CAPITOLO II AMORICO DI BENA ED IL MOVIMENTO FRANCESCANO
I
La fama di Gioacchino par che non tardasse a diffondersi fuori d'Italia, e già dicemmo che il re d'Inghilterra e l'abate di Perseigne nel loro viaggio in Italia vollero conoscere di persona quest'uomo misterioso, che tanto facea parlar di sè. Nè parrà strano che l'eco delle sue idee si ripercuotesse in Francia, ove i discepoli di Amorico di Bena le accolsero per innestarle alle loro dottrine filosofiche. Il Rousselot crede che l'innesto si debba ad Amorico stesso.[642] Nè certo la cronologia porrebbe inciampo a codesta opinione, perchè sebbene le opere dell'abate Gioacchino siano state pubblicate intorno al 1200, e non molto più tardi quelle di Amorico, che venner condannate dall'Università parigina nel 1204,[643] pure dopo questo tempo Amorico andò a Roma per appellarsi dalla sentenza dell'Università, e nulla vieta che a Roma sapesse qualche cosa delle dottrine di Gioacchino, come nove anni prima era occorso all'abate di Perseigne. Nè sarebbe temerità il supporre che a tergere la sua dottrina da ogni macchia, ne mostrasse l'accordo con quella di un santo uomo, fondatore di un ordine religioso, e tenuto dalla S. Sede in grande venerazione. Questa prova in verità non avrebbe fruttato, perchè il Papa ribadì la condanna dell'Università, ed Amorico, tornato a Parigi, fu costretto nel 1207 a ricredersi pubblicamente, e ne morì, come dicevasi, dal dolore;[644] ma ciò non toglie che la prova, pur non giovando alla causa del filosofo, avrebbe contribuito non poco al successo della dottrina.
Non ostante questi nuovi argomenti da me addotti, io non saprei accettare l'opinione del Rousselot, perchè le più antiche fonti attribuiscono la teoria dei tre stati non ad Amorico stesso, nè a Davide di Dinan, bensì ai loro discepoli.[645] Quando dunque sia nato siffatto innesto del razionalismo filosofico col misticismo religioso, mal si saprebbe dire; ma quando sia nato, o a chiunque appartenga, è certo meritevole di studio.
La filosofia di Amorico di Bena rinnova il realismo di Scoto Erigena con colorito più spiccatamente panteistico. Amorico, al pari di Scoto, move dalla dottrina delle idee mediane tra il mondo e Dio, rispetto a quelle creatrici, rispetto a questo create. E come le idee eterne e la mente divina, che le pensa, sono in fondo la stessa cosa, così parimenti si confonderanno in uno le idee creatrici e gli effetti che da loro promanano. E così tutte le cose si unificheranno in Dio, e tutte avranno la stessa natura, come della stessa natura sono Abramo ed Isacco. Onde si può ben dire che tutte le cose tornano ad una, e tutte sono Dio, imperocchè Dio è l'essenza di tutte le creature. Ed a quel modo che la luce non si vede in sè stessa, ma nell'aere, così Dio nè dagli uomini nè dagli angeli può essere veduto in sè stesso, bensì nelle sue creature.[646]
La stessa dottrina venne insegnata dal discepolo di Amorico, Davide di Dinan. Se non che pare che il discepolo si giovasse a preferenza di concetti aristotelici, laddove il maestro più volentieri adoperava i platonici. S. Tommaso ci dice che Davide soleva dividere le cose (il mondo) in tre parti, corpi, anime e sostanze eterne separate. L'entità indivisibile, onde sono formati i corpi la diceva ile o materia prima; l'entità indivisibile, o sostrato delle anime la chiamava nous o mente; l'entità indivisibile delle sostanze eterne, Dio. E come tutte e tre queste entità sono prime ed indivisibili, vale a dire hanno gli stessi attributi, è pur gioco forza che in fondo sieno la stessa entità. Dal che consegue che tutte le cose nell'essenza loro si riducono ad uno.[647]
Da questa dottrina metafisica potevano ricavarsi conseguenze arditissime. Due sole ci vengono ricordate da Martino Polono. La prima, riguarda la distinzione dei sessi, la quale al pari di tutte le differenze, che separano cose da cose, sarebbe affatto provvisoria. Un tempo siffatta tenzone dei due sessi non esisteva, cominciò soltanto dal peccato di Adamo, e dopo la resurrezione si tornerà all'unità primitiva.[648] Con queste sentenze, il cui senso appena si coglie, e che certo ricordano i miti dell'androgino del Convito, forse si connette l'entusiasmo per l'amore, per quella forza arcana e misteriosa, che riduce gli esseri diversi all'unità della loro natura. Certo questa seconda conseguenza traevano gli Almariciani dal loro panteismo, che allorquando la forza d'amore investe gli uomini, vince le loro volontà, e rende le loro azioni inimputabili.[649]
A queste teorie filosofiche Amorico avea già saputo dare un colore ed espressione religiosa. Ei soleva dire, secondo la testimonianza di Guglielmo Armorico riprodotta da Vincenzo di Beauvais, che il primo domma da essere insegnato e creduto è questo: ogni cristiano essere membro di Cristo, e non potere salvarsi alcuno, che non creda in questo domma più fermamente della incarnazione o passione di Gesù.[650] Così pure ammetteva bene che il corpo di Cristo fosse nel sacro pane, perchè parimenti è in ogni pane, ed in ogni cosa.[651] In altre parole ei sapeva col magistero dell'allegoria torcere i dommi tradizionali a quei significati, che la sua filosofia richiedeva. Questa libertà d'interpetrazione, questa tendenza alla spiegazione allegorica, è appunto il tratto che raccosta l'abate calabrese al filosofo di Chartres. E certo se non Amorico, almeno i suoi discepoli non dubitano di accogliere la teoria dei tre stati. Ed anche essi pensano che al tempo della legge mosaica, quando così aperto era il contrasto tra Dio e l'uomo, non si conosceva la verità, ovvero il monismo nella loro filosofia insegnato. Nel secondo periodo, in cui Gesù è considerato come l'Uomo-Dio, la verità comincia a rivelarsi, ma in forma di simboli, e l'unificazione di Dio coll'uomo è rappresentata come se avesse avuto luogo una volta sola, e per virtù soprannaturale. Nel terzo periodo poi la verità è svelata pienamente, in Gesù si vede raffigurata tutta l'umanità, e ciò che si dice dell'uomo deve dirsi della natura intera, che è tutt'uno con Dio.[652] Nel primo periodo domina il Padre, senza l'intervento del Figliolo o dello Spirito.[653] Nel secondo domina il Figliolo, che assunse carne in Maria non certo nel senso che l'intende la tradizione, bensì a quel modo che si può dire anche del Padre essersi incarnato in Abramo, il primo dei patriarchi, o il rappresentante di Jeova. Nel terzo infine domina lo Spirito Santo il quale s'incarna, anche lui non più in un uomo solo, ma in tutti i membri della nuova religione.