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L'ignoto: Novelle cover

L'ignoto: Novelle

Chapter 14: II
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About This Book

This collection of short narratives sketches life in southern Italian towns through vivid scene-setting and compact character studies. Episodes range from a twilight encounter on a river bridge between a mysterious young woman and a schoolboy to other vignettes that illuminate poverty, longing, social manners, and faint comic grotesques. Atmospheres rely on precise landscape detail, seasonal light, and urban sounds to underscore loneliness, suppressed desires, small cruelties, and moments of tenderness. The stories alternate melancholic observation with local color, offering varied portraits of people caught between public indifference and private urgency.

«COCOTTE»

I

Erano le cinque ore del mattino. La grande lampada posta davanti alla statua di legno di Sant’Ignazio ardeva nella cappella del carcere femminile di Santa Maria ad Agnone, ancora addormentato. Fra poco le recluse avrebbero udito la campana della sveglia e sarebbero scese a borbottare le solite preghiere nella penombra di quel tempietto freddo e malinconico, i cui quattro finestroni affacciano sul tortuoso vicolo afrodisiaco intitolato dallo stesso nome delle prigioni e frequentato da soldati e da male femmine.

In quell’ora—l’ottobre era agli ultimi suoi giorni—il vicolo, affatto deserto, offriva a’ sorci o a qualche cagnuolo abbandonato e vagante la copiosa vettovaglia de’ suoi rifiuti e della sua spazzatura, ammonticchiati qua e là. Due fanali a gas, dal muro di faccia alle carceri—il muro cieco e altissimo d’un monastero di Clarisse—stendevano due braccia di ferro, una delle quali, spiccandosi di su la piccola porta antica del monastero, coronata da un festone marmoreo e dallo stemma quattrocentesco d’una famiglia illustre, si puntava proprio rimpetto a uno dei finestroni della cappelletta e ne inquadrava la sagoma sulla interna e prospiciente parete della chiesuola, ove parte d’un vecchio quadro se ne illuminava anch’essa, vagamente. L’altro fanale, molto più lontano, stava sulla garitta della sentinella, addossata allo stesso muro claustrale lì ove il vicolo cominciava a far gomito, e a qualche passo dalla porta delle prigioni.

Il silenzio era alto, la notte fresca.

La sentinella—un soldato di fanteria, che s’era posto il fucile ad armacollo—passeggiava con le mani in saccoccia, e zufolava. Talvolta, lasciandosi a dietro per buon tratto la sua garitta, allungava il passo fino all’arco depresso ed oscuro ove il vicolo sbucava, nell’alto, sulla deserta via de’ Santi Apostoli. Talvolta, soffermandosi, piantato sulle gambe allargate, il soldato interrogava lungamente, con gli occhi in su, quella fetta di cielo che le alte mura della prigione e quelle del monastero pareva che attingessero con le loro creste taglienti: un pezzo di cielo sereno, rischiarato come da un lume prossimo ed invisibile. Era imminente l’alba. Difatti, a poco a poco, cominciò a mancare sulla interna parete della chiesetta quel riverbero giallastro che il lume del fanale vi stampava. Si liberarono a mano a mano dall’ombra l’altare, le scranne in fila, le pareti coperte di vecchie tele e di quadretti votivi, il piccolo confessionale di cui lo sportello era rimasto schiuso, e uno scarabattolo a vetri, custodia d’un presepe addossato a uno de’ pilastri.

Pareva come se da gran tempo quel luogo fosse rimasto abbandonato: vi avevano conquistato ogni angolo le ragnatele, la poca cura della suppellettile ve la lasciava coprirsi di polvere o di muffa e l’umidità esalava un tanfo di terriccio rimosso. Continuando la luce a mostrare quelle cose la breve navata del tempio anch’ella se ne abbeverò a poco a poco tutta quanta. Si svelò, dietro l’altare, la porticina della sagrestia, e l’altare medesimo, carico di frasche e di candelieri, si bagnò tutto del freddo chiarore mattinale: la tovaglia ad orlo ricamato che v’era stesa sopra vi sembrava appiccicata con l’acqua. E come, per un vetro rotto d’uno de’ finestroni, penetrava là dentro il vento a quando a quando e sibilava, qualche volta, davanti alla statua di Santo Ignazio, la fiamma della lampada, investita da una folata più veemente, allora si inclinava e pareva che si volesse spegnere a un tratto.

Era giorno, adesso. Le ore suonavano al vicino orologio dal palazzo della Vicaria, lente e chiare. Nel vicolo s’arrestò in quel punto il romore de’ passi della sentinella: il soldato contava que’ rintocchi della campana e aspettava il cambio. Difatti s’udirono altri passi frettolosi e pesanti accostarsi dal lontano e subitamente davanti alla garitta si posarono sul selciato, con un romore breve e ferreo, i fucili: una voce dava la consegna, nel silenzio: e la voce della sentinella rimossa le rispondeva piano, brevemente. Poi daccapo risuonarono i passi cadenzati, e s’allontanarono.

D’improvviso la porticella della sagrestia s’aperse tutta quanta. A una a una entrarono di là nella chiesa dodici suore della Carità e sedettero a un banco, rimpetto all’altarino. L’ultima, una vecchietta, si chiuse la porta a dietro e rimase in piedi, ritta, d’avanti alla mensola dell’altare. Non s’era udito romore e quelle donne erano come scivolate sul pavimento: dalle loro gonne molli e copiose non s’era partito alcun fruscìo. Ora, nella mezza luce, le cornette bianche s’allineavano, immobili.

Un colpetto di tosse ne scosse una, per qualche tratto.

II

La suora addossata all’altare si fece il segno della croce e disse:

—Sorelle mie, questo in cui ci troviamo per ordine della nostra reverenda madre generale è il carcere femminile detto di Santa Maria ad Agnone. Fino ad ora la cura delle sciagurate donne che sono qua dentro è rimasta affidata ai Gesuiti. Ma vi sono tante necessità, tante circostanze, non so come dire, per cui in una prigione femminile valgono meglio le donne che gli uomini. Insomma, s’è creduto necessario di farci venire qui a regolare non dico meglio, perchè i buoni padri Gesuiti lo hanno fatto assai bene per quindici anni, ma con affetto, con amore di sorelle, con tutte le cure di cui hanno bisogno, queste povere anime vissute nel peccato.

S’interruppe. Il suo sguardo percorse la bianca fila delle cornette e vi frugò sotto, come a interrogare le pallide facce che ombreggiavano, in parecchie delle quali sarebbe stato difficile leggere: erano volti da cui nulla traspariva per gli occhi, erano pupille immote, inespressive, abituate al riverbero della passività di anime apatiche, depresse dalla preghiera e dalla regola.

—Ho ancora qualche cosa da dirvi—soggiunse la superiora.

E mentre la chiesuola si rischiarava tutta quanta e di fuori già suonavano voci confuse nel vicolo, ella annunziò con voce più alta e più lenta:—Non tutte voialtre rimarrete qui, in servizio. Vi resterò io con otto di voi. Basteremo.

Subitamente fu picchiato forte all’uscio della chiesa. Di fuori, dal vasto cortile ove le recluse s’adunavano ogni giorno, una rauca voce femminile urlò:

—Monache! Monache! Ove siete?...

La superiora additò l’uscio alle compagne e ordinò:

—Aprite.

La porta s’aperse. Un fiotto di luce si riversò dal cortile nella chiesa e ne illuminò le ultime scranne. Tre o quattro donne apparvero sul limitare dell’uscio e vi si arrestarono, irresolute.

Una di esse, con le mani in cintola, protese la testa arruffata.

—Ma dove siete?—gridò.

S’udiva, nel silenzio, il loro ansimare: come se avessero voluto per le prime arrivare alla porticella della chiesa quelle donne respiravano forte. E, fra tanto, per la scala dei dormitorii altre recluse scendevano di furia nel cortile, urlando, ridendo, schiamazzando.

—Fuori, fuori!—strillò una che sopraggiungeva—Venite fuori, monache! Vi vogliamo vedere!

Si fece largo tra le compagne, stese le braccia e tornò a gridare, in fondo alla chiesa:

—Fuori! Fuori!

