere, chè se avesse taciuto, certo la coscienza dell’uomo non poteva essere se non mal disposta, e le premeva ch’egli la sapesse almeno incosciente, disgraziata, vittima del destino.

— Innocenzo fatemi scendere.

— E perchè?

— Non voglio portarvi male.

Egli si rivolse e sorrise, mostrò un sorriso come una gioia, un fanciullo ed un santo.

— Via, state quieta, fra poco saremo giunti!

E si tacque nè più la guardò.

Ella non potè contenersi e disse:

— Il Signore vi benedica.

Poi chinò il capo ed abbassò gli occhi come s’egli dovesse dolersi di ciò e qualunque sua parola fosse un veleno per lui.

Ma in fondo a quella umiliazione era una gioia serena e grande e luminosa come per mille astri; sentiva nascere e crescere in sè stessa un germe che le dava una grande felicità come non mai; avrebbe singhiozzato sulla rupe, sotto la neve, nel fuoco; avrebbe voluto nel suo corpo tutti i martirï, tutte le sofferenze per poter gridare: — Innocenzo, Innocenzo io vi dò il mio dolore per la vostra bontà; io vi dò l’anima mia, non posso compensarvi in altro modo se non soffrendo! — e torcersi fra gli spasimi, ed esser donna nel suo ultimo sorriso di sacrificio.

Un essere fra i maggiori, un uomo ch’ella non avrebbe osato guardare, grande ed eletto fra mille, si era curvato fino a lei, l’aveva protetta, sollevata, difesa con la sua mano, dalla morte, dagli uomini, da tutte le persecuzioni; le aveva parlato con dolcezza come ad una creatura giovane e semplice; l’aveva tenuta accanto a sè senza temere i malefici che erano con lei sempre; l’aveva salvata infine da due martiri e senza superbia alcuna, come se avesse posato un bacio sulle guancie di un figlio suo. Adunque egli era un Dio? Era il Signore?

Malusa avrebbe compiuto l’atto più umile con entusiasmo pur di potergli rendere qualcosa, di entrare nella sua grazia per qualche atto suo. Era tormentata, i suoi pensieri si succedevano a scatti, come una luce che simultaneamente risplenda e scompaia. Non vi era nervo nella sua persona che non tremasse, avrebbe voluto gridare, non piangere. Una esasperazione sempre maggiore s’impossessava di lei, chè a momenti le pareva di entrare in una vita nova, a momenti d’esser presso alla morte.

Aveva visto scendere fino a lei il Signore, nella sua cantina, nel buio e tutto si era acceso per la sua presenza: ora bisognava ch’ella compisse la volontà del Signore. Le sue mani si agitavano convulse, non sapeva ove andasse, a volte la mente le si smarriva senza connettere nessuna cosa, a volte tornava in un pensiero luminoso per darle gioia.

Ella poteva benedire finalmente qualche cosa nella vita; la forza muta del suo essere che ogni giorno più s’innaspriva nell’inerzia e nel disprezzo, poteva scaturire ora violenta nella riconoscenza, ricoprire tutto il mondo, vincerlo, farlo sottostare alla sua volontà. Poteva dire del bene per qualche anima, prostrarsi per qualche essere.

Aveva trovato un legame per riaccostarsi a Dio. Una mano si era tesa per farla salire su di una scalea di marmo verso la porta di un tempio, e le cortine oscure si aprivano ad un tratto, si squarciavano innanzi a lei ed ella vedeva sull’altare, ampio sotto le arcate enormi, in una luce bianca, come di mille argenti, Innocenzo, chiamarla, come un santo, verso la pace, verso il Signore, verso Dio nel più alto de’ cieli.

Si gettava sulla terra ginocchioni, singhiozzando. Innocenzo la guardò e le disse:

— Che avete?

Ella alzò gli occhi lucidi e rispose:

— Nulla.

Poi il cavallo si fermò.

— Siamo giunti.

Malusa discese macchinalmente, senza saper cosa dire, ma quando udì lo schioccare della frusta e vide allontanarsi l’uomo fra la polvere, si gittò sulla via e alzate le mani al cielo gridò come pazza:

— Grazie, grazie, grazie.

II.

Dalla sua prima gioventù, da quando ebbe sulle labbra gli stornelli d’amore, Innocenzo abitò nella pineta a guardia dei cavalli selvatici, liberi in essa.

