WeRead Powered by ReaderPub
L'Argentina vista come è cover

L'Argentina vista come è

Chapter 27: CONCLUDENDO SULL’ARGENTINA.
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

A series of eyewitness letters offers a panoramic portrait of Argentine life seen through Italian emigration, combining reportage and social analysis. Urban chapters describe Buenos Aires's mix of ostentatious wealth and widespread poverty and outline how governance, the courts, police and army influence daily realities. Rural sections explore estancia routines, peons, medieri, colonists and the place of immigrant labor in agricultural development. The author examines the causes and effects of mass emigration, documents abuses and commercial exploitation, assesses the condition of emigrants and their children, and raises questions about remedies and the responsibilities of the homeland.

NELLE CAMPAGNE ARGENTINE:
I “COLONI„.

[Dal Corriere della Sera del 24 agosto 1902.]

Nell’Argentina vi sono circa ottocentomila chilometri quadrati di terra coltivabile, dei quali appena quarantacinquemila sono lavorati. Questa è una grande seduzione per le masse che emigrano. La conquista sembra semplice; quella terra non aspetta che il lavoro per profondere i suoi tesori immensi, ecco le braccia, noi ne abbiamo.

Ma l’emigrante, il quale giunge laggiù attratto dal miraggio d’una prosperità che appare certa, il quale sogna di divenire proprietario—per il diritto che dà il lavoro—di una terra che ora è abbandonata, selvaggia e infruttifera, si accorge ben presto che la realtà è ben diversa dai bei sogni che hanno confortato il suo distacco dalla Patria.

Ecco ciò che egli trova:

Della grande superficie di terra disponibile soltanto una parte ben piccola è accessibile, ossia solo quelle terre i cui prodotti possono essere trasportati, o potranno essere trasportati in un futuro non eccessivamente remoto. A dieci leghe da una ferrovia o da un fiume navigabile il prezzo del trasporto assorbe il valore del prodotto; da lì incomincia la sterminata zona della terra inutile, sulla quale non è possibile che la vita selvaggia, senza contatti con l’umanità, vita che è inaccettabile se ad essa non si dà la speranza di un limite. Vi sono terre non attraversate presentemente da strade ferrate, ma che lo saranno probabilmente. Qui la vita selvaggia è affrontabile, perchè vi è la probabilità di uscirne presto. In fondo tutti questi calcoli di tempo non debbono sorpassare i limiti della vita umana; si ha un bel predire un fulgido, favoloso avvenire nelle età future: questo non ci commuove come la speranza della più modesta agiatezza balenataci nella mente quale compenso al nostro lavoro.

La terra aperta al fecondo lavoro dell’uomo si riduce dunque ad un tredicesimo circa di tutta la terra coltivabile, ad un quarantaduesimo della superficie totale della Repubblica. Orbene, questa terra in massima parte non è più libera, ed ha un costo che la speculazione ha reso esagerato.

Entriamo un poco nel meccanismo della compra-vendita dei terreni. Essi appartengono in grande parte a latifondisti argentini, che sono arrivati al possesso quasi sempre o per diritto di « denuncia »—per il quale si poteva una volta divenire proprietarî delle terre denunciate allo Stato come libere—o più spesso per favoritismi, per compensi di maneggi politici, per regalìa governativa, o magari per nessun diritto. All’epoca della sanguinosa conquista, quando le misere tribù indiane furono spazzate vie dalla Pampa, enormi lotti di terre vennero cedute ai capi dell’armata e agli amici del governo. Queste terre non avevano che un valore minimo, erano pascoli brulli e selvaggi. L’emigrazione nostra, introducendo l’agricoltura, diede loro un ben maggior valore, e la terra divenne in breve oggetto della più sfrenata speculazione, i cui lucrosi compensi pagava e paga il lavoro italiano.

Il coltivatore non ha altro sogno che quello di divenire proprietario. Sfruttare questa aspirazione legittima, ecco la base della speculazione, che è sempre proceduta e procede così: Il latifondista divide la sua proprietà in porzioni che affida, al momento opportuno, alle vendite al remate—specie di asta pubblica. Se la corrente immigratoria è forte, e se i terreni sono facilmente accessibili, egli trova subito degli speculatori delle Società di speculatori che comperano. Spesso quelle terre, magnificate da réclames veramente americane, passano da remate in remate aumentando straordinariamente il loro costo, senza che nessun lavoro abbia aumentato menomamente il loro valore. È il lavoro futuro che si va ipotecando. Finalmente, quando l’opportunità si presenta, la terra, divisa in piccoli lotti, passa ai coltivatori a condizioni disastrose.

Il prezzo è centuplicato, alle volte. Per esempio, leggo in una relazione pubblicata nel ’91, che la colonia Pilar, comperata da un agente tedesco di nome Lehman per seicento pesos boliviani, ripartita in concessioni e rivenduta, passata poi in mano dei coloni col patto di pagamenti rateali, dopo sette anni si trovò essere stata comperata per nove decimi da coloni italiani pel prezzo complessivo di cinquantamila pesos.

I coloni vengono allettati alla compera con ogni mezzo. Se i compratori non accorrono si cambia nome alla colonia in vendita; una colonia che sotto il nome spagnuolo non trovava acquirenti venne chiamata Nuova Torino, e si popolò di emigrati piemontesi, contenti di trovare almeno nel nome un dolce ricordo della Patria abbandonata. Due colonie vicine, situate in terreni paludosi, trovarono presto compratori italiani quando vennero battezzate coi nomi di Umberto e Margherita. Nei cartelli réclame di queste colonie erano disegnate due belle piazze, intorno alle quali dovevano sorgere le abitazioni. I poveri contadini recatisi sul posto trovarono che al posto delle piazze v’erano delle canadas—piccole paludi. Domandarono la rescissione dei contratti, ma il venditore rimediò creando per le due colonie un centro solo al quale dette il nome di Nuova Roma, e tutti contenti.

I cartelli réclame poi sono capolavori del genere: la « pianta » delle colonie vi appare tutta verde, con belle strade bianche, divisa in quadri sui quali l’ingenua fantasia dei contadini miete messi abbondanti. Come resistere alla tentazione di comperare un pezzo di quella bella terra, quando si ha in tasca qualche migliaio di pesos, siano pure risparmiati Dio sa a costo di quanti sacrificî? Non occorre pagar subito: si paga a rate annuali. Si paga in cinque, sette, dieci anni.

