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La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII cover

La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Chapter 20: CAPITOLO DECIMOSESTO.
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About This Book

The narrative reconstructs political and military events of thirteenth-century Italy surrounding the decisive confrontation at Benevento, tracing campaigns, ambitions, and the aftermath that reshaped regional power. It combines battlefield description and political manoeuvring with authorial commentary, dedications, and personal reflections born of imprisonment and contemporary testimony. Episodes probe leadership, popular reaction, and the human cost of conflict while alternating dramatic scene-setting with historical explanation and moral reflection. Rhetorical addresses and intimate remembrance are interwoven to place the battle within broader national and private concerns of the period.

¹ Usatto, calzare di cuoio usato propriamente per cavalcare.

Dopo questa infame empietà levò la faccia e gli occhi.—Quali occhi! incavernati, scintillanti, come quelli della volpe che ha ghermita la preda;—e vide Rogiero.

«Chi siete? Chi vi ha condotto? Come avete penetrato nella mia camera?»

«Messere, io sono stato qui tratto per ordine di un tale Buoso da
Duera.»

«Per ordine mio dunque:—ma perchè non siete passato per la porta principale, e scaturite così all'improvviso da camera segreta?»

«Che volete ch'io sappia di tutto questo, Messere? mi hanno lasciato senza scorta, ed io in questo luogo nuovo mi trovo qui, perchè non mi trovo altrove.»

«Qualcuno ha trasgredito i miei ordini.—Sareste per avventura quel
Cavaliere napolitano….?»

«Sono;—la vostra gente mi ha fermato sul cammino, costringendomi….»

«Bisognava pure ch'io vi forzassi, viva Dio! perchè voi avete lettere per me, che probabilmente non mi avreste recate giammai.»

«E chi vi ha detto. Messere?….»

«Chi lo ha detto poteva ben dirlo senza tema di mentire.—Chiamavasi Piero il capitano che vi ha condotto?»

«Sì, Piero.»

«Ed è rimasto?…»

«S'io non m'inganno, giù nel cortile a giuocare, e a bere co' compagni.»

«Deve esser punito; per le grandi colpe serve il libro della mente, per le piccole bisogna prenderne nota, onde non obliarle;—una vendetta perduta è un invito allo oltraggio.» E qui Buoso trasse di seno alcune tavolette, sopra una delle quali scrisse:—Capitano Piero mi deve la pena di aver rotto il mio comandamento;—e riponendole soggiunse: «Avanti che il mese finisca, in modo aperto o segreto la pagherà.—Messere Cavaliere, vorrestemi porgere le lettere che avete per me?»

«Eccole.»

«Cavaliere,» disse Buoso, poichè l'ebbe lette, «io sento per queste come gran numero di Baroni napolitani, infastiditi della tirannide di Manfredi, vi hanno spedito con loro credenziali per profferire omaggio al Conte di Provenza; già a Dio non piaccia che per me sia posto impedimento ai giusti desiderii di quei valenti signori; domani potrete seguire il vostro cammino verso l'esercito francese, che troverete non lungi di qua attendato alla campagna. Devo avvertirvi però che il Conte non accompagna l'esercito, ma troverete in sua vece la Contessa Beatrice, o il Luogotenente Guido da Monforte.»

«Vi chiedo perdono, Messer Buoso, ma in cortesia vorreste rispondere ad una mia domanda?»

«Dite.»

«Non siete voi Ghibellino?»

«Che vuol dire Guelfo, che Ghibellino? Io sono per me; del nome non mi curo più che del colore della veste; in qualunque sembiante procaccio mia ventura.»

«Ma voi fin qui non combatteste per la fazione ghibellina,
Messere?»

«Io vi ripeto che ho combattuto sempre per me: vero è però che l'anno scorso sovvenni del mio aiuto il Conte Giordano, che giunse per Manfredi qua in Lombardia con cinquecento lance; quello che n'ebbi in guiderdone furono parole; ora cortesi, ora anche minacciose: ad ogni uomo è lecito errare una volta in sua vita, e felice chi può vantarsi di avere errato una volta sola; ora mi sento stanco di pascermi di promesse,—e poi l'età comincia a farsi troppa, e bisogna pure pensare alla buona morte; nè se altri si cura, mi curo ben io del perdono della Santa Chiesa, che troppo mi preme trovarmi sciolto dalla scomunica, perchè possano, quando che a Dio piaccia di chiamarmi a sè, seppellirmi in sacrato.»

