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L'Argentina vista come è cover

L'Argentina vista come è

Chapter 22: UNIONI E SCISSIONI.
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About This Book

A series of eyewitness letters offers a panoramic portrait of Argentine life seen through Italian emigration, combining reportage and social analysis. Urban chapters describe Buenos Aires's mix of ostentatious wealth and widespread poverty and outline how governance, the courts, police and army influence daily realities. Rural sections explore estancia routines, peons, medieri, colonists and the place of immigrant labor in agricultural development. The author examines the causes and effects of mass emigration, documents abuses and commercial exploitation, assesses the condition of emigrants and their children, and raises questions about remedies and the responsibilities of the homeland.

ERRORI E DIFETTI
DELL’EMIGRAZIONE ITALIANA.

[Dal Corriere della Sera del 6 luglio 1902.]

Pochi popoli pagano al mondo un tributo d’emigrazione più grave dell’italiano; e pure la nostra stessa emigrazione sembra dimostrare—contraddizione strana—che noi manchiamo delle migliori qualità di popolo emigratore.

La massa dei nostri emigranti non ha preparazione, non conosce nulla del paese dove approda, e trova tutto inaspettato; non ha coscienza della sua forza e del suo valore; non è plasmata nè da una coltura, nè da una educazione, e si forma facilmente sopra un altro stampo; ha una verginità intellettuale che la rende duttile. Per una profonda ignoranza di cui noi in Italia, purtroppo, abbiamo la colpa e la responsabilità, la massa degli emigranti non conosce nemmeno il suo stesso paese, ne ignora le glorie e le grandezze, e non può sentire perciò l’orgoglio di essere italiana, non può provare quell’infinita soddisfazione della superiorità di razza che crea le pacifiche conquiste. Di fronte ad un nuovo popolo, in un nuovo ambiente, la cui brillante appariscenza la sua semplice mente non può sondare, essa si sente inferiore; ritiene come un torto proprio l’essere diversa; ne prova umiliazione, e tende a far scomparire ogni diversità modificandosi. E tutto questo perchè la nostra è una emigrazione di braccia, un’esportazione di muscoli, e troppo poco—in proporzione—d’intelligenza. Gli intelligenti nelle masse sono come i graduati nell’esercito, una piccola minoranza che guida, non fosse altro con l’esempio, che unisce in un’azione comune. Togliete gli ufficiali ad un esercito d’eroi, ed avrete la fuga più vergognosa. L’esercito dei nostri emigranti manca di ufficiali, e si sbanda, e si arrende alla spicciolata, subito, cedendo bene spesso quell’arma potente che si chiama « dignità nazionale ».

Gli apprezzamenti che vado facendo si riferiscono al complesso della nostra emigrazione, s’intende; grazie a Dio si trovano per tutto dei fieri italiani, i quali prima d’ogni altro riconosceranno la loro dolorosa impotenza di fronte alla massa. Dopo d’avere constatato i trionfi gloriosi del lavoro italiano nell’Argentina, possiamo bene rilevare spassionatamente qualche nostro difetto, nel quale si possono trovare le cause di alcuni mali della nostra emigrazione.

***

L’emigrazione nostra, così com’è, fa pensare all’esportazione d’una materia prima destinata ad essere trasformata ed adoperata. Subisce tutte le influenze senza resistere perchè è ignorante, cioè debole, e miserrima, cioè disarmata. In queste condizioni appena giunge ad immettersi nella nuova società, ne occupa l’infimo posto, ossia il più disprezzato. Laggiù nella scala delle posizioni sociali vi è un gradino di più, in basso: dopo il povero viene l’immigrante. Esso è più povero del povero nella conoscenza dell’ambiente e delle condizioni della sua nuova vita. Esso non potrà elevarsi che col lavoro, la sobrietà ed il risparmio. Questo significa che sarà costretto ad una vita di sacrificî, di gretterie e di umiliazioni, la quale, in mezzo al lusso dell’ambiente argentino e alla grandiosità dissipatrice dei « figli del paese », formerà un contrasto stridente che porrà l’emigrante sotto una luce ancora più dispregevole.

Osserviamo un emigrante qualunque, un emigrante « tipo »—piemontese o calabrese, poco importa—che arriva dal suo campo in cerca della fortuna. È umile per necessità, timido per ignoranza, si presta ad essere sfruttato e malmenato in silenzio perchè non conosce i suoi diritti—del resto comprende ben presto che il reclamare per i torti ricevuti è inutile, se non rovinoso, e che egli è solo e abbandonato.—Egli ammira tutto perchè nulla ha visto mai. Ciò che è diverso per lui è migliore. Conserverà della Patria una nostalgia istintiva, l’amore per i luoghi ove si è nati, quell’amore che il tempo ed i ricordi rendono sempre più dolce: amerà ricordarla, ma più andrà avanti con gli anni e meno conoscerà la vera grandezza e le glorie del suo Paese, perchè nella sua mente l’idea della Madre Patria non sarà altro che l’idea del suo passato. Vedrà lontano una casupola, un villaggio, una valletta; la sua casa, il suo villaggio, la sua valle. Quella è l’Italia; tutto il resto è vago, incompreso, indefinito. Talvolta si accorge che la sua qualità di straniero lo esclude da mille benefizî, lo priva di garanzie e di diritti; si trova come un veltro estraneo alla muta che lo guarda bieca e ringhiosa intorno alla curée. Allora, raramente, ma non troppo, e se i suoi mezzi e la sua posizione lo permettono, cerca di cambiar manto, di rendersi più simile che sia possibile ai fortunati, cerca di cancellare le traccie di italianità che gli sono rimaste, e comincia dal modificare il proprio nome. Si chiama Chiesa si cambia in Iglesia; se si chiama Speroni si trasforma in Espuelas; e si vede così un Montagna divenire señor Montaña, un Bibolini cambiarsi in Bibolian.—Disgraziatamente non mancano esempî!

Questo emigrante sarà doppiamente prezioso per il paese che lo acquista, ma quale sostegno potrà essere al nostro prestigio nazionale?

Quanto dico è amaro a dirsi, ma più amaro ancora a tacersi. Del resto, la causa di questi mali è qui, è in Italia, ed in Italia soltanto può esservi la cura.

L’animo del nostro paese è rimasto estraneo all’emigrazione; questa non rappresenta l’espansione d’un organismo esuberante di vitalità, ma piuttosto un male specializzato d’una sua parte. Essa non ci ha preoccupato che di tanto in tanto per un sentimento umanitario, e niente più. Non abbiamo pensato a sorreggerla, a dirigerla, a illuminarla. L’emigrazione nostra è come sangue vivo sgorgante dalla piaga incurata della nostra miseria e della nostra ignoranza. La piaga è vecchia e non ci dà dolore, e poco ci curiamo se questo po’ di sangue nostro cade, si disperde, va a male. Non abbiamo veduto tutto il buono e tutto il cattivo che dalla nostra emigrazione poteva venire. Ben altrimenti dovevamo invigilarla e proteggerla, farle sentire lo sguardo della Madre Patria fiso sopra di lei; darle un ampio stato maggiore d’intelligenti.

Dalla Germania, dall’Inghilterra emigrano masse di giovani che escono da scuole create apposta per aprire gli occhi, che si sparpagliano per il mondo a battere sempre nuove vie per dove in breve s’incanalano i commerci delle loro patrie, delle quali così s’aumenta il prestigio e la potenza ovunque. Nuove regioni sono sondate, studiate, e ad esse dirette le masse emigratrici nella proporzione e nella composizione necessarie.

I rarissimi giovani colti frammisti all’emigrazione italiana, non partono ordinariamente—salvo onorevoli eccezioni—che quando vedono fallito l’ultimo tentativo per ottenere un umile impiego, sia pure a mille e cento. Vanno senza idee, senza progetti, senza appoggi e senza mezzi, travolti nel turbine della miseria, e privi perciò di quella grande forza che è l’indipendenza. Talvolta cadono per non rialzarsi più, talora invece riescono a formarsi una posizione; ma imparano laggiù, alla scuola della vita, quanto il paese nativo non s’è curato d’insegnar loro, ed è naturale che si modifichino, che si adattino all’ambiente; non possono serbarsi italianamente puri, e nello istesso tempo lottare per il pane in un ambiente dove sentono l’ostilità mordente, sorda, continua e tenace contro lo straniero.

Nessun uomo può rinunziare allo spirito di conservazione. L’emigrazione italiana ha perciò poche guide e pochi esempî, e viene a mancare così di quella mirabile coesione che è la caratteristica di altre emigrazioni.