Il colono viene a pagare così un prezzo enorme. Non sempre riesce a soddisfare ai suoi impegni, ed allora si vede ritolta la terra che egli ha fecondato, per la quale ha speso per anni ed anni ogni sua energia ed ogni suo pensiero, quella terra nella quale aveva riposto tutte le sue speranze. Deve abbandonarla, abbandonare la casa che bene spesso ha eretto con le sue mani, rese sapienti dalla necessità, abbandonare le messi, tutto. E si trova ricaduto nella miseria assoluta: tutto è da ricominciare.

***

Il colono non riceve il titolo di proprietà della terra comperata che quando ha compìto l’ultimo versamento; è questo che rende la sua posizione sempre incerta. Finchè i raccolti sono buoni egli può cavarsela, consacrando tutto il suo lavoro al pagamento delle rate. È una vita di sacrificio e di privazioni, ma è nei limiti del possibile; e in fondo ad essa egli vede la liberazione, il possesso incontrastato, il principio della prosperità tanto sognata. Ma i raccolti non sono sempre buoni; vi sono le cavallette, la tormenta, la siccità che arrivano con una periodicità spaventosa ed annientano di colpo le messi di un’annata; e tutto può essere perduto, perchè se anche egli non viene scacciato dalla terra, l’accumularsi dei pagamenti e le necessità di contrarre debiti lo rendono indefinitivamente schiavo del venditore. A meno che non venga l’annata d’oro, ben rara purtroppo. « Per il colono »—scriveva nel febbraio la Patria degli Italiani—« il lavoro è un giuoco nel quale contro nove probabilità di veder completamente frustrate le fatiche d’un anno, una sola gli permette qualche benefizio; ed anche questa abbandonata al capriccio della fortuna.... Una volta tanto, quando meno ci si pensa, ecco che un flagello rovina il raccolto degli Stati Uniti e della Russia, il frumento, il lino diventano rari sui mercati di consumo, l’Europa è costretta a provvedersene a qualunque prezzo, e paga i cereali a peso d’oro; allora esce finalmente dalla ruota della lotteria il numero atteso dagli agricoltori, il ricavo del raccolto paga tutte le spese e tutte le usure. »

Come si vede, la situazione dei coloni, date le condizioni di vendita, che sono generali, è ben difficile. A tutto questo si aggiungono bene spesso gli inganni e le frodi nel contratto—che la Giustizia lascia impuniti—nei lacci dei quali cadono facilmente i nostri poveri contadini, che non meritano in verità, specialmente all’estero, la loro tradizionale fama di scaltri.

Avviene spesso che il contratto di vendita risulta nullo perchè il venditore non aveva alcun diritto di proprietà sulla terra venduta. Le cause per contestazione di proprietà sono comunissime nell’Argentina, anche a causa della mancanza d’un catasto completo e regolare, che rende spesso impossibile di constatare l’autenticità d’un titolo di proprietà.

La vendita al remate di terreni per parte di gente che non vi aveva alcun diritto prese all’epoca delle speculazioni uno sviluppo fantastico. Bastava un po’ di réclame sui giornali, si stampavano piante immaginarie di terreni, divisi in lotti, e si rematava. I compratori pagavano una caparra per avere un titolo che naturalmente non valeva nulla. Con questo sistema vennero rematadi non pochi pantani della provincia di Buenos Aires—specialmente vicino alla Plata—passandoli per splendidi appezzamenti di terra. Si è rematado anche il letto del Paranà. Una Società per azioni, la « Colonizadora Popular », il cui gerente è fuggito a New York, una grande Società che possedeva persino dei piccoli vapori sul Rio della Plata e sul Paranà, vendette, senza mai sognarsi d’averne il diritto, una straordinaria quantità di terreni al nord, si può dire quasi tutto il Chaco Australe, frodando un tre milioni di pesos che, manco a dirlo, erano in gran parte italiani.

Ma anche ora che è passata la febbre dell’oro, pare che le vendite all’usanza della « Colonizadora Popular » non siano passate di moda, se si crede ad un articolo della Patria del 16 aprile, col quale s’invocano provvedimenti contro certi rematadores che mettono all’asta dei terreni, intascano la loro quota e lasciano ai compratori la soddisfazione di constatare, dopo qualche tempo, che l’asta non era regolare.

Si passano i limiti del verosimile. Una forma di frode abbastanza ripetuta è questa: un uomo influente, amico del Governo, compera un terreno nazionale da pagarsi in tempo determinato, ordinariamente dieci anni. Subito remata. La terra subisce il solito processo di rincarimento e in ultimo viene venduta ai coloni, i quali la coltivano, la fecondano del loro sudore e pagano le annualità pattuite. Ma l’amico del Governo, che ha intascato un bel capitale, dimentica di pagare la terra allo Stato. Passa il tempo stabilito e il contratto suo è nullo. Lo Stato torna padrone e sequestra la terra. I contratti dei coloni sono nulli; la terra è mal venduta; i loro bolletti provvisorî valgono un bel niente. Essi sono spodestati. La loro terra appartiene ad un altro concessionario, il quale li scaccia.

Qualche volta è successo—e non certo raramente—che il venditore accende un’ipoteca sui fondi venduti ai coloni, sapientemente profittando del fatto che i coloni hanno titolo di proprietà soltanto alla fine dei pagamenti. Ritira le quote annuali dai coloni e se ne va in pace. I poveri contadini si veggono ritolta la proprietà loro o debbono assoggettarsi a pagare l’ipoteca, ossia a ricominciare da capo.

Un argentino ricchissimo, che aveva mal comperato certi terreni in San Vicente, nella provincia di Santa Fè, pensò di rifarsi vendendoli a dei coloni italiani. Nell’affare figurò un agente, il quale cedette i lotti ai coloni a rate annuali e passò gl’incassi all’argentino ricchissimo—il fatto è ben noto in tutta la provincia. I veri proprietarî, dopo alcuni anni, fecero un processo ai coloni e ottennero di sloggiarli tutti quanti. Alcuni di quegli infelici preferirono pagare di nuovo, ma dovettero pagare il doppio, poichè il terreno, dopo sette anni del loro lavoro, aveva raddoppiato di prezzo. Essi così pagarono tre volte la terra. Cito questo caso, perchè l’argentino in questione ha occupato un’altissima posizione nel governo della provincia di Santa Fè ed è fra i più reputati uomini politici: lo chiamano l’honrado tirano—il tiranno onesto. Questo dimostra che fare di queste cose non è in fondo un gran male laggiù. È un po’ di viveza.