[654] E come alla venuta del figliolo cessò il regno del Padre, e fu abolita la circoncisione, e ci affrancammo dalla schiavitù della legge mosaica; così alla venuta dello Spirito cesserà il regno del Figliolo, ed i dommi ed i precetti della nuova legge cadranno al pari dell'antica.[655] Non che cesseranno i sacramenti, ma s'intenderanno nel loro vero spirito. Abbiamo già citata la trasformazione razionalistica dell'Eucaristia. Parimenti è trasformato il domma della risurrezione dei morti, la quale intesa alla lettera non si può ammettere, ma bensì nel senso allegorico di un ridestarsi dello spirito della verità dal lungo sonno che l'opprimeva.[656] Parimenti l'Inferno non è altro se non il peccato mortale stesso, che è come un dente guasto nella bocca, e il Paradiso lo porta con sè chiunque arrivi alla cognizione filosofica di Dio.[657] Seguendo questo spirito razionalistico non fa certo maraviglia che abbiano condannato anch'essi quegli usi e quelle cerimonie del culto esteriore, che vedemmo proscritti dai Catari e dai Valdesi. Così pare che abbiano condannato il battesimo dei bambini,[658] il culto delle imagini, l'adorazione dei santi, la venerazione delle reliquie,[659] e la confessione e la comunione l'intendevano come una interna rinnovazione della coscienza religiosa, prodotta dalla grazia dello Spirito Santo, senza il soccorso di opere o cerimonie esteriori.[660]
Ben si vede come gli Almariciani andassero molto più in là dell'abate calabrese, o di qualunque setta religiosa. Ciò non pertanto al pari di Gioacchino la pretendeano a profeti, e sapeano predire anche loro che tra cinque anni sarebbero toccate al mondo quattro piaghe. La prima è la fame, di cui sarebbe morto il popolo, la seconda è la guerra che avrebbe fatta strage dei principi, la terza un terremoto che avrebbe fatto inghiottire i Burgensi dalla terra squarciatasi sotto i loro piedi, la quarta, il fuoco che avrebbe divorato i prelati, che sono le membra dell'Anticristo, e Roma, la nova Babilonia, che ne è il lor capo. Allora saranno unificati tutti i regni in un solo, ed il capo di questa nova società, informata dall'amore dello spirito, sarà Filippo Augusto, il re di Francia.[661]
Ma non ostante codeste rassomiglianze la dottrina degli Almariciani e quella dell'abate Gioacchino sono agli antipodi, e l'innesto del razionalismo filosofico col misticismo, del quale facemmo parola, dovea riescire piuttosto ad una meccanica mescolanza che ad un concrescimento organico. Imperocchè tra il monismo neoplatonico e la dottrina di Gioacchino, che rasentava il triteismo, non poteva aver luogo nessuna conciliazione. E se i due novatori si servivano dell'allegoria per accomodare alle loro idee i sacri testi, certo le idee loro erano affatto disformi; perchè nel mentre Amorico metteva la scienza al di sopra della fede, e confidava che la religione in avvenire fosse assorbita nella filosofia, Gioacchino al contrario faceva pochissimo conto della scienza, e credeva che, non solo nel presente, ma più ancora nell'avvenire, la religione avrebbe scacciata dal sacro tempio la filosofia. Pari all'opposizione tra le dottrine è la disformità dell'indirizzo pratico. Perchè la mèta dell'umanità secondo Amorico è vivere la vita della natura, di cui l'uomo non è che una piccola parte; la mèta secondo Gioacchino è tutt'altra, staccarsi più di quel che non si faccia ora, dalla natura e raccogliersi nelle austere solitudini dello spirito. L'ideale di Amorico è la riaffermazione del mondo, l'ideale di Gioacchino invece ne è la piena ed imminente distruzione. Non è la prima volta nè sarà l'ultima che una dottrina filosofica tolga in prestito una forma religiosa, che non le appartiene. Talvolta è codesto l'unico mezzo per assicurare l'avvenire della dottrina.
II
I veri interpetri del pensiero di Gioacchino non furono i fratelli del libero spirito, bensì i frati minori, che nel silenzio delle loro celle ne studiarono e commentarono i libri e formarono una scuola, detta gioachimita o gioachita, e crearono una completa letteratura profetica, e pseudonoma. Sarebbe interessante lo studio di questa letteratura, in parte già pubblicata nel secolo decimosesto, ed in parte sepolta nella polvere delle nostre biblioteche. Ma pel nostro compito la notizia, che ne demmo nel parlare delle opere di Gioacchino è più che bastevole. Ci restringeremo a studiare le idee direttive dei Gioachimiti, ed il modo come germogliarono tra le lotte del sodalizio francescano. Giace tuttora inedito nelle nostre biblioteche un antico racconto dei dissidii francescani, che va sotto il nome di Cronaca delle Tribolazioni.[662] Si conserva una redazione in latino, ed un'altra in italiano, ma entrambe evidentemente sono composte di frammenti di cronache più antiche, legate insieme col manifesto disegno di mostrare non pure la successione cronologica, ma l'intima connessione delle lotte, che ebbe a durare una parte dei francescani.[663] In codesto centone, come nei Fioretti di S. Francesco, composti nello stesso modo e collo stesso intendimento se non col medesimo disegno, gli errori storici e cronologici spesseggiano. Nè certo l'anonima Cronaca delle Tribolazioni può stare a petto di quella fonte preziosa, che è il Salimbene, gioachimita anche lui, ma temperato, e narratore ingenuo dei fatti accaduti sotto i suoi occhi. Ma non ostante questi gravi difetti nè la Cronaca nè i Fioretti perdono la loro importanza, e debbono essere posti da banda, come crede l'Affò.[664] Tutte e due valgono, e la Cronaca a parer mio più dei Fioretti, essendo il primo saggio di una ricostruzione della storia dell'ordine da S. Francesco ad Ubertino da Casale. Certo codesta ricostruzione, fatta con intendimento polemico in servigio d'un partito, non ha nè può avere grande esattezza e schiettezza storica, ma come manifestazione delle idee e dei sentimenti di quel partito, è certo un documento prezioso. E tale la reputava il Wadding, che se ne giovò più di quel che dovesse. Il cronista conta sei tribolazioni, alle quali bisogna aggiungere per settima quella che ei stesso soffre e di cui crede più prudente tacere. Secondo codesta partizione della storia francescana si possono bene agguagliare le tribolazioni francescane alle sette piaghe d'Egitto, alle calamità predette nell'Apocalisse. E da siffatto riscontro il pio cronista può ben trarre la speranza che la settima tribolazione sia l'ultima, nè si faccia aspettare il giorno del trionfo; ma perchè il numero torni deve mettere la prima tribolazione negli ultimi anni di S. Francesco, il che difficilmente si può ammettere da chi studii le più antiche fonti, come ci faremo a dimostrare.
