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L'Argentina vista come è cover

L'Argentina vista come è

Chapter 14: LA POLIZIA ARGENTINA.
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About This Book

A series of eyewitness letters offers a panoramic portrait of Argentine life seen through Italian emigration, combining reportage and social analysis. Urban chapters describe Buenos Aires's mix of ostentatious wealth and widespread poverty and outline how governance, the courts, police and army influence daily realities. Rural sections explore estancia routines, peons, medieri, colonists and the place of immigrant labor in agricultural development. The author examines the causes and effects of mass emigration, documents abuses and commercial exploitation, assesses the condition of emigrants and their children, and raises questions about remedies and the responsibilities of the homeland.

Giù giù per la trafila amministrativa tutto cammina così. Vi sono governatori che commettono ogni sorta di abusi. Gli stranieri del Neuquen in questo momento si agitano implorando che per carità non venga rieletto il governatore presente vicino a scadere di carica (Prensa, 10 marzo). A Rufino gli stranieri si trovano costretti a riunirsi in una « Società di resistenza » contro gli abusi delle autorità; una specie di Compagnia d’assicurazione per i danni che si scatenano dall’imperversare della prepotenza (Prensa, 3 marzo). E più giù ancora tanti magistrati vendono la giustizia e regalano ingiustizia, dei giudici di pace sfruttano tranquillamente i coloni, dei commissarî sono loro complici, e per loro conto commettono angherie e persecuzioni infami: fino agli agenti, agli ultimi soldati di polizia nelle colonie, che da selvaggi che sono, fanno anch’essi del loro meglio, arrestando, bastonando e violando quando e come possono. Di queste gesta parleremo.

***

Bisogna concludere che l’Argentina è veramente un paese meraviglioso se ha potuto trascinare fino ad ora un tale mostro divoratore sulle sue spalle. In esso principalmente va cercata la ragione vera della sua crisi spaventosa e del suo mortale abbattimento presenti, le cui conseguenze ricadono sui nostri lavoratori. Questi a centinaia e centinaia di migliaia scontano con la miseria, laggiù, lontani dalla Patria—verso la quale si volgono tristamente i loro pensieri come verso una felicità per sempre perduta—gli errori e le colpe che non sono loro!

Intanto si dice nelle sfere ufficiali che le risorse del paese salveranno la situazione. Questa è una bella maniera per dire che sarà pur sempre il lavoro, il nostro lavoro, che pagherà tutto!


LA GIUSTIZIA ARGENTINA.

[Dal Corriere della Sera del 1-2 giugno 1902.]

Il generale Roca, durante la sua ultima tournée in Europa, andò a visitare Bismarck, che nell’eremitaggio di Friedrichsruhe era diventato come l’oracolo politico di tutti gli statisti in vacanza. Si dice che in quella circostanza l’Oracolo, interrogato su ciò che pensava dell’Argentina, rispondesse, fra una boccata e l’altra della sua pipa leggendaria:

—Il vostro paese non avrà avvenire finchè non avrà Giustizia!

Sono passati degli anni, ma c’è da scommettere che, anche oggi, se il signor Presidente potesse interrogare l’anima del Gran Cancelliere, si sentirebbe rispondere con le medesime parole.

Perchè infatti si può dire che in quel beato paese c’è tutto ormai, meno che la Giustizia. La libertà, il commercio, la proprietà, e persino la vita non vi sono sempre efficacemente garantiti. Troppo sovente la Giustizia è partigiana o corrotta. In essa trovano forza la prepotenza, la disonestà, la criminalità. La Giustizia, soggetta spesso a tutte le malsane influenze dei partiti, del denaro e degl’interessi personali, assicura troppe volte l’impunità al « figlio del paese »—che può disporre di queste forze—e concorre così a mantenere la massa straniera in una condizione sempre più umile di sottoposizione.

E tutto questo perchè anche la Giustizia soffre laggiù del gran male d’origine: la politica. Nasce e vive nella politica; è agitata dalle passioni della vita pubblica; strettamente legata all’ambiente; bruttata dagli stessi difetti e delle stesse colpe che è chiamata a correggere e a punire. Gli uomini che amministrano la Giustizia sono nominati a tale onore non sempre per i loro meriti personali, per il loro carattere, la loro onestà, la loro indipendenza, la loro coltura, ma perchè sono del partito al potere, oppure amici o parenti di persone d’influenza, o intriganti, o complici in trame politiche. Avviene così di trovare dei giudici che non hanno nessuno dei requisiti che la legge richiede. « A Santiago de l’Estero non un solo membro del Potere Giuridico possiede i requisiti costituzionali » (Giornale La Prensa, 3 novembre). Immaginiamo quale autorità può emanare da questi magistrati. Il peggio è che vi sono dei giudici ben altrimenti indegni del loro posto specialmente nei gradi minori della magistratura. « In certe provincie la libertà, l’onore e i beni della povera gente sono in mano di Giudici di Pace degni della galera »,—scriveva la Patria degli Italiani il 7 dell’aprile passato, giustamente esasperata da alcune infamie giudiziarie commesse nella provincia di Cordoba; e aggiungeva:—« Ecco perchè nelle campagne gli stranieri vivono a disagio e le colonie si spopolano. La Giustizia di Pace in mano a malfattori volgari irrita e disamora del paese gli emigranti, che vedendosi in balìa di furfanti rivestiti di autorità fuggono, sottraendosi al peggiore dei dispotismi, quello della giustizia amministrata da farabutti. » Vi sono troppi giudici che hanno familiarità con la colpa: alcuni di essi debbono all’appartenere alla giustizia il beneficio di non esser chiamati a renderle conto delle loro azioni. Vi sono giudici che hanno subìto delle condanne; vi sono dei recidivi: vi sono dei criminali.

***

Se nelle alte sfere della magistratura non mancano dei buoni e dei colti, ciò non toglie che l’organismo giudiziario non sia profondamente guasto, e—questo è un sintomo grave—poco vi si bada. Un commissario governativo, incaricato di un’ispezione nella provincia di Santa Fè, dice nel suo rapporto che « i posti di Giudice di Pace appartengono a covi di uccelli di rapina che si sono stabiliti in ogni colonia. » (La Prensa, 20 aprile). La Prensa dell’11 aprile riporta questi apprezzamenti del giornale La Verdad di Entre Rios: « Sono note le azioni vergognose compiute da certi magistrati. Tutto han commesso, dalla prevaricazione al furto, fino al sindacato dei giudici con i procuratori, ecc. Tutto ciò ha spinto la nostra giustizia in una discesa obbrobriosa, trascinando nella sua débâcle di corruzione i grandi interessi della società che si trova abbandonata alla voracità dei saccheggiatori dei Tribunali. »

Si è arrivati al punto da contare, nelle campagne, i buoni giudici come eccezioni. « I Giudici di Pace e i commissarî delle colonie, salvo oneste eccezioni, spogliano, derubano, taglieggiano i poveri coloni. » (Patria degli Italiani, 20 novembre). La Prensa del 22 aprile consiglia il governatore di Cordoba a nominare per giudici « uomini onesti e degni per sollevare le popolazioni dai molti mali che le affliggono a causa dei cattivi giudici. » Il consiglio è ottimo anche per tutte le altre provincie della Repubblica.

Le accuse a carico di giudici piovono giornalmente sulle colonne dei giornali di tutti i partiti, ma le autorità governative rimangono bene spesso indifferenti. La Nacion ha fatto, inutilmente, una vera campagna contro un giudice molto influente della Capitale, accusandolo velatamente di vita immorale, scandalosa, di affari loschi, di parzialità. Alcune di quelle schiave bianche, che infami trafficanti traggono con inganno dai villaggi d’Europa, e per la cui sorte i Governi ora cominciano a preoccuparsi, riuscirono a fuggire dalle mani dei loro « padroni » e ricorsero alla polizia, che arrestò i colpevoli. Ma il giudice in questione diede ordine di liberarli e fece carcerare quelle infelici. La stampa accusò il giudice d’aver favorito degli « amici personali »; ed egli è sempre giudice! Un altro giudice proscioglie dei detentori di bische clandestine e poi ordina che sia tolta ogni sorveglianza sulle case da giuoco: viene accusato di favoritismo, ma resta sempre giudice. Un giudice è denunziato per falsificazione in atto privato e non viene nemmeno sospeso dalle funzioni. (Patria, 30 dicembre). La Prensa riporta da un giornale provinciale che parla della giustizia corrotta: « Il potere esecutivo non pensa a porvi un rimedio, anzi ora si tratterebbe di dare un avanzamento a qualcuno dei magistrati sotto la cui giurisdizione sono scomparse considerevoli somme di denaro appartenenti ai depositi giudiziari... »

Nelle Colonie vi sono di quei giudici che per ironia si chiamano di pace, che fanno ordinanze di sequestro a danno dei coloni, portando loro via i raccolti, gli animali da lavoro, gli attrezzi, tutto, e lasciandoli spesso nella più dolorosa miseria. (La Libertad di Cordoba, 2 aprile).