Una vita strana e forte, libera e quasi selvaggia riaccostantesi alla vita primitiva per tutte le singolarità e le libere azioni.

Egli ebbe volontà ribelli da soggiogare, forze giovani ed aspre da sottoporre alla sua; fu una specie di trionfo continuo della sua cosciente intelligenza sulla bruta ribellione delle bestie: ciò aveva dato al suo occhio la lucentezza viva ed imperiosa del comando; a’ suoi muscoli l’elasticità del giunco e la resistenza dell’acciaio; alla sua voce toni forti e vibranti, improvvisi, a scatti, come scoppi brevi e secchi. Qualsiasi sua apparenza o manifestazione era rigida e imperiosa, breve e incisiva, costringente infine.

Da giovanetto, quand’era ancora nuovo de’ luoghi e della vita, il vecchio cavallaro prima di cedergli il posto, volle per sua compiacenza, compartirgli i primi insegnamenti delle cose essenziali per quella vita solitaria ed attiva.

Gli disse in prima:

— Sai tu cavalcare?

E siccome Innocenzo rise quasi volendo punire una supposta ingenuità del vecchio, questi lo guardò e disse:

— Ebbene, vieni, ti proverò.

Andarono per la pineta. Quando il vecchio mandò un sibilo dalle labbra, uno scalpitio sordo sull’erba si udì e una veloce giumenta saltò un cespuglio e ansando tese le froge. Il vecchio allungò una mano, ella vieppiù si appressò finchè egli l’acciuffò per la criniera e la tenne.

Stette la bestia tremando, quasi paurosa e abbassate le orecchie ed il capo scalpitò, pronta alla ribellione più selvaggia. Il vecchio si volse:

— Ebbene? Che fai? Provala.

Innocenzo si avvicinò prese lo scatto e le saltò sulla groppa di colpo. Il vecchio si ritrasse.

La giumenta stette un poco come incerta e perplessa dalla risolutezza del giovane, poi all’avvio ch’egli le dette, ridestatasi come, s’impennò, ricadde, impresse di poi con le reni un formidabile urto al giovane, il quale, per quanto si tenesse saldamente avvinto sulla groppa, dall’improvviso scatto fu gettato sull’erba come corpo inerte. Il vecchio si rivolse: egli non ebbe riso sulle vecchie labbra, ma le parole che disse furon d’ammaestramento.

Innnocenzo ne fece tesoro, poi, siccome quegli partì, rimase solo e padrone nella solitudine del bosco.

E dai venti anni fino a questa sua tarda età, non ancora una volta aveva desistito dalle abituali cure giornaliere.

Di grido in grido quasi balzando, forte, tenace e gagliardo, dall’aurora al tramonto, lungo la vita fino al silenzio della morte, stette e sarebbe stato.

Egli era la vertigine della corsa e la soave sicurezza della potenza, più forte di qualsiasi ribellione, vincitore cosciente e sereno.

L’avevan visto in isfrenata caccia, i vecchi pini passare su puledri veloci, impetuosa bufera, fra schianti e scricchiolii, come un elemento di rovina; i capelli al vento, curvo sulla groppa, stringendo fra le mani il laccio sibilante, pronto a lanciarlo nell’aria, come lo snodarsi repentino di un serpe, nel grido dell’ira.

Solo: egli aveva nell’anima tutte le tempeste e tutti i sereni; sarebbe stato sotto al fulmine a capo scoperto, senza tema, trovando nel rombo convulso della forza straordinaria, la vita, il potere. E se la morte l’avesse avvolto in quella luce, egli sarebbe superbamente caduto, senza viltà, piombando al suolo in uno strepito grande, come un granito.

Nella sua anima non erano oscurità.

Considerava la vita un dono e l’amava come un dono.

Benediva senza avere ferma coscienza di fede, la mano ignota che aveva fatto sì ch’egli aprisse gli occhi alla luce.

La luce era il suo eterno idillio e il suo eterno amore.