Il Santo d'Assisi nel fondare un nuovo ordine religioso, ebbe in mente idee più larghe e più feconde dell'Abate di Fiore. Ei ben vide che il miglior mezzo a combattere gli eretici era quello d'imitarli nei costumi, e sulle loro orme far getto della propria fortuna, vestire ruvidi panni, e andar raminghi di città in città, predicando dappertutto la buona novella. Anche Francesco al pari di Valdez apparteneva ad un'agiata famiglia, e menava parimenti una vita frivola e spensierata; ma anche lui, tocco dalle parole del Vangelo, si tolse in un punto agli agi ed ai piaceri, e abbandonati amici e parenti, cacciossi animoso nell'ingrata via dell'apostolato.[665] E dappertutto predicava la sola via della salute essere la povertà, perchè chi non sa spogliarsi delle ricchezze, nè vende il suo per distribuirlo ai poveri, non è penetrato da quell'amore del prossimo, che Cristo mette a capo della sua legge.[666] La povertà volontaria era per Francesco come pel Valdez la fonte delle virtù, un ideale di sagrifizio e di generosità, che scaldava il cuore e commovea la fantasia.[667] Nè gli parea di averlo mai conseguito codesto ideale, al quale sempre si volgeva con novello ardore. Nulla hai a possedere, neanco il mantello che porti indosso; una rozza tonaca basta, e se logora, tanto meglio; sarà prova di umiltà rattopparla con tela da sacco, come l'ultimo mendico della via.[668]
L'umiltà è un altro tratto che compie l'ideale della vita mendica. S. Francesco non è nè un cinico, nè uno stoico, odia le ricchezze, ma non disprezza i ricchi, nè li tiene da meno di sè. Abborrisce le mollezze e gli agi, indura il suo corpo alle fatiche, ma non sente l'orgoglio di chi sapendo di bastare a sè medesimo, sfida superbamente i colpi della fortuna. Questa fiera coscienza di sè medesimo e del proprio valore sarebbe troppo ripugnante alle massime cristiane, che rintuzzano l'orgoglio inspirando una salutare diffidenza delle proprie forze. E conforme a questa massima raccomanda ai suoi fratelli l'umiltà, insiste perchè secondo il precetto evangelico cedano alla violenza, nè ammette che l'uno si faccia o si tenga superiore dell'altro. Non ci debbono essere priori nel nuovo sodalizio, ma ministri, servi della comunità, scelti democraticamente col suffragio di tutti, e revocabili.[669] Anche i Valdesi in opposizione al fasto del clero secolare avean levata la bandiera dell'umiltà, nè solo poveri, ma umiliati si solevan chiamare. E in prova d'umiltà curvavan la fronte, e stendeano la mano elemosinando. S. Francesco non esclude il precetto dei benedettini, adottato dai Catari, che debbasi procacciare il vitto col lavoro delle proprie mani;[670] ma ove non basti, anche lui raccomanda ed esalta l'accattare di casa in casa.[671]
Questo spirito di sagrifizio e di umiltà dovea eliminare le lotte tra gli uomini, che non avrebbero potuto avere luogo nè per rivendicare i diritti, nè per respingere le offese. Ed il regno di Dio sarebbe finalmente stabilito, e la legge dell'amore avrebbe avuta la sua piena attuazione. S. Francesco non poteva comprendere la grande efficacia morale della lotta pel diritto, egli avea sortita una natura così larga ed espansiva da comprendere nell'amor suo non pure gli uomini, ma gli esseri tutti, che ei chiama fratelli a cominciare dal sole cui volge un canto,[672] agli agnelli, che riscatta dal macello, ai lupi che ammansisce col fascino della parola. Pochi uomini si conoscono nella storia così riboccanti d'affetto, come il Santo d'Assisi, che a mal grado le sue ripugnanze stende la mano ai lebbrosi, diventa l'amico ed il compagno dei poveri e degli abbietti, e si stima felice se possa col danno suo soccorrere alle altrui miserie.[673] Il sacrificio era per lui più che un obbligo morale, un bisogno del cuore e tale desiderava che diventasse pei suoi fidi, sicchè non si desse contrasto nel loro animo, e il loro dovere si confondesse coll'amor loro, e dell'interna serenità fosse specchio il volto sempre ilare e composto.[674]
Ma se il francescano a differenza del valdese non dovea atteggiare il suo volto a mestizia, non per questo la sua vita era men dura e faticosa. Ei non si dovea chiudere, come l'antico anacoreta nel silenzio del cenobio e assorbirsi nella contemplazione. I tempi non consentivano più questi ozii speculativi, e facea d'uopo operare energicamente, incessantemente per riguadagnare l'affetto dei popoli. E se gli eretici sull'esempio degli apostoli non perdonavano a fatiche e disagi per diffondere la loro fede, certo non si poteva far da meno di loro. Per queste ragioni, benchè l'istituto della predicazione non fosse proprio dei francescani, ma dell'altro sodalizio istituito nello stesso torno da S. Domenico, pure non era estraneo neanche a loro.[675] Chè anzi i francescani si possono ben dire i frati vaganti. La necessità di accattare la vita li facea andare di porta in porta, di borgata in borgata; oltrechè la loro stessa regola non consentiva riposo, chè alla santa milizia facea d'uopo mutar guarnigione soventi, per non poltrire nell'immobilità, come era uso dei cenobiti. A questo fine Francesco raccomanda ai suoi compagni di andare due a due pellegrini pel mondo a piedi nudi.[676] Non si vincono le battaglie senza indurare il soldato alle marce faticose, ed il milite di Cristo, come il legionario di Cesare, non ha da conoscere stanchezza.
Queste erano le ardite innovazioni che Francesco portava alla vita cenobitica, e quanto ei ben s'apponesse lo mostrarono i fatti; chè nessuno istituto religioso si è mai diffuso con tanta rapidità, come il francescano. Parevan tornati i tempi degli antichi apostoli, e come allora si fondava una chiesa dopo l'altra, così ora a convento s'aggiungeva convento, e ben presto il novo sodalizio si sparse per tutto l'orbe. Ma senza dubbio la regola di S. Francesco era tale, che nessun uomo poteva adattarvisi senza restarne schiacciato dal grave peso. Innocenzo III, che pure avea approvato l'istituto di Durando di Osca, non sapeva dare la sua sanzione alla regola di S. Francesco, informata ad un ideale di povertà ed umiltà mal rispondente agli splendori ed alle smodate pretensioni della Corte romana.[677] Certo non potea respingere queste nuove forze, che gli venivano inaspettatamente in ajuto per combattere l'eresia, nè si può dubitare che benedicesse il mendico d'Assisi, senza vietargli di seguitare nell'opera sua; ma non smise mai i suoi dubbî sulla regola, che a lui pareva non facesse il debito conto dei reali bisogni e tendenze della natura umana, nè volle concedere una bolla d'approvazione.[678] Non smise per questo S. Francesco, ma il disegno presentato ad Innocenzo colorì nei suoi particolari, e le sue idee giustificò con ragionamenti e citazioni bibliche. E questa nova regola molti anni dopo presentò al successore d'Innocenzo Onorio III, e ne ottenne finalmente la desiderata sanzione con bolla del 1223.[679] Se non che l'approvazione del papa non rimoveva le difficoltà, e il santo non se le dissimulava. Pare anzi temesse non poco che morto lui sarebbero nate dispute e commenti sulla regola, per trarne un senso ben lontano dai suoi intendimenti. Talchè credette bene restringerla in brevi e succosi capitoli[680] e con solenne testamento raccomandò ai suoi fratelli, che codesta regola dovessero mandare a mente, codesta osservare alla lettera, vietando recisamente qualunque commento, che sotto pretesto d'interpetrarla, l'avrebbe distrutta.[681] Queste inquietezze di S. Francesco, attestate da documenti autentici, rendono molto probabile il sospetto che tra i compagni stessi del Patriarca non mancasse chi la pensava al modo d'Innocenzo, e credendo la regola molto rigida fosse ben disposto a tollerarne qualche attenuazione.
