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La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Chapter 14: CAPITOLO DECIMO.
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About This Book

The narrative reconstructs political and military events of thirteenth-century Italy surrounding the decisive confrontation at Benevento, tracing campaigns, ambitions, and the aftermath that reshaped regional power. It combines battlefield description and political manoeuvring with authorial commentary, dedications, and personal reflections born of imprisonment and contemporary testimony. Episodes probe leadership, popular reaction, and the human cost of conflict while alternating dramatic scene-setting with historical explanation and moral reflection. Rhetorical addresses and intimate remembrance are interwoven to place the battle within broader national and private concerns of the period.

CAPITOLO NONO.

IL PRIGIONIERO.

                               Oh! perchè almeno
                Lungi da lui non muoio! Orrendo, è vero
                Gli giungeria l'annunzio; ma varcata
                L'ora solenne del dolor saria;
                E adesso innanzi ella ci sta: bisogna
                Gustarla a sorsi, e insieme.
                                 CONTE DI CARMAGNOLA.

Erano giunti a piè della scala. Il corridore appariva in parte illuminato da luce lontana. Si appressavano: giunsero ad un vestibolo separato dalla prigione con ispessi cancelli. L'anima e gli occhi di Rogiero percorsero in un baleno la scena che si offeriva. Vide un uomo quasi sepolto in una sedia: le sue membra non erano del tutto manifeste, imperciocchè fosse vôlto altrove il raggio della lampada; pure sembrava pallido e vecchio; i capelli aveva tutti bianchi, teneva gli occhi chiusi, pareva volesse assuefarli a morire.—Lì davanti stava un tavolino; sovr'esso una tazza e un Crocifisso. A canto della sedia per terra giaceva una lunga bacchetta tutta intaccata, e le tacche, benchè la più parte regolari, ad ora ad ora più profonde. Cotesta fu opera di dolore.—Allorchè quell'infelice chiusero là dentro, lo prese vaghezza di annoverare i giorni della sua prigionia, onde conoscere la durata di un tempo destinato a soffrire, e deliziarsi nella speranza che questo tempo andava a decrescere: forse ancora fidente di giorni felici, stimò doverne ricavare argomento di gioia, qualora le future condizioni potesse paragonare con le presenti. Adesso cotesta opera giaceva in terra negletta.—La speranza, che siede ultima al capezzale del moribondo, e si mostra ai suoi occhi, quando anche velati dalla nebbia della morte non giungono più a discernere le care sembianze dei parenti e degli amici…. la stessa speranza aveva abbandonato quel cuore. Quando gli anni accumulandosegli sopra la testa mutarono in bianchi i suoi biondi capelli, non più l'anima e le carni gli tremarono al suono che faceva la porta volgendosi sopra i cardini, nè ad ogni tocco sul serrame che la sbarrava stimò giunta la mano pietosa che doveva ricondurlo a godere della faccia del cielo.—Disperato gittò via cotesto istrumento, che insegnandogli a distinguere lo affanno glielo rendeva più insopportabile e più lungo;—amò considerarlo come una gran giornata di travaglio, di cui la notte doveva trovare nella morte.—E di vero la luce non iscompartiva i suoi giorni. Dal punto in ch'ei fu posto in carcere non aveva più veduto l'aspetto dell'orizzonte, nè pure dalle inferriate;—e poichè il suo giorno era tenebra, doveva immaginarsi la sua morte nel nulla.—Divenuto affatto insensibile, stette come cosa inanimata ad aspettare il momento dall'ordine delle cose destinato alla sua estinzione. Almeno gli fosse rimasto il coraggio di porre fine a tanto compassionevole esistenza! Questo pensiero, che vuole per la sua esecuzione tutte le potenze dell'anima, gli sorse in mente, allorchè avvilito dalla sventura ricercò invano nelle passioni dei tempi trascorsi un avanzo, che valesse a restituire le membra agli elementi, variando forma alla sua materia. Non sospiro, non voce lamentosa gli usciva dai labbri…. quello che dal profondo dell'amarezza, o dal furore dell'ira potea dirsi, aveva detto miliardi di volte;—gli rimaneva il silenzio, ed egli era muto come un sepolcro. Gli anni lo avevano affatto cancellato dalla rimembranza degli uomini.—Per lui niun gemito, nessuna parola di amore; e se talora il nome si affacciava al pensiero dell'antico servitore, che seduto a canto al fuoco narrava le glorie della casa di Svevia ai valletti e all'altra gente della famiglia, si guardava bene di chiamarlo sul labbro, perchè ricordava un colpevole di tal delitto, che atterrisce lo stesso Lucifero; o se pure ve lo chiamava, lo profferiva in basso sussurro…. alla sfuggita…. come quello di un dannato. Per lui vivo non si aveva nè pure quello scarso affetto che si conserva pei morti.

Distese a gran fatica la destra;—ella tremava paralitica: già era presso a sovrapporla al tavolino, quando tornò a penzolargli:—soprastava alquanto tempo…. poi la rimuoveva…. brancolando strinse il Crocifisso, e se lo recò alla bocca in atto di bere; non sentendo il refrigerio dell'umore, aperse spaventato gli occhi, e vista la immagine del Redentore la rimise con impazienza su la tavola mormorando tra i denti: «O Cristo, io ardo di sete!» Ghermiva la tazza, e bevendo bramoso lasciava gocciare giù pel mento e pel petto l'acqua, nè se ne mostrava infastidito:—estinta la sete, dette un gemito, e ricadde immobile nel primiero torpore.—Di uomo ormai non gli rimaneva che la parte schifosa dei bisogni!

Vide Rogiero questo spettacolo di avvilimento e di miseria, e soprappose mano a mano su gli occhi, stimando insufficiente a sfuggirlo la sola pelle destinata a velarli.—Si appoggiò ad una colonna; e quando volle ordinare che schiudessero il cancello, la sua bocca non potè esprimere nessuna parola: l'atto della mano gli valse per dimostrare la sua volontà.

Si schiudeva il cancello.—Il vecchio sentì percuotersi le ginocchia, stese la mano per conoscere che fosse; le sue dita s'incontrarono in una lunga capellatura. «Parmi la testa di un uomo,» disse, e tornò nella consueta sua inerzia…. Ma la sua mano non cadde a penzolare di nuovo, e la sentì costretta a rimanersi in un luogo, scaldare,—bagnare:—fossero lagrime? Porse l'orecchio, e parvegli sentire cosa che da anni e anni non aveva udito più mai,—il singulto del pianto.

La fiamma dello spirito era spenta, pure egli non era divenuto affatto ghiacciato; un leggerissimo colore di rosa pallida gli ricorse su per le guance, e le pupille apparvero per un momento meno appannate di prima.

«Sono lagrime queste?» diceva affannoso. «Io ho consumato da gran tempo le mie. Le ho sparse d'ira, di amore, di tenerezza, di rabbia.—Ora se il Cielo mi ridonasse le lagrime, vorrei spargerle sempre di pietà, perchè il pianto più accetto al Confortatore degli sventurati è quello della pietà, e soave….»

«Non ritirate la mano dal mio capo…. non vogliate lasciarmi sul cammino della vita senza la vostra benedizione!» soffocato dai singulti diceva Rogiero.

Enrico non rispose nulla. Rogiero alzò il volto, e lo vide immobile, come se non avesse inteso le sue parole; gli scosse leggermente la mano, e replicò: «Benedizione! benedizione!»

«Benedizione! benedizione!» rispose Enrico come se fosse stato l'eco; e dopo: «questa è una parola di amore. Gli uomini lassù» ed alzava la mano «l'adoperano piangendo. Il passato trascorre senza séguito per la mia memoria; un alternare di caligine e di luce mi occupa l'intelletto…. ma parmi…. e certo anch'io fui benedetto tra gli uomini.—Io non posso ricordarmelo adesso…. ma fu uno sfinimento d'immensa passione…. Ah! benedisse mio padre questa testa, che aveva macchinato il disegno di levargli la vita!» E qui si dava dei pugni nella fronte, e pregava, e bestemmiava tutto doloroso.

Lo rattenne Rogiero, e gli ripeteva all'orecchio: «E questa benedizione parla per voi; sta il suo perdono al cospetto di Dio, ed ogni peccato vi è stato rimesso.»

«Valcherio! Valcherio! è una spada questa che mi cacciate tra mano?—Forse con la spada alla mano il figlio deve incontrare il seno del suo genitore?—Si addicono coleste parole ad un arcidiacono di Santa Madre Chiesa? Sono parole del demonio…. via…. via, in nome di Dio, non tentarmi.—Il Papa? Sei un mentitore; il Padre dei Fedeli non può volere il parricidio.—Oh! come splende bella quella corona reale…. come superba…. L'ami?—Se l'amo!—Ebbene, ella si conserva per te in Monza dai tuoi leali Milanesi…. ma bada, fra te e quella corona si trammette una vita… si spenga.—Misericordia… misericordia, io sono contrito qui nel profondo…. Che giova? un pensiero cancellerà una colpa? Ma e il suo perdono?—Che giova? L'opera del malvagio può esser mai tolta dalla generosità di un buono? Ma io ho sofferto tanto! Quanto è che soffro?» Qui si frugava d'intorno, e non potendo trovare quello che cercava, soggiunse: «Il tempo ha consumato l'arnese che mi serviva a distinguerlo, ed io vivo ancora! Pure ho detto di perdonare tutto a tutti, anche a Manfredi….»