Non temendo la morte, aveva un attaccamento vivo per la sua esistenza bella. Non era nel suo essere alcun senso di viltà al pensiero della fine, non lo spaventava il silenzio delle tombe. La compenetrazione della vita nella sua intima essenza e nella sua parvenza più bella: la luce, aveva fatto sì ch’egli avesse mille fedi ed una: la fede per il seme e per la pianta; per l’insetto e per il bue; per qualsiasi essere sotto la luce e il calore, che sintetizzavano per lui, l’onnipotente volontà alla quale pensava con un sorriso per sentirsene eletto figlio.

Sul suo labbro non fu mai maledizione; se soffrì non per questo cessò di amare. Egli era l’esuberanza dell’amore: qualsiasi creatura che a lui si fosse avvicinata ne avrebbe avuto un’irradiazione, chè egli amava tutti e tutti soccorreva con gioia e bontà senza pretesa alcuna, seguendo come una legge di natura.

Nulla era suo particolarmente, se non la libertà e la forza.

Prediligeva le bestie che avendo queste due qualità cercavan di difenderle. Gli piacevano i ribelli, ma anche mostrava loro lo specchio della vita sua. Se la ribellione poi si spingeva insensata e bestiale, non sapeva che riderne con disprezzo.

Diceva: — Converrebbe aver le mani d’acciaio ed esser tutti d’acciaio per ribellarsi alla vita.

Se alcuno ribattè: — Ma vi è chi gode.

Rispose: — E tu cerca con la tua volontà e la tua forza un godimento adatto alla tua natura e lavora pei figli che potranno anche più di te godere e reprimi i desideri che non potresti soddisfare.

— Voi dite così perchè state bene.

— Io sono come un cane da preda, ricco per quel che afferro.

Ma la differenza fra me e te è questa: ch’io prendo questa mia vita così e la godo e tu ti tormenti nel pensiero di una migliore.

— È forse un male?

— Forse!

Io ebbi un pensiero che mi piacque e lo ricordai. Guarda il vilucchio, un’ape non vi si può posare che lo stelo si spezzerebbe, ma i pini stanno saldi sotto al turbine. Io con una mano, se volessi, potrei farti inginocchiare, tu con tutte due non mi smuoveresti di un passo. Ho pensato a ciò perchè il dottore una volta mi parlò molto a lungo delle cose del mondo. Mi disse: — Perchè mi contento io? Per la mia forza? no. Per la mia vita? Può essere. Ma più di tutto, ascolta bene, più di tutto per l’anima mia.

Il dire d’Innocenzo però non persuase nessuno; egli partiva da un concetto troppo avvinto all’essere suo originale, per poter trovare elemento di persuasione per gli altri.

Odii se ne creò, benchè non li supponesse; andò tranquillo per la sua via cercando la gioia del riso, ovunque.

Nell’anima sua era una tranquillità mite, come acque che non si turbino mai. Rude asprezza di odio o di vendetta, non poteva allignare in lui; un’ombra fuggevole senza conseguenza era l’ira nel suo cuore; frenato lo scatto ritornava la serenità tranquilla.

Gli accadde sovente di dar prova della sua bontà. Parecchie volte avevan tentato di rubare qualche cavallo dalla sua mandria, egli sempre era giunto in tempo per impedirlo. Avrebbe potuto anche consegnare il ladro, farlo punire, ma non lo fece mai; si limitò a parlargli severamente, a minacciarlo.

Alcuni gli erano riconoscenti, altri per il colpo fallito e per l’umiliazione, gli serbarono odio. Accanito e forte nel proposito era, fra questi ultimi, Giovanni degli Olmi; un uomo selvaggio come il ferro arrugginito, muto e forte come una quercia, astuto e vendicativo.

Egli era tutto il male, lo chiamavano — Scure. — Non avendo opera fissa per suo sostentamento, cercava ovunque un lavoro che gli procurasse il pane per la giornata. Molti, per timore, lo prendevano a lavorare nei campi. Si presentava sulla mattina in qualche casa di contadino, chiamava il cappoccia:

— Dammi da lavorare.

L’altro se non aveva necessità di braccia stava dubitoso.

— Ma... non ne avrei bisogno.

Scure lo guardava fisso.

— Ebbene, dammi da mangiare.

E il cappoccia era costretto ad accettarlo.

— Prendi la vanga e vieni.

Andavano pe’ campi, egli stava senza nulla dire il giorno intero, verso sera gettava la vanga e partiva.