Aggiungete la impunità che la cattiva giustizia assicura così spesso al « figlio del paese » quando commette reati a danno d’italiani—i quali sopportano tutto in espiazione di quel peccato originale che è l’essere gringo—aggiungete l’inazione diplomatica che lascia i nostri connazionali esposti all’arbitrio, al sopruso e alla brutalità, ed avrete un’idea della posizione forzatamente umile dell’emigrato italiano.

È per questo che noi laggiù non abbiamo sempre troppa fierezza, e non facciamo mostra di un’eccessiva dignità nazionale. Un anno e mezzo fa, poco tempo dopo che al Brasile si era data una sanguinosa caccia all’Italiano—pagata poi con un po’ di denaro, senza nessuna soddisfazione per la bandiera italiana che la folla aveva oltraggiato trascinandola nel fango—il Presidente del Brasile, Campos Salles, si è recato a Buenos Aires. Moltissime Società italiane con bandiera e musica andarono a riceverlo, qualcuna di quelle Società diede persino feste in suo onore, e alla sera le facciate delle sedi sociali furono illuminate. Un ricco signore italiano giunse persino ad offrire la sua casa per ospitarvi il Presidente brasiliano, offerta che, si capisce, venne senza indugio accettata. E come questo, troppi altri « omaggi » inconsiderati rendiamo. In tutto ciò vi è molta ingenuità, molta incoscienza, desiderio di far cosa gradita, entusiasmo impulsivo e incoerente. Siamo latini anche noi; una bandiera spiegata e un festone di lampadine elettriche bastano spesso a farci gridare evviva. C’è il buon cuore, il cuore italiano, perchè con quello si nasce e si muore, ma non c’è il carattere italiano, perchè il carattere si forma; e, disgraziatamente, in Italia non è popolarizzato il mistero della sua formazione. Le nostre masse povere che emigrano sono moralmente amorfe.

***

I danni che a noi derivano da questa emigrazione sono materiali e morali. I materiali: l’Italia che ha nell’Argentina più d’un milione dei suoi figli—ossia un quarto della popolazione della Repubblica—non contando i loro discendenti, non occupa nell’importazione di quel paese che il quarto posto, e il settimo nell’esportazione. I danni morali sono molto più gravi: laggiù si giudica del nostro paese in base all’emigrazione.

Gli Argentini stimano la Spagna perchè ne sono figli, l’Inghilterra perchè ne sono debitori, la Francia perchè ne sono satelliti, la Germania perchè ne sono clienti, gli Stati Uniti perchè ne sono ammiratori e imitatori. Dell’Italia sanno poco (la coltura storica e artistica non è in verità il loro forte), fuorchè essa manda laggiù bastimenti carichi di suoi figli, attivi, infaticabili, preziosi, sì, ma poveri e umili, due qualità straordinariamente disprezzabili, specialmente in un paese dove il denaro e l’orgoglio sono tutto. L’Italia è generalmente raffigurata dalla massa criolla come un paese di affamati, saturo di popolazione—quasi una piccola Cina—che ha bisogno di tendere la mano alla ricca e progredita America. Basta vedere le allegorie politiche dei giornali illustrati, nelle quali v’entri l’Italia, per capire, niente altro che dal gesto di magnifica protezione dell’Argentina verso l’Italia più piccina di lei, quale è il pensiero di quella gente, sui rapporti dei due paesi.

Ricordo che un giorno il direttore del più popolare giornale della sera, parlando con me di politica europea, mi sosteneva col massimo convincimento che l’Italia deve l’essersi salvata dalla crisi economica, di recente e dolorosa memoria, precisamente all’... Argentina. L’Argentina ci avrebbe salvato prima portandoci via dei disoccupati e degli affamati che avrebbero fatto la rivoluzione, poi economicamente con i... risparmî mandati a casa dagli emigranti e con lo sbocco dato ai nostri prodotti. L’egregio direttore ripeteva ciò che in più occasioni aveva scritto e ciò che la massa dei suoi lettori pensa.

Un giovanotto della migliore società bonearense, di ritorno da un viaggio in Europa, o meglio a Parigi, rispondendo ad un amico mio che gli vantava la vita napoletana, al sentire la parola paseos—passeggi—esclamò, con un sorriso indescrivibile:

Caramba, me abria gustado ver los napolitanos in coche!—Perbacco, mi sarebbe piaciuto vedere dei napoletani in carrozza!

Un altro aneddoto ancora più caratteristico. Il figlio d’un ministro argentino si trovava a Napoli con un amico italiano, ora stimatissimo professore di latino a Buenos Aires, e passeggiando per la città, meravigliato del concorso elegante, esclamò:—Ma qua sono tutti stranieri!—L’amico rispose distrattamente che ci sono sempre molti stranieri a Napoli. Alia sera, al San Carlo, il figlio del ministro non si era ancora seduto nella sua poltrona, che girando lo sguardo sorpreso intorno alla sala ripetè:

Però todos, todos estranjeros!

—Ah, no!—rispose l’amico comprendendo finalmente—sono napoletani, tutti napoletani, che Dio ti benedica!

La sua mente non concepiva dei napoletani in abito nero e delle napoletane in décolletée e brillanti, riuniti in una splendida sala da teatro. Per lui, come per la maggiorità de’ suoi concittadini, « napolitano » era quasi sinonimo di venditore ambulante, di lustrascarpe e di spazzaturaio.

È facile immaginare quanto questa, diciamo così, poca considerazione dei nativi contribuisca a deprimere maggiormente il morale del nostro emigrante. L’Argentino, per la sua natura spagnolesca—che sotto certi aspetti può anche avere alcunchè di simpatico—è superlativamente orgoglioso, e convinto della sua indiscutibile superiorità sopra tutti gli altri umani dell’universo—ed è abituato a sentirselo dire. Anche nelle sue dimostrazioni di amicizia e di simpatia vi è sempre un’aria di degnazione, di protezione; nella sua cordialità c’è della benevolenza; si pone a vos ordenes per una forma di squisita e cavalleresca educazione, ma non riconosce nè ordenesdeseos se la sua vanità non è solleticata; egli può concedere, mai cedere. Nelle transazioni fra uno straniero e un « figlio del paese » vi è sempre il carattere di transazioni fra inferiore e superiore, anche se avvolti nel velo soave di una educazione inappuntabile. Per di più, se gli argentini colti, quelli che formano la minoranza dirigente, sentono nella prosperità in cui vivono i vantaggi incalcolabili della nostra emigrazione, e la desiderano e la provocano, la massa povera criolla, quella che vive disseminata nella campagna, ne sente invece i danni. Una volta era padrona della Pampa, che la nutriva senza la dolorosa necessità del lavoro. Ora, dove è l’italiano enlazare un bue diventa un furto; il colono difende i frutti del suo lavoro, e il gaucho è costretto per vivere a lavorare nell’estancias qualche mese dell’anno; ciò offende la sua dignità. Egli ha rancore contro il gringo, e di quando in quando all’occasione si vendica a colpi di rivoltella, troppo spesso impunito.

La situazione dei lavoratori italiani, specialmente nei campi, è in certo modo simile a quella degli ebrei in alcune nazioni d’Europa, i quali fanno liberamente i loro affari, ma un’ostilità blanda e latente li circonda. Alla prima occasione si sentono gridare in faccia la parola « ebreo » come un’ingiuria. Laggiù si grida: gringo.

L’italiano si chiama gringo, un vocabolo dispregiativo, che non ha la traduzione. Non se ne sa nemmeno l’origine: alcuni credono che venga da griego-greco. Parrebbe che una volta, in uno dei primi anni del secolo passato, sbarcasse al Plata una comitiva di cavalieri d’industria greci, che rubarono mezzo mondo e poi presero il largo. Da allora si sarebbero chiamati griegos gli stranieri, quasi come per dirsi:—In guardia amico!—Da griego gringo; e questo appellativo è restato quasi esclusivamente sulle spalle degli Italiani. Non sono molti anni che rappresentava un’ingiuria mortale, ma poi i gringos sono diventati tanti che la parola ha perduto molto dell’acerbo significato, restando una semplice espressione disprezzante, come potrebbe essere da noi il vocabolo « stranieraccio ». In forma amichevole gringo si cambia in gringuito. Spesso invece è seguito da un immondo qualificativo decentemente intraducibile e pure tanto comune laggiù, che pare non abbia altro scopo che di riportare la parola gringo all’antico ingiurioso significato.