«Manfredi!…»

«Chi ha nominato Manfredi? Tacete il suo nome per pietà…. piuttosto ponetemi alla tortura…. abbruciatemi gli occhi…. ma non chiamate Manfredi…. egli è un nome che stette lungamente nel mio cuore unito con desiderii di sangue:—ora il giorno della vendetta passò, perciò sopraggiunse quello della morte.—Chi lo avrebbe detto? Il suo sorriso era il sorriso della innocenza, la gioia pura gli scintillava dagli occhi…. le parole soavi…. Lo dicevano tutti il più gentile damigello d'Italia: egli sospiro delle vergini, egli invidia di Trovatori e cavalieri, la gemma più bella del diadema di Federigo.—Il suo volto pareva di angiolo; il suo cuore…. Ah! il suo cuore non ha paragone… il vincolo di cotesta anima a quel corpo fu colpa od errore.—Sete feroce di dominio! Manfredi, hai cinto il serto bramato? Senti, via, come pesa sopra la testa, allorchè invece di gioielli ha la maladizione di un'anima disperata, e la condanna della giustizia di Dio….»

«Oh! padre mio….» interruppe Rogiero.

«E' fu un tempo,» continuò il carcerato ponendosi la destra sul petto «fu un tempo, che a questa voce sentiva uno sgomento indefinito qui dentro, che avrei anteposto a tutte le gioie della terra. Ora non sento più nulla, nulla….—sono morto,—non ho passione, tranne per l'acqua, che spenge la sete che mi consuma la gola.»

E qui brancolava in traccia della tazza.—Rogiero balzò in piedi, la prese, gliela accostò alle labbra, e sollevatogli il capo l'aiutava a bere. Il vecchio non ripugnante, nè consenziente, seguitava l'impulso; ma quando, aperti gli sguardi, potè fissare Rogiero, gittò un debole strido, fece atto di allontanarlo da sè, e tra stupito e maravigliato esclamò: «Manfredi!»

Questa esclamazione non fu di tanto bassamente pronunziata, che non percotesse gli orecchi di coloro che erano rimasti ai cancelli: uno tra essi contorse la persona, come a cosa molesta, e mandò un cupo sospiro.

Il vecchio riprendeva a stento: «Ma lo vedi, Manfredi, dove mi ha condotto cotesta tua ambizione?… vedi lo abbisso della miseria in cui può cadere un'anima immortale; e se hai viscere di pietà, gemi…. Ah! tu non puoi essere Manfredi…. no…. egli era di questa tua età quando cessai di vederlo. Gli anni e l'angoscia hanno prostrato il mio corpo più di quello che si doveva, ma anche i soli anni non iscorrono invano su la creatura destinata a morire. Sei forse suo figlio? Che vuoi? In te non è delitto, per te non ho mai nudrito odio, ma non posso nudrire amore; levati, e confortati: è molto tempo che ho perdonato a tuo padre, e nell'ora stessa del mio furore io non ho maledetto giammai i figli e i nipoti di coloro che mi hanno angustiato. Levati… e digli, che sia felice, e tu pure lo sii…. Se la voce dell'uomo che parla dai confini della vita può ottenere grazia al vostro cospetto,—in mercede dei tanti mali patiti vi prego ad adempire questa mia volontà…. seppellite le mie ossa accanto a quelle di Federigo…. del padre mio…. senza ornamento, se vi piace, senza corona, quantunque concederla ad un cadavere non possa tornarvi in danno…. mi basta di dormirgli al fianco.»

«Ascoltatemi per amore di Cristo! queste lagrime che vi bagnano la mano sono del vostro figlio Rogiero.»

La mente di Enrico, come se avesse fatto uno sforzo a favellare da senno, ricadde sul vaneggiare, ed immaginando di tenere discorso con la sua sposa figlia di Leopoldo Arciduca di Austria detto il Glorioso, riprendeva così: «Agnesa, che ha che piange il figliuolo nostro? Consolalo, ch'egli forma la delizia della mia vita…. è tanto bello quel suo riso! Com'hai tu cuore di farlo piangere? Consolalo, Agnesa, consolalo. Di qual piacere godrà Federigo, quando gli porrai su le braccia questo caro pargoletto!… E perchè non ne godrà egli? non è suo nepote?—Di chi è quel sepolcro di porfido? Veggo l'arme di Svevia…. fatti in là, che Dio ti aiuti, tu mi pari la luce…. Federigo I…. gloria all'anima sua, gloria a colui, che morì combattendo in Terra Santa…. No…. no…. è Federigo II… egli moriva dunque, nè al capezzale del letto si ricordò di me! Non ho più padre, e il figlio? Agnesa…. dove sei ita? Agnesa…. il figlio…?»

«Egli muore di affanno ai vostri piedi!»

«Egli?—Chi?….»

«Il vostro figlio.»

Enrico prese con ambedue le mani il volto di Rogiero, e lo guardò fisso fisso, e lungo tempo, poi disse:

«Certo, quel tuo parmi sembiante di un nepote di Federigo: ma se veramente tu sei il figliuol mio, a che venisti sì tardi?—Ti ho chiamato anni e anni, come in un deserto di tempo.—Io non posso lasciarti tranne un retaggio di sventura.—Ogni affetto di padre è morto nel mio cuore…. il nome stesso suona per me una rimembranza di cosa lontana, obbliata, come la faccia del compagno della miseria nel giorno dell'orgoglio. Se venisti a vedere quanto sia schifoso il fine di una creatura avvilita, allontanati, te lo comando.—Se ti condusse la pietà, adoprati di uccidermi…. non tremare…. di uccidermi: abbi misericordia di me…. Io soffro patimenti atroci in questa ora, nella quale erro sospeso tra la morte e la vita… patimenti, pei quali diventa un parricidio il rifiuto di troncare i giorni di un padre. Tu poi assicurati, nè temere che Dio ti chieda ragione della mia anima.—La prima preghiera che farò innanzi al suo trono sarà per te, che mi liberasti da tanto dolore, e gli dirò che non ti punisca, perchè fu l'amore che ti condusse la mano; che perdoni com'io ho perdonato: che se poi la Sapienza divina vuole le sue giustizie, non sopra di te si aggravi, ma sopra colui che costrinse un figlio a dare la più alta prova di affetto al suo genitore—trucidandolo.»

E abbandonato il capo sopra la spalla manca di Rogiero, singhiozzava senza pianto. Rogiero pietosamente esclamava: «Oh! questa sì ch'è ineffabile angoscia!»

«Ma se veramente sei carne della carne mia,» riprese il travagliato Enrico con impeto «se quello di cui le infantili carezze calmavano le tempeste del mio spirito feroce, salvati…. i tuoi nemici sono numerosi e potenti. Non sai che ogni loro gioia sta nella tua morte, ogni loro paura nella tua vita?—Sálvati…. chè essi t'inseguono con la foga dei segugi sopra la pesta del cervo.

—Ahimè! Io credeva non avere altri affanni a durare; ma essi si prolungano interminabili quanto l'eternità: non darmi amplesso, nè bacio;—il tempo che consumeresti potrebbe riuscirti esiziale;—più di questi mi giungerà caro il sapere che tu sei salvo. Là in Palestina pel sepolcro del Redentore potrai morire della morte dei valorosi. Prendi…. questa reliquia; essa valga a rammentarmi qualche volta nelle tue orazioni; prega per l'uomo che soffrì tutte le amarezze che si possono sopportare in questa terra, prega per un padre colpevole e sventurato, ma allontanati, per l'amore che hai per la vita, allontanati.—Chi sa che la tua venuta qui dentro non sia tradimento? Chi sa che non vogliano farci morire insieme? Hai tu inteso muovere i ferri del cancello? È finita…. è finita…. hanno chiusa la porta, e per sempre…. oh! gli scellerati, gl'iniqui!…»

Sorgeva in piedi; la forza che doveva mantenergli anche per qualche ora la vita parve riunirsi per consumarsi in un punto: le sue guancie si fecero vermiglie di rossore febbrile, afferrò il braccio di Rogiero, e lo spinse violentemente verso la porta;—mosse spedito il primo passo,—mutò il secondo,… al terzo Rogiero sentì abbandonarsi: il misero Enrico stramazzò bocconi sul pavimento. Il giovane si affrettava a soccorrerlo; dai cancelli le tre persone misteriose accorsero al medesimo ufficio;—lo sollevarono:—aveva la bocca e le mascelle rigate di sangue, il naso pesto,—la fronte livida,—gli occhi fuori dell'orbita;—gli posero la mano su i polsi…. Lo sforzo della immaginazione in quelle membra prossime al disfacimento, e la percossa, lo avevano tolto dal numero dei viventi.

Immenso furore occupò l'anima di Rogiero: si dette per la stanza a ricercare chiamando pietosamente suo padre, e lui scongiurava a rispondergli, e a non abbandonarlo sì tosto tra le mani dei suoi nemici. Sovente prorompeva in terribili minaccie, e l'atto del corpo si univa così violento a quell'impeto, che i circostanti a mala pena lo ritenessero;—gli strascinava qua e là duramente percuotendoli tra loro. Ora la esasperazione di Rogiero giunge al sommo; lo invade irresistibile il desiderio di morte; tenta spacciarsi da coloro che lo tengono, correre contro la parete, e darvi dentro col capo: il disegno non gli viene fatto che a metà, giunge al muro, ma non può uscire dalle mani dei circostanti che fanno ogni sforzo per allontanarnelo;—l'urto della testa, benchè non sia tanto da levargli la vita, vale però a farlo cadere privo di sentimento nelle braccia di chi lo sorreggeva dintorno.

Il tempo che Rogiero doveva vegliare a guardia dei giardini del Re Manfredi era trascorso. Il maestro degli scudieri seguitato da quattro di questi s'incamminava alla gran porta del giardino per rilevare Rogiero dalla guardia, e sostituirgliene un altro:—non lo vedevano:— lo chiamavano:—nessuno rispondeva. Avesse disertato il suo Re? «Impossibile, impossibile!» disse il maestro degli scudieri, ed in questa inciampava nell'alabarda, che Rogiero in partendo aveva gittato a terra.

