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La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII cover

La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Chapter 17: CAPITOLO DECIMOTERZO.
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About This Book

The narrative reconstructs political and military events of thirteenth-century Italy surrounding the decisive confrontation at Benevento, tracing campaigns, ambitions, and the aftermath that reshaped regional power. It combines battlefield description and political manoeuvring with authorial commentary, dedications, and personal reflections born of imprisonment and contemporary testimony. Episodes probe leadership, popular reaction, and the human cost of conflict while alternating dramatic scene-setting with historical explanation and moral reflection. Rhetorical addresses and intimate remembrance are interwoven to place the battle within broader national and private concerns of the period.

«Io l'ho trafitto, e pure mio padre mi avea comandato di amarlo:—io l'ho trafitto, e pure il grido del mio cuore, più forte di quello di mio padre, mi costringeva ad amarlo! I nostri genitori quando nascemmo c'imposero i loro nomi medesimi, perchè la morte dubitasse di avere dominio sopra l'amicizia delle nostre famiglie; amavano che i secoli maravigliati riputassero i Folcando e i Gostanzo eterni tra i mortali per volere di Dio, onde stessero esempio perenne di questo nobile affetto. Bevemmo nella medesima tazza, riposammo nel medesimo letto, furono i nostri studii, e i nostri sollazzi comuni, e crescemmo stupore degli uomini, e benedetti dal Signore. Quando i nostri padri morirono, le ultime loro parole furono preghiere e consigli, per conservare lo scambievole affetto, ed aggiungevano essere questa la porzione più preziosa del retaggio che ci lasciavano. I nostri campi non ebbero confine, i nostri armenti confusi; volentieri ci saremmo ridotti ad abitare un solo castello, ma per rispetto alle memorie paterne non volevamo fare l'altro deserto: convenimmo dimorare alternamente ora l'uno ora l'altro, e così facemmo. Scorsero anni felici, di cui la rimembranza nell'angoscia presente è tormento più feroce di quello che la vendetta possa desiderare al nemico. Allo improvviso Berardo diventa pensoso, spesso si smarrisce per la foresta, tardi ritorna al castello, nè per quanto siasi affaticato, può gustare cibo, o bevanda.—Tu soffri, amico mio, un giorno gli dissi,—ed egli mi rispose: Io amo;—gli domandava: Qual donna?—Era una santissima fanciulla, figlia di povero Cavaliere, che abitava forse due miglia distante dai nostri castelli. I cuori dei giovani s'erano accesi di scambievole amore, desideravano dirselo, più desideravano renderlo sacro con la religione, ma non osavano,—tanto erano verginali quelle due anime innocenti! Io fui quegli che tentai la fanciulla; io, che la chiesi al padre; io, che apparecchiai la festa, e sollecitai il rito; nè per nulla ne divenni geloso, che ben conosceva lo affetto di moglie essere diverso da quello di amico, e il cuore di Berardo restarmi pur sempre intero. Vi narrerò la gioia dei vassalli, il tripudio degli sposi, l'allegrezza dei parenti, il fragore dei conviti? Io lascio queste cose come non importanti al mio assunto; lascio ancora i bei giorni che tennero dietro a cotesto caso, e narro quelli d'ira e di sangue.—La bella sposa ebbe vaghezza di accompagnarci alla caccia, noi la menammo; e desiderosi di preda tanto ci avvolgemmo per la selva, che ormai diventava impossibile di poter giungere avanti vespro al castello. Uscimmo dalla foresta, e c'incamminammo verso una casa, che compariva da lontano in mezzo della pianura.—Arrivammo.—Un Cavaliere in modo cortese c'invita a entrare; io lo guardo in faccia, e sento turbarmi da non mai più sentito sgomento, che poi a prova ho conosciuto essere un miscuglio d'odio, di disprezzo e di fastidio: volgo il cavallo per fuggire colui che aveva suscitato nella mia anima la sensazione del rettile velenoso; mi rattiene Berardo, e mi forza a seguirlo: entro in quella casa tremando, presago di qualche gran danno; il Cavaliere mi sorride; quel sorriso mi strazia le viscere; abbasso lo sguardo per non vederlo; non parlo, ricuso il cibo, fingo súbito male, e affretto la partenza; per via di tratto in tratto giro la testa sospettoso, come se alcuno m'inseguisse, e prorompo in voci di minaccia: Berardo e Messinella stimano ch'io abbia perduto il senno. Passano alcuni giorni nei quali non vedendo, nè rammentando il fatale Cavaliere, la calma torna a serenarmi lo spirito. Certa sera, mentre cavalcava a diporto, sento sollevarmisi in mente irresistibile desiderio di tornare al castello; sprono a precipizio il destriero, arrivo, e vedo un cavallo legato nella corte; ascendo le scale,—un Cavaliere favellava domesticamente con Messinella, la teneva stretta per mano; ella era pallida, e sembrava spaventata di trovarsi sola con quell'uomo; al rumore dei miei passi costui si volge,—troni del cielo! io vedo l'ospite spaventoso. Egli si leva subitamente, mi viene incontro, mi saluta e mi porge la mano;—la mia non si mosse, pareami averla incatenata sul fianco; le parole che favellai furono poche, ed amare: accortosi ch'egli era il mal gradito là dentro, tolse licenza, e se ne andò. Rimanemmo io e Messinella, con gli occhi bassi, senza osare profferire accento intorno al Cavaliere; pareva che colui avesse sopra la persona una malia che ci affascinasse, o la naturale proprietà di quei serpenti che ne fanno col fiato loro cadere privi di sentimento. Venne Berardo al castello, fu apprestata la cena, ma l'allegrezza per quella sera non istette alla mensa con noi. Da quel punto comincia la orribile istoria. Berardo diventa tacito, e sospettoso; non che cercare il mio aspetto, lo fugge; gli occhi di Messinella appaiono spesso infiammati; e sebbene ogniqualvolta appena mi vede da lontano mi corra incontro sorridendo per abbracciarmi,—ben sono medesime le labbra che sorridono, ma non è più quello il sorriso di prima; ben sono medesime le braccia che mi cingono il collo, ma ora leggermente, e súbito cadono come se avessero troppo osato. Nè il Cavaliere tralasciava di visitarci; anzi in proporzione che vedeva germogliare i semi di discordia, veniva a godere dell'opera sua. Un senso segreto mi avvisava della sua venuta, però che io mi ritirava immobile in un canto della sala, soprapponendo le mani sul pomo della spada, e finchè egli vi dimorava, i miei sguardi stavano fissi su la sua faccia, ed egli ostentava di non badarci: spesso io gli faceva un leggiero oltraggio onde egli dicessemi villania, e così avere cagione di dargli d'un pugnale nel petto; ma egli, anzi che chiamarsene offeso, trovava per me scuse, che non avrei voluto, nè potuto proporre. In questo modo procedevamo tutti in silenzio,—silenzio di rancore e di minaccia, simile a quello che suole andare, innanzi agli sconvolgimenti della creazione.—Sorge, il giorno che non dovea essere rischiarato dalla luce, non annoverato tra quelli dell'anno:¹ la Natura, quasi consapevole del misfatto che doveva commettersi, ne fece il principio spaventoso; una nebbia grigia ingombrava tutto l'orizzonte, il sole vi si avvolgeva dentro come un fuggiasco, guardando trucemente la terra: allorchè fui per uscire, la tempesta infuriando mi costrinse a restare;—ell'era pena per me trovarmi nel castello di Berardo,—ma non poteva dimorarne lontano;—superava ogni tormento quello di non vederlo. A sera il cielo in parte si rischiarò; montai a cavallo, corsi al castello di Berardo; entro, domando di lui,—mi rispondono che fin dalla mattina, a malgrado della pioggia, si era allontanato, nè ancora lo avevano visto di ritorno al castello: vado oltre, mi occorre Messinella con un sorriso, che parve fiore sul volto di un morto; ci abbracciamo e ci poniamo a sedere;—io stava di faccia a lei. Dopo lunga ora,—Messinella, le dico, voi non siete contenta.—Ella mi risponde con un pianto dirotto; poi si guarda all'intorno, e mi dice:—Bel fratello,—così da gran tempo soleva chiamarmi,—questo non è luogo acconcio, venite:—e qui si leva in piede, mi prende per mano, e mi conduce nella selva vicina. Giunti in luogo appartato, io non osava interrogarla; la povera donna alzò gli occhi al cielo, e mi disse in lamentevole accento: Orribile segreto mi posa sul cuore, o fratello, segreto che minaccia la mia vita, e che adesso voglio deporre nel vostro seno, come il mio testamento:—Berardo ha cessato di amarmi!—E me pure, o Messinella, gridai, ha cessato di amare il vostro consorte: e sì, che se parte del mio corpo lo avesse offeso, l'abbrucierei subitamente, perchè non guastasse il cuore ch'io devo conservare per lui.—Ed ecco, rispose Messinella aprendo le braccia, Iddio vede la mia innocenza, egli sa s'io sono rea pure di un pensiero;—dopo lui Berardo è il mio amore: quantunque io non gli abbia aperta l'anima mia, ella n'è così innamorata, che non può sopportarne il disprezzo; quando Berardo si trova presente, io nascondo la mia afflizione, ma allorchè non mi vede, piango, e piango…. oh! mio bel fratello, voi non potreste pensare quante lagrime abbiano versato gli occhi della povera Messinella: non anderà molto, che voi entrando nella corte di questo castello mi troverete stesa sul letto di morte, esposta alla compassione od alla curiosità dei vassalli; in quel punto, fratello, voi prenderete per mano Berardo, lo condurrete dove giacerò cadavere, e gli direte:—ella è morta di amore per te…. oh! s'egli verserà una lagrima, se manderà un sospiro, io fino d'ora gli perdono ogni mia afflizione: promettetemi, fratello, che lo farete, giuratemelo, non vogliate negare questo conforto alla povera addolorata!—Dopo queste parole, la interruppe un singhiozzo convulso, e declinò la faccia sopra il mio seno; io era commosso profondamente:—No, bella infelice, esclamai, a te non istà morire; il rettile ha tentato di contaminare il bel giglio, ma io lo calpesterò nella via; il serpente si è avventato al destriero perchè si perda cavaliere e cavallo,² ma rimarrà infranto nella impresa di perfidia.—E così favellando le presi con ambe le mani la testa, e la baciai in fronte.