Un argentino si offende se viene chiamato gringo. Tutti gl’Italiani indistintamente sono gringos. L’appellativo è usato correntemente. Dei gringos il più dispregiato è il tano. Tano è la corruzione di « napoletano ». Tutti i meridionali sono « tani ». Questa parola non è molto usata nelle classi decentes; se ne fa abuso nel volgo, specialmente della campagna. Siccome i poveri emigranti meridionali, calabresi, abruzzesi, napoletani, siciliani, sono i più miseri e i più incolti, la parola tano poco a poco è venuta a designare l’ultimo gradino dell’umiltà umana. Dire tano è come dire « miserabile! » Di questa parola non esiste un vezzeggiativo in tanito: tano è sempre dispregiativo assoluto. L’Argentino irritato vi dice in faccia gringo: irato vi grida tano. Ciò significa che le parole equivalenti a italiano e napoletano occupano un posto nel vocabolario delle ingiurie. E il nostro orgoglio non ne può essere lusingato.

Nel teatro criollo, che è una derivazione recente dell’antico teatro spagnolo, s incontra spesso il tano. Come in tutti i teatri primitivi i caratteri dei personaggi rimangono stereotipati attraverso le diverse commedie, formando quasi delle maschere; fra queste maschere il tano fornisce il diversivo allegro: è burlato da tutti, parla a strafalcioni; è un po’ il « servo sciocco » delle antiche scene italiane, ma più servo e più sciocco, per di più ladro e.... bastonato. Questo solo basterebbe a farci comprendere la strana depressione del nostro prestigio.

***

Fra chi è nato al di qua e chi è nato al di là dell’Atlantico v’è una barriera invisibile che l’Argentino sente e apprezza; ed attribuisce alla propria generosità e alla propria bontà il non farla sempre valere. Esso si ammira in buona fede; dice e scrive in fondo in fondo così: « tutta questa gente moriva di fame nel suo paese, è venuta qua, ed io non la scaccio; come sono buono, generoso, ospitale! » Tutti hanno interesse di ripetergli in coro « come siete buono, generoso, ospitale! »—e la barriera invisibile persiste minacciosa.

Oh! facciamo una buona volta i calcoli di questa ospitalità generosa, vediamo da quale parte sono gli utili maggiori, immaginiamo che cosa sarebbe quel paese senza di noi, ed osserviamo ciò che è; vediamo chi crea la sua ricchezza, vediamo chi produce e chi spende, chi suda e chi gode, chi fa e chi disfà. Smettiamo di mentire, perchè la nostra dignità ne ha sofferto abbastanza.

Il nostro lavoro è richiesto: si domandano braccia.—« Che cosa guarirà mai la profonda crisi argentina? »—chiedevo un giorno al senatore Canè, uno dei più colti politici argentini.—« Non c’è che un rimedio: l’emigrazione »—mi rispose. Dunque da una parte si chiede l’emigrazione, dall’altra vi è la potenza di soddisfare la domanda. Si può ben trattare come parti contraenti, mettere delle condizioni, volere delle garanzie, pretendere un po’ di giustizia per i nostri poveri connazionali, in cambio della immensa forza che noi diamo, e che noi dovremmo dirigere.

La vera Italia è sconosciuta o misconosciuta laggiù: la sua voce timida vi fu raramente udita; ascoltata mai. Il solo fatto di chiedere niente altro che il mantenimento delle calpestate promesse costituzionali, come il « diritto alla vita, all’onore, alla libertà, all’eguaglianza, alla proprietà e alla sicurezza », ci porrebbe immediatamente in una ben diversa situazione morale.

« Parla? dunque vive! »


UNIONI E SCISSIONI.

[Dal Corriere della Sera del 30 luglio 1902.]

Gl’italiani al Plata sono riuniti in circa trecento associazioni diverse: il che significa che sono perfettamente disuniti.

La questione delle associazioni ha laggiù un’importanza speciale perchè da essa deriva una grande debolezza, una mancanza di coesione morale, una dispersione di forze e di ricchezze nella nostra colonia, mentre potrebbe e dovrebbe essere un elemento di unione e di potenza.

La cosa andrebbe studiata con cura. Noi abbiamo nel sangue un po’ di spirito di scissione; è indubitabile. Il disaccordo non è lo stato meno normale dei nostri spiriti; la discussione ci piace. Anche quando siamo in due abbiamo sempre qualche idea altrui da combattere e qualche idea nostra da patrocinare. È un difetto latino; le nostre anime si avvolgono nell’antica toga sempre pronte all’orazione. Le discussioni sprizzano fuori dall’urto delle opinioni come le scintille dall’urto dei corpi, e noi amiamo soverchiamente queste scintille della discussione. Da questo viene il caratteristico chiacchierìo tumultuoso della nostra folla a cui si contrappone il mutismo solenne e impressionante della folla inglese, per esempio, della quale si ode il rumore, ma non la voce. Una folla anglo-sassone o teutonica agitata da un entusiasmo è unita persino nell’evviva!, col suo hip, hip, urrah!, e canta in coro. E il canto collettivo—anche quando è stonato—è il segno migliore dell’accordo.

Questo nostro spirito di scissione noi lo troviamo esagerato negli italiani all’estero, e specialmente in America. La massa della nostra emigrazione, come già abbiamo avuto occasione di rilevare, proveniente da paesi diversissimi, misera e incolta nella generalità dei casi, è nel complesso deficiente di quelle qualità che formano il carattere nazionale. Per di più la necessità del lavoro la divide: la lotta accanita per l’esistenza o per la fortuna fa di un uomo quasi l’avversario d’ogni altro uomo. Le preoccupazioni della vita attuale distolgono la mente dalle cose della patria, le cui conseguenze, del resto, non sono più immediate; la distanza e il tempo annebbiano e discolorano quanto si è lasciato indietro; sulla nuova terra altre tradizioni ed altre usanze fioriscono e fanno dimenticare le antiche; ogni cosa, insomma, concorre ad allentare i vincoli dell’unione. Infine l’allargarsi d’una nuova civiltà offre a tutte le ambizioni in concorrenza l’esca di nuovi onori, reali e fittizî.

L’onore che è più a portata di mano laggiù è dato dalla carica di presidente, di consigliere, di segretario, di qualche cosa insomma di una società italiana. Vi sono società italiane utili e benemerite della collettività, ma ve ne sono molte il cui scopo è proprio quello di fornire delle cariche sociali ai soci, un titolo onorifico da sostituire al cavalierato che il democratico regime americano non ammette. Le cariche sociali vi si cambiano a turno una volta all’anno. Così chiunque può diventare il señor Presidente; il che in Republica è straordinariamente lusinghiero. Un distintivo all’occhiello, il diritto di prendere la parola in un Comizio o di mettere il proprio nome in fondo ad un manifesto, esercitano un’attrazione straordinaria.

Quando una società comincia a diventare troppo numerosa, subito la minoranza, priva di cariche sociali, si stacca in massa e fonda una nuova società. Molte associazioni italiane si riproducono per scissione, come i bacilli.

Da questa straordinaria quantità di associazioni l’unione non è certo cementata; è una fermentazione di rivalità, di antipatie, di ambizioni e anche d’interessi, un lavorìo demolitore, un indebolimento doloroso, una corrosione lenta e continua della compagine morale della nostra colonia.

Quando una gioia o un lutto della Nazione fanno battere all’unisono tutti i cuori italiani, quando giunge dalla Patria un grido d’entusiasmo o di dolore, allora si compie per un momento il miracolo dell’unione, allora tutte le bandiere, gli stendardi e i simboli degli innumerevoli gruppi italiani si vedono riuniti per le vie agitati dallo stesso fremito, in mezzo ad un popolo, un altro popolo italiano, che è mosso da uno stesso amore. Si ha in quel momento la visione rapida, di fronte all’imponenza della massa enorme, della irresistibile possanza della nostra unione. Ma è un momento! Il giorno dopo, la discordia ricomincia il suo triste lavoro di tarlo, che sgretola, polverizza e disperde l’anima italiana.

***

Non parliamo delle associazioni e dei circoli che hanno per scopo il divertimento; essi si comprendono; il loro moltiplicarsi o il loro diminuire non ha alcuna influenza sopra l’unione della collettività. Anzi la loro presenza è un bene perchè i nostri connazionali vi trovano un sollievo e un riposo, che senza tali clubs dovrebbero cercare in ambiente straniero. Esaminiamo invece quelle associazioni il cui scopo non è il divertimento, ma l’interesse. Nella sola Buenos Aires vi sono sopra a cinquanta Società di mutuo soccorso e di previdenza.

La prima di queste società la Unione e Benevolenza venne fondata nel ’58. In quell’epoca la forma di mutuo soccorso s’imponeva, era l’unica garanzia per i lavoratori dispersi in un paese nuovo, e anche l’unica forma di difesa che fino allora la previdenza collettiva avesse trovato.

