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La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Chapter 11: CAPITOLO SETTIMO.
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About This Book

The narrative reconstructs political and military events of thirteenth-century Italy surrounding the decisive confrontation at Benevento, tracing campaigns, ambitions, and the aftermath that reshaped regional power. It combines battlefield description and political manoeuvring with authorial commentary, dedications, and personal reflections born of imprisonment and contemporary testimony. Episodes probe leadership, popular reaction, and the human cost of conflict while alternating dramatic scene-setting with historical explanation and moral reflection. Rhetorical addresses and intimate remembrance are interwoven to place the battle within broader national and private concerns of the period.

Così, dopo il sagrifizio di oltre un milione di uomini in sette diverse imprese, finivano i disegni ambiziosi di Federigo in Italia. Ma quel suo spirito non poteva durare in riposo: nulla curando gli anni, ormai divenuti molti, nulla i disagi e i pericoli, appena giunse novella in Occidente che Saladino aveva preso Gerusalemme, tolta la croce, con novantamila combattenti traversò l'Ungheria, la Bulgaria, la Grecia, e giunto in Soria, mentre intende a conquistare le terre soggette al Saladino, bagnandosi nel fiume Salef ossivvero Cidno, dove anche Alessandro stette per perder la vita, miseramente annegava. Altri scrisse, che fu fatto annegare: ma la prova del delitto sta in mano di colui che può sempre punirlo. Questa è la Crociata, ch'espugnò Tolemaide, nella quale intervennero Filippo il Bornio Re di Francia, e Riccardo Plantageneto Re d'Inghilterra, insieme a moltissimi Baroni di tutta Cristianità, ed esposta con tanta sapienza di storia dal chiarissimo Gualtiero Scoti.

CAPITOLO SETTIMO.

LA CASA DI SVEVIA.

                Ponga il cor di Blacasso alle sue labbia
                L'Imperator di Roma Federigo,
                Finchè conquisi n'abbia
                I Milanesi, che per ogni parte
                Assedio posto gli hanno,
                E vive senza suo retaggio, e i suoi
                Tedeschi dentro al cor sentono affanno.
                           SERVENTESE del Trovatore Sordella
                                    in morte di Ser Blacasso
.

Sono l'uracano, il fulmine, e il terremoto, terribilissimi segni dello sdegno di Dio; ma più del terremoto, del fulmine, e dell'uracano, flagella terribile la umanità un Re scellerato. Qualora l'eterno Moderatore non lo condannasse a brevissima vita, parrebbe non voler tenere più il patto che strinse con Noè, quando promise, d'ora in avanti non avrebbe più distrutta la terra, _perchè la schiatta umana cresce nella perfidia, e il pensiero della sua fanciullezza è vôlto al male._¹

¹ Sensus, et cogitatio humani cordis, in malum prona sunt ab adolescentia: non igitur percutiam animam viventem (Gen, c. 8)

Ma se la vita è breve, la infamia dura lunga: e noi nepoti contenderemo la memoria dei potenti colpevoli alla dimenticanza; e scenderemo nei sepolcri, e ne turberemo le ceneri. La corona che cinge quei teschii schifosi è un insulto per loro, uno scherno per noi. La spada logorata dagli anni giace al fianco di quelli senza taglio, e senza punta:—quel braccio tanto terribile non può più percuoterci…. il verme lo ha vinto! e noi strappiamo impunemente ai tempi, e alla terra, quei nomi: e gli nudriamo di obbrobrio, e li tramandiamo agli anni futuri. Allorchè la mia voce sarà dimenticata, sorga una mente più calda, che ravvivi col disprezzo questa memoria di delitto; e possa il secolo che trascorre consegnarla al secolo che giunge, come un deposito che lo amico affida all'amico, onde la disperazione arda lenta lenta, a goccie infuocate, lo spirito del malvagio; e conosca, la morte essergli stata battesimo di maladizione per la vita interminabile dell'anima.

Se in alcuno dei nostri lettori si fosse suscitato un pensiero di amore per Enrico VII, che poc'anzi abbiamo veduto sollecitare il padre alla pace, sappia, queste considerazioni essere state fatte per lui. Nessuno sia così stolto da credere che un atto gentile derivi necessariamente da animo gentile. La più parte di noi pratica la virtù, perchè non fa frutto con la colpa, e commette la colpa, perchè non gli giova la virtù: nè lo spirito per questo si cambia in nulla, ch'egli rimane pur sempre tristo, o maligno, come la natura, o la educazione, ce lo ha dato. Se Enrico VII amò la pace, fu perchè il padre gli aveva promesso farselo compagno del potere, nè questo sperava conseguire, dove non avesse fine la guerra. Federigo considerando che non avrebbe mai ottenuto con le armi un dominio in Italia, tentò acquistarlo per via di pratiche, e fece tenere proposito a Guglielmo II di Napoli, santissimo Re, detto il Buono, se volesse concedere la sua zia Gostanza, figlia postuma del Re Rogiero, ad Enrico suo figlio. Guglielmo non avendo prole consente al trattato. Nel 1184 è fama che seguissero in Milano questi sponsali,¹ sedendo su la cattedra di San Pietro Urbano III. ed è pur fama, che Enrico oltre i diritti sul Regno di Napoli ricevesse in dote centocinquanta somari carichi d'oro, di vasellame di argento, vesti, sciamiti, grisi (forse vaj), ed altre preziose masserizie. Di lì a qualche anno morto Guglielmo il Buono, sebbene il Regno cadesse a Gostanza, i Siciliani, comportando gravemente la straniera dominazione, chiamarono Re Tancredi, Conte di Lecce, e Principe di Taranto, figlio illegittimo di Rogiero Duca di Puglia. Enrico VII disposto a volere ricuperare i suoi diritti implora il soccorso dei Pisani e dei Genovesi, promettendo loro amplissimi privilegii, si avanza dal lato di Cepperano, ed occupa tutta Terra di Lavoro fino a Napoli, il quale tien fermo per Tancredi. Una terribile epidemia distrugge l'esercito tedesco, che, costretto ad abbandonare il Regno, fugge a Genova. Riccardo Conte di Acerra ricupera Terra di Lavoro. La Imperatrice Gostanza, che posando su la fede dei Salernitani soprastava a Salerno, è dai cittadini consegnata a Tancredi. Questi, come uomo di cuore magnanimo, la rimanda ad Enrico senza riscatto; della quale cortesia come fosse in séguito ricompensato, vedremo tra poco. Rogiero primogenito di Tancredi, sua consolazione e conforto, dopo avere condotto a moglie Irene, figlia d'Isacco Angelo Imperatore di Costantinopoli, moriva. Tancredi soprappreso di acerbissima doglia lo seguitava nel sepolcro, lasciando Sibilia moglie, Guglielmo, Albinia e Mandonia, figli suoi. Enrico VII, saputa la morte del valoroso Principe, cammina celerissimo contro il Regno, e per questa volta gli viene fatto di conquistarlo. La Regina Sibilia ripara co' figli nel castello di Calatabellota, in que' tempi stimato insuperabile. Enrico le fa proporre di uscire, e nella Contea di Lecce, prima signoria del suo marito, restituirla. Accetta la sventurata: di lì a poco, ecco come Enrico adempiva i patti promessi: Guglielmo fece abbacinare, e privare dei genitali, sì che presto se ne moriva; Sibilia, Albina e Mandonia, mandò in carcere nei Grigioni. Ora si manifesta il suo feroce talento: fatti prendere tutti coloro che avevano parteggiato per Tancredi, ordinò che sul capo loro si ponessero corone di ferro infuocate, e con chiodi roventi vi si conficcassero. Riccardo Conte di Acerra, caduto in suo potere, fu strascinato a coda di cavallo, poi appiccato pei piedi; nè mai, finchè visse quel crudele, consentì che si rimovesse dallo infame patibolo. Margarito Grande Ammiraglio ebbe gli occhi divelti, i genitali recisi. I Genovesi e i Pisani non solo delle cose promesse non soddisfece, ma ben anche della buona fede loro schernì. Poi, come se infierire contro i vivi fosse poco, volse il suo furore contro i morti. Fatti disseppellire i cadaveri di Tancredi e di Rogiero, strappò loro con rabbia la corona reale dal capo. Le sue crudeltà e rapine di tanto si aumentarono, che il Papa gli spedì un Legato per farle cessare; egli poi non pure non le cessò, ma anzi le accrebbe, e, con infinito dolore dei Palermitani, tutti i tesori dei defunti Re, i vasi di oro e di argento, le tavole, le lettiere dello stesso metallo, i panni tessuti di seta, di porpora e di oro, con infinite altre preziosità mandò in Germania. In questo lo arrivava la mano della morte: fatto odioso ai sudditi, ed alla sua stessa moglie Gostanza, si narra, che, per veleno da lei medesima propinatogli, morisse in Messina il 28 settembre 1197. Rimasta Gostanza assoluta Regina, inviava deputati al Pontefice, affinchè consentisse che il cadavere dell'Imperatore si sotterrasse in sacrato, e la investitura del Regno al suo figliuolo Federigo concedesse. Rispose Celestino, la sepoltura in sacrato ad Enrico non concederebbe, se prima non si ristorasse Riccardo Plantageneto del danaro estorto, allorchè ramingo pei suoi dominii lo aveva tanto vilmente imprigionato: la investitura a Federigo non ricuserebbe, dove pagasse mille marchi di argento² ai Cardinali. Volendo Gostanza adempire la prima condizione, e riputando che sarebbe stato un fare ingiuria alla memoria del defunto marito restituire direttamente il danaro a Riccardo, come cosa rubata, si avvisò, che col dare all'Abbate Cistercense trecento marchi di argento, l'affare sarebbe composto; ma l'Abbate ricusò, dicendo, non potere offrire su l'altare di Cristo altre oblazioni che quelle monde di ogni nequizia umana. Finalmente si trovò modo di far seppellire Enrico dentro un'arca di porfido nel Duomo di Palermo, dove attualmente aspetta il giudizio di Dio. Per la seconda condizione tutto fu in breve accomodato, e Federigo ricevè la investitura del Regno. Così ridotte in buono stato le cose, moriva Gostanza il 25 novembre 1198 lasciando con poco retto consiglio Innocenzio III, creato Pontefice in quell'anno medesimo, tutore del figlio Federigo, e assegnandogli, perchè non ricusasse, l'annuale pensione di trentamila tarì.³

¹ Gli antichi Cronisti espongono la storia diversamente, e narrano come Enrico reduce di Soria andando a Roma nel 1195, sotto il Pontificato di Celestino III, trovò la Chiesa in discordia con Tancredi Conte di Lecce, fatto Re di Puglia e di Sicilia dal volere dei Baroni; onde per torgli il Regno convenisse col Papa di rapire Gostanza, figlia del Re Rogiero, dal convento di San Salvatore a Palermo, dov'era monaca consacrata, e prendersela in moglie. Gostanza, aggiungono, quando sposò l'Imperatore aveva circa 50 anni, ed essendo di lì a poco ingravidata, siccome nessuno lo credeva, allorchè si sentì vicina a partorire. fece tendere un padiglione su la piazza di Jesi, nella quale città presentemente si ritrovava, e mandare un bando, che quale donna volesse, andasse a vederla; come pure in Palermo si mostrò sempre col seno scoperto, onde la gente ne vedesse distillare il latte. Nell'arca di porfido posta nel Duomo di Palermo, dentro la quale riposano le sue ceneri, si legge una iscrizione conforme a tutte quelle cose che abbiamo fin qui riferite. Il Mungos nel Teatro delle famiglie siciliane narra il modo tenuto per rapirla, e rammenta i nomi di coloro che condussero questa impresa; nondimeno ai moderni Scrittori è piaciuto narrare diversamente l'avventura, come abbiamo esposto.