—Allo improvviso ascolto uno strido acutissimo, uno stormire per le frasche della selva, ed uno allontanarsi precipitoso; balzo stupefatto, corro là d'onde m'era sembrato che si fosse partito il grido;—nessuna traccia d'uomo mi si presenta alla vista. Torno a Messinella, che appoggiato il suo nel mio braccio, mi accenna di riprendere la via del castello; ella era trista, abbattuta, appena mutava di passi. Io pensava tra me di recarmi nei giorno appresso di buon mattino da Berardo, e chiedergli ragione della condotta strana contro il suo amico, e la sua consorte. Intanto giungiamo al castello; l'accompagno nella sala, e prendo commiato.—Addio, mi disse l'infelice, rammentatevi di Messinella.—Io m'incammino col cuore chiuso; giunto alla porta, mi richiama un'altra volta—poi un'altra;—sventurata! pareva che una voce segreta l'avvertisse, che non doveva vedermi più mai. Io parto:—abbandonate le redini sul collo del destriere, con le mani incrociate sul petto, percorro la via che mena al mio castello. Ad un tratto una voce per le tenebre dietro mi chiama:—Gorello! Gorello!—Mi soffermo: la voce pareami straniera, nondimeno rispondo:—Chi è, e che vuole colui che per la notte ha pronunziato il mio nome?—Gorello! ripete un cavaliere, e nel punto stesso mi si pone al fianco. Al chiarore incerto delle stelle lo riconosco; aveva scoperta la testa, i capelli scomposti, la voce alterata.—Berardo! siete voi? che tutti i Santi vi aiutino.—Sono, ma i Santi mi hanno abbandonato!—Non gli risposi, perchè ormai aveva stabilito di tenergli nel giorno appresso il discorso intorno ai Suoi nuovi costumi alla presenza di Messinella. Così taciturni camminiamo fin dove la via egualmente distante dai nostri castelli si piega in angolo: quivi stava piantata una Croce, che i nostri vassalli chiamavano la Croce nera.—Scendete, mi grida Berardo, e al punto medesimo smonta da cavallo.—Io che pongo ogni mio contento in piacergli, balzo a terra; ed ei mi comanda di sguainare la spada.—V'è forse persona che c'insidii la vita?—Togliete la spada, lo saprete dopo,—mi dice.—La traggo tosto dal fodero, e mi pongo in atto di ferire.—Difenditi!—grida Berardo, e mi si getta addosso a corpo perduto. Atterrito dalla improvvisa ventura, non manco a me' stesso, e paro i colpi: in mezzo al fragore dei ferri che si cozzavano orribilmente tra loro, si udiva la mia voce gridante:—Che è questo, Berardo? Deh! mio dolce amico, mio diletto fratello, abbassate la spada, ascoltatemi per l'amore di Dio, in nome dei nostri morti genitori!—Non rammentarli, mi risponde terribilmente Berardo, tu ne sei diventato indegno dal momento che ti facesti traditore.—Traditore io! Berardo, sospendete un solo istante…. uditemi…. voi volete la vostra morte.—Mi oltraggi tuttora, mormorò tra i denti Berardo, ti prevali della tua destrezza per aggiungere al danno lo insulto!—E raddoppiava i colpi: essi cadevano così spessi, ch'io non potei attendere ad altro che a difendermi. In quel buio, appena scorgendo Berardo, aveva procurato di non smarrire la punta della sua spada, sviarne le percosse fino a stancarlo, che veramente io aveva molto maggiore lena di lui: allo improvviso la perdo; ringraziando Dio di questo caso, m'incammino brancolando dove stavano i cavalli, preferendo la taccia di vile al cordoglio di trafiggere l'amico: col braccio teso sporgo la spada,—s'incontra in un corpo che cede, e stramazza:—s'inalza un sospiro;—Berardo giaceva immerso nel proprio sangue. Getto la spada, e urlando mi curvo a terra:—Hai vinto, mi dice Berardo; a me non è concesso punirti, ma mi avanza anche qualche ora di vita. Si appoggia al mio braccio, si rileva in piedi, e con la fascia che gli reggeva la spada si benda la ferita;—ella non era mortale; io avrei forse potuto salvarlo, ma rimasi stupido senza potere proferire parola, o stendere passo. Berardo, impedito alla meglio che il sangue sgorgasse, perviene a montare a cavallo, e fugge dal mio cospetto; nè io mi muovo. Ornai si udivano appena le lontane pedate del fuggente destriero, quando mi riscuoto, e senz'altro pensare salto sul mio, e gli conficco gli sproni nei fianchi; egli era bene veloce sopra quanti cavalli portassero cavaliere in quel tempo, ma Berardo di troppo mi precedeva: io lo chiamo, ma egli non ode, o non cura rispondermi; mille volte a rischio di andare col mio cavallo sossopra, corro furiosamente, già gli son presso, lo arrivo,—ei passa il ponte: ripungo duramente con ambedue gli sproni il destriero, tutto trafelante e affannoso; sono giunto sotto il castello,—Berardo è già trascorso, il ponte rialzato. Ora con voce di pianto io chiamava a nome tutti i vassalli perchè calassero il ponte,—non rispondevano;—adoperai le promesse, le minacce, gli scongiuri pe' Santi, pe' loro morti, pe' loro vivi, per quelli che dovevano nascere,—non rispondevano;—scesi, e mi detti ad aggirarmi intorno il castello, corsi, ricorsi,—il muro era alto, il fosso profondo;—rifinito dalla stanchezza e dal cordoglio, cado svenuto per terra: quanto io stessi privo di sensi, non so; questo solo conosco, che sarebbe pure stata grande pietà non farmi ritornare in me stesso! Avanti che lo sguardo fosse tornato allo usato ufficio, un gran splendore mi percosse la facoltà visiva,—un ronzio confuso d'urli, di pianto, di femminili querele, e di latrati, mi rintrona gli orecchi:—apro gli occhi…. o Cristo! il castello di Berardo va in fiamme. Senza che l'anima fosse consapevole dei miei moti, io mi trovo in mezzo al fosso menando mani e piedi per giungere all'altra riva:—la prendo, tento un luogo per arrampicarmi;—mi aggrappo,—sono giunto a mezzo del muro,—non trovo più oltre dove mettere il piede,—rovino, lasciando su i sassi la pelle delle mani e del viso.—Chi potrà dire quante volte mi arrampicassi, quante cadessi; chi le mie percosse e le mie ferite; chi il supplizio dell'anima mia? Orribilmente ansante, tutto sanguinoso, afferro alla fine un merlo:—quale io mi fossi all'aspetto non dirò: basti solo, che nessuno mi riconobbe, e credendomi il demonio suscitatore di cotesto incendio, fuggivano urlando disperatamente misericordia! Eccomi sul limitare del palazzo: egli era tutto una vampa; a quando a quando, mentre il vento soffiava, se ne vedeva parte tuttora in piede: un trave infuocato rovinando, per poco stette che non mi schiacciasse sul limitare;—corro oltre,—le scale vacillano sotto i miei passi,—le pietre scoppiando mi percuotono il corpo con ischegge roventi, in così dura maniera che un balestriere non avrebbe potuto maggiore: traverso una sala, vado al corridore che conduceva alle stanze di Messinella:—appena mi vi affaccio, sprofonda;—ritorno su i miei passi, prendo per altre camere che con diverso cammino menano alla stanza desiderata, spingo l'usciale…. Orribile misfatto! Messinella supina, con le trecce sparse, le braccia aperte, giace sul pavimento trafitta di cento colpi;—le sue ferite sono più atroci di quelle con le quali l'odio si compiace lacerare corpo nemico; elle erano studiate con salvatica ferocia: aveva gli occhi divelti e rovesciati giù penzoloni per le guance, la faccia tagliata in minutissime righe, la gola aperta….—Deh! non rammentiamo più oscene ferite, di cui la rimembranza è un fremito di disperazione. Ora mi sorprende la solita immobilità, rimango lì senza piangere, senza parlare, come impietrito:—scrolla la stanza, si aprono le pareti, e mostrano per le fessure lo inferno:—lo istinto della vita mi spinge fuori;—sprofonda con ispaventoso fracasso, e io scorgo tra i vortici delle fiamme e del fumo sparirmi il cadavere di Messinella. Un urlo di fiera adesso si fa sentire in un corridore a sinistra; corro a quella volta;—cieco della mente e del corpo, percuotendo in tutti i muri, col seno aperto per molte piaghe, gestendo con le mani, come il naufrago che cerca la riva, errava Berardo.—Che hai tu fatto? gli grido. Ei non mi ascolta, e corre, come il destino lo porta, dove il terreno rovinato gli appresta morte sicura.—L'afferro,—egli urla, più che dolore fisico può fare urlare umana creatura; incredibili sono i suoi sforzi per isvincolarsi dalle mie braccia: forse sarebbe giunto a sfuggirmi, se non fosse stato quasi vuoto di sangue. Me lo carico sopra le spalle, e mi pongo a cercare una uscita;—da tutte le parti fuoco: e bene sia,—arderemo insieme, e troveranno le mie ossa abbracciate alle sue: egli ha misfatto, ma, innocente o scellerato, io l'amo quanto l'anima mia. Fermo in questo pensiero, mi ritraggo un poco indietro, quindi mi do a correre a capo basso, e m'immergo nelle fiamme: elleno mi avviluppano intero; io le vedo scorrere ora sotto i miei piedi come onde trasportate dalla bufera, ora avvolgersi in colonne spirali, e circondarmi di certissima morte;—fuoco divampavano le vesti, fuoco i capelli; la carne incotta, gli occhi per tanta luce divenuti ciechi. Il dolore accelera il passo, il termine della fiamma è vicino;—un urlo acutissimo si spande allo intorno, ma io non vedo nè odo più nulla, perchè stramazzo come morto per terra. Allorchè mi rinvenni, vidi un Frate Benedettino, antico famigliare di casa, seduto accanto al mio letto; il quale prima che io parlassi mi fece cenno di tacere, ma io non potei trattenermi da sospirare:—Berardo?—Vive, rispose il Frate, ma voi tacete in nome di Dio.—Non posso; Padre, io sento che più poche ore di vita mi rimangono; volete ascoltare la mia confessione?—E il Padre benedicendomi soggiungeva:—Dite. A mano a mano ch'io progrediva nell'accusare le mie colpe, m'interrompeva con esclamazione di maraviglia, della quale non dava ragione, siccome timoroso di manifestare un segreto che doveva tenere celato. Finita la confessione, tra atterrito e commosso mi domandò:—E non avete da accusarvi di nessuna altra cosa? ricercate bene la vostra memoria, se per avventura alcun fallo aveste dimenticato.—Ho detto tutto, e tutta verità, che non ho mai mentito in faccia degli uomini, pensate se oserei adesso in faccia a Dio.—Dunque, esclamò il Padre giungendo le mani, dunque sono stati traditi!—Allora lo pregai, se potessi vedere il mio amico innanzi di morire; ed egli mi confortò a starmi tranquillo;—lo avrei veduto prima che fosse sera. Vennero all'ora stabilita quattro vassalli, e preso ognuno di essi un lembo del lenzuolo, mi trasportarono soavemente nella stanza di Berardo;—c'incontrammo con un grido: fui adagiato su di un letto; e ciò fatto il buon Padre ordinò che ognuno si ritraesse. Io non ardiva favellare, Berardo forse lo sdegnava, il Frate cominciò:—Figliuoli, voi, come sentite, siete presso a passare; vi giova quindi partirvi da questo mondo amici come vi siete vissuti; perdonatevi scambievolmente, e come vuole la legge di Cristo, perdonate, al peccatore che ha desiderato la vostra morte, pregate Dio che voglia toccargli il cuore, onde la sua anima sia salva;—voi siete stati traditi.