La scissione si è manifestata subito nella prima società, dalla quale si distaccò, tre anni dopo dalla fondazione, la Nazionale Italiana. E altre e altre si formarono; dalla XX Settembre si stacca la Nuova XX Settembre. Sorgono la Colonia Italiana, l’Unione Operai Italiani, l’Italia Unita, la Giovane Italia, e nello stesso anno l’Italia (senza aggettivi); più tardi la Nuova Italia, l’Italia Risorta, l’Italia al Plata, e—ironia dei nomi—l’Unione Italiana. Due società di mutuo soccorso prendono il nome di Vittorio Emanuele II, due di Cavour, due di Umberto I. L’associazione di mutuo soccorso Galileo Galilei, non è la stessa—come potrebbe credersi—della Eppur si muove. Una serie di associazioni si forma in nome della fratellanza: Unione e Fratellanza, Progresso e Fratellanza, Fratellanza Artigiana... Si formano associazioni femminili di mutuo soccorso: l’Unione e Benevolenza femminile, la Margherita di Savoia, la Figlie d’Italia, la Società femminile...

È facile immaginare quanto tale suddivisione di capitali, di amministrazioni e di forze direttive sia a tutto nocumento del mutuo soccorso. Ma dall’84 comincia a far capolino una ben più grave e dolorosa divisione, che viene a scindere non soltanto gl’interessi della collettività, ma i suoi sentimenti di patriottismo e di amore; intendo parlare del regionalismo. Sorge prima una Unione Meridionale che accentua la triste rivalità fra il nord e il sud. Segue la Stella di Napoli, poi una Partenope, dalla quale naturalmente si distacca una Nuova Partenope; poi l’Unione Calabrese, il Circolo Sannitico, la Veneta di M. S., l’Abruzzo, la Magna Grecia, l’Unione Sarda, la Ligure di M. S., il Centro Pugliese, i Figli di Sicilia e via via.

Tutti questi innumerevoli aggruppamenti, aventi un unico scopo, non erano proprio necessarî; le antiche piaghe delle nostre fraterne discordie, cicatrizzate in Patria, si riaprono laggiù. Lo spirito italiano, non troppo forte all’inizio, ne è sempre più indebolito. E la Patria disgraziatamente non esercita quell’azione tutelare, al di sopra di tutte le lotte di campanile, azione che dovrebbe essere come una dolce amorosa protezione materna sui figli lontani. I figli crescono in discordia quando la madre non li cura!

***

Il mutuo soccorso si è cristallizzato nell’antica forma perchè non ha mai avuto la forza, data la suddivisione ad oltranza dei capitali, di trasformarsi nella moderna assicurazione. Le molteplici società di mutuo soccorso nella sola Capitale hanno quasi ognuna una sede propria, per la quale si è immobilizzata grande parte del capitale sociale. I soci pagano una tassa mensile che varia intorno ad un peso e mezzo (L. 4 circa) per avere la visita medica gratuita nei periodi di malattia, e una piccola pensione di un peso circa al giorno fino alla guarigione, pensione che decresce secondo norme stabilite e che in certi casi diviene minima. Riunite tutte queste associazioni bonearensi, compresa la Società di Beneficenza in una, si avrebbe un sodalizio con venticinque milioni di capitale, con settantamila soci che, pagando premî minimi, verserebbero sette milioni circa di franchi all’anno. Quante miserie sollevate, quante lacrime asciugate, quante rovine scongiurate! E sopra tutto quale forza prodigiosa non verrebbe ai nostri connazionali da questa unione d’interessi, e quale indipendenza?

Alcune delle società che ho nominato, e specialmente le più antiche, debbono essere considerate al di fuori del meschino battagliare delle ambizioni e delle rivalità. La loro colpa è quella di non aver compreso quanti danni venivano per riflesso alla Patria ed alla colonia per la loro disunione, e di non essersi modificate col volgere degli anni. Ma in compenso queste associazioni hanno prodigato tanto bene nella collettività, da esse sono partite nobili iniziative, e la loro azione, per quanto divisa, ha avuto sempre per movente l’amore all’Italia, riuscendo a mantenere più a lungo che fosse possibile i vincoli fra la Madre Patria e i suoi figli lontani.

La Società di Beneficenza da cui dipende l’Ospedale italiano, ha potuto curare sopra a quarantamila infermi, in venticinque anni; la sede dell’Ospedale, da pochi mesi inaugurata, costa tre milioni circa, e non ha nulla da invidiare alle migliori cliniche.

Undici di queste associazioni italiane di Buenos Aires, e dieci nelle provincie, hanno diritto sopra le altre alla nostra più viva simpatia e alla nostra riconoscenza, perchè mantengono a loro spese delle scuole italiane. Esse hanno compreso che solo la scuola poteva essere il mezzo per tenere vivo nella colonia il sacro fuoco dell’amor di Patria. Hanno lottato contro ogni difficoltà con perseveranza e patriottismo per cercar di dare ai figli d’italiani un po’ d’anima italiana. Sono riusciti? Questo esamineremo spassionatamente più avanti. Alla questione delle scuole italiane è legato il grave problema dei « figli d’italiani », che vivamente c’interessa, perchè rappresenta il problema dell’avvenire.

Per ora osserviamo che le scuole italiane di tutta la Repubblica Argentina sono frequentate solo da tremila e cinquecento bambini, debole cifra se si pensa al numero grande di italiani che vivono laggiù.

Così la scuola italiana non può avere una profonda e vasta influenza sulle generazioni che crescono; essa resta come un simbolo, più che come istituzione viva e vivificante; un simbolo per il quale lottano tanti patriotti generosi. Ma pure, anche se quelle scuole non dovessero avere altro risultato che questa santa lotta per l’italianità, non potrebbero dirsi inutili. Dove si lotta, sia pure perdendo, è segno che si vive. Tutto è meglio dell’indifferenza.

Ma nelle scuole, come disgraziatamente in quasi tutto quanto parte dalla iniziativa italiana, troviamo il segno d’una profonda divisione come un peccato originale. Ogni scuola fa da sè, come ogni società fa da sè.

Si è parlato qualche volta di unione, ma vi sono grandi interessi—non nostri questi—cui giova mantenere debole l’elemento italiano, e molte piccole ambizioni—nostre queste purtroppo—che si nutrono delle scissioni.

Chi sa, forse, che se dalla Patria—la quale con più affetto dovrebbe vigilare e proteggere i suoi figli—partisse la voce della concordia e dell’amore, non verrebbe ascoltata!

Se la Madre parlasse, chi sa!


I FIGLI DEGLI ITALIANI.

[Dal Corriere della Sera dell’11 agosto 1902.]

È stato molte volte scritto e detto che non v’è popolo che emigrando si assimili maggiormente alle nuove genti e ai nuovi paesi dell’Italiano.

È un elogio od un rimprovero? Tutti e due; a seconda del punto di vista. Si comprende che questa qualità appaia una grande virtù agli occhi degli ospiti, una virtù che centuplica i vantaggi della emigrazione, togliendole tutti i pericoli; ma si comprende anche che agli occhi degli altri questo potere di assimiliazione sia una grande debolezza. Assimilarsi vuol dire finire d’essere italiani.

L’italianità infatti—specialmente nell’America latina, dove certe affinità di razza rendono la trasformazione più rapida e completa—non resiste sempre fino alla seconda generazione. I figli degli italiani, nella generalità dei casi, non sono più italiani. Mancandoci essi, ci manca l’avvenire.

Senza stolti ed ambiziosi sogni di espansione politica, e di dominî, noi abbiamo certamente diritto di pensare che alla nostra espansione di razza, a questo dilagare per il mondo di centinaia di migliaia di italiani all’anno, corrisponda almeno una espansione della nostra forza morale; che l’italianità non venga soffocata; che resti un culto per la grande Patria, un riconoscimento delle sue glorie antiche, fra le genti che il lavoro e la scienza italiana arricchiscono d’opere e d’idee.

Le legislazioni americane, da quella degli Stati Uniti a quelle di tutte le altre repubbliche, che ne sono più o meno una derivazione, si oppongono a che il figlio di cittadini stranieri nato sul suolo americano sfugga alla cittadinanza americana. Ed è giusto. Senza di ciò oggi l’America non sarebbe certo degli americani. La vecchia legge europea ha lottato lungamente, ma ha dovuto cedere alla necessità. Data la natura e la estensione della emigrazione nostra in America, il pretendere che i figli d’italiani nati laggiù conservassero la nazionalità dei padri compiendo i doveri di cittadinanza dal di là dell’Oceano, era assurdo. Ma non parliamo qui certo della italianità materiale; si tratta dell’anima italiana. È lei che scompare nei figli. Potranno certi retori gridare—e lo gridano—che non è vero, ma il fatto resta innegabile, inconfutabile.