Benchè l'urto del piede gli apportasse un cocente dolore, pure il maestro lo sollevò soffiando senza mandare una voce, timoroso che gli scudieri guardando per quella parte vedessero nell'alabarda abbandonata una troppo presta mentita a quanto egli aveva affermato; ma poco gli valse, che al volgere della lanterna la punta forbita mandò un raggio, e tutti ad un punto gridarono: «L'alabarda, l'alabarda!»

«Certo,» rispose crollando la testa il maestro «è l'alabarda, non ho cosa da opporre; ella non è un racconto, al quale si possa dire—non ci credo…. è l'alabarda.—Santi Magi di Colonia! siamo giunti a tal tempo, in che l'avere fede in altrui è cosa tanto stolta, quanto l'ingannare è scellerata.»

Così dicendo, parte stizzoso, parte confuso, raddoppiò le guardie, s'incamminò alle scuderie, nè quivi gli occorse vedere il cavallo di Rogiero; quindi scelti alcuni scudieri, commise loro di andarne in traccia a tutta fretta, o di non comparirgli dinanzi, finchè non ne avessero avuta novella.

Rogiero ricuperava i sensi: un acerbo dolore gli fasciava la fronte; i suoi occhi s'incontrarono in un lume che gli ardeva davanti,—gli richiuse prestamente, come se gli fossero stati feriti, domandava lo nascondessero; allora si riprovò a tenerli aperti, e si accorse di non essere più nella stanza di prima, ma adagiato sur un letto magnifico; e quel misterioso, che sì poco aveva favellato, soccorrerlo con tanto affettuosa premura, che maggiore non ne avrebbe dimostrata una madre; onde appena tornato in sè gli udì profferire queste parole: «Benedetto sia Dio, che finalmente s'è rinvenuto!»

Rogiero, presa baldanza, si gettò giù dal letto, e sforzandosi parlare disse: «Or dunque?»

«Or dunque» replicò il Conte della Cerra «il pianto spetta alle femmine…. Domani provvederemo a imbalsamare il corpo del padre vostro;—confortatevi di questo, ch'egli sarà suffragato di messe da non portare invidia a nessun'altra anima cristiana che mai uscisse od uscirà fuori di questo mondo; e che le sue ossa, più presto che per noi si potrà, saranno trasportate a Monreale, affinchè riposino accanto a quelle di Federigo.—In quanto a voi, se volete fare il sacrificio del vostro Regno, e della vostra vendetta, all'uomo che vi ha ucciso il genitore….»

«Un di noi due avanti che sia molto deve morire di ferro!» gridò concitato Rogiero.

«Forse ambedue,» disse tra sè il parlante, e poi soggiunse a voce alta: «Avvertite bene, Rogiero; le signorie nuove si distruggono più agevolmente delle antiche, imperciocchè a queste la consuetudine, quando anche manca l'amore, dia una tal consistenza d'inerzia difficile ad abbattersi; nelle nuove, sia per non aver tempo di metter radici, sia per riuscire sempre minori dell'aspettativa di cui le desidera, questa difficoltà non è tanta.—Carlo Conte di Provenza si apparecchia a muovere ostilmente contro questo Regno.—S'inviti a venire,—si aiuti a consumarsi con Manfredi;—facciamo che lo superi, e quando lo abbia vinto, gettiamoci addosso del Conte indebolito dalla sua stessa vittoria.»

«Ebbene?» disse Rogiero.

«Ebbene; si spedisca un messo fedele a manifestare a Carlo quanto ho fino adesso esposto:—queste sono credenziali sottoscritte dai maggiori Baroni del Regno; ormai faccio conto, che Carlo sia entrato in Monferrato: un nostro messo che si affrettasse potrebbe incontrarlo in Lombardia. Dove s'imbattesse in qualche cavallata di Ghibellini, queste altre sono lettere per Buoso da Doara, che il lascerebbe passare.—Ma questo è gelosissimo negozio; dipende dalla lealtà del messo la vita di migliaia di fedeli servitori vostri.»

«Al Cielo non piaccia che dove gli altri affrontano i pericoli per me, io risparmi la fatica,… Porgete…. io stesso le recherò…»

«A Carlo d'Angiò? voi stesso, così ammalato?»

«Non monta…. porgete. In queste lettere si dà contezza dell'esser mio?»

«Credemmo ben fatto nasconderlo.—Sareste troppo prezioso ostaggio nelle mani del Conte.»

«Sta bene.—Voi, ditemi, chi siete?»

«Io?»

«Voi. Pagate fiducia per fiducia.»

«Principe, che importa a voi sapere chi sono?»

«Sentite: un cumulo di vicende mi trasporta a tal fine ch'è stato sempre il mio abborrimento; forse potrei resistergli:—non voglio, mi affido a voi, mi abbandono intieramente nelle vostre braccia; e ciò non già perchè voi non possiate essere traditori, ma perchè, qualora dal vostro tradimento me ne derivi la morte, io la desidero. Tutto questo sta a dimostrarvi, che in qualunque caso possano gettarmi i vostri disegni, non dirò mai nulla contro di voi, perchè voi non mi potete fare danno. Ora poi vi domando un solo atto di fiducia, e mi chiedete—che m'importa conoscervi?—certo nulla; ma a voi che cosa importa celarvi?»

«Se stesse a me, io di già vi avrei svelato il mio nome,—ma noi siamo molti legati da comune giuramento a non manifestarci a persona;—voi vedete che senza il consenso di tutti io non potrei… la sicurezza loro…»

«Ma e non potrei rompere la cera e la seta che sigilla questo foglio, e leggerne…?»

«Voi nol fareste; e poi…»

«In questo non troverei il nome vostro; v'intendo. Sia come volete. Ordinate che mi conducano fuori; ho bisogno di confortarmi coll'aria fresca.»

«Dove ci rivedremo?»

«A San Germano.»

«A San Germano.»

Ciò detto il Conte della Cerra, fatto un segnale, chiamò l'uomo d'arme Roberto, che lo condusse fuori con quelle stesse cautele che aveva adoperate per introdurlo.

Uscito della stanza, il Cerra scosse pel braccio il Conte di Caserta assorto in cupi pensieri, e gli disse: «A che pensate, Messere?»

«Penso a quanto lo avrei amato, se mi fosse stato concesso per figlio.»

«Egli è senza dubbio un gentil damigello; rammenta i bei giorni della giovanezza di Manfredi.»

«Pur troppo, pur troppo si assomiglia a Manfredi!» gridò il Caserta, e levatosi impetuoso gettò lontana la sedia, e per una delle porte si allontanò.

«Ah» giubbilando nella pienezza del suo feroce sorriso, disse il Conte della Cerra: «l'ho punto su la piaga.» E dopo stette lungamente a considerare il luogo pel quale si era dileguato; alla fine riprese:—«Imbecille! le menti come questa» e si toccava la fronte «non sono nate a soffrire;—se i tuoi disegni, comecchè stolti, gioveranno ai miei, ti aiuterò; altrimenti con un bel prostrarmi, ed un migliore domandare perdono, te pongo sotto la protezione di una forca, me sotto quella del trono—E, gettando per terra il drappo che gli copriva il volto, uscì per una porta diversa da quella per la quale era uscito il Caserta.

Rogiero intanto in compagnia di Roberto camminava con la benda su gli occhi:—gli parve adesso percorrere un sentiero diverso, nè s'ingannò: arrivato a capo di una strada, gli fu tolta la benda, e con immenso piacere vide il suo destriero legato al battente di una porta mezzo in rovina. Questa fu l'unica gioia che avesse in quella notte memorabile; gli si accostava, e amorosamente palpeggiandolo diceva: «Allah, Allah, tu dunque non hai derelitto il tuo signore! Io mi appresto a ramingare per la faccia della terra; vuoi tu essere il mio compagno, e il mio amico?—Bada ch'io sono infelice.»—Il nobile animale, quasi volesse corrispondere alla fede che in lui riponeva il cavaliere, spiccò un lancio, e sollevando tutto brioso la testa dimostrò la sua passione con un sonoro nitrito. Rogiero riprese: «Ciò non t'importa, Allah! e nella lieta e nell'avversa fortuna non sono meno il tuo diletto padrone.—Oh! gli uomini…. gli uomini hanno la facoltà di calcolare dove vada a rovesciarsi la tempesta, e cansarsi: dove sta per piegare la fortuna, e tradirti; e questa lor facoltà si chiama ragione!»

Proferite queste parole, pose una mano su l'arcione, e senza toccare staffa saltò leggerissimo in sella; quindi voltosi a Roberto, che s'era rimasto immobile a considerarlo, gli stese la destra dicendo: «Roberto, io temo forte che noi non ci rivedremo se non che nella valle di Giosafatte; ma se mai alcuna altra volta ci riscontrassimo su questa terra, sovvengavi, ed io pure lo ricorderò, che vi ho stretto la mano, come ad amico, nell'ora della mia dipartenza.»

Roberto si stava cupamente mesto; alzò la destra per istringere quella di Rogiero; e quando sentì toccarsela, un subito tremore gl'invase la persona, abbandonò il capo in atto angoscioso sopra la mano che gli aveva offerto Rogiero,—v'impresse un bacio, e lasciò cadervi una lagrima.

«Ch'è questo, Roberto? voi mi avete bagnato la mano.»