Le fece eco un urlio assordante.

—Fuori le monache!

Il cortile s’era affollato. Cento braccia si levavano, cento bocche continuavano a urlare. Sul pozzo che non s’usava più e sulla cui bocca era stata posta una tavola, tre o quattro delle recluse erano saltate in piedi, per veder meglio. E a un tratto, nella folla, avanzando, le suore apparvero e si raccolsero in un silenzioso gruppo, di faccia al pozzo.

La superiora balbettò:

—Figliuole...

Gli urli copersero la sua voce. E si mescolarono a quello schiamazzo spaventevole le apostrofi più insultanti, le più feroci invettive, delle risate scroscianti, delle frasi impure e minacciose. Intanto la scala de’ dormitorii seguitava a rifornire il cortile: ora, più lentamente, scendevano le anziane, orribili megere, discinte, qualcuna scalza perfino, qualcuna appoggiata a un bastone.

Vi fu un momento di silenzio. La fila delle suore si rinserrava. Strette l’una all’altra, pallide, palpitanti, gli occhi pieni dell’orrore della scena, esse affisavano sullo spettacolo insolito il loro sguardo impaurito. E s’udiva in quel silenzio un balbettio cadenzato, quasi un canto sommesso: una idiota sedeva al sommo della scala dei dormitorii e cullava sulle ginocchia un fantoccio di stracci la cui testa informe aveva incappucciata in una piccola cuffia bianca. Il fantoccio andava su e giù in grembo all’idiota, ed ella, piegata su quel sudicio fagotto, seguitava a ninnarlo:

—Oh, oh! Dormi, figlio... oh, oh!...

—Taci!—le gridò una vecchia—Finiscila!... Tutta la santa giornata il lamento di questa scema!

—Insomma?—fece un’altra, rivolta alla superiora—Tu non parli, eh, mamma grande?

—Ve lo dico io perchè non parla—esclamò un’altra—Questa santa donna...

Scoppiò a ridere. E mosse incontro alla suora, minacciosa.

III

Era una delle più singolari di quelle sciagurate. Alta, bionda, vestita d’un camice roseo dalle larghe maniche orlate d’un pizzo gialletto che s’era sciupato e sbrandellato, ella aveva dei braccialetti a’ polsi, e al collo nudo un filo d’oro da cui pendeva una medaglietta. Con la mano sinistra ora raccoglieva sul fianco la vestaglia, e appariva da quel lato, fino al polpaccio, la gamba calzata di seta nera; a’ piedi aveva scarpini bianchi, trapunti, d’un taglio elegante, e li trascinava su pel sudicio selciato del cortile. Certo era stata bella un tempo: ma adesso faceva paura. La sua voce rauca, alcoolizzata, d’un timbro maschile, superava tutte le altre. Un tremito spasmodico le percorreva di volta in volta le labbra, a’ cui umidi angoli si raccoglieva una lieve e lucente schiuma bavosa. De’ grandi occhi azzurrini nei quali palpitava quell’aura epilettica onde lo sguardo si esprime singolarmente tra il terrore e lo spasimo, entro gli orli arrossati delle palpebre ammiccavano di tanto in tanto, come offesi dalla troppa luce.

—Non parla poichè ha scorno! Noi le facciamo scorno, si capisce! Non è avvezza, la santa donna!

Fece un altro passo. E posò la mano sulle braccia conserte della suora. Sporse il capo. L’affisava muta.

—Ti secca, non è vero? Hai ragione. Delle suore tra le omicide, le ladre, le male femmine!...

Incrociò le braccia anche lei. E a una a una, curiosamente, squadrò le altre monache rimaste mute anch’esse e immobili. Nessuna di loro sostenne quello sguardo sfacciato: le suore abbassarono gli occhi, rabbrividendo.

—Dunque rimarrete con noi, non è vero?—disse la bionda—Onoratissime!

—Rispondi!—urlò un’altra alla superiora—Rispondi a Cocotte!

Allora la superiora rispose:

—Sì. Nove di noi. Le sceglierete voi stesse.

—Come!—disse quella che chiamavano Cocotte—Ma davvero?

—La nostra madre generale vi accorda questa facoltà.

—Voialtre! La sentite? Abbiamo il diritto di scegliere!

E Cocotte si voltò a dietro e chiamò le compagne con la mano.

Cento voci urlarono:

—Alla scelta! Alla scelta!

L’orribile turba frenetica si riversò sulle suore e le circondò, le agguantò, se le contese. Proruppe un assordante vocio.

—Io voglio quella!

—Io questa!

—Io quest’altra!

—La bruna!

—La grassa!

—Quella più modesta!

—Di qua, di qua! Da questa parte!

—Silenzio, silenzio! La vecchia vuol parlare!

—Ascoltate!...

—Un momento! Bisogna contare le prescelte!—disse una dal viso sconciamente butterato—Devono essere nove, con la vecchia.

Sotto il sole, davanti al pozzo, la fila delle suore aspettava.

Ora la butterata, con l’indice teso, s’era messa a contare.

—Una, due, tre, quattro, cinque e sei...

—Otto devono essere, le giovani—la interruppe Cocotte—E ne manca una...

Lievemente una mano le sfiorò il gomito. Una voce le mormorò:

—Prenda me...

Cocotte si volse. La suora che le aveva parlato ora chinava la testa: le sue braccia, nelle larghe maniche chiuse a’ polsi, pendevano come abbandonate. Un tremito impercettibile le correva lungo le mani bianche e nervose, che a un tratto s’afferrarono alla molle sottana azzurrina, convulsamente, e se ne empirono, come se volessero strapparla...

Gli occhi arrossati della vecchia peccatrice cercarono di spiare tra quel soggolo e quella cornetta.

Gli urli ricominciavano.

—Alla scelta! Alla scelta!

Disse Cocotte:

—Tocca a me. Scelgo io.

Stese la mano: prese il mento della suora tra pollice ed indice e lentamente le sollevò la testa. Un viso quasi ancora infantile, una pallida faccia di giovinetta si coperse subitamente di luce. Due grandi occhi cilestrini s’affisarono sulla reclusa, ansiosi e sbigottiti.

—Ma guarda!—fece Cocotte—È carina!... E come ti chiamano?

La suora balbettò:

—Suora Vittoria.

Cocotte le mise la mano sulla spalla, si volse alle compagne e annunziò:

—Io scelgo questa.

IV

A poco a poco il cortile si era vuotato. Ora un’improvvisa calura sciroccale umida e greve occupava l’aria. Il sole scottava. In quello spiazzato irregolare, rinserrato da muri grigi, alti e interrotti da linee non simmetriche di finestre e di poggiuoli, la luce pioveva come in un pozzo e vi si raccoglieva pesantemente. A uno de’ poggiuoli era seduta una reclusa, incinta, e rammendava un panno bianco che le si distendeva sul ventre rotondo e gonfio. Guardava abbasso, di volta in volta, e poi levava un lembo del panno per passarlo e ripassarlo sulla fronte sudata. Due altre donne, affacciate alla finestra accanto, chiacchieravano, e una fumava una sigaretta e sputava continuamente sotto, su un mucchio di calcinacci. E passavano e ripassavano dietro alle altre finestre altre recluse, e attraversavano corridoi e dormitorii, dai quali usciva un confuso vocio, uno strepito di voci discordi e di risate, un fracasso di porte e di vetrate sbattute. Nella infermeria, i cui quattro poggiuoli stampavano sul bianco muro rivolto a mezzodì il vivace colore de’ loro stipiti dipinti di verde, una suora già era sopraggiunta e apriva le persiane, sbatacchiandole sul cortile. Accanto, vestita d’un camice grigiastro e tutta raccolta sopra uno sgabelletto, a un cantone d’un altro poggiuolo, una malata infilava alla gamba scarna e nuda una calza, e si voltava a quel romore.

Improvvisamente la campanella del refettorio tintinnò. Le tre porte del refettorio s’apersero, giù a pian terreno, sotto gli archi che da quel lato ricorrevano davanti a un breve peristilio. Erano le otto del mattino e a quell’ora le recluse scendevano a sorbire il caffè. S’udì subito là dentro un romore di panche trascinate sul pavimento, s’udirono cozzare le chicchere e a un tratto, mentre si faceva un silenzio profondo, una voce lenta e nasale giunse di là fino al cortile.