² Il marco secondo il Davanzati valeva scudi 65 di argento.

³ Il tarì amalfitano valeva grana 12.

Noi non istaremo a narrare come adoperasse Innocenzio la sua qualità di padre del pupillo Federigo, per togliergli gran parte dei feudi donati da Enrico VII ai suoi cavalieri, protestando esser parte delle donazioni di Carlomagno, e della Contessa Matelda: non come dopo una rotta di Marcovaldo tedesco, che pretendeva sottomettere la Sicilia, supponesse un testamento di Enrico VII, nel quale, tra le altre disposizioni, si ordinava al figlio Federigo riconoscesse il Reame della Chiesa, ed alla Chiesa, lui morto senza figli, ricadesse; non come, incapace a difendere il Regno dai Tedeschi, chiamasse con poca prudenza Gualtieri di Brienna, marito di Albinia, figlia di Tancredi liberata dalla prigione di Enrico, il quale avrebbe certamente spogliato del Regno il giovanetto Federigo, se per irrimediabile piaga, ricevuta in un fatto d'arme sotto Samo contro il Conte Diopoldo, non avesse perduto la vita; nè pure narreremo come Filippo, zio di Federigo, invece di sostenere le parti del nipote in Germania, se ne facesse incoronare Imperatore a Magonza, mentre un altro partito coronava Ottone, Duca di Aquitania, in Aquisgrana; non come Filippo, aiutato da Filippo Re di Francia, fugasse Ottone da Colonia, sovvenuto da Riccardo Re d'Inghilterra, e come indi a poco assassinato dal Signore di Witellaspach, al quale tradiva la promessa di dargli in moglie sua figlia, lasciasse Ottone pacifico possessore dell'Impero: solo racconteremo, che il Papa, di cui continuo disegno era impedire la riunione del Regno di Napoli agli Stati degl'Imperatori Germanici, consentì, in danno di Federigo, col trattato di Spira, coronare Ottone in Roma. Scendeva questi per la valle di Trento in Italia, assumeva la corona reale a Milano, la imperiale a Roma; ma giunto al sommo della sua dignità, scoprendosi avverso al Pontefice, negò cedere il patrimonio della Contessa Matelda, e si volse alla conquista della Sicilia. Innocenzio, non avendo armi, adoperò le scomuniche; e tanto erano tali mezzi potenti a quei tempi, che gli Arcivescovi di Magonza, di Treveri e Turingia, il Re di Boemia, il Duca di Baviera, con molti altri Baroni dell'Impero, di súbito ribellatisi, strinsero lega con Filippo Augusto contro Ottone, e riuniti a Bamberga lo dichiararono decaduto dall'Impero, e Federigo in suo luogo surrogarono. Ottone, abbandonato ogni disegno in Italia, torna velocissimo in Lamagna. Veramente Innocenzio non avrebbe voluto che Federigo si mescolasse nelle cose dell'Impero, ma adesso non gli si presentava persona migliore per opporla ad Ottone, e nelle cose di questo mondo bene spesso non si fa come si vuole, ma come si può: certo è poi che questo fu caso unico di vedere i Ghibellini prendere le parti della Chiesa, e muoverle contro i Guelfi.

Intanto Federigo lasciato Napoli si porta a Genova, poi ad Aquisgrana, dove Re dei Romani lo confermarono. In questa, Ottone muovendo contro Filippo Augusto di Francia pervenne al ponte di Bouvine, tra Lilla e Tournay, dove il 27 luglio 1214 toccò la memorabile rotta, per la quale disperando di più risorgere si ritirò al castello di Harburgo a piangere le sue colpe, e logorare tra le penitenze la vita. Innocenzio percosso da gravissima malattia si moriva: fu egli uomo di molta dottrina, delle cose legali intendentissimo profondo, cupido di regno. Il suo Pontificato va famoso pel fondamento che dette alla Inquisizione; imperciocchè sebbene il Tribunale del Santo Officio, propriamente detto, cominci sotto Innocenzio IV, pure fu Innocenzio III, che commise a San Domenico di Guzmano predicasse contro gli Albigesi, e con ogni sforzo s'ingegnasse a distruggerli.

Erano gli Albigesi una setta di Manichei fuggiti dall'Asia per le persecuzioni degl'Imperatori Greci, e ricovrati in Linguadoca presso il Conte Raimondo di Tolosa: si chiamarono anche con diversa denominazione Paterini, da Puti (soffrire), per distinguersi dai Martiri della Chiesa cattolica. Consisteva la eresia loro nel credere la esistenza di due principii, l'uno buono, l'altro tristo. Attribuivano al primo il Testamento Nuovo, al secondo il Vecchio: negavano la discesa corporale del Salvatore su la terra; credevano gli uomini angioli decaduti, che dovevano tornare un giorno alla gloria antica; rigettavano le indulgenze, il purgatorio, e i miracoli, non meno che la transustanzazione , il culto della Vergine, la dannazione dei fanciulli morti senza battesimo. San Domenico, per consiglio del Pontefice, recatosi nella Gallia Narbonese, suscitò contro essi una Crociata, concedendo quelle medesime indulgenze, che solevano darsi a coloro i quali passavano a combattere in Terra Santa.

Ora San Domenico, sovvenuto dal Conte Simone da Monforte, scorre i contadi di Tolosa, Albi, Carcassona ed incendia Beziers; finalmente, seguendo il suo cammino, cade in potere degli Albigesi, i quali gli domandano se tema la morte: «Io temere la morte!» rispondeva il Santo «io temere la morte per la fede, per la gloria di Cristo, e della Santa Chiesa romana? Non mi uccidete a un tratto, vi prego, ma a poco a poco mutilate ciascheduno dei miei membri, e mostrateli ai miei occhi; poi strappate anche questi, e lasciate così il mio corpo, in mille parti piagato, rotolarsi dentro il suo sangue, finchè giunga il punto della morte.» Gli Albigesi lo lasciarono in libertà.

Innocenzio non potè mai ottenere da Federigo, che decretasse la pena di morte contro questi, ed altri eretici, siccome Arnaldisti, Gazari etc.—Onorio III suo successore valse però ad ottenerla, come si rileva dalla costituzione Hac edictali conservata nel Codice Giustinianeo. A noi duole non potere più a lungo seguitare la storia degli Albigesi, chè il nostro soggetto ci preme; onde null'altro possiamo fare di meglio che rimandare il lettore all'opera che l'irlandese Mathurin con tanta forza d'immaginazione ha composto intorno le loro vicende.

Onorio III, conformandosi in tutto alla politica d'Innocenzio, esitava a concedere la corona Imperiale a Federigo; nondimeno costretto poneva per condizioni, che il Regno delle Sicilie al suo figliuolo Enrico cedesse, la Contea di Fondi alla Chiesa restituisse, egli a militare in Palestina trapassasse. Federigo prometteva tutto, perchè a promettere non iscapitava nulla; ma ricevuta la corona imperiale, se ne andò in Puglia: dove, vinti i Conti di Aquila, di Caserta, Tricarico, e Sanseverino, acquietò il Regno, vi promosse le arti e le lettere, instituì Università; e molte altre cose così per la pace, come per la guerra lodevoli, condusse a buon fine. Il Papa, che non voleva venire ad un'aperta rottura con Federigo, e d'altronde lo temeva vicino, si avvisò, per mandarlo in Palestina, di dargli in isposa Yole figlia di Giovanni di Brienna erede del Regno di Gerusalemme. Lo Imperatore, che poco tempo innanzi aveva perduta la prima moglie Gostanza di Arragona, tolse ben volentieri Yole, che fanciulla leggiadrissima era; ed apprestata una flotta s'incamminò col Langravio di Turingia alla conquista di Gerusalemme l'otto settembre 1227.—Qualunque però ne fosse la causa, di lì a pochi giorni vôlte le prue, tornasi in Calabria, prorogando la impresa all'anno venturo.

Era morto il prudente Onorio, ed in suo luogo sedeva Gregorio IX dei Conti di Signa, siccome Innocenzio III, il quale forte sdegnato del ritorno di Federigo, senza nè pure citarlo, lo scomunicò nel settembre di quell'anno medesimo 1227. Federigo per niente sbigottito appella da questa sentenza al Concilio, ordina continuarsi nei suoi Stati gli uffici divini, lascia al governo del Regno il suo suocero Giovanni di Brienna, e si reca a Tolemaide. Quinci mandava Legati al Papa, affinchè si placasse; questi rispose, instigando il Brienna a ribellargli il Regno. Federigo, fatta pace col Soldano, torna in Italia, vince il Brienna e il suo esercito, distinto col nome di chiavesignato da quello di Federigo, che si chiamava crocesignato. Il Papa è costretto a ricomunicarlo.