«Possa quel Dio,» replicava Roberto levando gli occhi al cielo, e di subito riponendoli a terra «possa quel Dio, che dovrebbe vegliare su la innocenza, accompagnarvi per la via!»—Così favellando si allontanava, ma di tratto in tratto volgeva la testa e il passo,—stava,—proseguiva il cammino:—erano i suoi occhi pieni di lagrime e di sangue;—respirava affannoso.—Certo in cotesto momento si agitava nella sua anima una molto feroce battaglia. Qual poi delle due, o la buona o la trista passione, vincesse non diremo per ora: ciò che possiamo dire si è, che la vittoria si fece manifesta con una orribile imprecazione unita ad un gesto di rabbia, e ad un fuggire alla dirotta verso il castello.

Il pensiero dei casi avvenuti non permetteva a Rogiero di porre gran mente a quanto gli passava sott'occhio;—si partiva anch'egli sospirando; si trovava all'aperta campagna, perchè, dopo l'assedio di Corrado lo Svevo, Napoli non aveva più mura;—lasciò le redini sul collo del cavallo, e chinata la testa si abbandonò a dolorose meditazioni, senza punto badare dove lo trasportasse.

Il destriero in balía di sè stesso seguiva l'istinto che in questi animali comunemente osserviamo, di tornarsene al luogo della loro dimora, e di certo vi avrebbe trasportato Rogiero, se, a caso aombrando per una pietra che gli si parò su la via, non avesse dato uno sbalzo all'indietro, per lo che questi si riscosse, e vide con maraviglia e spavento essere presso al castello capuano:—fu il primo moto quello di allontanarsi quanto più potesse veloce,—ma si fermò. La luna non era per anche tramontata, i suoi ultimi raggi percuotevano languidamente su le invetriate del castello varie d'infiniti colori; i suoi occhi le percorsero tutte, e si fermarono sopra una. Si levò ritto sopra le staffe, stese ambedue le braccia, e «Addio» disse con ineffabile sforzo, e ricadde: allora con ambedue gli sproni ferì i fianchi del suo buon destriero, che, conosciuta la impazienza del suo signore, si dette con incredibile impeto a divorare la via; di lì a poco si nascose nelle tenebre, e nella polvere sollevata:—ora le sole pedate si ascoltano da lontano, sono divenute lievissime,—confuse,—non s'intendono più:—tutte le cose ricadono nel primitivo silenzio.

Chi è che vorrebbe manifestare i pensieri di quell'anima di fuoco espressi con la sola parola dell'addio, o chi volendolo lo potrebbe? Non fu al bel cielo che gli svelava dinanzi tutti i tesori della creazione che s'indirizzò quel tenero sentimento: l'addolorato non bada se si mostri più dolce o più rigido il cielo, perchè le sue interne angoscie lo travagliano maggiori di quelle che possono derivargli dalle stagioni e dai climi. Non fu al torrente che spesso, affacciato dalla rupe, considerò balzare di roccia in roccia, frangersi in candidissima spuma,—diffondersi in minutissimi spruzzi,—nascondersi giù per la bruna vallata,—ricomparire come striscia di argento su la pianura,—e finalmente confondersi lontano lontano; onde alla sua mente ricorsero le idee solenni della morte, della eternità, di Dio. Non fu ai campi dove tolto il cappello al generoso falcone lo vide con gioia infinita affaccendarsi per l'orizzonte in larghissime ruote, desioso di preda; non alla foresta, di cui il frastuono, quando i cavalli, i cani, e i cavalieri perseguitavano il rabbioso cignale, gli suonava gradito all'orecchio, quanto il saluto dell'amico;—non alla patria, chè egli non aveva più patria….—non alle dolci case paterne, chè le amorose rimembranze di queste stanno unite al sorriso e alle carezze che si diffusero sopra la nostra culla, sia che chiudessimo gli occhi al sonno, sia che gli riaprissimo alla luce. Quell'addio fu alla bella addolorata, che gli dette il primo pegno di amore, ponendo il proprio corpo tra il suo cuore e il suo pugnale. L'armonia della voce, e della persona,—quel suo sguardo divino,—l'ambrosia del bacio,—il brivido di tutte le membra al tatto misterioso, gli passarono per la mente come immagini di fuoco. La speranza gli balenò su l'anima, non già come un ragionamento, ma per via d'immaginazione. Parvegli vedere un gran corteggio di cavalieri abbigliati da giorno solenne,—udire un suono incessante di squille, e di trombe;—gli si affacciarono all'accesa fantasia la Cappella della Santa Vergine Incoronata, i sacerdoti, e il rito nuziale; Yole aveva la corona di sposa, l'accompagnava Manfredo;—si accostarono all'altare;—si cominciavano le cerimonie;—ell'erano presso che compite:—un Crocifisso illuminato da mille ceri stava in mezzo del sacrario…. Rogiero alzò gli occhi al suo volto…. Dio eterno! aveva la fronte livida,—la bocca insanguinata,—gli occhi fuori dell'orbita:—era il volto del tradito suo padre. Cadde la speranza, insorse lo sconforto, e lo trasportò dentro una tenebra profonda:—intese gli sguardi, e vide un corpo lucido di fioco chiarore;—a mano a mano si approssimava; aveva la fronte livida, la bocca insanguinata…. sentì il tocco di una mano, poi il ferro di un pugnale;—il ferro e la mano erano freddi ugualmente.—Una forza rovinosa lo strascinò verso una parte; gli alzò la destra già armata di coltello, e gliela spinse a basso:—un gemito sommerso si fece sentire;—la stanza fu a un tratto illuminata…. dal seno aperto di Manfredi sgorgavano rivi di sangue; attraverso il corpo giaceva abbandonata una cara creatura,—il fianco di quella giacente era pure sanguinoso, e il volto, più che di assonnata, pareva di morta. Rogiero non potè sostenere più oltre le forme della sua immaginazione, e ricadde sopra la sella; allora fu che, quasi per fuggire sè stesso, spronò duramente il destriero. Il destriero fugge e non si arresta,—il suo corpo gronda sudore, ma egli morirà di fatica prima di non corrispondere al volere del suo padrone. Rogiero, Rogiero, a che giova la fuga? Sia che tu corra, sia che tu posi, la disperazione ti sta confitta nell'anima.

CAPITOLO DECIMO.

IL PROPAGGINATO.

                                    Almen dovria,
                Se iniquo è nel suo cuor, serbar l'esterna
                Religion degli avi nostri.
                                 GIOVANNI DI GISCALA, tragedia.

La landa era lunga; la notte era buia. Il cavallo correva a precipizio; chè comunque avvezzo a conoscere i pensieri del suo signore, ed eseguirli, pure questi gli teneva sempre gli sproni fitti nei fianchi, nè se ne avvedeva: trascorse quella landa,—poi un'altra, e un'altra ancora; saltò macchie e fossati, valicò riviere, immergendovisi dentro fino alla testa: grondava il suo corpo sudore, e sangue, nè per anche si rimaneva. Quel corso imperversato avrebbe a certa rovina condotto cavallo e cavaliere, se la ventura non gli avesse sovvenuti di pronto soccorso. Un uomo montato sopra un ronzino, che se ne andava anche egli così fuori di mano a quell'ora, vista quella furia, si mise a tutta briglia dietro Rogiero gridando: «Signor cavaliere, signor cavaliere, per amore di Dio, fermatevi: al confine di questa pianura scorre la riviera profonda;—signor cavaliere, fermatevi,—v'annegherete di certo.»

Rogiero non udiva cotesti gridi, e spronando, e spronando, si avvicinava alla morte. Quell'uomo, benchè cavalcasse un ronzino di trista apparenza, ora animandolo con la voce, ora stimolandolo con le percosse, potè, sebbene a fatica, raggiungerlo, e dirgli di nuovo: «Signor cavaliere, voi volete morire ad ogni costo, per quello ch'io vedo: al fine della pianura corre il torrente…. sentite il fracasso che mena da lontano: deh! non vogliate perdere così l'anima, e il corpo; o uccidetevi almeno in parte, dove un prete possa farvi l'esequie…. Intendete, ehi! dico, signor cavaliere?» E qui preso per la briglia il cavallo di Rogiero, lo fermò. Questi, trapassando allo improvviso dal moto alla quiete, si rinvenne, guardò attorno, mise una mano alla fronte, e disse: «Dove sono?—Chi sei?»

«Sono un povero cristianello, che vado di uscio in uscio accattando la vita per l'amore di Dio; mi sono trovato sul vostro cammino, ho veduto al barlume il vostro pericolo, e mi sono affrettato ad avvertirvi che qui presso corre il torrente. Voi mi sembrate agitato, signor cavaliere: se non siete di quelli che rinnegano Cristo per un agostaro, perchè così corre il costume, ed amate fare un po' di bene in questa vita per averne molto in quell'altra, io pregherò San Filippello, e San Gennaro, per la pace dell'anima vostra, e per quella dei vostri morti.»

«Allontánati, e ringrazia i tuoi Santi ch'io non ti tolga la vita in ricompensa di avere salvato la mia.»

«Signor cavaliere, non mi cacciate con tanta villania: se la vostra legge v'insegna ad amare il nemico, come potrete odiare chi vi ha dato soccorso?»

«Te l'ho chiesto io quel tuo soccorso? Se non mi hai lasciato morire, è segno che ti tornava più ch'io vivessi: e se il tuo cervello non ha fatto questo pensiero, lo ha fatto il tuo cuore. Io, così al buio, non posso vedere le tue sembianze, ma tu devi certamente essere uno scellerato:—non sei uomo?»

«Voi aggiungete alla mia miseria l'oppressione del vostro avvilimento. Oh! non così i cavalieri del tempo passato!»

«Uomo!—io non ti disprezzo perchè ti vedo miserabile, ma perchè appartieni alla famiglia degli uomini, e vo' che tu sappi, il mio disprezzo per essi cominciare da me.»

«Ma dagli uomini non avete avuto la vita?»

