¹ «Intorno al 1760 fu presentato al Comune di Firenze un bel lione, al quale avevano posto nome San Marco, e lo facevano guardare in piazza di San Giovanni; uscito per mala guardia di gabbia, e vagando per la città, azzannò in Or San Michele un fanciullo postumo di un tale ucciso a tradimento: la madre, cacciando acutissimi stridi, si prostrò innanzi al lione, che severamente guardatala, le restituì il figlio: questi cresciuto vendicò l'anima del padre, e fu chiamato Orlanduccio del lione.» (Villani, Lib. 6, c. 79.)
«Con questo mi pare che vogliate tacciarmi di vile, e voi mi dite cosa senza significato; io vi dirò onesto, e avremo detto una menzogna od una stoltezza per uno.»
«Drengotto!»
«Eh via! gettiamo questa sopravvesta di virtù che non conviene a noi altri che facciamo mestiere di rubare le strade: non vedete che sembriamo il demonio in abito da cappuccino? guardiamoci nella nostra nudità; ella è schifosa, ma noi abbiamo cuore da sostenerla: diciamoci apertamente scellerati; che cosa giova celarlo? tanto, nessuno ci crede. Ecco qui,—sia onore, sia pena, ognuno di noi porta il segno di Caino sopra la fronte; avrete un bel tirarvi il berretto su gli occhi; il segno sfonderà il panno e si farà vedere; ovvero accadrà di voi come di quella donna, che per celarsi lo sfregio del volto si pose la gonnella in capo e mostrò nudo il di sotto. Siamo almeno sinceri, poichè col fingere non possiamo ingannarci; renunziamo all'apparenza d'una virtù, dalla quale non ricaviamo altro frutto, che lo scherno del diavolo.—L'essere così pienamente ribaldi senza legge, deve tornare più che farla da onesti con la legge: nel primo stato sei sempre sicuro, perchè ti guardi; nel secondo ti affidi, e sei ingannato: ed allora che ti rimane? il pianto!—il conforto dell'imbecille. Io scommetterei, messer Ghino, questa mia spada di Damasco, che voi, voi stesso, con tutta la vostra generosità, se il Papa o Manfredi vi promettesse un feudo a condizione di tradirci, senza un baleno di esitanza ci vendereste tutti, come manzi al beccaio, anima e corpo.»
«Drengotto!» gridò Ghino, e la sua mano ricorse al pugnale. Ma quello sciagurato, seguendo la sua trista loquacità, aggiungeva: «Ma noi vi guardiamo, perchè non abbiamo in voi migliore opinione di quella che, se voi siete savio, dovete avere di noi: per ciò ognuno faccia quello che gli aggrada; stiamo uniti finchè possiamo; quando non potremo più, o ci lasceremo, o ci distruggeremo, come meglio ci tornerà. Intanto lasciateci propagginare il nostro pellegrino. Libertà di azioni! viva la libertà!»
«Libertà di azioni!» gridarono alcuni ferocemente. E si muovevano per prendere il pellegrino; ma questi avendo veduto i masnadieri intenti nella contesa, côlto il tempo, curvato la persona, strisciato cautamente dietro di loro, se l'era data a gambe, così che adesso poteva avere fatto assai cammino. Rimasti delusi, volevano sciogliere i cani, frugare la foresta, rinvenirlo ad ogni costo, e propagginarlo. Ghino, seguitato dalla più parte dei suoi, cavò la spada, e gridò: «Io lo impedisco.»
«Lasciateci fare, o che vi uccideremo!» urlarono i compagni di
Drengotto.
«Me uccidere? vili ribaldi!» girandosi attorno mirabilmente la spada esclamò Ghino «alla prova!»
«Alla prova!» e già venivano al sangue. Allora Drengotto si fece innanzi gridando:
«Pace! pace! Messeri, udite un poco me prima. Ghino, come vedete, noi abbiamo due diverse opinioni: colle parole non ci possiamo comporre; che potremmo dire e dire fino al giorno del giudizio, ognuno persisterebbe nella sua; e posto ancora che uno giungesse a svolgere l'altro, ciò andrebbe troppo per le lunghe: finiamola dunque col pugnale, ch'è più breve. Non facciamo come i potenti della terra, i quali, quando hanno alcuno affare da strigare tra loro, costringono il gregge degli uomini ad ammazzarsi allegramente a nome della gloria, senza saperne il perchè; riteniamo anzi questi, che ci sosterrebbero volenterosi, nè rendiamo vane le speranze del carnefice, che farebbe gran pianto, se si uccidessero tra loro: tra noi sorse la rissa, si finisca tra noi; affidiamoci al giudizio di Dio.»
«E Dio ti ha condannato: la mia spada non ha mai dato colpo in fallo.»
«Questo so ancora io; nè crediate, messere, ch'io voglia un duello con voi; altra forza è la vostra, altra arte nelle armi, che non è la mia: voi avete trattato fino dai primi anni spada e lancia, io codice e comenti: facciamo in modo che niuno di noi abbia vantaggio; poniamo in terra i nostri pugnali, allontaniamoci cento passi, voi da una parte, io da un'altra; dato il segno, ognuno corra a raccogliere il suo; chi prima giunge, ferisca; che parvene?»
I masnadieri si tacquero. Ghino, riposta la spada, trasse il pugnale, e mostrandolo luccicante a Drengotto, gli disse: «Lo vuoi? Pensa che ho raggiunto il capriolo al corso, e Dio mi porrà l'ale ai piedi, perchè è causa sua.»
«Tanto meglio per voi. Che volete? i nostri compagni aspettavano di vedere propagginato il pellegrino, egli fuggì per cagion vostra; una festa bisogna pur farla.»
«Sia fatta la tua volontà, e il tuo sangue ricada su la tua testa.»
Dopo questo, Ghino si raccolse un momento; poi scuotendo la fronte, gittò il pugnale con tanta forza, che più di mezzo l'internò nel terreno; quindi volte le spalle fece sembiante d'incamminarsi al suo luogo. Drengotto spiava questo momento; si avventa rattissimo, e già ficca con orribile perfidia il suo pugnale nel fianco di Ghino, allorquando una lama di spada si vede comparire di dietro ad un albero, e percuotere con tanta furia il braccio dello assassino, che la sua mano cade a terra recisa. La mano guizzò saltellando, e lasciò andare il pugnale; poi si aperse, e si richiuse celermente, come se tentasse afferrarlo di nuovo, e stette assai tempo innanzi di quietare quel moto. Il ferito gittò acutissimo strido, rimase un momento in piedi, finalmente cadde svenuto. Ghino volge la testa; conosce con un solo sguardo il caso, ed esclama: «Vive un Dio che punisce il tradimento!»
I masnadieri, maravigliati e atterriti, piegarono la faccia a terra, e dissero tra i denti quasi per forza: «Vive Dio?»
Come poi Rogiero si fosse rimasto immobile all'avventura del povero pellegrino, e di così giovevole aiuto sovvenisse il capo dei masnadieri, non riuscirà difficile a spiegarsi, qualora si voglia por mente a quello che ammaestra il buon Lavater, su gli effetti delle fisionomie. Occorrono di que' sembianti, dice egli, che al primo aspetto diventano il piacere dei tuoi occhi, la gioia del tuo cuore, nè punto ti persuadi che da te non sieno stati più visti; anzi ti senti suscitare nell'anima un affetto confuso, che si assomiglia a qualche lontana memoria di amore, e ti diletti ingannare te stesso, e credere che sieno gli amici della tua infanzia, i quali, sebbene scomparsi da anni ed anni, ti lasciarono nondimeno un lungo desiderio di loro; quindi il moto irresistibile di congiungerti a quelli, e chiamarli a parte delle tue gioie o dei tuoi affanni, ch'è così bello sfogare nel cuore di un amico: mentre all'opposto ne occorrono tali altri il cui aspetto t'inspira un senso di allontanamento, e se i tuoi occhi s'incontrano con gli occhi loro, tu sei costretto ad abbassarli; e se la tua bocca vuole indirizzare loro un discorso, le parole non ti escono intere, ma smozzicate; a stento, per modo che è un fastidio a sentirsi; per quanto ti studii, non giungerai a vincere questo naturale sgomento; forse la tua ragione potrà persuaderti a non odiarli,—ma amore non è passione che possa comandarsi all'anima nostra. Ed oltre a questa cagione, per sè stessa potentissima e naturale, ne concorsero alcune altre, alle quali forse non pensò il medesimo Rogiero, ma che tuttavolta poterono contribuire al suo atto senza ch'ei vi ponesse mente; e sono, che il caso del pellegrino si operò a qualche distanza dal luogo ove egli stava appiattato, e i masnadieri erano tutti concordi a propagginarlo, per lo che muoversi alla sua difesa era lo stesso che non salvare lui, e perdere sè stesso: il fatto di Ghino accadeva forse due passi discosto, e la più parte dei masnadieri risoluti a proteggere il capo lo affidarono, che il colpo non pure andrebbe impunito, ma anzi lodato. Comunque ciò fosse, Rogiero considerando adesso la impossibilità di celarsi, trasse fuori dal nascondiglio, e si avanzò verso Ghino. Quel, suo comparire improvviso, la ricca armatura di che egli andava coperto, e il bel sembiante, gli davano aria di San Giorgio che ha abbattuto il dragone; e per San Giorgio, e per l'Arcangiolo Michele, lo avrebbero adorato quelle menti superstiziose dei masnadieri, se Ghino facendoglisi innanzi con lieta accoglienza, non gli avesse stretta la mano, dicendo: «Io vi devo la vita, bel Cavaliere.»