Un gruppo di coraggiosi, abitanti un pueblito nel Rio Negro, ha domandato al ministro della giustizia di ritirare il Giudice di Pace e sostituirlo con una persona per bene. Quel degno magistrato sarebbe stato già da anni accusato di gravi colpe commesse come giudice a General Roca—paese del Rio Negro—poi d’irregolarità come capo del Registro Civile. Ora il giudice recidivo è accusato di negata giustizia, di favoritismo per partitarî politici; ma non basta; è anche accusato di aver tentato, usufruendo della sua autorità, di portar via una fanciulla minorenne alla madre, infine di complicità nel ratto d’un’altra minorenne, la quale sarebbe stata rinchiusa per alcuni giorni nella di lui casa. Il rapitore era il figlio del giudice. Il segretario di questo magistrato è sotto l’accusa di tentato assassinio. (Prensa, 3 marzo).

***

Gli escandalos judiciales, sia pure di questi ultimi mesi, formano un’imponente raccolta di cose orribili e talvolta amene. Nelle provincie la vendita della giustizia è una cosa purtroppo non rara. Qualche giudice ha delle trovate originali in questioni di... affari; uno domandò all’avvocato della parte favorita alcune monete per un amico numismatico, al quale mancavano precisamente sette aguilas nord-americane d’oro (settecento lire) alla sua collezione. Vi sono anche dei giudici che si fanno pagare dalle due parti: la giustizia al migliore offerente. Fra tutti, eccovi un caso che fa pensare ad un intreccio da pochade. Un italiano che vive a Serodino—presso Rosario—e che chiameremo con la sua iniziale V., ha comperato da un altro italiano una trebbiatrice, la quale però è perseguitata da un mandato di sequestro, come un cassiere in fuga. Un curatore si presenta a Serodino per fare eseguire il sequestro; ma il Giudice di Pace della colonia, pagato dal V., si rifiuta di eseguirlo, dando così tempo al V. di correre a Rosario, di presentarsi in compagnia del suo avvocato al giudice L., che aveva spiccato l’ordine di sequestro, e di ottenere la revoca mediante il pagamento di cento pesos. Il curatore, informato dell’accaduto dal segretario del giudice, corre alla sua volta dal magistrato, paga duecento pesos e si fa spiccare un secondo decreto di sequestro, revocante la revoca. Seguite bene l’intreccio. Il segretario del giudice telegrafa immediatamente a Serodino al V., informandolo, e questi si precipita a pagare trecento pesos ottenendo una seconda revoca. Qui incomincia il fantastico. Il curatore, con un crescendo che il valore della macchina giustifica (6000 pesos) aumenta la somma e ottiene un nuovo ordine di sequestro che... viene revocato dietro il pagamento di mille pesos. Forse la cosa non sarebbe finita qui e il giudice avrebbe terminato per intascarsi la trebbiatrice se il V. non avesse avuto l’idea felice d’associare agli utili della trebbiatura un argentino influente, e, si capisce, non s’è parlato più di sequestri.

Una tale corruzione, se è in certo modo spiegabile nei Giudici di Pace, che hanno un periodo di carica limitato ad un anno, rinnovabile, e che sono senza stipendio—è vero che per legge dovrebbero essere scelti fra i più ricchi e i più onorati cittadini!—è assolutamente incomprensibile negli altri giudici i cui stipendî, che si parla di aumentare, variano sui mille e cento, mille e duecento, mille e cinquecento pesos al mese (2750, 3000, 3750 lire circa al mese). Le cause vanno ricercate dunque non nelle circostanze, ma negli uomini. È la coscienza che si è modificata. Le colpe e i delitti sono guardati con occhio soverchiamente benigno.

Assassini volgarissimi sono assolti per poco che godano d’influenze nel mondo politico. O almeno sono rilasciati ad una libertà provvisoria che dura a vita d’uomo, e i loro processi vengono sospesi nel purgatorio degli archivî. Da un’inchiesta del Ministero della Giustizia risulta che a Buenos Aires—dove funzionano una giustizia senza paragoni migliore di quella delle provincie, ed una polizia che laggiù dicono la premiera del mundo:—sopra ogni cento delitti ne vanno impuniti ottantotto! E cioè: trenta colpevoli non sono arrestati affatto; degli arrestati quarantotto sono rilasciati per ordine dei giudici d’istruzione; dei ventidue che rimangono, dieci sono assolti dai tribunali e non rimangono puniti che... dodici colpevoli, a pene del resto quasi sempre benigne se non si tratta di stranieri. (Dal Diario del 23 marzo ’99 e dall’ultima pubblicazione del senatore Agostino Alvarez sulla politica argentina).

Figuriamoci che cosa avviene fuori della capitale!

***

E la necessità d’una sana e rigida giustizia non è in nessun luogo così fortemente sentita come in quei paesi giovani, spinti avanti dal rapido accrescimento della operosa popolazione dovuto all’emigrazione, dove tutti gli appetiti si risvegliano nel tumultuoso periodo dello sviluppo, dove la lotta per la fortuna prende forme violentissime, dove gl’interessi e le passioni scatenano nella mobile società—come il maestrale nell’Oceano—tutte le tempeste dell’umana malvagità. Nel Far-West nord americano, quando il miraggio della fortuna vi attirò tutto un popolo di avventurieri pronti al delitto prima che quella società avesse affidato la sua difesa ad una giustizia organizzata, nacque la legge di Lynch; la società si difendeva da sè.

La criminalità nell’Argentina non è frenata dai rigori della giustizia, nè da quelli della società.

La società è clemente verso la colpa; « noi succhiamo nascendo un latte di clemenza »—ha scritto l’Alvarez. Nelle campagne ammazzare si dice una desgracia; ma, intendiamoci, non è una disgrazia per chi ci rimette la pelle, ma per l’assassino. C’è chi ha, poveretto, molte... disgrazie sulla coscienza. Questi uomini si chiamano « uomini d’azione ». Tutto questo si spiega. È troppo fresco nella memoria il ricordo del periodo sanguinoso dei Facundo, dei Frate, dei Chacho, del tiranno Rosas, a petto ai quali i nostri capitani di ventura erano delle signorine sentimentali, periodo che potrebbe chiamarsi il medioevo argentino. E le stragi degl’indiani, le sanguinose guerre civili sono ancora nella mente del popolo. E poi il sangue argentino è sangue andaluso con un pochetto di sangue indiano, e perciò l’argentino è cortese, cavalleresco, generoso forse anche, ma bene spesso impetuoso e violento. « Nell’Argentina dall’epoca dell’indipendenza nessuna infermità ha distrutto più popolazione »—ha scritto l’Alvarez—« di quella che Chamfort chiamava la fraternità di Caino; il revolver e il pugnale sono endemici, e per un niente s’ammazza, come vuole l’uso criollo. » La rivoltella è nelle tasche di tutti. « È poco che in un ballo al quale erano convitati alti personaggi »—ha scritto un giorno la Nacion—« un diplomatico straniero espresse la sua sorpresa nel sapere che molti invitati avevano lasciato le loro rivoltelle al guardaroba, come se uscendo temessero un’imboscata, o preparassero una cospirazione. »

Il male è che spesso sono dei nostri connazionali le vittime della « fraternità di Caino » e potrei citare molti, troppi casi d’italiani uccisi impunemente, talvolta senza ragione, per brutalità, se non per un semplice esercizio di tiro al blanco—come ultimamente è avvenuto in una colonia di Santa Fè, dove un gaucho ha ammazzato un giovane italiano per provare un Winchester nuovo. Una madre italiana con i suoi cinque bambini sono stati trucidati da un criollo presso Bahia Blanca, alcuni mesi fa, e un giornale argentino, che pubblicava la fotografia orribile delle vittime accatastate nel disordine tragico della morte, scriveva: « il colpevole cadrà domani in mano della giustizia per essere posto in libertà per l’influenza d’un caudillo elettorale o per la sensibilità dei giudici. » Un fatto analogo è avvenuto a Raffaela nella sera del 20 settembre passato; due italiani vennero assassinati a tradimento nel loro negoziuccio di almaceneros a scopo di furto, e i colpevoli, due gauchos, sono già liberi. Per un altro fatto consimile il ministro d’Italia, che domandava la ricerca e la punizione dei colpevoli, si sentì rispondere che la Giustizia nelle provincie è autonoma. È ancora vivo a Buenos Aires il ricordo dell’assassinio d’un povero lustrascarpe italiano compiuto dal figlio di un senatore, e quello di un distinto giovane italiano ammazzato a colpi di revolver sulla poltrona d’un teatro. Gli autori rimasero impuniti.