Noi vediamo nell’Argentina i figli d’inglesi, ottimi cittadini argentini, ma inglesi nel sentimento, inglesi nel carattere, nella lingua; pronti a dare la vita per la nuova patria, ma con la mente e col cuore pieni della loro vecchia Britannia, palpitanti per le sue sciagure ed esultanti per le sue vittorie. Nel Chobut, da ventotto anni, viveva una floridissima e popolosa colonia di Gallesi, in parte figli dei primi pionieri e nati argentini, ma parlanti la loro aspra lingua, gelosi custodi delle loro tradizioni, fieri della loro storia. L’anno passato questi Gallesi protestarono indignati contro certi atti della Giustizia Argentina; una inchiesta ordinata dal Governo inglese riconobbe le loro ragioni, ed essi, dopo ventotto anni di residenza nell’Argentina, abbandonarono in maggioranza il paese per piantare le loro tende nel Canadà, ritornando più Gallesi di prima. Nel Brasile vi sono dei Municipî tedeschi nei quali tutti gli atti si scrivono in tedesco. I figli d’italiani—nella generalità dei casi, s’intende—non sono italiani, nè nella lingua, nè nel sentimento. È colpa loro? È colpa dei loro padri? No; il male è qui, in casa nostra.

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La prima caratteristica d’un popolo è la sua lingua. La lingua è il più grande vincolo fra gli abitanti d’una stessa nazione; è, per modo di dire, il segno primo di riconoscimento, come un gergo fra gli affiliati d’una stessa immensa associazione. Sul marciapiede d’una città straniera, quando fra il vocìo esotico della folla è dato di udire una parola del nostro idioma, noi ci volgiamo rapidi, col cuore pieno d’una subita gioia come se la voce di un amico ci avesse salutato, e ristiamo presso allo sconosciuto che parla la nostra lingua, trattenendo la voglia di stendergli la mano, di gridargli: « Sono italiano anche io! venite qui, non mi lasciate! »—e lo guardiamo con tristezza mentre si allontana, sentendoci ripiombare nella soffocante melanconia della solitudine. Parlare la propria lingua all’estero significa respirare un po’ d’aria della Patria; due parole, un saluto, bastano a sollevare il nostro spirito, come se quelle parole venissero da « là »; è tutto quanto di più caro abbiamo nella vita che ci parla in quel momento; poche parole del nostro idioma bastano a far compiere all’anima un rapido viaggio in luoghi amati e lontani, e farla tornare più lieta e serena.

« Parla la lingua della gran Patria tua »—ha scritto Ruggero Bonghi. « Non senti come attraverso questa si sprigiona e si manifesta ogni idea della tua mente, ogni moto del tuo cuore? Nessuna lingua è più bella della tua. Nella tua lingua si rispecchia la storia della patria. Di secolo in secolo le generazioni, che hanno preceduto la tua, vi hanno deposto il loro animo e ve lo hanno trasmesso. Quando tu la parli nella purezza sua, tu vivrai non solo con patrioti che vivono, ma ancora con quelli altresì che hanno vissuto prima di te, e niente di forestiero ti penetrerà nell’anima ».

Nella lingua è il segreto dell’unione, il baluardo della nazionalità. Ebbene, quanti italiani in Italia parlano italiano?

I colti tutti; ma noi sappiamo che disgraziatamente essi non formano la maggioranza nella massa emigratrice. Gli altri parlano ligure, parlano siciliano, romagnolo, lombardo, napoletano, piemontese, ma non italiano. La nostra lingua non va più al nord di Pistoja e più al sud di Roma. Un povero lavoratore abruzzese si troverà di fronte ad un suo compagno d’emigrazione ligure, come di fronte ad uno straniero. Mancherà lo slancio dell’affratellamento. Essi non potranno parlarsi, perciò non potranno conoscersi. E per amarsi bisogna conoscersi. Ecco forse la prima e più grave ragione della dispersione, della scissione e della discordia.

Ci troviamo di fronte a questa dura verità; che se tutti i francesi parlano—più o meno—il francese, tutti gl’inglesi l’inglese, i tedeschi il tedesco e i russi il russo, la maggioranza del popolo italiano non parla italiano. Come possiamo pretendere che avvenga all’estero, quello che non avviene in Italia? L’emigrato che non conosce che il suo dialetto, dovrebbe studiare l’italiano come una lingua nuova; è assurdo. Quando deve imparare una nuova lingua impara la più utile: quella del paese.

Ora, possono i figli di questi nostri emigranti conoscere l’italiano, se non è noto nemmeno ai loro genitori? Certamente no. E mancando la lingua italiana manca loro la base dell’italianità, il vincolo più forte con la Patria d’origine.

Per di più, all’infuori dell’idioma, i padri, che non conoscono spesso essi medesimi le grandezze e le glorie del loro Paese, i quali, talvolta, nella loro miseria hanno sentito come un senso d’inferiorità di fronte ai « nativi » e che hanno udito spesso il rimprovero umiliante della loro origine condensato in una parola di scherno, questi padri che nel loro affetto per i figli cercano di sottrarli alla condizione che ha messo tanto amaro sul loro pane sudato, e vogliono perciò renderli eguali agli altri più che sia possibile, questi padri, dico, potranno soffiare nell’anima dei loro piccoli un vigoroso spirito d’italianità? No; e chi di loro fa eccezione—ed eccezioni vi sono—compie un atto di eroismo.

Un’altra causa s’aggiunge: la donna. L’emigrazione italiana, come tutte le emigrazioni di lavoratori, è nella massima parte formata di uomini. I poveri non possono permettersi il lusso di portare lontano le loro donne. E con esse lasciano a casa la ricchezza inestimabile delle tradizioni, delle antiche credenze, degli affetti domestici. La donna vive nella casa e per la casa, sia pure essa un tugurio; la sua anima non disperde energie all’infuori della casa; si attacca al posto dove ha speso tutto il tesoro del suo amore, della sua attività, dove ha lavorato, sofferto, gioito, s’imbeve dello spirito di quei luoghi, ed anche trasportata lontano, al di là dei mari, vivrà sempre nella casa antica, e vorrà che tutto quanto la circonda gliela ricordi e gliela rievochi. Le rimembranze d’un uomo spaziano per monti e per valli: quelle d’una donna sovente non escono da quattro mura. Ogni donna che emigra porta con sè chiuso nel cuore un piccolo lembo della Patria. Ne parlerà ai suoi figli, sempre; imparerà loro le preghiere che ella vi ha imparato; conterà loro le leggende che essa vi ha appreso; farà sì che l’amino, poichè essa l’ama.

Ma le donne italiane che emigrano sono poche. Una gran parte dei nostri emigranti dispersi per la Repubblica Argentina si maritano con delle donne del paese, con delle criollas, spesso con delle brune chinitas figlie della Pampa, misere e fiere come i cardi delle loro pianure. Nulla d’italiano nella casa, e i figli crescono ignari della patria del padre, se non sdegnosi.

Quante volte non è dato di udire i figli d’italiani chiamare il padre loro: El viejo gringo!—Il vecchio gringo!...

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Il Governo Argentino, il cui più legittimo desiderio è quello di argentinizzare gli stranieri, ha avuto paura di una possibile diffusione della lingua italiana, e l’ha combattuta. Nelle scuole superiori pubbliche argentine si impara per obbligo il francese e l’inglese o il tedesco; l’italiano no. Ciò in un paese dove vive circa un milione d’italiani, e anzi appunto per questo. Da anni un Comitato italiano a Buenos Aires, composto di buoni patriotti, domanda lo studio obbligatorio dell’italiano nelle scuole; ora è riuscito ad avere l’aderenza di tutte le principali Società italiane. L’agitazione si è fatta sentire, certo, ma udire? La nostra lingua non è trattata finora nemmeno a parità di condizione con le altre. Il nostro spirito nazionale non può esserne che depresso. Alle menti infantili appaiono la Francia, la Germania, l’Inghilterra, la Spagna, attraverso le loro letterature, come le sole nazioni degne d’essere conosciute. L’Italia viene alla coda. Tutto questo influisce moltissimo nell’animo dei figli d’italiani, i quali poi molte volte vedono nell’ignoranza del padre come una prova della inferiorità italiana, e nella povertà dei nuovi emigranti l’indice della miseria nostra. E si confermano argentini con fierezza, e con tutto lo zelo esagerato del neofita, il quale si mostra sempre il fedele più fedele, perchè ha il passato da far dimenticare e perdonare. Nel nostro caso si tratta di far dimenticare e perdonare la origine italiana, che bene spesso è taciuta, dissimulata e talvolta negata.