—Figliuole, un’altra giornata della nostra vita principia. Ringraziamo la santa Vergine Maria, che ci ha concesso di vivere quest’altra giornata, e promettiamole di averla presente in tutte le nostre azioni. Un’avemaria secondo la intenzione di ciascuna di voi.

Seguì un breve mormorio come di preghiere recitate sommessamente. Poi ricominciarono lo strepito e il vocio.

—Hai sentito?—fece Cocotte a una spilungona che si trascinava dietro una seggiola in cortile e vi cercava un posto all’ombra—Ci raccomandano alla santa Vergine. I Gesuiti ci raccomandavano a quel bravo Eterno Padre, ti ricordi?

Levò il braccio e puntò al refettorio la mano spiegata.

—Idiote!—urlò.

E subito dette in una risata folle, tenendosi i fianchi, battendo i piedi a terra, scotendo i pugni stretti.

L’altra aveva trovata l’ombra e s’era seduta. Aveva cavato un coltellino e s’era messa a sbucciare un’arancia.

—Levati dal sole—ammonì.

E una voce, da una finestra, ripetette, forte:

Cocotte, levati dal sole!

—Ieri il Padre Eterno, oggi la santa Vergine!—strillò Cocotte—Napoli! Roma! Firenze! Si cambia!

Ora s’accendeva e s’agitava, sorpresa da que’ suoi vapori convulsivi per cui si cominciava a mano a mano a scolorire nel viso, a tremare, a balbettare parole senza senso.

Fece ancora qualche passo verso gli archi del peristilio e a un punto si soffermò, piegandosi quasi, allungando il collo, spiando...

—La piccola!...—mormorò.

Suora Vittoria appariva sotto uno di quelli archi.

Allora l’epilettica le si avvicinò, pian piano, con un sorriso ebete.

—Badi!—fece alla suora quella dell’arancia, e si levò—Badi! È malata!...

Suora Vittoria stese la mano, come per difendersi. Cocotte glie l’afferrò a volo e la strinse forte e la tenne fra le sue, borbottando.

Vi fu un silenzio pauroso. Adesso l’epilettica, estatica, la bocca spalancata, affisava la suora. E sul suo volto inquieto, impallidito improvvisamente, e negli occhi suoi stralunati cresceva un terrore subitaneo e angoscioso. Le sue labbra si sforzavano di articolar parole che vi s’interrompevano confusamente e vi morivano tra un suono gutturale. Poi, lentamente, le sue mani si rilassarono. Il balbettio scemò, s’udì appena. Ed ella si ritrasse, tutta raccolta sopra se stessa, piegata, in un atteggiamento di bestia.

Mise un alto strido, d’un subito, e barcollò.

—Scendi, Rita!—gridò la spilungona a una finestra—Porta un cuscino!

Accorreva, con la bocca ancor piena.

—Qui! Qui! Voialtre!

Sopraggiungevano le recluse, dal refettorio. Cocotte era caduta sul selciato, con un tonfo sordo. E come la suora, in quel punto, le aveva profferto le braccia l’epilettica le si era avvinghiata a’ fianchi, se l’era trascinata addosso e se la premeva sul petto ansante.

Al sole ardente che lo investiva quel gruppo di membra s’aggrovigliava e sobbalzava. Le braccia di Cocotte, nude fino alla scapola, ora percotevano l’aria, i suoi denti stridevano, ed ella mugolava come un bruto ferito.

—Lasciala!—gridò la butterata alla suora—Scostati!...

Si chinò, l’afferrò per la vita e tentò di svellerla da quelle braccia che l’avevano riafferrata, irrigidite e tenaci.

—Lasciala!

Cocotte, sfinita, ricadde di peso e restò immota.

La suora le passò una mano sotto il capo, si piegò, posò la sua guancia su quella faccia stravolta e bruttata di sozza bava sanguigna.

La butterata, ginocchioni, cercava di liberarla e le urlava, faccia a faccia:

—Ma sei pazza!... Ma bada!... Ricomincerà!...

Allora la piccola suora balbettò, soffocata da’ singhiozzi:

—Mia madre... Mia madre...


IL POSTO

L’ultima sera di dicembre del 18... il mio portinaio mi mise sul breve tavolino che mi serviva da tavola da pranzo e da scrittoio una lettera sulla cui busta era stampato tanto di Ministero della Pubblica Istruzione. Il decreto di nomina. Professore—finalmente!

Ed eccoti—pensai, spiegando quel foglio e scorrendolo con una rapida occhiata—eccoti dunque pedagogo a venticinque anni, nel meglio della vita e con tante altre e ben diverse illusioni nel cuore! Sta bene. E ora va: e insegna ai giovanetti sulla scorta dei soliti programmi: e ragiona loro de’ fatti di Pirro e di Leonida, delle guerre peloponnesiache e della ritirata dei Macedoni...

Lentamente, ricacciai quel foglio nella busta è la riposi sulla tavola. E rimasi lì, seduto davanti ad essa e quasi meravigliato della serenità con cui accoglievo quella notizia pur così attesa e che quasi non così presto mi aspettavo. Come!—pensavo—Tu conquisti un posto sicuro e che t’assicura la vecchiaia—tu riesci a procurarti uno stipendio certo quando tanti altri, più vecchi di te, e più meritevoli, e più umili ne sognano invano uno anche minore; tu raggiungi la piccola gloria dell’insegnamento, un titolo, l’avvenire, infine—e non benedici la provvidenza, e non ti reputi fortunato?

Vero, vero; solo al mondo, oramai—mia madre era morta nel luglio dell’anno precedente e avea seguito mio padre laggiù nel breve cimitero del mio paesello—io avevo dovuto, fin qua, vivere a Napoli—in questa città così grande, così espressiva, così movimentata—la vita dello studente povero e sconosciuto che si può appena permettere il lusso d’un solo e parco asciolvere al giorno e di un unico vestito all’anno. Un altro, dunque, al posto mio sarebbe stato davvero più contento.

Ma io rimasi lì, al cospetto di quella partecipazione, che parecchi dei miei compagni m’avrebbero certo invidiata, quasi a malinconicamente contemplarla. Per altri la vita cominciava di là, da quella carta. Per me, pareva che lì si dovesse arrestare. Sì, sì, arrestare! Come ritorcere l’animo mio, che si voltava addietro e vedeva a mano a mano allontanarsi, svanire quasi come in una nebbia fredda i più teneri ideali ch’esso aveva accolto fino ad ora? L’arte, la poesia, la letteratura, tutto un miraggio luminoso di plauso e di successo si dissolveva—e agli occhi della mia fantasia, che or andava architettando cose e persone e luoghi novelli, già, con una gelida evidenza, apparivano la scuola, la simmetrica linea dei banchi, le austere pareti, e l’ardesia e la cattedra dalla quale sarebbe suonata, su d’un tono ammonitivo, la mia povera voce non avvezza alla formola pedagogica.

Tornai ad aprire la busta, macchinalmente. Tornai a gettar gli occhi su quel foglio timbrato, percorso da una di quelle perfette calligrafie d’amanuensi le quali constituiscono il merito più considerevole degl’impiegati a’ Ministeri. La partecipazione era estetica: il mio nome era scritto in rondino...

Una voce squillò improvvisamente nella mia camera...

—Carlo! Carlo!

S’era spalancata la porta e Matteo Barra, il mio compagno di studio e di stanza, quasi mi si precipitava addosso.

Io m’ero levato, commosso. Buon figliuolo! Il portinaio, o qualche comune amico, o il solito bollettino del Ministero gli avevano partecipato la mia nomina...

—Come hai saputo? Da chi?

Ci eravamo abbracciati e baciati. Egli mi guardava, ora, con gli occhi ridenti.

—Ho fatto la scala d’un fiato!—balbettò, ansante.