Le città lombarde erano già decadute da quelle virtù, che le avevano unite nella gloriosa Lega contro il Barbarossa. Cominciarono le contese cittadine tra nobili e popolo, aprendo così la via al primo ambizioso che volle dominarlo. Già fino d'ora molti cittadini reggevano la patria loro a modo tirannico, siccome i Signori da Romano, da Cammino, da Este, da Doara, e Pelavicino: in breve la stessa Milano vedremo cadere sotto il dominio dei Signori della Torre. Imprevidenti però del pericolo vicino, temevano il lontano, onde i deputati di Bologna, Piacenza, Milano, e di altre ragguardevoli città, si ragunarono nella chiesa di Santo Zenone di Mosio su quel di Mantova, e quivi stabilirono la seconda Lega Lombarda per quindici anni. Intanto Enrico, sollecitato, secondo che porge la fama, dal Papa, e dai Lombardi, si ribellava a suo padre. Come questa vicenda avesse fine vedemmo al Capitolo quinto. Ormai Federigo, non potendo più comportare il manifesto disprezzo che i Milanesi facevano della sua autorità, dichiarò loro la guerra. La minuta descrizione delle cose particolari di questa impresa vorrebbe altra estensione di quella propostami nel presente Capitolo: narrerò i fatti principali soltanto, e da prima la battaglia di Cortenuova, nella quale ebbero i Milanesi dolorosa sconfitta. Tornava nell'agosto 1237 Federigo di Lamagna, conducendo seco duemila cavalieri tedeschi: giunto che fu a Verona, occorse in diecimila Saraceni, ed aggiuntili al suo esercito entrò sul contado di Brescia. I Milanesi con la gente della Lega si posero subito in cammino, e andarono ad incontrarlo sull'Oglio. Bellissima era la situazione presa, per modo che Federigo, non volendo assaltarli con tanto suo manifesto svantaggio, s'ingegnò di trarneli fuori, valicando il fiume a Montecorvo, e spargendo la fama di andarsene a svernare a Cremona. Rimasero all'inganno gli avversarii, che stimando poterlo leggermente danneggiare per quella confusione che mena sempre seco la ritirata, si dettero ad inseguirlo. Pervenuti a Cortenuova, invece di fuggente, trovarono lo esercito imperiale schierato in ordine di battaglia: di tornare indietro non era più tempo; e' fu mestieri combattere. Ma disordinati, siccome avviene a cui insegue troppo fidente della vittoria, e stanchi dal travaglioso cammino, furono abbattuti, e dispersi. Solo la compagnia della morte tenne fermo all'urto della cavalleria tedesca, e con valore inudito resse fino a notte, difendendo il Carroccio, nè si ritrasse prima di averlo spogliato di ogni suo ornamento. Più del giorno fu sanguinosa la notte, imperciocchè i fuggiaschi non potendo salvarsi pel contado cremasco rimontarono l'Oglio, e si dispersero per quello di Bergamo molti rifiniti dal disagio caddero morti per via; molti per quei sentieri paludosi, o tentando tragettare il fiume, si sommersero; moltissimi dai Bergamaschi sollevati contro di loro furono uccisi. Tra per la battaglia, tra per la fuga, meglio di cinquemila uomini perirono; sarebbero morti tutti, se Pagano della Torre Signore di Valsassina non gli avesse raccolti, e questo fu il principio dei Della Torre in Milano. Pietro Tiepolo, figlio del Doge di Venezia, Podestà, imprigionato da Federigo, è da lui indegnamente fatto decapitare in Puglia, su la torre di Trani posta lungo la riva del mare, affinchè la flotta veneziana, che per quelle spiaggie veleggiava, lo potesse vedere. Seguiva l'assedio di Brescia, nel quale si rinnuovarono tutte le barbarie adoperate dal Barbarossa nello assedio di Crema: ma Federigo non potè superarla, e gli convenne ritirarsi a Cremona senza avere nulla acquistato. I Veneziani, tutti sdegnosi della morte del Tiepolo, presero parte alla Lega; il Papa Gregorio non solo si univa contro Federigo, ma ben anche lo scomunicava. Allora non si conobbe più freno: intese l'Imperatore a sollevare gli Stati del Papa; il Papa, a sollevare quelli dell'Imperatore. Federigo però più potente in armi, meglio istruito nell'arte di lusingare le passioni, superati gli ostacoli, va a Roma. I Romani gli si dimostrano favorevoli, il Pontefice parve ormai disperato. Mentr'egli tutto dolente stava ad aspettare gli ultimi danni, gli sorge in mente un pensiero, donde nacque la sua salvezza: si volge al Vaticano, toglie le teste di San Pietro e di San Paolo; le porta in processione per tutta la città, rimettendo a quei Santi la cura di difenderla: se ne commossero i Romani; di nemici che gli erano, si convertirono subito in caldi difensori, e presa la croce, si dettero a combattere Federigo; il quale sebbene facesse tra crudelissimi tormenti morire quanti crocesignati gli capitavano in mano, pure non potè superare Roma, e sdegnoso e avvilito si ridusse nei suoi dominii di Puglia.

Gregorio Papa, rimesso della presente paura, volgeva la mente a cose maggiori; convoca per l'anno seguente un Concilio a San Giovanni Laterano, e manda lettere circolari a tutti i Vescovi della Cristianità, affinchè intervenissero. Federigo adesso temendo che il suo credito non diminuisse in Lombardia, vi torna con buono esercito, e dopo di avere ad avventuroso fine condotte alcune imprese, assedia Faenza. Qui fu che mancatigli i danari mise in corso monete di cuoio, le quali in séguito, con raro esempio di fede, riscosse pel prezzo di un agostaro l'una, senza apportare il minimo scapito ai possessori. Guglielmo Ubbriachi Ammiraglio dei Genovesi imbarcava i prelati francesi riunitisi in Nizza all'oggetto di portarsi al Concilio. Federigo manda tosto il figlio Enzo o Giovanni colla flotta siciliana per collegarsi a quella dei Pisani, capitanata da Ugolino Buzzaccherini dei Sismondi, e muoversi contro la genovese. S'incontravano il 3 maggio 1241 le due armate nemiche tra il Giglio e la Meloria, e ne seguiva una fiera battaglia, nella quale i Genovesi furono disfatti, ed ebbero diciannove galere prese, e tre cacciate a fondo. I prelati si mandarono nelle prigioni di Puglia, dove si racconta che fossero legati con catene di argento. Ricchissima raccolsero la preda: la fama riporta che i Pisani e i Siciliani si dividessero a moggia il danaro. Come se poi questa ingiuria fosse poca, tanto si adoperò Federigo, che fece ribellare alla Chiesa Giovanni Colonna Cardinale di Santa Prassede, il quale condusse seco nella rivolta i castelli di Colonna, Lagosta, Palestina, Monticello, e più altri. Gregorio IX profondamente angustiato nell'animo, non potendo più comportare tanto acerbo dolore, moriva. Ora non è da dirsi a qual punto si sollevasse la superbia dello Imperatore. Il collegio dei Cardinali di sei soli individui si componeva. Celestino IV nominato Pontefice visse diciotto giorni: dopo lui la Chiesa stette per ben due anni vacante. Insoffribili erano ed obbrobriose le minacce e le villanie, che adoperava Federigo contro il consesso dei Porporati. Odasi un po' con quali parole gli salutasse: «A voi figli di Belial, a voi figli di Efrem, a voi gregge di perdizione indirizzo la parola, a voi colpevoli di ogni umano sconvolgimento, pietra di scandalo di tutto l'Universo.» Nè andò molto, che lo percosse il gastigo: nel 24 giugno del 1243 fu eletto Papa Sinibaldo del Fiesco, Cardinale di San Lorenzo in Lucina, col nome d'Innocenzio IV. Appena Federigo lo seppe, che vôlto ai suoi cortigiani disse loro: «Di questa elezione noi abbiamo disavanzato assai, imperciocchè costui, che ci fu amico Cardinale, ci sarà nemico Pontefice.» Volendo però se fosse stato possibile nell'antica amicizia continuare, mandò suoi Legati ad Innocenzio per proporgli il matrimonio di una sua nipote con Corrado figlio dello Imperatore, purchè dal proteggere i Lombardi desistesse, ed il Legato che contro di lui predicava la Crociata richiamasse. Si condussero queste pratiche, ora più, ora meno lentamente, fino al 1244, nel qual anno, quando sembrava che fossero vicini a concludere, Innocenzio, avvertito che i Frangipani trattavano di rendere a Federigo le fortezze che tenevano al Colosseo, si traveste da soldato, fugge da Roma, s'imbarca a Sutri, e ripara in Genova sua patria. Se Federigo congiurava contro il Papa, questi dal canto suo non se ne stava. Dicesi, che fosse scoperta in quell'anno stesso una cospirazione ordita dai Frati Minori contro la vita dello Imperatore, e che la più parte di loro ne avessero le mani tagliate, e la testa recisa.

Il Papa, disposto di procedere affatto nemico contro di Federigo, convoca un Concilio a Lione per la festa di San Giovanni. Nel 28 giugno del 1245 ne fu tenuta la prima sessione nel Convento di San Giusto, assistendovi centoquaranta Vescovi. Cominciò Innocenzio esponendo i mali della Chiesa; la Russia, la Polonia, e parte della Ungheria, dai Tartari devastate; Gerusalemme presa dai Carismieni. Costantinopoli dai Vataci minacciata: tutti questi mali attribuisce a Federigo; di spergiuro, di empietà, e di eresia lo accusa. Taddeo da Suessa Legato imperiale, vedendo il Cancelliere Piero delle Vigne non levarsi a difendere il suo signore, sorge arditamente, scusa Federigo, e lo dimostra prontissimo a combattere contro gl'Infedeli. Innocenzio chiede sicurtà; Taddeo nomina i Re di Francia, e d'Inghilterra; il Papa gli ricusa. Nella seconda sessione Taddeo con apprestata orazione difende Federigo; qualifica per parte del suo signore, menzognero il Vescovo di Catania, che ripeteva le accuse del Pontefice, ed annunzia che lo Imperatore sta per comparire di per sè stesso al Concilio. Il Papa vuol pronunziare la sentenza; gli Ambasciatori inglese e francese lo costringono a concedere le proroghe per dodici giorni. Taddeo, tentati gli animi dei Cardinali, e trovatili tutti prevenuti in favore d'Innocenzio, avvisa Federigo, che si era avanzato fino a Torino, che non si affatichi di andare più oltre; essere la causa sua oggimai terminata. Sorgeva il giorno 17 di luglio, e col giorno si apriva la terza sessione. Si presentava Taddeo protestando incompleto il numero dei Vescovi, e perciò, dove fosse pronunziata sentenza, fino di allora frapponeva appello a più completo Concilio. Ciò nondimeno ributtate Innocenzio le proteste, pronunzia la sentenza contro Federigo come misleale vassallo della Chiesa, violatore dei patti giurati, sacrilego, eretico, e finalmente, secondo lo usato costume, chiudeva così: «Noi dunque che sebbene indegni teniamo luogo del nostro Signore Gesù Cristo; Noi, cui furono volte le parole di San Pietro Apostolo, tutto quello che avrete legato su la terra sarà legato in cielo; Noi, co' Cardinali nostri fratelli, e il sacro Sinodo, deliberammo, essersi questo Principe reso indegno dello Impero, degli onori, e delle dignità. Dio pei suoi misfatti lo respinge, nè soffre ch'ei sia più Imperatore. Noi manifestiamo alla gente, siccome è legato dai suoi peccati, respinto da Dio, privato dal Signore di ogni dignità, e di queste cose anche con la presente sentenza lo priviamo; quelli che gli sono tenuti per giuramento sciogliamo; anzi per nostra autorità di più oltre obbedirgli vietiamo, non pure come ad Imperatore, ma benanche in qualunque modo pretendesse obbedienza, e lo anatema nostro fino di adesso decretiamo contro loro, che in qualunque modo, e sotto qualunque pretesto, lo sovvenissero ec.»