Con lo studio della lingua italiana sarebbero rivelate loro bellezze e grandezze che non sanno, ricchezze che non immaginano, glorie che nessun paese potè mai vantare.

Il problema dei figli d’italiani è antico quanto l’emigrazione, e si presentò già triste e sconfortante fin da circa quarant’anni or sono alla mente dei patriottici fondatori delle prime scuole italiane nell’Argentina.

La scuola sola poteva dare il rimedio a tanto male. Nella scuola l’anima del fanciullo si scalda dei primi entusiasmi come un ferro alla forgia. Gli uomini e i paesi che impara ad amarvi esso li amerà per tutta la vita, perchè le prime impressioni rimangono profonde nella tenera cera del suo sentimento d’adolescente. Nella scuola si forma la sua coscienza, perchè ivi comincia a distinguere il bello dal brutto e il buono dal cattivo. Occorreva una scuola italiana che fosse anche scuola d’italianità, e a questo scopo, verso il 1866 sorsero a Buenos Aires le scuole delle Società Unione e Benevolenza e Nazionale Italiana.

Dieci anni dopo vennero istituite le scuole femminili della Unione Operai Italiani; nel ’77, quelle della Colonia Italiana, e l’anno dopo quelle dell’Italia Unita. Nell’84 sorgono le scuole della Società Venti Settembre e l’asilo dell’associazione femminile Margherita di Savoia; nell’86 le scuole dell’Italia, nell’87 quelle della Patria e Lavoro, nel ’90 le scuole della Umberto I, nel ’94 quelle della Nuova Venti Settembre, e nel ’97 le scuole della Cavour.

Tutte queste scuole sono sorte per fermo volere di benemerite persone degne di tutta la nostra riconoscenza, le quali hanno dedicato loro ogni energia, in mezzo alle opposizioni più accanite; opposizioni di soci egoisti che non volevano si stornassero per le scuole i fondi predestinati al mutuo soccorso; opposizioni di uomini e giornali argentini che scorgevano nelle scuole italiane un peligro nacional; opposizioni passive e schernose di scettici e disamorati.

Oggi vi sono quindici scuole italiane a Buenos Aires. È confortante. Ma osservandole si vede subito che queste scuole sono troppo per numero e troppo poco per forza, e che i loro risultati non sempre sono quelli che potrebbero sperarsi. Non basta fare una scuola; bisogna guardare anche un po’ a che cosa deve servire; occorre sempre proporzionare l’intensità e la natura d’uno sforzo allo scopo. Lo spirito d’italianità laggiù languiva, incerto, senza spinte, freddo ed inerte come una nave disarmata in balìa del mare; la scuola sarebbe stata la sua vela, spiegata per raccogliere nelle sue pieghe bianche e frementi tutti i soffî vivificanti dell’entusiasmo patriottico, per riunirli, farne una forza che spingesse e dirigesse. Occorreva questa grande vela all’abbandonata navicella dell’« italianità », e vi hanno spiegato invece dei fazzoletti. Forse non si poteva far di più.

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Secondo le cifre più recenti, gli alunni che frequentano tutte le quindici scuole italiane di Buenos Aires, compresi gli asili infantili, sono 2855.

A Buenos Aires si calcolano sopra a 250,000 sudditi italiani. La proporzione del numero dei fanciulli in età da frequentare la scuola (dai sei ai quattordici anni) sul numero degli adulti in una popolazione normale, oscilla sul 20%. Data però la composizione della nostra emigrazione potremmo calcolare il 15% di fanciulli; ma restringiamo ancora e stabiliamo soltanto una proporzione del 10%. Ebbene, troviamo che a Buenos Aires vi sono almeno 25,000 figli d’italiani, dei quali soltanto 2855 frequentano le scuole italiane. Cioè: sopra venticinquemila figli d’italiani, ventiduemila circa sfuggono alla scuola italiana. Fuori di Buenos Aires è molto peggio. Quale influenza può avere questa scuola sul sentimento della massa?

Quel piccolo decimo poi che la frequenta non vi fa che un temporaneo soggiorno: le nostre scuole non hanno che le elementari, e per di più gli alunni le abbandonano al secondo o terzo anno, normalmente, per continuare gli studî nelle scuole argentine. Ma da una statistica pubblicata nel ’98 rilevo che mentre la « classe preparatoria » della Unione e Benevolenza era frequentata da centoventidue bambini, alla quinta non ve erano che otto. Duecentotre alunni si trovavano alla prima classe della Nazionale Italiana, e soltanto cinque alla quinta. Perchè i bambini non rimangono nelle nostre scuole? Perchè esse sono talvolta didatticamente manchevoli; ma soprattutto perchè le autorità scolastiche argentine non vedono di buon occhio gli allievi provenienti dalle nostre scuole, e giacchè per continuare gli studî è pur necessario passare nelle scuole del paese, è conveniente, dal lato dell’interesse e del tempo, di passarvi presto. I bambini lasciano la scuola italiana proprio quando le loro menti cominciano ad aprirsi, quando le loro piccole anime principiano a comprendere. L’influenza italiana non può lasciarvi vestigie profonde; e nel nuovo ambiente, fra i nuovi condiscepoli, tutto è presto cancellato.

Le nostre scuole sono talvolta didatticamente manchevoli. È mancata l’unione delle iniziative, tutto è diviso. Quindici Società hanno voluto fondare quindici scuole, non volendo sottrarre nemmeno questa santa istituzione alle lotte, alle rivalità, alle ambizioni, che sono le triste caratteristiche di quelle nostre dissociate associazioni. I capitali che uniti avrebbero servito a mantenere delle grandi scuole capaci della loro nobile missione, divisi, sono invece in proporzione meschini; spesso insufficienti. L’arredamento scolastico è per molte scuole antiquato e deficiente. Il personale insegnante, male retribuito, non può essere sempre, ragionevolmente, il più scelto e il più adatto; deve talvolta dedicarsi anche ad altre occupazioni per campare la vita, non facendo più dedizioni alla scuola di tutte le sue forze e di tutto il suo amore.

Ma il difetto peggiore forse di quelle scuole è nel programma, fissato da una speciale Commissione di sorveglianza. Il programma è presso a poco quello delle scuole corrispondenti in Italia. Questo è assurdo. In Italia i ragazzi vanno a scuola per istruirsi; il resto lo insegna loro il paese. Essi vedono i monumenti, assistono alle cerimonie, odono i discorsi, seguono i reggimenti per la via, sentono rammentare date gloriose, entrano nelle chiese, nei musei, nelle pinacoteche; poco a poco, si forma in loro l’amore sconfinato al paese, l’ammirazione per i suoi grandi, la coscienza delle sue glorie; diventano italiani, così vivendo, per tutto quanto penetra nella loro anima; tutto ciò che vedono e che odono si ammassa inavvertito nel loro spirito, diviene pensiero, diviene sentimento come il cibo diviene sangue. Ma questo all’estero non accade. È la scuola che deve supplire—poichè disgraziatamente non supplisce sempre la famiglia—creando, direi quasi, un processo rapido d’italianizzazione con i mezzi più adatti. L’istruzione pura e semplice passa in seconda linea.

L’Argentina che vuol dare al suo popolo eteroclito l’unione con un acceso spirito di nazionalità, ha ben compreso questo. I suoi uomini illustri vengono rapidamente eroicizzati. Ed è giusto: poichè manca il sublime sfondo del tempo che ingigantisce le figure che vi si proiettano, è necessario mirarle attraverso la smagliante lente della retorica. Questo, dopo tutto, è sano patriottismo. In tutte le scuole, anche nelle straniere, siano pure private, il Governo argentino impone una parte del programma riguardante la storia e la lingua del paese; ed ha ragione. Ma i nostri programmi non contrappongono nulla di efficace a questa argentinizzazione.

Non si tratta già di sottrarre i figli d’italiani alla loro nuova patria; il volerlo sarebbe errore grave. Si tratta di non perderli assolutamente per la vecchia. Bisogna persuaderli che non c’è un solo grande paese al mondo, l’Argentina, ma che ve ne sono almeno due. Bisogna che essi sentano il legittimo orgoglio e la fierezza di discendere dalla nostra stirpe gloriosa.