Nè aggiunse parola, ma il modo col quale queste poche furono espresse dimostrò a Rogiero, che aveva trovato uno amico, uno che avrebbe dato i suoi averi, la sua vita, e il suo onore, per vederlo felice; gli dimostrò in somma tutti quei sentimenti, che favella al mondo non si vanta potere proferire, e, quando anco potesse, il cuore sdegnerebbe adoprare, perchè la profonda passione sta muta, ed un ringraziamento loquace nella testa di cui lo pronunzia serve a sdebitarlo della metà dell'obbligo.
Queste vicende accadevano in brevissimi istanti; però Ghino, salutato Rogiero, si volse subito a Drengotto, ed aiutò i compagni ad allacciargli alla meglio le arterie tronche, ed impedire la effusione del sangue, che ormai troppo aveva perduto quell'empio. Lo tolsero in appresso quattro masnadieri sopra le braccia, e s'incamminarono soavemente alla capanna; Ghino gli sorreggeva la testa. Per via il ferito si rinvenne, e alzando gli occhi aggravati vide il condottiero, al quale con voce mezzo spenta parlò: «L'uomo curioso che siete voi, messere! Or che credete voi fare con questa apparente pietà? voi non dovete, nè potete sentirne per me: non ho io tentato di uccidervi?—e a tradimento, direbbero gli stolti. Che cosa significa tradimento? voi mi offendeste, io dovea vendicarmi; apertamente non avrei potuto; e' sarebbe stato aggiungere il danno all'oltraggio;—lo tentai come meglio poteva; non sono riuscito;—-pazienza! Ell'era una lite tra noi; il caso l'ha decisa contro di me, nè io me ne affanno più del medico che vede morto l'ammalato, o del giureconsulto perduta la causa: andate, via, cotesta vostra compassione m'insulta. A che monta una mano di meno? la natura ne ha preveduto il caso, perchè, altramente, a qual fine ce ne avrebbe ella date due? Poichè siamo nati per morire, meglio giova andarcene a poco a poco, che tutto a un tratto; così ci avvezziamo:—intanto mi è morta una mano;—poi un piede…. qualcheduno doveva fare le spese della festa; sono toccate a me:—pazienza! Già le scommesse mi sono state sempre dannose.»
Ghino si apprestava a consolarlo, ma egli era ricaduto in isvenimento. Giunti alla soglia della capanna, il condottiero, chiamato Beltramo, gli comandò averne cura, e lo pregò che per suo amore lo vegliasse; lo avrebbe ricompensato in appresso; intanto se l'ammalato si aggravava andasse a San Quirico, e dicesse all'Abbate, che messere Ghino mandava per lui, ch'egli sarebbe certamente venuto; finalmente rivoltosi alla masnada che lo aveva seguitato, parlò con voce solenne brevissimo discorso: «Siavi di esempio Drengotto; io perdono i colpevoli.»
Ciò detto, ricusata ogni altra compagnia, camminò verso la sua dimora, pregando gentilmente Rogiero a volervi accettare l'ospizio per quella notte. Rogiero, non che accettare il prego, avrebbe pregato egli stesso, tanto era il diletto che ricavava dalla presenza di Ghino, e più il bisogno che sentiva di ristorarsi. Andò pertanto volenteroso con lui; e si misero dentro a certi intricati viottoli della foresta, pei quali ogni uomo che non ne fosse stato ben pratico sarebbesi certamente smarrito. Lasciamoli andare, chè Ghino ne conosce la via, e menerà diritto il suo compagno allo albergo: noi andremo a dar fine al capitolo e alla vita di Drengotto.
I masnadieri, licenziati da Ghino, si dispersero, chi qua, chi là, con diversi sentimenti, ma tutti profondi; nè noi li diremo.
I quattro che sostenevano Drengotto l'adagiarono sul letto; Beltramo in atto di dispiacenza disse ai compagni: «Avrete voi cuore di lasciarlo solo?»
«Non ci stai tu?» uno di loro rispose «e che faremmo noi per tutta la notte?»
«Giocheremo a zara» soggiunse Beltramo.
«Se così è, rimango.»
«Così io,—ed io» risposero gli altri.
Ma Beltramo, che aveva un atomo di umanità più di loro, osservò che Drengotto era svenuto, alla qual cosa essi risposero che dormiva; ed allora non che egli fosse internamente persuaso che Drengotto dormisse, ma facendosi inganno con cotesta affermazione dei compagni, pose un po' d'accordo tra la sua anima e quello che stava per fare, e trasse i tre dadi di tasca.
«Manca il vino!»
Uno dei compagni, che aveva infinita impazienza di cominciare il giuoco, rispose: «Guardate su questa tavola; non vedete come Drengotto se ne trovi molto ben provveduto? Andando a pigliarlo nelle nostre capanne, logoreremmo troppo gran tempo: togliamo di questo; se Drengotto vivrà, glielo pagheremo, o rimetteremo, come voglia; se morrà, lo avremo bevuto senza pagare l'ostiero; il che tramuta in greco¹ anche l'aceto, come disse il poeta.»
¹ Ottimo vino che fa in Italia, e così si chiama perchè nasce da magliuoli primieramente venuti di Grecia.
I masnadieri risero al motto, e tolto i fiaschi del vino ed alcune candele, si disposero in circolo sul pavimento dando principio alla partita. Avevano fatto da sei giri di giuoco, e bevuto altrettanti fiaschi di vino, allorchè una voce, che pareva uscisse di sotto terra, chiamò: «Beltramo!»
«Ti sei svegliato, Drengotto? Sono da te;—dopo questo tiro mi viene la mano,—getto i dadi, e son da te.»
«Beltramo!»
«Eccomi—son lesto—dammi i dadi—bel tiro! sei e quattro dieci, e tre tredici:—segna, Cagnazzo—la partita non è ancora perduta.» Poi levatosi in piedi andò al letto del ferito, il quale gli disse:
«Beltramo, mentre io stava svenuto….»
«Come! non eri addormentato?» esclamò Beltramo facendo le maraviglie.
«Mentre stava svenuto,» continuò, senza badargli, Drengotto «sia ch'io facessi alcun moto, sia che la fascia….»
«Tre, tre! sto per uno!» urlò un masnadiero.
«Tocca a te a gittare, Beltramo; stanno per uno.»
«Per uno! E come è andata questa?—Un momento, Drengotto, gitto i dadi, e torno.»
«La fascia era male messa, e il sangue….»
Beltramo che avea fatto un passo tornò indietro: «il sangue?» ripetè sbadatamente, e soggiunse: «Cagnazzo, tira per me, che ora non posso.»
«Il sangue del mio corpo quasi che tutto fuggì dalle vene lacerate, ed io mi muoio:—vedi!» E si scoperse:—miserabile spettacolo!—diguazzava dentro un lago di sangue.
«Tredici!—Ho vinto!—abbiamo vinto, Beltramo;—cinque ne perdono.»
«Segna al muro, a scanso di liti…. O Vergine gloriosa! Perchè non m'hai chiamato prima, Drengotto?» disse Beltramo, e si affaccendò a rifasciargli la ferita.
«Sta bene!» rispose Drengotto sorridendo «ma fermati, che oggimai tu faresti opera vana.—Io ti ho chiamato per rogare il mio testamento nuncupativo; e voi pure, compagni, accostatevi ed ascoltate le mie ultime disposizioni.»
I masnadieri, che avevano finito il giuoco, e senza il quarto andavano malamente innanzi, sorsero, e ognuno col bicchiere alla mano s'incamminò verso il letto del ferito. Questi, vedutili pronti ad ascoltarlo, incominciò:
«Invocato, etc. etc. Considerando essermi vicina la morte, che forma la conclusione della vita, di mente sanissimo, cioè, come sono stato sempre, lascio da prima l'anima a cui di ragione, e il corpo, poichè non ha pelle che possa giovarvi, tutto intero alla pianura. Item lascio le mie armi e le mie vesti a cui primo le piglierà.—Item il mio danaro a voi altri quattro, onde facciate dirne, o ne diciate voi stessi…. tante partite a zara.—Item a voi, il vino che tengo in serbo nella capanna, perchè possiate passare allegramente questa notte, e la seguente se ve ne avanza….»
«Oh! l'abbiamo già preso» esclamarono tutti.
«Dunque cassi il notaro questo legato,» disse il moribondo ridendo. «Quindi instituisco erede nella università dei miei debiti Beltramo di Tafo, che mi ha fatto tanto amorosa guardia in questa ultima malattia.»
«Oh! niente, niente, Drengotto; tu in questo caso avresti fatto lo stesso.»