Pronunziata la sentenza, i Cardinali rovesciarono le candele, che tenevano accese, in atto di esecrazione; Taddeo da Suessa fuggì dal Concilio, percuotendosi il petto, ed esclamando «Giorno d'ira è questo! giorno di sventura e di sangue!» Giunge le novella a Federigo, che furiosamente levatosi in piè grida: «Chi è questo Papa che mi ha ributtato dal suo Sinodo? Chi è colui, che vuole toccar la mia corona su la mia testa? Chi è colui che lo può? Dove sono i miei gioielli? Presto, recatemi i miei gioielli.» Glieli recavano: aperta una cassetta, dove teneva diverse corone, ne tolse una, e se la pose in capo dicendo: «Oh! ella non è per anche perduta; nè Papa, nè Sinodo, me l'hanno tolta, nè me la torranno senza che sangue ne costi.»

Dopo questa sentenza Federigo non ebbe più un'ora di bene. Innocenzio spedì lettere circolari per ribellargli la Sicilia; tentò farlo morire per opera di congiura ordita dai figli del Gran Giustiziere Mora, dai San Severino, e dai Fasanella: andato a vuoto il tentativo, non cessò dalle insidie, anzi viepiù accendendosi in quelle istigò Piero delle Vigne, rimasto trascurato in corte dopo il Concilio, a ministrargli il veleno. Giaceva Federigo leggermente ammalato, allorchè Piero si dispose all'opera di perfidia: fattosi alla camera dove era l'Imperatore, lo confortò a bere certo liquore composto da un suo medico, e gli affermava che ne sarebbe tosto guarito. Federigo di tutto già consapevole assentiva; giunto che vide il medico, si volse a Piero e gli disse: «Piero, è questa la bevanda che l'amico porge allo amico ammalato?» Poi con aspetto feroce ordinava al medico gli desse la tazza; questi pauroso della vita finge sdrucciolare, cade, e la rovescia per terra: poco gli giovava il consiglio; lo sparso liquore fu verificato per veleno, ond'egli n'ebbe la testa mozza. Piero poi, privato degli occhi, e rinchiuso dentro un monastero, dà del capo nel muro, e miseramente finisce i suoi giorni.

Federigo, considerando sollevarglisi attorno tanti odii, timoroso di sè, chiedeva pace. San Luigi e la Regina Bianca intercedevano. Innocenzio per questa volta non ricusò; ma per condizioni di pace ordinava, che lo Impero di Germania concedesse a Corrado, il Regno di Napoli ad Enrico, entrambi suoi figli; ed egli si recasse a Gerusalemme. Mentre che questi accordi si trattavano, giunse la novella in corte della ribellione di Parma. Federigo, messa ogni altra cura da parte, intese con tutto l'animo a ricuperarla. Ell'era città importantissima per lui, perchè apriva comunicazione con Verona, Germania, e gli Stati di Ezzelino da Romano, potente capo dei Ghibellini in Lombardia. Accorso con ogni suo sforzo, la cinge di soldati, ordina guardarsi diligentemente le vie onde nessuna cosa potesse entrare, od uscire; poi innalzato un ceppo sopra un monticello poco distante dalla città, quivi ordina che giornalmente a vista degli assediati recidansi le teste di quattro cittadini parmigiani.

Sebbene tessendo la storia dei figli di Eva, veniamo necessariamente, e con infinito nostro dolore, a raccontare una serie di delitti, a Dio non piaccia, che per noi sieno celate le poche azioni che possono ridondare in onore di quelli. I Pavesi, che noi vedemmo costanti, ostinati odiatori dei Guelfi, non sostennero tanto scempio, e notificarono allo Imperatore che cessasse, altramente si partirebbero, imperciocchè essi erano venuti a fare da soldati, non già da carnefici.

L'Imperatore, quasi per anticipare quello che aveva in mente eseguire, ordinò si fabbricasse una città, alla quale pose nome Vittoria, per trasportarvi, quando che fosse, la gente di Parma espugnata, ed intanto disegnava di prendervi i quartieri da inverno. Correva il giorno diciottesimo di febbraio 1248, allorchè i Parmigiani, avendo saputo che Federigo si era allontanato con assai gente per cacciare col falcone, si disposero tentare disperata sortita. Non fu per questa volta la fortuna contraria ai generosi. Gl'Imperiali, assaltati allo improvviso, dopo leggera resistenza si danno alla fuga; ne segue strage infinita. Taddeo da Suessa, e il Marchese Lancia, caddero morti sul campo, tentando ritenere i fuggitivi: inestimabile tesoro venne in potere dei vincitori, e la stessa corona imperiale. Federigo ritornava adesso tutto umile ad implorare la pace con Innocenzio, offrendo passare in Terra Santa; non si ascoltava. Allora vide quello che doveva considerare innanzi, cioè, che fino a tanto che ei fosse stato perdente, il Papa non si sarebbe piegato a meno severi consigli. Si volse dunque in Toscana, ed inasprito pei recenti disastri, ne uscì tutto sanguinoso di nefandi omicidii. Superato il castello di Capraia, dov'erano riparati gran parte di Guelfi, tutti fece annegare: al solo Zingane Buondelmonti per odioso privilegio (e stimò fargli favore) ordinò che si strappassero gli occhi, e si gittasse nelle prigioni di Puglia. Ma quasi che di ogni misfatto dovesse immediatamente pagare la pena, poco tempo dopo, il suo figlio Enzo combattendo a Fossalta contro i Bolognesi fu vinto e fatto prigioniero; nè mai in séguito per prego, o per minaccia, dal Comune di Bologna lasciato partire, e realmente trattato, visse ventidue anni in quella città. Federigo, tentato nuovo motivo per la pace, e nuovamente respinto, se ne andò in Puglia a macchinare nuove imprese, ed a prepararvisi, allorchè la morte lo giunse a Ferentino il 13 decembre 1230. Innocenzio così annunziava al mondo la sua morte: «Si rallegrino i cieli, esulti la terra, che il fulmine, di cui Dio da gran tempo ci minacciava, si è convertito con la morte di un uomo in freschi zeffiri, ed in limpide rugiade.»

CAPITOLO OTTAVO.

MANFREDI.

                Lasciate questo canto, chè senz'esso
                Può star la Storia, e non sarà men chiara:
                Mettendolo Turpino, anch'io l'ho messo.
                                          ORLANDO FURIOSO.

Se il fastidio di colui che ha percorso queste Storie giungesse alla metà di quello che ho avuto io nel compilarle, non dubito punto, che la soprascritta epigrafe dovesse essere con maggiore convenienza collocata innanzi il Capitolo settimo. Però, se il caso sta come ho detto, faccio qui solenne protesta, affinchè i versi citati si abbiano ad ogni effetto di ragione (per dirla co' Legali) come anteposti al luogo menzionato. Se questa epigrafe poi sia, o no, valevole a scusarmi, io per vero dire non vedo ragione del contrario; perchè, se giovò all'Ariosto, come non dovrebbe giovare anche a me? Alcuno forse opporrà, ch'egli si trovò costretto a questo dalla cronaca di Turpino, e probabilmente avrebbe rigettati que' racconti, laddove fosse dipeso dalla sua volontà. Ma ogni uomo, per quanto siasi ostinato a leggere poco, conosce, che la buon'anima dell'Arcivescovo Turpino aveva altro in testa, che contare novelle, e che quell'umore bizzarro dello Ariosto gli attribuiva di giorno ciò ch'ei sognava di notte. E di vero se così non fosse stato, come la Eminenza del Cardinale Ippolito da Este dopo avere letto il divino Poema lo avrebbe interrogato dicendo:—Messer Lodovico, da dove avete cavate tante frascherie?—Domanda, che svelò a un punto il bell'ingegno del Cardinale, e fu la sola ricompensa che Messere Lodovico ricevesse dalla manificentissima e liberalissima Casa d'Este, come dicevano allora i Cortigiani, perchè le Gazzette ufficiali e semi-ufficiali non erano state peranche inventate. Ma quand'anche queste ragioni non mi giovassero, non si creda mica, ch'io non ne abbia in pronto molte altre, e gravissime tutte. Potrei allegare per la prima quella che parmi, ed è la principale di ogni altra,—il piacere mio; poi per seconda, che la presente generazione ha l'anima assetata di tutti que' libri che si distinguono col nome di Vite, e di Storie. Non ho detto subito Storie, perchè in oggi non è il libro che fa il titolo, ma il titolo il libro; e storia ormai non sappiamo più che cosa ella sia, in grazia di que' tanti volumi di fatti ricavati all'impazzata da opere oltramontane, e oltramarine, male connessi, male esposti, e peggio narrati: volumi che nulla hanno d'italiano, nè il senno, nè la civiltà, nè la lingua; volumi che la stessa ignoranza guastano, facendola incapace di mai più istruirsi, o, quello ch'è peggio assai, dal proprio mal talento, dalla invidiosa mediocrità, e dalla implacabile presunzione, seminano odio, mietono ignominia, eterno riso dei nemici stranieri. Benedetta sia sempre quella nudità della mente che cerca, e può acconciamente imparare; maladetta la ignoranza presuntuosa e maligna, e cui la fomenta.—Ai tempi di Elisabetta Regina d'Inghilterra costumavano le dame aggirarsi per le vie con un lungo strascico di seta; oggigiorno le anime vanno a processione pel mondo con uno strascico sperticato d'ignoranza ribalda: ogni tempo ha le sue usanze! Elisabetta con una legge suntuaria ridusse gli strascichi di seta a due sole braccia; ma la ignoranza si ride delle leggi, e dei legislatori, e salta quanto vuole saltare, e urla quanto vuole urlare, chè non v'è prigione che la tenga, nè birro che la leghi; e ti misura a passetto quattro tomi o sei di Memorie storiche, o libri altri cotali. Confortiamoci dunque con la speranza che questa sia l'ultima piaga con la quale a Dio piace di toccare l'Italia; confortiamoci, dico, che anche quaggiù un Mare Rosso¹ aspetti il brulichío delle cavallette storiografe, che si avventano alla buona messe, e fanno duro governo dei nostri campi fortunati; confortiamoci, che l'aere di questo cielo benigno un tempo alle imprese gentili, torni mortifero alle piante parasite che ci minacciano. Ai vecchi, che per esser fondo del secolo passato vanno tutti schifosi di posatura, e camminano curvi sotto le stoltezze del nuovo, le ignoranze dell'antico, e le presunzioni di ambedue i secoli, ormai minaccia la malattia, o più giovevole la morte. Ma non tutti tra i vecchi così, e dei giovani quasi nessuno: castissimi nell'anima, di quel senso che si sublima alle immagini del bello dotati, amano istituire gara di grandezza e di gloria, amano esercitarsi nelle lodevoli imprese, e mantenere intatto il sacro deposito del sapere, che i nostri grandi avi ci hanno tramandato. Onore! Onore ai magnanimi, che vivono nelle visioni della immortalità! Il fuoco della scienza, come quello di Vesta, arde scarso, ma eterno, e conservato da mani pudiche.

