RICCHEZZE E MISERIE.
[Dal Corriere della Sera del 17 giugno 1902.]
Nel mese di aprile l’esodo di emigranti dalla Repubblica Argentina ha superato l’arrivo di 3032 individui, secondo le statistiche dalla Direcion de Emigracion. La differenza fra i partiti e gli arrivati sembra che aumenti di mese in mese in proporzione geometrica; il sintomo non è equivoco; l’Argentina è stata finora uno dei paesi che hanno assorbito la maggiore quantità di emigrazione europea, e debbono essere ben vaste e profonde le perturbazioni che oggi creano un tale rigurgito nella regolare corrente immigratoria che si era formata.
Questo solo fatto basterebbe a dare la misura delle gravissime condizioni della Repubblica Argentina, le cause delle quali abbiamo sommariamente e alla meglio rintracciato negli articoli precedenti, esaminando la politica, il governo, la giustizia, l’esercito e la società di quella giovane nazione.
A queste cause, che sono pur troppo permanenti, si aggiungono anche cause occasionali e transitorie—come ora la deficienza dei raccolti—le quali trovano l’organismo della nazione già spossato, incapace di resistere, e producono danni enormi, come quelle malattie di stagione che non danno che un leggero malessere ai forti, e colpiscono a morte gl’indeboliti. Mi diceva un giorno il governatore Freyre—il quale è salito da poche settimane al Governo di Santa Fè con un programma largo di promesse—che « se ci fosse un buon governo nell’Argentina basterebbero soli tre anni di raccolto sopra cinque per star bene. » Anzi l’eccellente uomo—il quale naturalmente trovava che il suo governo faceva eccezione alla regola—dopo un istante di riflessione ha soggiunto che « due soli anni di buon raccolto ogni cinque sarebbero tuttavia sufficienti alla prosperità del paese. »
In fondo, salvo l’esagerazione ottimista che ogni uomo di governo prova in presenza di un giornalista straniero, egli diceva la verità. Le sciagure argentine vengono dagli uomini e non dal paese. Il paese è ricco.
È ricco; ma potrebbe paragonarsi ad una miniera d’oro in mano a gente inetta e dissipatrice, di una Chartered che sperperi, che amministri in modo disastroso, che sfrutti ciecamente la ricchezza, che faccia dei debiti enormi. Intorno alla miniera d’oro si finirebbe per soffrire la fame. E la fame si soffre ora nell’Argentina.
La responsabilità degli uomini che reggono i destini di quel paese appare più grave ai nostri occhi se si paragona ciò che è l’Argentina oggi a ciò che potrebbe essere; se la tristissima e squallida miseria alla quale centinaia di migliaia di stranieri sono condannati, si pone a confronto delle prosperità che quella terra avrebbe potuto dar loro, in meritato compenso dei sudori e delle virtù che vi hanno prodigato.
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La prima ricchezza dell’Argentina è la vastità. L’Italia potrebbe esservi contenuta dieci volte; la Germania sei. Dalle regioni tropicali del Gran Chaco e di Missiones si svolge fino alle nevi eterne dello stretto di Magellano ed ai fiords ghiacciati della Terra del Fuoco; quasi tutti i prodotti della terra potrebbero esservi coltivati. Essa offre tutti i climi e tutte le altitudini. Le sterminate pianure delle Pampas, quell’oceano di terra, potrebbero offrire il grano per mezzo mondo. Gl’immensi fiumi Uruguay e Paranà, il Rio Colorado, e più giù nella Patagonia il Rio Chubut, il Rio Senger, il Rio Deseado potrebbero alimentare l’irrigazione di territorî sconfinati, e servire di via ad un immenso traffico fluviale che colerebbe nei porti marini per ripartirsi sulla terra. Nei boschi impenetrati del nord, quasi fuori del dominio umano, si celano i legni preziosi, il cautciù, la china, e nei boschi della estrema Patagonia e della Terra del Fuoco crescono gli abeti colossali e i pini che potrebbero essere la grande riserva dei legnami da costruzione del mondo. È vero che a dieci leghe da una ferrovia o da un imbarco il valore dei prodotti è assorbito dal trasporto; ma è anche vero che pochi paesi come l’Argentina si prestano a gettarvi attraverso delle strade ferrate, rapidamente e a buon mercato. Infine sulle pianure argentine pascolano ventidue milioni di buoi, quattro milioni e mezzo di cavalli, settantaquattro milioni di pecore. Pensate quale eldorado potrebbe essere questo infelice paese, dal quale tanti emigrati fuggono!
Quelle cifre hanno pur sempre un grande fascino per chi le considera astrattamente senza tener conto di tutte le circostanze che abbiamo esposto. Di quelle cifre si parla all’estero, e non si parla del resto. Il quadro descrittivo dell’Argentina è sintetizzato così: due milioni e mezzo di chilometri quadrati, dei quali ottocentomila coltivabili, cento milioni di animali da pascolo e meno di cinque milioni d’uomini; è una ricchezza senza riscontri nel mondo. Tutto il resto appare transitorio; i popoli si modificano, i cattivi governi passano, gli uomini muoiono, e la terra resta con i suoi tesori inesauribili. L’avvenire dell’Argentina è fulgido e sicuro! Correte a prendere i primi posti o folle di emigranti! perchè indugiate? correte presto; e che importa se voi e anche i vostri figli morrete soffrendo prima che si alzi il sipario! Pensate alle future civiltà neo-latine, e correte....
È bello fantasiare sul futuro, ma noi non possiamo uscir fuori della vita attuale per mirarne la storia attraverso la seducente prospettiva dei secoli. Non possiamo fissare unicamente, impassibili, i lontani successi d’una guerra senza vedere nè voler vedere la infinita schiera dei caduti, senza sentirci chiamati dal disperato appello dei loro gridi, senza sentirci trascinati a lenire le loro sofferenze, sopra tutto quando si tratta di nostri fratelli, e la guerra è per altri paesi: e specialmente poi quando riconosciamo che le vittime cadono non per la fatalità ineluttabile, ma per le inettitudini e le colpe di altri!
Nell’Argentina bastavano i caduti nella conquista della terra selvaggia, nella tenace lotta contro la natura che difende strenuamente i suoi possessi incontaminati. I nostri lavoratori hanno forte il cuore come forti le braccia; essi accettano con l’animo lieto di speranza quella lotta pericolosa la quale porge poi bene spesso il conforto e il compenso del trionfo.
Ma tutti gli altri caduti? Tutti coloro che dopo anni ed anni di tenace lavoro debbono abbandonare la terra da essi vinta alla Pampa, flagellati dalla miseria che ha tolto loro persino gli attrezzi del lavoro, che li ha sorpresi deboli e sfiniti, sfruttati e spremuti, alla prima avversità? Vedremo il seguito come da Entre Rios, da Cordoba, da Santa Fè, da ogni parte giungano le notizie della nera miseria di quegli infelici, che sono oggi più poveri di quando giunsero laggiù perchè non posseggono più il fatato tesoro della speranza.
Più volte nelle campagne ho incontrato piccole carovane d’emigranti, col volto logorato dalla sofferenza, curvi sotto il fardello dei cenci, e percorrenti così intere regioni per centinaia di chilometri in cerca di lavoro, domandando ricovero nelle capanne, arrestati spesso dalla sfinitezza, sferzati sempre dalla fame! Parlando particolarmente dell’emigrazione dovrò disgraziatamente intrattenere l’amico lettore su questi fatti, che sono mostruosi in un paese dove pascolano cento milioni di animali.
Cinquecento italiani disoccupati a Bahia Blanca hanno pubblicato un manifesto che dice: « Ci troviamo senza pane nella più squallida miseria. Molti di noi da due giorni non mangiano; le nostre mogli e i nostri figli hanno fame. Noi non chiediamo che della terra da lavorare!... ». Non è inesplicabile questo nel paese che ha quasi un milione di chilometri quadrati di terra che aspettano il lavoro?