Quali fulmini non dovrebbe scagliare la legge per curare tanto male e così profondo?

Anche quando è buona, l’amministrazione della giustizia è così lenta, complicata e debole che riesce spesso inefficace. Per il commercio, ad esempio, rappresenta una rovina. La Nacion ha con una serie di articoli rivelato tutte le porte che la giustizia difettosa spalanca alla disonestà commerciale. Dei bancarottieri possono impunemente offrire delle percentuali ridicole a saldo dei loro debiti; hanno una frase magica per spaventare i creditori: Se non accettate mi metto nelle mani del tribunale!

Coi tribunali non si sa mai come si vada a finire!

Vi è una legione enorme di curiali, procuratori, curatori, uscieri, che nella lingua del paese sono chiamati con la espressiva denominazione di aves negras—uccelli neri. Questi corvi appollaiati intorno ai tribunali, si precipitano dove c’è qualche cosa da mangiare, e fra onorarî, percentuali, prebende e propine finiscono ogni cosa, dividendosela con un accordo che somiglia ad una complicità legale. Anche ammettendo l’onestà più scrupolosa nei giudici, è naturale che con una giustizia così organizzata, la rettitudine commerciale non sia nè protetta, nè incoraggiata.

Nelle successioni testamentarie di stranieri avvengono cose infami protette dalla legge. Gli « uccelli neri » non lasciano talvolta una bricciola dei patrimonî raggranellati qui con stenti e lasciati morendo ai parenti lontani. Essi mandano le pratiche a lungo per degli anni, se l’eredità è grossa, per dei mesi se è piccola, fino a che a furia di spese giudiziarie, di emolumenti, di stipendî per curatele quasi tutto è divorato.

Non parliamo dei tranelli nelle compre-vendite, per cui un contadino, supponiamo, che compra un pezzo di terra può trovarsi di non esserne il padrone: non parliamo delle gherminelle dei contratti e di tante altre truffe semi-legali che la Giustizia contempla indifferente.

***

Tronchiamo questa esposizione di brutture, le quali nulla aggiungono e nulla tolgono al triste quadro della Giustizia argentina.

Di tutti i mali che affliggono quella Repubblica—alla quale tanta fortuna invece potrebbe sorridere—la cattiva Giustizia è il più grave per i nostri connazionali, perchè è quello le cui conseguenze dolorose li colpiscono direttamente e immediatamente.

Quei governanti argentini che amano veramente il loro paese e che ne vogliono il bene, che desiderano l’aiuto generoso delle nostre braccia e delle nostre simpatie, rivolgano le loro cure al risanamento della Giustizia. La giustizia è la coscienza d’un paese. Se la coscienza si risveglia e si migliora, le azioni divengono buone. Pongano tutto il loro amore e tutta la loro scienza in questo. E nella buona Giustizia l’Argentina troverà precisamente la guarigione di tutte le sue piaghe!


LA POLIZIA ARGENTINA.

[Dal Corriere della Sera del 5 giugno 1902.]

Un giorno dello scorso marzo il Governatore di Santa Fè, dottor Freyre—un omone dall’aspetto bonario e dalla parlantina sciolta—facendomi gli onori della sua casa mi mostrava una curiosa raccolta di ritratti fotografici. Erano le fotografie di tutti i suoi impiegati di polizia, bene incorniciate simmetricamente in un grande quadro di peluche e sormontate dai nomi dei relativi originali, incisi in targhette dorate. Una epigrafetta in testa al quadro faceva conoscere che si trattava di un omaggio della Polizia Santafecina al Señor Gobernador in occasione della di lui recente assunzione al potere. Il Governatore guardava tutti quei ritratti con una grande espressione d’uomo soddisfatto, e mi spiegava:

—Li conosco tutti, uno per uno, da quando ero capo come Jefe politico; qualcuno ne ho fatto io—nei suoi occhi sfavillava come una scintilla di amore paterno—e sono tutti hombres valientes, amico!

Gettai un’occhiata sulle fisionomie; una raccolta di tipi risoluti, una collezione di occhi fieri, di baffi e di barbe dal taglio poco comune, e qua e là dei nasi adunchi, degli zigomi salienti e delle bocche larghe tagliate come con un colpaccio di ascia, caratteristiche non dubbie della razza meticcia. Vi era anche un negro.

—Io conosco la storia di tutta questa gente; li ho tutti nel pugno—continuava il mio ospite.—Vedete questo, e questo, e questo? Ebbene, essi non portano il loro vero nome.

Io ascoltavo con un interesse crescente le curiose informazioni che il Governatore dava a me e ad altri presenti, e non mancavo d’incoraggiarlo con quelle esclamazioni d’assentimento che sono le goccie lubrificanti delle conversazioni. Ed egli continuava, ingenuamente persuaso di dire le cose più naturali del mondo, e di fare il miglior vanto dei suoi sottoposti.

Così spiegò che alcuni di quei funzionarî non portavano il loro nome perchè in passato erano stati assassini. Molti di quegli uomini avevano un passato al quale il Governatore alludeva con reticenze piene di effetto drammatico. Certi si erano trasformati da delinquenti a poliziotti per opera sua. Ricordo fra gli altri la storia di un cocchiere più volte arrestato per ferimento, furto e rivolta agli agenti a mano armata, e divenuto commissario. Appuntando il dito sopra varî ritratti il Governatore ripeteva con compiacenza le parole: Este era un picaro!...—Questo era un farabutto—con l’aria di dire: Che uomo abile che era costui!

Tutto ciò per noi è strano. Noi consideriamo la Polizia come la mano della Giustizia, una grande mano, potente e delicata ad un tempo, che rintraccia i colpevoli, li scova, li afferra, e li porta al cospetto della maestà della Legge. Nell’Argentina, la Polizia—o meglio le polizie, poichè ve ne sono quindici, una per provincia ed una speciale per Buenos Aires—prima di essere la mano della Giustizia è la mano della Politica. Modificandosi lo scopo della sua esistenza, snaturandosi la sua funzione, deve necessariamente modificarsi la sua essenza. Le polizie argentine non hanno tanto lo scopo di difendere la società, quanto quello di difendere i partiti al potere. Formano dei piccoli eserciti pretoriani sempre pronti all’arbitrio ed alla violenza partigiana, a portare nella lotta politica l’influenza decisiva della forza brutale contro il diritto. E allora come potrebbero essere strumenti di giustizia e di legalità se la loro funzione si esplica così spesso proprio nel campo dell’ingiustizia e dell’illegalità?

***

È naturale che a comporre queste polizie vengano chiamati uomini risoluti e spregiudicati, ossia senza molti di quegli scrupoli che renderebbero impossibile l’adempimento del triste còmpito che la politica impone loro. Ed ora ditemi quale uso non faranno della forza di cui dispongono, della potenza straordinaria che loro conferisce il nome della legge, questi uomini scelti per evidente necessità negli strati inferiori della società, e anche delle razze umane, spesso familiari alla colpa, privi della coltura e dell’educazione, che, anche nelle anime cattive, insinuano il pudore del male? Supponete di questi uomini posti nelle colonie, lontani da qualsiasi controllo, aventi l’impunità quasi assicurata dalle distanze e dalle necessità politiche, se non dai difetti e le lungaggini delle procedure giudiziarie, e immaginate che cosa avviene. C’è poi l’aggravante d’una pessima retribuzione.

Vi sono dei commissarî che non prendono più di sessanta, settanta, ottanta pesos al mese, con i quali debbono provvedere alla paga dei soldati di polizia—due o tre—da essi personalmente arruolati, alle spese d’inchieste—che dovrebbero essere rimborsate, ma non lo sono mai—e talvolta anche al mantenimento dei prigionieri fino alla loro consegna all’autorità giudiziaria. Dei tenenti di polizia prendono trenta pesos al mese. « Questi impieghi portano l’autorizzazione implicita all’exploitation dei pacifici abitanti della campagna sotto forma di multe »—ha scritto giustamente la Prensa.—Infatti la multa arbitraria forma una delle fonti più comuni e anche più oneste dei beneficî polizieschi. Dei contadini sono talvolta arrestati con una scusa qualunque, e poi il commissario contratta con loro la liberazione. Ciò non toglie che la libertà non si venda anche ai veri colpevoli, qualche volta. Gli arresti arbitrarî naturalmente non sono certo una cosa rara, specialmente se vi si può innestare una ragione politica. Ecco un caso tipico: pochi giorni fa in una colonia importante vennero arrestate in massa una quantità di persone, fra le quali capitarono dei commercianti, due giornalisti, un notaio, il collettore delle imposte e persino un ex-commissario di polizia, e vennero per ordine speciale rinchiuse nella cella destinata agli accattoni. Il giorno dopo seppero d’essere accusate di disordini, ubbriachezza ed altre cose.... multabili (telegrammi da Chos-Malal 25 marzo).