¹ Fecit flare ventum ab Occidente vehementissimum, et arreptam locustam projecit in mare rubrum. (Exod., C. 10.)

«Ordiniamo, che Corrado eletto Re dei Romani, erede del Regno di Gerusalemme, dilettissimo figliuolo nostro, ci succeda nell'Impero, ed in qualunque altro dominio in qualsivoglia modo acquistato, particolarmente nel Regno di Sicilia. A lui morto senza figli vogliamo succeda Enrico figliuolo nostro, ed a questo morto pure senza figli succeda Manfredi nostro figliuolo. Dimorando il mentovato Corrado in Lamagna, od in altro luogo fuori del Regno, Manfredi faccia le sue veci in Italia, e specialmente in Sicilia, dandogli pienissima potestà di fare tutti quei provvedimenti che potremmo far noi, come concedere terre, castelli, feudi, dignità, parentele ec. ec.. meno gli antichi demanii del Regno; ed abbiano Corrado ed Ennrico, o eredi loro, le cose che avrà fatte per rate e confermate. Item concediamo, e confermiamo al sopra detto Manfredi il Principato di Taranto, di Porto Rosito fino alla sorgente del fiume Brandano, non meno che le Contee di Montescaglioso, Tricarico e Gravina, le quali da Bari si estendono fino a Palinuro, e da Palinuro fino a Porto Rosito. Gli concediamo inoltre la Contea di Monte Sant'Angiolo con ogni titolo, onore, diritto, borghi, terre, castelli, villate, e pertinenze. In ogni altra possessione dalla Maestà Nostra concessagli nello Impero lo confermiamo, purchè di queste riconosca Corrado per suo sovrano signore ec.»¹

¹ Testamentum Friderici etc., p. 2 et passim.

Questa era la volontà dello Imperatore, come si rileva dalle sue tavole testamentarie riferite da alcuni diligenti Storici, ma tale non era quella di Papa Innocenzio. Abbiamo veduto come la politica dei suoi antecessori consistesse tutta nell'impedire che l'Imperatore di Lamagna avesse dominio in Italia, e poichè non potè attraversare, che per mezzo del matrimonio di Gostanza con Enrico la casa di Svevia ottenesse il Regno di Napoli, ogni pensiero della Corte Romana fu vôlto ad impedire che si consolidasse in mano dell'Imperatore. Innocenzio non aveva altro sentiero a seguire. Quel potente amico vicino che volendo ti distrugge, riesce più pericoloso del nemico che puoi combattere con incerta fortuna. Innocenzio come uomo avveduto, e delle cose del mondo intendentissimo, accese le cupidigie dei Baroni napoletani. Ognuno di questi, sperando farsi signore assoluto, con l'antica lusinga della libertà andava sollevando i popoli, e diceva doversi trucidare il tiranno, e purgare il Regno dai Barbari. Manfredi dal canto suo sollecitava i popoli a rimanersi fedeli, gli onori e le gioie della lealtà esponeva, i suoi nemici ribelli appellava. Sono i nomi di ribelle e di tiranno nelle rivolte di per sè stessi senza significato, e senza rappresentanza morale nella mente dei popoli, ed aspettano la loro spiegazione dall'esito delle battaglie. Allora vedendo gl'imprigionamenti, gli esilii, le teste tagliate e confitte su pei pali, per quell'antica fratellanza, che corre nei loro cervelli tra pena e delitto, senza cercare più oltre danno il torto a chi è vinto. Il nome di riprovazione rimane a colui che ha dovuto cedere, l'altro ha purificato la sua infamia nella vittoria…. poi la vittoria muta, chè il chiodo alla ruota della Fortuna nessuno pose fin qui, nè mai porrà, e con la vittoria mutano i giudizii degli uomini. Vinse Manfredi, e fu giusto; i Baroni vinti, e però scellerati. Alla morte dello Imperatore il Regno da un lato all'altro si ribellò, e Manfredi in meno di un anno lo ricompose in pace, ed eccettuate le città di Napoli e di Capua, tutte le sottomise. Fu quest'eroe figlio naturale di Federigo, e di una Marchesa Lancia di Lombardia, ma come si ricava dal suo testamento, avanti di morire legittimato. Bellissimo di corpo, di biondi capelli, ed occhi azzurri, come tutti gli altri della famiglia di Svevia; era la sua persona maestosa, il portamento gentile; di costumi liberale e cortese: sortì dalla natura ingegno maraviglioso, conciossiachè egli sapesse poetare a modo dei Trovatori, suonare, e nessuno degli adornamenti cavallereschi ignorò: del pari che suo padre Federigo parlò speditamente diverse lingue, e fu intendente di cose naturali, come si rileva dai libri su la Caccia, che di lui ci rimangono: cupamente ambizioso, stimò ogni mezzo, purchè conducente al suo scopo, lodevole: capace di calcolare ogni delitto e commetterlo, e celarne il rimorso: simulatore e dissimulatore destrissimo, sprezzatore degli uomini e di Dio, nel mentre che con istrano contrasto si mostrò sempre umano, magnanimo, e perdonatore generoso. La sua anima fu grande, ma tenebrosa; nessuno uomo al mondo ha mai tanto somigliato a Lucifero, allorchè ribellando parte del cielo al suo Signore ne portò la fronte in sempiterno solcata dal fulmine divino.

Corrado si apparecchiava a visitare il Regno di Sicilia, che il suo augusto genitore soleva chiamare prezioso retaggio: imbarcatosi a Porto Navone, alla estremità del Golfo Adriatico, su le flotte pisana e siciliana, giunse felicemente sul principiare dell'anno 1252 a Siponto in Capitanata. Gli occorse Manfredi con magnifica comitiva, e fattegli le dimostrazioni del più sviscerato amor fraterno gli narrò le imprese eseguite, i pericoli superati, e con diligenza gli espose le presenti condizioni del Regno. Corrado rispose, dovergli grazie infinite: lo pregò a volerlo sovvenire co' suoi consigli, ed a non partirsi giammai dal suo fianco. Così in buona concordia andarono dapprima le cose. Si cominciava intanto ad imprendere la guerra. Corrado, aiutato da Manfredi e dai Saracini, occupava in breve Aquino, Suessa e San Germano; non dissimile da Federigo suo padre, rigidamente si conduceva co' vinti, gli rifiniva con gravose imposizioni, e con atroci tormenti li trucidava. Manfredi poi mostrava compassionarli, spesso intercedeva per loro, più spesso li trafugava, tutti dei suoi danari sovveniva; già per lo innanzi que' suoi modi cortesi toccarono i cuori dei Siciliani, nè poco contribuirono a sedarne i tumulti; ora poi, posti a contrasto con quelli di Corrado, tutti lo imploravano come loro protettore, e santissimo Principe lo dicevano, e che fosse divenuto il loro Re desideravano. Corrado, ch'era di natura sospettoso, s'ingelosì ben tosto di Manfredi, e cominciò a temerlo troppo potente, onde prese a spogliarlo dei feudi, limitarlo nei suoi attributi, e così in ogni modo umiliarlo e avvilirlo. Manfredi sopportava tutto con lieto volto, nè se ne mostrava punto crucciato; anzi in proporzione dei torti ricevuti pareva raddoppiare di ardore per sovvenirlo. Capua stretta di assedio cedeva adesso a Corrado, che levato subito il campo mosse contro di Napoli. Questa città tenne lungamente; alla fine, soverchiata da troppo maggior numero di forze nemiche, si arrese. Corrado vi esercitò atti di rabbia, atterrò le mura, condannò gran parte di cittadini alla morte, la Università instituita da Federigo rimosse e trasportò a Salerno: Manfredi era sempre lì a spargere balsamo su le ferite cagionate da Corrado, e a prodigare consolazione e sussidii: sembravano il genio del bene, e il genio del male, che si fossero uniti a percorrere la faccia della terra.

Il grido degli offesi Napolitani giunse fino ad Innocenzio IV, che considerando se un potente esercito sì fosse presentato alle frontiere del Regno avrebbe potuto agevolmente sottometterlo, tirando partito da quegli umori, spedì il suo Segretario Maestro Alberto da Parma in Inghilterra per farne proposta a Riccardo Conte di Cornovaglia, fratello di Enrico III. Riccardo ricusò il partito, scusandosi col dire, lui essere fratello d'Isabella ultima moglie di Federigo, ma infatti perchè nudriva ambiziosi disegni sopra l'Impero. Enrico III allora sollecitò Innocenzio a concederlo al suo figlio Edmondo, e di breve rimase concluso il partito, quantunque, come vedremo in appresso, non fosse mandato mai ad esecuzione.