Ma questi discorsi erano forse segno di un'aperta opposizione alle idee del Patriarca? Parrebbe certo se s'avesse a prestar fede alla Cronaca delle Tribolazioni, che ci narra di violente dispute tra S. Francesco e frate Elia, il quale mal tollerando la pubblicazione della regola succinta, alla testa di molti frati si sarebbe presentato a S. Francesco, come un tempo gli Ebrei a Mosè. E d'altro canto il nuovo legislatore, scendendo anche lui dal monte come l'antico, avrebbe rinfacciati i protervi suoi compagni, ben ribadendo che alla regola, datagli direttamente da Dio, tutti fosser tenuti di prestare cieca ed intera obbedienza.[682] E d'accordo con questo racconto la cronaca narra ancora, che S. Francesco, stanco forse di combattere contro l'ostinatezza dei frati, si ritirò sdegnoso dal governo dell'ordine, lasciando pure che fosse assunto dal suo oppositore Elia.[683] Se non che codesta narrazione, ripetuta dal Wadding, è falsa di pianta, come ben dimostra l'Affò.[684] Perchè le fonti più antiche, come la Vita di Tommaso da Celano, non solo non dicono nulla di codesta opposizione tra Francesco ed Elia; ma ci parlano per lo contrario del loro vicendevole affetto, talchè il Patriarca solo per non dispiacere all'amico suo, acconsentì ad aversi riguardi nell'ultima e mortale malattia.[685] E ponendo mente alla grande venerazione in cui i frati tenevano il fondatore del loro ordine, non par verisimile che scegliessero a farne le veci chi sarebbe stato a capo degli oppositori. È molto più probabile invece che Francesco, premuto dai molti mali che avean logorata la sua fibra, nè più gli consentivano le aspre fatiche dell'apostolato, avesse chiesto e forse scelto lui stesso come suo vicario prima fra Pietro, e alla morte di costui Elia, uomini di sua fiducia.[686] Che invece d'Elia avesse indicato a suo successore fra Bernardo raccontano concordemente e la Cronaca delle Tribolazioni e i Fioretti di S. Francesco.[687] Ma codesto racconto, foggiato sul biblico del patriarca Giacobbe, non è più vero dei precedenti, perchè della pietà di Elia, e delle cure che prestò al suo venerato maestro abbiamo un documento autentico, la lettera che egli stesso scrisse ai ministri e frati della provincia annunziando la morte di lui.[688] È certo altresì, che mancato Francesco non Bernardo, ma Elia resse l'ordine francescano seguitando nel suo ufficio di vicario. Possiamo dunque conchiudere che finchè visse S. Francesco, e nei primi anni dopo la morte di lui, non scoppiarono le discordie nel nuovo sodalizio. Gli animi e le menti occupava un sol pensiero, rendere onore alla memoria del fondatore, la cui vita fu un lungo e non interrotto sagrifizio, e la cui parola infocata sonava sempre pace e carità. E forse per attendere indisturbato a codeste onoranze, ed alla costruzione del tempio, che per ordine di Gregorio IX si doveva innalzare al santo mendico, il Vicario di S. Francesco non volle succedergli nel generalato, e in luogo suo venne scelto Giovanni Parenti.[689]
III
Ma i dissidii, soffocati dall'autorevole parola del fondatore, morto lui non tardarono a scoppiare. E ben presto si formarono due partiti nel nuovo sodalizio, l'intransigente che volea rispettata la regola alla lettera, il moderato che sosteneva s'avesse a interpetrare meno rigidamente. Era inevitabile che i due partiti sorgessero non per colpa o volontà degli uomini, ma per necessità delle cose. Imperocchè da una parte la regola, data per inspirazione divina e confermata dal Papa, si dovea osservare scrupolosamente, nè era lecito apportarvi glossa o commenti, senza violare il testamento del santo fondatore; talchè temperare la regola sarebbe stato lo stesso che snaturare l'ordine togliendogli quel carattere, che lo distingueva da tutti gli altri, e a cui doveva le sue prodigiose fortune. Ma d'altra parte codesta regola era così rigida e severa, che ben pochi vi si potevano adattare; e più l'ordine s'ingrossava, e più cresceva il numero dei tepidi osservatori; oltrechè la povertà rigorosa, l'umiltà a tutta prova formavano di certo un alto ideale religioso, ma nella lotta contro il clero secolare e gli altri ordini frateschi, valeva ben poco ad assicurare la vittoria. Se i frati predicatori fondavano dappertutto nuove case, e collo splendore delle costruzioni abbagliavano le masse, i francescani non doveano essere da meno di loro. Se quelli per sostituire il clero secolare e nei pergami e nelle cattedre coltivavano ardentemente gli studii, non era lecito ai francescani di trascurarli. Se i predicatori non solo accettavano, ma sollecitavano dalla Curia onori e dignità, ai francescani, per non scapitare in prestigio, non conveniva di ritrarsi indietro. Questi bisogni ben comprese frate Elia, il quale innamorato dell'arte avea fatto costruire in onore del santo mendico uno dei più splendidi monumenti della rinata architettura;[690] cultore dei buoni studii ne volea promosso l'amore nel nuovo sodalizio;[691] scaltro conoscitore degli uomini non schivava i potenti ma ben presto avea saputo entrare nelle grazie del Papa e dell'Imperatore.[692] Intorno a quest'uomo più pratico che mistico si strinsero quanti volevano interpetrata la regola in modo da non impedire il moto d'espansione del nuovo sodalizio. Ed il partito s'ingrossò siffattamente che levò di seggio il generale Parenti per sostituirvi lui, già stato vicario di S. Francesco, e tenuto da tutti in gran concetto per la preclara scientia, e singulare prudentia, come dice la stessa Cronaca delle Tribolazioni.
Che il novo generale sentisse altamente del suo ufficio, nè in dignità si credesse da meno di altri, lo dice il Salimbene, che narra questo aneddoto, del quale egli stesso fu testimone, che venuto il potestà di Parma per far visita al generale francescano, questi non si mosse dal suo posto, nè rispose come dovea al saluto dell'ospite cortese.[693] Il Salimbene, appartenente al partito opposto a frate Elia, non è certo una fonte da accogliere a chiusi occhi, come vuole l'Affò. Nè mi meraviglierei che e nel fatto che narra e nel giudizio che fa dell'alterigia di frate Elia il cronista fosse poco esatto, ma questo è fuor di dubbio, che il nuovo generale voleva che l'autorità sua fosse tenuta in grande rispetto; nè tollerava che altri ridicesse sui suoi disegni, o ricalcitrasse ai suoi ordini. Un documento riportato dal Wadding lo prova. È una lettera del generale al Papa per chiedergli mano forte contro i frati ribelli alla disciplina, e principalmente contro alcuni compagni di S. Francesco, che forti dell'autorità e del prestigio del loro nome, non dubitavano di levare alto la voce contro le novità di frate Elia, e la mite interpetrazione della regola.[694] Senza il presidio del Papa sarebbe stato pericoloso colpire uomini tanto autorevoli; ma ottenuta la chiesta licenza, il generale agì vigorosamente, ed i più riottosi rinchiuse in prigione, altri mandò in provincie lontane; i ministri a lui men ligi rimosse sostituendoli con creature sue,[695] altri acconsentì che restassero a patto di dichiararsegli ligii.[696] Fatti ancor più gravi vengono narrati. La Cronaca delle Tribolazioni racconta di un fra Cesario da Spira colpito a morte, mentre fuggiva dalla prigione ove era stato rinchiuso, non che di S. Antonio imprigionato anche lui e battuto a verghe.[697] Ma di codesti fatti il Salimbene non sa nulla, ed è ben probabile, come crede l'Affò, che sieno stati inventati posteriormente.