Il numero dei disoccupati che veniva calcolato a centoquarantamila tre mesi or sono, ora si ritiene aumentato di un buon terzo a causa dell’inverno australe che porta anche in tempi normali un rallentamento in molti lavori. A Buenos Aires oggi i disoccupati sarebbero ottantacinquemila, secondo notizie degne di fede. A tanto è ridotta quella terra promessa, da tutti quei mali che conosciamo. L’immensa piovra della politica oligarchica la tiene sotto le spire dei suoi tentacoli, e le assorbe il sangue della ricchezza. L’Argentina ha dissipato molto più di quanto ha prodotto, fino a stremare alcune fonti della sua stessa prosperità, a indebolire la sua attività produttrice. Perchè in fondo le ricchezze del suolo argentino, che sono immense, fanno pensare ad un tesoro chiuso in una cassa forte della quale non si è buoni a girare la chiave. Il tesoro c’è, ma non si può contare certo su di esso per un immediato sollievo. È inutile che l’Argentina sia sconfinata e varia; il ricco deserto oggi non conta che come un insieme di nomi e di segni geografici; l’Argentina vera sulla quale pesa tutta la miseria del presente è relativamente piccola, e non sorpassa i confini della parte sfruttata. Questa parte sopporta tutti i mali; e poniamoci bene in mente che ogni espansione rappresenta uno sforzo che il paese non potrà mai fare finchè non si sarà sollevato dalla prostrazione che lo accascia. È il problema del presente che s’impone dunque; esso si deve studiare fin dalle sue origini, e lasciamo le splendide fantasticherie dell’avvenire all’avvenire!
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I governanti argentini vedono le cose semplicemente: la produzione risulta insufficiente di fronte alle spese? Aumentiamo dunque la produzione. E come? Con nuova immigrazione. Così si assiste al curioso spettacolo del Governo argentino che chiede emigranti persino al Transvaal, mentre più di duecentomila operai nella Repubblica stessa domandano inutilmente lavoro.
Bisogna guarire prima! Le trasfusioni di nuovo sangue rendono forti i deboli ma non sanano i malati! Si faccia una diagnosi accurata della Repubblica Argentina.
I suoi debiti con lo straniero, debiti molteplici e complicati, si aggirano intorno a quattrocento milioni di pesos oro, ossia due miliardi di franchi; e con questo l’Argentina non è padrona delle sue ferrovie che per una parte insignificante. Vi sono poi i debiti interni dello Stato, e i debiti delle singole provincie, i debiti dei Municipî, che formano un cumulo enorme di passività. Il pagamento degli interessi per i prestiti all’estero, più il pagamento dei dividendi dei capitali stranieri impiegati nel paese, rappresenta un impoverimento che il superavit attivo formato dalla esportazione sull’importazione—circa cinquanta milioni di pesos oro all’anno—non basta a compensare. Poi vi sono le spese ordinarie, enormi, sproporzionate, dato il carattere dell’amministrazione argentina; e vi sono le spese straordinarie; e gli armamenti. L’economia nazionale è caduta in uno stato d’acuta anemia. La produzione non ha trovato più i suoi compensi: i suoi sforzi poderosi sono fiaccati. Il peso delle imposte è divenuto troppo grave; e meno le imposte rendevano per l’impoverimento progressivo, e più sono state ampliate per la necessità dei bilanci. « L’imposta interna è esorbitante—scriveva l’8 di febbraio la Prensa, il più grande giornale argentino—e vi sono regioni da essa rovinate; la massa della popolazione la sente come un carico insopportabile, sempre più pesante ». Un sistema di protezionismo feroce ha colpito il commercio, che in nessun posto ha tanto bisogno della libertà massima quanto nei paesi in via di sviluppo. Scemati gl’introiti doganali si è aggiunto una percentuale alle tariffe: si sono create delle tasse d’esportazione. I rimedî sono peggiori del male; si fa dell’empirismo finanziario, il quale non impedisce che le entrate non corrispondano più esattamente alle previsioni. L’impoverimento ha un termometro quasi sicuro nel cambio dell’oro che è salito sopra al 240. Le produzioni sono colpite, il lavoro deprezzato. « Gli uomini i più intraprendenti e animosi non trovano un campo dove applicare le loro iniziative; parrebbe che l’Argentina vigorosa e piena d’energia sia stata trasformata in un paese estenuato, esaurito, avente appena tanta vita da fornire lo scarso pane quotidiano. » (Prensa).
La crisi si allarga, invade tutto. « Chi non sente il disastro? Non v’è un solo fenomeno della multipla attività nazionale che non attesti la crisi. Nelle campagne come nelle città, nelle imprese agricole come nelle officine, nell’ufficio dei grandi negozianti, come nello spaccio del venditore, nella casa della famiglia benestante come nelle abitazioni dell’operaio, si sente lo stesso malessere, si parla con paura e con angustia delle penose difficoltà che vi sono per provvedere alle prime necessità della vita »—scriveva lo stesso giornale, che cito a preferenza, oltre che, per la sua importanza anche perchè è stato quello che più mi ha gridato la croce addosso per le mie prime lettere argentine. Si giunge al punto che mancano i fondi per pagare i piccoli stipendî. « Per la prima volta da venticinque anni »—scriveva El Pais, noto giornale portavoce del finanziere senatore Pellegrini—« si arriva al primo del mese senza che la tesoreria abbia i fondi necessarî per pagare gli stipendî dell’amministrazione. »
A Buenos Aires i pensionati delle amministrazioni restano otto mesi senza ricevere un soldo. Il Governo non paga talvolta nemmeno gli operai, che pure non hanno altre risorse fuori del loro lavoro. Vediamo gli operai del porto di Riachuelo—tutti italiani—rifiutarsi al lavoro perchè da due mesi non sono pagati. Lo sciopero ha per effetto il licenziamento immediato di molti, ma non certo l’immediato pagamento. Nello scorso mese di maggio centocinquanta italiani che lavoravano alla costruzione di caserme a Mendoza si sono posti in sciopero, perchè dal primo di gennaio non avevano ricevuto un centavo di paga, e vivevano di piccoli debiti caritatevoli fatti presso dei fornitori, trascinando una esistenza di miserie indescrivibili. Dopo alcuni giorni di trattative hanno ricevuto tre mesi di paga e sono stati licenziati tutti. Il direttore dei lavori, un tenente, gridò ai soldati di cacciarli sulla via, e se resistevano di prenderli a bastonate—a garrotazos. Durante gli arrolamenti per la marina, fatti nel tempo delle ultime difficoltà diplomatiche col Cile, vennero contrattati qualche centinaio di macchinisti e fuochisti per la squadra, in massima parte italiani. Cessato il pericolo d’un conflitto, le navi passarono in disarmo e gli arrolati vennero sbarcati e congedati, ma senza pagare loro la mercede stabilita; una lettera sulla Patria degli Italiani del 30 marzo fa sapere che in quel giorno ancora non erano stati soddisfatti quegli impegni.
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E se questo fa il Governo centrale, figuratevi quello che fanno i governi provinciali. Nel febbraio passato il Governo della Plata doveva più di tre milioni di lire di stipendî arretrati; e s’intende di piccoli stipendî dovuti a stranieri, oppure a impiegatucci che per la loro situazione non hanno peso nell’organismo elettorale—come, per esempio, i maestri. I grossi stipendî corrono sempre, cascasse il mondo. E per parlare di maestri soltanto ecco qualche dato: i maestri di Salta debbono avere più di un anno di stipendio; quelli di Chacabuco, quattro mesi; quelli di San Juan, quattordici; quelli di Entre Rios, nove. A Paranà si è festeggiato un centenario; il corpo insegnante, invitato alle cerimonie, ha rifiutato per non avere vestiti.
I Municipî stanno peggio dei Governi. Il Municipio di Buenos Aires, in stato di semi-fallimento, e posto perciò sotto una specie d’ufficio di tutela, è divenuto quasi insolvibile per la massa dei suoi fornitori—quasi tutti stranieri—molti de’ quali, visti i loro contratti violati, hanno inviato alla Intendenza di finanza una protesta, che è una vera requisitoria contro l’amministrazione. Gli spazzini municipali e tutti gli altri operai giornalieri, quasi tutti italiani, debbono avere quattro mesi di paga! Essi hanno inviato alla Patria degli Italiani una lettera che commuove tanto vi traspare l’orrore della loro situazione.
Da questi dati s’indovina il resto. Alle disastrose condizioni delle amministrazioni pubbliche fanno riscontro quelle delle amministrazioni private. I fallimenti si seguono continuamente; cadono dei colossi. Nella città di Mendoza, che aveva fama di essere fra le più prospere della Repubblica, in sessanta giorni hanno chiuso gli sportelli quattro Banche. Le lettere di credito subiscono uno sconto dal 25 al 40%. Tutti i commerci e tutte le produzioni sono più o meno in crisi; in Entre Rios, a Cordoba, a Santa Fè c’è la crisi agraria, a Mendoza e a San Juan la crisi dei vini, a Tucuman la crisi degli zuccheri. I suicidî aumentano; « il fatto caratterizza la crisi tremenda che attraversa la Repubblica »—ha scritto la Patria.