Giungevano intanto novelle dello Impero a Corrado, per le quali sentendo come Guglielmo di Olanda si fosse ribellato, conobbe essergli di mestieri confermare con la propria presenza la fede vacillante dei Baroni tedeschi. Abbandonando la Sicilia temeva di Manfredi, molto e più temeva di Enrico, giovanotto di belle speranze, lasciato dal padre ricco d'infinito tesoro, preposto al governo delle Isole, al quale egli doveva cedere il Regno di Gerusalemme, o l'Arelatense. Troppi, come ognun vede, erano i vantaggi che resultavano dalla sua morte, perchè Corrado lo lasciasse vivere. Enrico chiamato a Melfi periva: Corrado finse sentirne immenso dolore, e Manfredi finse di crederlo.

Ormai pronto a partirsi per Lamagna, Corrado la maggior parte dei Baroni aveva raccolto a Lavello col pretesto di magnifiche feste, ma in sostanza per ispiarne i sentimenti, e spengerli tutti alla occasione. Trapassarono le feste, e fu imbandito l'ultimo banchetto: sedeva Manfredi in faccia a Corrado, e con molte parole ora cortesi, ora amorose, lo lusingava; all'improvviso si levò in piedi, e vôltosi verso un donzello saracino gli disse: «Alì Haggì, pel Profeta che ha visitato, porgimi di quel buon vino col quale Federigo soleva propinare alla salute di sua casa.» Il Saracino gli porse un fiasco di argento, Manfredi n'empì una tazza (la sua era già piena), e la offrì a Corrado esclamando: «Alla salvezza di Svevia, all'Aquila nera in campo d'oro!»—«E all'Aquila di argento in campo azzurro!» rispose Corrado, e presa la tazza, vi accostò le labbra, e speditamente la vuotò. Manfredi era rimasto con la sua alla mano, e gli occhi senza sua volontà stavano fitti sul volto di Corrado; quando questi ebbe posato la tazza, egli accostò precipitosamente alla bocca la sua, quasi per nascondervi il volto, e la bevve ad un tratto. Poi ostentando una gioia smoderata chiese un liuto, ma nell'accordarlo spezzò le corde:—gettò lo istrumento e si pose a cantare: la sua voce era angelica,—ma confondeva i suoni, disordinava la musica; l'anima in somma era lontana da prestarsi a quegli ufficii. Finiva la festa, ed ognuno si ritirava al riposo. Manfredi pure andò a trovare il suo letto, ma s'egli vi trovasse riposo io non lo posso accertare. Non erano molte ore ch'ei vi giaceva, allorchè una voce traverso la porta gridò: «Messere il Principe, svegliatevi, accorrete, l'Imperatore si muore!» Manfredi balzato da letto si pone una maglia di ferro sotto le vesti, ed esce precipitoso. Giungeva al letto del moribondo…. Il volto di questo, livido per la presente malattia, più livido per la ricordanza dei suoi misfatti, appariva veramente terribile. Sporgeva le labbra tutte annerite come lo assetato; i capelli avea ritti, grondava sudore. Manfredi si abbandonò sul letto percotendosi il seno, piangendo dirotto, e ad ora ad ora esclamando: «Oh! signor mio, ch'è questo mai?»—«Manfredi,» rispose a gran fatica il giacente «io muoio, e Dio sa come! abbi…. almeno…. pietà di mio figlio, Manfredi!…» Trasse un anelito, cadde riverso sul guanciale, e spirò.

Un uomo che non aveva mostrato dolore nè gioia, ma si era rimasto sempre allato dell'Imperatore, immobile come la statua di un Santo, trasse da parte Manfredi, e con parole tranquille gli disse: «Messere il Principe, fa mestieri provvedere: volete voi assumere il baliato del Regno?»—«Io dominare, Marchese Bertoldo?» rispondeva Manfredi: «oh! sono sazio, ma sazio assai delle cose della terra…. Io vo' passare la rimanente mia vita a piangere il mio fratello.»—«Ben pensato, Principe: io co' miei Tedeschi sosterrò in Sicilia le ragioni di Corradino,» soggiunse Bertoldo. «Vi aiuti Dio nella impresa.»—«Amen,»—riprese l'Hochenberg, e si allontanò.

Si sospettò súbito di veleno, ma ora a nessuno tornava dirlo. Il paggio saracino, che solo non aveva interesse a celarlo, non fu più visto in corte; e così Dio gli abbia salvato l'anima nell'altro mondo, com'egli certamente in questo perdè la vita. Tentò il Marchese Bertoldo di Hochenberg con quella improvvisa domanda penetrare la mente di Manfredi, ma questi era più destro a celare che non il Marchese a conoscere. Aveva Bertoldo un senso sicuro di giudicare gli uomini pensando sempre alla peggio; Manfredi poi possedeva il genio della malignità. Il Marchese poteva essere appena inalzato all'onore di primo istrumento dei misteriosi disegni del Principe di Taranto.

L'Hochenberg siccome balio di Corradino spedì ambasciatori al Pontefice per implorare perdono. Rispondeva Innocenzio, volere prima di tutto essere messo in possesso del Regno, giudicherebbe dipoi qual dritto potesse avere Corradino su quello. Non si accettavano cotesti patti, le pratiche per la pace nuovamente si rompevano, la guerra ricominciava. Innocenzio, messo da parte le profferte fatte pel tempo passato ad Enrico d'Inghilterra, si consigliò di conquistare per sè il Regno di Sicilia. A tale intento raccolse in Anagni le milizie delle Repubbliche lombarde e toscane, quelle della Marca di Ancona, e più altre. Al punto stesso istigava i Baroni del Regno alla ribellione; ed in questo faceva buon frutto, perchè Manfredi o lo aiutava, o non lo impediva. Bertoldo travolto dalla necessità dei casi, considerando non essere omai in suo potere sedare quelle sommosse, propose da senno a Manfredi di cedergli il baliato. Il Principe finse da prima ricusare, ed ora con questa, ora con quella scusa, andava schermendosi: alla fine accettò, a condizione che il Marchese gli cedesse i tesori di Corrado, e andasse in Puglia a ragunare nuovo esercito. Bertoldo, toltosi da dosso quel grave carico di difendere il Regno, e di mostrarsi la prima persona contraria agl'interessi del Papa, non pure non tenne i patti, ma si manifestò avverso a Manfredi. Conobbe il Principe la disperata sua condizione, e lo errore commesso dell'essersi affidato a quegl'incostanti spiriti de' Napoletani: ma opponendo la frode alla frode, prevenne Bertoldo; finse fare volontariamente quello a che tra poco sarebbe stato costretto, e andò a Cepperano ad umiliarsi al Pontefice. Narrasi che giungesse perfino a tenergli il palafreno per la briglia, quando valicò il Garigliano.

Gli accorgimenti di Manfredi non dovevano gran pezza durare; egli li aveva operati per sospendere i casi presenti, sapendo che da cosa nasce cosa, e il tempo la governa, e per dare a divedere all'Hochenberg che penetrava i disegni suoi, e poteva renderli vani. Infatti il Marchese pensando che il sottomettersi adesso dopo Manfredi non gli avrebbe fruttato molto utile, stimò meglio mantenersi nemico, ed aspettare occasione di vendere a caro prezzo la sua resa. L'occasione non tardò molto a venire. Vedeva Manfredi la petulanza dei fuorusciti napoletani, Morra d'Aquino, San Severino, che seco lui abitavano in corte del Papa; e con destrezza maravigliosa dissimulava, e gli oltraggi ricevuti altamente nell'animo imprimeva, divisando bene vendicarsene un giorno. Intanto Bonello di Anglone, suo capitale nemico, ottenuta dal Papa la investitura di parte del Principato di Taranto, per la strada di Alesina s'incamminava a prenderne possesso. Manfredi in quel giorno medesimo, avendo saputo che l'Hochenberg con lo esercito si avvicinava, mosse da Teano per andare ad abboccarsi con lui. Volle la fortuna, che per via s'imbattesse in Bonello, il quale tutto orgoglioso si avanzava tenendo la mano dritta del cammino. Manfredi scongiurava i compagni, affinchè adesso lo lasciassero stare,—non sarebbe mancato tempo a trarne vendetta; ma essi risposero, che non avrebbero consentito giammai che si facesse un tanto spregio al figliuolo dello Imperatore Federigo. Le due compagnie si accostavano, nè quella di Bonello sembrava volesse cedere; allora Marino Capece, uomo di natura avventata ed amicissimo di Manfredi, trascorse col suo destriero, e percotendo con la mazza ferrata le spalle di Bonello: «Scendi, schiavo,» gli disse «e fa omaggio al figlio del tuo Re.» Questo fu il segnale della battaglia; posero mano alle spade, e cominciarono a menare. Il Principe, da che non aveva potuto impedire che accadesse quel fatto, si studiò che riuscisse felice; e da franco cavaliere spintosi con incredibile furia addosso al Bonello, lo afferra al cimiero, gli scioglie la barbuta che gli difendeva la testa, e col pugnale gli sega la gola: i compagni di Bonello, visto quel caso, fuggono a precipizio. La nuova giunse tosto in corte del Papa, il quale, infellonito per la morte d'Anglone, spedì gente a perseguitare l'uccisore. Manfredi, stimandosi male sicuro all'aperto co' suoi fedeli, si rifugiò nel castello dell'Acerra, dove rimase alquanti giorni. Bertoldo, visto Manfredi in disgrazia del Papa, gli si fece subito nemico, o con tutto il suo esercito ad Innocenzio si vendè. Il Marchese Lancia avvertì il suo nepote Manfredi, affinchè si partisse dall'Acerra. Manfredi adesso ramingo e profugo era venuto in parte che non aveva più terreno che lo sostenesse. Sperava ripararsi in Lucera, ma anche questa città era in poter dei nemici: nondimeno nessuno altro rifugio si presentava, e in ogni caso era forza tentare: ma torrenti, montagne e nemici, prima di pervenirvi si frapponevano. Chi avrebbe voluto correre tanto manifesto pericolo, e partecipare seco lui la presente sventura? Corrado e Marino Capece, singolare esempio di amore fraterno e di lealtà, risposero, stesse pure di buon animo, ch'essi come pratichi di que' dirupi speravano in Dio di condurlo a buon salvamento.—Si posero in via.—Le cose andarono sul principio a seconda: fino a Magliano non incontrarono anima vivente. Giunti in questo borgo, trovarono una colonna dell'esercito di Bertoldo, quivi fermata con ordine di chiudere le vie di salute a Manfredi. Si accôrsero i fuggitivi dello imminente pericolo, e si dettero a traversare il borgo con molta accortezza. Già stavano presso ad uscirne con avventuroso successo, allorchè intopparono in doppio filaro di carri posto a capo del cammino: i soldati lasciativi a guardia domandarono chi fosse; la più parte del séguito di Manfredi stimandosi perduta, trasse le spade gridando: «Svevia! Svevia! Siamo qui per punirvi, traditori.» Si venne a un duro affronto, nel quale il caso, più che la prodezza, dispensò i colpi. Manfredi, i Capece, ed alcuni altri rimasti addietro, affrettando i cavalli giunsero sul luogo, e videro che i loro compagni, fieramente assalendo, ed i nemici ritirandosi, avevano reso libero il passo: al punto stesso sentirono un mormorio lontano di gente, che si affaccendava per venire in soccorso della guardia dei carri; quantità di fuochi errava qua e là pel borgo; poco più che tardassero, erano irrimediabilmente chiusi nel mezzo. Manfredi, quantunque conoscesse la morte imminente, spinse il destriero per soccorrere i suoi, ma Corrado Capece lo rattenne, e gli disse: «Voi perdete, Principe, e quelli non salvate; essi furono valorosi, ma imprudenti…. spargiamo una lagrima sul destino loro, e partiamo.» Toccarono allora di sproni, e quanto più poterono veloci si allontanarono. Traversarono nei giorni seguenti per Bisacca, per Bimio e per Guardia dei Lombardi, e tenendo il sentiero più alpestro giunsero sul fare della notte a vista di Atropalda, castello dei Capece.