«La vita!—Parti forse dono la vita? Sia:—ma io non l'ho chiesta, e non ne devo esser grato. Una vita destinata a finire con la morte, a travagliarsi con le malattie del corpo, con le afflizioni dello spirito, sempre assalita dai bisogni, sempre minacciata dagli elementi…. è egli un dono questa vita?»

«Ma l'amore della madre, la carità dei parenti….»

«Non li conosco, non ho obbligo con nessuno:—posso odiare senza rimorso, e vivo odiando. Vattene dunque nella tua mal'ora, e possa incontrarti una morte cento volte peggiore di quella dalla quale tu mi hai liberato!»

«O signor cavaliere, non parlate così, vi scongiuro pel Santo Sepolcro. Da che voi non volete darmi neppure una _burba_¹ di elemosina, sovvenitemi almeno della vostra compagnia, finchè saremo usciti da questa contrada: sappiate ch'ella va per le guerre della Santa Sede col Re Manfredi tutta piena all'intorno di ladri, e di gente di malo affare; non mi negate questa cortesia, che vi possano guardare sempre benigni gli occhi della vostra dama!»

¹ Moneta saracina di prezzo assai vile.

«Io non vo' compagnia: se ti senti debole, perchè ti metti in pericolo? La vita deve nudrirsi col dolore: perchè vuoi sfuggire la tua parte, o perchè pretendi che un altro la consumi con te? Io penso a me. Qualora la tua salvezza dipendesse da un moto della mia mano, da un cenno dei miei occhi,—non lo sperare: i tuoi tormenti faranno le mie gioie, perchè conoscerò che non sono maledetto solo.—Non sai che il pianto della disperazione scende rugiada di conforto all'anima disperata? Or via, allontánati: se insisti a voler essere mio compagno, il mio pugnale mi farà solo.—L'uomo non è compagnia conveniente all'uomo:—più tosto il serpente del deserto.» Profferite queste parole, si allontanò. Giunse alla riviera, nè trovando barca da passarla, si dette lungo la riva a seguitarne la corrente, sperando rinvenire un ponte.

Venne il mattino. Spuntava il pianeta nella maestà dei suoi raggi, e spargeva il calore e la luce sopra tutte le cose: le acque del fiume parevano rallegrarsi di rivedere il sole, e il sole le acque del fiume: tremolavano queste agitate dal vento matutino, quello vi diffondeva i suoi raggi: e quindi ne usciva un brillare lucido, spesso, incessante, veloce, che gli occhi non potevano sostenere, ed era pur vago a vedersi:—pareva la gioia di due amici che si abbracciano dopo molti anni di trascorsi pericoli, e di lontananza. La campagna suonava tutta armonia di tinte variate, di canto, e di odori,—il giubbilo della natura! Forse vi ha un'ora del giorno nella quale la terra ci si mostra quale apparve nei primi tempi della creazione avanti che i nostri padri peccassero, e questa è certamente quella in cui il sole ritorna ad illuminarla. Iddio nella sua sapienza la dette in premio al rassegnato, il quale sorge coll'alba per eseguire la condanna del travaglio, che percuote la discendenza di Adamo; o più tosto in ricompensa del suo stato, perchè l'operoso sia povero, e il suo vegliare col sorger del sole è per colui che non lo vide giammai, se non quando comincia a declinare. Venne il mezzogiorno,—il bel mezzogiorno nei sereni di estate. Che mai incontriamo quaggiù che valga l'azzurro dei cieli? L'occhio della bellezza, ci ha detto un gentile poeta, addita la via che al ciel conduce,¹ ma non può assomigliarlo.—La maestà del cielo sta sola come la onnipotenza del suo Creatore. La stella della vita, tutta rigogliosa di giovanezza, gode illuminare quella vôlta divina, e quella vôlta offre un campo sterminato alla pompa dei suoi raggi:—belle ambedue, amano parteciparsi la loro beltà. O figlio della terra! in cotesta ora di conforto non abbassare il guardo a tua madre, che ti sostiene: gli uomini hanno spogliato i campi dei frutti del sudore per mantenere una vita di stento, e di miseria:—non volgere lo sguardo a tua madre, che ti sostiene, o la illusione svanisce:—tienlo fisso nel firmamento; il Creatore ti ha conformato per questo.

  ¹ Gentil mia donna, i' veggio
      Nel muover dei vostri occhi un dolce lume,
      Che mi mostra la via che al ciel conduce.
                       PETRARCA, canz. 9.

Salute, salute, o sole, che susciti, e circoscrivi le vite; salute, o fonte di generazione, e di morte! Tu hai veduto con questi stessi raggi il luogo del nascimento, e la tomba dei nostri primi parenti; tu vedrai quella degli ultimi nepoti: le nazioni scomparvero dinanzi a te come le acque del torrente, come l'arena del deserto. Gli uomini ti hanno maledetto, e tu non hai cessato di spargere le benedizioni della luce sopra di loro; ti hanno offerto incensi, e preghiere, come a un Dio, e tu non hai aumentato i tuoi fuochi;—sempre grande, sempre immutabile nella tua bontà. Spesso una nuvoletta, figlia di vapore terreno, ingombrò quelle vôlte destinate a te solo, e tu la vestisti di tal candidezza, che parve la fronte della innocenza: ma ella si annerò come l'ingrato, e mosse guerra ai tuoi raggi;—il sereno fu spento, ma per noi;—la procella fremè, ma sopra le nostre teste;—il fulmine era sotto di te, e la tua luce, sempre bella e pacata, rise della sua tenebrosa vita di un'ora.

Saranno dunque eterni i tuoi raggi? Donde traesti le tue fiamme? Come le mantieni? Sopravviverai all'ultimo dei viventi? Sei per te, od una forza ti costringe ad essere? No:—adoriamo:—egli è lucido, e caloroso.

Venne il crepuscolo della sera, il quale, tuttochè screziato con più gran numero di colori di quello della mattina, nonpertanto scende tristamente mesto. Un raggio di oro e di porpora infiamma que' confini, dove pare che il cielo inchinandosi si unisca all'oceano; ma quel raggio è di cosa trapassata, ed ha la impronta della sua decadenza:—sembra la fama di un potente, che, comunque scomparso dalla faccia del mondo, abbia depositata la sua memoria nella istoria, e come può meglio si rinnuovi con essa nei secoli futuri. Questa agonia tra la luce e le tenebre dura solenne quanto quella tra la vita e la morte; ella si unisce a tutto ciò che si agita di affettuoso nel nostro cuore: abbandona l'operaio il travaglio, il filosofo la meditazione, per lasciare l'anima in balía dei suoi malinconici sentimenti. Questa ora è la prova dei teneri cuori: se un nemico trovasse il suo nemico, e lo domandasse di perdono, questi quantunque capace di ritornare nella notte ai proponimenti di vendetta, e ad eseguirli, non potrebbe ricusarlo adesso.—Infelice colui, che vede il giorno che muore senza sentirne pietà!—mille volte più infelice di quello, che può vedere il giorno che nasce senza sentirne allegrezza!

Tutta questa maravigliosa vicenda della Natura si era operata innanzi gli occhi di Rogiero, il quale comecchè non le ponesse mente, ne sentiva gl'influssi: furono i suoi pensieri la mattina feroci, erano adesso pieni di mestizia. Già il suo cavallo da qualche tempo camminava a stento nell'interno d'una foresta; Rogiero si guardò attorno per vedere alcuno abituro di cristiani, ma il suo occhio si smarrì inutilmente tra le fronde: tese l'orecchio:—da per tutto silenzio, meno il susurro misterioso, che fanno gli alberi, quantunque agitati da poco vento. Scese; si sentiva il corpo indebolito; tolse il morso al cavallo, che tutto lieto nitrì, come se durare ogni travaglio pel suo signore fosse dovere, e la cessazione di questo travaglio meritasse la sua riconoscenza. Rogiero lo palpò con affetto, e quando, ponendogli una mano sul fianco, lo sentì grommoso di sangue rappreso, e dare una scossa leggiera per la puntura della piaga inasprita, dimenticando ogni altro suo affanno, proruppe in voce lamentevole: «Allah! mio buon destriero! vedi che cosa si ricava dall'uomo scempio per la sciagura! Ahimè! comportarci con l'amico, come si farebbe co' più crudeli nemici, è segno manifesto di mente ammalata.»—E sollevò gli sguardi al firmamento, e mormorò. Dipoi, tutto armato come era, si stese sul terreno, facendosi guanciale della rotella. Molta l'opprimeva la stanchezza; da prima la sua mente si fissò in un pensiero solo; di lì a poco una serie infinita di pensieri gli si avvolse per la testa; essi erano in principio distinti, ma spesso interrotti; e succeduti da altri disordinati, e senza séguito, diventarono finalmente confusi: gli occhi aggravati, lento lento si chiusero, e Rogiero sì addormentò.