«Credo che sì, Beltramo; solo ti prego di una grazia, e ti scongiuro a non rifiutarla alla nostra antica amicizia:—quando porteranno a seppellire il mio cadavere, cercherai la mia mano che deve essere rimasta là in mezzo al bosco, e ti adoprerai di pormela accanto, in modo, che súbito la possa trovare; però che quando l'Arcangelo ci chiamerà a quel giudizio—ch'io non ho mai avuto—possa presentarmi dei primi, e sapere súbito il mio bene o il mio male; altramente, come vedi, chi sa ove diavolo me la caccerebbero, e quanto tempo dovrei frugare per rinvenirla!» E qui rise, ma quel suo riso fu l'ultimo, chè l'agonia lo sorprese. Le sue labbra tremolavano increspate, i suoi denti battevano fragorosi,—ell'era una espressione infernale: le palpebre parimente si aprivano e si richiudevano con quella velocità, con cui vediamo scuotere l'ale alla farfalla nuovamente presa: il periodo della convulsione fu di pochissima durata, a mano a mano divenne più debole, cessò,—e della creatura rimase la creta.
I masnadieri che circondavano il letto col bicchiere alla mano, vedutolo spirare, se lo accostarono alla bocca dicendo: «Anche questa è finita,—alla salute dell'anima sua!» e lo vuotarono: poi coperto il cadavere, tornarono a giocarsi a zara i danari del morto.
CAPITOLO DECIMOPRIMO.
IL PELLEGRINO.
…. la luce di Romeo, di cui
Fu l'opra grande e bella mal gradita.
Ma i Provenzali, che fer contra lui,
Non hanno riso: e però mal cammina
Qual si fa danno del ben fare altrui.
Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
Ramondo Berlinghieri, e ciò gli fece
Romeo, persona umile e peregrina;
E poi il mosser le parole biece
A dimandar ragione a questo giusto,
Che gli assegnò sette e cinque per diece.
Indi partissi povero e vetusto;
E se 'l mondo sapesse il cuor ch'egli ebbe
Mendicando sua vita a frusto a frusto,
Assai lo loda e più lo loderebbe.
PARADISO, canto 6.
Tornato da Santo Jacopo di Galizia, un buon romeo¹ traeva verso sera l'infermo fianco per le vie di Marsiglia, come colui che sembrava attenuato dagli anni e dal lungo cammino, in cerca di un Senodochio,² dove potere riposare per quella notte le membra. Poichè ebbe percorso molte contrade della città, si fermò innanzi uno splendido palazzo, dal quale partiva una gran luce, ed un armonioso concerto di suoni e di canti: vedeva entrare ed uscire dame e cavalieri, doviziosamente abbigliati; vedeva scudieri affaccendarsi, maggiordomi scorrere qua e là con le mazze di argento perchè tutto procedesse in buon ordine, e siniscalchi, e fanti, di su, di giù, per le scale, portare in preziosissimi vasi squisiti rinfreschi: tutto in somma accennava, che una gran festa si faceva là dentro. Il romeo si accostò ad un uomo del popolo, ragunato avanti la porta, e mossagli graziosa dimanda, seppe come il palazzo appartenesse a Monsignore Raimondo Berlinghiero Conte di Provenza. Correva in quel tempo altissima rinomanza per tutta Cristianità di questo Conte Raimondo, sì perchè egli era nato di gentile lignaggio, avendo comune l'origine con la Casa di Arragona e con quella del Conte di Tolosa, sì perchè fu signore discreto molto, valoroso, cortese, grande operatore di cose onorate. Si riparavano alla sua corte tutti i prodi cavalieri di Provenza, di Francia, e di Catalogna, non meno che i più valenti Trovatori che avessero fama a quei tempi; ed egli stesso assai dilettavasi di correre lancia nel torneo, e cantare la canzone di amore in mezzo ad un bel cerchio di giovani dame.
¹ Romei erano propriamente i pellegrini che andavano a Roma.
² Senodochj (quando ve n'erano) erano luoghi particolarmente destinati ad albergare i pellegrini.
Il romeo disegnò di far prova della cortesia del Conte: e senza altro pensare si cacciò arditamente nella corte. Maravigliaronsi i cavalieri, che un mendico avesse tanto di audacia da penetrare in mezzo a loro; ed ognuno di essi schifavalo, e sì come pauroso che le sue vesti di seta non s'imbrattassero toccando quelle del povero pellegrino, da parte si ritraeva: ne seguì quindi, che, invece di farlo obbrobrioso, come era il pensiero, lo esaltassero, imperciocchè egli camminava tutto solo in mezzo a due ale di dame e cavalieri, i quali, quantunque si fossero così disposti per disprezzo, pure il concetto mal talento non manifestavano al di fuori, e quella posizione era rispettosa.
Il Conte Raimondo, che, per godere di un solo sguardo la festa, s'era messo a sedere sopra un luogo elevato a guisa di trono apprestatogli nella parte principale della sala, appena vide il romeo che si avanzava, scese, e andatogli incontro gli fece grata accoglienza, dicendo: «Bel pellegrino, voi siete il molto ben venuto in nostra corte; disponete a modo vostro di tutto quello che vi aggrada, perchè intendiamo che ne siate come signore, e padrone.»
«Monsignor Conte, ora vedo che la fama, per quanto dica della vostra alta cortesia, non può tanto dire, che le voci al paragone non vengano meno. Io m'era qui recato per farne esperimento, e vedere se nell'ora della pompa avreste sdegnato volgere il guardo al servo di Dio, stanco dagli anni, e travagliato dal cammino: ma voi, Conte, avete lasciato l'orgoglio ai cuori codardi, che se lo hanno tolto signore; i quali, per quanto sieno circondati di ossa e di carne, nol potranno mai celare all'occhio dell'Eterno.» E qui girò severamente la faccia ai circostanti cavalieri, che troppo erano cortigiani per abbassare la loro, e che gliela mostrarono da un punto all'altro tutta ridente. Il buon romeo, disdegnando le lusinghe, sì come innanzi il disprezzo, continuò favellando al Conte Raimondo: «Voi non vergognaste adempire le speranze del povero, che aveva posto in voi fede; voi gli profferiste quello di che abbisognava, senza ch'ei ve lo chiedesse, però che colui, che vede il bisogno, e aspetta la richiesta, quasi si apparecchia a negare; e voi sarete rimunerato in questa vita, e in quell'altra; con voi saranno le benedizioni del Signore; ei vi magnificherà su i vostri emuli, vi glorificherà sopra i vostri nemici, e il vostro nome si conserverò nei nepoti, come l'odore della mirra si conserva, dopo che il fuoco ne ha consumato il granello.»
Stupirono i cavalieri e le dame a sentire il pellegrino favellare tanto discretamente, e lo tennero per uomo valoroso. Il Conte Raimondo, tutto lieto, con benigne parole gli rispondeva: «Noi vi abbiamo obbligo infinito, bel pellegrino, per la fede che avete posta nella nostra cortesia, sebbene per cosa che non valga rammentare: chè troppo gran torto noi faremmo, non diciamo ai nostri fratelli di cavalleria, ma ai nostri meno agiati vassalli, sospettando che avrebbero chiuse le porte al buon romeo.»
«Non l'atto, ma il modo, Monsignor Conte, guadagna lo spirito; e v'è tale che nega in sì benigna maniera, che tu l'ami più di tale altro che villanamente ti dona.»
Allora il Conte Raimondo, tolto per mano il pellegrino, lo condusse nei più riposti appartamenti; e fattolo ristorare di cibo e di bevanda, vedendolo stanco, non volle per quella sera trattenerlo in più lunghi discorsi, ma comandato che gli si preparasse una fresca cameretta, quivi lo lasciò a riposare, e ritornò alla festa.
Alla mattina sorgendo il Conte per tempissimo si recò in un suo giardino non solo per meditare a mente quieta sugli affari della signoria in quel tempo minacciata di guerra dal Conte di Tolosa, quanto per raccogliere alcune immagini su l'aurora, onde abbellire certa _cobola_¹ che disegnava mandare alla dama dei suoi pensieri. Vagando così tutto internato nelle sue idee, occorse nel pellegrino, il quale, levatosi anch'egli di buon'ora, s'era portato colà per salutare il Signore col primo raggio del sole nascente: questi dopo i debiti ossequii, domandò al Conte per qual ragione fosse in vista turbato. Raimondo, sebbene per natura assai circospetto, pure fu tanta la fiducia che su quel súbito ripose nel pellegrino, che punto non dubitò di aprirgli l'animo suo; e il pellegrino lo sovvenne di tali savi consigli, che a Raimondo parve dovere non che non evitare la impresa col Conte di Tolosa, desiderarla, qualora avesse seco sì accorto e valente consigliere. Gli disse pertanto, ch'ei non gli avrebbe mai fatto forza di rimanere, e che anzi era in sua facoltà lo stare e l'andare; ma se nulla poteva presso di lui il suo prego, ei lo confortava a restare. Se Raimondo si sentiva innamorato delle virtù del pellegrino, il pellegrino non lo era meno di quelle di Raimondo; onde in breve si trovarono d'accordo; nè stette molto che diventò il romeo di ogni cosa dello stato guidatore e maestro. Egli si mantenne in abito religioso, e con la sua industria seppe fare in modo che il Conte, tenendo sempre la medesima corte, accrebbe di più di due terzi il proprio tesoro; onde quando accadde la guerra col Conte di Tolosa (ch'era il maggiore principe del mondo, avendo sotto sè quattordici Conti) a cagione di confini, sì per la cortesia di Raimondo, sì pel consiglio del romeo, e pel molto tesoro, tanti cavalieri e Baroni militarono sotto le bandiere di Provenza, che il Conte di Tolosa ebbe la peggio.