Certo è, che il generale governava con mano di ferro la travagliata società, e correva diritto alla sua mèta senza lasciarsi sviare da rimostranze. E per togliere ogni ragione al partito intransigente, chiese ed ottenne dal Papa una interpetrazione della regola, che rispettasse la lettera sacrificandone lo spirito. Gioverà riassumere le modificazioni ordinate da Gregorio IX. Il primo temperamento si riferisce al divieto di possedere ed acquistare. I frati possono nei casi di bisogno comprare quello che occorra, purchè non trattino direttamente col venditore, bensì con un rappresentante o nuncio. Codesto nuncio può ancora essere scelto da loro, ma resta pur sempre rappresentante non di quelli che l'hanno nominato e presentato, bensì delle persone a cui lo presentano. In un solo caso l'artificio è lasciato da parte, quando cioè il nuncio sconosca i bisogni dei frati o ne manometta i diritti, chè in tale congiuntura i frati hanno facoltà di agire contro l'infido amministratore, riconoscendolo per tal guisa come loro rappresentante. Anche oggi le associazioni religiose, che perdettero la personalità giuridica, adottano l'espediente di farsi rappresentare da un privato, che in nome suo acquisti, venda, accetti le donazioni e somiglianti. Se non che oggi contro il rappresentante infido le associazioni non hanno azione alcuna, perchè lo Stato non può riconoscere quel patto, che non aveano facoltà di stringere; ma nel secolo decimoterzo le cose andavano diversamente, ed i francescani poteano godere tutti i vantaggi della rappresentanza senza temerne i danni. I legali della Curia la sapean lunga![698]
Un altro temperamento era questo. La regola proibiva severamente la rivendicazione dei proprii diritti. Se altri ti porta via il mantello, cediglielo volentieri. Se poteri pubblici o privati vi scacciano dalle vostre case, non procurate di restarvi. E se s'impadroniscono delle suppellettili vostre, non gli resistete; perchè nulla appartiene nè a voi nè alla comunità; nè sta a voi di decidere chi sia il padrone vero. Queste disposizioni, che tirate a fil di logica dal precetto della povertà assoluta, mettevano il nuovo sodalizio in balìa del primo venuto, furono ingegnosamente attenuate da Gregorio. In luogo dei frati, ei dice che non possono possedere, sottentra la Santa Sede, alla quale spetta la proprietà delle case e masserizie fratesche. Questa poi ne cede l'uso ai sodalizii a patto che non la sperperino, e la facciano rispettare. Altra finzione giuridica che fece fortuna e venne dipoi più nettamente formulata da Innocenzo IV.[699]
Codesta novità, ed il rigido governo di Elia esacerbava il partito intransigente[700] che ogni giorno più s'ingrossava degli scontenti di qualunque specie. Fra costoro primeggiavano, al dir di Salimbene, i frati di messa, i quali mal tolleravano che crescesse il numero dei colleghi laici, e peggio ancora che fussero messi a pari di loro, che si tenevano di molto superiori. Ma il generale tenne duro, e nel giro di pochi anni accolse tanti laici che superavano in qualche casa i chierici, e conferì loro pari diritti ed onori, e taluni levò anche al grado di ministri.[701] Così si mostrava osservante della regola, innanzi alla quale tutti i membri del sodalizio eran pari,[702] e nello stesso tempo ingrossava il suo partito.
Ma non ostante queste provvide misure l'opposizione non era fiaccata, e semprepiù violente si faceano le accuse contro il generale. Lo s'attaccava ormai non pure nel governo dell'ordine, ma nel carattere e nel costume rappresentandolo come superbo, disdegnoso di vivere e mangiare in comune coi frati, amante delle buone vivande e della vita molle e voluttuosa. Gli si rimproverava di non visitare personalmente le case dell'ordine, e se mai non a piedi, ma su ben pasciuti cavalli; di non convocare il capitolo generale per tema che i ministri oltramontani lo sbalzassero di seggio; nel mentre era novamente sentito il bisogno di una costituzione generale che ponesse freno agli abusi.[703] È ben difficile separare in queste accuse il vero da ciò che v'aggiunge lo spirito di parte; e non è chiaro il perchè v'abbia prestata fede Gregorio IX, un tempo amico e protettore di frate Elia. Che il Papa trovasse giuste le accuse del partito intransigente non è credibile, perchè egli stesso dette licenza ad Elia di punire i riottosi, e pubblicò una bolla per interpetrare la regola in un senso assai temperato. Io credo probabile che il Papa la rompesse col generale francescano per motivi politici. Già dicemmo che costui era egualmente accetto ed a Gregorio e a Federigo, e Salimbene ci dice che spesso faceva da mediatore tra l'uno e l'altro. Forse in questi negoziati ei si mostrò più favorevole alla causa imperiale. Uomo pratico e moderato avrà fatte le sue osservazioni sull'intemperanze della Curia, nè v'era bisogno d'altro per cadere in disgrazia del Papa.[704]
Per codeste ragioni Gregorio la dette vinta al partito intransigente, nè solo depose il mal capitato generale, ma fattolo espellere dall'ordine, lo scomunicò solennemente. E certo gli sarebbe incolto peggio se Federigo non l'avesse tolto sotto la sua protezione. All'accorto imperatore, accusato di eresia, tornava di gran giovamento avere dalla sua il compagno di S. Francesco, che pochi anni innanzi era tenuto in grande rispetto dallo stesso Papa.[705] E dell'opera dell'ex francescano Federigo ebbe grandemente a lodarsi, talchè gli affidò una delicata missione presso l'imperatore di Costantinopoli, come si rileva da una lettera imperiale al re di Cipro.[706] Così per tutto il resto della sua vita frate Elia si tenne stretto al partito imperiale, nè è ben certo che si sia ricreduto sul letto di morte.[707] L'appoggio prestato dall'Imperatore al capo dei moderati francescani è senza dubbio una delle ragioni che mossero gl'intransigenti a giurargli quell'odio implacabile, che traspare dalla Cronaca del Salimbene. I rigoristi non avevano certo a lodarsi del Papa,[708] e coll'Imperatore che voleva restituire la Chiesa alla povertà gloriosa dei primi secoli,[709] avrebbero dovuto andar d'accordo, come fecero più tardi con Ludovico il Bavaro. Ma l'opposizione ascetica non era ancor matura per fondersi colla ghibellina. Gl'intransigenti francescani sebbene aspreggiati dal Papa, si davano per i campioni più risoluti della Chiesa, nè Federico fece un passo per amicarseli, chè anzi accolse nel suo consiglio il capo del partito opposto. Non occorreva altro perchè agli occhi di quegli esaltati apparisse come l'Anticristo, preannunziato dall'Apocalisse.[710]
IV
Dopo la caduta di frate Elia il partito intransigente riprese vigore, e i due generali che l'un dopo l'altro gli successero, frate Alberto pisano, e frate Aimone inglese, forse vi appartenevano.[711] L'ultimo scrisse un Commento ad Isaia senza dubbio sul gusto di quello attribuito a Gioacchino, stante che gl'intransigenti abbracciavano con fervore le idee dell'abate calabrese, e per distinguersi dai loro avversarii volentieri si davano il nome di Gioachiti.[712] Quale affinità corresse tra le dottrine del Florense e le francescane non è difficile scoprire. Gioacchino avea predetto che al secondo periodo, ovvero al regno del clero secolare sarebbe succeduto il terzo periodo, vale a dire il regno dei monaci. I minoriti ora soggiungevano che i veri monaci non erano nè i benedettini, sfolgorati da Gioacchino stesso,[713] nè i florensi, che non avean saputo intendere il segreto pensiero del loro fondatore, e si mostravano non meno avidi e litigiosi dei loro predecessori; bensì i nuovi ordini mendicanti, e specialmente il francescano, il quale solo avea saputo tradurre in atto l'ideale della carità vagheggiato da Gioacchino. Oltrechè colla creazione dei nuovi istituti, non si trattava di aggiungere ordine ad ordine, ma d'innovare profondamente la vita religiosa; chè per conformarsi scrupolosamente alla regola bisognava che gli uomini, cangiato il corso delle loro idee, e soffocate le tendenze loro più abituali, si tramutassero in angeli.