Lo temevano perchè era forte, audace e pronto. Il suo viso era ossuto ed arcigno, gli occhi piccoli e crudeli senza nessuna luce di bontà, stavan fortemente addentro sotto l’osso frontale, i capelli scomposti gli scendevano a teghe sul viso; se rideva era per odio o per un pensiero malvagio, la sua larga bocca si apriva allora smisuratamente e tutto il viso si raggrinziva in una smorfia orribile come di tormento e di crudeltà. Egli era come il messaggio della morte. Costantemente parea gli aleggiasse intorno qualcosa di sinistro, come l’ombra della morte; se le sue mani stringevano la falce, tutta la sua persona si animava nel terrore del simbolo.

Una volta falciò in un campo di lupinelle; era solo. Innanzi a sè stava la palude; il tramonto era vivo, animato da nubi violacee, come immense chiome scarmigliate attorcigliantesi. Dall’occaso giungeva un’alito caldo quasi di fornace, invero parea che la terra ardesse, che ai confini del cielo si fossero aperte voragini di distruzione. Una vertigine di luce. Scure era contro il cielo, la sua persona era come inconsistente, aveva atti larghi e lenti nel falciare le tenere erbe sotto a’ suoi piedi. La falce si alzava con bagliori e si abbassava con tenue stridore di denti. Mugolando qualcosa in gola, forse qualche bestemmia per il forzato lavoro, continuava l’opera sotto l’ombra del fuoco, insensibile e tetro. Udì poi un breve grido e rivolgendosi vide un bimbo fuggire, lo rincorse, la debole creatura si abbattè a’ suoi piedi in un pianto a larghi singhiozzi, come in convulsioni.

Scure disse:

— Dove vai?

Per il largo affanno l’altro non seppe rispondere, ma tremava nascondendo il capo, nella ingenua persuasione di trovar in ciò una difesa.

— Hai paura?

Il bambino scrollò la testa in segno di assentimento e continuò a singhiozzare.

— Di me? di me hai paura?

L’altro ancora assentì. Fu allora che la vile bestia alzò reiteratamente la mano, colpendo, con gioia satanica il corpicciuolo esile, il fuscello che avrebbe potuto spezzare con la punta del piede; e non ristette finchè non vide sulla guancia scorrere un rigo di sangue. Il fanciullo era caduto senza più gridare, inorridito.

Scure lo rialzò, lo sospinse col piede.

— Ed ora vattene, chè non te ne debbano toccare ancora.

Il bimbo stette perplesso e quando lo vide allontanarsi, si diede a corsa pazza fra le alte erbe, verso un limite abitato che non si scorgeva.

E l’uomo riprese il lavoro come soddisfatto, contraendo il volto nella smorfia orribile del riso.

Il giorno dopo seppe che il fanciullo era morto di paura.

Ora la Scure se lo giurò: — O tu mi leghi e mi condanni, od io ti vinco e t’uccido. — Innocenzo che lo trovò nella pineta più volte in agguato, fu con lui come con gli altri, di una severità mite e compiacente limitantesi a parole.

Scure avrebbe preferito la lotta, gli fu insoffribile quell’umiliazione ch’egli ritenne fanciullesca, e inoltre il non essere mai riuscito gli dette il dolore di una ferita continua; chè s’egli avesse avuto innanzi a sè una tigre avrebbe lottato corpo a corpo, con gioia ed ardore, ma si sentiva vile d’innanzi a Dio. Fin dove la sua forza materiale giungeva, fin ch’egli poteva dire: — Piegati; forzando con le ossute mani la materia, rimaneva nel suo campo di vittoria, nel suo impero. Ma se un uomo forte al par di lui, ed anche più, invece di gridare lanciandosi su lui col coltello, lo tratteneva con dolcezza, egli era come un gufo alla luce, disorientato, avvilito.

Nella sua piccola mente le parole d’Innocenzo risuonavano come uno scherno, come un’ingiuria, tanto che il suo pensiero fu di rendergli l’insulto. Ma egli avrebbe fatto più, la parola non era il suo trionfo.

E tanto meditò, che ebbe il piano concepito e tutto fu pronto all’attuazione della idea che stava fitta nel suo cervello come una seduzione di cosa vergine ed aspra ed avviluppante.

E si decise guardando alla morte come ad un’amante, con un sorriso tetro di libidine sulle labbra violacee e bestiali.

