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La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Chapter 19: CAPITOLO DECIMOQUINTO.
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About This Book

The narrative reconstructs political and military events of thirteenth-century Italy surrounding the decisive confrontation at Benevento, tracing campaigns, ambitions, and the aftermath that reshaped regional power. It combines battlefield description and political manoeuvring with authorial commentary, dedications, and personal reflections born of imprisonment and contemporary testimony. Episodes probe leadership, popular reaction, and the human cost of conflict while alternating dramatic scene-setting with historical explanation and moral reflection. Rhetorical addresses and intimate remembrance are interwoven to place the battle within broader national and private concerns of the period.

CAPITOLO DECIMOQUARTO.

LA TESTA DEL GIUDICE INIQUO.

                Signor, far mi convien come fa il buono
                Sonator sopra il suo strumento arguto,
                Che spesso muta corda, e varia suono,
                Ricercando ora il grave, ora l'acuto.
                                      ORLANDO FURIOSO.

Lui fortunato! negli estri della mente divina seppe variare le corde dell'arpa, e piovere celeste voluttà sopra i suoi versi immortali. Leggiadro come il segno dell'alleanza di Dio, scherzoso come la farfalla sul prato, lieto quanto il saluto dell'amante, guardò le cose terrene traverso la luce della sua felice allegrezza; libò il mèle dai fiori, le piante velenose o per istinto singolare schivò, o sopra le sue labbra si tramutarono in dolcissimi succhi.—Ahimè! chi privo dei conforti della immaginazione dal ventre della madre fu abbandonato nell'angoscia del mondo, e volgendosi agli anni della sua infanzia non trova luogo dove il pensiero goda riposarsi un istante, e la più parte delle notti della sua bella giovanezza passò seduto su le fosse che chiudono le generazioni della polvere per meditare intorno alle sciagure e alle colpe,—e pianse di essere uomo,—e rise di essere mortale,—e al turpe sentimento di andare composto di creta porse la faccia nel fango invocando eterna la tenebra sul creato per celarvi dentro la propria vergogna,—chi tale nacque, non osi stendere la mano sull'arpa dell'armonia; le corde si spezzeranno sotto le sue dita, quelle del misfatto e del dolore accompagneranno soltanto la sua voce lugubre:—non lauro di poeta, ma cipresso nudrito di lacrime sarà la corona della sua testa, l'odio della gente la sua ricompensa, la esecrazione l'applauso; maledirà, e verrà maledetto.

O anime innocenti, che vagheggiate dal sorriso dell'Eterno, tratte dalla lusinga dell'amore godete affacciarvi alla vita, e tutte esultanza intendete ad una aurora di cui non vedrete mai il sole, nè badate alla bufera che vi minaccia alle spalle, vivete,—vivete nelle beate illusioni di un tempo che passa; non guardate queste mie carte, non le toccate, che grondano sangue!—La pace del mio cuore è distrutta, ma io non amo distruggere la vostra; lasciatemi nella solitudine dei miei tormenti:—che potrei darvi in ricompensa della gioia perduta?—la scienza?—Adamo cibò il frutto fatale, e seppe che doveva morire;—ecco la scienza dell'uomo!—Povera creta animata, come amari sono i giorni che trascorri su la creta inanimata!

È Yole!—Vedetela, a passi lenti e tardi cammina pe' viali del giardino; le posa una mano sul cuore, l'altra le pende giù abbandonata pel fianco; il suo volto apparisce candido quanto il velo verginale che le ricopre il seno, ma solamente candido:—Vergine benedetta! i suoi occhi splendono lucidi come vetro, le palpebre immobili per così lungo spazio, che ogni uomo che le avesse vedute sarebbesi maravigliato come potessero tanto lungamente durare in quella situazione;—la pupilla gelata. Che guarda la misera? Nessuno oggetto di questa terra. Le facoltà di quel senso sembrerebbero morte, o sospese, se non che a poco a poco una lagrima si forma nella cavità inferiore, e sgorga con incerto cammino giù per le guance, quasi in testimonio dello affanno che la sua anima non ha potuto contenere. Da lontano la seguono cautamente Gismonda e la Regina Elena. Povera infelice! allo annunzio dell'avventura di Rogiero cadde svenuta tra le braccia materne, ed ecco come ritorna alla vita. Ella pensò che avessero udito il loro colloquio di amore, temè che lo avessero ucciso, e le fibre dilicate del suo cervello piegarono sotto il peso della angoscia: ora le volano traverso lo intelletto mille rimembranze interrotte, in nessuna delle quali può fissare il pensiero; onde ne nasce una vicenda vertiginosa, un roteare confuso, che la percuote con sensazione di fastidio, simile a quella di colui che s'ingegnasse con ogni sforzo di ritenere nelle mani alcuna cosa sdrucciolevole, nè per quanto si affaticasse pervenisse mai a ritenerla: ora le immagini dei suoi timori le appariscono come eventi, che si operino alla sua presenza:—affretta il passo, muta la via, ma nè per accelerare di quello, nè per variare di questa può fuggire lo inganno della sua mente traviata;—come talora premendo il cuore sul letto del nostro riposo ne sembra tra i sogni di vederci inseguiti da un demonio indefinito e terribile, e di fuggire, e fuggire, e ad un tratto stramazzare:—tenti rilevarti, ma le membra son fatte di piombo; nondimeno ti alzi su le ginocchia, prosegui la fuga carponi, finchè torni a mancarti la lena,—e ti rimani immobile come pietra;—intanto senti alle spalle il fragore dei denti, lo ardore delle narici infuocate, e la pelle graffiata dalla branca infernale;—la natura non può sostenere strazio sì fatto, ti svegli impaurito, bagnato di sudore stendi le mani; conosci che fu sogno, e un gemito di conforto ti si discioglie dal profondo del petto.—Il passato per Yole è divenuto una nebbia, il futuro una tenebra; rammenta un amore, un sembiante, un pericolo, ma slegati, e senza séguito tra loro: le sue idee, come le nuvole del cielo, quando imperversano due venti contrarii, ora precipitano da un lato, ora si cozzano impetuose, nè la procella che ne deriva è niente meno terribile di quella che travaglia la testa di lei.—Che cosa fa adesso l'anima, quella regina delle umane sensazioni? Perchè rimane nella creatura ch'è diventata soggetto di pianto e di riso? Si mantiene ella lucida, o disordinata quanto il corpo in cui continua ad albergare? Non vuole, o non può, riprendere l'impero su gli organi ribellati? Perchè più sublime della creta a cui sta unita si sottopone a tutte le sue modificazioni? La scienza non giunse ancora, nè forse giungerà, a svelare sì fatti misteri: ma la compassione è lungo tempo che geme su questo avvilimento della nostra schiatta infelice.—Non pertanto bellissima si avvolge Yole pei silenzii della notte, come la luna nel firmamento,—scortato dalla quale il pellegrino, poichè schivò i pericoli della via, e giunse a salvamento tra la sua famiglia, si sofferma su la soglia a benedire quel raggio benigno:—quantunque spesso varii cammino, ella si dirige a un punto determinato; qualsivoglia oggetto in che le avvenga di urtare, le si presenta come ostacolo insuperabile, onde tutta smaniosa si pone per altro sentiero; se il caso avesse fatto che per nessuna parte avesse potuto procedere liberamente, forse sarebbe morta. Andando oltre, giunse al luogo dove la notte precedente l'aveva rinvenuta sua madre; si fermò alquanto, si pose in ginocchio, si guardò attorno per ispiare se alcuno la osservasse, poi pianse sommessa: ciò fatto, raccolse un monticello di terra, si trasse di seno una Croce di pietre preziose, e ve la piantò sopra:—oh la preghiera di quella sventurata, che sospirava a mani giunte, era fervida e degna di essere intesa!—finalmente si levò, e parve volesse tornare al castello. La Regina Elena la precorse con un cuore, che se alcuna madre poserà l'occhio su questa nostra istoria potrà immaginare, perchè quei travagli possono sentirsi, non raccontarsi.

«Ben sia giunta,» diceva la Regina Elena vedendo Yole affacciarsi su la porta della sala «ben sia giunta la figliuola del mio affetto!» e le corse incontro, e la baciò in fronte. «Dove sei stata fino adesso, che ti ho chiamata tanto, e non mi hai risposto?»

«Egli è morto.»

«Chi?»

«Egli.»

«Il nome?»

Yole non risponde parola.

«Ah figlia mia! quando cesserai di straziare l'anima della tua povera madre? che ti ho mai fatto, perchè in questo modo tu voglia compensarmi? non sono io che nove mesi ti ho portato nel seno? non io che col mio latte ti ho nudrito, e il pianto della tua fanciullezza acquietato? Sfógati qui nel mio cuore; tutto farò per te,—tutto, pur che non ti veda infelice:—dove speri pietà più profonda di quella di tua madre?»

Yole tace.

«Tu vuoi la mia morte, lo vedo: ingrata! tu non promettevi di farti così feroce,—no, tu non lo promettevi; eri una volta umana, timida, pietosa,—ora come tu sei mutata! per te si consumano nello spasimo i pochi giorni che Dio mi aveva concesso; tu me li togli…. tu…. ma io non maledirò mai l'ora del tuo nascimento.»

«Io l'ho maledetta.»

«L'hai? Dunque è finita per me; io non devo mostrarti più questo mio volto; perdonami la colpa involontaria di averti dato la vita, come io ti perdono il fallo meditato di averla maledetta. Là nelle mie stanze, nascosta ad ogni vivente, lascerò logorarsi nella fame un corpo, che ha generato figliuoli alla miseria. Da te non vo' lagrima, non preghiera; nè devi darmela, perchè tu aborri quello che la Natura ha posto per vincolo di amore tra madre e figlia:—ma per gli affanni che mi hai fatto durare, per le pene passate, per le presenti…. quando sarò morta, deh! ti scongiuro, figliuola, non venire a rimproverare la tua vita alla mia polvere,—lasciala dormire in pace…. ossa delle mie ossa, non mi perseguitate nel seno dell'eternità!»