Con S. Francesco adunque più che con S. Benedetto si poteva dire, secondo i minoriti, cominciata la nova età, l'ultimo e più splendido periodo della storia umana, e Gioacchino stesso avrebbe a mente loro mirabilmente predetto questi avvenimenti, chè dovunque egli parla di due ordini si deve ben intendere dei domenicani e francescani. E se l'allusione non era ben chiara nelle opere autentiche, altri scritti balzavan fuori nel nome dell'abate calabrese, dove le profezie pareano più determinate, e più trasparenti le allusioni ai fatti recenti.[714] Nè questa sostituzione era difficile, perchè dopo la solenne condanna delle opinioni teologiche dell'abate Gioacchino, le sue opere cadute in sospetto si tenevan come nascoste,[715] ed il Salimbene ci narra di un frate florense, che da Lucca le trasportò in segretezza in un convento francescano di Pisa per sottrarle al saccheggio delle soldatesche di Federico.[716] Siffatto mistero, che ravvolgeva le opere autentiche, era senza dubbio la condizione più favorevole per la nascita delle spurie. E l'ordine francescano, dove le menti erano più esaltate, si mostrava più inchino di tutti gli altri a codesta letteratura pseudonima. Così nel breve giro di pochi anni nacquero i commenti ai profeti ed agli evangeli, che abbiamo già ricordato; nè solo i libri sacri si commentarono ma benanco i profani, come le supposte profezie della Sibilla e del Mago Merlino.
Codesta letteratura pseudonima ebbe, come dicemmo, grande credito e diffusione; ma non sì che gli stessi gioachiti non sapessero ben distinguere le opere autentiche dalle apocrife. Chè anzi quando si fecero a raccogliere in un corpo solo le scritture del profeta non vi ammisero se non la Concordia, il Commento all'Apocalisse e il Decacordo.[717] Ed a queste opere, che sono come un'opera sola, divisa in tre parti, dettero il nome di Vangelo eterno, che tolsero dall'Apocalisse, sebbene Gioacchino non ne avesse fatto uso.[718] Così tornarono alla luce gli scritti di Gioacchino, e senza interpolazioni a quel che pare; ma quando occorreva di spiegare meglio il pensiero dell'autore, o dare maggiore esattezza alle sue profezie, gli editori vi aggiunsero delle note. Ed al tutto poi premisero larga introduzione (Introductorius), in cui, pur riassumendo la dottrina dell'abate calabrese, le dettero maggior rilievo e colore.[719]
Questa pubblicazione levò grande rumore non tanto forse per le dottrine che vi si esponevano con insolita libertà, quanto per le circostanze che l'accompagnarono e seguirono. Ferveva allora la guerra tra il clero secolare ed i nuovi ordini religiosi. Il primo, geloso dei suoi privilegi, mal permetteva che i frati imprendessero a predicare senza invito o licenza delle autorità ecclesiastiche, ed ai parroci facessero formidabile concorrenza nelle messe, nella confessione, nelle sepolture.[720] E come se tutte queste ragioni di dissidio non bastassero se n'era aggiunta una nuova e più formidabile, quella dell'insegnamento. I Domenicani da prima, e sul loro esempio anche i Francescani, ambivano alcune cattedre nell'Università parigina, che era come il centro della vita intellettuale d'Europa, e dove da gran tempo dominava indisturbato il clero secolare. I nuovi ordini certo valevano ad imprimere più vigoroso slancio agli studii, chè gli uomini più eminenti del secolo quali Alberto Magno, S. Tommaso, Francesco di Hales, S. Bonaventura appartenevano ai loro sodalizii. Ma l'autorità universitaria era ben a ragione sospettosa di codesti novi insegnanti, i quali formavano come un'accademia a parte, emula dell'antica, ed insofferente di disciplina.[721] E la guerra durò lunga ed ostinata, e non ostante le quaranta bolle di Alessandro IV in favore degli ordini, non si fece la pace se non quando ambo i litiganti furono stanchi di lottare.
In codeste congiunture fu pubblicato l'Evangelo eterno, il quale porgeva un'arme così poderosa, che si sospettò, manifestamente a torto, non fosse stata fabbricata dagli stessi avversarii degli ordini.[722] Certo è che il clero secolare se ne valse abilmente, ed una copia del terribile libro fu mandata al Papa, e Guglielmo di S. Amore, nella sua invettiva contro i mendicanti,[723] ne rilevò con mano maestra le pericolose dottrine. Ma ora che ci venne fatto di ricordare l'opuscolo del Rettore dell'Università parigina, non sarà inopportuno fermarvisi alquanto per toccare di alcune somiglianze, forse non abbastanza avvertite, tra il fare dei Gioachimiti e quello di Guglielmo. Tanto gli uni che l'altro sostengono essere il loro tempo molto prossimo ad una grande catastrofe, ed i segni precursori li rintracciano concordemente colla scorta dell'Apocalisse e dei Profeti. E deplorano entrambi le calamità del loro secolo, e ne prevedono ancor maggiori nel prossimo avvenire.[724] Ma non ostante siffatte simiglianze, anzi forse a cagione di esse, il pensiero di Guglielmo è proprio l'opposto del gioachimismo. Per i seguaci dell'abate calabrese i falsi profeti, sorretti da perversi e potenti re, saranno i sacerdoti sullo stampo d'Ario, o altro dottore simigliante dalla facile parola, e dall'argomentar sottile; per Guglielmo invece sono i mendicanti stessi, che usurpano gli ufficii altrui, e sotto il manto di falsa pietà desiderano maggiori poteri, guadagnando per mezzo delle donne il favor popolare e per via dei cortigiani quello dei principi.[725] Pei Gioachimiti l'avvenire della Cristianità sta nella sostituzione degli ordini mendicanti al clero secolare, per Guglielmo nel rifiorire del sacerdozio, poi che saranno rimossi gli elementi perturbatori, che ne minano la potenza.[726] Da questo raffronto non credo temerario inferire che il libro De Periculis s'è ispirato all'Evangelo eterno, ne è per così dire la palinodia.
E codesto rapporto tra i Gioachimiti e Guglielmo di S. Amour non si smentisce neanco negli altri scritti successivi, nè nel rifacimento del De Periculis che va sotto il titolo Collectiones catholicae et canonicae scripturae ad defensionem ecclesiasticae hierarchiae,[727] nè nel libro De Antichristo, che dal Le Clerc venne rivendicato al nostro Guglielmo. Intorno a quest'ultima opera va notato che il discorso sull'Anticristo era comune a quanti credevano alla prossima rinnovazione del mondo. Chi fosse quest'essere misterioso, che dovea apportare tanti danni alla Chiesa, quali segni l'avrebbero preceduto, in qual tempo sarebbe nato, eran tutte dimande che correvano per le bocche dei Gioachiti. L'abate calabrese avea ben pensato d'intender per l'Anticristo non un essere unico, bensì il complesso di tutti gli oppositori e vecchi e novi della Chiesa; ma codesta interpetrazione, così elastica, non bastava più ai suoi successori, che amavano maggiore precisione e determinatezza. E già sappiamo che la maggior parte dei gioachiti intendeva Federigo II. Guglielmo riprende l'interpetrazione di Gioacchino, e lasciando nell'ombra la figura dell'Anticristo non ha cura di determinare se non i suoi predecessori, che già indoviniamo quali debbono essere, quei falsi profeti, quegl'ipocriti, quei monaci girovaghi, di cui si doleva la Regola di S. Benedetto.[728]
Ma torniamo al libro De novissimis periculis, che fu come il grido d'allarme dato dal clero regolare contro i frati mendicanti. Non occorre dire che fu condannato nel 1256 da Alessandro IV, strenuo protettore dei nuovi ordini.[729] Il Rettore dell'Università parigina, difendendo la gerarchia cattolica, e l'autorità dei vescovi contro le usurpazioni fratesche avea stabilito che quest'ordinamento era stato istituito direttamente da Gesù Cristo, e neanche il Papa avrebbe potuto mutarla. Talchè quando il Papa concedeva ai domenicani di predicare nel suo nome, era da supporre vi sottintendesse il beneplacito del vescovo, senza di che il governo della diocesi non sarebbe stato affidato ad un solo capo, ed il disordine e la ruina della Chiesa ne sarebbe conseguita.[730] Codesta argomentazione feriva l'illimitata supremazia del Pontefice, nè v'è da far le meraviglie che Alessandro l'abbia condannata. Nel sostenere la causa dei domenicani il Pontefice sosteneva la sua, perchè i frati e da predicatori e da inquisitori si presentavano come legati del Papa, e per quanto prestigio e credito togliessero all'autorità episcopale, altrettanto ne crescevano alla pontificia.[731]
La condanna del De Periculis portava con sè quella dell'Evangelo eterno; chè se quel libro colpiva di fianco la gerarchia, questo la feriva nel cuore. Nè Alessandro senza taccia di parzialità avrebbe potuto passar sotto silenzio un libro denunziato dall'Università, e mandato dal vescovo di Parigi al predecessore Innocenzo IV. Ma d'altra parte il Papa ben sapeva che l'opera incriminata apparteneva a quel partito gioachimita, che contava tanti illustri seguaci tra i francescani, a cominciare da frate Giovanni da Parma, eletto a voti unanimi generale dell'ordine sin dal 1247. Oltrechè una censura pubblica del libro si sarebbe certo ripercossa su quei frati, dei quali egli era stato sempre il più strenuo difensore da cardinale, e seguitava ad esserlo da papa. Per queste ragioni decise di sottoporre lo scritto incriminato ad una Commissione di prelati consapevoli della gravità del verdetto, che stavano per pronunziare. I commissarii si riunirono tosto ad Anagni, e con tutta diligenza si misero all'opera, come si pare dal resoconto delle loro sedute, che tuttora si conserva in due manoscritti della Biblioteca Nazionale di Parigi.[732] Ben s'accorsero i giudici che l'Evangelo eterno constava di due parti, l'una moderna, l'introduzione e le note, l'altra antica, le tre opere dell'abate Gioacchino;[733] ma e l'una e l'altra condannarono del pari come contrarie all'ortodossia, ed Alessandro s'accomodò al loro giudizio.