La tendenza purtroppo naturale a sfruttare il lavoro straniero, trova facile incitamento nelle ristrettezze finanziarie. In certi casi è stata negata agli operai la mercede pattuita, dopo lunghi mesi di pesante lavoro compiuto nelle estancias, sui campi, in qualche fabbrica di zucchero; e intanto quegl’infelici vivono di fame! Conosco varî di questi casi interessanti concernenti più di cinquecento operai; e dovrò tornare a parlarne diffusamente.
La Patria degli Italiani, giornale certo non sospetto d’idee sovversive, e nemmeno d’animosità contro il Governo argentino, scriveva il 12 aprile: « Noi riceviamo quasi ogni giorno dei lagni e dei reclami da parte di nostri umili compatriotti, che ci denunciano le ingiustizie di cui sono vittime, le frodi che si compiono in loro danno da persone che calpestano le leggi, francheggiati dall’impunità loro garantita da autorità dimentiche dei loro doveri e destituite di senso morale. Noi vediamo non solo svolgersi un sistema di sfruttamento iniquo, ma violarsi altresì le leggi che dovrebbero garantire le mercedi. Così si commettono le più nere ingiustizie, così si ruba di bocca il pane a chi suda per guadagnarselo, così si perpetua uno sfruttamento infame delle classi lavoratrici. Noi non siamo disposti a renderci complici con un silenzio compiacente, il silenzio della stampa argentina più autorevole, di questo stato di cose, che è una ignominia per la Repubblica e che nessuna onesta penna deve tollerare. »
Ora nelle campagne migliaia di peones—braccianti—lavorano per la sola comida—il cibo—e che comida! In alcune colonie i contadini mancano di pane: a Sunchales, per esempio, ed a Sant’Agostino. Un corrispondente scriveva da San Luis alla Patria nel febbraio: « Se sono vere le notizie che arrivano, non solo i bestiami sarebbero morti per fame in questi dintorni—il che era noto—ma anche persone. Si ebbero casi di famiglie perite di miseria. » Se la notizia non era esatta era però, come si vede, tale da trovar credito, e fra le genti del luogo e a Buenos Aires, e sulle colonne dei giornali. Dalla stessa località arriva questa notizia: « la moneta ha completamente emigrato, e perciò il commercio funziona col sistema del cambio delle merci! » È un passo indietro verso le forme primordiali della civiltà.
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Tutto questo ci mostra quali sono le maggiori vittime del contraccolpo della crisi generale. Possiamo quasi dire che se tutto il male è argentino, gran parte del dolore che esso provoca è italiano. Le masse degli umili, dei poveri—che sono disgraziatamente le masse dei nostri emigranti—pagano di borsa e di persona le spese di tanti errori.
E quale rimedio si escogita? Quello di fomentare nuova immigrazione! È come se per salvare una nave in pericolo si tentasse d’aumentare il numero degli imbarcati! La nave argentina è buona ed ha in sè la forza di salvarsi; ma è necessario che dal ponte di comando si veda la rotta, che si sondi il pericolo, si fugga dai paraggi torbidi e tempestosi. Il mare libero è là, infinito, luminoso, splendido, che invita a correrlo verso i lontani lidi d’una migliore civiltà, ai quali gli altri Stati volgono la prora in una gara sublime. Su via, una forte mano al timone, e si viri di bordo!
ANDANDO ALL’ESTANCIA.
[Dal Corriere della Sera del 22 giugno 1902.]
San Jacinto de Mercedes (Argentina).
Sono arrivato a Mercedes di notte, dopo tre ore di ferrovia a traverso una campagna ignota, della quale nel buio intuivo l’immensità uniforme, come si sente l’immensità del mare navigando nell’oscurità e nella calma.
Nel compartimento, pieno di ricca gente di campagna che tornava all’estancia dagli affari di Buenos Aires, si fumava e si gridava. Con una vivacità tutta argentina, la discussione s’era fatta generale; la crisi delle lane, la chiusura dei mercati inglesi ai bestiami argentini, la questione cilena, la guerra boera, fornivano argomenti inesauribili. Ogni tanto dai finestrini spalancati entravano dei buoni soffî di vento fresco, ristoratore, impregnato del sano odore del fieno, che dissipavano il fumo azzurro delle sigarette e, come per incanto, sedavano le conversazioni. Pareva che dalla campagna arrivassero delle folate di silenzio. La discussione talvolta nasce dal caldo come una fermentazione di parole.
Di tanto in tanto, in mezzo all’oscurità, avanti a noi, lontano, scorgevamo gruppi di luci verdi e rosse, i quali facevano pensare a piccole e strane costellazioni cadute sulla terra. Il convoglio vi arrivava in mezzo sbuffando. Erano stazioni perdute nella solitudine. Sembravano inglesi, per la costruzione, e talvolta anche per il nome, come Cowland, Open Door.
Durante le fermate si udiva il trillo dei grilli—quel rumore che nulla toglie al grande silenzio dei campi addormentati—sonoro e ritmico come un tintinnìo lontano di sonagliere agitate da cavalli stanchi d’un viaggio senza fine.
Poi, Mercedes. Una stazione più grande delle altre circondata da colossali eucaliptus neri, dalle foglie inquiete perennemente come quelle dei nostri pioppi. All’uscita, delle vetture in fila che ricordano le nostre antiche diligenze, dei ragazzi creoli che si precipitano sulle valigie, dei cocheros che offrono il loro coche anche per l’indomani, per il dopodomani, per qualsiasi tempo e momento, per la città e per il campo. Poi una cittadina dalle vie ampie e sterrate e dalle case minuscole e bianche. Finalmente l’albergo, un antico albergo, con le camere a pianterreno in giro a un patio fresco e delizioso tutto ornato di piante. Quest’antica architettura criolla dà alla casa una dolce aria d’intimità. È una delle cose migliori che la Spagna abbia lasciato quaggiù; ed è una cosa araba!
Alla mattina alle cinque un coche mi portava a gran trotto verso San Jacinto, una delle più belle estancie della Repubblica.
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Un viaggio delizioso. L’aria fresca del mattino mi batteva in faccia nell’impeto della corsa portandosi via tutte le tristezze che la città lascia sempre addosso.
La campagna si svolgeva intorno a me, tutta piana come un mare. Sulla cima delle alte erbe la brezza spingeva verdi ondate, che fuggivano via rincorrendosi con allegro fruscìo. Intorno intorno si levavano isole di eucaliptus, di pioppi americani, di acacie, che ombreggiavano i puestos, le capanne dei pastori. Sul verde mandrie di buoi, mandrie di cavalli, mandrie di pecore, di guanachi, di nandù, tutta una popolazione pascolante, sparsa e immobile da far credere che fosse cresciuta su dalla terra come i cardi giganteschi che costellavano i pascoli.
Da ogni parte recinti di fil di ferro: centinaia di miglia di filo di ferro—d’alambrado, come si dice qui—che sostituiscono la nostra bella siepe. L’alambrado e il primo lavoro umano sui campi vergini, è la presa di possesso. Molte proprietà non consistono ancora che in terra selvaggia e alambrado tutt’intorno.
Questo recinto raddoppia il valore della terra; in alcuni luoghi il recinto costa più della terra a cui serve da limite. Il ministro d’agricoltura diceva giorni sono ad un amico che il filo di ferro dei campi argentini basterebbe a pagare i debiti provinciali, ciò che significa che è un valore fantastico.
L’aria era piena d’un festoso pispiglio d’uccelli che a nuvole si levavano al passaggio della vettura, e in tale quantità da mandare in visibilio un cacciatore. Viudes dal petto rosso come un rosolaccio, canarini che si confondono con le stoppie giallastre, pernici dal volo rumoroso, gabbiani di terra schiamazzanti, e fenicotteri e trampolieri d’ogni razza immobili sull’orlo dei fossati e dei pantani, gru in fila come soldati, ferme sopra una zampa e meditative, grosse cicogne dall’elegante volo dritto e lento, civette che a gruppi di tre o quattro corrono a posarsi in cima ai pali dell’alambrado per inchinarsi grottescamente quasi salutando chi passa, aironi dal ciuffo, neri e bianchi da sembrare in marsina. E tutto un mondo di uccellini che non conoscono ancora la persecuzione e non temono l’uomo, che si allontanano quanto basta per non rimaner schiacciati, che si posano a sciami, come le mosche, sulle pazienti schiene dei buoi e delle pecore per nettare il becco sul pelo lucido o per cercare i semi rimasti fra la lana. Vi è tanta cacciagione che la caccia è quasi sconosciuta. In alcuni luoghi le martinette—specie di pernici—sono uccise dal gaucho a colpi di bastone; il fucile è inutile.