E qui la Regina Elena si allontanava. Yole agitata da fiera convulsione stese le braccia co' pugni chiusi, e stirò la persona, levandosi su l'estreme punte dei piedi; il bianco degli occhi orribilmente dilatato non aveva più pupilla, che tutta le si era nascosta nel ciglio,—solo una reticella di vene sanguigne che lo sforzo aveva fatto comparire: era sua intenzione richiamare la madre, ma il detto non potè uscire intero dalla gola ingrossata; appena con istento infinito suonò come singulto. La Regina non comprese quell'accento, e continuò suo cammino: Yole disperata di potere farsi intendere con la voce, ricorse alle mani; pure se le fu concesso stendere le braccia, non potè articolare le dita, e fare l'atto che richiama, però che la convulsione gliele teneva serrate in tanto aspra maniera, che le unghie le si erano fitte in mezzo delle palme: ritentò con la voce…. miserabile racconto! così duramente le tornò respinta nel petto, che vi mormorò roca, confusa, soffocata, come il bramito di fiera, o come cigolío di cosa che si rompe: la tensione dei nervi si convertì in languidezza, le palpebre superiori rovinarono su le inferiori;—Gismonda la raccolse tra le braccia.

————

Dopo molto tratto di via, Rogiero seguendo i passi della fidata sua scorta giunse all'albergo; imperocchè, a quel modo che ci racconta Omero delle navi di Achille e di Aiace, le capanne di Drengotto e di Ghino fossero lontanissime l'una dall'altra, e situate, in segno della costanza dei loro signori, alle estremità di quelle dei masnadieri. Infatti essi sopra tutti i compagni spregiavano i pericoli; il primo per la indifferenza del bene e del male, principale distintivo della sua indole; il secondo per una certa sicurezza tranquilla, che suole accompagnare le anime veramente grandi. Entravano. Ghino, poichè ebbe suscitato il fuoco, si accostò a Rogiero per aiutarlo a levarsi l'armatura: questi vergognoso ricusava; ma insistendo il cortese albergatore, lasciò fare. Ghino a mano a mano che ne sfibbiava i pezzi, attentamente li considerava, e parte come buoni lodava, parte riprendeva di alcun difetto, mostrandosi in questo finissimo intelligente, e pratico molto. Rogiero girando gli occhi d'intorno la capanna vide un'asta lunghissima, che per essere più alta della parete era stata posta trasversalmente tra i due angoli; maravigliando forte della grossezza di quella, come vago di sapere domandò: «Cortese albergatore, di grazia, è l'asta del Re Artù cotesta che conservate in quel canto?»

«Visse un uomo in Italia che soleva trattarla nella sua fanciullezza, come il pastore maneggia il vincastro; egli vinse con essa più d'un torneo, ed abbattè più di un cavaliere in battaglia. Questa sola mi rimane del retaggio dei miei padri,—ella è la lancia del mio genitore: anche io un tempo la palleggiai,—adesso comincia ad essere troppo grave per le mie membra affralite.»

«Che Dio vi aiuti! affralite! Parmi che degli anni voi non potete giungere oltre i quaranta.»

«Sono i soli anni, quelli che indeboliscono il corpo?»

«È vero… ma, in cortesia, perchè quel pennoncello bianco ne cuopre la punta?»

«Perchè vi si conservi vermiglio un sangue, che da più anni vi sta sopra rappreso.»

In questo punto si fece udire il lamento di una remota campana, che suonava per la prece che i Cristiani sogliono nell'ore della notte recitare per le anime dei loro morti: Ghino ne raccolse i tocchi concentrato, come lo annunzio di disastro avvenuto, poi disse a Rogiero: «Bel Cavaliere, vi chiedo perdono se per un momento vi lascio senza compagnia, perchè m'è forza recitare alcune mie orazioni.»

«Che! avreste voi cosa per pregare, o per ringraziare il Cielo?»

«Io nulla chiedo per me; qualunque ventura mi sia mandata, o lieta, o trista, chino la faccia rassegnato: ma io prego per la pace dei miei defunti.»

«E credete voi che possa loro giovare la preghiera dei vivi?»

«Lo credo; e quando anche non giovasse a loro, varrebbe per rammentarli a me. Un padre ucciso a tradimento vuolsi richiamare alla memoria almeno una volta al dì.»

«Dite il vero; io pregherò con voi, benchè per rammentare la morte di mio padre non reputi necessaria la preghiera.»

«Voi pure lo piangete defunto!»

«E ucciso co' maggiori tormenti che possano immaginarsi da mente infernale.»

«De profundis clamavi» disse Ghino inginocchiandosi innanzi una immagine, ove molto ferventemente per lungo tempo orò, tenendo celato il volto nelle mani. Quando si rilevò, i suoi occhi apparvero lagrimosi, ma la passione che gli aveva sforzati al pianto era ormai trapassata: allo improvviso, come se la preghiera fosse stata una parentesi, tornando sopra l'ultimo discorso domandò a Rogiero: «Lo avete voi vendicato?»

«No.»

«Me ne duole.»

«Nell'anno che viene, se mai ci sarà dato incontrarci su la terra, spero che potrò rispondervi in altra maniera.»

«Amen, bel Cavaliere.»

Sebbene i nostri eroi non sieno affamati quanto quelli di Omero¹ per doverli, come egli ha fatto, mettere tre volte a cena in una stessa sera, nondimeno, od ora o poi, convien pure che ce li poniamo. Ghino, imbandita la mensa, porse da lavarsi a Rogiero, ed egli ancora data acqua alle mani gli si assise di faccia. Le vivande non furono molte, nè ricercate; una grù arrostita fino dalla mattina bastò a saziare ambedue. Se ad alcuno dei nostri lettori non piacesse il cibo, incolpi i tempi dei quali trattiamo. Il mondo da quel giorno in poi procede assai variato in tutte le cose, tanto piccole, come grandi: i falconi, gli sparvieri, i moscadi, e simili, tennero in gran pregio, ed imbandirono su la mensa dei grandi signori; ora gli spregierebbe il più vile accattone che abbia mai limosinato per amore di Dio. Quello che merita andare osservato si è, che tutte le generazioni si accordarono nel diletto di tracannare del vino, cosa che fa meno il suo elogio quanto quello degli uomini, i quali hanno sempre amato di stolti diventare ubriachi, e viceversa per omnia sæcula sæculorum.

¹ Ulisse e Diomede sono gli eroi omerici che fanno mostra di tanto appetito nel 9 e 10 dell'Iliade.

Mentre così sedevano a mensa, Rogiero venne in un pensiero, e tanto vi si internò, che dimenticando il mangiare rimase immobile: Ghino, poichè lungamente stette a considerarlo, ruppe alla fine il silenzio, e favellò: «Bel Cavaliere, se la mia domanda non vi riesce indiscreta, vorrestemi dire a che pensate con sì grande attenzione?»

«Messer Ghino,» rispose Rogiero esitando «molto volentieri vi compiacerei della richiesta, se non temessi divenirvi importuno.»

«Non vi rimanete per questo; dite pure francamente, che nessuna cosa può derivare da voi, che molto non sia per piacermi.»

«Io pensava, come un gentile Barone, qual voi mi sembrate, possa dilettarsi di tale mestiere, che la gente concorda a chiamare infame; e mi pareva che voi non foste nato per questo.»

«Voi avete indovinato giusto:—io non sono nato per questo; nè punto discordo con la gente a chiamare il mio mestiere infame, quantunque conosca, che se a questa gente fosse detto: chi senza peccato scagli la prima pietra,—nessuno tra lei sarebbe sì grande imprudente da osarlo: aborro i masnadieri che mi circondano, e mi trovo unito necessariamente con loro. La fortuna mi aveva dato larghezza di averi, e un nome illustre; le mie facoltà sono convenite in miseria, il mio nome in obbrobrio. Voi potete considerare in me uno scherzo della fortuna, o, meglio, uno avanzo della persecuzione, ch'io sono Ghino di Tacco dei Grandi di Siena.»¹ «Voi Ghino di Tacco, il famoso masnadiere!» esclamò Rogiero, levandosi in piedi.

¹ Ghino di Tacco non è una invenzione fantastica, ma un personaggio rigorosamente storico, come il lettore potrà conoscere, se gliene prenda vaghezza, dai Comenti di Benvenuto da Imola, e del Landino, al canto 6 del Purgatorio, dalla Novella II, Giornata decima, del Boccaccio, e dalla storia di Girolamo Gigli.

«Ghino di Tacco Monaceschi dei Pecorai da Torrita;» senza punto commuoversi rispose Ghino «voi avrete sentito favellare di me strane novelle: so che la plebe matta mi dipinge come gigante di terribile aspetto, di cuore senza pietà; so che le femmine adoperano il mio nome per ispaventare i fanciulli, e fargli star cheti, non altramente ch'io fossi la tregenda, o la versiera, perchè suona antico quel detto, che gli uomini quando perseguitano non si contentano di fare infelice il loro simile, ma lo vogliono infame: questo è il meno;—parvi ch'io sia tale da curarmi del biasimo, e della lode?»

«Io ho inteso rammentarvi sovente, come cavaliere valoroso nelle armi, e più d'uno si dolse in mia presenza della necessità, che vi ha spinto a cosa, che voi non amate di certo.»

«Sieno grazie a quei discreti. Nello stato di guerra in che io mi trovo contro la società, mi studio a seguitare più che mi riesce possibile il precetto di far del male meno che posso: se nel correr le strade incontro qualche valente uomo povero, lo soccorro; se scolaro, gli dono danari onde si compri libri, e gli raccomando a bene applicarsi, perchè amo il mio paese: ma il cherico dovizioso, il nobile superbo, devono pagare il riscatto; mi hanno tolto tutto, bisogna pure che qualcheduno mi mantenga: essi tentano uccidermi, e fanno il loro dovere; io non gli uccido, ma ne ricavo danaro, e faccio il mio; se vogliono la pace, io pel primo depositerò le armi: intanto, se è vero che la ricchezza dei pochi faccia la miseria dei molti, io giovo alla società quando anche la guerreggio.»