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«Baiardo!» gridò Marino: che precorse Manfredi sotto il castello. Fu sentito un cigolío di chiavacci, un aprire d'imposte, un montare di balestra, e una voce tuonante, che domandò: «Chi viva?»—«Viva Svevia, e San Gennaro: cala il ponte, Baiardo; son Marino.»

Fu calato il ponte; e quando Manfredi ebbe posto il piè su la soglia, i due fratelli Capece scesero da cavallo, gli si prostrarono alle staffe, e dissero: «Messere il Principe, siete in casa vostra.»—«Se la fortuna non mi corre sempre nemica, spero potervi dire le stesse parole a Napoli nel castello capuano.»

Le mogli dei Capece con donnesca leggiadria fecero al profugo Manfredi tutte quelle accoglienze che seppero maggiori; egli volle che sedessero alla sua mensa insieme ai loro mariti, e qui dimenticando le passate e le presenti sventure si mostrò tanto gaio e scherzoso, che quelle gentildonne, vedendolo in séguito spessissimo volte a corte, affermarono, ch'ei non fu mai tanto giulio, quanto in quella notte di pericolo. Alla mattina, Manfredi, salutate le dame, ed ingrossata la scorta di alcuni cavalieri della gente dei Capece, si dipartiva. Giunse a Melfi, che gli chiuse le porte; Ascoli seguì l'esempio, ed uccise per giunta il Governatore, che gli si manifestava devoto. Un uomo meno magnanimo si sarebbe dato per vinto; Manfredi, più che mai fermo contro la fortuna, si volse a Venosa, che rispettosamente lo raccolse.

Era Lucera dei Saracini in podestà del Marchese di Hochenberg, il quale vi aveva lasciato a governarla Marchiso con ordine di tenerne sempre chiuse le porte. Marchisio eseguiva i comandi del suo signore, ma non gli valse il consiglio.

Manfredi, lasciata a Venosa la scorta, tolse seco i due fedeli Capece e il maestro di caccia di Federigo, e si dispose a partire per Lucera; scansò Ascoli e Foggia. La notte lo sopraggiunse su l'entrare di quella sterminata pianura, che anche oggigiorno chiamano Tavoliere della Puglia; il cielo minacciava burrasca, ma il Principe di Taranto non era uomo da arrestarsi per la paura di un cielo turbato:—si avanzavano; le tenebre aumentano, il vento cresce impetuoso;—di tanto in tanto grosse goccie di pioggia gli bagnano il volto. Allo improvviso cessò il vento; tutto fu un profondo silenzio: per quella solitudine nessuna altra cosa si ascoltava, meno l'alternare dei passi dei cavalli.—Venne un lampo, poi un tuono, e dietro uno scroscio terribile di grandine: il vento che aveva cessato, quasi mostrando di non volere essere il primo ad attaccare la battaglia con gli altri elementi, tornò ad imperversare pel cielo. I baleni si succedevano con tanta rapidità da sembrare un incendio continuato. Spesso i cavalli balzarono indietro spaventati; i cavalieri, comunque usi a vedere la morte, si facevano il segno di salute, e si raccomandavano a Dio, perocchè lo spettacolo della natura sconvolta spaurisca assai più dell'aspetto della morte. Qual fu in quell'ora l'anima di Manfredi? Se i suoi compagni avessero potuto fissarlo in volto, avrebbero conosciuto dalla penosa contrazione dei muscoli, dagli occhi smarriti, dal sembiante disfatto, che nel suo cuore passava una tempesta più fiera di quella che sovvertiva in quel punto e cielo e terra. Ma essi stavano troppo preoccupati per la propria vita, onde fare coteste osservazioni; e la voce di Manfredi non tremava, anzi ora gl'incoraggiva, ora con qualche bel motto gli rallegrava. Disse un antico filosofo, non so con quanta convenienza di senno, che l'uomo onesto in fondo della miseria è cosa degna degli Dei: io per me penso, che un grande scellerato, il quale senta tutto lo inferno del rimorso, e sollevi la fronte baldanzosa e serena, sia non il più bello, certo bensì il più maraviglioso spettacolo della umana natura.—Così camminarono una lunga via: si squarciò l'orizzonte rovesciando sopra la terra torrenti di fuoco; le case più lontane ne furono illuminate; Riccardo maestro di caccia esclamò: «Coraggio, coraggio, cavalieri, ecco qui presso il ricovero.»

«Quale?» domandarono tutti.

«Non avete veduto la casetta che vi sta dal manco lato a breve distanza? Venitemi dietro, chè ne conosco la via; la fece fabbricare per comodo della caccia la Maestà dello Imperator Federigo nostro signore.»

«Riccardo!» urlò involontariamente Manfredi «per amore del tuo Dio, non mi condurre a quella casa.»

«E dove volete passare la notte, messere il Principe? Che San Gennaro vi aiuti, sentite che grandine è questa? Venite, venite.»

Manfredi senza aggiungere parola gli tenne dietro: allorchè fu per passare la porta della casa prese pel braccio Corrado Capece per evitare di cadere.

«Principe, male v'incolse?»

«Nulla, Corrado, ho posto il piede in fallo.» E si avanzò.

Riccardo frugando così al buio rinvenne alcuni fasci di legna, li dispose sul focolare, trasse dalle tasche il focile, e suscitò un bel fuoco.

«Questa è fiamma veramente reale,» disse sorridendo
Manfredi.

«Oh! ne abbiamo fatti di belli di questi fuochi, messere il Principe…. quelli sì che erano tempi!… figuratevi, l'ultima volta ch'ebbi l'onore di servire la Maestà dello Imperatore vostro padre, lo vidi in questa medesima stanza…. mi sembra proprio di averlo innanzi gli occhi…. lì a canto a voi….»

«E' parvi da durare questo tempo?» interruppe Manfredi.

«Messer sì,» rispondeva Riccardo. «Sicchè, com'io vi diceva, stava in questa stanza, e vi potrebbe essere anche adesso…. e perchè no? Egli morì giovane, mi ricordo, giungeva appena a cinquantasei anni…. e vivo io grazie al cielo, che ne ho sessanta, e sono un vassallo, poteva bene viver egli che ne aveva cinquantasei, ed era il più potente signore di tutta Cristianità; ma la fama mormorò allora che fosse avvelenato…. Oh! quando poi c'entra il veleno, si muore anche dell'età del Re Corrado….»

«Santa Vergine! questo è un fulmine,» disse Manfredi segnandosi.

«Messer sì….» soggiunse Riccardo. «Raccontano molti, e l'ho inteso sovente dalla propria bocca di mio padre, buona memoria, che rammentando i morti dopo la mezza notte sogliono talvolta apparire…. ma io non ho paura…. io…. E perchè dovrei averne?… per quanto mi venne dato, l'ho servito fedelmente sempre, in vita o in morte. Quantunque comprendessi benissimo, che la preghiera di un pover'uomo come sono io possa poco o nulla giovare alla grande anima di uno Imperatore, pure per quello che può valere le ho detto, e le dico la mia orazioncella. Insemina, se ora comparisse in mezzo di noi, io non avrei paura…. no, non avrei paura….» e tutto timoroso si guardava d'intorno. «E voi, messere il Principe?»

Manfredi non potendo più sopportare quelle parole, si fece alla porta, guardò il cielo, poi chiamò i compagni e disse: «Mi pare che si metta al buono.»

«Certamente si mette al buono;» rispose Riccardo «tra mezz'ora non cade più pioggia…. ma vedete come è mutato il vento!… come tirano di lungo que' nuvoloni neri neri!—La tempesta va verso Napoli…. Pazienza! là si trovano tanti buoni Santi, che ne avranno cura; ma qui non c'è prete che valga a esorcizzarla. Guardate in là, messere il Principe, come fa chiaro. Oh! ne abbiamo avute ben altre di queste nottate con l'augusta Serenità di vostro….»

«E sarebbe bene, Riccardo, che voi andaste con un po' di strame, se ne trovate, altrimenti col mio mantello, ad asciugare i cavalli.»

«Parvi, messere il Principe? il vostro mantello del più bel verde cambraio, che io abbia visto al mondo! il mio fa più al caso di quelle povere bestie…. eh! hanno fatto un bel fare…. e poi il mio mantello è più asciutto del vostro, farò con questo.» E così dicendo Riccardo andò per quello che gli aveva comandato il suo signore.

Manfredi facendosi presso ai Capece, che se ne stavano ristretti intorno al fuoco: «Prodi cavalieri, e dilettissimi amici miei,» disse loro «io vengo a togliervi fino il piccolo conforto di asciugarvi le vesti: vedete che si guadagna a seguitare la fortuna del profugo! Tra poco torneremo a cavallo.»