Mise la mano in petto. Cavò il portafogli, le sue carte d’appunti di «Diritto Costituzionale», il librettino in cui segnava le mie e sue spese giornaliere. Spuntò di mezzo a quelle carte un telegramma. Egli lo spiegò, mi trasse al balcone, me lo pose sotto gli occhi.

—Ecco... leggi!—mi fece—È mia madre. L’ho saputo da lei...

Lessi, sorpreso:

«Caterina acconsente assieme famiglia. Tutto pronto. Vieni passare qui feste. Ti benedico. Carmela».

—Non capisci?—esclamò Matteo Barra—Non hai capito? Io mi sposo. Io parto.

—Parti!...

—Ma certamente!—e si mise a misurare la stanza a larghi passi—E che vuoi che aspetti? Non hai letto? Dice «tutto pronto».

Mi si arrestò d’avanti. Mi mise la mano sulla spalla.

—Tu ti ricordi di Caterina, non è vero? Della sua zia monaca?... Quella è morta, la zia, a ottant’anni! Requiescat! E Caterina eredita. Ricordi che lotte, che battaglie, che disperazioni? Bene: ora non più... Tutto è a posto... I parenti di lei mi scrivono lettere affettuosissime... E lei!... Lei, non ti puoi figurare! È felice, è orgogliosa della mia laurea. Capirai, abbiamo una laurea adesso... Dottore in utroque!... Ah, mio Dio! Son contento, guarda, son contento! Andiamo a pranzo. Pago io. Voglio pagare io!...

S’interruppe. Mi guardò, meravigliato. M’afferrò pel braccio e mi scosse, faccia a faccia.

—Ma, che hai? Carlo? Che hai?...

Guardò intorno, come a interrogare sul mio silenzio le umili e fredde pareti della nostra stanzuccia. Io ero rimasto impiedi tra la vetrata e le imposte del balcone. Era un momento in cui l’oscuro Vico Majorani, laggiù a’ Tribunali, taceva, penetrato tutto quanto da quella naturale malinconia della sera che cade, dalla particolare tristezza dell’ora in cui pare che tutte le anime si raccolgano. Brillò un lume, di fuori, a un tratto: di faccia al nostro balcone al primo piano s’accendeva il fanale al cantone. Arrossato nel volto da quell’improvviso fuoco esteriore, ritto rimpetto a me, Barra mi stendeva le mani. Io le presi e le serrai, muto.

—Ma che hai?—mi ripetette—Tu tremi?... Tu hai le mani gelate!

Balbettai:

—Senti... Credevo... M’era parso che tu sapessi...

—Ebbene? Che cosa?...

—Ho avuto il decreto, ecco... Il decreto di professore...

—Come!—esclamò—Ma davvero?...

Gl’indicavo il tavolino, sul quale il lume esterno a pena riesciva a far biancheggiare, nella oscurità, quel provvido foglio. Barra lo prese, s’appressò alle vetrate un’altra volta, lo lesse in fretta.

—Perdio!... Ma come!... E non mi hai detto niente!

—Che importava?

—Come! A me! Ma importava moltissimo, importava! Ma è una consolazione, per un amico!... Carlo! Che diavolo! Dovevi subito dirmelo!... Dunque bravo! Bravo! Son contento... Dunque eccoti a posto. Son contentone!

Aveva acceso l’ultimo mozzicone che ci era rimasto d’una stearica e ora badava a cacciare e a pestare in fretta e furia in una valigetta qualche camicia, de’ libri, un paio di scarpe, una spazzola. Andava su e giù per la stanzuccia, frugandovi, accrescendo a mano a mano il suo bagaglio. E durante la bisogna continuava:

—Sì... Ti devi chiamar fortunato, via! Non ti pare?... La vita assicurata. Ma scherzi?... Dimmi, hai visto niente i miei pettini?... Non ti scomodare. Eccoli. Dunque... Ti dicevo, ringrazia Dio!... Sì, sì, sono soddisfazioni meritate... Tu sei buono, tu hai un magnifico talento, tu faresti cose grandi. Si, sì. Ma di questi tempi... La vita... l’avvenire...

Quali parole vuote, nulle, abituali! E poi, gli premeva davvero la mia fortuna?...

Nella penombra, ricadendo a sedere davanti alla tavola, sorrisi amaramente. Ora Barra interrompeva il suo vaniloquio. Aveva preparato la valigia. E pareva indeciso, mortificato, quasi. Certo, egli mi voleva dire che l’ora della partenza si appressava, che occorreva che egli se ne andasse.

E in quel silenzio della cameretta, quasi senza distintamente vederci, c’intendemmo: il fluido dei nostri pensieri s’incontrò. La nostra amicizia si spezzava, in quel punto—e a nessuno di noi importava più dell’altro.

—Va pure—mormorai.

E mi parve di rispondere, freddamente, a quel che egli non aveva il coraggio di dirmi.

—Senti—disse lui, decidendosi—Ho un’ora. Il tempo per pigliare un boccone assieme. Vieni?

—No. Non ho fame.

—Non vieni?

—No.

—Hai mangiato?

—Ho mangiato.

—No, non è vero...

—Voglio dormire. Sono stanco.

Vi fu un silenzio.

—Buon viaggio—soggiunsi—Buona fortuna...

M’ero levato. Egli mi si avvicinava, confuso.

—Almeno...—mormorò—Abbracciami, almeno!...

L’abbracciai. Sentii, in quel punto, sciogliersi il mio cuore così gonfio. Sentii che Barra era stato, dopo tutto, il mio compagno di speranze, di privazioni, di gioie... Il suo cuore batteva sul mio così forte, così forte!... E mi prese un tremito invincibile: la gola mi si serrò...

Ma, novellamente, e d’un subito, rampollò dall’orgoglioso e inasprito animo mio il tedio di questo ambiguo momento. Barra mi parve volgare e ipocrita: la sua frettolosa espansione mi disgustò.

—Vai, vai!—gli feci.

E, sulla porta, mentre ancora gli stendevo la mano, un impeto di collera e di disprezzo me la fece ritrarre.

—Va!—dissi—Addio!... Va pure!... Sii felice!...

—Addio...—mormorò Barra, timidamente.

Scese le scale, da prima lento, poi proprio a rompicollo. Io rinchiusi l’uscio. Mossi diritto al lume e lo spensi.

Si rifece l’oscurità nella stanzuccia. Nell’angolo della vetrata tornò più vivo il riflesso rossastro del fanale, e mi parve che il Vico Majorani diventasse più cupo e più silenzioso.

Mi sentivo piegare. Cercai il letto, tastai la fredda coltre, mi vi gettai sopra, bocconi. Il silenzio era alto. La fruttivendola, una storpia, addormentava il suo piccolo giù, nel vico, con una cantilena lamentosa.

Nascosi la faccia nelli origlieri. E a un tratto mi misi a singhiozzare, convulsamente.


VECCHIE CONOSCENZE

I

—La buona sera alla compagnia!

Mi volsi. E al suono della rauca voce grossolana si voltarono pur a guardare verso la porta i miei compagni di tavolino del Caffè Grande al Corso. Era l’ercole della troupe d’acrobati attendata a Giffuni dietro il mercato bovino.

—Buonasera—risposi—Che c’è? Non si lavora?

—Macché!—fece l’ercole, raggiustando sulla piccola testa quasi calva un sudicio berretto di pelo marrone—A Giffuni Vallepiana? E Pompei non è meglio! Città morta, caro lei, città di barbari, non dico per offenderla. Già lei non è giffunino.... o giffunese... Come si dice?

E sedette al nostro tavolino e cavò la pipetta da una saccoccia d’un grande panciotto stinto di velluto rossastro.

—Giffunese—disse il telegrafista di Bartolo, levando gli occhi dalla Gazzetta di Venezia che gli mandava ogni giorno un suo ex collega di laggiù ove il di Bartolo era stato quattro anni.

Seguì un silenzio. Il Caffè Grande era quasi deserto: due mercanti ragionavano del raccolto a un cantuccio, e a un altro sedeva, solitario, il giovane professore di lettere del Liceo Cotugno. S’era fatto portare il calamaio e rivedeva le bozze del suo studio sull’Hecatelegium di Pacifico Massimi, comunicando alla ruvida carta da stampe l’acre e molesto profumo del patchculi ch’egli usava portare addosso. Appiè del banco del principale erano due o tre cacciatori di Casalferrato e sentenziavano di cani e di fucili col caffettiere, Nemrod impenitente anche lui.