***

È impossibile enumerare tutte le infamie di questo genere delle quali sono vittime i nostri coloni. Il male è che il cattivo esempio viene dall’alto. Cito fra molti un fatto—che posso documentare—avvenuto recentemente a Yeruà. Il Governo argentino ha venduto dei terreni a coloni italiani, pagamento rateale a dieci anni. Quando mancano gli ultimi pagamenti, gl’incaricati della riscossione si rifiutano di ricevere il denaro per poter così mantenere non definitivo e illegale il possesso. E sapete perchè? Per poter cedere una parte di quelle terre già pagate, sacrosantamente pagate, ad una Compagnia ferroviaria.

Tra errori e frodi, non è esagerato l’asserire che più del sessanta per cento dei contratti di vendita di terre è di validità non accertata. La colonia Cello, la colonia Josefina, la colonia Santarita, sono state pagate interamente due volte; anzi molto di più, perchè nel nuovo pagamento si è tenuto largamente conto dell’aumento del valore.

Non è facile immaginare quale sia questo aumento, talvolta. Il colono prende possesso d’una terra vergine, e la terra ha bisogno di lunghe, pazienti e faticose cure prima di schiudersi alla fecondità. Il colono deve circondarla di recinti, deve costruirvi la casa, scavare i pozzi, tracciare le strade, allevare gli animali da lavoro, dissodare la terra, a più riprese sconvolgerla tutta. Soltanto dopo varî anni egli raccoglie i frutti del suo assiduo lavoro. Nei primi anni le sementi si perdono; i cardi e gli sterpi sotterrati dall’aratro tornano a sollevare i loro steli tenaci fra le zolle, soffocando il frumento: bisogna schiacciarli di nuovo sotto i colpi degli attrezzi campestri, come serpentacci, fino a che si ritirano dai campi coltivati, vinti e dispersi. Ebbene, è proprio in questo momento, quando il colono sta per ritrarre i primi frutti del suo lavoro, che egli—nei casi troppo soventi di mala vendita—si vede scacciato. Egli deve abbandonare la terra « con tutto quanto vi è piantato, edificato e inchiodato »—come è detto nei contratti di vendita. E deve abbandonare anche il raccolto, perchè questa specie di sfratto laggiù compare, come una mala pianta, quando le messi maturano.

***

Ecco perchè anche il colono come il mediero—del quale il lettore conosce la triste esistenza—si trovano costretti a sfruttare ad oltranza la terra, ripetendo senza posa le colture che offrono prodotti di più facile smercio e di maggiore profitto, come il grano, il lino e il mais, senza mai concederle una rotazione che significherebbe perdita di tempo e di denaro, senza mai rinnovarle i sali sottratti dalla vegetazione, senza mai darle riposo.

La terra s’impoverisce rapidamente. La vita media d’una colonia non supera i venticinque anni. La crisi agricola, in molte delle più antiche colonie argentine, diviene endemica. Entre Rios e Santa Fè declinano. Si leggono nei giornali argentini delle descrizioni desolanti di miserie profonde. Se il colono fosse lasciato libero del suo campo, senza l’oppressione d’uno sfruttamento così grave, non basterebbero certo le cavallette del Chaco a rodere in due anni la prosperità della campagna argentina. È che i disastri agrarî trovano tanto la terra quanto i suoi lavoratori immiseriti, incapaci a resistere.

La Patria del 15 gennaio esponeva crudamente questa situazione. « Chi fa le spese è il lavoro »—scriveva.—« In definitiva, o i coloni debbono morir di fame per fare le spese ai proprietarî di terre e ai capitalisti, ovvero debbono rendersi insolvibili verso chi somministra loro le sussistenze; tutto il meccanismo dell’economia rurale non ha che uno scopo solo: impinguare la scarsella ai latifondisti ed alle imprese di colonizzazione. »

C’è di che far molto meditare gli organizzatori infaticabili dei nostri scioperi agrarî!

***

Ora il Governo argentino, per compensare la diminuzione costante della produzione agricola, intende di dare un nuovo grande impulso alla colonizzazione nel Sud. Ma nessuna prosperità durevole sarà possibile, se la terra non verrà distribuita direttamente ai coltivatori, evitando ogni intermediario. Ma, ahimè! l’affarismo e la speculazione già cominciano a stendere i loro tentacoli sitibondi lungo i tracciati delle nuove ferrovie del Sud...

Nell’Argentina vi sono sopra a duecentomila disoccupati, in parte coltivatori, che hanno disertato i campi resi infecondi. Con questa massa di lavoratori pratici del paese è possibile al Governo argentino di tentare un vastissimo esperimento di colonizzazione, prima di stimolare ciecamente nuova emigrazione italiana, che potrebbe ritrovare laggiù antichi dolori e disinganni.

È la minore garanzia che possiamo pretendere contro lo sfruttamento della nostra emigrazione lavoratrice.


LA TUTELA DELLA MADRE PATRIA.

[Dal Corriere della Sera del 31 agosto 1902.]

Un console italiano, rappresentante la nostra diplomazia in una delle principalissime città della Repubblica Argentina,—città dove vivono non meno di quarantamila nostri connazionali—ha inviato una bella mattina la lettera seguente alla Patria degli Italiani. È il grido d’un buon burocratico che trova il suo tavolo troppo ingombro di lavoro, e che invoca la meritata tranquillità:

« Nell’interesse e per norma dei nostri connazionali i quali avessero reclami da sporgere per fatti dell’autorità da cui si ritenessero lesi, sarò grato se vorrete pubblicare il seguente avviso:

« Giusta i principî stabiliti dal Governo del Re, i regî sudditi, i quali si ritengono lesi nei loro diritti da qualche autorità locale, dovranno prima di tutto—e fondandosi nelle garanzie loro accordate dalle costituzioni argentine—rivolgersi successivamente, se necessario, a tutte le autorità superiori a quella dalla quale furono danneggiati, fornendo ad esse le prove convincenti dei fatti asseriti ».

Una parentesi: le parole in corsivo sono sottolineate nel testo originale. E continuiamo:

« Solo nel caso, non presumibile, che la suprema autorità locale siasi negata di far giustizia, od abbia indiscutibilmente violata quest’ultima, i regî sudditi potranno far ricorso all’intervento dell’autorità consolare, provando:

« 1.º Che il reclamante ha diritto all’invocata protezione consolare, per avere egli il possesso attuale della nazionalità italiana, e per la regolarità della propria situazione di fronte alle leggi della Patria.

« 2.º Che il reclamo è basato sulla realtà dei fatti, i quali perciò debbono essere provati, e che esso abbia fondamento giuridico; giacchè non tutti i danni sono suscettibili di risarcimento.