«Messere, di grazia, se la richiesta non vi riesce importuna, il cuore non vi dice nulla?»

«Da qual parte abbiamo posto il cuore? Io per me l'ho dimenticato. La testa fa tutto, calcola tutto; il cuore c'è per di più: vuolsi freddezza di calcolo per ben condurci nel mondo; col cuore si fanno canzoni da innamorati, non ottimi disegni per trapassare la vita.»

«Ma Italia?»

«Italia è qui,» rispose Buoso toccandosi la fronte: «ho udito raccontare di tempi nei quali era altrove, ma io non li vidi, nè credo, che sieno stati; nondimeno, se possono essere, mentre si aspettano, ogni uomo si ponga la mano alla fronte, e dica: Italia è qui.»

«La fama?».

«Oh la fama! è l'ombra del buon successo: procura mantenerti felice, e gli uomini procureranno di chiamarti glorioso.»

«Pure fin qui non ho trovato lingua mortale che non condanni il tradimento.»

«Da cui, e come? Tradimento, s'io non m'inganno, significa romper fede; ora non vi ha fede che sia nè più forte nè più ragionevole di quella che ogni uomo deve a sè, perchè di questa la Natura ne ha stretto il contratto con tali condizioni, che non possono infrangersi; però quando ti fai danno, allora commetti tradimento, e tradimento irreparabile. Io non ho mai operato cosa dannosa altrui, che, bevendoci o dormendoci sopra, non abbia affatto dimenticata: d'altronde il dolore che abbiamo apportato al nostro simile ci rimane nell'anima come ricordanza, ma il bene che abbiamo fatto a noi persevera come sentimento.»

«E questo sentimento è egli in sostanza felice?»

«Signor Cavaliere, io ho altre cose a fare perchè possa trattenermi a sciogliere i vostri quesiti; se voi gli avete promossi per conoscermi, io già vi ho detto assai, onde se siete savio mi possiate capire; se per acquietare le vostre incertezze, io devo biasimare i miei amici di Napoli, che hanno scelto in voi un messaggero così scrupoloso. Tenetevi pronto per domani; appena fa giorno, io vi manderò insieme con questo Corriere francese al campo del Conte per consegnare le vostre lettere, e, se non vi grava, anche una mia che preparerò avanti di andare a dormire.»

«Voi ne siete il padrone.»

«Sergio! Gilberto!» chiamò Buoso, e tosto comparvero due valletti, ai quali ordinava: «Fate che questi miei ospiti sieno bene alloggiati; vi raccomando che nulla manchi loro di quello che possono desiderare. Addio, messer Cavaliere; innanzi di partire spero di rivedervi.»

Rogiero e il Corriere francese si posero dietro agli officiosi valletti, che con molte candele alla mano andavano rischiarando il cammino: appena usciti dalla sala, la voce di Buoso si fece nuovamente sentire, che chiamava gridando: «Messer Cavaliere!»

Rogiero rifece i passi, e domandò: «Che volete?»

«Messer Cavaliere, avete pratica co' fiorini d'oro?»

Rogiero si fece un po' rosso nel viso, e rispose che no.

Buoso sorrise, e traendo una borsa disse: «Questa parmi troppo grande vergogna per Cavaliere come voi! Voi non conoscete i fiorini che sono la più bella moneta che si batta per tutta Cristianità? Havvi taluno che preferisce gli agostari di Federigo, e gli schifati dei Normanni, ma io per me terrò sempre pel buon fiorino d'oro che si batte a Fiorenza. Ecco qua, vedete,» soggiunse prendendone uno, e mostrandolo a Rogiero, «da un lato il giglio, dall'altro il Battista, donde l'infallibile proverbio:—amici son coloro—che hanno il Santo a sedere, e il giglio d'oro. Ora fanno dodici anni cominciarono a coniarsi dai mercanti fiorentini: l'oro arriva alla bontà di ventiquattro carati; si contano a venti soldi l'uno, ed otto pesano un'oncia.—Vorrestemi usare cortesia, bel Cavaliere?»

«Parlate.»

«Dimani vedrete nel campo di Carlo affidarne certa quantità ad un Corriere affinchè me li porti; egli è un dono che vuol farmi la Virtuosa Contessa Beatrice, e ch'io non mi trovo in caso di rifiutare: ora vi pregherei ad aver cura di riscontrare che formino bene ottomila; se crescono, lasciate stare; se non arrivano alla somma, avvertite la Contessa del difetto. Mi promettete di farlo?»