Rimase alquanto tempo in quello stato, allorchè uno schiamazzo di risa, di bestemmie, e di male parole, come usa fare la gente della plebe, tutto ad un tratto lo risvegliò. A breve distanza da lui, tra le frasche della boscaglia, vide un gran fuoco, e innanzi a quello uomini di fiero aspetto, tutti coperti di arme, che tripudiavano in orribile maniera: sentì pure, allorchè quei loro stridi infernali diminuivano, una voce piangente lamentarsi, e a quella voce rispondere con risa smoderate, ed ingiurie. La più parte degli uomini di quel tempo si sarebbe fatto il segno della salute, e fuggendo, come se mille diavoli la cacciassero, avrebbe giurato di avere veduto il Sabbato,—le oscene tresche delle streghe al lume della luna;—il demonio in forma di caprone nero accogliere le adorazioni della congrega,—scannare un bambino,—offerire il suo cuore sanguinoso su l'altare nella messa di esecrazione, celebrata con l'ostia nera; e simili altri errori, di che la buona gente d'oggidì schernisce l'antica, come se fosse sicura, che la veniente non riderà di lei per le stoltezze delle quali a sua posta va ingombra. Rogiero, sguainata la spada, studiando il passo, si accostò al luogo dello spettacolo; di lieve conobbe com'essi fossero masnadieri, ma non così súbito si accôrse della cagione della loro gioia. Osservando meglio, gli venne fatto vedere un uomo, che dalla voce, sebbene alterata per la presente paura, e pel pianto, gli parve quel desso, che la mattina lo aveva richiesto della sua compagnia. Le sue vesti erano veramente da povero: portava gonnella grigia con sarrocchino ornato di conchiglie, come correva l'usanza di coloro che tornavano di Terra Santa; poteva avere cinquanta anni; di corpo sottile; e sembrava dover essere destrissimo; il volto pallido, tutto increspato di rughe; gli occhi infossati, all'intorno lividi; mala pupilla nerissima.

«Nota bene, perchè io non vo' che tu creda che noi ti usiamo villania, e devi persuaderti tu stesso, che è bene che tu muoia. Ti abbiamo frugato da capo ai piedi, e non ti abbiamo trovato nè immagine di Santo, nè corona di Madonna, ma sì questa borsa piena di agostari lucidi e nuovi, che fa piacere a vederli: questo già, come pensi, è meglio per noi; ma tu vedi bene come non paia merce da pellegrini cotesta: e poniamo anche che fosse, come hai potuto, tapinando pel mondo, raccoglierli tutti nuovi, e di uno stesso anno? Dunque non sei un pellegrino. Rimarrebbe a vedere se sei ladro, o spione; ma risparmierò questa ricerca, perchè in ogni caso bisogna che tu muoia: se sei ladro, come pare, la gelosia di mestiere, il timore di vedere l'arte in mano di troppi, adesso che gli affari si fanno scarsissimi, ci consigliano ammazzarti: se spia, il piacere della vendetta, la certezza che tu non ci nuocerai più in avvenire, ci consigliano parimente ammazzarti. La carità, fratel mio, è pure la grande virtù, ma ho inteso sovente, che, per dirsi perfetta, deva cominciare da sè stesso: ora la tua carità procede affatto opposta alla mia; tu sei debole, ed io sono forte; tu fuggivi, ed io ti ho raggiunto, dunque ti uccido. Che parti, so di logica io?»

Questo discorso fu tenuto da un masnadiere, che sembrava avere una certa preminenza su gli altri: egli compariva di bel sembiante, giovane, e grande; il suo viso, dal mezzo in su, pel sopracciglio nero quasi sempre aggrottato, la fronte rugosa, gli occhi minaccevoli, veramente spauriva terribile; dal mezzo in giù, la bocca vermiglia, sempre ridente, lieta di candidissimi denti, lo dinotava amante dello scherzo e della gioia; era in somma il suo volto una contradizione, e la sua anima ancora più: indole unica tra noi, ch'io non posso con sommo mio rammarico svolgere a lungo in questa storia, però che quegli che la possedè ebbe a piegare ad immaturo destino. Al fine delle sue parole, i circostanti urlarono a coro: «Ha ragione Drengotto, ha ragione!»

Il mal capitato pellegrino, quando conobbe di potere essere inteso, si gettò ai piedi del masnadiere, e: «Bel cavaliere,» gli disse «non vogliate porre le mani nel sangue innocente, che so che commettereste troppo grande peccato. Io vi giuro alla croce di Dio, che non sono ladro, nè spia. Quegli agostari ho avuti da un Barone di Chieti, che mi albergò una notte per carità nel suo castello, e mi ordinò recarli all'Abbate di Montecassino, affinchè ne fosse detto tanto bene secondo la sua intenzione. Intesi dire pel vicinato ch'egli in sua gioventù s'era fatto reo di molti omicidii, e di altre male opere; ed ora che sentiva con la vecchiezza avvicinarsi la morte, il pentimento gli aveva toccato il cuore, e gli si era cacciato addosso una súbita paura del demonio…. e voi, signor cavaliere, non temete il demonio?»

«Si temono esse le vecchie amicizie?»

«Deh via! non offendete il povero, ch'egli è il protetto del Signore; lasciatemi pel mio cammino; io pregherò quanto più posso per voi…. non siete un'anima cristiana? perchè volete perder la mia che vi è sorella in Cristo?»

«Nego minorem» rispose il masnadiere. «Prima di tutto, perchè il tuo argomento camminasse, si vorrebbe dimostrare che tu ne abbi una. Ma via, poniamolo come provato: o tu l'hai buona, o tu l'hai trista; se buona, che cosa ha questa vita che ti piaccia? ella è una trama di angoscie, il mondo una fossa di fiere; nè a te solo sarebbe concesso mutare la tua specie; questa è opera divina; non ti rimane che piangerla. Godi dunque di accostarti al Principio di tutte le perfezioni, godi di andare quanto più puoi veloce a godere il retaggio della gioia che il tuo Signore ti ha promesso. Se ella è trista, lo scellerato ha stretto un contratto con la innocenza; questa gli ha venduto il delitto, quello le ha promesso il prezzo della pena, ed io me ne faccio il suo esattore.»

«E chi vi ha dato questo diritto su la mia vita?»

«La forza, fratello, la forza. E pensi tu, che quando mi avranno preso, e, secondo i costumi del paese, arso, o impiccato, o sotterrato vivo a nome delle leggi, per volere di un potente Dei gratia, con una sentenza fatta per filo e per segno in nome di Dio, amen, piena di citazioni d'Irnerio, di Bulgaro, e simili baccalari, che ci avranno proprio che fare come Pilato nel Credo, avranno in sostanza migliore diritto che questo?—La forza, fratello, è la gran madre Eva di tutti i diritti.»

E qui i masnadieri, fino a quel punto intentissimi alla disputa, gridarono a gola spiegata: «Bravo il nostro dottore! egli è un valente uomo Drengotto!»

«Oh! signore mio, voi siete troppo savio maestro di argomentazioni, perchè un povero accattone possa venire in contesa con voi, io vi scongiuro per l'anima di vostro padre, s'è morto….»

«Questo è quello che non so neppure io. Pover'uomo! E mi ricordo, che mi voleva bene, ma bene assai; gli dicevano tutti che io era il ritratto vivente di madonna Ermellina, ed egli aveva coralmente amato madonna mia madre. Fecemi apprendere gramatica, ed il maestro, che ne traeva grosso salario, gli andava susurrando alle orecchie:—il bello ingegno di quel vostro garzone, messere! E' mi pare di vederlo Giudice della ragione civile, e chi sa? anche Governatore, e, se la fortuna lo porta, forse Gran Giustiziere, o Protonotario della corona.—Il buon uomo, pieno di questi pensieri, datimi libri, danari e palafreno, con molte lagrime, e raccomandazioni di farmi valoroso in jure, mi accomodò con certo mercadante suo amico, che partiva per Bologna, e mi mandò allo studio. Di lì a due mesi, venduti libri e palafreno, mi tornai a casa in farsetto; composi una mia novella; messere la credè, e aspettava il nuovo anno per rimandarmi a Bologna. Intanto io, se non aveva imparato lo jus, aveva imparato tra gli scolari tutti i vizii, che furono, sono, e potranno essere, e più. Aveva bisogno di danari, e questi mi forniva assai sottilmente mio padre, perchè con la vecchiezza suole venire l'avarizia: mi cadde in mente di rubarglieli; osservai dove tenesse il forziere; mi accorsi che stava riposto in una cameretta in capo della scala; mi provvidi di arnesi, ed una bella notte mi apprestai all'opera; apersi agevolmente l'uscio, e la cassa; tutto era andato a dovere, e già toccava il danaro, e già lo prendeva, e…. ma ciò facendo con poco senno, e manco precauzione, lasciai andarne un pugno per terra; le monete cadute mandarono un suono, che mi abbrividì di spavento: alcune di queste ruzzolando ruzzolando trovarono l'uscio aperto, e si cacciarono giù per le scale; ogni balzo che facevano su i gradini, era per me una stoccata per mezzo del cuore: rimasi un momento incerto, come colui che si sente sconfortato dalla paura e dalla vergogna, e questo momento fu che mi perdè. Mio padre, udito il romore, amando più della vita il danaro, che egli chiamava suo secondo sangue, venne a precipizio alla mia volta: quando io volli fuggire, me lo trovai innanzi al cammino, egli mi afferrò alla gola, e stringeva di buona mano. Intanto la fante strepitava: «Aiuto! misericordia! al ladro, al ladro!» Ormai parevami vedere giungere tutto il vicinato co' lumi, sentire i loro rimproveri, quelli del padre; un peso insopportabile di avvilimento mi si aggravava sul capo; detti in questo pensiero una scossa violenta; mio padre cadde riverso, la scala gli stava alle spalle, vi precipitò, io dietro; egli percosse su la pietra, io sopra lui; mi alzai, gli passai sopra il petto, fuggii…. le mani ed il viso aveva imbrattato di sangue: sicchè vedi che amore pel padre sia stato il mio! Ma io non credei che ne dovesse uscire un tanto danno; vi giuro ch'io noi credei. Voi tutti avreste fatto lo stesso, compagni, non è egli vero? ditemi, in nome di Dio, non avreste fatto lo stesso? Qual vita, o quale affetto può avere prezzo agli occhi del ladro in paragone della cosa rapita? E poi c'entrava l'onore, perchè, se mi ricordo bene, trattandosi di cosa lontana, mi pare che io fossi in cotesti tempi onorato.»