« 3.º Che vi sia stato—ciò che non deve supporsi—un diniego od una patente violazione di giustizia da parte delle supreme autorità locali.

« È pero lasciato al prudente criterio di equità del Regio Console il giudicare, caso per caso, della opportunità o meno di interporre fin da principio, in favore dei reclamanti, il proprio intervento ufficioso, allo scopo di conseguire eque transazioni ed amichevoli componimenti.

« Gradisca, ecc. ».

Questo significa semplicemente, nell’Argentina, che i Consolati sono inutili. Supponete un caso pratico, prendiamo un esempio nella piccola cronaca di tutti i giorni: un soldato di polizia per distrarsi consegna un colpo di daga ad un gringo. Il poveraccio non può correre dal Console, da colui che dovrebbe rappresentare la tutela, la protezione della sua patria. No, deve « prima di tutto, fondandosi nelle garanzie accordate dalle costituzioni argentine, rivolgersi successivamente a tutte le autorità superiori, ecc. ». Dunque egli si fonda sulle garanzie e corre—se può—dall’ufficiale di polizia; se non giova va dal commissario; non basta? e allora protesta presso il « jefe politico »; se l’alto funzionario non gli bada si reca dal ministro della provincia; se il ministro gli nega giustizia si presenta al governatore; il governatore lo manda al diavolo? allora va dal ministro della giustizia del Governo federale; se questi rifiuta di accogliere il reclamo, il poveraccio bussa alla porta del Presidente e gli racconta il fatto. È da notarsi intanto che il regio suddito—per usare il termine burocratico—si sarebbe dovuto trascinare appresso, sempre, i testimonî e i periti, o almeno le perizie, perchè bisogna « fornire a tutte le autorità le prove convincenti dei fatti asseriti ». Il Presidente non gli dà retta neanche lui, « ciò non deve supporsi »—dice il nostro console—ma supponiamolo, che la verosimiglianza ci guadagna, e allora il regio suddito—o i suoi discendenti perchè nel frattempo saranno passati tanti anni!—trovandosi in perfetta regola con le emanazioni consolari, ricorre al Console. La cosa è semplicissima; egli non ha che a « provare di avere il possesso attuale della nazionalità italiana e di dimostrare la regolarità della propria situazione di fronte alle leggi italiane »; poi passa a dimostrare che « il reclamo è basato sulla realtà di fatti, i quali debbono perciò essere provati » e fa una breve dissertazione giuridica sul giuridico fondamento. In ultimo non ha che da provare il diniego o la violazione di giustizia—e che sia « patente »—da parte delle supreme autorità locali, e il Console finalmente inizia i passi necessarî per ottenere la riparazione.

Ebbene, tutto questo è una burla feroce in un paese dove la giustizia è quello che è, dove l’abuso e il sopruso sono moneta corrente, e dove il delitto, specialmente se è a danno di stranieri, rimane così spesso impunito. Quale difesa porge l’Italia a quei suoi figli lontani? quale protezione? Il comunicato del Console in questione ce lo dice. Non è colpa nostra se i legami fra la Madre Patria e gli emigrati si spezzano così facilmente?

***

Quel comunicato ha un significato molto grave, perchè non rappresenta una stranezza d’un Console originale poco scrupoloso dei suoi doveri, ma è la espressione di tutto il nostro sistema diplomatico: esso espone i « principî stabiliti dal Governo del Re », esso rappresenta lo spirito della legge, è la legge. Non è quel Console che non vuol proteggere le vittime italiane dagli abusi abitudinarî delle autorità argentine: no, è la nostra legge che non li difende, che non li ha mai difesi. Il Console del quale ho parlato non ha fatto che trascrivere quello che dicono i regolamenti diplomatici; egli è in regola. Si è visto forse assediato di proteste di nostri confratelli angariati, fra tanti gridi di aiuto non ha saputo più quali ascoltare, ed egli ha scritto quella lettera. Essa in altre parole viene a dire: Ma voi credete che io possa fare del bene? credete che io possa darvi protezione, aiuto, difesa? ah, no, voi non sapete quali sono le attribuzioni del Console: esse sono queste e queste.

È vero che « è lasciato al prudente criterio di equità del Regio Console il giudicare, caso per caso, della opportunità, o meno, di interporre il proprio intervento ufficioso in favore dei reclamanti », ma quel prudente criterio è così prudente che molto di raro mette la testa fuori del Consolato, e ciò fa solo quando è impossibile farne a meno.

Da qualunque parte si vada si odono proteste contro l’inerzia dei Consoli. Sono avvenute cose incredibili, non parlando che di questi ultimi tempi; italiani vessati, truffati, angariati, feriti, assassinati senza che in nome della loro Patria si levasse nessuna fiera voce di protesta. Le autorità consolari domandano spiegazioni alle autorità argentine; queste ne danno—buone o cattive poco monta—le autorità consolari se ne dichiarano più o meno soddisfatte e ringraziano. Le vittime figurano sempre dalla parte del torto, si capisce. Un’infinità di fatti che hanno sollevato l’indignazione pubblica, sono passati, così, come le cose più naturali.

Il tredici del luglio scorso un italiano, un certo Domenico Barolo, venne arrestato senza ragione nella sua casa, a Rosario. Condottolo in istrada gli agenti estrassero le daghe e gli diedero tanti colpi di taglio e di piatto da stenderlo al suolo. Allora chiamarono una vettura e ve lo gettarono di traverso come un sacco, ponendogli i piedi sul petto. Rinvenuto, alla Commisseria, volevano fargli pagare una multa di dodici pesos, ma poi per l’intermissione d’un signore che lo conosceva venne rilasciato. Tutto questo è dettagliatamente narrato da un giornale argentino, la Repubblica, la quale, fatta constatare l’esattezza del racconto, inviò un redattore al Consolato italiano, accompagnato dalla stessa vittima, per fare una protesta. Lo stesso giornale riportava, dopo alcuni giorni, la notizia che le spiegazioni della polizia argentina erano state trovate soddisfacenti dal Consolato italiano. Le ferite, quell’infelice, se le sarebbe fatte da sè, cadendo. Basti il dire—osserva la Repubblica—che egli ha, fra le altre, varie ferite alla sommità del cranio, e per farsele sarebbe dovuto cadere replicatamente con la testa in giù e le gambe in aria, dritto come un uovo.