Il diciannove di marzo un italiano ha ricorso al nostro ministro a Buenos Aires per essere stato arrestato nella Pampa Centrale, detenuto otto mesi senza ragione, e derubato dalla polizia di cinque cavalli e di tutte le sue mercanzie.

***

Qualche volta capita di peggio; per esempio, di restare in segregazione cellulare per dieci e anche quindici giorni dimenticati. E peggio ancora, di essere bastonati o feriti. Cito qualche esempio recente. A Rosario tre giovanotti italiani, dei quali uno ex carabiniere da poco in congedo, mentre conversavano sopra un marciapiede, si sono visti arrestare, senza saperne il perchè, e condurre alla Commisseria, dove—dopo la solita perquisizione—sono stati segregati in tre celle separate « condottivi a forza di calci e di pugni. » Poi un ufficiale di polizia « li ha sottoposti a nuovi e più duri trattamenti arrivando fino ad usare la daga d’uno dei vigilanti, con la quale a casaccio, in un impeto d’ira, percosse ripetutamente uno di quei tre malcapitati producendogli lesioni d’una certa gravità. Il poveretto cercò di reagire, ma si vide ridotto all’impotenza da diversi agenti. L’ufficiale poi ordinò non fosse loro somministrato nessun cibo e che alla benchè minima lagnanza fosse loro risposto con la violenza. Dopo trentasei ore di quel martirio furono posti in libertà tutti sanguinolenti e malconci. » (Dalla cronaca della Republica di Rosario). La Patria degli Italiani confermava il fatto. Il console italiano ha potuto comprovare i maltrattamenti e un telegramma alla Patria aggiungeva che « il console continuerà nella energica sua attitudine di protesta ».

Non più tardi del passato aprile cinque arrestati a Rosario, dipartimento Belgrano, sono stati bastonati dai commissarî al punto che uno dei disgraziati è stato ridotto in gravi condizioni, senza conoscimento e senza favella. Un corrispondente della Prensa ha scritto da Belleville sulla abituale crudeltà di quella polizia. « Gli arrestati sono condotti a bastonate alla polizia; si arriva anche a ferirli; ieri un guardafili arrestato senza causa giustificata venne condotto a bastonate alla Commisseria, niente altro che per fare ostentazione di rigore. »

A Santiago del Estero la polizia « contando sull’impunità delle sue colpe »—come ha scritto la Prensa—ha preso a sciabolate un povero diavolo perchè aveva rimproverato il commissario d’avergli avvelenato il cane; poi ha preso a sciabolate due suoi amici che l’accompagnavano, conosciuti come oneste e laboriose persone, ferendo tutti e tre, dei quali uno mortalmente alla testa. È comunissimo leggere nella cronaca dei giornali di « arresti in forma vessatoria e violenta »; questo significa a pugni e bastonate. Ho sott’occhio un rapporto di polizia—riportato dalla Capital di Rosario, giornale governativo—nel quale le parole bastonazos y machetazos—bastonate e pugni—vengono quasi a far parte del linguaggio d’ufficio. Pochi giorni or sono un vecchio e onorato commerciante italiano in Azul, è stato arrestato nella solita forma vessatoria violenta, e poi liberato senza la minima spiegazione. Notizie di questo genere arrivano da tutte le provincie. Alcuni arrestati presso a Chos-Malal da soldati di linea, che compiono dei servizî di polizia, come sospetti di furto, sono stati detenuti nove mesi, durante i quali hanno subìto delle vere torture per essere costretti alla confessione. Si è giunti a dar loro fino a cinquecento frustate. Una delle vittime è stata assoggettata al simulacro dello scannamento che le ha lasciato nel collo il segno del coltello; ed una donna creduta complice è stata spogliata in presenza dei soldati e sospesa per i piedi con una corda. Queste le denunzie che la Prensa riportava. Alla Rioja un povero pazzo preso dalla polizia è stato legato con le mani e con i piedi ad una grossa sbarra di ferro, e poi sospeso ad una pianta di gelso che si trova nel cortile della Commisseria. (Giornali del 25 gennaio).

***

La violenza della polizia diviene alcune volte estrema. Un telegramma laconico da Sant’Antonio (Catamarca) del 15 aprile diceva: « Domenica dalla polizia locale è stato assassinato il giovane E. M. con un colpo di remington, senza motivi noti. Si crede ad una vendetta premeditata. » Soltanto qualche giorno prima un commissario aveva ammazzato a revolverate due marinai ad Uruguay in Entre Rios. (Giornali del 12 e 13 aprile).

Alla fine dello scorso marzo la polizia di Bahia Blanca ha assalito alcuni operai italiani inermi al grido di mueran los gringos, ne ha ferito quattro a sciabolate, ed ha inseguito gli altri fin nelle case e nelle botteghe insultandoli, facendo arresti a casaccio, conducendo in prigione persino due feriti, uno dei quali in istato grave. Le inchieste ufficiali hanno negato questi fatti, che però sono attestati da testimonianze inconfutabili e da una protesta firmata da quarantatre commercianti di Bahia Blanca appartenenti a varie nazionalità. I commercianti di quella città sono cinquantadue.

A Corrientes, nella colonia Bella Vista, un giovane, che dal nome sembrerebbe italiano, è stato anche lui assassinato dalla polizia. Il telegramma pubblicato dalla Prensa diceva così: « Il giovane tornava da un ballo con un fratello. Un ufficiale e un sergente di polizia lo raggiunsero per via e il sergente gli diede la morte. »

In questi casi spesso le autorità superiori iniziano delle inchieste, la giustizia se ne impadronisce, ma la cosa finisce così quasi sempre, con un po’ di rumore. Dopo qualche anno i giudici dichiarano che per il tempo trascorso è impossibile fare la luce, e buona notte. Alcuni agenti di polizia di Trenque Lanquen sono stati così recentemente liberati dalle accuse di usurpazione d’autorità, brigantaggio, stupro, furto e usurpazione d’immobili, le vittime dei quali furono dei contadini della colonia La Luisa, di nazionalità francese. Ho sotto gli occhi i rapporti pervenuti al ministro di Francia, che fanno fremere d’orrore e d’indignazione. « C’est la Justice condamnée par les juges eux-mêmes! »—scrive nei suoi commenti Le Courrier de la Plata, organo della collettività francese.

E pensate che non tutte le vittime della polizia hanno il coraggio se non la possibilità di avanzare i loro rapporti. Pensate che vi sono tanti gridi di dolore che si perdono inascoltati nell’immensità della Pampa!

Che difesa può rappresentare per la società questa polizia che fra pochi buoni elementi contiene tanto marcio? Un giornale di Santiago del Estero—dove i reati sono comunissimi—El Siglo, giornale che cito a preferenza fra tanti perchè non tacciabile certo d’avversità al Governo—dimostra la parte che ha la polizia nello sviluppo della criminalità, non fosse altro per la sua passiva condotta di fronte al delitto, conseguenza inevitabile della sua disorganizzazione. La polizia non si cura talvolta nemmeno di eseguire le constatazioni del delitto. « La garanzia della vita e della proprietà delle popolazioni rurali—dice El Siglo—va facendosi ogni giorno più illusoria, al punto che non si prende alcuna misura per la persecuzione e la punizione dei colpevoli, i cui crimini hanno per teatro gli stessi sobborghi di questa capitale. »

El Municipio di Rosario ha scritto: « Basta percorrere i centri rurali e conversare con gli abitanti autorevoli, per darsi conto che la vita laboriosa e onorata si è fatta impossibile per il predominio degli elementi nocivi che commettono le maggiori ferocie senza che nessuno li molesti. »

Ma anche se una tale polizia proteggesse le popolazioni dai criminali, che mai le proteggerebbe poi dalla... polizia?

È giustizia riconoscere che fra le quindici polizie argentine quella di Buenos Aires è di gran lunga migliore, e rappresenta un’eccezione lodevole. Da qualche anno è stata organizzata su modelli europei. La vita internazionale della grande metropoli ha avuto un’influenza sui costumi; la lotta politica ha preso in quell’ambiente vastissimo forme meno primitive e meno brutali, e la polizia si trova ricondotta a poco a poco al suo naturale ufficio di strumento della giustizia. Va rientrando nella legalità. Non vi è ancora rientrata del tutto, perchè anche a Buenos Aires, a dire il vero, avvengono qualche volta arbitrî e abusi polizieschi; ma sono un nulla in confronto agli orrori ed errori delle polizie gauchas delle provincie.