«Certo, molto perdè Siena quando la abbandonaste.»

«Non l'abbandonai, bel Cavaliere; ne fui cacciato.»

«Dunque non rimane speranza che voi possiate tornare buono e leale cittadino?»

«Nessuna. L'ingiuria è maggiore del perdono. Piacevi ascoltare la storia delle mie avventure? Ella non è lunga, sebbene terribile quanto altra mai accadesse nel mondo.»

«Io la terrò, messer Ghino, per la più alta cortesia con la quale mi abbiate onorato.»

«Là su le sponde dell'Arnia, ove Farinata degli Uberti, il magnanimo Cavaliere, vinse i suoi nemici, e la causa loro distinse dalla causa della patria,—che quelli amò morti, questa potente,—solleva le sue umili torricelle il mio castello di Torrita. Non lontano da noi giacciono i ricchi poderi e i superbi castelli dei Conti di Santa Fiora,—orgogliosi! che gonfii di umane ricchezze stimano non albergare virtù in povero stato, ed ogni loro potere dimostrano in far male, che questo reputano signoria,—essere gentile e cortese, debolezza. Tacco mio padre, l'uomo che giocolava con quell'asta là, tutto inteso a conseguire fama di virtuoso Cavaliere, quantunque assai minore in facoltà dei Conti di Santa Fiora, molto si studiava a soccorrere i miserelli del vicinato, riparare i torti, e ricondurre la pace laddove si era del tutto partita: quando gli veniva fatto passare pel borgo, udivasi gridare di bocca in bocca! accorrete a vedere il Cavaliere,—ed ecco un recarsi di donne alle finestre, di uomini su gli sporti delle botteghe con la testa scoperta, e di giovanetti che gli si affollavano intorno per baciargli la mano; egli, non che essere infastidito di quella scena, assai se ne compiaceva, e a quale di quei fanciulli batteva leggermente delle dita su le guance, e a quale altro spiegava sul capo la sua mano terribile, come branca di lione alla tutela dei proprii figli; spesso fu visto lagrimare di tenerezza, più spesso intesero dirgli:—Signori scudieri, perchè allontanate da me quella gente? avete voi a male che mi vogliano bene?—Talora sul tramontare del sole, vestito di un giustacore di pelle, sopra povero ronzino si metteva traverso la strada, e chiunque passava, a nome di Tacco da Torrita suo padrone, pregava ad accettare per quella notte albergo al castello; poi sè stesso per signore godeva manifestare, e l'ospite, se era povero, secondo il suo avere mandava contento.