Di questi fatti ve ne sono a bizzeffe. Un altro, caratteristico. A Bahia Blanca, nel marzo passato, la polizia ha assalito con le armi degli operai italiani che avevano scioperato per ragioni sacrosante che abbiamo esposte in altro articolo. Vi sono stati quattro feriti, di cui uno gravemente. Nessuna guardia ferita. L’autorità consolare, dopo domandate delle spiegazioni alla polizia e fatta una specie d’indagine, ha concluso che gli operai avevano torto, che la polizia era la vittima, o poco meno, e che non si era potuto sapere il nome nemmeno di uno dei pretesi feriti. I nomi, se all’autorità preme ancora saperli, eccoli: Federico Dellepiane, Ivano Franchetti, Pasquale Severini e Pietro Giorgenti. I due primi sono stati anche imprigionati. Il ferito grave era il Dellepiane. La cosa non è un segreto—fuori che per la diplomazia, pare—poichè fu resa pubblica da una protesta, al Jefe politico, dei commercianti di Bahia Blanca, protesta portante quarantatre firme—fra le quali molte di argentini.

***

Quando pensiamo che la polizia nord-americana ha messo sotto sopra il mondo per una miss Stone sequestrata, con tutti i riguardi, dai briganti bulgari—la quale dopo tutto era andata a pescare la sua disgrazia con la più evangelica buona volontà—; quando pensiamo che per un missionario ammazzato, od anche minacciato, in Cina, si domandano solenni riparazioni e si muovono minacciosamente le flotte; quando pensiamo a tutto questo sentiamo la vergogna per l’abbandono in cui lasciamo i nostri compatrioti all’estero, restando indifferenti davanti ad ogni infamia, inerti e tranquilli. E poi ci stupiamo se gl’Italiani non godono di troppo prestigio al di là dell’Atlantico.

In un paese, come l’Argentina, dove gli uomini pongono bene spesso sulla bilancia della Giustizia il peso delle loro influenze e delle loro relazioni, lo straniero, che non ha nessuno di questi pesi da mettervi, trova la bilancia terribilmente difettosa. Per ridurla normale i rappresentanti del suo paese dovrebbero gravarvi quanto basta con la loro autorità. I nostri rappresentanti parlano seriamente di garanzie costituzionali argentine sulle quali ci si dovrebbe fondare, e partono in ogni questione dal principio che « non deve supporsi un diniego o una violazione di giustizia ». Già, come se quella bilancia laggiù andasse bene!

Un diplomatico italiano mi disse un giorno che gli emigranti, per il solo fatto di essere andati laggiù, accettavano tutte le condizioni nelle quali si svolge la vita di quel paese, accettavano la sua giustizia, la sua amministrazione, ecc. Il ragionamento è comodo, ma è falso. Essi, poveretti, non sanno nulla di nulla; essi accettano, come la pecora, per il solo fatto che segue il gregge, accetta la forbice che la tosa o il coltello che la scanna. Ed è così che molti, troppi dei nostri rappresentanti diplomatici sentono la loro missione. È pur vero che chi di loro vuol fare non può.

Non può perchè v’è la consuetudine, v’è il precedente. Un console od un ministro italiano che prendendo a cuore una questione parlasse alto, risoluto, fieramente, non metterebbe troppo pensiero alle autorità locali, le quali potrebbero sempre dire: nella tale occasione analoga a questa si fece così e così, e foste contenti; in questa faremo lo stesso, e dovrete essere contenti. Non può perchè i casi per levare voci di protesta, per invocare a grandi gridi la giustizia sono tali e tanti, che un console coscienzioso, nell’America del Sud, non saprebbe dove cominciare, dove mettersi le mani, se non nei capelli per la disperazione. Non può perchè sa che alle spalle non ha—povero emigrato anche lui—che una ben debole protezione. Il Governo non vuole seccature, non vuole complicazioni; il diplomatico più abile è quello che dà meno noie, che solleva meno incidenti. Non bisogna essere troppo esigenti, Dio mio, bisogna contentarsi delle spiegazioni che i governi interessati hanno la bontà di fornire. Il diplomatico che ha troppi scrupoli è presto tolto di mezzo; le buone relazioni internazionali sono salve. C’è la consuetudine anche in questo: tanto che se il nostro Governo per una volta si associa alle proteste di qualche suo agente, non mette una gran soggezione, nemmeno ad un Venezuela. È una cosa così nuova! Il Governo in fondo dice ai suoi consoli e ministri quello che costoro dicono ai « regî sudditi »: Sbrigatevela da voi!

***

Ed essi se la sbrigano. Cercano di tenersi amiche le autorità locali, procurano di non urtare in niente, d’andare avanti sgusciando destramente fra questione e questione, persuasi qualche volta che quella è la buona via per cementare gli accordi fra Governo e Governo, per fomentare le fratellanze. Le autorità locali ne sono enchantées. Così essi assicurano la tranquillità dei rapporti diplomatici e non compromettono la loro carriera.

E non hanno torto. La carriera li preoccupa giustamente. Essi sono degli impiegati; anzi sono troppo impiegati. E la diplomazia non dovrebbe procedere alla stregua della burocrazia. La promozione e il trasloco degli agenti diplomatici dovrebbero essere soggetti a ben diverse leggi da quelle che regolano la promozione e il trasloco di altri impiegati dello Stato. Non può un diplomatico essere, supponiamo, vice-console ad Anversa, console a San Paulo del Brasile, console generale a Costantinopoli, segretario a Tokio, come un impiegato alle imposte dirette è commesso a Sassari e ricevitore ad Otranto. L’azione del diplomatico spazia nell’ambiente in cui egli vive, e deve essere diversa a seconda dei diversi ambienti. Un console non può limitarsi nell’Argentina o nel Brasile a dare ai suoi connazionali la sua protezione nella stessa misura e nella stessa forma con le quali le dà, che so, a Londra o a Berlino. I governi, le autorità, la Giustizia, le amministrazioni offrono ben diverse garanzie nei diversi paesi, ed è assurdo che l’azione dei consoli sia limitata dagli stessi « principî stabiliti dal governo del Re » in qualunque parte del mondo si trovino. Il console deve poterne uscire da quelle trincee protocollate, e per uscirne deve conoscere intimamente l’ambiente. Ma questo non avverrà mai finchè egli sarà portato dalla sua « carriera » a considerare il posto che occupa come una posizione transitoria.