E se si potesse fare il bilancio di quanto costano alle operose, infaticabili ed umili popolazioni rurali quegli errori e quegli orrori, quanto denaro, quante lacrime, e quanto sangue italiano!...


L’ESERCITO ARGENTINO.

[Dal Corriere della Sera dell’8 giugno 1902.]

Negli ultimi giorni dello scorso anno, mentre la questione argentino-cilena prendeva un aspetto minaccioso, tanto che la guerra si credeva da alcuni imminente, inviai da Buenos Aires una corrispondenza sopra l’esercito argentino. La probabilità della guerra rendeva l’argomento della massima attualità; ma nello stesso tempo poteva sembrare inopportuna la pubblicazione di critiche sopra un esercito alla vigilia forse della sua entrata in campagna, e credetti mio dovere di far sospendere quella pubblicazione.

Ora l’orizzonte è schiarito; sulla Cordigliera delle Ande brilla l’arcobaleno. Un telegramma del 1 giugno al Times comunica che una convenzione è stata stabilita fra le due Repubbliche rivali, per la quale si limitano gli armamenti navali fino alla eguaglianza delle due flotte argentina e cilena, facendo inoltre assicurazioni di politica pacifica che non possono essere accolte senza una vera soddisfazione da noi italiani. Ma gli accordi stabiliti non accennano agli armamenti terrestri, e un telegramma della Stefani da Parigi ha annunziato ieri che l’Argentina ha ordinato armi in Germania per ottanta milioni. Adesso è dunque doppiamente opportuno un esame spassionato dell’esercito argentino al quale sono inerenti gravi problemi finanziarî e politici. Oggi le spese militari aprono grandi breccie nel non florido bilancio dell’Argentina, e noi che abbiamo il più legittimo desiderio della prosperità della Repubblica, non possiamo disinteressarcene; e nello stesso tempo non possiamo disinteressarci dal conoscere fino a quale punto quell’esercito risponda alle condizioni di garanzia per la tranquillità e la sicurezza della Repubblica, che è la tranquillità e la sicurezza di tanti nostri connazionali.

***

La probabilità d’una guerra risveglia in ogni pacifico cittadino l’animo d’uno stratega. Sorgono legioni formidabili di profeti militari, i quali muovono compatti le prime ostilità... al buon senso. Così per la possibile guerra fra il Cile e l’Argentina non mancavano critici militari che facevano ogni giorno la più abbondante distribuzione di vittorie e di sconfitte.

Nulla in verità è poi più difficile di un giudizio sopra una guerra come questa, nella quale ogni belligerante avrebbe da lottare con enormi difficoltà opposte dalle distanze, dalla conformazione territoriale di probabili campi di battaglia, dalla lunghezza sterminata delle linee di comunicazione, dalla impossibilità di regolari servizî logistici. L’inaspettato e la sorpresa avrebbero in una tale guerra una parte molto importante. Avevano torto coloro che prevedevano l’arrivo dei cileni sulla Plaza de la Victoria di Buenos Aires, come coloro che predicevano il bivacco degli Argentini per le vie di Santiago. Le condizioni nelle quali si svolgerebbe una tale campagna, che sarebbe stata lunghissima e fortunosa, potrebbero togliere valore alla affermata superiorità dell’organizzazione militare cilena e neutralizzare i difetti della difesa argentina.

Ciò non toglie però che questi difetti esistano, e che a noi europei specialmente si rivelino con maggiore crudezza per il paragone che istintivamente facciamo fra questo esercito ed i nostri.

Il sentimento militare nelle nostre nazioni ha preceduto tutti gli altri, persino quello della nazionalità, perchè è nato prima che nascessero le nazioni. Noi siamo stati popoli essenzialmente guerrieri; ci siamo tagliati le nostre patrie a colpi di spada; la guerra è stata la più nobile delle nostre occupazioni—a torto o a ragione, non discuto—; per secoli abbiamo considerato la guerra come l’unica fonte di ogni onore; la nobiltà non poteva nascere che fra lo strepito delle battaglie, e per le battaglie è vissuta fino ad oggi. Portare la spada è stato un privilegio ambìto, e i segni di onorificenza che anche oggi rendono tanto fieri i nostri imbelli soprabiti borghesi non hanno origine che nella guerra. L’esercizio delle armi è stato da noi sempre riconosciuto come fra i più eletti, e l’esercito è divenuto poi oggetto di ogni onore e di ogni amore quando il popolo tutto è stato chiamato a combattere nelle sue file le più sante battaglie; l’esercito è divenuto tutta una cosa, tutta una carne col popolo.

Nell’America no; il sentimento militare è l’ultimo arrivato fra i sentimenti del popolo. Si è formata una società di politicanti, commercianti, industriali, agricoltori, la quale quando ebbe bisogno di un esercito se ne assoldò uno, come si assolda un guardiano, componendolo di tutti coloro che non avevano o non potevano far di meglio. L’on. Belin Sarmiento, deputato federale, nipote del grande statista argentino Sarmiento, in una pubblicazione fatta nel 1892, ci dipingeva i soldati d’allora come « provenienti dallo scolo degli elementi sociali che non trova altra uscita, uomini indegni della vita civile, molti avventurieri, déclassés, indiani incapaci al lavoro e persino criminali ». Si comprende in quale considerazione nell’opinione pubblica doveva esser tenuto questo esercito e in quale disdegno per il militarismo sia cresciuto il popolo argentino. Dio mi guardi dal discutere se questo sia un bene o un male; se la mancanza del fardello delle tradizioni militari—dalle quali pur sgorga quello spirito di disciplina che compagina le forze e le volontà—renda realmente più leggero un popolo sulle vie del progresso. Constato dei fatti e nulla più. I nuovi popoli, anche senza il militarismo, pare che si odiino precisamente come i vecchi.

L’anima collettiva argentina, pronta sempre agli entusiasmi, alla presunta vigilia d’una guerra, inneggia all’esercito; ma nel sentimento individuale le diffidenze, le prevenzioni e la poca simpatia persistono, e ciò forma oggi il maggiore ostacolo alla buona organizzazione della difesa nazionale. Una legge sulla coscrizione militare è ora in vigore, ma i risultati non sono certo soddisfacenti, perchè non è penetrato nello spirito di tutto il popolo—e non lo potrebbe essere—il sentimento del dovere militare, perchè sottrarsi all’obbligo di far parte dell’esercito non è sempre considerato indegno e vergognoso, perchè chi può eludere la legge troppo spesso la elude senza che senta gravarsi intorno il disprezzo del popolo, che potrebbe essere il più potente stimolo al compimento del dovere. La legge è benigna, le autorità sono clementi, la rilassatezza e l’indifferenza generale sanzionano tutto.

***

Due altri mali antichi affliggono l’esercito, e sono la politica e la speculazione—i due mali del resto che rodono la Repubblica intera. Per la politica, l’esercito non è risultato uno strumento di difesa nazionale; il nemico esterno è stato perduto di vista nella preoccupazione del nemico interno.

Nella lunga serie delle rivoluzioni l’esercito ha sempre preso parte attiva con i suoi pronunciamientos, dimenticando il suo alto ufficio, e distruggendo a colpi di cannone la sua compagine.

Per la speculazione, l’esercito, divenuto campo di sfruttamento, è costato somme favolose, restando male equipaggiato e male organizzato. Nella citata opera del Belin Sarmiento trovo questo dato ufficiale: il costo del soldato argentino era nel ’92 di 2025 pesos all’anno; le cose non sembrano molto cambiate poichè, non contando la farraggine delle spese straordinarie, il soldato argentino costa oggi sui tremilaottocento franchi all’anno, cifra enorme se si pensa che il soldato europeo costa in media meno di mille lire all’anno. Come mai?

Non è facile immaginare il saccheggio della speculazione nei bilanci della guerra. Partite di cavalli e di muli pagate effettivamente la metà meno dei prezzi che figurano pagati (un fatto simile è stato denunciato il 12 aprile da due giornali), forniture di sellerie e di armi fatte a prezzi disastrosi, somme rilevanti passate in tramitaciones per ottenere contratti di forniture, ecc. A capo dell’amministrazione del Ministero della guerra vi è un « intendente di guerra », impiegato borghese. Ora, non tutti gl’intendenti sono stati di una regolarità scrupolosa; ve ne sono stati di quelli che hanno preso percentuali di discutibile legalità sugli affari di forniture e di altro, senza misteri, ritirandosi dopo due o tre anni con delle vere fortune. (È doveroso dire che il presente intendente di guerra gode fama di uomo onesto; ma certi suoi predecessori!...).