Fu giusta la sentenza dei giudici, e doveva Gioacchino esser coinvolto nella condanna dei suoi interpetri? Che l'Introduttorio e le note fossero giudicate poco ortodosse non è da far le meraviglie, perchè i Gioachimiti non ponevano nessuna cura ad attenuare il contrasto tra il Vangelo del Figlio e quello dello Spirito, ovvero sia l'Evangelo eterno. E questa differenza abbiamo già notata tra Gioacchino e i suoi seguaci, che mentre ei cerca di attenuare il contrasto tra la legge presente e la futura, e questa considera come l'integrazione di quella, i suoi discepoli al contrario tengono a rilevarne le discrepanze.[734] E nell'Introduttorio vien dato al nuovo Vangelo un nome differente chiamandolo, ad imitazione dell'Apocalisse, eterno come se volessero contrapporlo ad un vangelo mutevole e caduco;[735] laddove Gioacchino dichiara espressamente non esservi due evangeli, ma un solo, nè usa mai il nome di Vangelo eterno parlando del nuovo periodo, bensì l'altro d'intelletto spirituale.
L'Introduttorio non dubita di affermare che il Nuovo Testamento avrà vigore solo fino al 1260, e che da quel tempo in poi al vangelo di Cristo succederà un nuovo vangelo, come ai sacerdoti di Cristo sottentreranno altri sacerdoti; perchè nessuno altro potrà insegnare la dottrina dello Spirito se non quelli che a simiglianza degli apostoli vanno a piè nudi.[736] Gioacchino non avrebbe mai tenuto un linguaggio così irriverente. E certo non sono estratti dalle sue opere genuine quei passi arditi, che feriscono la Chiesa romana, come questo, che a lei appartiene la sola interpetrazione letterale del Nuovo Testamento, non la più profonda e spirituale, e che i Greci fecero bene a separarsi da essa, e che la Chiesa greca cammina sulle orme dello Spirito molto più che la latina.[737] Abbiamo già ricordate le preferenze di Gioacchino per la Chiesa greca; ma certo non l'avrebbe esaltata di tanto egli che soleva rimproverarle alcune istituzioni come il matrimonio dei preti. Nè avrebbe in ogni modo approvato lo stacco delle due Chiese, ei che tante volte lo avea rimpianto nei suoi scritti.
Non meno esplicite dell'Introduttorio son le note, che senza alcun riguardo coloriscono quelle parti, che Gioacchino lascia nell'ombra. Come ad esempio nei luoghi della Concordia ove l'abate calabrese aveva toccato dell'abbominio, che avrà luogo nello scorcio del secondo periodo, le note ci dicono che cosa s'intenda per codesto abbominio, che sarebbe il pseudo Papa, ovvero il Papa simoniaco che regnerà sul finire del sesto tempo.[738]
Ma se l'Introduttorio e le note usavano frasi più incisive, e davano al pensiero di Gioacchino maggiore precisione, non s'ha da inferire che la dottrina, in esse insegnata, fosse diversa da quella del pio abate. La copia di passi, raccolti dai giudici di Anagni, mette fuor di dubbio, che nei punti essenziali commento e testo andavan pienamente d'accordo. La maggior parte delle immagini adoperate nell'Introduttorio per colorire il rapporto tra i tre periodi sono tolte di peso da Gioacchino, sopratutto da un capitolo della Concordia, da noi già citato altrove, ed accortamente rilevato dai giudici di Anagni.[739] E se Gioacchino non adopera la parola di Vangelo eterno, certo è che se avesse dovuto dare un nome all'interpetrazione allegorica dei sacri testi, non ne avrebbe scelto un altro. Nè solo i giudici di Anagni, ma i Gioachimiti stessi citavano un luogo del Decacordo, a dimostrare che con quella denominazione non si dipartivano dall'insegnamento di Gioacchino.[740] Un altro punto rilevavano a ragione i giudici di Anagni, l'esaltazione del monachismo a scapito[741] del clero secolare. Ed in verità se pure i commentatori leggevano negli scritti di Gioacchino accenni a lui, a S. Domenico e S. Francesco, che egli non avea fatti, nè poteva fare,[742] certo è che dei nuovi ordini mendicanti non dicevano nè più nè meno di quel che avea scritto lui intorno ai monaci spirituali. Il monachismo per Gioacchino è un istituto, che col tempo assorbirà tutti gli altri della Chiesa, quando al Vangelo inteso secondo la lettera sottentrerà il vero spirito evangelico. Allora succederà una profonda innovazione, ed a quel modo che la legge mosaica venne abolita all'apparire della nuova legge, così il Vangelo letterale dovrà cedere alla nuova interpetrazione. La parola evacuatio applicata al vangelo non appartiene ai Gioachimiti, ma a Gioacchino stesso, il quale, benchè non osasse confessarlo a sè stesso, era pur portato dalla sua teoria dei tre stati alla conseguenza, che il secondo debba scomparire per far luogo al terzo.[743] E questa teoria avea profonde radici nelle sue convinzioni teologiche, formulate non pure nell'opuscolo polemico che nel 1255 non esisteva più, ma nel Decacordo, e nel De Articulis fidei, come appar chiaro dai passi, che i giudici di Anagni seppero raccogliere.[744]
La condanna dunque del Gioachimismo era giusta, e per nulla esagerato il grido d'allarme levato dal clero parigino. La dottrina dell'Evangelo eterno menava dritto alla distruzione della gerarchia, stantechè nel terzo periodo ha da prevalere quella legge d'amore, che agguaglia tutti i membri della società umana, sciogliendoli dai vincoli della subordinazione. Non è dunque meraviglia che Alessandro IV l'abbia solennemente riprovata, ingiungendo al vescovo di Parigi di sequestrare e bruciare tutti i libri dove fosse esposta.[745]