¹ Cobola presso i Provenzali era un componimento lirico.
Ora avvenne, che il Conte Raimondo avesse quattro figliuole grandi, da marito senza più, e, siccome sogliono la più parte dei padri, desiderasse maritarle a prodi e potenti signori, e farle Regine, e Imperatrici, se potesse; ma non gli veniva fatto immaginarne la via, chè il suo tesoro non bastava per dare a tutte la dote da Regina: il buon romeo lo confortò a non prendersi pensiero di questo; avrebbe provveduto egli. E prima maritò la maggiore a Luigi IX di Francia con moltissima dote; per la quale cosa essendo ripreso dal Conte, rispose: «Lasciatemi fare, Monsignore, ch'essendo maritata bene la prima con gran costo, mariterete le altre con minore, a cagione del suo parentado.» E il fatto accadde come egli aveva preveduto: imperciocchè Eduardo III d'Inghilterra, per essere cognato del Re di Francia, tolse la seconda con dote minore, ed in appresso Riccardo di Cornovaglia, suo fratello, eletto Re dei Romani, la terza. Rimaneva in casa la quarta, ed il romeo disse a Raimondo: «Questa daremo ad uomo valoroso che vi sia in luogo di figliuolo, e vi succeda nella signoria:» ed assentendo il Conte, egli la sposava a Carlo d'Angiò, fratello del Re Luigi di Francia, affermando che sarebbe divenuto il maggiore e il migliore signore del mondo.
Dopo tanti anni di lealtà e di servitù, la maledetta invidia, peste del mondo, e delle corti vizio, cominciò a susurrare alle orecchie di Raimondo, averlo tradito il romeo, e di ogni suo tesoro spogliato. Non dava egli fede da prima a quelle malignità, ma ripetutegli oggi, dimani, e sempre, gli venne in pensiero di domandare conto al romeo di ogni sua operazione: questi, come colui che stavasene provveduto, mostrò la scrittura, dette ragione di tutto, e chiese commiato. Il Conte, parendogli avere mal fatto, con umili scuse si difendeva, e a grande istanza lo pregava a non volerlo abbandonare ora che tanta parte di vita avevano insieme trascorso; ma il pellegrino troncò quelle parole, dicendo: «No, Monsignore Raimondo; dividiamoci adesso che siamo amici; sarà la nostra separazione pur troppo amara, ma ognuno di noi lascerà all'altro tal rimembranza, che volentieri si compiacerà richiamare alla mente: forse aspettando non lo potremmo più. Voi siete vecchio, e con la vecchiezza vengono le infermità del corpo, ed il sospetto dello spirito:—forse è questo un vizio degli anni, forse il frutto della esperienza che ha veduto gli uomini più pronti a ingannare, che ad essere leali; in ogni modo il sospetto è il compagno della vecchiezza, e piacesse al cielo che fosse il solo. Questo vostro improvviso domandarmi ragione del mio operato, quantunque di per voi stesso avreste potuto considerare che di umile condizione vi ho posto in grande signoria, mi fa conoscere che la vostra età non va esente dalla comune diffidenza, o per essersi spontanea suscitata nel vostro spirito, o per opera altrui. Presentemente, la Dio mercè, ho potuto chiarirvi di quello che mi avete richiesto; forse in altro tempo nol potrei, perchè se mancano talora le prove per convincere il delitto, possono anche mancare per dimostrare la innocenza; ed allora mi punireste, e fareste mal'opera, e tale che il vostro onore fino adesso purissimo ne sentirebbe irrimediabile danno: provvediamo dunque fin che vi è tempo alla mia sicurezza, e alla fama vostra; tanto, la morte verrebbe a separarci per forza; facciamolo volontariamente. Ell'è parola di dolore, ma pur bisogna proferirla,—l'addio! Possano essere i vostri rimanenti giorni tranquilli e gloriosi; possano coloro che mi hanno allontanato da voi servirvi con quella lealtà con la quale v'ho servito io. Povero venni in questa corte, povero voglio partirmi; la tasca e il bordone, ch'io ho conservato come dono prezioso della miseria, pel quale io mi credo esser ricco, e sopra le ricchezze, saranno la mia veste; le mie gambe, come che inferme, il palafreno:—addio. Quello che mi sarei meritato in guiderdone dei miei ufficii, o ritenete, o donate ai poverelli di Cristo. Addio, mio bel signore,—addio!—ci rivedremo nel Paradiso.»
Nè per quanto il Conte con preghiere e lacrime s'ingegnasse ritenerlo, potè pervenire a farlo restare. Partiva il pellegrino in abito dimesso, portando seco l'amore e il desiderio di tutti; Raimondo co' suoi vassalli lo seguitava traendo dolorosi guai: giunto alla porta della città, il pellegrino abbracciò il Conte, lo baciò in bocca, tolse nuovamente commiato, e lo raccomandò a Dio; con tutti i rimanenti quelle dipartenze non potè fare; però alzata la mano li benedisse, ed eglino riceverono quella benedizione prostrati, gemendo profondamente, piangendo, e singhiozzando, come se ad ognuno di loro fosse morto il padre o la madre. Così, come era venuto, il pellegrino se ne partì, nè mai si seppe chi fosse, o dove andasse, se non che per la più parte di quelli che il videro, e gli parlarono, fu creduto che fosse un Santo.
Non sopravvisse molto il Conte Raimondo alla partenza del pellegrino, e per la morte di lui la Provenza venne sotto il potere del suo genero Carlo.
Nacque quest'uomo nel 1220 da Luigi VIII, e da Bianca di Castiglia; come figlio di Francia ebbe in sorte la Contea d'Angiò, e la signoria di Folcacchieri; come sposo di Beatrice, la Provenza, la Linguadoca, e parte del Piemonte. Quale fosse di persona e di costume troviamo con molto bel garbo narrato da uno Storico del medesimo secolo,¹ che abbiamo preso per guida di questo Capitolo: savio, magnanimo, di alti intendimenti, e severo, sicuro nelle avversità, veritiero in ogni promessa, poco parlante, molto operante, non ridea che leggermente, e di rado; largo del suo, cupido dell'altrui; Trovatori, Giullari, Menestrelli, ed altra gente sollazzevole, non tenne in pregio, anzi sprezzò; molto vegliava, e soleva dire che quanto meno si dormiva, meno si moriva: lo sguardo ebbe feroce; grande di persona, nerboruto, e di colore ulivigno; del rimanente, religioso, e, per quanto può essere soldato, dabbene.
¹ Giovanni Villani. L. 6, e. 91.
Condotto nel 1250 da San Luigi al conquisto di Gerusalemme, cadde, insieme con il fratello e la principale Baronia di Francia, in potere degl'Infedeli presso Damiata. Uscito dalla prigionia, se ne andò in Provenza, dove ebbe a sostenere molte contese co' suoi vassalli, i diritti dei quali voleva annullare, e farsi senza restrizione nessuna assoluto signore.
Qui fu che gli giunse la elezione di Urbano, portatagli dal Cardinale Simone di Tours; e dopo averne tenuto proposito col Re di Francia, col Conte di Artois, e con quello di Alansone, suoi fratelli, i quali per levarsi d'attorno quell'uomo ambizioso lo animarono all'impresa, e gli proffersero sussidio d'arme e di danaro, rispose essere apparecchiato di mettersi alla ventura in onore di Dio e della Santa Chiesa romana.
Se molto la naturale cupidigia lo stimolava a quell'acquisto, non meno ve lo stimolarono le vivissime istanze della moglie Beatrice, la quale per far tesoro impegnò tutti i suoi gioielli; il che forma il più grande sagrifizio, che donna al mondo possa mai fare. Per quello che narrano le cronache del tempo, la cagione di questa caldezza di Beatrice fu che poco innanzi, essendo convenuta a Parigi insieme con le altre sorelle a celebrare nella corte del suo cognato la Pasqua di Natale, assistendo con esse loro il dì della Epifania alla festa dei Re, che i Monarchi di Francia usavano solennizzare nella Chiesa di San Dionigi, l'avevano fatta sedere un grado più basso, imperciocchè ella non portasse corona reale. Infinite, e forse non tutte da narrarsi, furono le arti adoperate da questa donna ambiziosa per chiamare alla sua fazione il fiore della Cavalleria francese. Erano in quei giorni due potentissimi eccitamenti a imprendere la guerra, la cortesia degli uomini d'arme, per la quale stimavano che richiesti di fare alcuna impresa per amore di dama non potessero senza biasimo ricusare, e lo spirito di religione. Ambedue questi vennero messi in opera, il primo da Beatrice, il secondo dai Legati del Papa, che andavano predicando per Francia la Crociata contro Manfredi, e promettevano la remissione dei peccati, e le stesse indulgenze che se fossero andati a combattere in Palestina. Per quelli poi che poco tenevano in conto le lusinghe della femmina, e le indulgenze della Chiesa (e questi narra le cronaca che fossero i più), l'avidità di grossi stipendii fu valevole a riunirli sotto lo stendardo di Carlo. Alle quali cose tutte se voglia unirsi la naturale vaghezza delle menti francesi di vedere nuovità, non si maraviglieranno i lettori se il suo esercito ascendesse a sessantamila uomini tra cavalieri, balestrieri, e fanti di ogni maniera.