—Un rhum!—chiese l’ercole, dopo un po’, lanciando al soffitto la prima boccata di fumo denso e puzzolente—Almeno—soggiunse, e si trasse davanti il bicchierino—qui c’è calduccio, ci si sta bene. Hanno visto fuori? Mezzo palmo di neve e nemmeno un cane per la via. La neve in Ottobre? Ma dico, dove siamo? In Russia?

—Cattiva stagione—disse il di Bartolo, per dir qualcosa.

—E voi che farete?—chiesi all’ercole, che si grattava il mento e guardava davanti a sè nel vuoto, con uno sguardo sgomento.

—E che devo fare? Domani o domani l’altro si va via. Domani è domenica e vorrei profittare della giornata. Chissà! Bel paese Giffuni! In tre sere settantotto lire! Cosa vuole, che ci lasci in pegno Mahmud?

Il di Bartolo si volse, con l’indice puntato sulla Gazzetta al passo che leggeva.

—Mahmud?

—L’orso bianco—disse l’ercole, grave.

—Difatti—io dissi—avrete le vostre spese...

—Spese? Altro! E poi gli incerti, caro lei. Se sapesse!

Bevve un goccetto di rhum, si passò il dorso della mano vellosa e enorme sulle labbra e soggiunse:

—Guardi, tre cavalli m’erano rimasti e uno m’è finito a Roccadaspide, col carbonchio. Il pagliaccio mi s’è affiochito per via e ha mezzo perso la voce; sua sorella, la Gilda, è cotta d’un impiegato di ferrovia che le faceva l’asino a Tricarico, e gli scrive lettere tutta la santa giornata e non mi lavora più come prima. E la Rosetta che a un tratto mi vien fuori con l’isterismo! Che? Contentezze grandi, caro signor dottore!

E fregò palma a palma, con tale furia che pareva si volesse spellare le mani.

—Mi dica, dottore, lei che se ne intende: che roba è codesta? Malattia grave?

—L’isterismo?

—Ecco.

—E vostra moglie è isterica? Davvero non mi pareva. E che ha? Che accusa?

—E che so, io? Dolori in petto, dolori allo stomaco, alle gambe, ai polsi. In faccia, di certo è smagrita. L’avesse vista quattro o cinque anni fa! Le dico, un bisciù! L’ha vista al trapezio?

—Sì, mi pare...

—Eh?...—fece l’ercole, strizzando l’occhio—Ha visto che lavoro preciso?

Accennavo di sì, col capo. In quel punto pensavo ad altro. Il di Bartolo s’era sprofondato nella lettura del suo giornale, ma di volta in volta, ne levava lo sguardo per lasciarlo posare sul mio interlocutore, ch’egli affisava, silenzioso per qualche minuto, come si fa con certe persone nuove le quali vi suscitano un curioso interessamento nell’animo.

—Ha un cerino?—chiese l’ercole, che aveva vuotato nel cavo della mano il fornellino della pipetta e ora la ricaricava, lentamente.

Ne prese un fascetto dalla scatola che gli porgevo e se li mise in saccoccia.

—Scusi se mi permetto... Ma qui a Giffuni non c’è un solo cortile che abbia uno straccio di lume. L’altra notte per poco non mi sono spaccato il capo a un muro... Ma lei che ha, dottore? La vedo così uggioso! Che ha? S’annoia, non è vero?

Sorrisi malinconicamente. E mentre, voltandomi, cercavo sul divanetto ov’ero seduto, il mio bambù e l’ultimo fascicolo della Rivista Clinica sulla quale il di Bartolo s’era adagiato, l’ercole, frugando nel taschino del suo panciotto, borbottò:

—S’intende: questo non è paese per gente che vive. Denari in giro niente: divertimenti niente. Nemmeno un teatro. Prefettura e Municipio nello stesso palazzo, all’ultimo piano! Macché! Dopo dimani adios!

—Lei resta?—feci al di Bartolo.

L’altro nostro compagno di tavolino, Bazza, cancelliere alla Pretura, al solito s’era addormentato. Usava di far questo ogni sera, e lo svegliava il cameriere quando il caffè si chiudeva.

—Ma è presto—osservò il di Bartolo.—Guardi, non sono le dieci. Io resto ancora un poco e accompagno Bazza. Ma lei proprio vuole andar via?

—Ho sonno—risposi—Arrivederla.

—Signori!—salutò l’ercole, che pure s’era levato e si sberrettava.

Fuori, rialzando il bavero della sua giacchetta e tossendo a piccoli colpetti secchi, egli mi si mise allato e prese con me pel Corso scuro e deserto.

S’era liquefatta la neve: al raro lume di qualche bottega ancora aperta lucevano qua e là delle pozze e dei rigagnoli. L’ercole mi pigliava pel braccio, dolcemente, e me li faceva schivare.

Facemmo una ventina di passi in silenzio.

—Abita lontano?—chiese lui a un tratto.

—Non così lontano. Ma dal Caffè Grande a casa mia c’è un bel tratto. Sono in via del Mercato.

Si fermò su due piedi.

—Come! Ma dunque siamo vicini! Io son lì, di rimpetto. Non ha visto il mio carrozzone?

—Sì... difatti.

Ripigliammo il cammino e si rifece il silenzio fra noi, per un tratto. Dopo un po’ l’ercole riprese:

—E Bamboccetta, l’ha vista?

Lo guardai. Scossi la testa per dir di no. Egli parve meravigliato.

—Non ha mai visto Bamboccetta? Mia figlia? La piccina? Ma al circo c’è mai stato, lei?

—Sì, una volta: non ho troppo tempo...

—Ma scusi, ci deve venire. M’onori domani ch’è domenica. Senza complimenti... Lei mi fa chiamare alla porta e sarò ben felice. Almeno vedrà Bamboccetta.

Pronunziando quel nome il vocione s’inteneriva. L’ercole si arrestò un’altra volta, per un momento, come a meditare, e io pure dovetti arrestarmi. Il silenzio era alto. A un tratto, nel lontano, fendette l’aria il fischio del treno diretto che partiva per le Calabrie e ne vibrò, per qualche secondo, l’eco malinconica.

Come spuntammo dal Corso nella Via del Seminario ci apparvero di faccia, nell’alto, le tre finestre del Circolo, rosse nel buio profondo.

—La vita, caro signore—continuò l’ercole, seguitando nel suo vaniloquio—è una cosa triste e pesante. Non le pare? Ho una moglie, la Rosina, che m’è nemica mortale. Non se la può figurare: dispetti, furie, malattie, ogni sorta di birbonate. L’ho presa a Settignano, in Toscana, una volta che vi sono passato con tanti bei denari in saccoccia, che ora non si vedono più. Era lì con un signore titolato, un conte, gran femminiero, e costui l’aveva conosciuta in compagnia Roussel, a Firenze, e se l’era portata via in campagna. Bene; dopo un po’ eccoti il signorino che ti pianta lì quella creatura senza neppur dirle: obbligato. Arrivo io, comincio a lavorare, la Rosina mi viene a narrare i suoi patimenti e così senz’altro me la metto in casa. Sarà stato un sette anni fa: dico bene: l’anno appresso m’è nata Bamboccetta. La rosa fra le spine, caro lei, la...

S’interruppe, si piegò, per frugare con lo sguardo nella oscurità della strada. E in quell’atto, col capo avanzato, rimase qualche secondo.

Lontano nella piazza del mercato, ove il carrozzone degli acrobati scompariva nel buio fitto, brillava, come una lucciola sorvolante, la piccola e rapida fiamma d’uno zolfanello, e subito si spegneva. Io la vidi: all’ercole forse sfuggì. Egli si era quasi rivolto addietro e continuava a spiare.

—Chi va là?—fece a un tratto.—Rigo?... Sei tu, Rigo?...

Non rispose alcuno. Ma un’ombra era scivolata lungo il muro, dall’altra parte, e aveva svoltato al cantone.