Ma chi è l'autore dell'Evangelo eterno? L'Eccard, che scrisse nella seconda metà del secolo decimoquarto, l'attribuisce secondo la comune tradizione a Giovanni da Parma.[746] Il Salimbene invece nomina esplicitamente un altro gioachimita, Gherardo di S. Donnino.[747] E l'autorità del Salimbene, cronista contemporaneo, e gioachimita anche lui, è tale, che tutti gli scrittori moderni vi s'acquetarono. Il buon frate, ammiratore ed amico del suo generale, avea certo tutto l'interesse di nascondere la verità, ma che la sua testimonianza almeno in parte sia veridica, è provato dal resoconto del processo di Anagni, dove esplicitamente è detto che l'autore delle note è frate Gherardo. Se non che è da dubitare che l'autore delle note abbia anche scritto l'Introduttorio, perchè gl'inquisitori d'Anagni nel citare i passi dell'Introduttorio si sarebbero serviti della stessa dicitura, che costantemente adoperano per le note, nè avrebbero dato come anonimo l'Introduttorio, mentre tutte le volte che vien fatto di citare una nota, ripetono costantemente il nome dell'autore.[748] L'ipotesi più semplice per spiegare le reticenze è questa, che l'autore dell'Introduttorio sia diverso da quello delle note, e che agl'inquisitori rincresca di nominarlo. E se codesto autore fosse Giovanni da Parma, che godeva una grande reputazione di santità, ed a quel tempo era tuttora generale dell'ordine, i riguardi degl'Inquisitori sarebbero facilmente spiegabili.[749] Se la cosa stesse così, dovremmo ammettere che la compilazione dell'Evangelo eterno non appartenga ad un solo, bensì a due e forse anche a tre membri del partito gioachimita. L'un d'essi, il più autorevole, scrisse l'Introduzione generale, l'altro o gli altri le glosse introduttive ed esplicative.[750]
Questa ipotesi spiegherebbe perchè dopo la condanna dell'Evangelo eterno venissero sottoposti a processo non solo fra Gherardo, ma fra Giovanni e fra Tommaso e tutti e tre condannati del pari. Nè fanno intoppo le ragioni che il Wadding e l'Affò hanno recato per scagionare fra Giovanni.[751] Perchè al di sopra di tutte le apologie sta il fatto che fra Giovanni apparteneva al partito gioachimita, anzi ne era come il capo e l'ispiratore.[752] E noi vedemmo che tra l'Introduttorio e le opere autentiche di Gioacchino non corre disparità sostanziale, se non che in quello sono più nettamente e con maggior vigore formolate le stesse dottrine, insegnate in queste. Se dunque ripugna che abbia scritto l'Introduttorio un uomo di grande pietà, da Innocenzo IV mandato per gravi missioni in Grecia, e da questo e da Niccolò III[753] preposto ad alti ufficii, ripugnerà altresì che egli abbia appartenuto al partito gioachimita, e creduto nel prossimo avvenire di una nuova fase nella vita religiosa dell'umanità.[754]
Ma chiunque sia stato l'autore dell'Evangelo eterno, certo è che la condanna del libro fu un terribile colpo per la frazione gioachimita dei francescani, e le stesso generale dell'ordine, appartenente a quella parte, fu costretto a dimettersi, come un tempo toccò al capo della parte moderata.[755] Gli successe un uomo di gran cuore e di grande mente, S. Bonaventura, il quale sapeva tenersi lontano dagli eccessi dei due partiti, e difensore caloroso della povertà, sapea pur tener conto dei temperamenti necessarii alla pratica della vita. I cronisti francescani raccontano che fra Giovanni stesso avea indicato a suo successore fra Bonaventura. Ma questo racconto, dovuto all'industre pietà dei narratori, che amavano di attenuare i contrasti, e mostrare l'ordine molto più unito di quel che in realtà fosse, è in contraddizione con altre fonti gioachimite che presentano sotto altra luce S. Bonaventura.[756] Però questo è fuor di dubbio, che il nuovo generale si comportò con molta umanità verso il partito dei gioachimiti; nè frate Ugone, nè il Ghiscolo, nè altri molti furono molestati, benchè è da credere che non abbiano rinunziato all'antica fede. I soli perseguitati furono gli autori del libro condannato tra i quali lo stesso generale, testè rimosso.[757] Non valse la dignità dell'ufficio disimpegnato con apostolico zelo per lo spazio di dieci anni, non valse la santità della vita, e la grande reputazione a salvare fra Giovanni, il quale insieme ai suoi compagni, fra Gherardo e fra Leonardo, sarebbe stato condannato alla prigionia perpetua, se non fosse accorso in suo ajuto il cardinale Ottoboni, che fu poi papa Adriano V.[758] In grazia di questo potente intercessore fu concesso a Giovanni di scegliersi il luogo del suo ritiro, mentre Leonardo e Gherardo morirono in prigione.[759]
V
Queste misure di rigore portarono lo scoraggiamento nei Gioachimiti, e parecchi senza dubbio sentirono intiepidire la loro fede, come accadde al Salimbene, che morto Federico II, prima di avere apportato alla Chiesa gli estremi danni, cominciò a dubitare delle dottrine a lui sì care, e le sconfessò del tutto allorchè si chiuse il fatale anno 1260, senza la sperata innovazione.[760] Ma se i più vacillavano, non mancava certamente chi tenesse fermo negli antichi convincimenti, e le dottrine di Gioacchino rinfrescasse adattandole alle nuove condizioni. Tale fu Pier Giovanni Olivi, col quale la Cronaca a noi già nota comincia la quinta tribolazione.
Nacque il nostro frate nel 1247 a Serignano nella diocesi di Béziers; a dodici anni entrò nella religione dei minoriti, il che non gl'impedì di fare i suoi studii nell'Università parigina, ove prese il grado di baccelliere.[761] Scrisse molti libri, tra i quali uno in lode di Maria, ove pare avesse talmente esaltata la vergine, che il generale dell'ordine, succeduto a S. Bonaventura, fra Girolamo d'Ascoli, lo condannò a bruciare il libro colle sue mani.[762] Questa prima persecuzione ebbe luogo nel 1278; e ben presto le tenne dietro un'altra più grave. In un Capitolo generale tenuto a Strasburgo nel 1282 fu accusato d'eresia, e l'anno dopo il generale Bonagrazia si recò a bella posta in Francia per fare esaminare gli scritti di lui, che da una Commissione di quattro dottori e tre baccellieri, furono condannati come pericolosi. Nel frattempo il generale morì, ed essendosi l'autore sottomesso,[763] le persecuzioni cessarono per ricominciare nel 1285, quando il nuovo generale, Arlotto da Prato, lo chiamò a Parigi per difendersi dalle accuse, che gli movevano Riccardo di Middleton e Giovanni di Muro. Pietro v'andò e si difese abilmente, e confuse così i suoi accusatori, che il generale non ebbe animo di condannarlo.[764] Cinque anni dopo ricominciarono le persecuzioni non in verità contro di lui, bensì contro i suoi discepoli, che per ordine dell'antico generale Girolamo Ascolano, divenuto ora papa Niccolò IV, vennero inquisiti e condannati. Il maestro fu risparmiato per quella volta;[765] ma nel 1292 ebbe novamente a scolparsi innanzi ad un Capitolo tenuto a Parigi, e fu salvo in grazia di alcune accorte dichiarazioni.[766] Morì il 6 marzo 1297, e dal letto di morte par che abbia ribadita la dottrina esposta nei suoi scritti.[767]