« Fra tre, fra due, fra un anno io me ne andrò »—egli pensa—e prosegue soavemente la sua via, chiudendo occhi e orecchie alle proteste che si levano intorno a lui e alle domande angosciose d’aiuto e di difesa. Se egli poi, per lunga residenza o per alto sentimento del dovere, approfondisce l’ambiente, sa trovare tutte le fila del nuovo meccanismo sociale nel quale si trova, conosce gli uomini che lo circondano, sa parlar loro, sa chiedere, concedere o volere, ecco che viene sbalestrato agli antipodi. Noi avevamo, per esempio, un funzionario pratico dell’Africa che conosceva l’Eritrea e i suoi abitanti perfettamente, che parlava l’arabo e l’amarico e lo abbiamo mandato console in.... Cina, come se i cinesi e gli abissini fossero la stessa cosa. Così, su per giù, avvengono i nostri « movimenti diplomatici. »

Gl’Inglesi invece... (È seccante dover ricorrere sempre all’esempio inglese, ma gl’Inglesi, pur troppo, anche qui, hanno un’indiscutibile superiorità). Gl’Inglesi, dicevo, per molti paesi creano dei diplomatici direi quasi specialisti. A Pechino vi sono presso la Legazione inglese numerosi studenti di cinese i quali, giunti a maturità di studio, diventano consoli inglesi disseminati nel Celeste Impero. Il presente ministro inglese a Pechino è uno degli orientalisti più stimati e le sue opere sull’antica letteratura cinese sono preziose. In molti paesi, nell’Argentina fra gli altri, alcuni consoli d’Inghilterra sono dei commercianti. Essi offrono moltissimi vantaggi: conoscenza perfetta del paese, delle sue forze economiche, della sua potenzialità produttrice, della sua potenza di consumo; poi innegabile abilità diplomatica, perchè la ruse d’un commerciante non ha rivali; inamovibilità, che è garanzia di serietà, di circospezione e di pratica dell’ambiente. Infine vantaggio non minore è che gli interessi della loro nazione combinano con i loro stessi interessi; una diminuzione di prestigio è una diminuzione d’affari; la prosperità del commercio inglese è anche la loro fortuna. Essi sono mescolati alla vita sociale, la forza che deriva dalla loro autorità non rimane rinchiusa nel loro ufficio, ma irradia su tutta la vasta cerchia dei connazionali che hanno con essi affari, rapporti e contatti. Non è certo desiderabile che, per imitare gli Inglesi, i nostri consoli nei centri minori divenissero commercianti e viceversa; ma che i consoli fuori d’Europa restassero a compire la loro carriera diplomatica nel paese che essi conoscono di più, questo sì che sarebbe veramente da pretendersi.

***

Col nostro sistema è chiaro che il Governo non potrà sempre avere—attraverso i suoi rappresentanti—un’idea troppo chiara dell’essenza e dell’indole di certi Governi lontani e per conseguenza della maniera di trattare efficacemente con essi.

Basta, per accorgersene, paragonare l’azione del Governo nostro presso quello argentino in certi casi, e quella del Governo inglese in casi analoghi (e perdonatemi se torno in ballo con gl’Inglesi). Una volta—sono molti anni, ma chi ha avuto contatti col mondo diplomatico a Buenos Aires lo rammenta bene—venne da un caudillo della provincia della capitale ammazzato per questioni d’interesse un suddito inglese. Alle domande di giustizia, il Governo argentino rispose con promesse che restarono allo stato di promesse. Alle proteste del ministro inglese non rispose più nulla, aspettando dal tempo il benefico oblìo. Allora il Governo inglese fece affiggere in tutte le stazioni ferroviarie e in tutti i porti del Regno Unito un avviso che diceva presso a poco così: « Il Governo di S. M. la Regina rende noto che nella Repubblica argentina la vita non è garantita ». Era il momento della grande emigrazione e il principio delle grandi imprese: il Governo argentino, informato dal suo ministro a Londra, si allarmò e domandò lo stracciamento degli avvisi. Fu risposto che questo sarebbe avvenuto soltanto dopo la punizione dell’assassino del suddito inglese. L’assassino fu preso e condannato subito.

Gl’Inglesi sono il popolo più odiato nell’Argentina—basti il dire che laggiù la parola inglese significa creditore—ma anche il più rispettato, perchè si sa che chi fa un torto ad un inglese è punito. Soltanto ultimamente, nel mese d’aprile, è avvenuto un fatto che sembra faccia eccezione. Il figlio d’un commissario di polizia, con la complicità d’un agente, ha assassinato in modo vile e orribile un giovane inglese, un tale Barnett. Vi è stato un periodo d’indecisione perchè l’assassino gode altissime influenze, ma il contegno della diplomazia inglese è stato così risoluto, che finalmente s’è iniziato il procedimento penale contro il colpevole. È vero che a questo ha contribuito anche il contegno energico e minaccioso di tutta la stampa inglese. Il Times, dopo d’avere esposto le condizioni della giustizia argentina, è giunto, in un recentissimo articolo, ad invocare nientemeno che un’azione unita delle Potenze per garantire la vita, i beni e la libertà dei rispettivi sudditi nell’Argentina.

E noi? Ah! quanto lunga, dolorosa, raccapricciante sarebbe la storia dei delitti impuniti nei quali la vittima è stata italiana. Intiere famiglie italiane sono state assassinate proprio mentre noi palpitavamo tutti per la sorte di miss Stone, ignari dei tragici avvenimenti che facevano scorrere lontano, in luoghi quasi ignorati, il sangue nostro.

Un altro esempio che dimostra come, in virtù della sua diplomazia, il Governo inglese—per dirla con l’espressiva frase popolare—conosca i suoi polli. Una colonia di gallesi stabilitasi da 28 anni nel Chobut, ha protestato presso il Governo patrio contro molte ingiustizie delle quali era vittima. In simili casi noi scambiamo dei telegrammi col Governo argentino,—se non ci limitiamo ai colloquî col suo rappresentante in Roma—riceviamo le abituali e recise smentite accompagnate da commoventi assicurazioni d’amicizia e di simpatia e ci dichiariamo contentoni. Il Governo inglese conosce il valore di certe assicurazioni ufficiali. È più pratico: esso ha inviato una Commissione d’inchiesta a vedere e riferire. La Commissione è giunta alla chetichella, evitando ogni contatto con le autorità per non intralciare l’azione del suo Governo, e si è messa al lavoro. Ha constatato delle cose da far fremere d’indignazione ogni buona anima anglo-sassone, ed ha riferito. Il Governo inglese ha offerto a quei coloni delle terre al Canadà. In un momento, per pubblica sottoscrizione, a Londra, si sono raccolte ottantamila lire per le spese di viaggio, ed ultimamente i gallesi del Chobut sono tornati a rifugiarsi ancora all’ombra protettrice dell’Union Jack. Tutto questo è passato senza che venisse scambiata col Governo argentino la minima nota, che avrebbe procurato o bugie o inutile tensione di rapporti.