«Principe, noi ci professiamo pronti a lasciare la vita per voi…. le spose e i figli abbiamo di già lasciati.»

«Io per me spero che il Cielo mi sarà secondo, se non altro, per potere ristorare dei sofferti danni voi, generosi e fedeli amici miei.»

«Servire un cavaliere cortese come voi siete è di per sè solo una grande ricompensa. I nostri nomi, Principe, passeranno ormai nella memoria dei posteri uniti con indissolubile alleanza; saranno le vostre azioni le lodi nostre, e le nostre opere le vostre lodi: una gloria perenne ricadrà su noi tutti, nè i Trovatori canteranno di Manfredi senza che il nome dei Capece si trovi in qualche stanza della loro ballata.»

Manfredi gli abbracciò, e continuò seco loro a conversare, finchè udirono venire Riccardo che cantava:

    «In sella, in sella, cavalieri armati,
      Che l'araldo dell'arme ha dato il segno;
      Stanno le vostre dame agli steccati,
      Un scudo d'oro di vittoria è il pegno.»

Allora si levarono tutti: il cielo appariva in parte sereno; salirono i destrieri, e si riposero in via.

Sorgeva un bel giorno: gran parte dei Saracini stava raccolta sopra le mura di Lucera a cantare il Salè della Nuba matutina, allorquando videro di lontano venire per la pianura quattro cavalieri armati di tutte arme. Giunti che furono a tiro di balestra, tre si rimasero, ed uno si avanzò a testa scoperta in segno di sicurezza, alzando la mano senza guanto per denotare la pace.

«Pel capo di mio padre, parmi Manfredi!» gridò un Saracino.

«È la morte che ti percuota!» rispose un altro. «Chi sa in qual parte si trova adesso il nostro dolce signore!»

«Possano dirmi sette volte cane, e maladetta la mia generazione, se quegli non è il figlio di Federigo!» rispose un terzo.

«Perchè hai bevuto il sangue della vite, Hussein? Non lo aveva detto il Profeta, che il vino ammala il cuore, e ci fa simili allo stolto?»

«Baba Musah, perchè mi dici ebbro? E perchè accusi dei danni della tua vecchiezza il compagno che vede meglio di te? Questo t'insegna la sapienza degli anni? Guarda bene: non distingui l'aquila d'argento sul cimiero appeso all'arcione?»

«Arsullah! Sì certo, è un'aquila quella…. Arsullah! È Manfredi davvero.»

«Manfredi, Manfredi,» suonarono a un tratto le mura: «Manfredi, Manfredi,» risposero i Saracini rimasti nei quartieri, e prendevano l'arme, e accorrevano, «Ecco il diletto signore, ecco il nostro Principe, che viene a soddisfare i nostri desiderii, e a riposarsi su la nostra lealtà: ch'egli entri, ch'egli entri prima che il Governatore se ne accorga.» gridavano tutti.

Manfredi era giunto sotto le mura: un Saracino gli accennò un canale pel quale scolava un rigagnolo dalla città; il Principe si getta da cavallo, e si appresta a cacciarsi giù pel condotto:—nol soffrono gli spettatori, si fanno alle porte, le scuotono, le percuotono;—gli arpioni agli urti continuati lasciano la presa, e le imposte traendosi dietro una spaventosa rovina cadono a terra. Marchisio, che già armato muoveva per contrastare Manfredi, vedendolo avanzarsi tutto minaccioso, mutato consiglio, gli s'inginocchia, e gli fa omaggio come a suo signore sovrano.

L'acquisto di Lucera mutò i destini di Manfredi; vi trovava infiniti tesori, i quali, diffusi con accortezza, gli produssero in breve un forte partito, perocchè in ogni tempo il danaro sia stato la prima provvisione per la guerra, e in ogni tempo si trovassero uomini i quali posero l'anima allo incanto pel maggiore e migliore offerente. Ora il Pontefice spediva a tutta fretta un esercito sotto i comandi del Cardinale di Santo Eustachio per opprimere Manfredi sul principio di quelle grandezze; gli teneva dietro Bertoldo. Manfredi si mostrava apparecchiato a combatterli. Il Marchese di Hochenberg, seguendo sempre quella sua doppia e finta natura, mandò un messo fidato a tenere segrete pratiche d'accordo col Principe di Taranto. Rispose questi che volentieri lo raccoglierebbe nella sua alleanza; averlo sempre tenuto per caro fratello, ed amico; conoscere egli di troppo la prepotenza dei casi per volere far carico a Bertoldo della sua passata condotta. Il Marchese non andò più oltre, e stimò avere con molta accortezza provveduto alle cose sue, perchè, se vinceva Manfredi, ei gli era amico segreto: se Innocenzio, ei gli era amico manifesto. Intanto supponendo il nemico fidente di quelle dimostrazioni, mandò molte colonne del suo esercito sotto il comando del suo fratello Oddo a prendere posizione sul contado di Lucera; il nemico però stava all'erta, e avuta notizia del fatto si pone arditamente in campagna, rompe Oddo, e lo incalza fino a Canosa; poi lasciatolo così malconcio in parte che non più possa riunirsi al grosso dell'armata, si fa contro Bertoldo, il quale, dopo due ore di ostinato combattimento costretto a cedere, fugge più che di passo verso Napoli col Cardinale Legato.

Questo Capitolo ormai troppo voluminoso ci costringe a tralasciare il racconto di una serie di piccole perfidie, e di piccoli fatti d'arme, quasi tutti tra loro somiglievoli, pei quali Manfredi, sotto il Pontificato di Alessandro IV, vinti gli esterni e gl'interni nemici, riconquistò tutto il Regno di Napoli. Più grave caso, e degno di memoria è quello pel quale Manfredi di Vicario giunse a farsi nominare Sovrano del Regno di Napoli; e qui lasciato Niccolò Iamsilla scrittore ghibellino, mi fa mestieri appigliarmi a Giovanni Villani di fazione guelfa. Narra dunque costui, «che Manfredi, vedendosi in istato ed in gloria, si pensò essere Re di Sicilia e di Puglia; e perchè ciò gli venisse fatto, si recò ad amici con doni e promesse i maggiori Baroni del Regno; e sapendo come del Re Corrado suo fratello era rimasto un figliuolo chiamato Corradino, il quale per diritta ragione doveva essere erede del Reame di Sicilia e di Puglia, pensò una frodolenta malizia per esser Re. Adunati tutti i Baroni, propose loro cosa si dovesse fare della signoria, perocchè egli avesse novelle come il suo nipote Corradino fosse gravemente ammalato, e da non potere mai reggere il peso di un Regno. I Baroni consigliarono che mandasse suoi ambasciatori in Lamagna per sapere dello stato di Corradino; e se fosse morto, od infermo, fino d'allora protestavano volere Manfredi per Re loro. A ciò si accordò Manfredi come colui che aveva tutto fintamente ordinato, e mandò ambasciatori a Corradino e alla madre con ricchi presenti e grandi profferte; i quali giunti che furono in Isvevia trovarono che la madre del garzone, Elisabetta di Baviera, come donna di gran cuore ed avveduta, gli facea buona guardia, tenendolo confuso con diversi fanciulli di sua età vestiti tutti ad un modo; e detti ambasciatori domandando di Corradino, Elisabetta, temendo di Manfredi, mostrò loro in iscambio un altro di detti fanciulli dicendo: questi è desso. Gli Ambasciatori gli fecero grande riverenza, e presentandogli doni, tra i quali confetti avvelenati, il garzone ne prese, e incontanente morì; onde credendo aver morto Corradino si partirono subito di Lamagna, e giunti a Vinegia fecero fare alla loro galera vele di panno nero, e tutti gli arredi neri, ed eglino medesimi si vestirono a bruno; ed arrivati in Puglia, come gli aveva ammaestrati Manfredi, fecero sembiante di gran dolore, e riferirono la morte di Corradino. Manfredi finse gran pianto, e a grido dei suoi amici, e di tutto il popolo, fu eletto Re di Sicilia, e a Monreale si fece coronare, gli anni di Cristo 1238.» Elisabetta di queste cose informata, mandò ambasciatori a Manfredi per fargli sapere che Corradino viveva, e che il suo retaggio era stato usurpato: rispondeva questi dicendo: «dal trono non potersi scendere se non che morti: stesse sicura, ch'ei lo conserverebbe per Corradino, ed anzi gli mandasse il fanciullo, ch'ei lo avrebbe nelle paterne virtù ammaestrato.»

Gl'istrumenti eletti dal Cielo per operare la rovina di Manfredi furono Urbano IV, nativo di Troyes, Patriarca di Gerusalemme, successo nel Pontificato ad Alessandro, e Clemente IV Cardinale di Narbona eletto Papa nel mese di febbraio 1261. Il primo di questi Pontefici avendo mandato in Francia Maestro Aliberto suo Notaro per offerire la corona a San Luigi, n'ebbe in risposta che alla conclusione del trattato si opponeva la investitura per lo addietro fatta a Edmondo d'Inghilterra; ond'egli spedì a Londra Bartolommeo Pignattelli Arcivescovo di Cosenza per farla renunziare ad Enrico III. Il Re, impegnato in guerra pericolosa contro i suoi Baroni, lusingato dall'Arcivescovo con la speranza di soccorsi, che non ebbe mai, cesse alla sua volontà. Allora il Pignattelli tornò in Francia, e col beneplacito di San Luigi propose la investitura del Regno di Napoli a Carlo di Angiò, meno la Terra di Lavoro, le Isole adiacenti, e la vallata di Gaudo, che la Santa Sede voleva ritenersi. Carlo rifiutando la proposta dichiara che non sarebbe per accettare giammai il Regno così smozzicato: darebbe alla Chiesa, come aveano fatto i Normanni, la città e il contado di Benevento, non meno che ottomila once d'oro per anno. Clemente IV assunto nuovamente alla Cattedra di San Pietro, mostrandosi dapprima esitante, piega alle pretensioni di Carlo, e rimanda in Francia l'Arcivescovo di Cosenza con lettere pontificali a Simone Cardinale di Santa Cecilia perchè congiuntamente sollecitino la esecuzione della impresa, e confortino San Luigi a sovvenirla co' suoi sussidii. I fatti che avvennero dopo appartengono all'epoca che deve percorrere quest'opera.