E sì parlando rise, ma di un cotale riso sfumato che gli morì a fiore di labbro: nè i compagni applaudirono, perchè tra loro convennero che il detto non era arguto; ma in sostanza, perchè fu troppo scellerato per chiunque ha viscere di umanità. Drengotto passò due o tre volte la mano su la fronte, quasi per cacciarne, quella immagine, e quindi riprese a favellare: «Or via, pellegrino. perchè sei ostinato a non volerti persuadere che la tua morte è un bene, cosa per la quale soltanto meriteresti morire, vediamo se potrò rendertene desideroso col modo con cui intendo apprestartela. Vo' dunque che tu sappi, che, essendo io stato a studio, amo darti una morte latina. La gloriosa Serenità dell'Imperatore Federigo, che il demonio faccia pace alle sue ossa, tra gli altri suoi ritrovati inventò la pena del propagginare, da propago propaginis, che vuol dire germoglio: questa, come vedrai, è morte curiosa, perchè si fa un buco per terra profondo quanto tu sei alto, e più; poi ti ci adattiamo capovolto, poi terra sopra: che partene? non si ha da chiamare ella questa immaginazione veramente imperiale?»

«Sì, propagginiamolo, propagginiamolo!» urlarono quei feroci, e si posero tutti di concerto a cavar terra.

«Oh! Santa Vergine, assistetemi voi!» esclamò il pellegrino smarrito dalla paura.

«Vergognati, via,» gli disse Drengotto «apparecchiati a morire di buona grazia; anzi ti godi nel piacere della vendetta: tu così propagginato germoglierai; dal seme della spia deve nascere di certo il legno della forca; e tu lusinga queste ultime ore nella speranza, che un giorno o l'altro saremo frutti del tuo albero.»

«Non mi uccidete, magnifico cavaliere, non mi uccidete, pel vostro battesimo, per la benedizione di Dio e dei Santi; tenetemi per vostro fante; io so come si governa un cavallo, avrò amore ai vostri, e a voi; vi servirò fedelmente. Oh! liberatemi, signore, da questo affanno; la morte è troppo grave dolore.» E intanto piangeva e singhiozzava interrotto.

«Chi ti ha detto che sia un dolore? Tu non sei mai morto per saperlo; un'altra volta potrò crederti, ma per questa non posso darti fede.»

«Oh! sì, ch'ella è dolorosa; vedete come tremo al solo sentire nominarla? e voi pure tremereste se vi foste vicino: perchè avremmo noi questo istinto di vita, se la morte non fosse angosciosa?» E qui tornava a singhiozzare e a pregare con disperate parole.

«Deh! non piangere, fratello; tu mi muovi proprio a compassione: vedi, anche Federigo il glorioso Imperatore, ch'era molto maggiore uomo che non sei tu, è morto; anche Innocenzio, il sapiente Pontefice; ed io, io pure, nato di messer Tafo di Andreuccio, che teneva banco di cambio nella città di Napoli, e di madonna Ermellina di maestro Gentile; io pure, che ho appreso lo jus civile, e la ragione canonica, nello Studio di Bologna, bello, giovane e forte, sono destinato a morire.¹ Nasciamo tutti con questo patto; ella è condizione sine qua non: l'eternità ci concede alcuni anni di vita: non piangere sopra la tua sventura; o piangi, e piangerò teco, su la nostra schiatta infelice.—Avete lesta la fossa?»

¹ Questo discorso è affatto simile a quello che tiene Achille a Licaone nel 21 Libro dell'Iliade. Io per me credo che non vi sia persona, la quale piuttosto che epico, non voglia riputarlo comico.

Il pellegrino, che dal suono pietoso col quale il masnadiere aveva proferito il precedente discorso, si era alquanto rassicurato, non è da dirsi qual rimanesse quando ne intese la chiusa; e molto meno è da dirsi, quando sentì ripetere attorno: «È lesta, è lesta!»

I masnadieri gli si fecero addosso; egli provò di schermirsi, menava calci, mordeva chiunque gli si accostava: preso, più di una volta, uscì loro di mano; i muscoli del suo volto si agitavano convulsi; urlava da spiritato, volgeva qua e là velocemente gli sguardi atterriti, faceva gli sforzi della disperazione: alfine giunsero a tenerlo, lo capivoltarono; i suoi stridi divennero, se non più forti, più feroci: lo accostarono alla fossa.

«O gran madre di Dio, aiutatemi voi!» diceva per via con ammirabile celerità. «San Germano! Santo Ermo! San Filippello d'Argiro! Angeli ed Arcangeli, abbiate pietà dell'anima mia! Santi martiri e confessori….»

«Manco male, via,» interruppe Drengotto «se non va a morte persuaso, almeno ci va pentito: sentite come canta le litanie dei Santi!»

«Ben detto! ben detto!» con un tumulto di risa esclamarono quegli empii, e già erano giunti alla fossa, il male arrivato faceva invano incredibili sforzi: ormai vi avevano introdotto il capo, ogni speranza sembrava perduta. Allo improvviso si fanno sentire tre suoni di corno; i masnadieri tutti spaventati lo lasciano cadere, e, senza punto badare a ciò che fosse per succedere di lui, tolte ognuno le sue armi, sotto gli ordini di Drengotto si dispongono in atto di ricevere qualche gran personaggio.

Si volgevano tutti ora qua ora là, incerti da dove sarebbe per comparire costui; imperciocchè la selva sorgesse folta dintorno, e il ronzío delle fronde ne celasse il suono delle pedate. Di súbito vide Rogiero scaturire dalla tenebra, e svelare innanzi al chiarore tutta la maestà delle sue forme un uomo di membra gigantesche, era vestito come gli rimanenti masnadieri, se non che aveva di più il corsaletto di piastra di ferro, diligentemente forbito, il corno al fianco, e una piuma al berretto. La fiamma rifletteva sopra il suo sembiante una luce vermiglia; e quei suoi lineamenti gagliardi, il sopracciglio irsuto, l'occhio sanguigno, lo dimostravano sottoposto al dominio di feroci passioni, mentre che la testa elevata, la fronte ampia, acuta negli angoli delle tempie, il mento un po' ritorto all'insù, le labbra strettamente compresse, lo dicevano d'irremovibile volontà, e nato a dominare. Quel suo volto, sebbene severo, non aveva nulla di spaventevole, anzi ispirava a chi lo avesse fissato un senso di fiducia, cosa che sempre si osserva nelle sembianze di quegli uomini che sono di anima e di corpo sicuri. Lo seguitavano quattro masnadieri che conducevano quantità di muli, a quel che pareva, carichi di derrate. Allorquando si furono avanzati, il condottiere guardò tutti i compagni, e con modo signorile cortesemente disse loro: «Salute.»

«Addio, condottiero!» risposero i masnadieri.

«Ecco che Dio non vuole la distruzione di cui l'offende: noi abbiamo conquistato di che provvedere assai tempo al bisogno,—al bisogno che ci mette l'arme alla mano contro i nostri fratelli.»

«Conquistato!» esclamò uno dei quattro armati che avevano seguíto il condottiero «conquistato! Potevamo in vero, e di leggieri, conquistarlo, ma voi l'avete voluto comprare in tante buone monete d'oro di Federigo II.»

«E non parti ella una conquista, Beltramo?—Con l'oro, più che col ferro, in oggi si vince il mondo, e per lungo tempo, del quale non vedo la fine, ancora si vincerà.»

«Non so che dire su questo,» rispose Beltramo «ma potevano certamente essere tutti risparmiati.»

«Gli avete spesi voi? Ve ne ho io chiesto la vostra parte? Oh! non aggraviamo di grazia la nostra mano su l'infelice, oppresso dal caso e dagli uomini: insegniamo a questi uomini, che ci hanno ributtato dal seno, che siamo migliori di loro.—Di vero io poteva levare a quei poveri vassalli le robe che portavano al mercato, e lasciare loro il danno per prezzo: ma potresti, Beltramo, cibarti di coteste vettovaglie, senza pensare al pianto che susciterebbe il duro esattore del Barone, allorchè andasse in giro a raccogliere il livello, ed essi non avessero da pagarlo per cagione nostra? No, no; il pane rubato al povero non conforta l'anima nè il corpo. E stasera, tornati tutti festosi alle loro famiglie, racconteranno:—Cinque cavalieri ci occorsero per via; noi fuggimmo, lasciando le robe per salvare la vita; essi potevano toglierle, ma ci richiamarono; e le vollero pagare con più profitto, che se fossimo andati fino al mercato.—E quando pregheranno, vado sicuro che ci rammenteranno nelle loro orazioni, e i nostri nomi saliranno al cielo con quelli dei Santi…. sì con quelli dei Santi; e Dio, sentendoci esaltati nella bocca dei suoi eletti, ci guarderà nella sua misericordia, ci vedrà infelici, e forse ci torrà da questa vita, angoscia per noi, spavento per gli altri: Iddio è pietoso nelle opere sue.»

«Amen» disse sotto voce Drengotto.

«Perchè dici amen, Drengotto?» lo interrogò un masnadiero che gli stava più prossimo.

«Perchè la predica è finita: già la sua fine deve essere un cordone, o alla vita o alla gola

«Drengotto!» chiamò il condottiero.

Il chiamato uscì di fila, e presentatosi baldanzoso innanzi di lui rispose: «Adsum, messere.»

«Rendetemi conto della giornata.»

«Ella è cosa di poco momento, messere Ghino: abbiamo corso e ricorso tutto il giorno dal bosco alla riviera, ma non si presentò Saracino nè Cristiano: tornavamo dunque verso sera a mani vuote a casa, allorchè i cani fiutando e abbaiando si sono lanciati entro un macchione, e noi dietro di loro; quivi abbiamo veduto che avevano addentato una bestia di pellegrino che giace là in terra: siamo subito accorsi a liberarlo; perchè, un poco più che tardassimo, lo spartivano da buoni fratelli in uguali porzioni tra loro.»