La via correva dritta fra due recinti di filo di ferro, interminabile, grandissima, accidentata, piena di erbe e di sterpi, di viottoli, di fossi, di pozze. Le vie nell’Argentina non sono—quando ci sono—che striscie di campagna, sulle quali è permesso di passare. La vettura al gran trotto dei suoi quattro cavalli tirava dritto su tutte le asperità della via, a urtoni, sobbalzando, inclinandosi dalle parti, dandomi la perfetta illusione di viaggiare sopra un affusto d’artiglieria lanciato alla posizione.
Il vento sollevava la giubba del cochero lasciandomi scorgere il suo grosso coltellaccio gaucho dal manico d’argento cesellato, infilato alla cintura sulle reni, e la rivoltella sul fianco. Ma il mio uomo aveva una faccia bonaria d’indio mansueto che contrastava singolarmente col suo armamento. Si volgeva ogni tanto a darmi delle indicazioni minuziose, pensando forse che più le indicazioni sono minute e più la mancia invece è grossa.
—Este puesto se llama La Bella!
—Perbacco!
—Si, señor, y aquel humo blanco è un treno della ferrovia del Pacifico.
—Guarda, guarda! E San Jacinto?
—Ci siamo da un’ora sui terreni dell’estancia; San Jacinto è a dodici leghe, señor!
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Dodici leghe, s’intende dodici leghe quadrate. La lega è venticinque chilometri quadrati. Questa forma l’unità di misura delle grandi proprietà. Dodici leghe vuol dire 300 km. q. Ma un’estancia di dodici leghe non è una grande estancia. Il proprietario di San Jacinto, un argentino dei più ricchi, possiede ancora un’estancia di ventotto leghe, un’altra di sessanta leghe, un’altra nel sud, di cento, e infine una piccola e miserabile proprietà di nove leghe. Egli è il sovrano di un regno di cinquemiladuecentoventicinque chilometri quadrati. Non è facile il farsi un’idea esatta di queste proprietà. Si viaggia per giorni sempre sulle terre d’uno stesso padrone, talvolta. Per girare tutta l’estancia di San Jacinto ci vogliono quattro giorni di cavallo, e qui i cavalli non vanno che al galoppo. Pochi proprietarî al mondo possono aver la soddisfazione di constatare, girando l’occhio sull’orizzonte senza confine: È tutto mio!
Un’estancia è un piccolo Stato con governo assoluto. Il mayordomo è il governatore generale; il capataz—colui che trasmette gli ordini—è il primo ministro; i gauchi e i pastori sono i reggenti e i commissarî delle piccole provincie. Il popolo poi, numeroso, buono, pacifico, un popolo ideale che si lascia mungere, vendere e ammazzare senza una protesta, è formato dalle mandrie innumerevoli. San Jacinto ha centodiecimila abitanti: trentamila buoi, sessantamila pecore, ventimila cavalli, senza contare qualche centinaio di cavalli da corsa allevati con tutte le cure, che formano la nobiltà. Vi sono pure delle classi elette anche fra i bovini e gli ovini, discendenti d’illustri famiglie inglesi, che vivono fra le comodità e gli agi; ma di fronte alla vera nobiltà dei cavalli non possono considerarsi che come dei parvenus! formano la grassa borghesia. E non manca neppure l’elemento sovversivo, senza dimora fissa, insofferente dei freni governativi e che dove arriva distrugge. È rappresentato dagli struzzi americani, i nandù, che fuggono rapidamente di fronte alle autorità costituite. Ma ciò non toglie che all’epoca buona per la riscossione dei tributi non vengano tutti regolarmente pelati delle loro belle piume. E tornano poi nudi alla loro vita sovversiva, con l’aria spaventata di grossi tacchini fuggiti dalle mani del cuoco.
Il guanaco, questo curioso campione della fauna americana, grande come un puledro, mezzo pecora e mezzo dromedario, è il filosofo della razza ruminante. Vive sempre solo, osservando freddamente il mondo dall’alto del suo lungo collo flessuoso che par fatto apposta per dominare la pianura, per porre gli occhi in vedetta di fronte all’immensa distesa della Pampa. Nulla lo scuote dalla sua vita pensosa. Se l’uomo l’avvicina, non fugge; lo guarda venire, freddo, immobile, indifferente; poi quando se lo vede da presso, improvvisamente gli lancia uno sputo rumoroso dalle narici, aperte in mira come le bocche d’un fucile da caccia. Non è certo una difesa; è un segno di disprezzo. Il grande filosofo guanaco pensa: Tu, o uomo, mangerai le mie costolette, è indubitabile, ma io ti disprezzo profondamente, ed eccone la prova. E mentre il re della creazione se ne va tutto umiliato, il superbo animale torna a piombarsi negli abissi ignoti delle sue meditazioni di bestia riflessiva.
Così vivono la loro libera vita gli animali della prateria. Essi sarebbero ben fieri se sapessero di formare la più grande risorsa della Repubblica Argentina, e se sapessero di essere quasi ventitre volte più numerosi degli uomini.
Centodiecimila animali in una sola estancia; questo dà un’idea dell’importanza degli allevamenti argentini, e anche della poca divisione della proprietà. La pastorizia è l’unica industria veramente argentina, e forse la più lucrosa perchè richiede il minimum di lavoro, e perchè le crisi e le tariffe non hanno una influenza diretta sul suo sviluppo. Le bestie tranquillamente s’ingrassano e si riproducono sotto qualunque governo, e persino durante le rivoluzioni. I loro nemici sono soltanto la siccità che le affama e l’inondazione che le affoga. Nel ’900 nella provincia di Buenos Aires sono morti affogati sopra a mezzo milione di capi di bestiame.
La concorrenza degli allevatori nord-americani ed australiani ha indotto i principali estancieri argentini a modificare i loro antichi sistemi. Gli allevamenti si fanno ora non più sulla terra vergine, ma su quella per molti anni solcata dall’aratro perchè l’erba vi è più molle e più folta. Parte delle estancie perciò sono date in affitto o a mezzadria per la lavorazione. Questa temporaneità del lavoro campestre, sia detto di passaggio, non giova certo all’avvenire dell’agricoltura in varie provincie, al quale avvenire è intimamente legata la sorte di tanti nostri emigranti. Fortunatamente l’allevamento, migliorandosi la terra, ha bisogno di meno spazio. Oggi si comprende poi che la qualità ha maggior valore della quantità. S’introducono a migliaia i riproduttori inglesi e si studia di migliorare le ossute e cotennose razze criolle con l’incrocio dei shorthorns, dei durhams, degli herefords per i bovini, degli hampshires, dei leycesters, dei rambouillets, dei lincolns per gli ovini, e delle migliori razze di cavalli da corsa, da tiro, da sella e da lavoro.
L’esportazione di bestiame ha raggiunto una media di mezzo milione circa d’animali all’anno. Parola d’onore, di fronte a questa cifra ci sarebbe da stupire della crisi argentina e delle profonde miserie di quella Repubblica, se non si conoscesse che razza d’amministrazioni pubbliche vi sono, che governi si succedono al potere, e che giustizia vi regna.
Uno studioso di scienze economiche che conosce profondamente le finanze della Repubblica, mi diceva un giorno: Se si fosse dovuto studiare a bella posta uno speciale sistema di governo e di finanza per rovinare questo paese, non si poteva far di meglio che applicare i sistemi che sono stati applicati!
***
San Jacinto è arrivato improvvisamente, tanto più che tali profonde meditazioni politico-finanziarie mi avevano conciliato un sonno non meno profondo. Mi sono svegliato all’ombra di enormi eucaliptus fiancheggianti un bel viale. Da una parte, fra i tronchi, vedevo una distesa di giardino, fra il cui verde appariva una villetta rosa, una di quelle villette americane basse e irregolari, così simpatiche e ospitali con le loro verande, le loro balaustrate fiorite e i loro patios freschi come cortiletti di convento. Come certe fonti pare che invitino a bere, così queste case criolle pare che invitino ad entrare. Fra gli alberi, lontano, gruppi di casette, anch’esse color rosa, scuderie a fascie rosse e bianche, tettoie, una chiesuola dal campanile acuminato. Due gauchi a cavallo hanno traversato galoppando il viale, lontano, fra nembi di polverone.
Un gentiluomo in reding-dress seguito da due grossi mastini inglesi è comparso sul viale al rumore della vettura, e mi è venuto incontro sorridendo. Era il capo dell’estancia, il governatore generale di San Jacinto e del suo popolo mansueto.
Io lo credevo un estanciero criollo; e immaginino i lettori la mia gioia quando mi sono sentito dare il benvenuto nel più puro idioma bolognese. Ci siamo salutati con effusione.
—Domani—mi ha detto mentre mi conduceva nella casa—visiteremo l’estancia, nelle ore fresche del mattino. Lei cavalca?