La morte avvenuta di Urbano IV, e la sostituzione al Pontificato di Clemente IV non pure non interruppe la pratica, ma l'affrettò; chè questi era vassallo di Carlo, e zelantissimo sostenitore delle parti di lui. Costui ebbe da prima moglie e figliuoli, e fu tenuto in pregio di valoroso giureconsulto: mortagli la moglie, si rendè cherico, e diventò successivamente Vescovo di Pois, Cardinale di Narbona, Legato in Inghilterra, e finalmente Pontefice. Bartolommeo Pignattello, Arcivescovo di Cosenza, vassallo e nemico di Manfredi, spedito a gran fretta in Provenza, unitosi a Simone Cardinale di Santa Cecilia, andava eccitando Carlo a calare in Italia.
Manfredi alla novella di tanti armamenti non si smarrì, ma come uomo di gran cuore e magnanimo si apparecchiò a ben ricevere il nemico. Grandissima fu la cura che pose da lato di terra a custodire i passi, afforzando Cepperano, San Germano, e mettendo scelto presidio in Benevento: per mare, le sue galere unite a quelle dei Pisani e dei Genovesi, che sommavano in tutte a meglio di ottanta, lo tenevano sicuro. Le forze del Re di tutta Francia, non che quelle di un Conte, parevano insufficienti a potergli far danno; pure tanto sono fallaci gli umani disegni, che, e per mare e per terra, fu con mirabile agevolezza abbattuto, siccome andremo narrando nel processo di questa storia.
Ora Carlo considerando di quanto grande momento sarebbe stata la sua presenza in Italia, e la ventura non presentare più di una volta la occasione, a malgrado di molti che lo sconsigliavano, si dispose di montare sopra le galere e andare quanto più presto potesse a Roma: sapeva ben egli che Manfredi faceva guardare tutta la spiaggia romana, nè ignorava essere le sue galere appena un quarto di quelle del suo nemico; nondimeno creato Luogotenente per lo esercito di terra Guido da Monforte, ed a lui raccomandata la Contessa Beatrice, affidato in quel suo detto, che spessissimo soleva proferire,—buono studio vince rea fortuna,—salito in nave, comandò volgessero le prue verso la desiderata Italia.
CAPITOLO DECIMOSECONDO.
MESSINELLA.
Egli ha pallido il volto, e gli occhi fieri;
E in tutti gli atti, e movimenti suoi,
Del terribil vieppiù che dell'umano.
MARIANNA, tragedia antica.
Venite, ed ammiriamo le glorie della creazione su le ultime sponde dell'oceano. Ecco, egli riposa della quiete del lione; nessun vento osa turbare la sua azzurra superficie, nessuna onda gemere tra gli scogli:—sembra uno specchio, nel quale il firmamento goda riflettere i suoi tesori. L'occhio dell'uomo si sprofonda lontano lontano in cerca di un confine che la debolezza della sua conformazione ha impresso nella sua vista, ma che l'oceano non ha conosciuto giammai:—lo sguardo si perde sopra la moltitudine delle acque, e finalmente è costretto di abbassarsi alla terra, mentre lo spirito freme alla idea che la creta non sia capace di sostenere la contemplazione degli elementi;—siccome appunto l'anima temeraria che ardisce di volere penetrare dentro la nuvola che circonda il soglio dell'Onnipotente, dopo un lungo travagliarsi di abisso in abisso nel mondo intellettuale, sviene soverchiata dalla grandezza della immagine, logora dalla meditazione, vinta dalla certezza che l'Eterno non può esser compreso dalla forma destinata a morire. Questo è il riposo dell'oceano: e pure il pianeta della vita e della luce pare che gli si accosti tremando, come il supplichevole al trono del Signore,—le più volte pallido e senza raggio: ed egli lo assorbe nello sterminato suo seno, non altramente che la terra riceve la creatura divenuta cadavere.
Ma quando il cumulo delle acque, furiando imperversato, quasi che fosse ansioso di ricuperare l'antico dominio (però che la terra emerse dal profondo del mare al comando di Dio),¹ si precipita a flagellare i confini del mondo, dove trova l'insuperabile argine, e il solo degno di sommettere la sua spaventosa potenza,—la parola del Creatore, che lo respinge indietro: ma quando rotolandosi per l'ampiezza del suo spazio travolge il naviglio che incontra nel corso fatale, onde il nocchiero disperato di ogni umano soccorso guarda il cielo, ed il cielo gli si mostra minaccioso,—questi non ha più scampo, il flutto che vede agglomerarsi da lungi deve eseguire la sentenza di morte che la natura ha pronunziato contro di lui; allora tra i pensieri della vita futura s'insinua tristamente la rimembranza della sua famigliuola che gli strazia le viscere:—e i figli?—e la moglie?—dorme ella?—su lo stridore dei venti, tra il muggito del mare parle sentire il suo nome sospirato nel delirio di una orribile agonia, balza atterrita, corre al lido, e non iscorge che flutti sommossi e cielo ottenebrato:—che Dio faccia pace all'anima del naufrago; ma doveva sfidare il terribile elemento col peso dei figliuoli sul cuore?—Quando tutto è sconvolto, quando tutto è paura, e terrore,—felice quel sicuro che gode spaziare su l'ultimo lido della terra, e sorridere di quel sorriso col quale si accolgono i più cari amici, all'onda che dopo avere sommerso mille navigli viene a spezzarsi tra le scogliere della spiaggia!—Felice chi nel fragore del tuono, e nell'urlo salvatico dei mostri marini può sentire una dolce armonia, una voce di amore, simile a quella che acquietò i dolori della sua fanciullezza!—Ma più avventuroso colui, che nell'ora della procella commise il suo corpo ai flutti agitati! Lo pregavano gli spettatori, pei Santi e per la Vergine, a non osarlo; ma egli, sprezzando i consigli della paura, si compiacque vedersi sospeso su gli abissi, la descrizione dei quali fa abbrividire migliaia di gente: certo egli sembrava un atomo vagante per la luce; conobbe il pericolo d'essere ad ogni momento disfatto, mirò la faccia della morte, nè impallidì; e in ricompensa fu la sua anima purificata di ben molte passioni del fango, di ben molte umane imbecillità; apprese—potere dirsi felice colui che non teme la estinzione della vita;—e re del dolore, scoperse cose, che nè egli sa dire, nè altri potrebbe comprendere, ma di cui la rimembranza gli rimase nella mente come pegno di futura grandezza:—ora quell'ardito sollevato su la sommità d'una ondata si scorgeva più alto della terra, scoprendo il lido lontano, e i compagni; ora, precipitato giù nel profondo, ammirava le acque soverchianti circondarlo a modo di muraglia, e le cime loro ripiegarsi spumanti, sibilando come serpenti sul capo di una furia;—ma egli pure vinse, e quando gli fu a grado tornò salvo alla riva.—A questo solo sia concesso narrare dell'oceano; stenda la sua mano sul mare come su l'altare del Signore, e dica: io sono degno di te.—Venite, e adoriamo le glorie della creazione sopra le sponde dell'oceano.
¹ Congregentur aquaæ, quæ sub coelo sunt, in locum unum, et appareat ARIDA. (Gen., c. 1.)
Io ti amo di quell'affetto col quale i miei fratelli di stoltezza vagheggiano il sembiante della femmina; io godo al suono dei tuoi flutti, al tuo riposo, e alla tua tempesta: libero fino dal principio della creazione, nessun potente ti ha potuto dare legge, nessuno ambizioso nè per lusinga nè per forza sottometterti;—la vicenda degli anni e delle stagioni è nulla per te: quel barbaro sovrano¹ che volle importi catene, sta monumento di scherno nella storia;—le catene sono fatte per gli uomini.
¹ Serse.
Tu immenso, tu forte, perchè il caos era acqua, ed acqua ritornerà. In quel punto la luce riverrà a spegnersi nella sua antica dimora;—il fuoco tuo nemico sarà superato, e la vittoria annunziata al mondo con la sua rovina: non più stelle, nè luna, nè cielo, nè terra;—esulterai nel trionfo della distruzione, nella solitudine della tua immensità: però, mentre dura in me spirito di vita, mi dilungo su l'estreme tue sponde, e adoro le glorie della creazione nella potenza dell'oceano.—
Coll'affanno del cuore, che agogna una corona, Carlo da tre giorni percorre l'oceano. Spesso sedendo a mensa, o giocando a scacchi, quando meno se l'aspettano i compagni si alza da tavola, ascende sopra la coperta; aguzza gli occhi da settentrione, ed esclama con voce tra spaventata e gioiosa: «È Italia quella?»