È tutto un altro sistema d’educazione che ci vuole. L’insegnamento buono per l’Italia è falso, falsissimo per l’estero; esso trova nell’ambiente una opposizione che bisogna vincere, invece di trovarvi un aiuto, una più grande scuola di perfezionamento. Occorre ben altrimenti colpire le fantasie dei bambini, parlare alle loro piccole anime ed accenderle di entusiasmo e di fierezza. Bisognerebbe mostrar loro sempre le superbe vedute delle nostre città, dei nostri monumenti, le pitture storiche, in modo teatrale. I bimbi, come i vecchi, non credono che quello che vedono.

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Sarebbe possibile alla Collettività Italiana l’istituzione di queste grandi scuole, il cui programma ideale abbiamo rapidamente tracciato?

Sì, con un po’ più di unione, con un po’ più di concordia e d’amore. Ma il Governo italiano non dovrebbe rimanere estraneo all’iniziativa ed alla organizzazione di queste scuole italiane. Soltanto a questa condizione tacerebbero le antiche rivalità. Intorno alla sua opera tutti si unirebbero fraternamente. Occorre che una voce potente e paterna chiami i dispersi, concilî i dissidenti, plachi le ire, e questa non può essere che una voce che viene dalla Patria. Troppo tempo il Governo ha trascurato ed abbandonato quelle nostre colonie lasciando crescere le discordie, permettendo soprusi, sordo ai reclami, impassibile di fronte alle ingiustizie. Curando le scuole, che sono il vivaio degli uomini, avrà giovato a tutto un avvenire e si sarà fatto perdonare il passato.

La Collettività Italiana di Buenos Aires, che ha saputo adunare tanti milioni di capitale per la Società di beneficenza dell’Ospedale, farebbe altrettanto, e più, per le scuole, quando rimanesse persuasa che educare italianamente i figli è altrettanto necessario del curare i malati. L’azione del Governo dovrebbe essere più che altro morale: coordinare le forze e usarne con illuminata sapienza. Santa opera di pacificazione e di previdenza che non dovrebbe destare laggiù sospetti e gelosie.

L’Argentina potrà facilmente persuadersi che l’Italia non vuol certamente toglierle i suoi nuovi cittadini, ma vuole soltanto esserne amata perchè ne è madre.


NELLE CAMPAGNE ARGENTINE:
“PEONI„ E “MEDIERI„.

[Dal Corriere della Sera del 15 agosto 1902.]

La nostra emigrazione è nella massima parte composta di agricoltori, e l’agricoltura forma la più grande risorsa presente e futura della Repubblica Argentina. Lasciamo dunque un poco, lettore mio, le città con i loro governi, le loro amministrazioni, i loro tribunali, le loro collettività straniere—e relative associazioni—lasciamo la vita « civile » fra le passeggiate, le avenidas, i clubs, le bische, i teatri, gl’ippodromi che conosciamo già abbastanza e andiamo in cerca di tutti quei nostri connazionali che non si vedono nei grandi centri perchè lavorano dispersi per i campi, che non danno nell’occhio perchè sono umili, attaccati alla terra e del colore della terra. Essi sono la maggioranza. Sono essi che empiono le navi partenti dai nostri porti. La parola « emigranti » evoca alla nostra mente la loro folla misera e forte. Sono essi che i nuovi paesi invitano, perchè essi sono la ricchezza, l’unica vera ricchezza. Eppure sono gli ultimi ad essere visti da chi arriva laggiù, perchè al primo momento si scorge solo una folla di affaristi, di politicanti, di banchieri, di commercianti, d’industriali, di borsisti. Sono la maggioranza, ma le loro voci lontane non si odono; essi vengono gettati sui campi come si getta il seme. Il loro còmpito principale è quello di dare il frutto, darlo per tutti, e, se ne avanza, anche per loro.

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L’emigrante che sbarca col solo patrimonio delle sue braccia è un peon. Il peon—italianizzato in peone—è l’essere più umile che esista. È qualche cosa meno di un uomo: è una macchina da lavoro della forza d’un uomo. Il peone fa di tutto: è facchino, manuale, spazzino. Vive alla giornata, oggi trasporta le pietre nei cantieri, domani trasporta i covoni sui campi. Gira sempre in traccia di lavoro; passa da colonia a colonia, da provincia a provincia, ben felice quando un’occupazione lunga lo fissa in qualche parte. Viaggia quasi sempre a piedi come l’Ebreo Errante, ma senza le scarpe leggendarie, perchè le sue si logorano.

Durante i lavori della campagna trova facilmente a vendere le sue braccia, se però qualche flagello non ha distrutto i raccolti. Quando sulle grandi aie le trebbiatrici rumorose ed ansimanti divorano i covoni, ed il frumento scorre via dal loro fianco come un liquido d’oro, una folla d’uomini s’affatica intorno alle macchine, porge loro i bocconi, raccoglie il grano nei sacchi che poi trasporta sui carri enormi. Sono centinaia di peoni. Da dove vengono? Nessuno si cura di saperlo; nessuno domanda il loro nome. Giungono a branchi, attirati dal frumento come le formiche. Sono accettati fino a che ve n’è bisogno; vengono contati e distribuiti al lavoro sotto la sorveglianza di capataz. Ricevono un nutrimento che varia—a seconda dei luoghi—ma che è invariabilmente cattivo; bevono acqua calda e quasi sempre melmosa, raramente mescolata con un po’ di caña—acquavite ricavata dalla distillazione della canna di zucchero. Il loro lavoro è aspro, terribile, sotto al sole torrido. Hanno un salario che può andare dal mezzo peso al giorno fino ai due pesos. Quando il raccolto è cattivo, il salario diminuisce. Quest’anno un numero grandissimo di peoni lavora nelle estancias per il solo cibo, ossia per il permesso di vivere.

I peoni più fortunati sono quelli che trovano un lavoro fisso; essi ricevono quindici, venti pesos al mese, ed hanno il vitto.

Purtroppo non è rarissimo il caso di peoni ai quali viene rifiutata la mercede pattuita. Finito il lavoro vengono qualche volta scacciati. Si sa bene che le loro proteste non sono ascoltate.

Vivono come le bestie, dormono in molti dentro un tugurio, che nella città è una camera di conventillo e in campagna una capanna od anche una semplice tettoia. Se ammalano cadono nelle mani di una curandera (poter chiamare il medico nelle campagne argentine è un lusso), la quale lega loro dei nastri rossi al polso per guarirli dalla febbre palustre, cava loro qualche libbra di sangue se accusano un grande male alla testa, fanno loro ingoiare le cose più strane e repugnanti per guarirli da un po’ di tutto. E muoiono così, sul loro giaciglio.

Il peone che ha una famiglia, non sempre ne è unito. È il primo consiglio che gli emigranti poveri ricevono dalle « Guide » distribuite in Italia, e dagli impiegati dell’Hôtel de Inmigrantes: separatevi dalla vostra famiglia; le donne trovano facilmente ad occuparsi in Buenos Aires! Ed essi e le loro donne si separano: partono alla ricerca del lavoro per vie diverse che talvolta non s’incontrano più.

Il sogno del peone è divenire mediero, ossia affittuario di un pezzo di terra. Talvolta riesce a mettere da parte un po’ di denaro, qualche centinaio di pesos, realizza il suo sogno. Le economie del peone sono il risultato di una vita miserabile, sordida, piena di sacrificî inauditi, di avvilimenti e di rinuncie spesso vergognosi. Se nella patria s’imponessero questi lavoratori una parte dei sacrificî che compiono sotto la sferza del bisogno laggiù, e se dedicassero alla loro terra soltanto un po’ di quelle fatiche crudeli, alle quali li costringe la necessità in America, allora l’Italia sarebbe senza dubbio il più ricco paese del mondo.

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Il mediero prende in affitto una o due concessioni (la concessione è un quadrato di 860 metri di lato). Si fabbrica con le sue mani una capanna di legno e di fango seccato a mattoni, ricoperta di una lastra di zinco o di paglia. L’abitazione di terra è tradizionale; vi sono città come Mendoza, per esempio, che sono quasi interamente costruite così. Non è raro, viaggiando per la campagna, di vedere dentro un ristretto recinto dei cavalli che corrono per tutti i versi spaventati da gridi e da colpi di frusta. Lo strano torneo dura delle ore, e non è facile capire a prima vista che quelle brave bestie con i loro nobili caracollamenti hanno il modesto ufficio d’impastare il fango per costruirne delle case.