—Come un centauro... se il cavallo è molto docile.
—Bene, allora domani all’alba in sella.
E si è allontanato per dare degli ordini. Io mi sono gettato sopra un molle pliant; avevo ancora negli occhi la gran luce, e tutto mi appariva avvolto del seducente velo d’una tenebre misteriosa; il silenzio assoluto e solenne della campagna sotto il sole cocente mi dava il senso d’una sordità dolcissima. Il riposo era così completo, che io l’ho assaporato lungamente, centellinando da buongustaio!
VITA MANDRIANA.
[Dal Corriere della Sera del 25 giugno 1902.]
San Jacinto de Mercedes.
Il mio ospite, questo estanciero bolognese che mi fa gli onori di casa della campagna americana—un simpatico tipo da romanzo, uno di quegli avventurosi eroi alla Ohnet che ritrovano in una esistenza di rude lavoro la ricchezza perduta per una gioventù spensierata e mondana—, mi dice di amare molto la sua vita di solitudine selvaggia. E io lo credo bene.
Egli ha conosciuto troppo la società per non preferire l’isolamento. Ha vissuto troppo fra gli uomini per non amare le bestie. La bestia ha sull’uomo questo vantaggio, che è infinitamente più buona. La cattiveria è una prerogativa umana, e l’uomo domina più perchè cattivo che perchè intelligente.
Basta viverla un po’ questa vita dell’estancia per sentirne tutto l’incanto. Non c’è nulla: comodità poche, varietà nessuna, un orizzonte infinito e monotono, un silenzio perpetuo. È che il godimento non viene dai beni presenti, ma dai mali assenti. È un po’ la gioia del perseguitato che si sente libero in un asilo tranquillo—e ogni uomo nel consorzio dei suoi simili è sempre un perseguitato più o meno.
Pensavo queste cose stamani galoppando come un pazzo per la campagna, nell’ora gloriosa dell’alba. Il primo raggio di sole dorava le cime delle alte erbe ed i calici spinosi dei cardi colossali, mentre in basso, raso terra, persistevano le ultime ombre violastre, come un rimasuglio della notte. Intorno a me si levavano a nuvoli gli uccelli schiamazzando. I cani del mio ospite mi seguivano abbaiando festosamente. Ieri mi hanno accolto ringhiando, ma, dopo avermi annusato con diffidenza e riconosciuto all’odore per un buon diavolo, hanno sollecitato le mie carezze mugolando con l’aria di chiedermi scusa. Ora sono miei grandi amici.
Disseminate per la pianura erano piccole mandrie di buoi, dalla schiena fulva e lucida, pascolanti tranquilli. Due gauchos sopraggiunti di galoppo hanno cominciato a percorrere il campo mandando un grido strano, un ahooo! lungo e gutturale. Li ho veduti sparire lontano, fra le erbe, con le camiciole svolazzanti nella foga della corsa come blouses di fantini: poi sono tornati al loro galoppetto criollo, silenziosi e tranquilli.
Stavo chiedendomi la ragione di quella corsa, quando ho osservato una cosa strana. I buoi ai gridi dei due uomini hanno cessato dal pascolare, levando il muso come per ascoltar meglio; poi si sono messi in cammino, lentamente, senza fretta, da bestie che sanno il fatto loro, ruminando per non perdere il tempo. Ecco che in un minuto tutte le mandrie sono in moto, sfilano attraverso il campo da ogni parte dirette ad un punto lontano, una radura senz’erba, dove s’adunano. È una specie di meeting di buoi; arrivano, si fermano placidamente e aspettano. Dopo poco tempo ve ne è una folla di migliaia.
Il mio ospite, che mi ha raggiunto, mi spiega che il luogo del convegno si chiama rodeo, che i buoi li si aduna per « lavorarli », ossia per scegliere i migliori, per selezionare i malati, per esaminare le loro condizioni, per esporli ai compratori. Ma nessuno potrà mai spiegare l’obbedienza spontanea di questi animali, che vivono nella completa libertà, al grido d’un uomo. È uno dei più curiosi spettacoli che io abbia mai veduto. I cavalli dei reggimenti accorrono ai segnali di tromba perchè sanno di ricevere la biada; un’obbedienza interessata. Ma al rodeo queste povere bestie non ricevono nulla; per accorrervi anzi lasciano la colazione a mezzo. L’abitudine spiega poco e l’istinto meno. Cosa diamine passa per la mente d’un bue quando il gaucho grida il suo ahooo!?
***
Questa volta i buoi sono stati adunati per scegliere fra loro i più grassi destinati ad essere imbarcati per l’Africa Australe. I gauchos a cavallo entrano fra l’enorme mandria, e col petto della cavalcatura, addestrata a tale lavoro, spingono fuori il bue scelto, che appena libero dai compagni, spaventato dagli urti, prende la fuga. Il gaucho stringendolo col cavallo a destra o a sinistra ne regola la direzione; quando lo ha condotto lontano in un luogo prestabilito, lo abbandona. Il bue s’arresta, e si volge tranquillamente a vedere il suo persecutore che si allontana, mentre altri buoi sopraggiungono sbuffanti a riunirsi ad esso, formando a poco a poco la mandria dei grassi sfortunati.
Un grande bue fulvo si ribella. Balzato fuori dalla mandria, abbassa la testa pesante e fugge pazzamente, con la coda sollevata, muggendo, lasciandosi indietro l’uomo.—El lazo! El lazo!—gridano i gauchos precipitandosi alla caccia. Il bue compie un giro cercando di raggiungere il verde pascolo, e passa vicino a noi, terribile, con la bocca aperta e bavosa, la lingua di traverso, gli occhi sanguigni. Stormiscono gli sterpi sotto i suoi passi pesanti e precipitosi, e lascia dietro di sè tutta una treccia di erbe abbassate e di cardi spezzati, come una valanga nera e ruggente. I gauchos lo rincorrono, curvi sull’arcione. Agitano in aria il lazo che sibila roteando. Il primo laccio è lanciato; si svolge per l’aria come un serpentello lungo e sottile, e cade sulla testa del bue. Ma il nodo scorsoio non ha fatto presa; il bue scuote il capo correndo e si libera. Un secondo laccio parte col grande nodo aperto. Il bue afferrato improvvisamente per il collo si arresta; salta con la schiena ad arco; tempesta la terra con le zampe poderose, mentre dalla gola strozzata dal laccio gli esce un ululato terribile, lungo e lamentoso. Un altro lazo destramente lanciato gli afferra le zampe. Il bue cade agitandosi, si risolleva terribile, ricade. È legato da quelle sottili corde di cuoio come Gulliver dai fili dei lillipuziani. Il furore cede al terrore. Tenta di liberarsi con un ultimo supremo sforzo, e resta in ginocchio, immobile, sbuffante col pelo irto, con la testa bassa sul gran petto ansimante, la bocca bavosa, mandando ad intervalli un muggito disperato che sembra il pianto mostruoso di un gigante vinto.
A questo punto il mio amico mi grida: Guardate, guardate gli altri! e mi accenna le mandrie. Tutti i buoi assistono alla lotta, attenti come gli spettatori d’una plaza de toros. Non ve n’è uno che non guardi. I più lontani sollevano il muso per veder meglio, e lo appoggiano dolcemente sulla groppa del vicino. Qualcuno si fa strada a forza fra i compagni per giungere alla prima fila, e lì si arresta, col collo teso, i grandi occhi fissi, attenti e meditativi. Sotto la selva delle corna sono migliaia d’occhi curiosi, che esprimono una meraviglia calma e dignitosa. Quando il bue domato entra nella sua mandria, ancora tutto fremente, col muso rigato dal sangue che cola da un corno spezzato, i compagni lo circondano premurosamente, lo annusano, lo fiancheggiano e lo seguono, quasi per fargli coraggio, per recargli il conforto delle loro simpatie e della loro solidarietà. La povera bestia si rifugia nel centro del gruppo, accompagnata da un vero corteggio.
Nessuno ha mai pensato a studiare la vita di queste grandi società bovine: il bue sembra un animale completamente noto, e non è vero. Lasciato libero forma delle tribù, ubbidisce a dei capi, segue delle leggi che noi non conosciamo; ha delle speciali manovre d’offesa e difesa contro i nemici comuni; sottomette poi tutta la sua organizzazione sociale al supremo controllo dell’uomo per ragioni misteriose.
Il cavallo è certo molto meno intelligente. Il cavallo libero ha per maggiore caratteristica la paura. È più timido di una gazzella. Non è possibile avvicinare una mandria di cavalli senza provocare ciò che qui, con un vocabolo pieno d’espressione, si chiama disparada. La disparada è una fuga frenetica. Uno spettacolo superbo.