«No, Monsignore; ell'è una nuvola,» qualcheduno gli risponde; e Carlo torna a desiderare, e cupo nel sembiante incamminasi là d'onde si era partito.
Oggimai un uomo, per quanto in fondo della ignoranza, agevolmente comprende—il ladro o non avere sentimento veruno, quando si appresta a fare suo pro della roba altrui, o, se pur l'ha, essere in tutto simile a quello del conquistatore. Vero è bene, che questo s'ingegna di ornare il suo fatto co' luminosi fantasmi della gloria; ma il belletto trovato dagli accorti per magnificare il delitto del forte, che hanno punito nel debole,—il nome diverso, chiamando nei molti gesto, impresa, conquista, quello che nei pochi hanno appellato furto, non acquieta la coscienza, e ciò che togli altrui, sia poco, sia molto, sia con migliaia di armati, o con una sola mano, o vuolsi reputare male per tutti, o per veruno. La pena si assomiglia a una insegna, che tanto più si dipinge di rosso quanto meno lo albergo è agiato, e il vino buono: la si ritenga risolutamente marca che da secoli e secoli inganna, e continuerà ad ingannare la gente; per la quale si toglie per buona una merce, che non è tale. Considera il mondo, e troverai l'origine delle pene nella prepotenza più tosto che nella ragione. Ho scritto questi pensieri non già perchè Carlo avesse il più leggiero rimorso a cagione del gran furto che stava per commettere, ma perchè qui mi si sono affacciati alla mente. Quello che adesso agitava l'anima del Conte era la idea del molto pericolo, unito ad un senso magnanimo, che lo rendeva cupido d'imprese pericolose. Sì fatto miscuglio di vecchie abitudini e di nuove sensazioni non può agevolmente descriversi: egli non era un desiderio di fuga, e pure un principio di paura, che gli abbrividiva le carni; non un desiderio di precipitare la contesa, e nondimeno Carlo, ogniqualvolta sentiva dirsi come fosse una nuvola l'oggetto che supponeva Italia, sospirava d'affanno:—era la trepida esitanza di un'anima grande tra il tempo del disegno, e quello della esecuzione;—esitanza, che nè io, nè i miei lettori, abbiamo provato giammai, imperciocchè le anime nostre vennero al mondo piegate in sessantaquattresimo.¹
¹ Questo è il più piccolo formato che abbia fin qui ricevuto un libro: almeno così mi ha detto il libraio.
Carlo agitavasi inquieto, nè i Baroni che aveva prescelto a compagni valevano molto ad acquietarlo. Essi avevano combattuto al suo fianco in Palestina ed in Provenza; andavano famosi per mille prove, ma rigidi come il ferro che li vestiva;—faccie ignote al sorriso, nessun'altra cosa fuorchè la spada e la mazza di arme conoscevano, e nella spada consisteva a quei tempi la educazione del nobile: forse avrebbero potuto narrare le imprese trascorse, e col racconto dei superati pericoli inanimirsi a ben sostenere il sovrastante; ma quando l'anima anela su l'elsa della spada, di rado si trova chi narri, e più di rado chi ascolti storie del vecchio tempo. I nostri Baroni al più leggiero scompiglio balzavano coll'arme alla mano, stimando essere assaliti; nè per quanto si fossero trovati delusi rimettevano in nulla del loro sospetto.
Il Maestro della nave, Provenzale dal viso rubicondo e dai capelli ricciuti, era un piacevolone, finissimo intendente del vino, gran partigiano di quello di Sciampagna; del rimanente istruito a cantare sul liuto otto o dieci canzoni da taverna, e pratico di quanti giuramenti correvano in quei tempi per le bocche dei Fedeli: ma poichè laddove compariva quel viso severo di Carlo la gaia canzone cadeva in isvenimento, e la bestemmia peggio che mai, essendo il Conte religioso, o simulando esserlo, tutta la scienza del Maestro si riduceva a niente, ed egli stava colà come uomo morto: rimanevagli il favellare sul vino, ma come avere il coraggio di tenerne discorso con un Principe che beveva acqua? Il Maestro era affatto disperato.
Così un profondo silenzio, solo interrotto dal rumore dei remi, o del vento fremente per entro le vele, regnava su la galera. Il quarto giorno di navigazione su l'ora di nona Carlo sentendosi trasportato con molto maggiore velocità che nei tre precedenti, se ne andò a passeggiare su la coperta. Non vi trovava persona, meno il timoniere, che colla mano al timone e gli occhi intenti alla bussola (invenzione che i Francesi contendono al nostro Gioia amalfitano,¹ poco tempo innanzi quell'epoca adoperata nei viaggi di mare), pareva non badargli poco nè punto. Carlo con le braccia sotto le ascelle si mise a percorrere da poppa a prua; nè, per quanto i suoi passi fossero fragorosi, che per antica usanza soleva sempre portare l'arme, nè per fermarsi all'improvviso dinanzi al timoniere, nè per battere con impazienza del piede sopra lo intavolato, pervenne mai a fargli alzare la testa. Questa osservazione, più e più volte ripetuta, lo rendeva curioso di sapere chi fosse: tornato indietro, s'incontra nel Maestro che canterellando sotto voce si dirigeva appunto alla volta del timoniere: onde subitamente chiamò: «Vassallo!» e proseguiva il cammino.
¹ Vedi Tiraboschi ec. ec.
Il Maestro, cavato il berretto, curvata la persona in atto ossequioso, gli tenne dietro alla distanza di due o tre passi, dicendo: «Monsignore.»
Carlo non rispondeva: giunto alla estremità della galera, toltasi la destra di sotto l'ascella, apri l'indice e il pollice, e v'inchinò il mento, distratto da nuovo pensiero. Il Maestro si fermò col corpo curvo, il berretto in mano, senza battere palpebra; pareva percosso da quella tal malattia che i medici chiamavano Catalessi, l'effetto della quale consiste nel far restare l'ammalato nella posizione in che fu sorpreso.
«Vassallo!»
«Monsignore.»
«Sapresti tu darmi contezza chi sia il timoniere?»
«Dirò, Monsignore,» rispose il Maestro, e il cuore gli si allargava, chè adesso poteva dar la via alle parole da tanto tempo trattenute e con tanto fastidio; «allorquando corse grido per Provenza che voi eravate determinato alla impresa di Napoli; e furono incominciati gli apparecchi, una sera, il 15 ottobre, se mi rammento, tornandomene a casa, prendendo su per la piazza di Santa Genevieva, m'imbattei in Messere Guasparrino, gran mercante di panni franceschi, intrinsecissimo mio, e di più compare, avendogli tenuto al sacro fonte un suo figliuoletto che adesso potrà avere da circa due anni; e se a voi accadesse di vederlo, Monsignore, sono certo che lo terreste pel più bel garzone del mondo….»
«Dunque?» interruppe Carlo.
«Dunque, come io vi diceva, Monsignore, Guasparrino tornava da Pisa per certe sue bisogne, e vedutomi da lontano mi corse a braccia aperte incontro, gridando: Oh! oh! compare.—Oh! Guasparrino, siete voi? risposi io.—Ed egli: Come state?—Ed io: Grazie a Messere Domine Dio, non mai bene quanto ora; e voi?—Ed egli Eh! così…. ma gli anni cominciano a diventar troppi, bel compare mio.—Ed io: Che andate voi pensando agli anni? la morte ci ha da cogliere vivi, compare.—Ed egli: Io vo' intanto, che abbiate la cortesia di venire meco fino a casa, dove saggerete un cotal vino di Toscana che un mio amico mercante di Pisa mi ha ultimamente donato, affermando con giuramento che era vecchio di cento anni.—Cento anni! Domine, aiutalo!—Vo' dunque, bel compare, che veniate a farne la prova.—Vengo di certo io:—e andammo. Quivi si trovò in capo di scala dama Ginevra, che ci accolse con una leggiadria da fare onore a qualunque grande imperatrice o Regina; e noi ricambiati in fretta con essa lei alcuni saluti, ci ponemmo a tavola per fare il saggio del vino. E vi so dire, Monsignore, ch'egli era del buono, ma del buono da vero: io non saprei assicurarvi se avesse per l'appuntino cento anni, chè la fede di battesimo non gli vidi io, ma ottimo era certo; quasi cominciai a credere dentro me, la causa della Sciampagna perduta: ma la Sciampagna si manterrà pur sempre Sciampagna!
Quand pétille, Quand bouillonne…..»
«Dunque?» guardandolo ferocemente gridò Carlo.