Spesso avvenne che i Conti di Santa Fiora mettessero gran corte, e la facessero bandire all'intorno;—vituperio irreparabile! le tavole loro furono deserte, mentre in quei giorni medesimi non mancarono ospiti a Torrita; perchè dovete sapere, bel Cavaliere, che si vuole in donare arte finissima, che non può insegnarsi, ma viene dalla natura, come la bellezza del corpo; donando ad altri dimostri te più potente di lui,» e qui Ghino alzò il dito, onde Rogiero ponesse attenzione, «e gli uomini mal volentieri perdonano qualunque specie di superiorità; il dono il più delle volte si parte dalla superbia del donante, e si fonda su la umiltà del donato; quindi non fa maraviglia se così spesso tu odi parlare d'ingratitudine con non retto consiglio, che il presente del signore più che benefizio è obbrobrio per l'umile, e per avere più argento di lui stima comprargli l'anima a contanti: quella leggiadria, quell'affabilità di riso, per le quali la propria piccolezza non sentiamo, o non rammentiamo, che su quel subito persuadono che accettando fai piacere a cui offre, e ricusando gli daresti sconforto, onde per un senso gentile tu ti trovi costretto ad accettare l'altrui cortesia, sono cose, come io vi diceva, bel Cavaliere, da ammirarsi, ma non da insegnarsi. Queste furono le virtù civili del mio genitore; le militari….—voi avete tolto la sua lancia per quella del favoloso marito della Regina Ginevra; bastivi questo, che una volta correndo lancia in campo chiuso nel torneo del Natale, che suole tenersi in Siena, conquistò venti armature ed altrettanti cavalli, i quali non pure senza riscatto volle restituire ai cavalieri, ma gli menò seco a Torrita, dove magnificamente onorati gli mantenne più giorni, rimandandoli ai loro castelli stupefatti della virtù del Barone. I Conti di Santa Fiora, non potendo mai prevalere in quelli esercizii cavallereschi, molto si adoperarono presso il Comune di Siena, affinchè gli abolissero, ma sempre indarno, chè i Senesi sono prodi di mano, e troppo amanti di cotesti combattimenti. Nei tempi corrotti nei quali viviamo, la emulazione anzichè esser madre di virtù partorisce odio; nè mio padre, gentile con tutti gli altri, tenne modi assai soavi coi Conti di Santa Fiora; anzi ogni volta che poteva trovarsi a far di arme con loro, sempre si poneva nella battaglia contraria, e quivi di tali colpi li percuoteva, che spesso gli rimandò ai loro castelli versando sangue dalla bocca e dal naso. Sovente da più piccole cause derivarono ferocissime avventure: l'odio dei signori si trasfuse nei vassalli, i quali spesso incontrandosi pei campi vennero prima a parole di minaccia, poi alle ferite ed agli omicidii; i Baroni reputarono andarne dell'onore loro dove con le proprie armi non gli sostenessero, ed ecco come ruppero in manifesta guerra in seno di un paese che vanta libertà di stato e governo di repubblica. Mio padre, quantunque di uomini e di averi fosse molto di sotto, così bene con la sua virtù si andava schermendo, che i Conti considerando inutile la forza manifesta ricorsero al tradimento. Io non mi ricordo, che forse di quattro anni era nato, della notte terribile nella quale il perfido vassallo posto a guardia della porta del castello mise dentro la gente dei Conti di Santa Fiora; solo conservo rimembranza, confusa di donzelle scarmigliate accorrenti qua e là come ossesse, e di una donna che pallida pallida mi prese tra le sue braccia, e mi trasportò per molti sentieri tenebrosi alla presenza di un uomo tutto armato di ferro, che fece infinite carezze a me ed a lei. Povera madre mia! pensate con qual cuore una così grande gentildonna fuggisse scalza, in camicia, col figlio in collo, dalle case saccheggiate del suo nobile consorte, incerta s'egli vivesse, perchè al súbito rumore era corso ad armarsi, e a ferire! Mi hanno raccontato le mille volte i più vecchi dei miei vassalli, che mio padre in quella notte fece prove incredibili, da scomparire al confronto le imprese favolose dei Cavalieri della Tavola Rotonda; e che dove i nemici non fossero stati troppi, Dio sa dove sarebbe andata a finire: incalzato da tutte parti, non si ritrasse, se prima non seppe i figli, la moglie e i più fedeli vassalli suoi, giunti a salvamento in luogo sicuro. Ei fu l'uomo armato che mi raccolse alla campagna, e che io, sebbene uso a vederlo ogni giorno, non potei riconoscere, tanto compariva mutato pel travaglio del corpo e dello spirito. Mi hanno pur raccontato che quantunque non avesse piaghe mortali su la persona, tanti però erano i tagli e le scorticature, che lungo tempo stette senza potere vestire armatura. Qui nella mia mente occorre una lacuna, e mi ricordo soltanto di essere stato condotto in un castello da quella donna che mi aveva salvato, dove trovammo una bella signora vestita di nero, ed un cherico che conobbi in appresso pel cappellano del castello; essi ci accolsero cortesemente, e dopo che mia madre l'ebbe favellato in segreto, piansero tanto che non avrei mai creduto che creatura al mondo potesse piangere sì fattamente il danno di altra creatura. Mia madre tutte le sere mi conduceva in un luogo oscuro, ove ardeva una sola lampada innanzi alla immagine del Redentore, e quivi pregavamo assai con la signora del castello e col cappellano; poi mi menava al mio letto, e prima ch'io prendessi sonno molte cose mi diceva di cavalieri antichi operate con prodezza di mano e con pietà di consiglio. Certa sera non la vidi comparire, la seguente nemmeno; ne domandai alla signora, ed ella non mi rispose; senza sapere il perchè, io mi posi a piangere dirotto; il cappellano si asciugava le lacrime dietro la sedia di madonna, che pareva più crucciosa del mio pianto, che della morte di sua infelice cognata.—A cui appartiene quel bastone sì lungo?—domandai un giorno alla dama, vedendo appesa l'asta paterna nella sala del castello.—Ella è la lancia di vostro padre.—E quella camicia insanguinata?—È la camicia di vostro padre.—Perchè non viene a vedermi? gli sono forse mal gradito?—Orfano, ei vi amava più della sua vita, ma i suoi nemici lo hanno trucidato.—Oh Dio! dove sono eglino questi traditori? come si chiamano essi, signora?—Figlio del tradito, voi lo saprete quando potrete vendicarvi.—O mia bella signora, e quando lo potrò io?—Quando maneggerete quella asta, come la bacchetta che adesso tenete nelle mani.—Ecco come nel mio spirito entrarono le idee di vendetta e di morte, prima che sapessi come possa offendersi un uomo. Da quel punto in poi nessuno altro desiderio mi si avvolse per la mente, che farmi robusto per maneggiare quell'asta: l'alba mi trovava nel bosco, il sole mi lasciava là dentro; in breve diventai forte cacciatore: quando trafelante di fatica io giungeva al castello portando su le spalle il cinghiale morto per la mia lancia, la signora mi occorreva con lieto viso, e mi baciava; se privo di preda, il cammino era deserto, ed io mi nascondeva nella parte più remota a fremere su la mia rabbia. Spesso nella notte, allorchè tutto attorno taceva, me ne andava sospettoso, come ladro, al luogo dove stava appoggiata la lancia; e prendendola pel calcio, mi affaticava a sollevarla; incredibili erano gli sforzi che vi adoperava; poneva le mani in tutti i modi, stringeva, scuoteva, ma tutto questo era nulla, che ella con la sua immobilità pareva schernire la mia debolezza; finalmente tolta di equilibrio cadeva con alto fragore, ed io celerissimo mi confondeva nella tenebra per non essere côlto in quell'atto vergognoso: alla mattina mi si presentava nella medesima situazione, come se tornasse a sfidarmi. Venne il momento in cui contraendo i muscoli, coi denti stretti, gli occhi gonfiati, l'afferrai con ambe le mani, e giunsi a sollevarla.—L'hai sollevata!—gridò la voce della signora, che all'improvviso mi percosse la spalla;—orfano, tra un anno e un giorno saprai quello che si vuole da te. Fu imbandito uno splendido banchetto, le bandiere sventolarono sopra le torri del castello, e le trombe suonarono dalla mattina alla sera per celebrare la festa della lancia sollevata.—Passa il giorno,—si fa il mese,—l'anno si compie: a mezza notte sento toccare la porta della mia camera, ed una voce che grida:—Perchè dorme il figlio del tradito? l'ora della conoscenza è arrivata.—La signora del castello mi piglia per mano,—ella tremava come foglia,—e mi conduce alla cappella: su l'altare stava un libro aperto, e la camicia insanguinata; la lancia era nella mia destra.—Quella è la camicia che vestì tuo padre nel giorno della sua morte; quel sangue di cui va tinta è sangue di tuo padre, cavatogli dalle vene a tradimento dai suoi nemici: giura, figlio del tradito, sopra i santi Evangeli, che lo vendicherai.—Appoggiai l'asta all'altare, e battendo con ambe le mani sul libro urlai:—Lo giuro.—La signora mi si gittò al collo, e pianse, e rise, e mi baciò forsennata.—Anima sicura, vero figlio del mio tradito fratello, ascolta chi sei.—Qui mi narrava gran parte delle cose che già voi sapete, ed aggiunse:—La donna che ti menava la sera alla cappella, era tua madre; ella viveva meco, come può vivere la moglie del profugo di cui la testa è messa a prezzo: una sera un vassallo vestito a lutto giunse al mio castello, e domandò vedermi:—Che nuove, vassallo? gli richiesi, allorchè pose il piede nella sala.—Madonna, vi porto parole del vostro fratello, ma le ultime.—Dille.—Avanti di perder la testa sotto la scure, Monsignor Tacco, chiamatomi a sè, mi ordinava: quando sarò morto, fa di levarmi la camicia, e intingila più che potrai nel mio sangue; poi prendi la mia lancia, e va con queste cose a Radicofani da mia sorella madonna Gualdrada,—intendi bene,—mia sorella;—la mia sposa morirebbe all'annunzio;—e le dirai: Madonna, questo è il retaggio che vostro fratello manda al suo figliuolo Ghino, e vi raccomanda per quanto aveste caro il suo amore in vita, e amate la pace della sua anima in morte, che nulla facciate sapere al fanciullo dei suoi casi, finchè giunto a conveniente età possa maneggiare questa lancia; allora gli svelerete il suo lignaggio, e gli farete giurare su l'Evangelo di vendicarlo. Della sua moglie non vi parla;—questa speranza ha reso meno amara l'ora del suo assassinio.—L'annunzio non si potè tanto celare, che non giungesse alle orecchie di tua madre; venne nella mia camera per saperne la verità, io non negai nè affermai, ella cadde…. ora giace—sepolta—qui—sotto i tuoi piedi. Tuo padre bandito dal contado di Siena sì dette alla strada; incatenato nel sonno venne in mano dei Farisei: le sue parole commossero i cittadini, forse era salvo; ma il Benincasa di Arezzo giudice criminale di Siena ne vendè la vita, e i conti di Santa Fiora sborsarono il prezzo del sangue: egli è morto sul patibolo, dico—sul patibolo;—sia il tuo odio contro i Conti,—se hai nell'anima qualche cosa più dell'odio, pel Benincasa:—quegli erano antichi nemici, questi un codardo tremante che trafficò l'anima dell'innocente co' fiorini: ora egli tiene ufficio di Senatore a Roma; la fortuna ti offre luogo splendido per la vendetta; da questo momento non puoi più albergare nel mio castello; già di un'ora è trascorsa la mezza notte, il cielo stride tempestoso; ma armati, e vattene: il solo segno pel quale ti sia abbassato il ponte di Radicofani è la testa del Benincasa.—Muggi la procella, ma non la intesi; in compagnia dei miei pensieri cavalcai per le usurpate mie terre. Videro la camicia insanguinata, videro il figlio del buon Cavaliere, che trattava l'asta paterna, e tutti i vassalli mi proffersero aiuto: ne scelsi quattrocento; e veloci quanto la mia impazienza, giungemmo a Roma,—Roma il gran scheletro.—Siamo a piè del Campidoglio:—pareami udire da quelle magnifiche rovine gemere gli spettri romani;—per un momento dimenticai la mia vendetta,—per un momento.—Lasciai i miei compagni: e ascesi tutto solo le scale.—-Un uomo di bassa statura, di colore cadaverico, smunto, cresputo per la fronte e per le guance, sfogliava un grosso volume con mano paralitica: nel primo vederlo mi sentii preso dal ribrezzo, che produce la cosa schifosa dalla quale ti allontani per non imbrattarti il calzare: questo ribrezzo mi ha poi sempre accompagnato allorchè si offerse ai miei occhi gente di toga: infatti ella è schiuma dei vizii umani; venditori di parole senza senno, venali quanto l'anima di Giuda, fondano l'arte loro nelle discordie di uomo e uomo, spesso di fratello e fratello, o di padre e di figlio; impudenti senza paragone, scoprono con mani profane le vergogne della nostra schiatta, vi suscitano la rabbia di avere, e vi seminano, come i denti del serpente, la massima, non darsi al mondo gentile passione, che valga al confronto di un pezzo di oro coniato; tronfii per vano sapere, come l'ebbro pel vino ingoiato, gobbi pel travaglioso mestiere di svolgere libri, e di confondere lo intelletto che la natura aveva loro compartito ordinato, tre stoltezze d'ignoranti che hanno scritto innanzi di loro fanno per essi una ragione; chi più ha grassa la memoria di queste stoltezze, è più reputato; come la tignola, la quale più rode, più si approfonda: oh! avessero tutti una testa sola!… Mi accostai al banco di cotesto abiettissimo; egli alzò la faccia, e strinse gli occhi per meglio vedermi, che la lettura glieli aveva indeboliti.—Chi siete? che cosa volete?—mi disse con voce strillante:—spacciatevi, che ho da finire molte faccende questa mattina.—Magnifico Senatore,—risposi appressandomi sempre più al banco,—la mia è piccola cosa, e da sbrigarsi in un solo momento.—Non venite più oltre, ch'egli è difeso farsi tanto vicino al Senatore.—Io non gli badava, e continuando il passo, e il discorso:—Voi mi dovete un debito.—Qual debito? voi siete folle. Allontanate quel pazzo, spingetelo fuori, cacciatelo prigione!—Folle tu, che credesti essere salvo quando vendesti l'innocente; tu mi devi la vita di mio padre.—In questa, io me gli era avventato addosso, e lo aveva stretto alla gola con tale furore, che gli occhi gli scoppiavano dalla fronte, le sue labbra balbuzienti mormoravano:—Salvum fac spiritum meum;—ed io gli susurrava all'orecchio:—Dannazione! dannazione!—Poi trassi il coltello, e seguendo la impronta violetta delle mie dita gli segai il capo, e lo afferrai pe' radi capelli che avea su la fronte con la gioia dell'amante che stringe la mano della fanciulla desiata. Intanto era accorsa assai gente; senza sconfortarmi mi vôlto, stendo il braccio mostrando il pugno e il coltello insanguinati, e grido loro:—Cristiani, fo voto a Dio, che a quale si oppone al mio cammino, io do di questo coltello per mezzo del cuore.—Pare che il sembiante corrispondesse al detto, perchè si ritirarono chi qua, chi là, mormorando come, il mare quando il vento cessa. Mi accolsero i miei vassalli con alte strida di allegrezza, io conficcai la testa del Benincasa su la lancia di mio padre, e dato ordine che suonassero lietamente le trombe, me ne uscii di Roma, traversando immensa quantità di popolo atterrita per così grave ardimento.—Guardia! guardia! abbassa il ponte.—Chi è di là dal fosso che vuole entrare a questa ora?—Abbassa il ponte, che sono Ghino.—Messere, voi sapete l'ordine di Madonna: avete il segno?—Sciagurato! parti che vorrei comparirle avanti senza esso?—Passo il ponte, volo alle stanze di madonna Gualdrada,—non v'era; corro alla cappella, e già da lontano me l'annunzia la sua voce salmeggiante: entrai per una porticella allato dell'altare, e vidi madonna inginocchiata ai balaustri, intenta a leggere la sua orazione; il debole lume di una sola candeletta la illuminava, e a canto alla candela potei osservare una disciplina: al cigolio che fece la porta volgendosi su gli arpioni, al rumore dei miei passi, levò gli occhi, che assuefatti alla luce non poterono scorgere nella oscurità; io camminava lentamente senza proferire parola sporgendo il braccio con la testa del Benincasa: madonna a proporzione che mi avvicinava alla luce vide un oggetto indistinto,—una testa di uomo sospesa per l'aria.—Il volto del Benincasa!—allora esclamai:—il segno fu portato, il ponte fu abbassato.—Ben fu abbassato,—rispose la dama, e chiuse tranquillamente il libro, prese la candela, e fattala innanzi ai miei occhi si pose fissa fissa a guardarmi. Poichè si fu accertata ch'era il suo nepote, divenne a un tratto vermiglia, di lì a poco bianca; fece prova di sostenersi al balaustro, ma le forze le mancarono, e priva di conoscenza cadde nelle mie braccia.—Da quel giorno tutti mi hanno dichiarata la guerra, ed io assai lietamente mi difendo da tutti. La savia dama morì, e m'istituiva suo erede: ella teneva Radicofani dalla Chiesa, io non lo tengo da alcuno, e non corrispondo vassallaggio, nè omaggio;—che vengano a cacciarmi, se valgono. I Conti di Santa Fiora più di una volta hanno avuto le tempie rotte, i castelli arsi, i poderi guasti: alla fine, lasciata la campagna, si ripararono nelle mura di Siena, io ve gli ho chiusi in confino; se osassero romperlo, pena—la morte. Le mie imprese non sono da raccontarsi;—figuratevi che, cosa può fare un povero masnadiero! se però non furono illustri, non furono nè anco crudeli. Il bene mi è conteso, la gloria vietata; ciò che mi si concede sperare è di essere meno aborrito. Ora poi mi ha preso vaghezza di accostarmi al Regno, perchè amo Manfredi; e quantunque ei non lo sappia, ha in me un amico che lo sosterrà finchè l'anima gli basti.»