Il giornale El Diario, qualche anno fa, con una serie di articoli—che si è saputo scritti da persona assai addentro in questioni militari—ha rivelato molti mali che bruttano l’esercito argentino. Pare persino che vi siano talvolta dei fornitori imposti « per ordine » ai colonnelli. Un colonnello che si rifiutò ad una tale obbedienza sarebbe stato punito inviando il suo reggimento a soffrire i rigori di cinque mesi d’inverno nelle regioni andine, senza equipaggiamenti e senza vestiario invernale!

L’esercito, come disgraziatamente tante altre istituzioni argentine, è stato considerato una specie di greppia, alla quale con un po’ d’influenza si poteva fare una mangiatina. E a furia d’influenze e di appoggi non è stato difficile a molti persino di ottenere le spalline. A questo si deve in grande parte se l’esercito argentino, composto d’un effettivo di 8691 uomini, ha l’onore d’essere comandato da ventisette generali (senza contare tutti i generali fuori di attività di servizio), da quattrocentoquattordici colonnelli, da duecentoquarantasei maggiori—notate la decrescenza—da centosettanta capitani, quattrocentocinquantasei tenenti e duecentosessantuno sottotenenti. Totale 1575 ufficiali in attività, fra i quali i colonnelli sono due volte e mezza più numerosi dei capitani, ed i sottotenenti quasi eguali in numero ai maggiori. Ciò significa un ufficiale per ogni cinque soldati... e mezzo.

È facile comprendere il valore di questa massa di comando. Eccettuati un quindici o venti ufficiali superiori, molti dei quali di sangue straniero, veramente colti e moderni, licenziati da scuole militari europee—e specialmente italiane—e un buon gruppo di giovani promettenti, il resto, nella buona maggioranza, sarà formato da eroi capaci di farsi ammazzare senza batter ciglio—e lo hanno qualche volta dimostrato—ma digiuni di scienza militare, e spesso anche... civile. È noto un vecchio colonnello che non sa nè leggere, nè scrivere. Firma col timbro, come Carlo Magno. L’uso della carta topografica risulta per molti antichi ufficiali un vero rompicapo cinese, davanti al quale capitolano esclamando: Es mas practico el baequiano!—È più pratica la guida!

***

Naturalmente i giovani, i moderni, si trovano in lotta con i vecchi. Formano il partito dei riformatori, capitanato dallo stesso ministro della guerra Ricchieri—di origine italiana—uomo di vedute ampie e di solida coltura, dal quale l’esercito aspetta salvezza. Ma i « giovani » sono alla loro volta divisi fra i « figli del paese » e gli stranieri ed i figli di stranieri!... Ne vengono continue polemiche, critiche acerbe che si trascinano sulle colonne dei giornali, con evidente nocumento della disciplina.

E questa benedetta disciplina sarebbe tanto necessaria in un esercito, che, come l’argentino, conserva ancora una parte degli elementi torbidi, dei quali parlava l’on. Belin Sarmiento, formata in maggioranza da indiani e meticci. Non bastano a mantenere la disciplina le crudeli pene corporali che si applicano con frequenza e spesso con eccessiva durezza.

All’indisciplina concorre in parte il regime di vita del soldato, la libera uscita che ottiene alla notte, durante la quale non di rado si ubbriaca. I soldati escono senza le armi, ma hanno quasi tutti il coltello infilato negli stivali, pronto ad uscir fuori quando il vino o la caña annebbiano la mente. Tornano al quartiere insofferenti del giogo disciplinare, stanchi, impreparati alle dure esercitazioni della milizia.

Un’altra causa d’indisciplina è la donna. Come il Creatore commosso dalla noia d’Adamo gli diede la donna, il Governo argentino ha dato la donna al suo soldato. Forse lo guidò l’idea d’evitare peggiori insubordinazioni, a meno che non sia stato invece il legittimo e antico desiderio di aumentare la popolazione con i... « fils du régiment! » I reggimenti fuori della Capitale hanno cinquanta e quelli di Buenos Aires dieci, diciamo così... attachées militari, le quali vivono nel recinto della caserma, o a cinquanta metri dall’accampamento, seguendo i soldati ovunque.

Questa istituzione dovuta certo ad un resto di uso indiano—poichè le donne si trovano in tutte le armate primitive—portata nell’esercito argentino dai numerosi indiani che vi hanno fatto parte, è fomite di mali disciplinari, sui quali è degno sorvolare.

Molto gravi sono le conseguenze di tutte queste svariate cause. Il soldato argentino è generalmente capace di coraggio e di audacia, ma non ha sufficienti doti militari. Marcia pochissimo, e sarebbe appunto la marcia, in una guerra fra la Pampa, l’arma più formidabile. L’artiglieria, creazione nuova, libera dei tristi mali originali, è buona. La cavalleria non riceve quasi istruzione di maneggio, non conosce il servizio d’esplorazione, che sarebbe il suo primo còmpito, e questo avviene anche perchè, in un paese di cavalli, la cavalleria non ha sempre i cavalli! I reggimenti della Capitale, si può dire che siano i soli regolarmente montati; quelli ai confini normalmente sono... a piedi. Quando c’è necessità si manda loro una cavallata—una mandria—si montano, e via!

Il Commissariato è allo stato embrionale; i servizî logistici non sono organizzati. Le condizioni dell’esercito scemano il valore delle cifre nei quadri della difesa nazionale. Ai dodici battaglioni di fanteria, agli undici squadroni di cavalleria, alle sei batterie di artiglieria che comprendono 8691 soldati, si aggiunge la fantastica cifra di 438,894 uomini della Guardia Nazionale, ma tra mausers, remington e carabine non vi sono armi che per la metà circa, riducendosi così alla metà anche il valore numerico.

L’Argentina deve preoccuparsi seriamente di questo esercito che le costa tanti e tanti denari, deve rintracciare le vere cause dei suoi mali e delle sue deficienze per sanarli.

E qui viene naturale il paragone fra l’esercito argentino e la marina. La marina, sorta da poco, non ha tabe originali, non ha sofferto per le vicissitudini delle ingloriose lotte politiche. Ha avuto una direzione omogenea ed una organizzazione senza troppi rimpasti, dovute alla mente del Rivadavia che fu molto coadiuvato dall’italiano Muscari. Per quanto anche qui si riscontrino errori e colpe di dolorosa memoria, tuttavia il progresso è rapido e sicuro. Una marina non s’improvvisa, perchè non bastano le navi formidabili quando mancano gli uomini da mettervi sopra: e la marina argentina ha bisogno ancora di tempo per creare tutti gli uomini che le necessitano, per non ricorrere, come ora, al personale straniero. Ma la strada che essa ha rapidamente percorso è certo una buona garanzia per l’avvenire suo.

Il paragone fra le forze di terra e quelle di mare ricorre molto sui giornali argentini. « Perchè—domandavasi giorni sono la Prensa—le nostre forze di terra decadono, mentre si migliorano invece le navali? »

Si potrebbe rispondere forse con le sue stesse parole:

« Perchè la marina ha la fortuna di stare in un campo dove non ci sono governatori, nè elezioni. La sua influenza si salva dal contagio corruttore della oligarchia, e può svolgere intanto le sue attitudini, e perfezionarsi! »


IL LUSSO NELL’ARGENTINA.

[Dal Corriere della Sera del 12 giugno 1902.]

Il popolo criollo, che si trova quasi estraneo alle assorbenti cure del lavoro, che ha a portata delle sue mani le facili ricchezze alimentate dalla inesauribile sorgente del lavoro straniero, che—con un’esagerazione che le teorie dell’atavismo giustificano—ha ereditato dai suoi padri spagnuoli insieme alle virtù della fierezza e dell’orgoglio anche i difetti della tendenza spendereccia, della manìa delle apparenze, dell’amore alle grandiosità—come ha ereditato dalle antiche madri aborigene la passionalità e la dolce mollezza—non poteva resistere alla piacevole malattia del lusso. « Il lusso sterile si è subitamente introdotto nei nostri costumi—ha scritto un saggio argentino—; ma la ricchezza male acquisita va lasciando dietro di sè molte rovine morali; poichè l’oro è come l’acqua d’un fiume, che desola e rovina se inonda subitamente, mentre porta in ogni dove la fecondità e la vita se giunge lentamente per mille condotti. »

In trenta anni o quaranta dalla tradizionale semplicità della vita campesina si è giunti al più assurdo lusso, assurdo perchè il meno sapiente, un lusso che si è infiltrato a poco a poco in tutte le classi, che si rivela negli atti più semplici della vita, che è divenuto quasi una necessità. Nelle epoche dei grandi guadagni e delle speculazioni colossali, che sono così recenti e sembrano favolose, si sono create delle abitudini che resistono tuttavia, e resisteranno pur troppo fino a che sarà facile sacar plata—trovar denari—a chi ha il privilegio di vivere nell’immensa rete dell’intrigo politico.