—Frate, parlò con voce fioca Berardo, quando anche fosse falso quello che mi disse Drogone, non ho io visto costui con la scellerata Messinella tradirmi nella foresta?—Che hai tu visto, sciagurato, risposi, che mille volte con tuo piacere non abbia fatto alla tua propria presenza? Ora mi si svela un orribile mistero. Come non ti sei accorto che lo sleale Cavaliere amava la povera Messinella, ed ella, ed io, mortalmente l'odiavamo? Tu cadesti nelle insidie del demonio, egli ha perduto noi tutti: oh! io ti compiango, Berardo, io ti compiango! il bacio che detti sopra la fronte di Messinella fu puro come quello che si offre su le reliquie dei Santi.—No, tu mi hai tradito, e quando tu non mi avessi, dimmi per pietà, che mi hai tradito!—Bruci l'anima mia per tutta l'eternità nei tormenti, come io non dirò mai di avere fatto o pensato cosa che fosse contraria all'onore del mio amico Berardo. Questa è la fede che dopo tanti anni di amore avevi riposta nel tuo Gorello?—Pensi che le tue rampogne possano aggiungere un grano alla immensità dell'affanno che sente lo uccisore d'una moglie, il distruttore del castello paterno? Ma tu non giureresti che sei innocente!—No? Padre, avreste voi nessuna cosa di Santo su la persona?—Tengo un frammento del legno della Santa Croce che un pellegrino di Gerusalemme con fraterna carità mi ha donato; rispose il Frate, e aprendosi la veste trasse fuori la reliquia e me la porse: io la recai devotamente alla bocca, e pieno di quel coraggio che dona la buona coscienza, con voce sonora esclamai:—Per quel Dio, che abbandonando il suo trono di gloria volle sostenere gli oltraggi degli uomini per salvarli dalla morte eterna, pel sacratissimo sangue che versò su questo tronco benedetto, per la salvazione dell'anima mia, per quella dei miei defunti, per la fede di Cavaliere che ho giurato innanzi al mio Re quando cinsi la spada, io Gorello Gostanzo solennemente protesto e sacramento alla faccia di Dio e degli uomini, che nè in detto, nè in fatto, nè in pensiero, ho mai tentato di guastare l'onore del mio amico Berardo Falcando, e che di ogni imputazione ed accusa sono pienamente innocente.—Niun gemito, niuna parola—per parte di Berardo.—Padre Ugo gli si accosta, curva la testa, sovrappone la sua alla faccia di lui; dipoi tornando alla mia volta chiama i vassalli, ed ordina loro che mi riportino alla mia stanza. Io prego il Frate a non permettere che di là mi rimuovano; non concedendolo egli, grido che non mi terrebbero senza la forza: il buon Padre invano si affatica a persuadermi, che più sempre mi ostino nel mio proponimento: allora i vassalli si apprestano a farmi violenza, tento resistere ma le mie forze erano spente. Sono trasportato: la rabbia della impotenza, e il timore pur troppo giusto che Berardo fosse morto, irritarono talmente le mie afflizioni che caddi in deliquio. Poichè mi riebbi, vidi al mio capezzale Fra Ugo, che subito prese a confortarmi con soavi detti, e bellissimi esempii tolti con molta dottrina dagli Evangeli, ma che non fruttavano nulla con me, ormai disposto di morire. Scongiurai il Frate in nome di San Benedetto a dirmi se Berardo viveva; ed egli, male potendo resistere allo scongiuro, mi raccontava, come la piena del rimorso, più che le sue ferite, avesse ucciso Berardo: allora tentai sfasciare le mie, nè potendo, sorsi dal letto furente, per cercare la morte, o dando del capo nella parete, o precipitandomi dalle finestre; fui rattenuto, e d'ora in avanti diligentemente guardato: disposi lasciarmi morire di fame, nè per quanto s'ingegnassero, potevano mai riuscire a farmi trangugiare cibo, o bevanda:—era in me sorta una smania rabbiosa di morte. Ad un tratto mi si presentò il Maggiordomo del mio castello, sgomento come persona travagliata da irreparabile sciagura:—Monsignore, Monsignore, fiero caso accadde nel vostro castello!—voi non avete più castello: vennero stamane cento uomini d'arme, che si sono fatti calare il ponte a nome del Re, ne hanno cacciato la vostra famiglia, e ne hanno preso possesso.—Gran Dio! qual mai misfatto ho commesso perchè tanto duramente debba essere perseguitato!—Oh! Monsignore, a capo dei cavalieri vidi tale uomo, che per quanto si nascondesse il viso giunsi a riconoscere.—Chi? dillo!—Quel Cavaliere che vi faceva l'amico, che veniva a prendervi sovente per andare insieme alla foresta,—quell'alto, bruno, che abita il palazzo della pianura.—Drogone?—Monsignor sì, Drogone.—Non dissi parola: ma da quel punto feci un orribile giuramento, che in rammentarlo mi si arricciano i capelli, nè mi sta ferma fibra del corpo: promisi l'anima al Demonio, rinunziai al battesimo ed agli altri sacramenti, se, innanzi di morire mi avesse fatto vedere il cuore del traditore. Diventai più di qualunque codardo avaro della mia vita, e ben mi fu d'uopo confortarmi, che due giorni appresso il fidato Maggiordomo venne a dirmi, aver saputo da persona del castello, come mandavano gente per arrestarmi; come di omicidio proditorio mi avesse accusato Drogone alla Corte di Giustizia, come molti miei proprii vassalli avessero attestato contro di me, e giurato, che nella notte dell'incendio io gridava ad alta voce essere stato l'uccisore di Berardo; aggiungeva che furono spedite le citazioni, ma non consegnate, perchè mi condannassero in contumacia; di tutto questo doversi incolpare Drogone, che, per essere creatura del Conte della Cerra Gran Camarlingo del Regno, poteva agevolmente tutte queste cose conseguire. Mi riparai nella capanna di una guardia dei miei boschi, dove la pietà di alcuni vassalli amorosamente mi trasportò; invano fui ricercato dalla vendetta, che la fedeltà dei vassalli prevalse con unico esempio alla rabbia dei nemici. Giunsi a sanare, comecchè in parte rimanessi deturpato: mi provai le armi; da prima mi parvero insopportabile peso, a mano a mano come per lo tempo passato leggiere. Allora mandai cartelli a diversi Baroni perchè mi concedessero il campo, e sfidai il traditore. Drogone tacque, i Baroni risposero scusandosi che non potevano tenere il campo. Mandai messi, lettere a Manfredi; nessun messo tornò indietro, nessuna risposta. Così logorava il mio tempo, e la mia anima. Una sera sul finire di marzo la guardia venne ad avvisarmi che fuggissi; avere veduto molti armati sparsi pel bosco, ed inteso che mi cercavano;—mi affrettassi, un sol momento mi avrebbe condotto a certa rovina. Fuggii, ma parendomi impossibile sottrarmi alle perquisizioni dei cavalieri, che mi sentiva alle spalle, divisai aggrapparmi sopra un albero: quivi passai la notte,—qual notte! che Dio la faccia provare soltanto al mio nemico!—Alla mattina tesi l'orecchio, nessun rumore si sentiva per la foresta; scesi, e mi avviai senza sapere dove, che troppo mi gravava tornare alla casa di cui mi aveva cacciato: vero è bene, che ciò facendo provvedeva alla mia ed alla sua sicurezza, ed il bisogno l'aveva costretto; ma ad ogni modo io era stato cacciato, e fosse superbia, o generosità, piuttosto che riparare nuovamente in quel luogo, avrei scelto morire a cielo scoperto.—Seguiva i più intrigati sentieri, guardavami sospettoso all'intorno;—quante volte un leggiero susurro di frondi agitate dal vento m'impallidì il sembiante! quante il latrato dei veltri lontani!—Parevami essere una fiera, di cui alla caccia convenisse il genere umano…. Se in quel punto mi fossi incontrato in mio padre, lo avrei tenuto, e trattato, come si trattano i più odiati nemici. Così coll'animo commosso dalla paura del sovrastante pericolo, giunsi verso sera sopra le rive del mare;—egli era tranquillo, e pareva m'invitasse a farmi suo cittadino, da che su la terra non aveva più da sperare; mi si presentò come amico che mi offrisse salute, e mi allettasse con la speranza di eventi meno tristi: spesso aveva veduto il mare, ma non mai con sentimento di amore siccome questa volta. La fortuna mi fu di tanto cortese, che indi a poco scôrsi con infinito piacere una saettía, che da Ischia andava a Pisa, costeggiando la riva: chiamai la gente, scongiurando per l'amore dei Santi, che seco loro mi accettassero; il Maestro, che uomo compassionevole era, mi tolse volentieri, ed io gli raccontai come fossi un povero vassallo che per avere offeso involontariamente il signore era stato condannato alle verghe. Gli uomini di mare, che, per quanto ho osservato in séguito, sono naturali nemici della tirannide, e per conseguenza grandissimi estimatori della libertà, si appassionarono per me, e tennero per fortunata la ventura di aver potuto sottrarre un uomo alla brutale ferocia di un Barone. Arrivammo a Pisa con prospera navigazione: quivi, desideroso di farmi valente nell'arte di percorrere i mari, tolsi commiato da loro, e mi acconciai su le galere che navigano a Tiro, a Tolemaide e in altre terre di Levante. Di ritorno a Pisa, co' danari procuratimi mandai segreti messi ad alcuni dei miei vassalli, affinchè mi chiarissero di ciò ch'era avvenuto dopo la mia partenza. Intanto strinsi amicizia con un certo Guasparrino marsigliese, ricco mercante, che conosciutomi delle cose di mare espertissimo, mi propose di governare la sua galera. Tornati i messi, seppi del mio castello essere stato dal Re Manfredi investito Drogone, il quale per opera del Conte della Cerra tanto si era avanzato in sua grazia, che lo aveva nominato Ammiraglio del Regno; allora accettai la proposta del Marsigliese, e da quel momento in poi una immagine di speranza ha lusingato il mio cuore che un giorno o l'altro potrei incontrarlo sul mare:—oh! allora…. volgono cinque anni che vesto il cilicio, e mi circondo di terribili angoscie per sorridere alla morte, come a mio liberatore. Se alla mia vendetta si unisse la utilità della terra che mi ha veduto nascere, forse il mio nome ne avrebbe gloria nelle generazioni future; fatalmente sono disgiunti, e mi frutterà infamia:—che cosa importa? forse verrà tale che dispregiando la lode e il biasimo che danno gli uomini,—e loro;—tale che scrutinando impassibile le azioni chiamate delitti, e quelle chiamate virtù, vedrà che il caso, non già il mio volere, condanna il mio nome a comparire scellerato nelle pagine della storia, onde egli non sdegnerà di manifestarla alla gente, e suscitare una lagrima, come che tarda, sul mio feroce destino.»