***
Quando ci siamo diretti, dopo un galoppo di qualche ora, verso la parte dell’estancia destinata all’allevamento dei cavalli, ero già prevenuto. Al nostro appressarci alla prima mandria tutti i cavalli hanno sollevato la testa nella espressione di « all’erta » con le orecchie dritte e immobili. Poi, quando siamo stati a cinquanta passi, e potevamo scorgere perfettamente le forme gentili di questi cavalli criolli, che pare conservino ancora un po’ del sangue dei loro padri arabo-spagnoli, è avvenuta la disparada. Quei due o trecento cavalli si sono precipitati ad una fuga furibonda.
Andavano tutti uniti; facevano pensare ad una carica di cavalleria senza i cavalieri. Non abbiamo più veduto che una moltitudine di schiene dai lombi contratti nello sforzo d’un furioso galoppo, uno sventolamento di criniere e di code. I cavalli hanno fatto dei pazzi giri per la pianura, giri capricciosi senza ragione apparente, fino a che si sono calmati e hanno ripreso a pascolare lontano lontano.
Queste fughe di cavalli sono pericolosissime per chi si trova sulla loro strada. Il cavallo spaventato è cieco; investe qualunque ostacolo. Il gaucho sorpreso da una disparada non ha che una via di salvezza: fuggire nella stessa direzione; unirsi alla mandria. Succede allora talvolta che egli perde il controllo della sua cavalcatura, ripresa dall’istinto selvaggio, e deve seguire la fuga capricciosa fino alla fine, prigioniero di quell’uragano di bestie. La disparada era la più terribile arma degli indiani contro le truppe argentine. All’appressarsi dei soldati adunavano tutti i loro cavalli in grandi mandrie, poi, al momento opportuno, gridando e sventolando il poncho provocavano la fuga nella direzione dei nemici. Non vi era salvezza; la disparada rovesciava e calpestava compagnie intere.
Nella Pampa lontana e deserta avvengono talvolta delle fughe di cavalli, causate dalle punture dei mosquitos. Comincia una mandria a fuggire, verso la direzione del vento, per liberarsi delle nuvole di insetti che la tormenta. Ad essa altre se ne aggiungono, ed altre ancora. Si forma un esercito di cavalli che passa come un ciclone sollevando immense colonne di polvere; lo scalpitìo, simile al brontolare lontano della bufera, si ode da lungi e il gaucho che lo conosce bene fugge ventre a terra per assistere al passaggio di quella fantastica emigrazione dalla maggiore distanza possibile.
***
Entriamo nei corrales, i grandi recinti dentro i quali si chiudono i cavalli selvaggi per gettar loro il lazo. Un bel puledro è stato afferrato col laccio alle gambe e al collo. Sei gauchos saltati di sella tentano di tenerlo fermo, tirando le corde. Il cavallo rantolante per la gola serrata s’impenna, impunta le gambe appaiate dai lacci e trascina a tratti gli uomini con un moto pauroso del collo. Il domatore, un giovane bruno i cui lineamenti tradiscono il sangue indiano, vestito nel tradizionale costume della pampa, la camiciola ricamata e il chiripà rimboccato alla cintura come la vestaglia degli arabi, si appressa cautamente sostenendo l’ampio recado, la sella gaucha. Il recado è tutto il patrimonio del gaucho. È formato da un po’ di ogni cosa; vi è una coperta, un poncho, una pelle di guanaco: durante i riposi diventa letto, diventa sedile, diventa tetto. Il recado è la casa dell’uomo della prateria. Ogni cura egli pone nell’abbellirlo, nell’aggiungervi ornamenti d’argento, staffe di corno intagliato, nastri colorati, fiocchi di seta; il recado è il suo orgoglio.
Il domatore tocca con la mano carezzevole il collo dell’animale, che dà un balzo, fremendo, quasi pieno di orrore e di disgusto più che di paura; il disgusto di un sovrano prigioniero che si senta toccare da mano plebea. I lacci si tendono nello sforzo unito dei sei uomini; in questo momento la sella scivola dolcemente sulla groppa del cavallo. L’animale si getta a terra in un parossismo di furore.
Gli uomini gli si precipitano addosso. È una lotta di pochi istanti, dopo la quale il cavallo scalpitando si leva in piedi, completamente bardato, il suo muso sporco di polvere e di sangue è ingabbiato nell’immonda testiera dal largo morso e all’addome è accinghiato strettamente il recado variopinto. Ma ha un’aria così minacciosa, con la criniera eretta, gli occhi ardenti, le narici aperte e sbuffanti, che gli uomini rinculano in giro come i capeadores intorno al toro ferito che si risolleva muggendo. Non hanno però abbandonato le redini, e cautamente, con l’aiuto di cavalli addestrati, vecchi complici che lo sospingono, è condotto all’aperto.
Allora, lentamente, con un fare noncurante e dinoccolato, il giovane indiano si appressa alla bestia. Dà una calma occhiata investigatrice alle fibbie e ai nodi della bardatura, si stringe sui fianchi l’alta cintura ornata d’argento e poi risolutamente balza in sella d’un colpo afferrandosi alla criniera.
Il cavallo resta per un momento immobile, come stordito da tanto ardire, con i garetti tesi, i muscoli contratti. Quindi si solleva sulle zampe posteriori e si rovescia a terra. Dopo un istante fra i folti nembi di polverone si vede il cavallo di nuovo in piedi scalpitante. Spicca salti terribili, furibondo, ma sulla sua groppa rimane l’uomo, curvo sulla criniera, impavido, saldo. Improvvisamente il cavallo prende la fuga e si allontana in un galoppo infernale verso l’orizzonte infinito, che il miraggio abbellisce di tremuli laghi sui quali i lontani boschetti di eucaliptus si specchiano nitidamente.
Pochi minuti dopo torna al piccolo galoppo, tutto intriso di schiuma, con gli occhi smorti e la bocca insanguinata, umile, obbediente alla volontà di quel fanciullo attaccato alla sua groppa: domato.
Povero sovrano della prateria! Chi sa che non sarà proprio lui a ricondurmi tra qualche mese—attaccato ad una modesta vettura di piazza—all’imbarco sulle banchine del Porto Madero!
***
Abbiamo continuato il nostro giro per l’estancia, sotto un sole torrido che accecava e stordiva. Ed ho un ricordo vago di quella corsa per prati senza fine. Rammento delle grandi tettoie presso un boschetto, sotto le quali ingrassano dei buoi colossali e delle pecore che sembrano enormi batuffoli di lana bianca, destinati a figurare in non so quale esposizione di bestiame: e delle scuderie divise in boxes, dai quali sporgono le teste di nobilissimi cavalli inglesi la cui genealogia mi veniva illustrata da un trainer, inglese puro sangue anche lui, che da venti anni è nell’Argentina e non parla spagnuolo. « Non parlo ancora castigliano, not yet »—mi ha detto flemmaticamente.
—Oh!—ho risposto—è questione di tempo!
Rammento un toril dove sultaneggiano dei tori mastodontici venuti dall’Inghilterra, i quali hanno ai loro ordini servi e scudieri; rammento numerose famiglie di struzzi che fuggivano davanti al nostro galoppo, simili a gruppi di piccoli cammelli con due sole gambe.
Dopo sei ore di cavallo ho cominciato ad accorgermi che la sella indigena è deplorevolmente incomoda; che il sole del gennaio sud-americano dà dei punti a quello del nostro agosto; che la pianura sconfinata ha—come il mare—le sue attrattive, ma che qualche gruppo d’alberi—come un po’ di terraferma in navigazione—sarebbero d’una comodità indiscutibile.
Ma la fatica, il caldo e la sella incomoda ho presto dimenticato laggiù nel fresco patio della villetta rosa, dondolandomi nell’amaca. E pensando alla vita della prateria ho provato una grande compassione per me stesso che andavo a rituffarmi nella vita sociale, laggiù a Buenos Aires.
Bella cosa esser gaucho! Perchè, vedete, il cavallo selvaggio, il toro furioso, la tormenta della Pampa, il sole tropicale sono tutte cose pericolose, non c’è dubbio; ma, non è forse peggio, qualche volta, quel mostro che chiamiamo... « il nostro simile? »
IL LAVORO ITALIANO
NELL’ARGENTINA.
[Dal Corriere della Sera del 29 giugno 1902.]