—Che volete fare?—dissi all’ercole, piano.—Qui a Giffuni non sono ladri. Sarà qualche amante...

—M’era parso Rigo—borbottò.—Sa, quello che mangia la stoppa accesa. Il gobbetto. Una vipera... Ma lei è arrivata?

Ero giunto a casa, difatti, e m’arrestavo davanti al portone. Accesi un moccoletto che portavo addosso per la bisogna e si fece un po’ di lume sotto l’arco barocco. E a quella luce indecisa che saliva a stento fino alla testa dell’ercole, mi parve di vedere impallidito il suo volto e diventati minacciosi quei piccoli occhi tondi, fino allora così inespressivi.

Stesi macchinalmente la mano. Egli la strinse fra le sue, diacce, e dell’atto che non s’aspettava parve sorpreso a un tempo e commosso. D’un subito lasciò la mano, mi voltò le spalle e scappò fuori. Andava lesto. Risuonò per buon tratto il romore dei suoi passi precipitosi, nella notte, e poi daccapo tutto tacque.

Come entrai nella mia stanza da letto mi feci al balcone che dava sulla via, e lo apersi, e ficcai lo sguardo laggiù nelle misteriose tenebre del mercato bovino.

La notte era fredda. Sgusciò nella mia camera, per lo schiuso delle vetrate, una folata di vento e quasi me le spalancò a dietro. Mi rivoltavo per tornar dentro quando un grido, all’improvviso, ruppe il profondo silenzio, e seguirono al grido un rumore confuso, un tramestio, laggiù, presso alla baracca, e subito un va e vieni di lumi e d’ombre. S’illuminò dopo un poco—ero rimasto lì inchiodato al balcone—la finestra terrena della caserma dei carabinieri, poco lontana dalla baracca, e novelle ombre frettolose passarono e ripassarono in quel chiaro. Appresso i lumi si spensero intorno intorno, e tornò il buio impenetrabile.

All’aria m’era entrato addosso un gran freddo. La naturale emozione che anche mi penetrava mi tenne desto sotto le coltri per un bel po’. Che cosa dunque era accaduto nella baracca dell’ercole? Al mattino lo seppi. La Rosina se ne era scappata via col pagliaccio, e quel Rigo, il gobbetto, le aveva tenuto mano. E l’ercole aveva accoltellato il gobbetto.

II

Cominciò Giffuni a parermi detestabile, a un tratto.

Fin qua, da un paio d’anni durante i quali vi avevo tranquillamente esercitata la mia professione di medico condotto, nella piccola cittadina mercantile e malinconica io avevo represso, fin da quando vi ero arrivato, ogni moto ribelle del mio carattere così ombroso, è vero, e pur così passionale e sincero. Bisognava mutar vita addirittura. Io stesso, al quale erano state offerte residenze migliori, avevo preferito questa che mi dicevano uggiosa e difficile e dove m’avevano accompagnato da Napoli, in una triste giornata di marzo, il vento, la pioggia fitta e un’aria scura e fredda, così che m’era parso come se m’avessero inteso e compianto fino gli elementi della natura. Una piccola camera ch’era stata d’un pretore e poi d’un commesso viaggiatore, lì, in via del Mercato, in un vecchio e sdrucito palazzo del seicento, detto la Casa del Conte, m’accolse da’ primi giorni in cui giunsi. M’ero, a mano a mano, costituita una clientela, difficile ma sicura, tra la gente del vicinato: e l’onesta mia maniera di vivere me l’aveva accresciuta. In provincia si continua ad essere stimati per questo. Avrei pure, voglio dirlo, potuto bene ammogliarmi là basso: ma mi sarebbe toccato di seppellirmi a Girifalco, addirittura in mezzo a contadini sorvegliati e maltrattati da qualcuno di que’ possidenti che mi avrebbe, sì, preso a genero ma del quale avrei finito per ereditare con le sostanze pur quella missione autocratica.

In verità, già da quattro o cinque mesi prima del fatto dell’ercole, scrivevo e riscrivevo a Napoli per farmi cavar via da Giffuni. Se vi dico che dalla sera delle coltellate a quel Rigo il mio desiderio assunse quasi una forma di nevropatia, d’impazienza, di sofferenza angosciosa crederete che io esageri. Ma fu proprio così. La mattina dopo quel fatto l’ercole m’era passato sotto gli occhi mentre mi asciugavo la faccia al balcone, dietro i vetri appannati. Vedevo venire dal mercato alla mia volta una folla che a mano a mano ingrossava. Fregai l’asciugamani a un vetro e distinsi ben tutto nella via. L’ercole era lì, tra’ carabinieri, ammanettato. Gli avevano buttato addosso un gran cappotto ed egli, muto, procedeva, scotendo il capo. I carabinieri, infilavano i guanti. Lo conducevano alla prigione.

Non mi vide. Ah, fu meglio! Roba da niente, direte, solite storie che seguono tutti i giorni, cose che s’incontrano a ogni passo. Sì, è vero. E pur io non potrò mai dimenticare quel triste corteo silenzioso, sotto quel cielo opalino di Giffuni, nell’augusta via fiancheggiata da scure bottegucce—e quell’infelice che strappavano al romoroso suo Circo per chiuderlo in un carcere.

Per tre o quattro giorni si rifece alla memoria degli occhi miei, doloroso e insistente, quello spettacolo. Seppi fra tanto che Bamboccetta, la piccina, se l’era portata via la madre; che per la Gilda, rimasta a Giffuni, s’era fatta una colletta—e mi vi dovetti anch’io sottoscrivere—per farla partire per Tricarico ov’ella andava a cascare addosso all’impiegato postale; che la roba dell’ercole era stata sparsa un po’ qua un po’ là in consegna al Tribunale. I carabinieri presero l’orso bianco e lo chiusero in un sottoscala: il figlio del sindaco accolse i due cavalli nella sua scuderia. Ogni giorno, a prima ora e daccapo verso il tramonto, s’udivano gli urli rauchi dell’orso, che forse aveva fame.

Nel gennaio dell’anno seguente ottenni di passare a Casagiove, in Terra di Lavoro. Toccavo, come si dice, il cielo col dito. Casagiove è lontano da Santamaria di Capua un tiro di fucile e da Santamaria si viene a Napoli in un’ora di ferrovia. A Napoli, nelle frequenti scappate che vi feci, tastavo terreno ogni volta. Alla residenza leggevo giornali, e badavo a guardare in terza pagina, se mai vi fossero annunzi di concorsi. Mi facevo fin mandare da Napoli la Gazzetta Ufficiale, da un mio ex compagno di scuola diventato giornalista.

Passarono così altri due anni, quando la morte di un mio zio mi fece ottenere un congedo di quindici giorni, durante i quali mi sostituì a Casagiove un medico di Caserta.

A Napoli volli, tra l’altro, rivedere e salutare i miei maestri. La vecchia via di Sant’Aniello, che avevo tante volte percorso per recarmi all’Università alle cattedre anatomiche, io ritrovavo immutata, deserta sempre e silenziosa, con la sua piazzetta nuda e sudicia, sparsa di rifiuti e di mucchi di pietre tra le quali perfino era nata l’erba. Ripensavo, attraversandola, agli allegri anni in cui m’ero posto, come si dice, in carriera, all’anno emozionato in cui m’ero addottorato medico, all’internato nello spedale degl’Incurabili, così impressionante per me, in quel vasto e solenne ricovero, ove avevo tanto visto soffrire.

Ora ne ascendevo lentamente le scale marmoree e dietro di me vi si affaticava un’itterica contadina, incinta, che sospirava forte e a ogni gradino s’arrestava a ripigliar fiato. Di sopra, appoggiato a due infermieri, scendeva al gran cortile soleggiato—ove i parenti, aspettandolo, gli preparavano cuscini in una carrozza—un giovane convalescente, ancora assai pallido, ma così lieto, così felice d’andarsene!

Gl’inservienti mi riconobbero.

—Oh, signor dottore nostro! Riverito dottore! Beato chi vi rivede!