¹ Non computetur in diebus anni, nec numeretur in mensibus. (Job, 3)

² Coluber in via, cerastes in semita mordens ungulas equi ut cadat ascensor ejus retro. (Gen., 49.)

Carlo d'Angiò, degno di sentire altamente, aveva ascoltato quel racconto con tanta attenzione, che non s'era accorto il sole avere già da buon tempo lasciato il nostro emisfero, perchè Gorello non lo narrò così prestamente, come abbiamo fatto noi, ma con tante altre particolarità, che volentieri tralasciammo per provvedere alla pazienza del lettore: ora Carlo riunendo in un punto tutte le sue sensazioni levò gli occhi al cielo, e mandò un gemito affannoso.

Il cielo si era coperto in gran parte di un nugolone nero, che cresceva da lato di Levante; il vento fatto impetuoso aveva sommosso il mare per modo, che Carlo voltosi al timoniere, parlò: «Parmi che avremo fortuna.»

«Sì, Monsignore. La mia vita è immagine di questa giornata, luce il mattino, tenebra a vespro: questo giorno terminerà forse con la tempesta,—la mia vita non deve finire altramente;—chi sa, che la procella che chiuderà questo giorno non sia destinata a dare compimento alla mia vita!»

«Nostra donna di Reims disperda l'augurio! Noi non possiamo restituirvi la pace, ma in fede di Cavaliere giuriamo, che, potendo, vi faremo giustizia.»

«Gran mercè, Monsignore: intanto ritiratevi, chè un balzo della galera non vi lanci, come poco pratico, in mare; state pur tranquillo, chè se sarà tempo da potersi superare da forze umane, noi lo supereremo.»

«Lo crediamo certamente; e più della fedeltà dei nostri ci dà pegno di questo la vostra vendetta, Gorello.»

Dopo queste parole Carlo, tolta la mano del timoniere, e affettuosamente stringendogliela, soggiunse: «Prendete conforto, Cavaliere; nuovo tempo, e nuovo amico, possono sanare le piaghe del tempo e dell'amico passati. Addio.»

«La buona notte, Monsignor Conte!» rispose Gorello; e quando Carlo prese ad allontanarsi crollò la testa e disse: «Miserabile! anch'egli appartiene alla schiatta di coloro che reputano un sorriso, od una carezza, presente del cielo, medicamento per ogni malattia dell'anima.—Miserabili anche voi! Ma Carlo ha creduto farmi il maggior bene che fosse in potere suo… lasciamo la presunzione, la bassezza e la follia del presente,—rimarrà sempre un pensiero di carità, e di questo merita gratitudine.»

CAPITOLO DECIMOTERZO.

IL CUORE MORSO.

                ……….. Il vidi appena,
                Corsi a ucciderlo là………
                Ben sette volte e sette entro all'imbelle
                Tremante cor fitto e rifitto ho il brando,
                Pur non ho sazia la mia lunga sete.
                                          ORESTE, tragedia.

Buio d'inferno:—non lémbo di nuvola illuminato dalla luna, non tremolare di stella;—diresti che il firmamento sia morto, e il fiotto del mare ne lamenti la estinzione. La galera di Carlo d'Angiò percorre trabalzata dalla traversia senza direzione sopra la superficie delle acque, di flutto in flutto, dentro una tenebra spaventosa,—come corpo lanciato per lo abisso dello spazio. Da per tutto sgomento:—Carlo geme abbattuto quanto il più tristo che sia su la galera, perchè la vita è ugualmente cara a cui porta scettro e a cui maneggia il remo,—nè forse corre tra essi altra diversità che quella dello istrumento che recano in mano,—almeno per lo amore della esistenza: chi urlava, chi taceva, chi pregava, chi bestemmiava; e i Santi si trovano spesso in caso di dover restare inoperosi a soccorrere una nave, però che metà della ciurma li chiama, e metà gli rinnega; onde è che mentre dimorano incerti a calcolare quale delle due parti preponderi, sopraggiunge un colpo di mare che sommerge la nave, e tronca ogni quistione; la qual cosa non avverrebbe di certo, dove di concorde preghiera tutti si volgessero ad implorare un aiuto, che non può mai venir meno. Il timoniere, esercendo le veci del Maestro ebbro di paura e di vino, visto quello universale sconforto gridava da poppa: «Fate forza di remi; chiudete la vela, se volete salvarvi; operate adesso che il tempo stringe da vero, altramente qui presso è la terra, e ne andremo tutti perduti.»