«Ve lo prometto.»

«Gran mercè, Cavaliere.»

—Ecco un'anima da appaiarsi con Gano di Maganza,—pensò Rogiero tra sè,—ed io?—il sonno non iscese per quella notte su le sue stanche palpebre.

————

«Che Dio vi conceda il buon giorno, bel cugino,» disse la Contessa Beatrice, che, nell'uscire da una camera ov'era stata a riposare, s'incontrò nel Conte Guido di Monforte. Ella veniva frettolosa, e le vesti aveva scomposte più che a nobile dama non convenisse; le sue donzelle le si traevano dietro correndo, e andavano aggiustandole alla sfuggita chi il velo, chi la cintura, o che altro.

«Dama, che possiate esser lieta di tutto quello che desiderate; qual cosa vi affanna, onde tanto smaniosa vi levate di letto?»

«Cugino, arrivò il Corriere?»

«Dama, non si è ancora veduto.»

«Ci avesse tradito il Duera? Trovasse piccolo il premio? Cugino, spedite gente per conoscere ciò che n'è stato; fate offrire doppio premio a quel tristo, purchè passiamo. Il Pelavicino non può tardare di caricarci alle spalle; se questo avvenisse, noi saremmo perduti. Affrettatevi, bel cugino, affrettatevi.»

«Dama, aspettiamo.»

«Ah! Guido. Guido, questa vostra lentezza ci perderà: che temete?»

«Che temo io? Così non mi avesse detto Carlo,—conducimi ad ogni costo questo esercito intero,—e non mi avesse posto da lato le paure femminili, come io avrei di già fugato il Duera, e valicato l'Oglio; perchè i miei anni si sono consumati a rompere i nemici col ferro, ma non ho mai appreso a cacciarli coll'oro: nondimeno, poichè piacque a Monsignor Carlo mettermi per questa via piena di pericoli, e vuota di onore, io devo aver cura del suo danaro, perchè raddoppiando il prezzo di Buoso non ci basterebbe a pagare la milizia fino a Roma.»

La Contessa si apprestava a rispondergli, e chi sa dove sarebbero andate a finire le parole, se un donzello non fosse entrato in quel punto annunziando, che il Corriere conducendo seco un altro uomo si scorgeva cavalcare verso la casa.

«Oh Signore, gran mercè!» esclamò la Contessa, e corse alla finestra; «sì certo, egli è desso… venite a vedere, cugino… ma che hanno il restio, che vengono sì tardi quei loro ronzini? Conte, e' pare che abbiate partecipato la vostra pigrizia anche alle bestie dell'armata: Conte, ponete cura di dare un'altra volta ai Corrieri i migliori cavalli dell'esercito… ditemi, Conte, in quanti giorni potremo giungere a Roma?»

«Contessa, ricevete con maggiore temperanza la lieta fortuna, se volete con minore cordoglio sentire l'avversa. Voi non sapete che cosa rechi il Corriere.»

«Oh! il cuore mi predice bene, ed egli non mi ha ingannato giammai. Ecco quel vostro insopportabile riso di scherno. Che volete? cugino,—io sono fatta così; ricevere la lieta novella col viso stesso col quale si riceve la trista mi riesce impossibile. Che potrete dire di me? La Contessa ride se la ventura le cammina prosperevole, piange se contraria; ma voi fate altramente nel vostro cuore? E per un po' di copertura, per un po' di sforzo menate tanto vampo; eh via! lasciate che sgorghino le lacrime quando vogliono sgorgare, e ridete quando vi prende desiderio di ridere. Forse per dolermi delle avversità mi perdo di animo vilmente, e, per quanto mi ha concesso il cielo di senno e di forza, non mi adopero io a superarle?»

«Contessa, questi che accompagna il nostro uomo è Cavaliere; non sarebbe bene che voi andaste ad acconciare più convenientemente il vostro abbigliamento?»

«Conte di Monforte, noi vi preghiamo che non vogliate darvi maggior cura di nostra persona di quella che ci diamo noi;» disse in atto disdegnoso la Contessa Beatrice; e poi guardandosi attorno, e scorgendosi abbigliata da vero meno che onestamente, arrossì, sorrise, ed aggiunse: «Bel cugino, io vedo che quando avrete perduto quella vostra ruvidezza da soldato, diverrete discreto maggiordomo della più ritrosa dama dai trenta anni passati.» Poi la stessa ambizione, che così scomposta l'aveva condotta in quella stanza, la fece uscire a comporsi, perchè la rabbia di comparire ornate, se in pochissime donne non è la prima passione, viene però immediatamente seconda.