Mi sorrideva anche il convalescente, con lievi cenni di saluto. E, a poco a poco, rividi, lassù, tutti. Nella spaziosa e luminosa Sala Cotugno, ch’era stata, anni a dietro, la mia seconda casa, rividi le suore, gl’infermieri, il farmacista, il reverendo confessore, sempre florido e roseo tra tante bianche facce esangui.

—Guardate chi vi riconduco!—esclamò l’adorabile vecchia suor Agata che, al solito, m’aveva preso per mano e ora mi poneva di faccia al primario professore X... mentre costui dalla sala Severino entrava nella Cotugno in mezzo ai discepoli.

—Giovannino!—fece lui, che usava di chiamar ciascuno col suo nome di battesimo e ricordava mirabilmente quelli di tutti—Chi si rivede! Che c’è? Ritorno del figliuol prodigo? Vieni, vieni dentro...

Si avviò, seguitando:

—Benissimo. T’invito a pranzo. Uno che s’è fatto onore, signori miei. Medico condotto in Terra di Lavoro. Bene, benissimo. Come dite voi, suor Agata? On revient toujours...

S’era arrestato presso un letto intorno al quale già quattro o cinque degli scolari si radunavano.

Il malato con un bianco berretto da notte in capo, col petto scoverto, si lasciava tastare.

Lo riconobbi subito. Era l’ercole di Giffuni.

III

—Ma sa che ho pensato a lei tante volte da che sono qua dentro? Mi dia la mano almeno: ora non glie la lascio più come quella sera, si ricorda? Mi avrà perdonato? Non può immaginare cosa mi sentivo dentro, allora... Non si mette a sedere?

Sedetti accanto al letto. La mano che premeva la mia sulle coltri era calda: mi pareva febbricitante. Egli era rimasto addossato a’ cuscini, col bianco e largo petto scoverto.

—Ricopritevi—dissi—E non vi rigirate per guardarmi. V’ascolto lo stesso.

L’ercole sorrise, con quell’aria sua solita d’amarezza e di bontà. Il suo corpo rimase immobile. La testa soltanto si rigirò lentamente dalla mia parte.

—Egli è che ho piacere di vederla. Non la vedo da tanto tempo! Saranno tre anni, o sbaglio?

—Due anni e tre mesi. S’era in ottobre...

—È vero... E lei ricorda quella sera della fuga? Lo sa che la Rosina mi scappò via col pagliaccio? Ah, lo sa? Bene. C’era stato di mezzo quel Rigo, il gobbo, che aveva preparata la fuga e mi sorvegliava. L’ombra che scivolò lungo il muro... La ricorda? Rigo. Maledetto!...

Si tacque per un momento. Respirava forte, quasi a stento.

Stavo per dirgli che smettesse di parlare quand’egli continuò:

—Presi un anno e tre mesi di prigione per ferite volontarie. Rigo se la cavò con quaranta giorni d’ospedale: ha il diavolo che l’aiuta, il mostro. E poi? Poi, si figuri, caro lei, che vita allegra quando sono uscito dal carcere! Tutto perso, bestie, roba, arnesi: una rovina. E poi la solitudine. Solo, solo! Tutti scomparsi, e io solo come un cane!

S’accendeva e ansimava. Il respiro faticoso gli sollevava le coltri sul petto.

Per poco rimase silenzioso. Qua e là degl’infermi si lamentavano, qualcuno chiedeva da bere, con un piagnucolio da bambino.

L’ercole riprese, più lentamente e più basso:

—Ho ricominciato a lavorare, da solo. Cercavo di farmi coraggio. Ma che vuole, a volte mi cascavano le braccia. I ricordi, la mancanza di esercizio... Specie i ricordi, caro lei, che mi tormentano sempre. Cercavo di scordare, d’avvezzarmi a questa vita nuova. Macché! E a un bel momento ecco che principia a pungermi in petto qualcosa come una spina... Ma davvero, sa, un dolore, una fitta che lei non se lo può immaginare...

Lo guardai più attentamente. L’abito della diagnosi da’ caratteri fisici soffermava il mio sguardo sullo sciagurato. Labbra esangui, muscoli denutriti, cianosi al lobulo degli orecchi, a’ pomelli, al lobulo del naso: l’occhio destro gonfio, il collo tumido, turgide le giugulari...

—V’hanno osservato il petto? Picchiato in petto?

—Picchiato? Altro! Non fanno che questo. Ma scusi, che vogliono dire tutte queste linee che mi segnano in petto con la matita rossa?

—Regioni in cui si ritrova ottusità—mormorai, come se parlassi a me stesso.

Egli rimase muto per un poco, meditando. Poi soggiunse:

—Ha mai veduto la Rosina?

—No: mai più.

—Lo sa che mi portò via pure Bamboccetta? La piccola?... Figlia del pagliaccio, sa, non mia... Lo lessi in certi pezzettini d’una lettera che rinvenni laggiù, nella baracca...

La sua voce si velava. Egli era commosso. Strinse i pugni, fece per sollevarsi e non potette. Levò gli occhi al cielo e li riabbassò, inumiditi. Due lagrime gli scesero, lente, su per le pallide gote e vi brillarono.

—Andiamo!...—balbettai—Coraggio! Guarirete e dimenticherete.

—Sì—mormorò, cupo—Voglio guarire e mi voglio vendicare!

—Perchè non cercate di riposare un tantino?...

E mi levai. Vedevo mover daccapo alla volta del letto dell’ercole il professore e i suoi scolari.

—La rivedrò ancora?

E l’ercole mi strinse la mano, aspettando che glie lo promettessi.

—Certo. Tornerò.

—Lei è buono... Ha visto che cosa è la vita?... E la mia, signore?... Che calvario!... L’ingratitudine... Bamboccetta...

Balbettava ancora parole che io non compresi.

Il professore gli s’era avvicinato: gli scolari circondavano il letto.

Mi trassi da parte. L’ercole, come preoccupato, si guardava attorno, guardava i giovani che fra tanto gli scoprivano il petto un’altra volta.

La lezione pratica principiava. Mi trassi a dietro a poco a poco, giunsi fino alla porta della sala e lì quasi sperai di non udire la voce del mio ex maestro che parlava, alto, a’ discepoli. Ma, nel silenzio che s’era fatto nella corsia essa suonava chiara e distinta, con quel leggero suo tono declamatorio.

—L’influenza del sesso si spiega assai naturalmente pel genere di vita speciale a ciascuno d’esso, che imponendo all’uomo—come nel caso—sforzi muscolari più violenti e dei movimenti più energici, aumenta in lui l’energia della impulsione cardiaca e dispone le sue arterie a pressioni e a stiramenti che possono essere fatali, che sono anzi, quasi sempre, fatali.

Addossato allo stipite della porta mi sentivo quasi male. Ah, la vita, la vita! Povero ercole! E ora comprendeva egli la sua condanna?... Chiusi gli occhi. Rividi, come in un sogno, Giffuni, la piazzetta del mercato, la grande baracca, quelle viuzze malinconiche e anguste. Le immagini della Rosina, del pagliaccio, dell’ercole passarono e ripassarono confusamente davanti agli occhi miei, come in una nebbia...

La voce del professore continuava, implacabile:

—Noi definiremo l’aneurisma un tumore pieno di sangue liquido e coagulato, distinto, si noti, dal canale dell’arteria con cui esso comunica e consecutivo alla rottura totale o parziale delle tuniche arteriose. Voi conoscete, o signori, la conseguenza fulminante e inevitabile...


DONNA CLORINDA

I

Una mattina d’autunno donna Clorinda, destandosi, si vide accanto stecchito il poveruomo che le aveva tenuto compagnia per quarantacinque anni. Era morto d’apoplessia nella notte, e lei non se ne era accorta.

Da prima immaginò che fosse stato per una di quelle solite sincopi alle quali lo sciagurato andava soggetto. Poi, come lo scoteva e quello se ne rimaneva lì irrigidito, già quasi nero e con certi occhiacci spalancati e freddo freddo, la vecchia pazza si mise a sedere in mezzo al letto e con le mani in grembo, muta, indifferente, s’indugiò a contemplare quel corpo immoto, chiazzato nella faccia—la quale pareva che rispecchiasse ancora il terrore dell’ultimo momento—di alcune macchie di livido.