«Dunque…. come io diceva…. questo è quanto, signor mio,» rispose smarrito il Maestro, quasi che avesse perduto il cammino; «Monsignor sì…. mi ricordo che andò proprio in questo modo…. se mi pare un minuto!… Vedete…. cominciammo a venire in disputa sul vino, e Guasparrino, che n'è troppo bene provveduto, ne fece portare di molte sorte, e tutte preziose, e cominciammo a fare brindisi: Evviva San Dionigi! dissi io, e bevvi Bordò.—Evviva Mongioia! rispose Guasparrino, e bevve Borgogna:—e poi, viva Santa Genevieva! e l'Orifiamma! e Luigi il Santo! e voi, Monsignore! e per voi tornammo alla solita disputa, ch'ei voleva ch'io portassi la salute col vino toscano dei cento anni, ed io colla Sciampagna: alla fine ci accordammo che ognuno bevesse qual più gli piaceva; e così fu fatto. Allora come portava il discorso, Guasparrino mi domandò: È egli ben vero, bel compare, che tra poco il nostro Signore stia per andare al conquisto di Napoli?—Sì bene.—E voi, mio bel compare, condurrete la vostra galera alla impresa?—Sì bene, perchè qual sente amore il Provenzale? Buona spada, buon vino, e bella dama. Se muoio, fatemi dire una messa, Guasparrino, qui presso al monastero dei Cordiglieri; se vivo, berremo al ritorno del vino di Sicilia.—Compare, risposemi allora Guasparrino, ponete mente al mio discorso: voi sapete ch'io sono troppo ricco mercante, e cogli anni giunto a tale età, che si ama, più tosto che ragunare nuovi danari a pericolo della vita, godersi tranquillamente i già radunati; però fino da qualche anno aveva pensiero di smettere negozio e ritirare il capitale, se non che mi ha sempre trattenuto il mandare sciopera pel mondo tanta gente che mangia il mio pane, non meno che alcune faccende che aveva a Pisa e a Firenze; ora poi queste faccende sono sbrigate, e mi rimane solo da accomodare la gente; noi potremmo, compare, farci scambievolmente piacere.—Parlate, Guasparrino.—Io ho una bella galera nuova e sparvierata, e questa intendo donarvi, con che promettiate mantenere la ciurma che mi piacerà porvi sopra, a quei patti che fino a questo momento ho mantenuto io.—Gran mercè, Guasparrino; chè la mia, quantunque ritinta di nuovo, credo sia sorella della barca su la quale il Patriarca Noè caricò le bestie,—perchè allora non erano tante in questo mondo.—Ora bene; e intendo inoltre di farvi un bel dono, pel quale potrete andare francamente dinanzi Monsignor Carlo nostro padrone, e dirgli: io ho il migliore Maestro pilota, che possa condurvi a salvamento fino ad Ostia.—Oh! questo è troppo grande favore, mio gentil Guasparrino; voi mi fate, non dico quanto un amico possa fare ad amico, ma più che padre possa fare al suo figlio. E qui mi alzai per abbracciarlo; ma inciampai nella tavola, e caddi, e la tavola sopra: Guasparrino ridendo a gola spiegata, per modo che aveva gli occhi lagrimosi, e gli si potevano contare quanti denti aveva in bocca, si lasciò cadere riverso su la sedia, levando le gambe, ed egli e la sedia tutto un rifascio per terra; pure, come a Messer Dio piacque, ebbe salva la memoria, chè altramente il riso convertivasi in pianto: accorse la moglie e la fantesca col lume; ci raccolsero e ci menarono a letto, perchè in quella notte io dormii in casa di Guasparrino, Monsignor mio.»
Ben pel Maestro, che Carlo fin dal principio del suo discorso osservando un punto oscuro sull'estremo orizzonte, e riputandolo Italia, distratto da nuovo pensiero non gli porse più orecchio, che altramente gli avrebbe dato tal ricordo da non dimenticarlo più mai nei suoi giorni. Ora, ritornato alla prima inchiesta, ripeteva per la terza volta: «Dunque?»
«Dunque, come io diceva, Monsignore Conte, alla mattina Guasparrino entrato nella mia camera mi prese per un piede, e mi tirò tanto, ch'io mi svegliai. Oh! siete voi?—Sono, bel compare; alzatevi, ch'è l'alba dei tafani.¹—Oh! che ora fa egli? risposi sbadigliando, e stirandomi le braccia.—È passata terza di un buon pezzo.—Allora mi alzai, salutai la dama, e quando fui per uscire, Guasparrino mi si fece all'orecchio dicendo: Dimani coll'aiuto di Dio vi manderò quel tale uomo a casa.—Che uomo a casa?—Quello della galera.—Ma che avete le traveggole stamane, compar mio?—Come! non vi rammentate della galera che voglio donarvi, e della promessa….—Ah! certamente sì; pensava che fosse stato un sogno: dunque dimani lo aspetto a casa. Ma ditemi, compar mio, saprestemi voi dire che uomo egli sia?»
¹ Proverbio antico che significa mezzogiorno.
«Ed egli?» seguitò Carlo.
«Ed egli mi rispose che non lo sapeva, e che….» Carlo a quel discorso si stimò burlato, e stretta la destra minacciò di percuotere sul viso il Maestro, che alzata la persona fuggì per la scala brontolando: Tête-bleu, Corbleu, ma tra i denti, perchè sapeva Luigi IX di Francia chiamato il Santo avere decretato la pena del taglio della lingua col ferro rovente per tutti quelli che profferissero queste parole.
«Oh vedete un po' che umore arabico è quello dei signori! gli ho detto acconciamente, e con ordine, tutto ciò ch'io ne sapeva, ed in ricompensa per poco non mi ha pestato la faccia: oh, che ingegno bizzarro gli è questo Monsignor Carlo!—Alcuno mi dirà ch'egli ha dei pensieri per la testa;—ma gli ho detto io, ch'entri in questi ginepraj? ci sta egli per me? se la deve rifare con me?»
E così parlando si era accostato ad un vaso, dal quale mesciuto un bicchiere di vino, se lo bevve, chiudendo gli occhi, e a piccoli sorsi: poi, posandolo con rabbia su la tavola, si asciugò col rovescio della mano le labbra, e con un gemito proruppe: «Trangugiamo anche questa!»
Ed il Maestro, aggiunge la cronaca, pareva ombratile fuori di misura, perchè in capo al giorno aveva mestieri di trangugiarne ben molte.
Intanto Carlo, che appena levata la destra si pentì dello atto villano, si ripose a passeggiare, ingegnandosi con ogni modo a fare alzar gli occhi al timoniere; ma sempre indarno: allora prende consiglio di porglisi accanto, e dire in suono che non fosse domanda, e pure richiedesse l'altrui consentimento: «Bel tempo è questo!»
E il timoniere con gli occhi intenti alla bussola non risponde parola.
Carlo d'impetuosa indole dotato, come la più parte dei Francesi
appaiono, non si può più contenere, e direttamente richiede:
«Che partene, timoniere, è egli questo un bel tempo?»
«È.»
«E stimi tu che sia per durare?»
«Chi manda la procella? chi il sereno? Può la creatura conoscere i segreti di lassù?» E alzò il dito.
«Lodato il nome del Signore!» risponde Carlo, facendosi il segno della croce; «ma credevamo, che senza peccato avresti potuto dirci, se il tempo sarebbe dimani buono, o cattivo.»
«Oggi è buono, però temete che dimani sia tristo. Tra la tempesta si leva la speranza del sereno, tra il sereno sorge il timore della procella. Questo vento che mena felicemente la galera a nona, può farla naufragare a sera.»
«Nol permettano i Santi del Paradiso! ma le tue parole suonano amare.»
«Devono, o possono uscirne diverse dalla bocca dell'uomo?»
«Tu sei dunque infelice?»
«E che! non lo sareste voi forse?»
«Lo speriamo. Quando il Santo Padre ci avrà posto sul capo la corona di Sicilia, e l'avrà conquistata la nostra spada, noi crediamo che saremo felici.»
«La speranza! Ella è una compagna ingannatrice, che ci spinge su pel dirupo della vita, quando il corpo si sente stanco, e i piedi sanguinano per l'aspro cammino. Voi siete nell'agonia dell'anima che anela per la cosa bramata; e questo stato ci turba tormentoso, e pure è il solo meno amaro per noi. Ma quando, pervenuto al sommo, getterete lo sguardo nel profondo senza fine, e la vertigine della fortuna farà mancarvi il piede, e vi precipiterà nello abisso, dove non troverete voce che vi consoli, non occhio che vi pianga, non eco che vi risponda, non speranza….»
«E tu hai provato questo?»
«Là,» dice il timoniere accennando la parte d'Italia «là, in quella terra giace sepolta con un cadavere ogni mia contentezza:'cominciò la mia giornata coll'alba della gioia, presiedè al suo meriggio il delitto, la rabbia ne dispera la notte.»
«Conosci tu dunque quella terra?»
«Se la conosco! vi nacqui.»
«Tu nato in Italia! E dì, ell'è poi bella codesta terra quanto si va magnificando all'intorno?»
«Più che mente insaziabile di piaceri può fingere, più che fantastico Trovatore può immaginare': se vi crescessero gli alberi della scienza e della vita, sarebbe un errore lamentarci dell'antico esilio dal Paradiso terrestre.»
«E gli uomini?»