III.

Andò scegliendo fra cespi ove spuntavano presso l’ombra la sanguinaria e la quattrinella, se le compose in grembo.

I fiorelli si ammucchiavano, ella ne percepì il profumo appena sensibile.

Stette la notte sulle cose, Malusa non temeva il silenzio e la tenebra.

Per fruscii che strisciarono fra i cespugli; per foglie che si smossero tremando; per colpi, quasi passi vicini o allontanantesi in invisibili sentieri, non alzò il capo, nè figurò alcuna tema, andò aguzzando l’occhio, sempre curva per ben vedere, movendo passo a passo con lentezza.

Erano anni ch’ella così usava. Aveva raccolto tant’erba e fiori da farne montagne. La sanguinaria unita alla quattrinella avrebbe prodotto un utile filtro per le malie.

Andò borbottando qualcosa, parole sconnesse: fu come il mormorare dei pini al vento, come il passare di qualche corrente nascosta nell’ombra più cupa. Disse: — Innocenzo — e cantò piccole note intorno al nome ch’ella amava coprir di ghirlande. Intese l’anima sua, e qualche Dio che vide nell’oscurità. Parlò così, rivolta a terra, bestia che fiuta e raccoglie e par tutta compresa nell’opera della scelta.

Man mano si avanzò verso il folto, epperò sempre più diminuì la luce, chè in alto le rame si fecer più spesse e più s’intralciarono.

Talvolta parve che fosse trattenuta da qualche mano: i rovi le si aggrovigliavano alle vesti; li staccò paziente, senza fretta alcuna. Usò con dolce mano su qualsiasi stelo.

Il fruscìo che produsse fu come d’erba su erba; i suoi passi non si marcarono per stroppicii; parve invero una cosa vegetale, andò strisciando; i piedi scalzi non lasciarono orma. Seppe evitare i cespugli di ginepro, l’arbusto che arde più che resina e grida e piange sempre, sì in vita, come in morte, nella sua piccola forma selvaggia; si chinò più spesso al piede degli alti fusti, ove la sanguinaria cresceva.

Il suo canto era strano, breve e quasi inudibile; parve il lamentarsi di alcune fronde, lo stridore di qualche rovo a una minima brezza. Ella aveva perduta la dolce voce, la soavità dell’accento, la grazia della parola; tutto si era in lei rinchiuso, cosicchè ciò che non poteva esprimere, o male rivelava, era nel suo pensiero in visioni eccelse e singolari.

Seguì, ombra triste di miseria costretta all’orrore, una sua traccia invisibile a traverso i pini.

Usava rimaner la notte intera nel pineto: quando, alzando gli occhi, scorgeva qualche biancore come lane diffuse e trasparenti, riprendeva il sentiero verso la capanna sua.

Su’ suoi capelli s’infissero cadendo i piccoli aghi appassiti dei pini, parve nell’ombra che qualcosa d’oro, scintillasse sul suo capo. Eran trent’anni, forse più, che andava immancabilmente tutte le notti nella pineta.

Una lunga sequela di notti ininterrotte, un abitudine contratta, e quasi un imperioso dovere; le pareva che il tempo fosse lontano e indeterminato, ch’ella avesse visto altre generazioni, e fosse discesa da altri costumi.

Tanto proseguì finchè udì il mormorio del Serchio, un impercettibile suono, chè l’acque scorrevano lente e placide. Era il suo limite; si avviò per il ritorno, ma non prese il cammino risolutamente, bensì continuando il lavoro, rifece la via.

Una volta alzò il capo: lontano sì, ma inusitato, le giunse un suono come di parole; non erano scalpiccii di cavalli, in quel lato della pineta di solito non ve n’erano, non era crocidar di corvo; aguzzò l’udito ponendo la mano stesa presso all’orecchio, e ristette vicino ad un cespuglio di ginepro.

Ma il suono fu breve, nè altra eco le giunse. Malusa aggrottò le ciglia e si ricurvò a cercare.

Non più borbottò fra i denti la sua canzone singolare, composta di note aspre, ora si tacque e pensò.

Qualcuno doveva esservi nella pineta, Innocenzo no, certo; a quell’ora dormiva, il buon vecchio. Chi adunque?