Il primo sintomo caratteristico della malattia del lusso, lo straniero l’osserva appena sbarcato, prima di vedere e sapere nulla, niente altro che allo scorgere il modo con il quale l’argentino porta in tasca il suo denaro. Noi abbiamo la meschina abitudine del portafoglio che, se i borsaioli lo rispettano, serve a conservare i nostri biglietti di banca ben piegati e classificati. Qui il portafoglio per il denaro è una gretteria che fa sorridere di disprezzo fin l’ultimo almacenero; l’argentino porta la sua carta monetata insaccata nelle tasche dei pantaloni. Qualunque somma è portata così, come il fazzoletto. Per pagare si tira fuori un pugno di biglietti, se ne getta uno tutto spiegazzato al venditore con un’inimitabile aria di disdegno, e si ripone il resto con noncuranza nella solita tasca, picchiandoci sopra un colpetto per diminuirne il volume.

Questa strana ostentazione di disprezzo per il denaro, forma una caratteristica argentina veramente rivelatrice. È una questione di amor proprio, di orgoglio curiosamente sentito; in fondo è una contraddizione patente che costa molto e che forma da sola una delle principali spese di lusso. Non si guarda alla spesa purchè il gesto sia bello. C’è sempre una certa ricerca dell’effetto. Ho visto una sera in un caffè a Buenos Aires un giovanotto, un compadrito (teppista elegante), il quale, ferito alla testa da una bastonata consegnatagli da un suo buon amico, si asciugava la ferita con biglietti da un peso—i più correnti—che gettava via insanguinati, e questo perchè non aveva un fazzoletto. Era sublime; ma certo quel bravo ragazzo avrebbe semplicemente domandato una salvietta al cameriere se nessuno fosse stato lì a guardarlo.

Al caffè, al restaurant, se si è in un gruppo di amici, è sempre uno che paga per tutti, per legge inviolabile. Si va al teatro in comitiva? Chi è più vicino allo sportello dei biglietti compera le poltrone, gl’ingressi, i programmi per tutti; e guai allo straniero che tenta il modesto rimborso. Il più umile impiegato della municipalità pone le mani in tasca con l’aria di un Grande di Spagna; salvo poi, tornando a casa solo, a fare i conti sotto un lampione di quanto costa la grandiosità.

Ho cominciato dall’accennare a queste minuzie perchè sono sintomatiche, e fanno già comprendere il carattere del lusso argentino. Non è il lusso d’un paese che col migliorare delle sue condizioni economiche sente aumentare i bisogni e si adatta progressivamente ad un maggiore comfort; il raffinamento della sensibilità in un popolo ha un processo molto lento, e la prosperità argentina sorse in pochi anni d’affari tumultuosi. È il lusso sterile di chi spende per spendere, per « figurare », di chi poco conosce il costo del denaro; ed è il lusso più pericoloso perchè non ha una norma fissata dal livello dell’intellettualità del popolo, la quale ha un limite, ma è invece regolato dall’ambizione e dallo snob che non hanno limiti.

La conseguenza principale—dal nostro punto di vista di stranieri cointeressati—è uno sperpero inutile d’enormi ricchezze, il quale fatalmente non può non indebolire le resistenze morali alla corruzione. Ricercando le cause dei mali argentini, per i quali tanti italiani soffrono, non possiamo tralasciare il lusso, e tutto quanto il lusso si trascina appresso, le cui conseguenze materiali e morali sono vaste e profonde.

***

Il lusso infesta tutti i campi, come una splendida ortica, e vegeta persino sul bilancio di Buenos Aires. La Capitale si comporta come una signora un po’ civetta, la quale comperi un cappellino che costa un occhio a chi.... lo paga, per la sola ragione che qualche amica ne ha comperato un altro. Si fanno boulevards perfettamente inutili perchè Parigi ne ha; si creano parchi e giardini dispensabilissimi per non essere al di sotto delle grandi capitali; si gettano milioni in un giardino zoologico, dove le scimmie abitano villini arabi e i leoni dimorano in tempî greci, solo per poter dire che il Zoo di Londra non è così bello; facendo un grande serbatoio d’acqua potabile si è voluto che la costruzione rappresentasse un grandiosissimo palazzo del rinascimento francese, tutto ricoperto di maioliche inglesi, spendendo due milioni e mezzo per la pura e semplice ornamentazione. Non si è mai pensato che tutta la popolazione dell’Argentina non arriva a cinque milioni e che un popolo di cinque milioni deve spendere un poco meno di quelli sette o otto volte più grandi; si è detto e scritto che Buenos Aires avendo quadruplicato il numero dei suoi abitanti in ventotto anni, « raddoppia di popolazione ogni quattordici anni », e non si è pensato all’assurdo di una tale premessa, secondo la quale fra cinquanta anni Buenos Aires dovrebbe avere dieci milioni di abitanti. Si è speso sempre basandosi sul fantastico, ipotecando un lungo avvenire, senza far mai i conti con le risorse del paese, ripetendo eternamente che il paese è vasto e ricco e che pagherà tutto. L’importante è che Buenos Aires mantenga il suo posto di « segunda ciudad latina del mundo »—la prima, si sa, è Parigi—e poco preme che le finanze si rovinino, che i debiti crescano in proporzioni spaventose. Nulla importa purchè « il gesto sia bello »! La collettività fa lo stesso lusso dell’individuo, sterile, inutile lusso, in modo assurdo e sproporzionato alla potenza finanziaria del paese.

L’apparenza è tutto. Quel serbatoio d’acqua potabile diventa quasi un simbolo: il simbolo della esteriorità argentina. Un ricchissimo sfarzoso castello scintillante di ceramiche policrome, all’esterno; all’interno... acqua potabile!

Non si fa del lusso in proporzione a ciò che si è, ma a ciò che si vuol parere; lusso esagerato negli edifici, negli arredi, negli abiti, in ogni cosa. Non si ha idea, per esempio, delle somme che si spendono laggiù per le toilettes. La stagione dell’Opera viene preventivata venti o trentamila pesos nelle famiglie della buona società. Nei negozî principali di mode si ottengono delle rivelazioni interessanti sulle spese femminili. Conti di quaranta e cinquantamila pesos sono pagati correntemente dalle signore, cioè volevo dire dai mariti, dell’aristocrazia portegna. Tutto quanto è moda costa caro perchè tutto è importato. Parigi, questa fata morgana dell’Argentina elegante, assorbe per le sue mode e i suoi gingilli, in proporzione, due volte e mezza più di ricchezza dal Sud che dal Nord-America. Ah! quella Parigi si è fatta una gran clientela di repubbliche, esportando i diritti dell’uomo e poi i.... cappellini della donna!

Non parliamo di quanto si spende in feste, feste pubbliche, private, religiose, di beneficenza; non parliamo del lusso nei clubs, nei teatri, in ogni dove. Vi è in tutto questo qualche cosa d’una immensa mise en scene; si sente il fittizio.

Le spese eccessive portano un dissesto endemico nei bilanci domestici, che vengono a rispecchiare così il bilancio dello Stato in proporzioni ridotte. Lo sperpero cieco del denaro conduce per conseguenza ad una caccia altrettanto cieca al denaro, la quale ha per forma più mite il giuoco. La questione del giuoco è così grave che ora tutta la stampa argentina unanime a grandi gridi ne invoca la estirpazione. Ma non è con dei saggi articoli di fondo che, specialmente ora, potrà svellersi la mala pianta del giuoco, i cui sottili viticchî, si può dire, avvolgono ogni anima.

La folla giuoca alla « loteria nacional »—che è una specie di lotto colossale—con un accanimento incredibile.

Le corse di cavalli offrono un altro sfogo alla manìa del giuoco. Vi sono a Buenos Aires sopra a trecento agenzie dette « casas de sport », specie di totalizzatori, dove tutti corrono a giuocare sopra i risultati delle corse che hanno luogo una volta alla settimana all’Ippodromo; e notate che queste « casas de sport » sono colpite da una tassa proibitiva di duecentomila pesos all’anno. Queste agenzie ricevono per ogni giorno di corsa 180,000 giuocate. 100,000 ne riceve il « Jockey Club » sul campo delle corse, e ciò porta ad un totale di circa mezzo milione di pesos per giornata, ossia ventiquattro milioni di pesos all’anno, eguali a sessantadue milioni di lire circa (giornale El Pais, 28 marzo). Sessantadue milioni puntati dalla sola Buenos Aires in un solo giuoco d’azzardo!