Le labbra del timoniere tremano volendo proferire un groppo d'idee, che impetuosamente gli sgorgano dal cervello; esse però null'altro possono favellare che interrottamente: «Feroci…. feroci.»
«E tu, nato in cotesta terra, come ardisci adoperare il consiglio e la mano in suo danno? Non conosci, o disprezzi il premio di che vanno rimunerati i traditori?»
«Io traditore! Voi avete parlato una stolta parola, Conte di Angiò; ma sia:—e voi, nato in Francia, come vi maravigliate di un tradimento?»
Carlo si scuote, aggrotta le ciglia in così spaventosa maniera, che le pupille gli si nascondono intiere, e prorompe con voce commossa: «Perchè maledici la nostra patria? È forse la infamia una pianta particolare alla nostra terra, o un albero sterminato che stende i suoi rami tenebrosi sopra tutto l'universo? Sia rigido il cielo, sia temperato, azzurro come in oriente, nuvoloso quanto in settentrione, nè per clima, nè per cielo si rimarrà dal crescere;—le sue radici stanno nel cuore dei viventi. Sì, pur troppo la terra va coperta di scellerati, e di traditi; ma tu, prima di chiamarci colpevoli, dimostraci, che sei innocente: intanto sappi che noi ti teniamo traditore e ti aborriamo. Se la colpa vive nel mondo, non alligna in nostra casa, guarda, se l'osi, il fiordaliso di Francia; qualora i tuoi occhi possano sostenerne il bagliore, vedrai che non ha macchia.»
«L'avrà.»
«E allora possa essere sterminata la nostra famiglia, tolta dal numero delle cose che si rammentano. Adesso, se alcuna ingiuria molesta alla vita avessimo sofferto dalla nostra patria, anzi che cacciare il pugnale nelle sue viscere, lo cacceremmo nelle nostre. Se hai cosa che non puoi sopportare, muori; altramente, ama la vita, e sii codardo, o scellerato.»
«Conte,» riprese il timoniere; tenendo le braccia con le pugna strette, «Conte, voi parlate stolte parole. Chi siete voi che volete farvi arbitro del biasimo e della lode? Imparate, voi, cui forse destinano i cieli a governare molta gente, che per tenervi un grado seduto su le teste dei vostri fratelli, non per questo li soverchiate col sapere; che siete debole, imbecille, come essi sono, e creta, solo più presuntuoso,—imparate, dico, s'io amo la vita.» E qui furiosamente si apre la veste, e mostra a Carlo i fianchi recinti da un cilicio di ferro, che vi aveva fatto un cerchio di piaghe, dalle quali colavano alcune gocce di nero sangue, e marcioso. Carlo balza indietro atterrito, esclamando: «Cotesto è atroce supplizio!»
«Ora dunque credete ch'io tema la morte? Non vedete che ognuna di queste piaghe mi ha dato maggior dolore, di quello che abbisogni per la estinzione di un uomo? Ecco, la mia vita trapassa per sentiero di tormenti, che da me stesso mi appresto; la lascio consumare nell'angoscia; ma quando minaccia di spegnersi, mi adopro a suscitarla, perocchè ella sia deposito di vendetta e di rabbia.»
«Che cosa dunque può farti tanto crudele contro te stesso, e contro il tuo luogo natale? Qual cosa è al mondo, che possa farti conservare la esistenza malgrado la vergogna e il dolore?»
Il timoniere non dice parola.
«Una mente infiammata» prosegue Carlo «dalla malattia, o dalla passione; una morta ragione, un'anima conturbata dal furore, possono solamente concepire codesti disegni.»
«Carlo!» con voce soffocata risponde il timoniere «come vi sentite fermo di cuore? soprapponetevi una mano, e tentate se può reggere ad un racconto.»
«Noi abbiamo veduto trucidare al nostro fianco i più leali vassalli senza piangere, come senza ridere vedemmo posare sul nostro capo la corona di Provenza.»
«Non basta.»
«Noi siamo uomini; passioni soprannaturali, cercale dai demoni, o dagli angioli: nondimeno prova.»
«Lo volete?»
«Pare che la nostra volontà non possa avere grande potere sopra i moti del tuo cervello;—noi lo desideriamo.»
«Ascoltate; e poichè il mal seme della morte e del peccato non può esser distrutto nel mondo, voi che siete nato per reggerlo, traetene argomento di migliorarlo: sono certo, che non riuscirete nel vostro assunto, ma questa è la via che il Signore ha tracciato ai Regnanti della terra.—Non lontano da Napoli verso Pozzuolo sorgevano due nobilissimi castelli, fabbricati negli antichi tempi da due Baroni langobardi, allora quando Zotone venne appellato Duca di Benevento dal glorioso Re Otari, che non conobbe altro confine al suo Regno che il mare¹. Correva fama che quei Baroni essendo per antica amicizia come fratelli, insofferenti di starsene da troppo gran tratto di paese separati, gli edificassero così vicini; che le prime pietre poste nei fondamenti fossero tinte del sangue di ambedue loro; e che un savio negromante vi susurrasse sopra tali scongiuri, e vi incidesse tali _cateratte_², per cui i signori di quei castelli sarebbero stati sempre stretti di scambievole amore fino al punto in cui uno di questi odiando il compagno per inganno, ne sarebbe stato ucciso contro volontà dell'omicida; ed allora, aggiungeva il vaticinio, i castelli sarebbero rimasti per poco tempo in piedi, essendo che lo incanto fatto col sangue cavato dalle vene in pegno di amicizia dovesse sciogliersi col sangue versato per ira. Ahi! che la profezia, in parte avverata, doveva avere in me compimento, che in me vedete lo sventurato signore di uno di quei castelli.»
¹ Narrasi di Otari, che nel 589 dopo la conquista del Sannio, dove fondò il Ducato di Benevento, traversasse la Calabria fino a Reggio, ove cavalcando tutto armato sul lido, vista una colonna nel mare, vi spronasse il destriere, e la percotesse con la lancia esclamando: quella dover essere il termine della dominazione lombarda.—Vedi Giannone.
² Cateratte, caratteri magici.
«Voi Cavaliere! » interruppe Carlo, facendo mostra di ossequio maggiore, che per innanzi non aveva praticato col timoniere.
«Sono una creatura che deve morire;» rispose questi tutto cruccioso «ponete mente al racconto, nè proferite parola; egli non merita essere interrotto da così abiette osservazioni.—Sapete voi come si sente l'amicizia in Italia, ove tutte le passioni tengono del calore del sole che la riscalda? L'amore di forma femminile è nulla in paragone di lei: questo desio nato da vaghezza di piacere, e mantenuto dalla fragile beltà che gli anni guastano, o distruggono, si spegne nello stesso diletto; la ragione non presiede alla scelta, spesso anzi ne adonta, e se questo non avviene in breve ora, il tempo è infallibile; con quello strumento medesimo che incide la via della morte su la fronte della donna, consuma le catene dell'anima; lo intelletto rimane liberato dalla vergognosa servitù,—ma tardi, e il pensiero dell'uomo dall'amore trapassa alla tomba, perchè ella da lunga pezza lo chiama; e quantunque non abbia posto mente alla chiamata, la sua persona sta ricurva verso la terra per abbracciarla di eterno abbracciamento: questa è la turpe vicenda di colui che arde la sua anima in olocausto alla voluttà. L'amicizia procede diversa: si ama per questa con furore, ma non a cagione di forma leggiadra, ma senza desio di diletto; sta con tutte le buone passioni, e tutte pel suo influsso diventano migliori; la donna privata di sentimento sublime sente amore o nulla; lo affetto pe' genitori, pe' fratelli, per i parenti, non può paragonarsi con questo; quali la Natura o il caso gli ha dati, sono i genitori e i parenti: gli amici, quali il cuore gli ha scelti; quando i capelli diventano canuti, e tutte le cose si affacciano alla mente come immagine di rimembranze lontane, le guance, quantunque, pallide, conserveranno sempre un rossore, l'occhio una lagrima, al nome dello amico assente, o defunto: ha l'amicizia qualche cosa di sacro, quando, perdendosi nei misteri della infanzia, due enti si trovano innamorati prima che conoscano amore, prima che la volontà eserciti i suoi attributi: ma la volontà benedice quel nodo, la ragione ne sorride. Qual cosa si negherebbe allo amico?—la vita è stimata il dono più prezioso che la Divinità faccia all'uomo, e pure credesi povero sacrifizio all'amicizia:—facoltà, comodi, pace, sarebbe bassezza profferire;—l'onore non chiede, perchè si nudre di questo: l'amico ti seguirà in ogni sventura, ti sosterrà cadente, ti rileverà caduto, sarà la tua pompa nella gloria, sostegno nei disastri; piangerà al tuo pianto…. ora mi trovo condannato a piangere solo!»
E qui abbassa la faccia, e per lungo tempo:—quando la rileva, comparisce suffusa di lagrime;—gli occhi infiammati, come se avessero durato un qualche grande sforzo per farle sgorgare;—e tremante prosegue: «Io l'ebbi questo amico,—io lo amava,—e lo uccisi!»
La faccia gli ricade sul petto, il suo respiro diventa affannoso.