Di sanguinaria e di quattrinella ne aveva a sufficienza, sicchè lasciò di raccorne e lentamente si diresse alla sorgente del suono. L’orecchio suo non era atto ad ingannarsi, sapeva tutte le voci della pineta, come la prima preghiera dell’infanzia. Qualcosa d’inusitato avveniva.

Gli occhi le scintillarono e si acuirono, ma oltre pochi metri non era possibile vedere; qualche volta le parve scorgere lontanissimamente un bagliore rossastro di una piccola face, curvò il capo e la persona si protese: era forse un’illusione? Fra qualche interstizio, come al di là della pineta, scintillò ancora. Qualcuno andò verso lei, chè la luce si fece più chiara e vicina.

Ristette un poco e riudì un rumore sordo di parole.

Poi si curvò ad un tratto: l’inganno delle tenebre, le aveva fatto sembrar molto più lontano il fioco lume. Ora vedeva due uomini avanzare.

Per la breve luce gli parvero giganti.

S’illuminò un cespuglio, la parte di un tronco. La luce era simile a macchie diffuse di color fosco.

Malusa si era chinata fra i rovi; aveva visto un istante la fisonomia di uno degli uomini e tutto le si era fatto palese.

Portò una mano alla bocca per tema che il suo respiro agitando qualche ramoscello la rivelasse. Ah! era l’attimo della sua gioia, forse la fine della sua vita, ma poco le caleva di questo.

Udì, intese. Nella tenebra allungò la mano ad avvinghiare qualcosa, l’immobilità l’avrebbe oppressa con dolore, facendole nascere il dubbio di morire prima di avere agito.

Scure portava la lanterna; l’altro era Malocchio: un assassino.

Disse Scure:

— Questa volta non ci piglia e non ci scappa.

— Quando lo vedi, sii pronto, tiragli il laccio, io sparo. Tu sai che foro un soldo per l’aria.

Malocchio tacque un poco, disse poi dubitativamente:

— Ma se la caccia sarà infruttuosa?

— No bestia; non hai inteso ancora? Noi andremo...

Malusa non udì altro, le giunse una parola che accrebbe il suo timore: «ci aspettano...» Però, quando si furono allontanati un poco, si mosse risoluta, nel maggior silenzio possibile, strisciando curvata.

Bisognava ch’essa sapesse dove si dirigevano, quali eran le loro intenzioni.

Vide, si orizzontò con somma facilità per l’estrema pratica dei luoghi. Andavano dalla parte della pineta, ove erano i cavalli in maggior copia.

Da quel luogo la casa d’Innocenzo distava poco, essa vi poteva giungere con una breve corsa. Poi, verso il mare, vide chiaramente accendersi e spegnersi una fiamma, come un segnale, epperò udì Malocchio sussurrare:

— Ci sono.

Ella ebbe un brivido, incautamente spezzò un ramo, il colpo secco e breve fu come nel suo cuore; tremò accosciandosi d’improvviso.

Scure si volse, diresse i fasci di luce verso il luogo ov’ella era nascosta.

— Hai udito?

— No.

— Qualcuno ci segue.

Malocchio scrollò le spalle.

— Ma chi vuoi che sia! Sei pazzo? a quest’ora!

Scure tacque un poco e riprese:

— Vogliam guardare?

Malusa stette come una bestia che aspetta il colpo ed ha raggiunta l’incoscienza dell’estremo terrore.

Malocchio prese il compagno per un braccio.

— Via, via, non c’è tempo da perdere, che sciocchezze hai per il capo questa notte.

Proseguirono; la vecchia si segnò in croce dalla fronte al petto. Avendo intuito il loro piano, poteva andarsene ma non seppe decidersi; era avida di tutto sapere.

Più cauta, fra i cespugli, scostando le rame, strisciò via con l’occhio aperto e lucente, con l’acuto orecchio in ascolto, in una tensione massima di nervi. Ma i cespugli andavan diradandosi, siccome la pineta giungeva al suo termine verso il mare; fu costretta ad attraversare brevi tratti senza alcun riparo: se Scure in quegli attimi avesse rivolto il capo l’avrebbe vista. Passò come l’ombra di un albero piegato dal vento, sotto alla luna.

Aveva le idee confuse, a momenti si sarebbe fermata non sapendo perchè, ma dentro di sè era una forza che la spingeva senza ch’ella per ragione se ne sapesse render conto.