In una voluminosa pubblicazione, edita or sono tre anni per cura d’un Comitato della « Camera Italiana di Commercio » di Buenos Aires, pubblicazione di carattere ufficiale che è una specie di bilancio dell’opera nostra nell’Argentina, al capitolo dell’industria si legge:
« E noi (italiani) cerca questa ospite terra, alle nostre braccia si apre, e il nostro sudore domanda per fecondarsi. Noi abbiamo steso per tutte le linee di ferro; noi strappati i metalli alle vene delle roccie; noi staccati i marmi e i graniti dalle montagne e svelti i tronchi dalle radici; noi innalzate al cielo le moli dei palazzi e dei tempî; noi addolciti i costumi, infiorata la vita; dischiuse le intelligenze. Che ci manca? Il coraggio di dire di noi ciò che è nel pensiero di tutti e sulle labbra di molti! »
Sante parole!
Ebbene, abbiamolo una buona volta questo coraggio della verità, senza trepidare per suscettibilità offese e per risentimenti sollevati. Che è mai « nel pensiero di tutti e sulle labbra di molti? »
È che noi italiani siamo le api operaie di quel grande alveare; è che l’Argentina esiste e vive in virtù del lavoro italiano. Senza di noi non avrebbe produzione, non avrebbe nè agricoltura, nè industria, non avrebbe teatri, palazzi, porti, ferrovie. È il lavoro dei nostri connazionali che ha veramente creato l’Argentina d’oggi, la quale senza di esso non avrebbe nessuna potenza economica, come un Guatemala od una Bolivia qualunque.
***
Giungendo a Buenos Aires i grandi piroscafi transatlantici s’inoltrano lentamente in un canale lungo ventun chilometri, scavato nel fondo del torbido Rio della Plata e segnato sulle acque agitate con centinaia di boe e segnali luminosi. Chi ha tracciato questo solco colossale nel letto del fiume? Degli operai genovesi. S’incontrano rimorchiatori che trascinano affannosamente le navi all’entrata del porto. Le loro piccole ciurme sono italiane. Ogni tanto i piroscafi passano rasente a dalle enormi draghe. Chi sono quegli operai che le manovrano lavorando sotto al sole cocente, in mezzo al frastuono degli immani macchinarî? Sono italiani: ecco, riconoscono la bandiera della patria a poppa della nave che passa, si sollevano dal lavoro, guardano pensosamente, e salutano. Si appressa un vaporino, una scala è gettata e compare il pilota sul ponte. È italiano.
Si arriva al porto—la cui grandezza stona, in questi tempi di crisi, con la pace che vi regna, ora che le settantasette gru idrauliche sugli enormi scali sono in troppa parte inoperose. Chi ha fondato, costruito, eretto, armato, montato tutto questo? Operai italiani. Il granito delle grandi pareli dei bacini e dei docks viene dal Tandil, dove braccia italiane lo strappano alle colline, lo spezzano, lo sagomano, lo trasportano. Laggiù fra le lontane solitudini migliaia d’italiani, riuniti in poveri villaggi, lavorano le cave di granito che italiani hanno scoperto: e il rombo del loro lavoro echeggia per le valli deserte—quando una crisi politica o economica non li snida e non li ricaccia affamati, come nel novanta e come adesso, nella mandria immensa dei senza lavoro!
Dal ponte della nave ormeggiata l’occhio spazia sulla città, i cui mille pinnacoli, cupole, campanili si ergono sulla moltitudine dei tetti. Tutto ciò che si vede è stato fatto da braccia italiane. Il lavoro materiale italiano entra in proporzione del novantasei per cento su quanto si fa laggiù.
Nel 1855 Buenos Aires non era che una ben misera città, fangosa e sporca. Le case piccole, basse, primitive, costruite senza calce con informi mattoni e fango, non avevano altro di buono che il patio: cioè a dire che la parte migliore della casa era fuori di casa. Persino l’abitazione del dittatore Rosas, che per venti anni ha imperato sull’Argentina, non era che una misera stamberga che fino a due anni fa si poteva vedere ancora in piedi ma pencolante, come quelle vecchie case inglesi dell’epoca d’Elisabetta, in Holborn, che tanto piacevano a Dickens.
In quell’epoca circa giunse laggiù il primo architetto. Era italiano, milanese. Poi altri lo seguirono. A questi nostri compatriotti si debbono le pi ime costruzioni civili di Buenos Aires. Già le braccia italiane giungevano in numero sufficiente per eseguire i loro progetti. Sorsero i primi palazzi, e poi dei teatri, degli ospedali, delle scuole. Braccia italiane costruirono senza posa. Da quell’anno sono state erette più di cinquantamila case; ossia tutta la città è rinata dalle sue maceriuzze fangose. E, se non in ogni costruzione è entrata la mente italiana, certo tutte sono dovute al lavoro materiale di quelle macchine umane che noi esportiamo gratis. E là ne abbiamo mandato per un valore di forse sette miliardi, se è giusto il calcolo degli americani del nord che attribuiscono ad ogni emigrante il valore di mille dollari.
Se per un miracolo tutto ciò che è prodotto dal lavoro italiano potesse scorgersi, assumesse un colore speciale, rosso, supponiamo, si vedrebbe Buenos Aires tutta intera, dal fiume ai campi dell’ovest, imporporarsi come sotto il riflesso d’un incendio sterminato. Da lì il colore di fuoco serpeggerebbe lungo tutte le ferrovie, lungo i fiumi, accenderebbe i battelli che li percorrono, e le città che toccano, i canali che vanno a irrigare le arse pianure di Cordoba e di Mendoza e di San Juan: si propagherebbe allargandosi per i campi di Santa Fè, di Rosario, di Buenos Aires, di Entre Rio, e giù al sud tingerebbe Bahia Blanca e il suo grande porto militare che il talento italiano ha ideato e braccia italiane hanno costruito. Non una città, non una colonia sfuggirebbero.
Non so se mai si farà una carta geografica che mostri il lavoro dei popoli, come si fanno le carte idrografiche per indicare l’altezza delle pioggie nei differenti paesi, e le carte etnografiche che mostrano le varie razze umane sparse pel mondo. Certo è che su questa carta l’Argentina tutta, dal Chaco alla Terra del Fuoco e dalla Cordigliera delle Ande al Plata, dovrebbe essere dipinta del colore indicato nel margine da queste parole: Lavoro italiano!
***
L’Argentina non aveva agricoltura prima che i coloni italiani andassero a dissodarne le sconfinate pianure. La Spagna, all’epoca della sua dominazione, forniva le farine; poi le fornì il Cile. « In gran parte la ragione di tale trascuratezza—dice un culto studioso della materia, Giacomo Grippa, in una monografia comparsa nel libro di cui ho parlato in principio—è da cercarsi nella indolenza degli abitanti, che non cedette a nessun tentativo che si facesse per scuoterla. » L’agricoltura argentina, che forma la principale ricchezza del paese, è un prodigio italiano. Si pensi che i campi di Santa Fè, di Cordoba e di Entre Rios, da dove questi prodotti vengono, erano pampas, pianura selvaggia, senz’acqua, coperta da vegetazione sterposa, da cardi, da cactus, e che sono i nostri contadini che l’hanno resa fertile, con anni e anni di lavoro assiduo tenace. Si pensi che la conquista di tanto territorio è costata tanto sacrificio di vite italiane, quanto nessuna guerra nostra.
Dall’agricoltura sono nate le industrie, con le quali il paese si è emancipato dall’estero per alcuni prodotti di prima necessità. E gli iniziatori dell’industria argentina sono quasi tutti italiani. Perchè, vedete, si potranno trovare dei figli del paese concessionarî di lavori, intraprenditori, impresarî; talvolta commercianti; rarissimamente industriali; operai mai.
La coltura estensiva richiedeva macchine. Qualche povero fabbro italiano audace e volonteroso tentò di copiare le macchine straniere che capitavano nelle sue mani per le riparazioni. Riuscì. La sua fucina si ampliò a poco a poco, divenne officina, divenne fonderia. Dopo una lotta lenta, assidua e tenace come il battere del suo martello, vide il suo stabilimento aumentare, ed ergersi le ciminiere fumanti nel cielo; udì sempre più prepotente intorno a lui lo strepito infernale e divino del lavoro. Trovò imitatori: altri stabilimenti sorsero. Gli opificî fondati da italiani producono i tre quinti del totale lavoro del ferro in tutta la Repubblica. O meglio producevano, perchè ora tanti forni sono spenti, tante macchine immote, tante officine silenziose.
Altre industrie affini a quella del ferro sono sorte per opera d’italiani: fabbriche di mulini, di bilancie, di oggetti d’ogni metallo. L’industria dei metalli è quasi tutta italiana.