«Santa Maria! Voi amate Manfredi?»

«E perchè non dovrei amarlo? non sono i suoi costumi quali la stessa invidia non potrebbe emendare?»

«Male accorto che siete! egli è il più tristo che illumini il sole: uccisore del suo fratello, mortale nemico mio.» E in questo punto Rogiero gli narrò le cose avvenute, quelle che disegnava operare, e alla fine delle sue parole interrogò: «Che parvene? è egli uomo da amarsi costui?»

«Voi avete ragione di odiarlo, se le cose esposte sono ben vere. Io italiano vedo in Manfredi un mio fratello valoroso, e sapiente, che ama la Italia, e vuol farla grande; però non posso, nè devo odiarlo: quando anche non fosse tale, ma straniero avaro e rapace, ben io vorrei dare mano a cacciarlo con le nostre proprie armi, non già con le altrui: ci viene da tempi assai remoti la favola del cane, che carico di vespe stavasi immobile senza batter palpebra, perchè, come egli disse a cui lo interrogò, quelle ormai si trovassero sazie di sangue, nè gli dessero più fastidio, mentre se si fosse mosso sarebbero sopraggiunte altre assetate a suggere ciò che vi lasciavano le prime.»

«Dovrei dunque rinunziare alla mia vendetta, perchè i suoi interessi stanno uniti a quelli d'Italia? Intanto mora egli, all'armi straniere provvedemmo.»

«Distruggere gli stranieri non riesce così agevole come chiamarli; e voi con incerta speranza apportate al vostro paese danno certissimo.»

«Disperisi l'anima di mio padre! Lo avreste voi fatto?»

«Cavaliere, io non vo' dirmi più buono nè più tristo; non so quello che nel caso vostro avrei operato; ringrazio la ventura, che vendicandomi non ho nociuto che a pochi uomini.»

«Questa vostra risposta si rassomiglia alla spinta data al naufrago che cerca la riva.»

«Ma!» rispose Ghino celando la faccia «potrei darvi l'anima, non il consiglio.»

«Voi mi aborrite?»

«Io vi compiango. In ogni caso rammentatevi, ch'io vado lieto di dovervi la vita.»

Allora si levò, e andarono a riposare. Alla mattina Rogiero, tolto commiato dal suo ospite, che assai doloroso lo vide partire, proseguiva la via.

CAPITOLO DECIMOQUINTO.

LA FINE DEL TRADITORE.

                Avea l'aurora già vermiglia e rancia
                Scolorite le stelle, allor che lunge
                Scoprimmo, e non ben chiari, i monti in prima,
                Poscia i liti d'Italia. Italia! Acate
                Gridò primieramente; Italia, Italia,
                Da ciascun legno rintonando allegri,
                Tutti la salutammo.
                                          ENEIDE.

Ecco le Alpi.—Quanti sono i secoli che ne incoronano la cima?—Il tempo li confonde nei suoi misteri.—Di quelli che i popoli conoscono, alcuni appaiono luminosi quanto la gemma sul diadema del potente,—altri foschi di luce sanguigna, come l'ultimo raggio del sole che muore,—altri tenebrosi di terribile oscurità.—Da quelle rupi abbrustolate dal fulmine l'Aquila romana guardò le nazioni della terra, e spiccando il volo al corso fatale precorse con lo spavento di provincia in provincia, di parte di mondo in parte di mondo, la vittoria delle legioni immortali.—Gli alti destini di Annibale le apportarono la dolorosa conoscenza, che poteva essere vinta; pure, finchè le virtù patrie le composero il nido, stette coll'Alpi terrore dei popoli.—Quando consumato dagli anni e dai vizii l'Impero dei Cesari giacque sotto il peso della propria grandezza, abbandonò l'Aquila superba quel cadavere di gloria, lasciando allo stormo dei corvi settentrionali cibarsi di morte reliquie.—Venne Carlo Magno, ma l'Aquila era fuggita, il nido freddo, ed ei lo disperse.—Il genio di un fiero Capitano erra fremendo per quegli spaventosi dirupi. Sciagurato! a lui avevano concesso le sorti del mondo rilevare l'antica virtù di Roma, a lui fare manifesto, che gli eroi trapassati potevano ancora oggidì, non che imitarsi, superarsi in Italia: l'Aquila posava nel suo pugno sicura quanto su l'asta di Cesare:—chi mai glielo avrebbe voluto contendere, o volendo chi glielo avrebbe potuto? non vinse un tempo uomini, e cielo?—E sì che italiane furono le voci che gl'insegnarono le prime parole di amore, italiano l'aere che bevve in prima, italiano il sole che riscaldava le sue membra infantili!—pure nol fece; forse ha pagato in vita amara la pena di questa colpa, ma non è convenevole espiazione.—Allorchè le nostre istorie suoneranno nelle future generazioni, come il mormorio della cascata lontana, e le imprese parranno simili alle tracce dello spento vulcano, e le favelle oggetto di faticosa ricerca pe' sapienti, certo il suo nome starà sempre grande quanto il vertice del San Bernardo da lui superato, che sollevandosi portentoso si smarrisce nel profondo delle nuvole dell'orizzonte; ma la fama di questo errore, o delitto, vivrà eternamente congiunta al suo nome, perchè egli non è tale che per tempo possa essere obliato, nè per pentimento rimosso.—Ora le sue virtù, i suoi vizii, le sue ossa dormono nella tomba;¹—non aggraviamo la mano sul Grande, che giacque;—ma noi non possiamo finire i nostri pensieri su lui se non che sospirando: ahimè! potevi essere un Dio, e volesti rassomigliare a un flagello.—Chi potrà reggersi sopra la spada dopo di te?

¹ Didymi Clerici prophetæ minimi vitia, virtutes, ossa, hic tandem conquiescere coepere. (Epitaffio di Ugo Foscolo)

Che volle fare la Natura, quando con lo orrore delle nevi, le rovine della valanga, la bufera dell'uragano, lo spavento della solitudine, i dirupi, i torrenti, ci ricinse delle Alpi? Pensava ella che fossero sufficiente schermo alla rabbia degli uomini? Non era meglio stillare nel cuore loro un pensiero di pace? Avrebbe la perversità della creta superato la previdenza della Natura? Quelle nevi, quelle rupi furono vinte da tali, che nulla curando abbandonare le care consorti e i parenti, sgorgarono rabbiosi su queste nostre contrade simili a fiumi di lava infuocata:—qui oppressero,—qui si strapparono dalle mani sanguinose la preda,—qui caddero; ora bagna la pioggia, ed agita il vento le loro ossa insepolte, senza onore di fama, senza compianto. Miseri ingannati, che giubbilando accorreste sotto lo stendardo del feroce, che vi chiamò con la gloria perchè vi avrebbe allontanato il disprezzo, venite, e vedete qual sia gloria la vostra. Servi vergognosi di un solo, traditi in vita, come derisi in morte, cadeste vittime innanzi l'idolo della spada che avete adorato.—Essi ci oppressero, essi mangiarono tra noi il pane dell'empio, bevvero il vino del violento;¹ adesso sono morti, esecriamoli…. no…. le antiche ingiurie furono vendicate. Angoscia amaro il riso dello scherno sul labbro del vincitore? Assai lungamente i nostri padri fecero gustarlo altrui, ora gustiamolo noi;—il tempo viene implacabile e giusto riparatore dei torti:—assai lungamente durammo scellerati; se avessimo continuato ad essere forti, lo saremmo tuttora; ci mancò l'anima e la forza, altri ha prevalso;—che giova il lamento? In nome di Dio, non mormoriamo di nessuno, o mormoriamo di noi, che primi ad offendere ci addormentammo sicuri sul letto della ingiuria: l'offesa non dormiva però, che passava le notti a vigilare con la vendetta, e il sonno fuggiva fremendo da quelle inesorate:—al nostro svegliarci, le catene ci suonarono da tutte le membra:—onta al male, accorto che dormì sul pericolo!—Che giova mostrare il lembo lacerato? Ogni uomo ti beffa, nessuno ti aiuta. Anche la oppressione ha la sua grandezza; sta il rispetto co' vinti, come la paura co' vincitori; solleva la testa, cammina sicuro: così, se vivi senza onore, morrai senza infamia, e sarai degno che l'Eterno trami nell'arcano dei secoli ai tuoi tardi nepoti un nuovo manto di gloria.

¹ Comedunt panem iniquitatis, et vimini impietatis bibunt. (Prov., 4.)