Udì un riso, udì una voce in accenti crudi.

— Lo appenderemo ad un albero.

Malocchio era più fine nella crudeltà, la sua mente non conosceva confini nel crear martirii.

— Tu sei troppo spicciativo. Gli caveremo gli occhi e lo legheremo sul dorso di un cavallo non domo. Vedrai, ciò sarà più lungo e più bello.

Malusa era uscita da una macchia, si arrestò ad un tratto, vedendo di non poter proseguire nascosta. Volle indietreggiare, ma produsse un subito fruscio.

Scure e Malocchio si volsero di scatto, questa volta avevano udito entrambi. Ella rimase ritta nel fascio di luce che d’improvviso l’avvolse, non tentò fuggire, s’irrigidì con l’occhio dei pazzi o degli spettri. Scure mandò un grido selvaggio indietreggiando.

— La strega la strega.

L’altro che non ebbe impeti di superstizione, curvò il capo sul fucile e prese la mira.

Diradato il fumo, Malocchio spinse il compagno.

— Va a vedere.

Scure si volse pieno di spavento, e lo guardò senza intendere.

— Va dunque, sogni?

— No no.

Malocchio si lanciò, aprì i cespugli cercando ovunque, poi si rivolse all’altro che lo guardava muto ed alzò le spalle. La strega era scomparsa.

IV.

Quand’ella si sentì ferita riacquistò tutta la sua lucidità mentale e l’energia prima che la spinse all’azione; approfittando dell’istante in cui Scure aveva lasciato cader la lanterna, s’internò curva e rapida come un lepre fra la macchia. Sentì che la ferita era mortale, presso al cuore; vi strinse con le mani rattrappite il grembiale perchè il sangue non uscisse.

Un affanno, un gorgoglio dentro la gola, la soffermarono qualche volta.

Le sue labbra mormorarono: — Innocenzo! — Le pareva ch’egli la dovesse udire, ch’egli la vedesse avvicinarsi ferita, morente per riconoscenza, senza rimpianto alcuno.

Sentì indebolirsi, ma la casa era vicina, la vedeva. Il grembiale era inzuppato, ed il sangue le scese lungo le vesti; fece qualche passo, poi in un impeto gridò: — Muoio muoio — e cadde. Guardò: ancora poco cammino e sarebbe giunta.

Aiutandosi con la mano libera, andò lentamente, carponi. Un passo, due, già ell’era vicina. La sua bocca si apriva negli ultimi spasimi, la mente non perdè la sua lucidezza; si trascinò, fece un ultimo sforzo, giunse alla porta. Raspò con la mano, poi cadde e battè col capo.

Innocenzo comparve.

— Malusa, cos’è avvenuto? Malusa?

E si curvò ad udire.

Ella disse:

— Scure... i cavalli... nella pineta.

E la mano cessò di comprimere il cuore, sicchè uno zampillo alto di sangue sorse, ed ella piegato il capo dolcemente, si tacque.

Innocenzo intese, rientrò, uscì col cavallo e, saltatovi sul dorso nudo, con aspra voce d’avvio, lo mise alla carriera.

Per l’impeto della corsa, si curvò sulla groppa; ancora le sue gambe d’acciaio resistevano a qualsiasi violenza. Nel buio, con disperata ira subitanea, l’uomo ed il cavallo furono una sol cosa.

La caccia dell’uomo all’uomo, sotto lo stupore degli alti pini, avvenne furiosa e fatale, pazza e terribile. Fra lo schiantarsi di rame, l’anelito ampio, il reiterato colpo degli zoccoli, e le grida di qualche bestia presa di spavento, l’ombra passò rapida nella vertigine della velocità.

Nessun timore trattenne Innocenzo, egli non calcolò il numero de’ suoi assalitori; lo sfregio alla sua bontà ed alla sua lunga mansuetudine lo inaspriva. Il suo cavallo andò fra l’intrico dei tronchi, come in aperto piano, il collo teso, le narici largamente aperte, alta la criniera scompigliantesi in attorcimenti ad ogni balzo.

Innocenzo quanto più potè si tenne aderente alla groppa, ma non tanto che qualche rama a volte non lo sferzasse, con sibilo di staffile, sul viso. Venne percosso con ira, come da forze selvaggie ed improvvise.