«Ben fatto.»

«Alcuni di nostra compagnia volevano che lo lasciassimo andare; ma noi per la pienezza del potere che ci avete delegato, ci siamo opposti, ed abbiamo detto: vediamo se il buon pellegrino porta in dosso reliquie e corone; peccatori come siamo non ardiremo porre le mani sopra le sante ossa, questo va bene; ma se ha argento, oro, o pietruzze dattorno, noi le prenderemo, perchè elleno sono vanità, e noi siamo in questo censori solenni di costumi. Dopo questo ci siamo messi a frugarlo, e mirabile visu! niun Santo si annidava sopra costui, ma questa borsa piena di agostari d'oro.»

«O gloriosissimo Barone, per l'onore della vostra famiglia, per la pace dei vostri defunti, salvatemi da quel feroce, che, e nei detti e nelle opere, sembra essere il primogenito del demonio: vedete che mi ha preparato la buca per propagginarmi.» Così interruppe il pellegrino, che, ascoltato il parlare soave del condottiero, si era levato su le ginocchia, e a questo modo, strascinandosi, recato fino ai piedi di lui. I masnadieri nel vederlo comparire in quell'atto, con la paura della morte sul viso, imbrattato di fango e di polvere, proruppero in alte risa, le quali furono tosto represse dal sembiante del rigido condottiero.

«Alzati,» disse Ghino «l'uomo non dee prostrarsi che innanzi alla Divinità;» e scioltegli le mani soggiunse: «sei libero.» Poi, quasi per evitare le solite formule di ringraziamento, sempre inutili per l'uomo sapiente che conosce la gratitudine del beneficato dalla espressione del volto, si volse a Drengotto, e domandò: «È egli ben vero ciò che sento dire di voi?»

«Messer sì.»

«Perchè volevate far questo?»

«Oh! non era nulla: amavamo così avere un per esempio del come Federigo Imperatore faceva morire i nostri colleghi, quando gli capitavano tra mano.»

«Avete trasgredito una legge della nostra compagnia voi meritate una pena.»

«Chi ha fatto codeste leggi, messere?»

«La nostra libera volontà.»

«E chi ha fatto il carro lo può disfare. Tutto varia in questo mondo, riti, lingue, costumi, cielo e terra, e non dovrà mutare un codice di masnadieri, fatto dopo cena col bicchiere alla mano?»

«Chi è quegli che vuol mutarlo qui?» gridò Ghino con tale una voce che strinse i cuori dei suoi compagni, girando certi occhi all'intorno, che fecero abbassare tutti quelli nei quali s'incontrarono: «chi è che vuol mutarlo qui? La nostra piccola società procede diversa dalla grande, che comprende la vasta famiglia degli uomini: qui non sono patti ai quali non siate intervenuti, non promesse che voi non abbiate fatto, o giurato; non leggi, se non prima da voi lungamente discusse, e con pienezza di consenso votate. Voi tutti vi dipartiste dalla gran società, perchè odiaste, o sivvero offendeste, i suoi statuti; ma intervenendo in un'altra, gli statuti e le costituzioni non erano niente meno necessarii: nessuna rettitudine d'ordine senza legge, nessuna durata di scambievole fratellanza. Le leggi discusse e giurate non si vogliono toccare così di leggieri, e mai, se fosse possibile; altramente operando, daremmo trista opinione della umana sapienza, e della eterna giustizia, accennando, con tanta mutabilità di provvedimenti, che non si dà bene in questo mondo, o che è cosa disperata conseguirlo. Stiamo lontani dagli uomini con tali pensieri, e con tali atti, che un giorno, richiamati tra loro, non adontiamo di alzare la testa, e dire:—voi foste gli scellerati, quando perseguitaste la innocenza. Nessuno vive tra noi che nel secreto del suo cuore non palpiti alle care ricordanze di padre, di figlio, di parente, di amico; nessuno che non sospiri le case paterne, e i dolci castelli: forse i nostri occhi non vedranno il giorno del perdono, ma noi non cessiamo di sospirare quel giorno. Tutto è legge nel creato, ed ordine stabilito: lo stesso Onnipotente si sottopose alle leggi, senza le quali nè egli sarebbe, nè noi saremmo; la bontà, la misericordia, ed altri assai sono i suoi attributi, nè egli può allontanarsi da questo sentiero, che la sua sapienza ha stabilito percorrere fin dal principio dei secoli.»

«Non mi parlate di leggi,» urlò schernendo Drengotto «nessuno può meglio persuadervi, che non sono leggi, quanto colui che ne ha fatto lo studio. Se la nostra natura le avesse volute, ce le avrebbe date; e senza scritto tra mezzo saremmo buoni, compassionevoli, e giusti: ma noi siamo al contrario naturalmente tristi, ingiusti, e crudeli. Rugge qui dentro il nostro cuore una rabbia amorosa di noi, la quale ci grida incessantemente—Primo mihi: la gioia altrui è un attentato alla tua, perchè ti toglie porzione del retaggio al quale tu aneli: ognuno si fa centro del creato; il mondo è il suo circolo; gl'interessi di tutti i viventi formano i raggi che si devono concentrare in lui, e questo è certo: non parlo arguto io? Occorrono nelle società degli uomini persone che traggono tutto il vantaggio da tali condizioni, che o non furono mai convenute, o furono, ma con principii diversi, o pure in un momento di ebbrezza, come noi abbiamo fatto le nostre: ch'esse si studino di conservarle, sta bene; ci va del proprio vantaggio, e anche io farei lo stesso in quel caso. L'uomo, che trova alla sua azione, resa manifesta, lo intoppo di una forca, non muta sentimento, nasconde l'azione; e quindi ne nasce quella guerra perpetua di furti, d'inganni, e di frodi, che non pure non si punisce, ma si loda dicendo:—costui provvede accortamente alle cose sue. Chi più nemico alla società di un uomo che toglie moglie? e pure il matrimonio dicesi essere un principio essenziale di questa società: vedete contradizione! ogni figlio che gli nasce gli dà un motivo di guerra di più contro i suoi simili; vorrebbe ch'essi soli fossero felici; lo cerca a prezzo della felicità universale: e poichè pare che non sia stata concessa somma di bene capace a soddisfare tutti, od anche volontà da soddisfarsi, per ogni avventuroso devono vivere cento nel fondo della miseria: quegli ori, quei vasi preziosi, quei cibi apprestati per pompa, non per bisogno, su la mensa del ricco, non vi starebbero, se negli infiniti ricoveri del povero fosse pane da sfamarsi, mezzina da bere, letto da riposare. Io per me vorrei, che allorquando celebrano un matrimonio, la chiesa fosse parata a lutto, e le campane suonassero a morto, come si usa nelle pubbliche calamità:—un matrimonio nuoce agli uomini più di due delitti….»

«Distruggi dunque, scellerato, distruggi; cotesta facultà appartiene al demonio: nella sua eternità di dolore egli ama le rovine, e i mucchi di cadaveri; essi sono il suo trono, dove regna tormentando, e schernendo le anime che si sono affidate a lui; ma egli è immortale, e vive per propria entità: tu, atomo, miscuglio d'imbecillità e di creta, più fragile in mano dell'Eterno, che paglia sotto il piede dell'elefante, come giungerai a questa potenza di male? Come schiverai la guerra di tutti contro di te? Ti sarà data la caccia come alla fiera del bosco, e tu morrai coll'angoscia di essere una memoria di esecrazione e di stoltezza per quelli che verranno. Ma poniamo che tu vi giunga: che cosa avrai fatto, quando avrai distrutto? come sopporterai la tua esistenza? come l'aspide del rimorso che ti roderà le viscere? Non udrai più voce nel mondo: ma come sfuggirai quelle della tua coscienza? Sarai come l'uracano nel deserto; vivrai solo, morirai solo.—Oh stolto! tu non conosci tutte le amarezze della solitudine, e possa Dio non fartele conoscere mai!»

«E v'è un proverbio, messere, che dice: meglio soli che male accompagnati; ed i proverbii sono cose da tenersi in conto, perchè, siccome ho udito nello Studio a Bologna, significano probatum verbum, parola approvata dalla esperienza dei secoli e dal consenso degli uomini: ma, e poi, quello che avete detto riguarda il séguito; allora provvederemo ai casi nostri; intanto ci giova vivere come viviamo.»

«Ahi scellerato! E come puoi giovarti del sangue del fiacco che piange? qual diletto o quale utile puoi ritrovare a spengere barbaramente chi ti stringe le ginocchia, e implora la tua pietà?—Pensa, che un giorno dovrai a tua volta essere giudicato.»

«Che volete? ogni uomo ha le sue opinioni, ed io ho questa. E' visse un popolo nell'antichità, come mi dicevano i miei maestri, che faceva morire per compassione i mal fatti di corpo, e si trova chi lo loda; or come, uccidendo io i male disposti di cuore, che è molto peggiore cosa, potrebbero biasimarmi? L'antichità si reputa madre solenne di utili ammaestramenti, messere.»

«E chi sei tu, che pretendi scrutinare i pensieri dell'uomo, e vuoi assumere la più portentosa qualità del Signore? Se veramente cotesti sono i tuoi sentimenti, tu meriti, piuttosto che ragioni, pugnalate. Questo ti basti, che il debole non fu mai trucidato che dal vile: la storia del lione San Marco, che pochi anni fa salvò a Fiorenza il bambino Orlanduccio, t'insegni, che il forte è magnanimo.»¹