Sul declivio delle Alpi dal lato di Francia ascende con infinito anelito una gente desiderosa di pervenire alla cima. I sentieri rotti e precipitosi, il pericolo dei passi, l'angustia dei luoghi non permettendo conservare gli ordini, l'esercito di Carlo cammina sbandato a drappelletti di venti o più persone, intente a procacciare piuttosto la propria, che la comune salvezza. Guido da Monforte Luogotenente generale, Roberto Conte di Fiandra, il Conte di Vandamme, Piero di Bilmont, il Contestabile Giles Lebrun, Mirapoix il Maliscalco, Guglielmo lo Stendardo, ed altri capitani, abbandonate le insegne, circondano la lettiga della Contessa Beatrice, trasportata da due robusti montanari, i quali di tanto in tanto rifiniti dalla fatica la trasmettono a portare ad altri che prestamente subentrano. L'aria soffia gelata, alpestre si dirompe la via; ogni passo che mutano segna una goccia di sudore che la stanchezza distilla dalla loro fronte; spesso si fermano sollevando gli sguardi per vedere quando giunga al termine il monte; ma questo, celando il superbo comignolo tra i nugoloni grigi che quivi dimorano, come in seggio di gloria, accenna essere insuperabile a passo mortale, e ridersi della umana impotenza. Una volta gridarono; ma il grido risuonò così salvatico per quelle frane scoscese, tanto spaventoso uscì l'eco da quei luoghi sconosciuti e terribili che non osarono ripeterlo; gli uccelli di rapina fuggirono schiamazzando dai nidi, i lupi si riunirono a torme, e visto il branco più numeroso, e più feroce di loro, si nascosero prestamente giù per le macchie della bruna vallata. Superarono rocce, valicarono torrenti, sgombrarono nevi, alberi, sassi, e quanto altro si parava loro dinanzi, con rara costanza di audacia: pure di ora in ora tu vedevi un uomo ansante, traendo a mala pena il respiro, gittarsi come sgomento sul terreno, e lasciare che i compagni lo precedessero, e finchè gli occhi potevano seguitarli si allontanassero; quando poi venivano a smarrirsi per le giravolte del monte, e il suo orecchio non udiva più voce di anima vivente, e il suo sguardo spaziava per lo spavento di quelle solitudini, balzare in piedi tutto tremante, e come meglio poteva correndo raggiungerli: in altro luogo un cavallo sdrucciolando sul ciglione del dirupo strascina seco il cavaliere, che intento a studiare il passo lo conduceva per le redini avvolte intorno al suo braccio; mal sapendo come salvarsi, si appiglia al più vicino, il quale a sua posta aggrappa un altro, e questi un altro ancora,—così tutti insieme in un fascio precipitano giù nel profondo;—uno strillo acutissimo si fa sentire, poi séguita il silenzio mortale, perchè il luogo ove percuotendo si rompono giace oltre l'udito dell'uomo.—Soldati di ferro tutelati dal genio di un feroce Capitano con molto maggiore pericolo in tempi più recenti trapassarono il San Bernardo, e lo Spluga; invano impedirono loro il cammino le artiglierie, e gl'ingombri che le moderne guerre richiedono; invano l'uracano dell'Alpi, le nevi smosse, lo impeto degli elementi scatenati; vinsero, e lasciarono esempio di tale impresa, che, finchè l'uomo sarà composto di carne, non potrà superare giammai, onde il buono istorico¹ ebbe a dire, questi essere fatti piuttosto da giganti, che da uomini: ma se la bufera e le artiglierie non impacciarono l'esercito del Conte di Provenza, medesime però furono le nevi pericolose, le vie sdrucciolevoli, le roccie, i precipizii, gli scogli; ora, come allora, più d'un soldato tenacemente stretto al compagno ebbe vaghezza di affacciarsi a contemplare l'inferno della rovina, e tanta fu la paura che gli percosse lo spirito, che prestamente ritirandosi si fece il segno della croce, e si raccomandò a Dio; ora, come allora, più di uno volgendosi alle case paterne sentì suscitarsi nell'anima il pensiero dei figli diletti, e sospirò, maledicendo l'ambizione dell'uomo che mena la gente da una terra perchè si finisca in un'altra.—Procedevano tristamente in silenzio, guardandosi sospettosi d'attorno per potersi scansare a tempo, se mai a qualche male accorto fosse avvenuto cadere;—erano i loro pensieri salvatici, spietati, siccome vuole la Natura, allorchè l'uomo è costretto dalla prepotente necessità di pensare a sè solo.—Ora camminando giungono in parte dove la montagna tagliata a perpendicolo non offre adito a cui va senza l'ale; i precedenti incalzati dai susseguenti vi danno dentro in molto sconcia maniera; indarno sospinti, partecipano di mano in mano ai più remoti quella involontaria immobilità.—«Non v'erano sepolcri² in Francia, che ci hanno condotto a morire su le aperte montagne? Dove è il Conte di Monforte? venga il Conte, e ci riconduca a casa,»—urlava la plebe imperversata.—«Ritorniamo,» gridò il Conte cruccioso, «poichè questo è il piacere vostro, ritorniamo: già da tre giorni camminavamo questa via, oggimai eravamo presso al termine, dove i nostri amici di Monferrato ci hanno apprestato luoghi da riposare, cibo da ristorarci: le vettovaglie che ci rimangono, serviranno mala pena pel giorno futuro; moriremo per istrada di fame e di freddo;—che cosa importa? ritorniamo. Forse adesso Monsignor Carlo tra gli applausi di Roma ci attende, ci attende il Pontefice santissimo, gl'Italiani ci attendono; ma sia per noi la speranza loro tradita, sia per noi manifesta alla gente la nostra viltà: già i nostri padri condotti da Carlo Magno queste Alpi stesse, fortificate dagli uomini, difese da una intera nazione, superarono;—felice lui, che i cieli chiamavano a condurre i valorosi! noi, figli degeneri, fuggiamole senza che alcuno ce le contenda; torniamo in Francia tra i nostri fratelli che tanti pericoli con inudita costanza vincevano in Palestina, ed una palma di splendidissima gloria conseguivano; le insegne dalle nostre dame donateci, onorate di così illustri imprese, a restituire torniamo. Non io vi tornerò per certo, chè temerei ogni uomo che m'incontrasse per via, al suo compagno mi additasse, e gli dicesse:—Questi è quel forte, che non seppe salire sul monte.—Imitiamo così il nostro virtuoso Signore, che con venti galere si mise in mare alla ventura d'incontrare le ottanta dell'eretico Manfredi; così la data fede gli conserviamo. Ben è questa la via che conduce alla immortalità, questo il modo pel quale acquisteremo le sacrosante indulgenze, che con tanta larghezza ci ha compartito il Pontefice, lo scioglimento questo del voto che faceste alla presenza dei suoi Legati, allorquando prendeste la croce:—pensate, voi adesso trovarvi in faccia degli uomini, e di Dio. Il nostro nome sta per diventare eterno, chè l'infamia si prenderà cura di conservarlo come esempio di vergogna;—il giglio d'oro è macchiato, l'onore perduto; io qui spezzo la spada, e giuro su la fede di Cavaliere di non portare più l'armi:—andiamo incontro all'onta e alla disperazione, da che gloria e salvezza aborrite.»—Queste cose disse il Monforte, ed altre molte ne aggiunse, parte delle quali come vane non ascoltarono, parte andarono perdute tra il rumore del vento, e della moltitudine. Ora stavano sul punto di volgere le spalle, allorquando la Contessa Beatrice, donna di gran cuore, levatasi su la lettiga ordinò che i montanari salissero in piedi su le selle dei cavalli, e quanto più potevano la sollevassero. In questa maniera giunse sul masso, che forse otto braccia era alto, e là, como da un trono, toltasi il velo di testa si dette a sventolarlo in atto di gioia.—«Viva la Contessa! Viva la dama!» urlò la plebe fuori di sè per la contentezza;—«Viva la Contessa Beatrice!»—e accorse con impeto maraviglioso a far prova di seguitarla. Il più forte afferrando alle spalle il meno forte gli montava addosso, e aiutandosi con le mani e co' piedi saliva; molti sdrucciolavano, e non trovando luogo a posarsi si vedevano rotolare su le teste dei compagni fittamente affollati; i saliti, mano, cintura, lancia, o che altro, a cui veniva dietro offerivano, e così dopo lunga ora circa a dugento pervennero a salire quel greppo: ma egli era un frastornío, una confusione, una furia da non potersi immaginare maggiore. Quelli che si erano posti sotto a uno in pochi momenti furono oppressi da cento; sentendosi condotti a mal termine tentavano liberarsi, nè potevano; inferociti dalla resistenza, cominciarono a menare le mani; vedendo che non giovavano, il ferro; i più vicini volevano bene scansarsi, e le percosse, e le battiture contro quelli che spingevano erano infinite: nondimeno, urtati da chi non vedeva quel caso, gli traboccavano addosso, i sorvegnenti a posta loro cadevano su i caduti, e così tutti in un monte sossopra; molti, chi col naso, quale con la testa rotta, si rilevarono; molti anche non si rilevarono, che giacquero in terra cadaveri. Il Conte Guido considerando come da quella maniera di salire ne derivava più male che bene, cominciò a urlare che si rimanessero, ma non faceva frutto; onde comandò ai Cavalieri che lo circondavano andassero a ributtare con la spada la plebe impazzita. Così con la morte e le piaghe di parecchi giunsero ad ottenere un poco di quiete. Allora, fatte ragunare pietre e terra sotto il masso, animando con la voce e con l'esempio, ebbe in quattro ore fabbricato un sentiero, pel quale, come che malagevolmente, passarono cavalli, cavalieri, cariaggi, carrette, e quanto altro si recavano dietro. Allorchè venne la notte, la paura che fino a quel punto gli aveva divisi, gli restrinse insieme, e dimorarono immobili là dove erano stati sopraggiunti. Sebbene il luogo che presentemente occupavano non avesse pericolo, nondimeno tanta era nella immaginativa loro l'idea di rovine e di precipizii, che mai osarono nella tenebra, non che muovere passo, mutare di lato. Sorse il mattino: non profumo di piante, non canto di uccelli, lo salutarono per quell'erme balze; e pure le cime delle Alpi tinte di un vivace colore rancio, che si disegnavano per l'orizzonte azzurro, oggi affatto sgombro di nuvole, erano una cosa maestosa e al punto stesso leggiadra. Coll'anelito dell'anima vicina a conseguire l'oggetto desiderato, i Francesi si pongono in cammino: da prima essi mutarono i passi lenti, come quelli che erano assiderati dal freddo; ma indi a poco il moto scaldando le membra gli rese più destri a salire. Bello era a vedersi il brulichío di quella gente che si affrettava, i lampi che mandavano gli elmi, le aste, le armature dei cavalieri, le insegne abbandonate al vento, le vesti preziose; più bello a sentirsi le trombe di tanto in tanto squillanti, le liete canzoni di guerra, le voci di gioia; pareva assemblea di Cavalieri per celebrare qualche giorno solenne, pareva festa più facile ad immaginarsi che a descriversi: giungono al vertice; l'occhio scintillante pel cupido pensiero dell'acquisto precipita per le sottoposte campagne, e per quanto gli è concesso si spazia nel lontano emisfero. A vero dire, da quella parte non si scorge che un'alba d'Italia; ma tanti angustiavano ancora nella memoria gli orrori che avevano trascorsi, tante le speranze e le immagini lampeggiavano nella fantasia, suscitate dagli altrui raccontamenti, che parve loro di contemplare il Paradiso terrestre, quale l'Eterno aveva posto per la creatura senza peccato; onde sollevando le braccia al cielo gridarono—«Italia!—Italia!»—Questo grido si propaga giù per la valle, i più discosti ripetono—«Italia!»—Adesso sì ch'era un affrettarsi, un affaccendarsi davvero; la voce dei capitani non si ascoltava, le percosse non si curavano; urtando, spingendo, adoperandovi mani e piedi, gareggiavano a cui prima giungeva. Veramente la scesa non compariva meno affannosa della salita; ma chi, potendosi deliziare nella vista di cose leggiadre, vorrebbe attristarsi nella contemplazione delle increscevoli? Vedevano campi fiorenti, prati benedetti dal cielo; quella era la meta del cammino, della via che vi conduceva non si curavano: là speravano cibo e riposo pel bisogno presente; là terre, ricchezze, e quanto altro può rendere lieta la vita; ormai se ne facevano signori; avevano superato la Natura, degli uomini non si davano pensiero. Sciagurati! là avrebbero trovato la tomba, se il destino ne avesse commessa la difesa ad uomini—o più valorosi,—o più concordi,—o meno infami.