Così pure l’Inghilterra ha agito per la chiusura dei suoi porti al bestiame argentino, in seguito alla tentata introduzione in Inghilterra di buoi argentini affetti d’afta epizootica. Ogni tanto il Governo della Repubblica dichiara che l’afta non c’è più; il Governo inglese, per conto suo, rinnova un’inchiesta presso gli estancieros inglesi, in conseguenza della quale i porti seguitano a essere chiusi.

***

È inutile continuare il paragone tra l’opera della nostra diplomazia in America e l’opera delle altre. Per ragioni che non dipendono certamente nè dalla volontà, nè dalla qualità dei nostri rappresentanti, ma da tutto un sistema sbagliato, la nostra diplomazia, almeno laggiù, non risponde a tutti i suoi scopi.

Essa ha una missione che è politica, economica ed umanitaria; ebbene, noi laggiù siamo poco temuti e poco rispettati, poco tutelati e poco difesi.

Questa è l’amara verità.


CONCLUDENDO SULL’ARGENTINA.

[Dal Corriere della Sera del 5 settembre 1902.]

Scrivendo le mie prime lettere dell’Argentina, non avrei creduto di dover intrattenere in seguito il lettore così a lungo sulle cose di quella Repubblica. Intendevo di tracciare rapidamente, come meglio potevo, la fisionomia di quel paese dove tanti italiani vivono, riportare semplicemente le impressioni di quello strano stato di cose osservato con occhio italiano. Ma le prime pubblicazioni assunsero un carattere per me assolutamente inaspettato: quello di rivelazioni.

Le brevi e presto spente polemiche sollevate in quel momento, dimostrarono che quanto scrivevo riusciva per molti nuovo. Ho creduto mio dovere d’offrire i più ampi particolari, di non attenermi più alla semplice esposizione delle mie osservazioni personali, ma dimostrare, con la maggiore larghezza di prove, fatti e documenti, la verità.

Scrivendo da laggiù, tutto mi potevo immaginare, fuori che di dire cose nuove per noi. Non riportavo certo delle storie segrete: chi vive e chi ha vissuto nell’Argentina le conosce bene pur troppo. Si tratta di una situazione nota a milioni di persone, della quale centinaia di giornali locali scrivono ampiamente e uomini politici discutono; si tratta di fatti tangibili, controllati da tutto un popolo, i quali possono essere giudicati in un modo o in un altro, a seconda la coscienza o l’abitudine, ma che sono fatti; si tratta di tutta la vita speciale d’un paese, per un buon terzo di sangue italiano, e nella quale nulla v’è di misterioso e di celato. E noi, noi italiani che più di ogni altro popolo avevamo il diritto ed il dovere di sapere tutto, noi, nella maggioranza, ne sapevamo poco o nulla.

***

Questo fatto ci condanna. Noi possiamo gridare contro le ingiustizie e contro gli inganni che così spesso attendono i nostri poveri emigranti, ma non potremo con questo toglierci di dosso la parte di responsabilità che noi abbiamo di quei mali. La nostra colpa si chiama indifferenza.

Da trent’anni la nostra emigrazione si dirige nelle regioni del Sud-America, attiratavi in tutti i modi, e noi non abbiamo quasi sentito il bisogno di sapere esattamente che cosa avvenisse di questo torrente di popolo che abbandonava la patria. Qualche voce onesta si è levata di tanto in tanto a denunziare delle infamie di cui sono vittime i nostri emigranti, ma s’è spenta senza lasciare una eco lunga e profonda nella coscienza pubblica. Si è trovato che l’emigrazione era una necessità, un bisogno, come una valvola di sicurezza che ci salvava dai pericoli della sovrapopolazione, e questa constatazione ha servito troppo di scusa alla nostra indifferenza. E quando, dopo tanti anni, abbiamo pensato ai nostri emigranti, non abbiamo visto che le miserie della loro partenza; e non spingendo lo sguardo più lontano del mare abbiamo rese migliori le condizioni del loro viaggio, senza por mente che il viaggio è niente, è il brevissimo esordio delle loro sofferenze, è la soglia della loro nuova vita, una soglia che può essere indifferentemente rude o levigata.

Di quei paesi e della vita che vi si svolge noi abbiamo avute relazioni interessate—sulle quali è degno sorvolare—le quali non ci hanno mostrato che i lati belli e seducenti. Abbiamo visto le ricchezze e abbiamo visto i progressi, e ce ne siamo accontentati, senza domandare quanto queste bellezze costavano del nostro sangue. Non abbiamo domandato le tavole della mortalità, non abbiamo visto i caduti dell’immenso esercito nostro, che ha traversato a squadre l’Atlantico per combattere silenzioso, sotto altra bandiera, la più disperata battaglia.

Nulla abbiamo saputo, nella nostra maggioranza, dei tranelli, dei soprusi, delle violenze e delle ingiustizie che tanto spesso attendono i nostri lavoratori—come potevamo porgere aiuto, tutela e difesa? Le cose americane ci sono sembrate tanto lontane, che non ci hanno interessato che vagamente, come curiosità. Così abbiamo lasciato che quei mali crescessero, ingigantissero, divenissero endemici, pressochè incurabili.

***

Non possiamo pensare seriamente a rimediare al passato: siamo costretti ad assistere allo spettacolo di tanti dolori e tanta miseria impotenti a portarvi sollievo. Molta parte di tante sciagure è dovuta a cause sulle quali noi non possiamo nulla. Il Governo argentino ha il diritto pieno di essere cattivo o pessimo, di fare debiti e d’imporre gravami al popolo, di reggersi come meglio crede, di ruinare o no le finanze del paese.

Ma il passato può servirci di scuola per l’avvenire. La crisi argentina, per quanto grave, volgerà ad una soluzione; quel Governo—che già ha destinato non lievi fondi per la propaganda all’estero in favore dell’emigrazione—aprirà alla colonizzazione nuovi territorî non ancora sfruttati: la corrente emigratoria si riformerà, e fino ad una nuova crisi le cose cammineranno bene (bene nel senso generale dell’economia pubblica, intendiamoci).

Ebbene, profittiamo di questa sosta per preparare la nostra emigrazione. Facciamo in modo che le illusioni scompaiano dalla fantasia delle nostre masse prima che queste si muovano di casa, prima che la stessa dolorosa e irreparabile realtà laggiù venga con le lacrime più amare a lavar via i loro sogni. Che emigrino, ma emigrino armate e pronte. Che sappiano tutto dall’A alla Zeta, che conoscano il buono e il cattivo, che possano agire con la loro mente e con il loro criterio illuminati dalla piena conoscenza delle cose, che conoscano i sentieri della riuscita e anche i precipizî che li costeggiano, le trappole che vi sono tese, le imboscate preparate. Allora solo avremo un’emigrazione forte, cosciente, utile a sè e alla patria.