Di questo discorso furono prese le sole parole convenienti alla presente situazione: «qui presso è la terra,—siamo tutti perduti;» e sortì l'effetto contrario che si era proposto chi lo avea pronunziato.

«Siamo perduti!» susurrò scambievolmente il vicino al vicino, ed abbassarono insieme la faccia livida per lo spavento.

Il Maestro della nave, nel volto del quale la paura non si era manifestata, come negli altri, per via di pallidezza, ma con tale un colore che teneva tra violetto ed il nero, si vedeva intento, con le mani su due vasi di terra per impedire che, cozzandosi in quei fieri scotimenti, si rompessero, e quanto aveva in canna gridava: «Libeccio, libeccio! sono si fatti i modi che suoli tenere co' tuoi buoni amici? Or corrono ben quaranta anni che frequento casa tua, nè mai quanto questa volta mi ti sei mostrato cruccioso: ti ho forse usato villania? ho tralasciato un giorno di bere alla tua salute? E mi dovevi fare questa vergogna appunto adesso che ho promesso a Monsignor Conte di trasportarlo sano e salvo fino ad Ostia? Senti che scossa! Domine, in adjutorium… che vento indiavolato!—Ne vuoi la fine; e quando avrai fatto percuotere questi due vasi tra loro, i quali da poi che si conoscono sono vissuti da buoni fratelli, e spezzare, e sperdere il mio buon vino, che cosa pensi aver fatto? Almeno tu mi avessi dato tempo di bevermelo…. pazienza! Aspetta di grazia fino a domani, e quindi fa quello che vuoi…. Domine, in manus tuas commendo….» urlò il povero Maestro, che uno sbalzo terribile della nave fece duramente stramazzare su l'intavolato, e rovesciargli addosso i vasi con tanto amore guardati; onde è che tutto smanioso prendesse a dire brontolando: «Ah! libeccio misleale e fellone, che pretendi? Annegare Monsignor Carlo? Non sai ch'egli nasce di famiglia antica quanto la tua, ed è il più nobile signore di tutta Cristianità? Si fanno esse queste cose ad un fratello di un Re di Francia, di un Santo, ad un campione di Santa Chiesa? Ah! vento, vento, tu ti sei fatto ghibellino, la riprendi per Manfredi. Oh! tra me e te è finita; ho strappato maglia; potresti far miracoli, non ti perdonerò mai di avermi versato il vino, e condannato a morire nell'acqua.»

Il timoniere vedendo che in quel modo si andava incontro a inevitabile rovina, chiamato un marinaro nel quale molto si confidava, gli comandò di tenere per poco il timone vôlto a destra, e scese in traccia di Carlo che trovò col capo nascosto tra le mani sopra una tavola, travagliato dall'angoscia di stomaco.

«Animo!» gli disse Gorello con voce sicura «alzatevi, Monsignore, e venite a confortare la vostra gente, perchè non vedo strada di potere uscire d'impaccio in questa maniera: chi si abbandona, Cristo abbandona; e a morire avanza sempre tempo.»

Carlo, punto di vergogna, balza in piedi, prende pel braccio il timoniere, e si fa oltre: allo improvviso percuote in un corpo disteso per terra, in modo che se non era Gorello vi traboccava sopra.

«Chi sei?» domandò Carlo.

«Oh! Monsignor Conte, sono io;» rispose lamentoso il Maestro «che volete? più cerco di stare in piedi, più il vento si diverte a gettarmi per terra,—vedete gusti! alla fine ho tolto consiglio di starmene così lungo e disteso; in questo modo sarà finita la burla:—e sì, vedete, io non me ne stava inoperoso qua dentro, ma intendeva a fare che non si sperdessero le provvisioni, perchè, Santa Vergine! che ne gioverebbe uscire salvi dal vento, se poi dimani non avessimo vino da bere, nè biscotto da mangiare?»

Carlo, come ogni uomo immaginerà facilmente, non istette ad ascoltare il ciarliero, ma appena sentì ch'era desso, continuò il suo cammino, e venne là dove i remiganti, disperati di salute, giacevano neghittosi lungo i banchi aspettando, chi più chi meno rabbioso, la morte.

«Amici!» Carlo gridò ai galeotti «io non so come a gente quale voi siete, assuefatta a trarre la vita sul mare, siasi cacciata addosso così grande paura. Siete voi femminette che per nulla si disperano, come se fosse sopraggiunta la fine del mondo? Vergogna! Ben altre tempeste abbiamo superato, ben altri pericoli, e con l'aiuto prima di Dio, e poi di Santo Dionigi, supereremo anche questo. Non vedete che la negligenza vostra vi perde, e che così vi date voi stessi in balía della morte? Pensate che un giorno dovrete rendere conto di avere sprecato così le anime vostre. Difendete la vostra vita, che da questo momento noi affranchiamo; avvertite, che se molto dobbiamo fare per essa, moltissimo dobbiamo tentare per la conservazione della libertà che adesso vi abbiamo donato.»

Amici! Carlo, quel fiero uomo, quell'orgoglioso per mille memorie paterne, ha chiamato col nome di amici una vile moltitudine composta la più parte di gente comprata come bestie al mercato, e di facinorosi condannati a far servigio al Principe pel danno che i delitti loro apportarono a speciali famiglie!—pure Carlo lo ha detto. Oh! quando la necessità uguaglia le schiatte di Adamo, e tacendo ogni distinzione diventano pari, io per me mi maraviglio se ii superbo dominatore non sia caduto più basso.—Libertà! Dio eterno! libertà! Su le labbra di Carlo di Angiò, che porta catene ad un Regno intero! I dottori della tirannide, e Carlo aveva imparato alla scuola di quelli, insegnano fino dai rimotissimi secoli gli uomini andare divisi in due classi, l'una delle quali ha da comandare, l'altra servire; e questo avere ordinato madre Natura, non già partorito la fraude o la violenza. Ora in che consistesse questa libertà donata da Carlo a tal gente, che dove il danaro, o la pena, non avesse sottoposto alla servitù, non avrebbe mancato di ridurvela la miseria, noi per verità non sappiamo. Ma la libertà è antica lusinga su la quale i viventi non si sono ancora sgannati, e tutti se ne valgono per acquistare lucro, od evitare danno; anzi, chi meno intende mantenerla, la promette più larga, però che a fine di conto sia parola elastica, e starei per dire quasi priva di senso;—come l'onore, e tale altra, che tralasciamo dire, perchè gli uomini sono gelosi dell'apparenza;—si accomoda alle diverse opinioni, e, camaleonte morale, prende colore dagli oggetti che più le si avvicinano: nel 1796 venne in Italia vestita di azzurro a cacciarne gli antichi dominatori;—nel 1814 vi tornò vestita di rosso per restituirveli;—anche adesso in Francia si schiamazza libertà; libertà in Inghilterra, e libertà in America; ognuna poi di queste libertà era, ed è, affatto diversa dall'altra, spesso contraria. Bisognerebbe dunque che gli uomini distinguessero la libertà in politica, come le piante in botanica; allora forse per libertà spinosa, per libertà lanceolata, per libertà parasita, potrebbe darsi che intendessimo qualche cosa; ma questo negano fare, ed affermano invece dovere essere unica, ed uniforme: ora non essendo unica, nè uniforme, presso nazione del mondo, anzi ciascheduna reputando buona la sua, come gli anelli di Melchisedech giudeo,¹ ne viene ch'ella sia o l'immagine di una mente ammalata di giovanezza, o l'istrumento dell'accorto per suscitare i popoli a cosa che gli torni in vantaggio. Grande esca è questa della libertà per deludere i poveri mortali; nè fin qui se ne accôrsero, nè se ne accorgeranno mai, per la ragione, che i pesci da Adamo in poi si pescano con le reti, o si pigliano con gli ami. E poi e poi, l'uomo s'innamora di tutto, fuorchè di quello che è verità. I sistemi che ho letto in contrario intorno questa materia mi sono sembrati sempre tanti di quei bei discorsi che cominciano col se: se quegli stava in casa, non si fiaccava le gambe; se quegli non fosse povero, sarebbe ricco, e via favellando. E' bisogna prendere il mondo come viene, non come dovrebbe venire; se ne fosse dato diversamente, oh! allora ogni uomo potrebbe farsi un mondo nuovo a suo modo, e adattarvi dentro quelle vedute che meglio gli piacessero. La gratitudine è una bella virtù; chi lo nega? l'amore pe' parenti, per gli amici, chi lo nega? e dalla gente moderna non s'è trovato il magnifico parolone di Filantropia? Ma, che Dio v'illumini! dove s'incontrano le cose corrispondenti a questi segni? Avremmo potuto credere che fossero idee innate, ma dopo la guerra di distruzione che mosse loro Cartesio mal sapremmo da qual parte cercarle. Il mondo è lungo tempo, secondo i diversi computi, che vive in questa maniera, e lungo tempo ancora vivrà: gli stolti sono il retaggio dei furbi, i deboli dei forti;—debolezza e stoltezza, poichè siete, e crescete, lasciate governarvi dalla sapienza e dalla forza; fatevi merito dell'assenso, che tanto negando perderete la prova: dormite in pace nel sepolcro della vita, come quiete eterna vi aspetta a casa della morte.