¹ Botta, Storia d'Italia, c. 20.

² Forsitan non erant sepulchra in Ægipto, ideo tulisti nos ut moreremur in solitudine? (Exod., 15.)

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Siccome andiamo convinti, che nessuno leggerà queste nostre carte, buone o triste che sieno, per imparare un trattato di geografia, così lo confortiamo a non maravigliarsi, se con súbito salto trasportiamo Rogiero da una foresta della Terra di Lavoro alla Mirandola, castello un tempo fortissimo di Romagna, il che forma bene parecchie centinaia di miglia. La cagione per la quale s'era recato costà, fu, che quinci poteva andarsene in poco tempo a Parma, dove predicava la fama dovesse passare l'esercito di Carlo. Il nostro eroe, in proporzione che si avvicinava, sentiva una repugnanza, un affanno di farsi oltre, per modo che ogni giorno più rallentasse il cammino. Quella voce di traditore sovente gli suonava all'orecchio, come urlo di spavento; le parole di Ghino ancora lo turbavano fortemente; pensava tra sè:—con alto proponimento di superare i pericoli della terra e del cielo, di vendicare il genitore, di riacquistare quello che per nera perfidia mi venne tolto, mi sono messo da lungi a sostenere fatiche, sotto le quali la più parte degli uomini avrebbe piegato; stimava conseguire grandezza, e la mia speranza mi si rivolse non pure in vanità, ma in infamia.—Ecco l'angoscia dell'anima condannata a sentire grandemente, e non trovare negli oggetti esterni che imbecillità, o delitto! Ghino, al quale aveva salvato la vita, e che per la sua condizione doveva necessariamente seguitare precetti poco scrupolosi di onesto, lo aveva compianto; che cosa avrebbero fatto coloro che non gli andavano in nulla obbligati, e che facevano professione di amare la patria, e praticare gli ammaestramenti dell'onesto? Un insopportabile peso gli gravava sul cuore. Così cento volte sellando il cavallo, ed altrettante riponendolo in istalla, si trattenne due giorni alla Mirandola. Chiuso nella sua camera, con la fronte appoggiata alle ginocchia, si lamentava del suo fiero destino; e poichè quando se ne ha bisogno, buoni o cattivi, tutti ci raccomandiamo a Dio, sovente implorava il Cielo, che di consiglio lo sovvenisse. Nella seconda notte della sua fermata, mentre volgendosi ora da questo, ora da quel lato, indolito, invano si affaticava a chiamare il sonno sopra le palpebre, ecco un rumore di qualche cosa, che debolmente si rimuove, si fa sentire per la stanza. Rogiero si pone in ascolto temendo d'ingannarsi; accôrtosi che non era giuoco della sua fantasia, con voce sicura domanda: «Chi è?»

Rispondevasi in un suono fioco, quasi spento, come se si dipartisse da cosa senza corpo: «Rammentatevi di vostro padre.»

«Chi sei che conosci il mio segreto?» gridò Rogiero, balzando a sedere sul letto: «Vieni, angiolo, o demonio, sarai il bene accetto; dammi un consiglio, sia pure di perdizione, o di salute; dammi un consiglio; l'anima mia non può consigliare sè stessa.»

Nessuna risposta, nessuno altro rumore. Rogiero si abbandonò sul letto, e la serie dei fatti trascorsi gli si schierò davanti la mente, come una scena terribile: quando sul finire della notte un sopore gli chiuse gli occhi aggravati, i suoi sogni furono quali un Cristiano può avere sul guanciale della vendetta.

La mattina levatosi pallido, disfatto, con gli occhi spaventati, scese per pagare l'albergatore: appena ebbe posto il piede nella stanza, che su la porta di strada comparve un uomo avvolto nel mantello, al quale l'albergatore prestamente indirizzò la parola dicendo: «Che Dio vi dia buon giorno, Maestro Lippo; a quel che me ne pare, voi avete corso tutta la notte; che nuove ci portate d'insù?»

«I Ghibellini si partono dal contado di Parma con le trombe nel sacco, perchè l'esercito del Conte ha preso altra strada: dicono che si avanzi pel Milanese, portato da quel pendente da forca di Napoleone della Torre; ma o di qua, o di là, stanno seminati triboli pel suo cammino.»

«O chi c'è egli che gli contrasti su quel di Milano? non sono
Ghibellini in que' paesi?»

«E' ce ne ha dei bianchi e dei neri, mio bel Giacomino, perchè tutto ad un modo il mondo non potrebbe andare: pure il Marchese Pelavicino, che è consorte di Manfredi, sta sul contado di Pavia; Buoso da Duera su quel di Cremona, e Mastino della Scala su quel di Verona; sì che pensate se il lasceranno passare senza pedaggio! Tal sia di loro. Che abbiamo, Giacomino, per fare un po' di colezione da poveri Ghibellini?»

Rogiero, soddisfatto l'albergatore, premuroso di andare, quanto il giorno innanzi di rimanere, pose la sella al cavallo, e si allontanò dalla Mirandola. Seppe per via che i Francesi, invece di fare la strada di Asti a Parma, ch'era la retta, si avanzavano per la parte di Cremona, onde impaziente di affrettarsi prese a cavalcare verso le sponde del Po. Giunto a Luzara, sebbene il sole fosse alto, e la barca pronta per traghettare il fiume, lo sorprese la medesima esitanza che lo aveva fermato alla Mirandola; la immagine del padre erasi indebolita, e quel dubbio d'imprendere cosa abbominevole, e quella parola di traditore, tornavano a scompigliargli l'anima. Nel silenzio della notte, sul letto solitario, cercò invano di trovare cosa che lo acquietasse, e gli pareva di camminare tentoni in luogo tenebroso, pel quale più si avvolgeva, più si smarriva. La mattina quando si risvegliò, si avvide di avere una carta nella mano destra; onde maravigliato del caso si accosta alla finestra, e al barlume del crepuscolo legge:—Rammentatevi di vostro padre.

Questa rimembranza partoriva nel suo spirito un effetto simile a quello di strappare dalla ferita il panno che il sangue vi abbia sopra attaccato; la passione vinceva su la ragione, e più feroce che mai tornava su l'antico proponimento. Passava il Po, giungeva a Casal Maggiore, a Rovara, nè rallentando la corsa si avvicinava a Cremona. Era presso ad arrivare, il termine della via appariva vicino, e pure avrebbe voluto che si fosse allontanato; ne domandava spesso a cui gli occorreva, e coloro che gli dicevano esser più poco lo spazio a percorrere lasciava insalutati, e nel suo cuore bestemmiava; quelli che gli affermavano rimanere ancora gran tratto, con viso giocondo raccomandava a Dio. Così dubbioso di andare, e di tornare, e tuttavia strascinato oltre dalla fatalità, pervenne un giorno avanti l'ora di vespro tra San Daniele e Cicognolo, borghi non molto discosti da Cremona: assorto nei suoi pensieri, lasciava la cura al cavallo di fare la via; allo improvviso, mentre alza la faccia per considerare le belle case che gli si presentavano traverso le frasche degli alberi, si vede circondato da una masnada di venti e più cavalieri, il condottiero dei quali gli comandava seguirlo.

«Io vo' che sappiate,» gridò Rogiero traendo la spada, perchè l'asta non poteva giovargli avendo i cavalieri troppo d'appresso, «io vo' che sappiate, nessuno potermi traviare dal mio cammino senza che adopri la forza, e sangue gli costi.»