E qui un’osservazione, per dissipare un pregiudizio molto diffuso e dannoso. Le fabbriche e le imprese dovute alla iniziativa e al lavoro italiani non possono chiamarsi italiane che impropriamente, perchè il capitale che ne è l’anima si è formato laggiù, vi è radicato profondamente, è argentino, là si sviluppa e lascia tutti i suoi frutti. Disgraziatamente la mente che ha ideato e diretto il lavoro produttore, e le braccia che lo hanno eseguito, che sono italiane, non possono considerarsi che come apparecchi e macchine di precisione la cui provenienza è indifferente per la nazionalità dell’impresa. È necessario por mente a questo per non cadere in errore nell’apprezzare il valore dal punto di vista nostro, di quanto vado nominando come italiano. Quando si dice opificio, fabbrica, banca, commercio o impresa inglese o tedesca, per esempio, s’intende che il capitale che li anima sta di casa a Londra o ad Amburgo, dove vanno gl’interessi e dove s’accumula la riserva. Quando invece si dice opificio, fabbrica, banca, commercio o impresa italiana, s’intende—salvo qualche rarissima eccezione—che noi in Italia non ci abbiamo a veder niente affatto, ma che solo è nato nel nostro paese l’uomo che ne ha avuto l’idea e il coraggio, la perseveranza e la sapienza d’attuarla.
È il capitale che dà la nazionalità all’impresa.
In tutte quelle industrie che si dicono italiane, perchè fondate, dirette, amministrate e lavorate da italiani, il carattere d’italianità è assolutamente transitorio; dipende spesso dalla vita d’un uomo. A poco a poco, per cessione o per eredità, passano tutte in mani straniere—che spessissimo sono quelle dei figli—e di nostro non resta che la mano d’opera, la forza motrice. È poco. La mano d’opera è come il vomero dell’aratro che umile e basso si nasconde nel lavoro assiduo e passa ovunque sconvolgendo e fecondando, e che poi non è nulla di fronte al valore della terra e del grano. E poco monta che sia stato forgiato di ferro italiano o di ferro cinese.
***
Continuiamo la nostra rivista del lavoro.
La pastorizia—che, dopo l’agricoltura, è la più grande fonte di produzione—ha fatto sorgere altre industrie, per opera sempre d’italiani. A due fabbriche italiane il popolo deve una parte delle sue vestimenta di lana. Un opificio fornisce anche di quei ponchos caratteristici, mezzo mantelli e mezzo scialli, che una volta le donne tessevano nei ranchos solitarî. Due fabbriche italiane trasformano la lana in cappelli, dai più rozzi ai più eleganti, e coprono quasi tutte le teste della Repubblica, anche quelle degli eleganti che non comprano nulla se il negoziante non giura loro che ciò che vende viene direttamente da Parigi.
Le pelli si esportavano semplicemente secche o salate; gl’italiani hanno introdotto l’arte del conciare. La conceria ha fatto sorgere le fabbriche di selle e di scarpe e sono gl’italiani che le hanno create e che vi lavorano.
Sempre troviamo gl’italiani come iniziatori d’industrie, le quali utilizzano ciò che una volta si gettava via, che traggono ricchezze dal niente, che aumentano enormemente la produttività dal paese. Se non hanno un gran posto nelle statistiche dell’esportazione, servono a limitare grandemente l’imposta che l’Argentina paga all’estero sotto forma di compere. Vi sono industrie che in una nazione sono quello che la buona massaia è nella casa: fanno economia di tutto, raccolgono ciò che viene abbandonato, lo trasformano, l’utilizzano; e il loro lavoro continuo e silenzioso, spesso inapprezzato, alla fine raddoppia l’attivo. Dal grasso degli animali, una volta abbandonato insieme alla carne—non si prendevano che le ossa, il cuoio e le corna—ora si toglie la stearina, la margarina, l’oleina. Furono italiani i primi ad usufruire delle carni istituendo i saladeri dove a migliaia al giorno si macellano i buoi, la cui carne salata, il tasaio, viene esportato in grandissima quantità, mentre le altre parti degli animali si trasformano in olio, in colla, in cuoio. Profittando della stearina a buon mercato, degli industriali italiani hanno fondato una fabbrica di fiammiferi che produce centocinquanta milioni di scatole all’anno emancipando completamente il paese da quella importazione.
Si può giurare che non esiste un ramo d’attività che non si debba all’iniziativa italiana. Coltivata la terra e ottenuto il grano, gl’italiani crearono i primi molini. Ottenuto il granoturco, crearono le distillerie. Ottenuto il riso crearono le fabbriche di amido. L’uva era stata dichiarata di coltivazione impossibile in questa terra piana come un mare: la vite non verdeggia che sui colli. Essi cercarono lontano, ai piedi delle Ande, le colline e vi piantarono il prezioso arbusto. Vi mancava l’acqua; laggiù non cade la pioggia—i temporali umidi dell’Atlantico lasciano l’acqua lungo la immensa traversata della Pampa—ed essi chiusero la strada ai fiumicelli che scendono dai ghiacciai per le paurose gole della Cordigliera e irrigarono con le loro acque trecentomila ettari di terra. Una sola casa vinicola italiana di Mendoza produceva quarantacinquemila ettolitri di vino all’anno. Dico « produceva » perchè la crisi argentina ha travolto anch’essa nel turbine disastroso, gettandola a terra con altri colossi.
Anche nelle imprese d’iniziativa straniera, nelle ferrovie inglesi, nelle officine elettriche tedesche, per tutto, entra sempre il lavoro italiano. La mano italiana con la sapienza e la pazienza del ragno tesse e ritesse la tela della ricchezza argentina, che i turbini politici ed economici lacerano via—e noi sappiamo come.
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Ecco che cosa è il lavoro italiano! Ma noi possiamo essere orgogliosi di ben altro! Noi abbiamo portato in parte i germi della coltura intellettuale nell’Argentina; è un lavoro che non si ricorda e non si vuol ricordare. Adesso l’emigrazione intellettuale è preclusa dall’Argentina (come l’emigrazione dei malati o degli storpî o dei vecchi) per mezzo d’un feroce protezionismo che impone la così detta « rivalidazione delle lauree straniere »—della quale parleremo in seguito—che si risolve in un vero sfratto ai laureati stranieri. Ma se l’Argentina ha laureati suoi da proteggere, molto lo deve all’Italia.
Furono italiani i primi professori che incamminarono la scuola argentina sulla via delle moderne discipline, trasformando in ateneo ciò che non era al più che un seminario. Ai principî del secolo passato l’emigrazione italiana non era composta che di esuli politici, ossia—in gran parte—di uomini intelligenti. Per molti anni la parola « emigrato » da noi non significava che « perseguitato » per l’amor di patria. Ne arrivarono laggiù di questi emigrati, ad ogni rivoluzione repressa e ad ogni congiura scoperta, come ne arrivarono a Londra: ossia dove la distanza o la libertà garantivano la vita. Da dopo il ’21 gli annali dell’Università di Buenos Aires e di Cordoba cominciano a registrare nomi di professori italiani. Troviamo il fisico Carta Molina, fondatore del primo gabinetto di fisica sperimentale, poi perseguitato sotto l’accusa d’essere unitario e rinchiuso per forza in un manicomio dove è morto. Troviamo il naturalista Carlo Ferraris, fondatore della prima cattedra di storia naturale e del primo museo zoologico; troviamo il fisico Massotti, fondatore del primo osservatorio astronomico, e il Moneta al quale si deve l’Ufficio delle Opere Pubbliche dello Stato, ed anche la prima carta geografica esatta del paese. Quando si è fondata una facoltà di matematica e ingegneria, i professori furono tutti quanti italiani. Arrivarono verso il ’65 i professori Ströbel e Speluzzi di Milano, Rossetti, Ramorino, Luzzetti che insegnarono scienze esatte. Ora tutti sono morti, e poco si ama ricordarli. Potrei continuare a empire pagine di nomi di italiani che hanno dedicato la loro vita a mettere al corrente gli argentini delle nostre scienze e della nostra civiltà; dal prof. De Angelis, che è stato il primo a raccogliere le leggi argentine, e il primo anche a raccogliere tutti i documenti della storia di quel popolo, fino al prof. Giuseppe Tarnassi, che è il primo ad occupare la cattedra di latino all’Università di Buenos Aires, cattedra ultimamente istituita.
Se le statistiche della produzione e del commercio possono darci l’idea del valore del nostro lavoro materiale, disgraziatamente nessuna statistica può darci quella del nostro lavoro intellettuale, la cui influenza meno immediata è tanto più vasta e profonda.
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Ecco rapidamente tracciato il quadro del lavoro italiano nell’Argentina. Era necessario per comprendere quanto la situazione morale, materiale e politica dei nostri emigrati laggiù sia diversa da quella alla quale essi hanno diritto.