In questa santa propaganda sta il nostro primo dovere: ma non basta. Regoliamo la nostra emigrazione. Prima che essa si muova pretendiamo di sapere dove andrà e che lavoro le è riserbato; domandiamo delle garanzie. Se per la colonizzazione d’un nuovo territorio occorrono cinquantamila lavoratori, ci siano note le condizioni del lavoro e le forme di contratto. L’emigrante partendo deve potersi dire, supponiamo: Vado nella tal regione, avrò tanta terra, a questi patti, che mi convengono. Gli emigranti meridionali potranno scegliere le regioni più calde, quelli dell’alta Italia le temperate. Tutto questo non può avvenire laggiù dove gli emigranti appena sbarcati si agglomerano nell’attesa che si disponga di loro, ignari di tutto, nell’impossibilità materiale, una volta disseminati per la Repubblica, di reagire, di protestare, di far ascoltare la propria voce.

E quando è giunto sul posto l’emigrante non deve essere abbandonato dalla vigile tutela della Patria, l’osservanza dei patti deve venir controllata con i mezzi più rapidi, più serî e più discreti.

***

Guardiamo l’emigrazione sotto il suo vero aspetto. Non si tratta già di zavorra che noi gettiamo per andar più leggeri, come una comoda teoria vuol far credere. Non si tratta di poveraglia della quale dobbiamo essere felici di disfarci, ringraziando quei paesi che le offrono la tradizionale « ospitalità generosa », come si ha il coraggio anche oggi di ripetere da certuni. No, no, la cosa è, grazie a Dio, molto più degna: si tratta in fondo di domanda di mano d’opera da parte dei nuovi paesi, e da parte nostra. È un commercio di forze, nobili forze dalle quali tutto scaturisce; forze motrici della civiltà. Noi non siamo affatto costretti a gettarle via; la sovrabbondanza di mano d’opera in Italia non è assoluta, ma relativa alla penuria che altri ne hanno. Tanto è vero che la corrente emigratrice subisce variazioni d’importanza non tanto per mutamenti di condizioni nostre quanto per mutamenti di quelle dei nuovi paesi, e le statistiche dell’emigrazione nell’Argentina lo dicono; se l’Argentina non migliorerà la sua situazione, vedrà che la nostra « zavorra » può anche restare a casa. V’è domanda e offerta; possiamo dunque trattare.

Il Governo nostro ha compreso vagamente questo quando, sulla fine dello scorso anno, ha proposto al Governo Argentino di fare un esperimento di emigrazione scelta per la colonizzazione, sotto date condizioni, cominciando con alcune centinaia di lavoratori. Era un principio d’interessamento. Ma il Governo argentino, che incondizionatamente ha ricevuto l’anno passato trentun mila emigranti italiani, ha evitato ogni trattativa declinando l’offerta. Bisognava impedire l’emigrazione incondizionata, e si sarebbe venuti a trattative. Noi non conosciamo che due estreme misure in fatto d’emigrazione, egualmente cattive: o proibirla assolutamente per un dato paese, o permetterla senza limiti, senza freni e senza misura. Per l’emigrazione in certi Stati dovremmo porre delle condizioni. Se esse non vengono accettate vorrà dire: o che non v’è richiesta di lavoro—e allora è sempre bene che gli emigranti non partano—; o che non ve alcuna intenzione di garantire gli emigranti degli abusi, le frodi, le violenze e le ingiustizie—e allora è egualmente bene che gli emigranti non partano, per risparmiarsi inevitabili dolori e disinganni, o che si dirigano altrove, dove i loro diritti siano meglio riconosciuti e più rispettati.

***

È bene che l’opinione pubblica in Italia cominci ad interessarsi seriamente a quanto avviene al di là dell’Atlantico. Al Governo argentino è mancato assolutamente finora il controllo dell’opinione straniera, e questo controllo potrà migliorare molte cose più di tutte le diplomazie riunite.

Il popolo argentino tiene immensamente all’apparenza. « Il nostro ideale non consiste nell’acquistare valore »—ha scritto un uomo politico argentino, Agostino Alvarez—« ma nell’acquistare importanza ». È una caratteristica tutta spagnuola questa, di coprire fieramente con un bel mantello tutte le proprie macchie e le proprie miserie. Sempre negli scritti e nei discorsi traspare il pensiero: Che si direbbe all’estero se si sapesse che....? L’« estero » è per loro come l’opinione pubblica per un privato. Quanta gente non fa del male non perchè non ne avrebbe voglia, ma perchè ha paura che si sappia? Così gli argentini agirebbero forse meglio se sapessero di essere osservati. E a noi importerà poco che il bene venga consigliato dall’orgoglio e dall’amor proprio piuttosto che dalla convinzione, purchè il bene venga.

È così vero questo, che ora, in seguito a pubblicazioni sulle cose argentine fatte dalla parte più seria ed autorevole dalla stampa inglese, pubblicazioni nelle quali la Giustizia, le amministrazioni, il Governo, le finanze dell’Argentina venivano crudamente descritti, sono cominciate laggiù serie discussioni sopra nuove e importanti riforme.

Le riforme forse non verranno, ma se ne parla, e questo per l’Argentina è già un bel risultato dovuto tutto al controllo dell’opinione pubblica straniera, che per gli argentini è una cosa tanto nuova quanto fastidiosa.

Noi più degli inglesi abbiamo interesse, non solo, ma dovere di tenerci informati delle faccende argentine. Essi vigilano i loro capitali; noi abbiamo da vigilare i nostri fratelli. La differenza è infinita. Le disgrazie inglesi nell’Argentina sono scritte in belle cifre al « dare » del libro mastro: non esiste cifra che possa segnare il valore di tutti i dolori, le angoscie, le disperazioni, le lagrime e il sangue, che formano la somma delle disgrazie nostre.

***

Se potessi esser certo di aver col mio povero lavoro contribuito a fare una parte minima di bene, io mi sentirei felice. Ma i mali sono tanto vasti, profondi ed antichi, che io, ponendo oggi la parola « fine » a questa mia rapida esposizione delle cose argentine, non posso sottrarmi a quel senso di amarezza e di sconforto che accascia chi sente d’aver compito un lavoro inutile, e s’accorge della sproporzione immensa fra le proprie forze e lo scopo che si era prefisso.

FINE.
 



LIRE VNA.