¹ Boccaccio, Novella III, Giornata prima.

«Libertà! Libertà!» si udì urlare per la galera con tale una voce che prevalse sul fragore del mare imperversato.—«Libertà!» e si dettero a fare di braccia nei remi per allontanarsi dalla terra pericolosa. La galera tagliando di faccia le ondate perviene a fuggire il danno di rompere, e va incontro all'altro d'imbattersi nei navigli che il Re Manfredi tien lungo la costa.—Ma forse anche essi sbatte la bufera, e poi quel danno è incerto, mentre questo altro pende inevitabile; dunque val meglio sfuggire il presente, all'altro, se occorre, provvederemo:—così pensava Carlo, e secondo i calcoli umani, non può negarsi, a dovere. La catena di quelle vicende che non possiamo prevedere nè allontanare, la quale noi chiamiamo Fortuna, si rise di que' raziocinii, e dispose affatto diverso da ciò che Monsignore il Conte aveva disegnato.

Il vento, quasi spossato dallo sforzo continuo, da un punto all'altro si rimase tranquillo; allora cominciò a balenare, e a tuonare; poi un rovescio tra grandine e pioggia:—in quella notte Carlo doveva soffrire tutti i travagli dell'uomo che consuma la vita per mare. Era trascorsa qualche ora che andavano così, senza sapere dove, vaganti di onda in onda, allorchè ad un tratto la galera percuote aspramente in un corpo che le si para davanti, e crolla in tanto dura maniera che sembra doversi sfasciare. Si alza un grido,—il grido della disperazione! che temerono di avere investito in uno scoglio; ma quando il grido cessò,—che tutte le cose hanno fine, sieno pur quanto vogliono liete o affannose,—ne ascoltarono un altro non meno terribile lì presso di loro.—«È forse alcuna delle nostre galere che battuta dalla tempesta ha cozzato con noi?» diceva una parte di marinari;—altri: «No, è una galera genovese, l'abbiamo riconosciuta alla forma;»—altri: «È siciliana:»—altri, altra cosa, ma i più convenivano che fossero i nemici.

«I nemici! i nemici!» urlano da ambedue le galere; e se avessero potuto manifestare gli scambievoli desiderii, per quella notte si sarebbero lasciati stare.

Carlo d'Angiò, che fu veramente valoroso Cavaliere, per nulla si commuove a quei gridi, e come magnanimo si dispone, da che non può fuggire la battaglia, a uscirne vittorioso.

«Signori Baroni,» dice piacevolmente ai circostanti Cavalieri, che avevano di già l'arme nuda alla mano; «la fortuna nel chiamarci in Sicilia, ne sembra che non ci abbia voluto invitare a convito di nozze; ormai le tavole sono poste, e fa di mestieri mostrare buon viso a tutto quello che ci verrà apprestato. Se noi dubitassimo punto di voi, faremmo ciò che hanno avuto in costume di praticare i Capitani di tutti i tempi, ingegnandoci con le orazioni inanimirvi alla vicina battaglia; ma troppe volte abbiamo combattuto i medesimi fatti di arme, e troppo spesso ci siamo veduti negli stessi pericoli, perchè ci sia concesso di credere che una nostra parola valga a darvi quella sicurezza che solo avrà fine col palpito dei nostri cuori.»

Giunto là dove la ciurma di nuovo impaurita giacevasi in fondo della viltà:—«Uomini,» disse «se in voi fosse arbitrio di fuggire, vi conforterei a restare; la paura di morire griderà più forte della mia voce, ognuno faccia quello che può per salvarsi la vita.»

Questo strano discorso non dirò che infondesse un súbito coraggio in quei vili, ma profferito da uomo riputato come era Carlo valse a dare loro una leggiera speranza di salute, se avessero seguito a fare quello che il Conte faceva; ed in vero, se bene non con molto calore, si dettero ad imitarlo.

Come poi Carlo si mostrasse così caldo in questa ventura, mentre innanzi fu d'uopo che il timoniere andasse a suscitarlo, non fa maraviglia se si consideri, ora trattarsi d'armi, in che consisteva il suo mestiere, dianzi di flutti infuriati ai quali non era avvezzo, e poi lo spasimo di stomaco che aveva prostrato ogni sua facoltà intellettuale: perchè quantunque tutti si uniscano a dire l'anima molto maggiore ente del corpo, e più nobile, nondimeno è subordinata alla influenza di tutti gli umori di quello,—anche agli escrementi;¹ onde vedasi un po' quanto presuntuosa fosse l'eresia di Priscillano, che sosteneva l'anime umane emanazioni della Divinità.

¹ Vedi Dizionario filosofico, Articolo ESCREMENTI.

«Ai graffi! ai graffi!» si udiva tuonare la voce di Carlo, (ed erano i graffi certi istrumenti uncinati coi quali tentavasi di accostare la galera nemica per venire a battaglia manesca) e súbito furono portati e messi in opera: questi però non bastarono a tanto bisogno, perchè le galere ora sospinte si urtavano con molto pericolo, ora divise furiosamente gli strappavano di mano a chi li teneva, e seco loro li trasportavano; vi furono anche di tali che ostinandosi a non lasciarli rimasero levati via di coperta, e sospesi ai manichi, per modo che quando le galere tornarono a cozzarsi o miseramente s'infransero, o non valendo loro le forze di starvi luogo tempo attaccati, lasciarono cadersi nel mare e quivi perirono. Carlo stringendo la mazza d'arme, con un piè levato sul parapetto della galera, aspettava ansiosamente il punto che all'avversaria si accostasse, e allora menava colpi, che di rado cadevano in fallo. Seguitavano l'esempio i compagni, espertissimi anch'essi nel maneggiare l'accétta, ed in breve ora cagionarono ai nemici non lieve danno di morti e di feriti. Questi però non si stavano, colpo con colpo cambiavano, e la battaglia sostenevano assai francamente. Tu avresti veduto le sarte della galera grondanti di sangue, la coperta sparsa di cervella infrante, e di membra recise; parte percossi cadevano bocconi spenzolati dalla nave, e a poco a poco sdrucciolando traboccavano nell'acqua; parte cadendo supini, le gambe di chi si avanzava impacciavano e facevano ch'essi pure nel mare precipitassero; alcuni sconciamente feriti fuggivano dal conflitto mettendo dolorosi lamenti, e chi gl'incontrava, non che rimanesse sbigottito da quello stato, cercava invece, puntando mani e piedi, di farsi largo, ed essere dei primi ad uccidere, o ad essere ucciso.

Intanto nella pienezza dell'orrore infuriava sopra le loro teste la procella:—ma la rabbia degli elementi scatenati comparisce solenne, degna affatto dell'attenzione di chi osserva;—sembrano giganti che non si possano distruggere, i quali sieno venuti nei campi del cielo meno per isfidarsi a morte, che per far prova del proprio vigore; ora prevale questo, ora quello, finchè stanchi della lotta si partono senza vittoria per ritornare quando che loro ne prenda vaghezza a nuovo esperimento:—non così della rabbia degli uomini; ogni atto di loro è via di distruzione; piccoli e feroci offrono la immagine di un brulichio di formiche impazzite, intente a divorarsi intorno ad una zolla di terra; la morte, che vi tiene levato un piè sopra, si rimane maravigliando a considerare quanto ferva in questi corpicciuoli il furore di estinguersi senza l'opera sua. Imbecilli in tutto,—anche in quelle opere che nella più parte di loro eccitano il pianto,—meritano, da chi gode nello spettacolo della tempesta, un riso di scherno.

Quella battaglia alla spartita non produceva alcuno buon frutto; da oltre un'ora avvicendavano colpi, molti cadevano uccisi per ambedue le parti, ma nessuna faceva sembiante di voler cedere.

Gorello, che era tornato al timone, mentre attendeva al suo ufficio sente sollevarsi in cuore sì fatto presentimento, il quale di súbito lo infiamma in guisa che non potendosi contenere spicca un lancio. Chiamato a nome il marinaro a cui aveva in quella medesima notte affidato di tenere il suo luogo, gli dà in fretta alcuni ammaestramenti del come debba regolare il timone, e s'incammina precipitoso sotto la coperta.

«Che fate voi così armato?» disse al Maestro, che al chiarore di un lampione vide venirsi incontro con l'accétta alla mano.

«Che faccio! che faccio! Che si fa egli con una mazza d'arme quando si combatte in coperta? Io vado a sbizzarrirmi con qualcheduno lassù, perchè mi sento la maggiore stizza ch'io abbia mai provata nel mondo: tanto, dobbiamo morire in questa notte: e se me lo avessi potuto immaginare!—ma! darmela a gambe non posso, dunque scelgo di finirla con una bella accettata nel capo, perchè il pensiero di restare sommerso nell'acqua mi fa morire avanti tempo. E voi come avete lasciato il timone?»