***

Ma il giuoco che ha le conseguenze più disastrose per il paese è quello di Borsa. Alla Borsa di Buenos Aires si giuoca accanitamente. Le oscillazioni nei cambî prodotte dalla speculazione mettono spavento; si è visto il cambio dell’oro passare da 240 (ossia che ci vogliono 240 pesos in carta-moneta per ogni 100 in oro), a 238, poi a 241 e infine a 246 tutto in uno stesso giorno. Immaginate quali liquidazioni! Questo giuoco si basa sulla politica. Durante la questione col Cile si sono visti dei gelosi segreti diplomatici immediatamente propalati e discussi sui giornali provocando rialzi dell’oro di molti punti. Quando un giornale pubblicava un bollettino speciale troppo allarmante, bastava fare alla Borsa un’inchiesta dissimulata per sapere che il direttore di quel giornale aveva comperato in quel giorno, per mezzo dei suoi agenti, quaranta o cinquantamila pesos d’oro. Ricordo che quando venne ritirato il ministro plenipotenziario Portela da Santiago, io, con un certo orgoglio di pubblicista bene informato, osservai ad un signore mio conoscente, il quale gode relazioni politiche, che sapevo la notizia dal giorno prima; ed egli mi rispose sorridendo:

—E io ero prevenuto quattro giorni fa!

—Impossibile!

—Ecco la prova—e mi mostrò il conto del suo agente di cambio che attestava la compera di non so quante decine di migliaia di pesos d’oro fatta precisamente quattro giorni prima.

La speculazione non ha limiti. Con una politica incerta e convulsa come in generale sono sempre le politiche americane, col desiderio smodato in troppa gente di profittare delle occasioni per il proprio interesse, e con l’aggravante d’una crisi che ha molto assottigliato l’adipe della nazione rendendola più vivamente sensibile alle variazioni economiche di qualsiasi genere, l’influenza della speculazione di Borsa così esercitata è veramente disastrosa. Si sa bene, pur troppo, che in tutte le Borse si specula, come del resto in tutti gli ippodromi si giuoca; ma sono la natura e l’estensione del giuoco e della speculazione che qui rendono il male spaventoso. Rovinati dai cambî, molti negozianti cercano di rifarsi sui cambî, giuocando e alla Borsa di Buenos Aires vi sono nientemeno che quattromilacinquecento soci; una popolazione! Le grandi oscillazioni rendono più allettevole il giuoco; un solo colpo buono può essere una fortuna. Il giuoco poi per un fatale concatenamento mantiene grandi le oscillazioni. Sapendo le grandi somme che l’Argentina deve pagare all’estero, in oro, per gl’interessi dei prestiti non fosse altro, si comprende quanto il cambio fittizio fissato dalla speculazione sia rovinoso. Senza contare i disastri provocati da ogni liquidazione un po’ fuori della media prevista, senza contare la sfiducia e il discredito che vanno sempre più circondando nell’Argentina quanto è materia di finanza!

Che dire poi del giuoco vero, il giuoco classico e genuino che si fa intorno al tradizionale tavolo verde? Le bische sono innumerevoli. La città, i sobborghi, i paesi dei dintorni, i luoghi di villeggiatura e di bagni sono pieni di bische. Non ho cifre esatte sulle bische di Buenos Aires, ma si può immaginare quante mai potranno essere, sapendo che nella piccola città di Cordoba, la città detta la Santa e anche la Dotta, si conoscono quattrocentoventiquattro bische. In proporzione Buenos Aires dovrebbe averne diverse migliaia.

Sono queste bische che impensieriscono tanto oggi i Catoni della stampa, dei quali non pochi fanno come quel padre che, accorso in una casa di giuoco per sorprendervi il suo figliuolo scapestrato, e trovatolo ad un tavolo di baccarà, gli gridò con accento indignato:—Disgraziato, che fai? perchè, perchè... prendi carta sul cinque? Guarda come si fa—e si assise severamente al suo fianco.

La stampa non risparmia accuse veramente gravi e precise alle autorità che dovrebbero sorvegliare alla esecuzione della legge, la quale colpisce severamente le bische come le « casas de sport » con tasse proibitive. Ma chi ci bada? Il giornale Los Principios è arrivato persino a denunziare un commissario di polizia come... proprietario di una bisca!

Quanti milioni non passano giornalmente sui tavoli da giuoco? Non dimentichiamo poi di aggiungere alle bische i clubs dove si giuoca tremendamente. Cito un dato: il Club del « Progresso » incassa per le sole tasse di giuoco, ossia per la sola vendita dei mazzi di carte—il cui prezzo può variare a seconda l’entità del giuoco fino a quindici pesos—incassa, dico, dagli otto ai dodicimila pesos al mese; ossia, in un club solo i giuocatori pagano più di centomila pesos all’anno (250,000 franchi circa) per i mazzi di carte. Quale disordinato spostamento di ricchezze non deve portare un tale giuoco nella società bonearense?

A poco a poco tutto tende a diventare giuoco, dalle imprese alla politica; la via del lavoro è sempre più schivata come mezzo per raggiungere la prosperità e la ricchezza, perchè è una via troppo lunga e aspra e difficile in confronto delle altre. Si spende rapidamente; è necessario guadagnare rapidamente. Ne viene uno squilibrio nelle manifestazioni della vita sociale. La compagine morale della società s’indebolisce: e guai quando si rallenta o cessa di funzionare quel potente regolatore delle azioni umane che è la coscienza!

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Fra i mali che sono causati dal lusso e dal giuoco ve n’è uno che a noi interessa di più perchè ha un’influenza diretta sulle transazioni di denaro e perciò sugli affari. Intendo parlare dell’usura. I saggi d’interesse sono normalmente alti nell’Argentina (l’interesse legale ipotecario è del 12%) per la richiesta di capitale dovuta al rapido sviluppo della produttività del paese, ma ancora più per le diffidenze dei capitalisti, per i rischi provenienti dalla « indelicatezza » commerciale, ecc. Sono poi resi enormi quando a tutto questo si aggiunge la ricerca disordinata del denaro provocata dal lusso e dal giuoco.

L’usura diventa una cosa normale. Un’infinità di famiglie va avanti impegolandosi sempre più nei debiti in attesa della volada—un colpo di fortuna—o di una nuova pioggia di ricchezze, come nel ’90. Gl’impiegati che sono al corrente dello stipendio spesso lo scontano ai primi del mese; quelli che da mesi non lo possono ritirare vendono il loro credito verso il Governo la Municipalità per i due terzi o per la metà.

Nel piccolo prestito il 50% si chiama un interesse onesto. L’« interesse onesto » però non è comunissimo. Secondo le circostanze si vede applicato un tasso dell’80, del 100, del 200%. L’interesse si calcola a mesi, e si dice perciò modestamente il 5, l’8, il 10%. Ciò che in realtà è il 60, il 96, il 120%. Pullulano gli ufficî di prestito su pegni e su garanzie che fanno operazioni dal 4 ½ per cento in su (al mese, s’intende). Il male è così vasto che non si nasconde più. Si « opera » alla luce del sole. Si vedono degli avvisi agli angoli delle vie, sui giornali, nell’interno dei tramways, sui siparî dei teatri, che dicono: « Dinero! Dinero! Chi ha bisogno di denaro vada in via tale, numero tale, ecc., succursali in tutta la città ». Sono stabilimenti molto riconosciuti! La réclame applicata all’usura è l’ultima parola del progresso. L’usuraio diventa una persona per bene, un essere rispettabile e rispettato, bene accolto. Se ne incontrano per tutto, nei clubs, nelle Società e persino nelle redazioni dei giornali. Alla domanda: Chi è quel signore?—vi rispondono con indifferenza: uno strozzino—come vi dicessero un avvocato, un ingegnere, un dottore.

Vedremo, parlando dei nostri connazionali, la rovina che l’usura porta nella campagna. Le sue conseguenze sulla prosperità generale sono evidenti.

Il lusso, il giuoco e l’usura formano tre anelli d’una stessa pesante catena che cinge le braccia della Repubblica Argentina. In essi troviamo ancora una ragione concomitante della gravissima crisi presente, e non certo la più lieve. E per questo male non v’è che una guarigione: il lavoro. Il lavoro domina le manìe dissipatrici.

Gl’italiani, nell’Argentina, sono generalmente tacciati d’avari. Essi conoscono troppo quanto costa il denaro per poterlo gettare, poichè lo pagano col sudore della fronte, che è quanto di più sacro e di più prezioso possa dare un uomo!