Ma nulla arrestò il vertiginoso inseguimento nell’ombra. Le due forze: la cieca e la volente andarono concordi a precipizio. Alla violenza di quell’impeto, non avrebbe resistito la più forte volontà.

Egli aveva i bianchi capelli irti dal vento, la bocca semiaperta mostrò i denti serrati, l’occhio grigio s’illuminò di fiamme nell’intenso scrutare dell’ombra.

Tremarono i giovani pini dall’esile tronco e le rame soggiacquero alla forza d’attrazione, concorrendo a ripiegarsi verso l’ombra fuggitiva.

D’improvviso Innocenzo scorse una luce, ma breve, ma repentina, un guizzo non più; gli bastò l’accenno. Intese d’averli già sotto il suo giogo, sicchè con aspra voce eccitò il cavallo a più veloce andare.

Poichè l’occhio per fissità continua, aveva già, dilatando l’iride, acquistando la percezione della poca luce diffusa, vide Innocenzo gli alti fusti fuggire precipitosi, piegarsi verso l’opposta via.

La pineta andava diradandosi, comparivano lembi di cielo, foschi e lontani, con poche stelle. Come un bubbolio di lontana tempesta, il mare si annunziava da un abisso incommensurabile al di là dell’ombra.

Passò un branco di giumente nitrendo. Innocenzo frenò un poco la corsa; aveva le mani al laccio e stava chino sogguardando. Vide un’ombra rizzarsi dietro un cespuglio; vide come un serpe lanciarsi sibilando e il suo cavallo stramazzò. Un colpo di fucile nello stesso tempo l’avvertì che li aveva di fronte.

Per la caduta non ebbe offesa, sicchè di scatto si rizzò e vide l’ombra muovergli contro. Mandò un grido di gioia, indietreggiò con repentino scatto e con lestezza la destra mano lanciò il laccio e lo riprese, sicchè per l’urto l’ombra con un grido roco si abbattè al suolo.

Ma ancora un altro colpo partì dal cespuglio e Innocenzo scorse un uomo riprender la mira.

Siccome per la formidabile stretta, Scure fu incapace a movimento, Innocenzo si lanciò col fucile.

Il ladro vinto già dal timore di fronte all’invincibile vecchio, prese la fuga.

Innocenzo ritornò.

Scure preso alla vita, con le braccia avvinte, faceva inauditi sforzi per disciogliersi.

— Statti quieto bestia!

E col piede lo percosse nel petto, l’altro mandò un grugnito, ma come la belva doma ubbidì.

Poi che fu in piedi, Innocenzo con altra corda più sicuramente lo avvinse e con un urto se lo mandò innanzi. E attraverso la pineta, lo spinse per la via più breve verso la sua casa.

Scure a capo chino andava, mordendosi il labbro; d’improvviso si volse, sicchè Innocenzo si arrestò, e contraendo il viso, ruggì:

— Ammazzami!

Il vecchio lo urtò col pugno e rispose:

— Va innanzi, bestia.

Scure sentiva l’avvilimento di tutte le umiliazioni; il suo essere malvagio lo dilaniava; si sarebbe ucciso serenamente, con gioia, pur di sfuggire al suo nemico; non voleva implorare la morte, l’avrebbe pretesa come un diritto.

Ancora, poichè vide la casa a pochi passi, si arrestò e questa volta gridò con forza:

— Innocenzo, per l’anima tua, ammazzami!

L’altro l’attanagliò al collo con la mano e lo spinse verso la porta.

Stava ivi, ripiegato dolcemente il capo, Malusa, serena ancora nella morte. Presso lei eran fiori di nepitella e sulla sua veste, macchie di sangue. Sorrideva.

Disse Innocenzo.

— Vedi?

L’altro poi che la riconobbe tentò indietreggiare, con orrore.

— La strega!

Gridò Innocenzo e la sua mano sempre più lo strinse al collo:

— Vigliacco!

Scure con inauditi sforzi tentò ribellarsi, ma la forza del vecchio lo costrinse a curvarsi presso il cadavere di Malusa.

Egli volse il capo mugolando. — Poi ebbe un singulto atroce e si abbattè mordendo la terra, nella convulsa impotenza della sua miseria.