«S'io me ne venni, vi lasciai chi ne ha cura, Maestro: dite, vorrestemi voi dare cotesta vostra accétta?»

«Sì certo, io prenderò quest'altra: ditemi in cortesia, adesso che disegnate di farne?»

«La battaglia dura lunga e ostinata, la vittoria pende incerta; Carlo così gravemente armato non osa dare un salto per giungere su la galera siciliana….»

«Bene….»

«Io come pratico vo' tentare questo; spesso la somma delle cose deriva da un subito ardire; gli uomini sono pecore, dove l'uno va gli altri vanno….»

«Bene»

«Quando ho posto piede su fa galera, con l'aiuto di Dio confido mantenermivi tanto, che chi viene dopo possa soccorrermi; altramente bisogna morire.»

«Ed io vo' essere con voi—sì certo;—così potessi io darvi» e qui abbassò il guardo pietosamente dove i suoi vasi giacevano spezzati «un bicchiere di quel vino, come senza dubbio sarò con voi!—egli ci ristorerebbe il cuore… ma!—ormai è finita, quello che si poteva soffrire ho sofferto; per quanto possa angosciarvi acerbo il vostro cordoglio, non giungerà mai ad uguagliare l'amarezza ch'io sento: andiamo, via, ad insegnare a Carlo come si salta su le galere nemiche.»

La via e il discorso terminarono a un punto, perchè se ciò non fosse stato, Dio sa fino a quando avrebbe continuato a dire. Gorello, visto in un balenare di occhio la condizione delle cose, gridò al Maestro: «Qua da poppa avremo migliore ventura; da questa parte le galere si urtano più spesso, nè v'è tanta confusione, onde ci sarà dato operare come vorremo, e non come potremo; seguitemi.»

Eccoli giunti sul luogo, eccoli indietreggiare per meglio lanciarsi, eccoli spiccare il salto. Ora andate a negare che un destino inevitabile si compiaccia farsi burla degli umani disegni; il buon Maestro, che ogni supplizio avrebbe preposto all'affanno di sentirsi tuffato nell'acqua, che tanto deliberato si era allestito a combattere, che considerando la mole del suo corpo aveva spiccato tal salto da disperare i più destri, mentre ha posto sopra la galera nemica tutta la pianta del piede, fatalmente percuote col tacco (che in quei giorni costumavano altissimi), e riverso a gambe levate rovina nelle acque: grande fu il tonfo ch'ei fece, e gli spruzzi salirono fino su le coperte delle galere; il malarrivato, giunto a capovoltarsi, sbuca con la testa dalle acque urlando da spiritato: «Arnault! Gorello! calatemi una fune, che annego senza misericordia;—Arnault, fa presto, o Maestro Armando serve di cena ai pesci:—Arnault! Gorello! Gorello! Arnault! oh Dio! non mi rispondono:—Monsignor Conte! lasciate un po' di menare cotesta accétta, e venite a soccorrere il povero Maestro Armando;—oh Monsignor Conte!—ehi! dico a voi, Conte…. nè pur egli vuole sentire:—bella cortesia lasciare così sommergere un'anima cristiana;—nè pure se fossi pelle di cane!—almeno si trovasse qui meco prete, o frate, che mi acconciasse alla meglio!»

Un nuovo colpo di mare lo spinge sotto, e lo avvolge per molto spazio, cacciandogli in gola grande quantità d'acqua, che il povero Maestro ne stette per morire senz'altro; ma alla fine tornò a galla con gli occhi sanguigni quasi fuori dell'orbita per lo sforzo del vomito, urlando: «Ohimè! che amaro, ohimè!—aiuto! oh Conte indiavolato!—ogni volta che ho trasportato balle di panno, se mi accadeva traversìa, gittava le balle, e mi salvava; e voi, Monsignor Conte, che non ho gettato, in così fatto modo meco vi comportate? anzi mi tenete in mare, e senza pietà consentite che anneghi? Oh avessi io sempre portato panni franceschi! Che dirà il compare, cui aveva promesso recare vino di Sicilia?—dirà, che mi sono lasciato morire per non mantenere la promessa. Bella figura da Conte! in verità non fareste un piacere col pegno in mano.» E molte altre cose aggiungeva parte burlevoli, parte disperate, che noi lasciamo come troppo prolisse; imperciocchè gli venisse fatto di appigliarsi alle commettiture delle tavole della sua galera, e quivi assai tempo con tanto maravigliosa forza attenersi, che vi lasciasse la impronta delle dita.

Gorello, più felice del suo compagno, almeno nel salto, giunge a salvamento sopra la galera siciliana, e a prima giunta da con la mazza d'arme sopra la testa di uno che gli si parava minaccioso dinanzi, e dal sommo dell'orecchio destro gliela fende traverso la guancia fin sotto il naso: un occhio dello infelice schizza fuori dalla fronte, l'altro gli s'infossa; cade mandando un gemito; nella caduta alza le mani per portarle alla ferita, ma non giunsero alla metà dell'atto, che la morte gli scioglie le membra, ed egli percuote su la terra cadavere. Gorello lo calpesta, e passa, nè va molto che s'incontra con un giovanetto, il quale, veduto quel colpo, andava per vendicarlo: meglio per lui se non si fosse mosso, o avesse avuto meno carità, o più valore; perchè mentre solleva la spada, e grida—sei morto,—Gorello tanto rabbioso gli mena dell'accétta nel ventre, che più di mezza vi penetra, e quando la trasse a sè, gl'intestini si rovesciarono giù penzoloni per l'anguinaia e per le cosce: il giovanetto urlando smanioso, raccolse con ambe le mani le viscere, e si dette a fuggire; andava veloce, ma la morte lo raggiunse in due passi; stramazza, e l'anima si parte pel luogo del premio o della pena, piangendo il fiore della perduta gioventù.

Molte e più altre furono le ferite che dette Gorello, le quali non descrive lo scrittore che dei presenti fatti ci dà contezza; imperciocchè, essendo egli in quella fierissima notte allato di Carlo, non potè tutte vederle, in parte preoccupato nella propria difesa, in parte impedito dalle tenebre che di tratto in tratto succedevano al bagliore dei lampi: egli si restringe a dire che Gorello non mutò passo senza dar colpo, e a questo ci restringeremo anche noi.—Ma poichè, aggiunge lo Storico, i nostri tempi non sono più quelli del buono Re Artù, nei quali le fate donavano gli scudi incantati perchè Lancillotto vincesse il Castello della Guardia Dolorosa¹, Gorello versava sangue da molte parti del corpo, onde, sentendosi scemare la lena, e crescere le percosse, tentò di porre le spalle al maggiore albero della galera, e quivi difendersi, finchè gli reggessero i polsi; gli venne fatto il disegno, e lì menando in giro l'accétta potè ancora per alcun tempo tenere gli assalitori lontani; mentre però essi s'ingegnano circondarlo intenti a finirlo, egli inciampa in un cadavere, e cade; l'avrebbero adesso agevolmente posto in brani, se il Cielo, che lo serbava a più atroce destino, non lo avesse soccorso con mirabile caso: puntellando il pugno su la faccia del morto giunge a rilevarsi in ginocchio; ora un Siciliano che gli stava al fianco destro, desideroso di trapassarlo, abbassa il braccio armato di pugnale, e con esso la persona; il ferro male assestato lo coglie alla tempia, e di un taglio poco profondo lo incide fino alla mascella. Avete mai considerata la rabbia degli uomini? Il detto comune la paragona a quella del tigre; ciò non è già perchè la uguagli, ma perchè tra le rabbie delle bestie non se ne trovi altra che le si accosti, benchè alla lontana, come quella del tigre:—l'uomo è unico, profondamente terribile in tutte le cose.

¹ Questa è una bellissima avventura narrata nel Cap. 38 e seg. del raro libro della Tavola Rotonda

Con rabbia sì fatta che non ha paragone, Gorello afferra il braccio del feritore, e glielo stringe in guisa, che i tendini costretti non possono fare articolare la mano; poi glielo torce nel seno, e lo forza a ferirsi; l'ucciso, che uomo di vastissime membra era, piomba addosso a Gorello, lo copre della propria persona, e fa che nuovamente giaccia disteso per terra: questa ventura fu operata in un punto, così che un altro che teneva alzata l'accétta per trucidare Gorello, di piena forza la vibra nelle spalle del morto compagno.

Intanto Carlo, che dal momento in cui vide Gorello con tanto felice audacia lanciarsi su la galera nemica sentì pungersi d'ira, di vergogna, e del nobile desiderio di porgergli soccorso, considerando che col modo fin lì praticato non sarebbe riuscito in nulla, chiamò ad alta voce: «Sire Gilles, andate, ed avvertite da nostra parte Michaux, Labrodérie, e quanti altri potrete raccogliere in fretta, e ordinate loro che si rechino tosto qui presso di noi.»