La vita del mediero è meno incerta di quella del peone, ma non meno dura. Egli vive isolato in mezzo alla sterminata pianura. Spesso il centro di popolazione più vicino dista delle leghe. Una visita del medico costa venti pesos alla lega (50 lire). In caso di malattia ogni cura efficace è impossibile. Nell’estate, quando il grande calore corrompe l’acqua dei pozzi, il tifo ed il vaiolo mietono intere famiglie. In quella triste stagione è comune il vedere attaccato alla porta delle casupole un cencio nero, che si agita al vento tropicale soffiante dal Brasile e dal Paraguay caldo come il soffio d’una fornace. Quel cencio nero che sembra un uccellaccio di malaugurio agonizzante, significa che la morte è passata da lì: è il segno del lutto. La durezza delle condizioni fatte dal proprietario costringe il mediero a coltivare molta più terra di quanto sarebbe in grado di fare. Questo rende i lavori campestri eccessivamente faticosi. Il padrone sfrutta il mediero, e questi sfrutta la terra. La coltivazione si riduce allo strappare al suolo quanto più prodotto è possibile col minimo di lavoro, in proporzione alla superficie. Una famiglia normale coltiva circa cento ettari di terra. Le operazioni campestri debbono ridursi a due sole, per mancanza di tempo e di forza: la semina e la raccolta. La terra non sente la cura continua, operosa, della mano dell’uomo; non viene rinvigorita dalle concimazioni, nè liberata dalle male erbe. Si spossa rapidamente; dopo otto dieci anni, la sua forza produttrice declina rapidamente. L’uomo è costretto ad abbandonarla; essa ritorna pascolo; il deserto la invade di nuovo. Il proprietario è molto ricco, e poco gl’importa di sostituire l’agricoltura con la pastorizia nelle terre sfruttate; ma il mediero, salvo casi non troppo comuni, è sempre povero. Esso abbandona i campi ingrati in cerca di nuovo lavoro, ma con molto coraggio e molte illusioni di meno. È incalcolabile il numero di medieri che in quest’anno di misero raccolto sono tornati ad essere peoni. Ricordo d’averne incontrati tanti e tanti nelle colonie di Santa Fè e di Rosario, tragiche figure di affamati. Sono venute le annate di buon raccolto, ma essi non hanno potuto profittare della prosperità. La ricchezza strappata alla terra con tanta fatica, è passata per le loro mani senza lasciarvi nulla, mentre intorno a loro si sono andati arrotondando dei patrimonî. È necessario fermarci ad illustrare brevemente lo sfruttamento del quale è vittima la grande massa di questi poveri lavoratori dei campi.

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La condizione più comune fatta dai proprietarî ai medieri è quella detta della terzeria. Il mediero deve mettere del proprio gli attrezzi da lavoro—che in una coltivazione estensiva consistono in macchine agricole che rappresentano un discreto capitale—deve mettere gli animali da lavoro, e infine le sementi; e deve consegnare al padrone una quantità del prodotto totale variante dal 25 al 30%. Questa parte del prodotto deve essere posta in sacchi nuovi, e portata a spese del mediero fino sui vagoni della più vicina stazione ferroviaria.

Il mediero si pone generalmente al lavoro senza capitali o con capitali insufficienti. Le macchine e il resto deve acquistarli a credito; deve anche acquistare le prime sementi. Tutto questo o gli viene anticipato dal proprietario, oppure fornito da un almacenero. In tutti e due i casi i prezzi sono gravati inumanamente. L’ombra di questo debito si proietta su tutte le prime annate di lavoro, durante le quali è necessario eseguire opere preparatorie, come la scavazione dei pozzi, la costruzione delle stalle e dell’abitazione, e il frutto della terra è minimo. Il mediero ha bisogno di farsi anticipare il vitto fino ai primi raccolti. Nulla di più facile: egli ha offerte da tutte le parti: vi saranno i prodotti che pagheranno tutto. I commercianti delle campagne, tenitori di strani magazzini dove si trova di tutto, dalla trebbiatrice alla pasta da minestra e dal grano ai cappelli, si affrettano a divenire creditori, e porre così una specie d’ipoteca sul lavoro del mediero. L’agricoltore è quasi sempre ignaro dei prezzi; la sua diffidenza è dissipata presto dall’apparente fiducia di cui è fatto segno. Egli non si accorge che non è a lui che si presta, ma alla terra. Se il raccolto si presenta bene, egli vede aumentarsi il debito; quando passa per il pueblo (piccolo centro) viene assediato d’offerte dal suo fornitore; gli si imbottisce il carro di stoffe per le sue donne, di conserve alimentari, di un po’ di tutto. Egli è sedotto da questa effimera abbondanza. Si abitua a non misurare più le sue forze, fino al momento che il debito non lo ha ridotto allo stato di strumento facitore di ricchezza; egli come una pompa assorbe dalla terra i suoi tesori per dissetare avide bocche.

Nei tempi del raccolto, che richiede grande rapidità per non compromettere il prodotto, egli non può bastare da solo con la sua famiglia a compire i lavori campestri sulle grandi estensioni che è costretto a coltivare; ha bisogno di peoni, le cui mercedi sono a suo carico. Le spese aumentano. Le distanze poi rendono qualche volta disastroso il trasporto. Tutte queste difficoltà sono superate quando la terra vergine compensa ad usura i suoi sudori. Ma allorchè sopraggiunge la cattiva annata, quando dal Gran Chaco, che sembra la misteriosa patria dei flagelli, vengono i nuvoli di cavallette e si rovesciano sui suoi campi, quando la tormenta li inonda di sabbia arida, quando la siccità li brucia, oppure quando la terra stanca e spossata dallo sfruttamento continuo rifiuta i suoi doni, allora la miseria terribile sopraggiunge. Tutti gli uccelli di rapina piombano sulla casa del mediero. Egli è vittima di tutti gli agguati legali e non legali, di tutte le infamie. Se il paese traversa economicamente un periodo critico, come ora, i creditori sono inesorabili. L’agricoltore paga mille per uno. I suoi attrezzi, i suoi bestiami, il suo grano sono sequestrati, la sua casa saccheggiata. Queste operazioni si compiono alla prima alba, come i delitti, perchè nessuna opposizione sia possibile. La legge non lo consente, ma lo consentono dei giudici, e basta.

Il mediero ritorna più miserabile di quel che non fosse prima, poichè spesse volte alla sua miseria materiale si aggiunge una ben più grave miseria morale. Il suo lavoro non è stato continuo; egli non si è occupato delle coltivazioni di frutta, di erbaggi, di ortaggi, i cui prodotti non poteva smerciare facilmente data la distanza dei mercati, e che richiedevano lunghe cure prima della produzione, lenta ed aleatoria. Nessun affetto alla terra lo portava ad arricchirla di vigne e di frutteti, che richiedono un capitale non piccolo, e che avrebbe potuto abbandonare forse da un momento all’altro prima di ricavarne i frutti. Egli non voleva che il guadagno immediato, il più gran guadagno. Grano, mais, lino, ecco le tre uniche coltivazioni, le più semplici. Tra il faticoso lavoro dell’aratura e quello tremendo del raccolto passavano lunghi mesi di ozio assoluto, d’inazione bruta. Il paziente lavoro di tutti i giorni non ha più tenuto occupato il suo spirito; dalla fatica bestiale passava alla disoccupazione ancora più bestiale. L’aspettativa fatalistica del raccolto lo ha reso apatico; è divenuto mezzo gaucho nell’anima, stemprato e stanco; senza il sollievo ed il conforto di una vita civile ha perduto la grande forza della volontà, si arrende alla sciagura, cede, è vinto.

Questa è la sorte disgraziatamente comune a tanti nostri emigranti, ma non a tutti, per fortuna. Vi sono alcuni proprietarî (molto pochi in verità) che fanno ai loro medieri patti più umani, che forniscono loro una parte degli attrezzi, un carro, i cavalli, oppure che stabiliscono il rimborso onestamente. Vi sono agricoltori che riescono a mantenersi con le loro forze, che vivono sempre nel sacrificio della più stretta economia, che dopo varî anni di lavoro giungono a capitalizzare due, tre, quattromila pesos, sottraendoli all’ingordigia delittuosa dei soliti uccelli di rapina. Essi, al primo rallentarsi della produzione, cercano altri campi per loro conto, e divengono coloni.

Il colono rappresenta l’ultima trasformazione dell’emigrante. Diventando colono, lo straniero cessa virtualmente d’essere straniero, perchè si attacca definitivamente alla terra. Il colono è la vera forza.

Fare d’ogni emigrato agricoltore un colono, questo è il problema che la Repubblica Argentina s’impone; ma la sua soluzione finora non fu cercata che fra i miraggi della teoria.

I coloni e la colonizzazione c’interessano vivamente perchè sopra essi si basa l’avvenire della nostra emigrazione, non solo, ma bensì l’avvenire stesso dell’Argentina, e non sarà discaro al lettore che ad essi dedichiamo la lettera seguente.