Il lume del giorno veniva dentro in quella stanza, ch’era tutto il loro quartiere, per una finestra che affacciava sul vasto cortile scoverto dell’antico monastero di Santa Caterina a Formiello: una scialba luce autunnale bagnava freddamente le coltri del letto, ma qualche angolo della cameretta—che un tempo era stata cella—accoglieva ancor l’ombra. Lì, tra due seggiole zoppe, era per terra un piattello con l’acqua, e il cane in quel punto vi si dissetava: un barbone sudicio, che accompagnava su’ vapori inglesi e nelle trattorie del Piliero il marito di donna Clorinda, Mastia, un siciliano, pittore di paesaggi. Nel silenzio dell’ora si udì per un pezzo il chioccolare dell’acqua che il barbone lambiva avidamente. La vecchia si volse e guardò da quella parte. Poi tornò a contemplare il marito, con occhio tranquillo. E gli parlò piano, lentamente:

—T’u dissi: nun bíviri!

Null’altro. Era ella così disposta, per naturale sua filosofia, a tenere per fatali somiglianti circostanze della vita e a non farsene vincere? O quel vecchio cuore indurito non aveva mai palpitato? Oppure con gli anni e con la vita stentata e per il nessun amore che Mastia le aveva dimostrato fin da principio, s’era inaridito ogni sentimento in lei, che un tempo era stata pur giovane e bella e amorosa? Chi lo sa? Sul silenzioso orrore della nuda e fredda stanza pesava come un rigido mistero, e quella morte improvvisa non certo lo discioglieva. Intorno alla camera di Mastia erano altre povere camere abitate da gente anche più povera di lui: l’immenso fabbricato di Santa Caterina a Formiello, una volta claustro impenetrabile, accoglieva ora centinaia d’oscure e miserabili creature, e ciascuna covava là dentro il suo segreto e il suo dolore. Di volta in volta, tra quelle spesse mura di convento che ammorzavano ogni romore e soffocavano gridi angosciosi o selvaggi, scoppiava la catastrofe di un dramma: talvolta fin v’era scorso il sangue. Tuttavia, non la più comune manifestazione della vigile curiosità partenopea s’era espressa in quel momento da parte degli altri inquilini: solo qualche porta pesante s’era schiusa sul corridoio in penombra per subito rinserrarsi, ricacciando a dietro una pallida e paurosa testa femminile. A ciascuno bastava la propria miseria. E sulla sera, dopo l’accaduto, era rimasto deserto quel lungo e vasto corridoio, sorvegliato solamente dalla luce rossiccia del lanternone che il custode v’attaccava a una parete e che per breve tratto coloriva, disotto, le antiche mattonelle del pavimento, componenti a quel posto una stinta e barocca decorazione secentesca, tutta svolazzi verdi e giallicci. Cumuli di spazzatura, ammonticchiata qua e là sotto le vasche di marmo che i monaci, antichi abitatori del luogo, non avevano avuto il tempo di svellere dal muro istoriato a fresco, alitavano un lezzo insopportabile. Quando il barbone tornava a casa con Mastia era lì che s’indugiava assai spesso, a frugare.

II

Donna Clorinda scivolò giù dal letto, in camicia, rabbrividendo al gelido contatto del pavimento sul quale i sui piedi nudi avanzavano. Attaccato al muro di faccia uno specchio accolse d’un subito, e a mezzo, la sua bizzarra figura bianca procedente con la lentezza d’un fantasma. A un momento ella ristette, e, vinta da un’abitudine irresistibile, vi si rimirò, quasi atteggiandosi. Intanto principiava laggiù nel cortile la fatica de’ fabbri: della legna arsa crepitava: guizzava e lambiva un alto muro annerito il fumo azzurrino di una fiammata: i martelli picchiavano sulle incudini e un carro di botti vuote entrava, con sordo fragore, nell’ex monastero.

Stanno intorno ad esso le torri aragonesi che Ferrante pose a difesa della Porta Capuana: ora, sul cielo perlaceo, que’ baluardi si stagliavano con un colore plumbeo rilevato da un fitto d’erbe selvagge ch’erano rampollate ne’ loro crepacci e prosperavano sulla lor cresta interrotta. Da case e da fucine invisibili altre colonne di fumo, più lontane e sottili, salivano ritte nell’aria: la città si svegliava a mano a mano, e un’esterna sonorità crescente e confusa faceva sembrare più cupa, più appartata la fabbrica solitaria dell’antico convento.

Donna Clorinda si raccolse su d’una seggiola, di faccia al letto, e si cominciò tranquillamente a vestire.

Da parecchi anni la vecchia era dominata da un’innocente follia, che si esprimeva nella sconfinata considerazione di tutte le sue presunte qualità, e più precisamente di quelle fisiche. Ella si adorava, in un apatico egoismo nel quale non riesciva a far breccia alcun caso esteriore. La felicità o la sventura altrui contemplava di sfuggita, con un sorriso melenso: ogni più straordinario avvenimento nè la stupiva, nè la sconvolgeva. Era altrove il suo spirito e rincorreva fantasime trascorrenti fra la gioventù, la nobiltà, la ricchezza. Le pareva che la casa di Mastia, ottenuta in carità dal Municipio, fosse una reggia; che vi troneggiasse lei da regina, che un ammirativo mormorio la seguisse quand’ella ne usciva, e che fosse abituale argomento d’ogni discorso de’ vicini l’incesso magnifico di lei e la sua benevola maestà.

Pianger Mastia? E perchè? Nell’anima della vecchia, già da tempo, s’era spento ogni affetto: e poi, da quando la prima volta il marito l’aveva picchiata, un odio cupo e muto le era man mano cresciuto dentro per quell’ubbriacone brutale che era stato il tiranno della sua gioventù. Ora, vestendosi, due o tre volte la povera pazza sorrise, di faccia al cadavere. Pareva davvero soddisfatta. Si mise il cappello, tornò a riguardarsi allo specchio, aperse la porta e se ne andò via col suo solito e tardo passo un po’ zoppicante.

Qualcuno la vide scendere, lenta, le scale. Borbottava frasi che parevano rivolte ad esseri invisibili a’ quali, di volta in volta, soffermata sul pianerottolo, ella stendeva la mano, inguantata di seta. Fu pure osservato che la vecchia s’era più che mai infagottata: pareva che portasse addosso due o tre gonne una sopra l’altra e due o tre corpetti. Quello esteriore era verdognolo, orlato di antico jais. Sotto il braccio sinistro ella aveva l’ombrello: il destro era infilato nel manico d’un cestino, che doveva essere ben greve: la piegava, quasi. E così disparve. Poco dopo giunse lassù il delegato di pubblica sicurezza con un medico, frequentatore della Farmacia della Rosa in piazza Carbonara. Donna Clorinda era passata per l’ufficio di pubblica sicurezza, aveva informato il piantone della morte di Mastia e se n’era andata.

La bisogna fu breve: constatazione del decesso—come si dice in gergo legale—processo verbale e disposizione per la rimozione del cadavere.

—Bel caso, eh?—fece il delegato al medico.—Crepa il marito, e la moglie lo pianta come un cane rognoso.

Il medico, un giovane ch’era al principio della sua professione, si guardava attorno meravigliato, assalito, in quella desolante miseria della stanzuccia, da una tristezza profonda.

—Se lei mi mette subito il visto alla carta di accompagnamento—soggiunse il delegato—io mando via quel signore oggi stesso. Non sente? V’è già cattivo odore.

Accese un sigaro. Il medico sottoscrisse la carta, si levò, guardò ancora Mastia, la cui faccia deformata si copriva di ombre turchinicce. Le due guardie che avevano accompagnato il loro superiore contemplavano e comentavano le quattro o cinque tele addossate al muro: una copia della Beatrice Cenci del Reni, un paesaggio di Taormina, il tempio di Pesto, la scena rosseggiante d’una eruzione del Vesuvio, con una fiumana di lava che affluiva fino al mare in convulsione...

In giornata il cadavere di Mastia fu portato al cimitero nel carro dei poveri. La stanza rimase vuota e deserta. E da quel giorno donna Clorinda non vi tornò più.