Sire Gilles si avvia velocissimo; Carlo, ritraendosi un poco, per essere meno impedito si cava le manopole di ferro, i bracciali, e gli schinieri, quindi torna al suo posto. Accorrevano i Cavalieri chiamati, e il Conte di Provenza così brevemente gli ammoniva: «Baroni, il timoniere della nostra galera già si lanciò su la nemica con raro esempio di ardimento e di valore: ci lasciammo rapire una bella gloria; ma da che non c'è più dato di conseguire la prima, acquistiamo almeno la seconda col dar soccorso al nostro prode fratello di armi.»

Profferita questa breve orazione, gli si restrinsero attorno; e quando venne il destro, ad un cenno si lanciarono tutti gridando: «Mongioia! Mongioia!» Come il destino volle, quantunque non si fossero al pari di Carlo alleggeriti, pervennero a salvamento sopra il legno avversario. Quella massa di uomini con tanto impeto balzata percosse d'irresistibile urto i Siciliani, che di súbito indietreggiarono: ripreso coraggio, si spinsero con nuova ferocia su i Francesi che cominciarono a piegare, e cedendo cedendo giunsero in parte, ove poco più che fossero andati oltre trovavano certissima morte nel mare. Di rado avviene che l'uomo, posto tra la difesa disperata e la morte, non vinca la prova. I Francesi ricuperarono, sebbene a fatica, lo spazio perduto: tanta era la pressa, che non solo non potessero adoperare le mazze d'arme per taglio, ma nè di punta. Fu un urtarsi, uno spingersi e respingersi, piuttosto che ordinata battaglia. Carlo, uomo ardito, lasciando allo improvviso l'accétta, afferra il suo avversario alla strozza, e stringe si duramente, che lo getta morto per terra: qualcheduno dei più forti dei suoi compagni ebbe lo stesso pensiero, e gli venne fatto, perchè i Siciliani non dubitavano di questo modo di combattere; qualche altro avendo il pugnale l'adoperò: allora i nemici si ritirano, e sentendosi la più parte feriti esitano a dare nuovo assalto. Questo istante di dubbio decise la battaglia, imperciocchè i Francesi avendo spazio da maneggiare le accétte, in che erano valenti, gli ridussero in breve a chiedere i quartieri, che per comando di Carlo furono prestamente concessi.

Queste cose accadevano allorchè Gorello, quasi sepolto sotto la mole carnosa del suo nemico ucciso, scampò come per miracolo dalla morte. Quegli che dette il colpo, invece di pensare a rinnuovarlo, cheto cheto lasciò l'accétta confitta nel corpo del morto, e favorendolo l'ombra si recò in altra parte per salvare la vita.

Carlo ottenuta la vittoria, per quella specie di affetto che hanno i valorosi tra loro, come se fosse di ogni altra cosa dimentico si dà con molta premura a chiamare Gorello. Gorello, udita la voce, risponde: «Monsignore, in cortesia, sgombratemi da questo morto che tenta vendicare col peso la vita che gli ho levata.»

Carlo getta da parte il cadavere, e porgendo la mano a Gorello l'aiuta ad alzarsi.

«Siete voi ferito?»

«Sì, Monsignore, e in più parti, ma non mortalmente, spero.»

«Ringraziato Dio e San Martino di Tours! Desiderate essere trasportato su la nostra galera?»

«Desidero che si cerchi di Maestro Armando; egli mi è stato compagno nella impresa, ma non l'ho più veduto al mio fianco.»

Carlo ordinò che se ne facesse ricerca; poi vôltosi ai Siciliani, che se ne stavano prostrati, disse loro: «Alzatevi, voi avete fatto quello che è conceduto ad un uomo vivente di fare; voi non meritate questa umiliazione, e tolga Dio che noi abbiamo pensiero di darvela: la fortuna vi ha vinto, ma noi pregiamo la vostra prodezza, e vi ammiriamo; se tutti i vostri compagni somigliano a voi, ardua sarà la opera alla quale ci ha chiamato il Vaticano, ma degna di un figlio di Francia; così gloriosissima riuscirà a noi la nostra vittoria, e la sconfitta senza vergogna.—Ora procuriamo scampare dalla procella che tuttavia imperversa; guidateci voi, che io fido nella lealtà vostra, perchè i valorosi non furono mai traditori. Si chiami l'Ammiraglio.»

Così parlava Carlo, e Dio sa, che gli vedeva il cuore, con quanta simulazione. Quello che certo si è, egli non si sentiva punto disposto a lasciarsi condurre dai vinti, e già aveva detto a Gorello: «Voi sarete il Maestro;» ma come pratico delle cose del mondo, sapeva che quando non si può adoperare la diffidenza armata (che è la meglio), non rimane altro che la ostentazione della sicurezza; ed in fatti quella sua mezza vittoria non lo poneva in istato di deporre ogni timore intorno l'ardire e la forza dei nemici.

«Ecco l'Ammiraglio!» grida la ciurma; e si odono pel buio più persone che s'incamminano alla volta di Carlo.

«Io depongo ai vostri piedi la spada,» favella un uomo sommessamente «e vi prego, glorioso signore, a ricevere l'omaggio della mia fedeltà.»

In questo un baleno rischiara la scena; Carlo, con una mano sopra la spalla di Gorello, contornato da molti Baroni, faceva atto che allo Ammiraglio si restituisse la spada; questi tutto umile solleva la faccia per dimostrargli la propria riconoscenza, o piuttosto per fingergliela…. «Vendetta di Dio!» urla spaventosamente Gorello, e con furia rovinante respinge il Conte. Un buio profondo succede al bagliore: si ode un cadere, un rotolarsi sopra l'intavolato, un gemere…. Sopraggiunge il lampo….—spettacolo di delitto! Gorello con orribile ansietà, con le ginocchia puntate sul ventre dell'Ammiraglio siciliano, lo tiene con la manca stretto alla gola, e con la destra armata di coltello gli squarcia il petto dal lato del cuore. Torna la tenebra,—un susurro si diffonde su la galera; ogni uomo si accosta al vicino, e vi si appiglia tremando.—Torna il lampo….—Gorello, aperto il seno dell'Ammiraglio, gli aveva tratto il cuore, e con diabolico anelito vi soprapponeva le labbra,—per baciarlo, o per divorarlo?¹ Gli atterriti spettatori mandano un grido acutissimo, e l'oscurità cela nel suo profondo il misfatto. Forse l'Eterno stanco di più sopportare vibrò il fulmine rovente dell'ira a disperdere quel naviglio insanguinato. Colui che non ha veduto, come noi abbiamo, scoppiarsi appresso la folgore, non legga più oltre; la sua anima, per quanto caldissima nell'immaginare, non potrebbe mai concepire, l'arcano del terrore; colui che lo ha visto, richiami alla mente la sensazione che provo in quel momento, e questa, più che le nostre parole, varrà a dimostrargli qual fosse il caso che descriviamo. La folgore percosse l'albero, e parte n'arse, parte spezzò; poi in mille lingue infiammate si diffuse su la coperta, che apparve ad un tratto allagata di fuoco; procedendo oltre si divise in minutissime scintille, che, trovando intoppo al loro cammino nelle parti della galera, con impeto maraviglioso la lacerarono, lasciando aperta la via alle onde agitate:—nessuno tra i viventi sarebbe bastevole a sostenerne il fetore opprimente, e lo strepito straziante; pensisi che sia per diventare allorquando vi si aggiunge la vampa che abbrucia i capelli e la carne, e toglie affatto il vedere. Francesi e Siciliani, gli uni su gli altri traboccarono privi di sentimento. Nè per noi sarà passata sotto silenzio la fine miserabilissima di Gorello: il troncone dell'albero, rotto dalla veemenza della saetta, precipitando a basso lo colpisce a mezzo la vita, gli fiacca la spina del dorso, e vi rimane immobile; l'infelice volendo sottrarsi alla intensità dell'angoscia stende le braccia in cerca di un oggetto, dove potersi con le mani aggrappare, e levare di sotto; raspando, raspando, le dita gli si stracciano inutilmente;—su le tavole stanno impresse le tracce sanguinose della impotenza disperata: pareva una serpe che rotta nella schiena agita la parte anteriore del corpo, mentre la posteriore già morta giace inviluppata nella polvere: quivi l'agonia lo sorprese, quivi la morte, ed egli esalò l'anima dolcemente sul cuore dello scellerato Drogone.

¹ Il fatto che qui si racconta non è unico nelle storie degli uomini. L'Archenoltz nel Cap. 5. della sua Storia dei Filibustieri narra un fatto eguale commesso dall'Olonese contro del suo mortale nemico.

La galera abbandonata empivasi d'acqua per cento fessure; la gente, per quanto sforzo vi avesse adoperato, non sarebbe venuta a capo di salvarla; non potendo soccorrerla, fu sentita gorgogliare, come cosa che s'empia, dipoi barcollò un momento, e si sommerse: i flutti che si erano aperti per accoglierla nel profondo, si riunirono mormorando: ella affondò non altramente che piombo in acque grosse.¹ Ogni cosa scomparve: valoroso e codardo, giusto e colpevole;—la gloria dell'oceano prevalse nel fremito della vittoria.

¹ Submersi sunt quasi plumbum in aquis vehementibus. (Esod., 15.)

Così le tracce del misfatto furono rimosse dalla vista degli uomini; ma dettate nel singulto della agonia, ma scritte col sangue dell'innocente, stettero incancellabili nel volume eterno della giustizia di Dio.