«Cavaliere,» rispose il capitano «a Dio non piaccia che noi vi usiamo violenza; il nostro signore Buoso da Duera ci ha mandato incontro a voi, perchè vi scortassimo al luogo dove adesso si trova: piacciavi pertanto seguitarci, che noi non vogliamo far cosa che possa riuscirvi molesta.»

«E come il vostro signore ha avuto notizia dell'esser mio?»

«Questo potrete sapere da lui: non siete voi un Cavaliere napoletano? non avete lettere da consegnargli?»

«Certamente le ho.»

«Dunque venite, chè siete desiderato.»

Rogiero sebbene avesse per que' tempi una maniera di sentire particolare, nondimeno per la propria sua indole, e per le avventure che gli erano accadute, andava persuaso dovere esistere un destino che regolava tutte le sue operazioni, al quale poteva bene per qualche tempo contrastare, ma che in fine, o a buon grado o a mal grado, bisognava seguire. Convinto di questa opinione, si lasciò condurre senza resistenza da quei cavalieri; i quali cavalcando a bell'agio per non infastidirlo lo menarono a notte avanzata ad un castello, che, per quello si poteva vedere così al buio, sembrava fortissimo. Intorno al castello erano tese assai tende, e da queste usciva grande moltitudine di soldati dirigendosi a un punto determinato; una campanella martellava senza posa per riunirli, e a non molta distanza si udivano chiamare le insegne, assegnare i posti, e dare alcuni avvertimenti. Prevenuti alla porta, una sentinella, che con l'alabarda in ispalla vi passeggiava traverso, fermandosi repentinamente domandò: «Chi viva?»

«Vivano i Ghibellini!» rispose il capitano.

«Appressatevi pel segno.»

Il capitano si avanza, gli sussurra una parola all'orecchio, poi si volge alla masnada dicendo: «Fatevi oltre.»

Trapassando per una volta lunghissima, riuscirono in un antico cortile: qui, sotto i colonnati si vedevano molti Cavalieri sollazzarsi quali a giuocare a tavole, o zara, quali beversi dei grandi bicchieri di vino, e favellare e gestire in atto feroce; là tre o quattro si provavano ad accordarsi per cantare una canzone, ma alle prime parole alcuno tra loro non andava a dovere, ed essi da capo; qua diversi chiudevano gli occhi, e a poco a poco lasciavano cadersi la testa sul petto,—riscossi ad un tratto la rialzavano per lasciarla nuovamente cadere; tali altri, vinti affatto dal sonno, incrocicchiate le braccia su le tavole, nascondevano la faccia sopra di quelle, e russavano in modo che ben di lontano se ne sentiva il fragore; altri altra cosa, chè a dirle tutte verrebbero meno i moccoli; in somma quei volti mezzo illuminati da luce rossastra, quei gesti, quei sembianti minacciosi e diversi, avrebbero fornito materia al Fiammingo di pittura maravigliosa.

Appena il capitano fu veduto da quella gente, che s'intese per tutte le parti uno schiamazzo di voci confuse che dicevano: «Buona sera,—bene arrivato;—avete fatto caccia, Messere?—Lo hai tu preso il tuo uomo?—Piero, raccontateci.—Vieni qua, che ti cedo il posto.—Piero, sareste il quarto, senza voi non si comincia partita.—To', Piero, bevi un bicchiere di vino, chè ne avrai ben bisogno.»

«Grazie Malatolta, grazie Prendiparte, grazie, grazie, Messeri; or sono da voi,» gridava il condottiero del nostro eroe, distinguendo sul principio ognuno pel suo nome e soprannome, e all'ultimo salutando tutti alla rinfusa, quasi per dare una mentita a quel filosofo¹ che affermò, gli oggetti esterni rappresentarsi da prima nella mente umana indistinti, dipoi separati gradatamente, e comporsi così l'esame analitico che si trova agli antipodi del sintetico, con cento altre coserelle graziose che ci hanno incassato qui dentro il cervello nelle scuole, come gemme in anella.

¹ Condillac, Logica, in princ.

Il capitano smontato da cavallo si affrettò con Rogiero, che molto gli raccomandava il suo Allah, alla parte del castello opposta a quella d'onde erano entrati, e come colui che voleva presto esser libero, levati gli occhi, osservò le superiori finestre, e vide lume:—«Ora potrà bene andarvi da sè,» profferì mormorando il Cavaliere; e arrivato su la soglia di una porticella aggiunse: «Bel Cavaliere, Messer Buoso, come ho veduto dal chiarore del lume, è per certo nella sua stanza: voi potete liberamente senza me andare a trovarlo; salite questa scala che vi menerà ad una saletta, dove fanno capo tre corridori; mettetevi pel primo a sinistra, in fondo del quale piegando a destra troverete sei scalini; saliteli, e abbiate cura di non cadere, che il Signore vi aiuti; allora vedrete in una sala grande cinque porte, quella di faccia è la porta della stanza di Messer Buoso;—buona notte.» Appena terminato il discorso, che proferì con portentosa celerità, si allontanò per unirsi ai compagni, che lo accolsero con urli, risa ed altri segni d'intemperante allegrezza.

Rogiero si pone per quella scaletta: ella era formata di mattoni per taglio; il tempo ne aveva logorati gli angoli e la calcina, sì che in quei buchi entrasse più che mezzo il piede; mille volte a pericolo di battervi la faccia sopra, tentoni, aiutandosi più con le mani che co' piedi, pervenne alla stanza dei tre corridori schiarita da un lumicino che pareva spento, come disse con bella vivacità quel Fiorentino bizzarro.¹ Qui giunto, un improvviso tremore lo sopraggiunse, provò di andare innanzi, non poteva; indietro, nè pure; appoggiò al muro la spalla e la testa, quasi fosse convertito in pietra. Nuove dubbiezze, nuove esitanze,—ancora un passo, e tutto irreparabilmente perduto;—la sua intenzione è buona, ma si appoggia sopra opere parte vili, parte infami, tutte scellerate; se non giunge a compirla, chi vorrà credergli che il suo disegno fosse generoso?—nè sempre saranno tenebre come in quel luogo,—nè il tradimento andrà sempre celato. Mentre a queste cose pensando costà si tratteneva, ecco una mano leggermente premergli la testa, e una voce sommessa dirgli all'orecchio: «Rammentatevi di vostro padre.»

  ¹ Al romor del tracollo
      Che rimbombò dal tetto al fondamento,
      Comparve un lumicin che parea spento,
      Sì facea lume a stento.
               SONETTO del Migliorucci, barbiere fiorentino.

«Santa Maria!» esclamò Rogiero; e volgendosi con molta celerità vide, o gli parve vedere, uno spettro che nel corridore opposto a quello in cui stava si allontanasse strisciando sul pavimento. Preso da agonia di conoscere chi fosse, gli si cacciò dietro a tutta corsa; trapassò quel corridore, poi un altro, lo spettro gli fuggiva a poca distanza davanti, e pure non intendeva suono di passi. Quantunque queste circostanze fossero più che bastanti per un'anima di quei tempi, e forse anche dei nostri, a credere soprannaturale cotesta apparizione, Rogiero non si lasciava sbigottire dalla paura; vero è bene che non sapeva come spiegarla, tuttavia si guardava di attribuirla a cause superiori. Lo spettro fuggendo, e Rogiero incalzando, pervennero in parte ove non era lume; così al primo fu concesso sparire a tutto agio: Rogiero brancolando, mentre a malgrado delle tenebre vuole seguitarlo, inciampa e cade traverso di un letto; allora non udendo nè vedendo più nulla, si avvisa ritornare; parendogli di fare il medesimo cammino traversa due o tre stanze, nell'ultima delle quali osserva scaturire un raggio di luce dalle fessure di un uscio; vi s'incammina prestamente, stimando che si partisse dal lume del capo scala; giunge, apre, e si trova entro una sala vastissima; una piccola parte compariva illuminata; l'altra si smarriva dentro profonda oscurità: per quello che si poteva vedere era ornata di belle tappezzerie fiamminghe rappresentanti caccie o fatti d'arme notissimi dei Paladini di Carlo Magno, e dei Cavalieri erranti del Re Artù; a giuste distanze pareva, che, come da un lato, dovessero essere per tutta la sala disposte antiche armature su dell'aste fitte dentro zoccoli di pietra; le finestre trasparenti pei lumi del cortile presentavano istorie tolte dal Testamento Nuovo, figurate con vetri di mille colori. Queste cose che a noi abbisognò una mezza pagina per dire, Rogiero osservava in un volgere di sguardo, nè punto stette a considerarle, perchè a quei tempi erano comuni. La sua attenzione pertanto più particolarmente si fissò su due personaggi che stavano in quella sala. Uno di questi, di vesti e di sembiante non italiano, era un Corriere francese; vestiva giubboncello giallo, fino poco più sopra al ginocchio, stretto alla vita con larga striscia di cuoio nero, dalla quale pendeva il corno, e scaturiva l'impugnatura del pugnale; i calzoni erano della medesima stoffa che la veste, e come essa accostanti alle membra; calzava usatti¹ rossi con certi sproni da sventrare, più tosto che da incitare cavalli; teneva la testa scoperta, i capelli della quale divisi su la fronte cadevano di qua e di là dalle tempie sopra gli orecchi, e a poco a poco diventavano più lunghi, tanto che quelli della nuca coprissero parte delle spalle; la faccia non diceva nulla,—era parete imbiancata. Ben altro compariva il secondo: stava seduto davanti una tavola sopra la quale erano carte, e una spada; teneva la testa appoggiata alla mano, e considerava meditando una lettera che pareva essergli giunta di fresco; il capo aveva calvo con la pelle tirata, se non che su la fronte due o tre rughe profondamente tracciate; la faccia, larga su le gote, dove sono gli ossi che i notomisti chiamano zigomi, terminava smunta, appuntata, con la barba scomposta, ch'era sconcezza a vedersi; pel rimanente della persona, meno le manopole, compariva armato: questi, poichè lunga ora ebbe letto e meditato il foglio, esclamò: «Ottomila fiorini d'oro!—vendo anche l'anima.»