Quando la Contessa ricomparve nella sala, il Corriere e Rogiero vi si affacciavano per altra parte. Il Corriere pose ginocchio a terra dicendo che la risposta l'aveva il compagno: la Contessa lo rilevò graziosamente, e con la solita promessa, che si sarebbe rammentata di lui, gli dette licenza. Allora Rogiero fatto un lieve saluto alla Dama, le presentò le lettere, la quale, come colei che non sapeva di leggere, le porse con bel contegno al Monforte, dicendogli con voce sommessa: «Spacciatevi, Conte, che molto mi preme sapere che cosa elle rechino.»

Il Monforte si pose a leggere, ma non era anche arrivato alla metà, che due o tre volte lo aveva interrotto la Contessa domandandolo: «O che dice?… o che porta?»

«Ma, Dama,» parlò impazientito il Monforte, «se voi non mi lasciate leggere, non ve lo dirò di qui a mille anni.» Ed egli poi non era gran maestro in letteratura, e sapeva leggere a mala pena pe' suoi bisogni, onde sovente mormorava tra' denti: «Anche nello scritto si palesa tristo costui: fosse qui il cappellano che tanto vale a leggere di questi scorbii….» Alla fine, come Dio volle, la lesse, e senza aspettare di esserne ricercato disse pianamente alla Contessa: «Il traditore accetta il trattato, sebbene, scrive, per essersi preso cura di mandarvi un Cavaliere napolitano che vi recherà cosa più grata del passo dell'Oglio, voi potreste aumentargli la somma. Vi raccomanda poi, che arrivata a Roma, vogliate per vostra intercessione pacificarlo con la Chiesa, e renderlo partecipe delle sante indulgenze promesse a chiunque prenda la croce contro Manfredi.»

«Intorno la prima richiesta rispondete, Conte, che volentieri vorremmo potergli in migliore modo manifestare l'animo nostro, ma che le presenti strettezze non cel permettono; aggiungete, grande estimare noi lo ufficio che ci rende, e la Casa di Francia porre ogni sua gloria in dimostrarsi grata: per la seconda assicuratelo, che sarà nostro pensiero adoperarci presso Papa Clemente, affinchè lo ribenedica, e lo abbia in luogo di figlio; stia pur quieto di questo, che noi ne avremo cura come di un nostro fratello.»

«Ah! Contessa, mi pare tanto bella l'unione di Buoso col Demonio, che sarebbe gran peccato sturbarla.»

Dopo queste parole, la Contessa volgendo la faccia a Rogiero, con donnesca leggiadria gli disse: «Bel Cavaliere, noi intendiamo per queste lettere, che voi ci siete apportatore di liete novelle; se possiate conservare sempre l'amore di vostra dama, vorreste voi favorircele?»

«Madama, quali esse sieno potrete sapere da queste carte.»

Il Monforte, a cui furono trasmesse, cominciò a leggere con quella sua naturale freddezza, ma in proporzione che procedeva si affrettava agitando il capo a destra e a sinistra, brontolando indistintamente le parole: quando fu giunto al termine, lasciò la carta, e sollevando gli occhi e le mani al cielo disse con un sospiro: «Sire Dio, noi avremo Italia senza colpo ferire! Io la reputava terra di gloria….»

Così grande fu la vergogna di Rogiero a questa esclamazione, che sentendosi duramente stringere il cervello si appoggiò alla parete per non istramazzare per terra.

«Che mormorate, Conte?»

«Questa è terra di cui se la piglia.»

«Perchè, Conte?»

«Perchè i traditori ci allignano più dei fedeli, e i maggiori Baroni di Manfredi ci chiamano liberatori al solito, perchè andiamo a liberarli del loro tiranno al solito, che così si chiama colui che vuolsi tradire.»

«Ah! cugino, tanta è l'allegrezza che mi avete recato, che per poco non sono venuta meno. Avrò finalmente corona! anche io sarò salutata Regina! non più distinta dalle superbe sorelle con un segno di obbrobrio!… potrò anch'io levare baldanzosa la faccia!… anche io!… Conte Monforte, mi sembrate dei miei nemici, che vi addolorate delle mie gioie!»

«Madama, il vostro disegno era di conseguire corona, l'avrete; ne siete lieta, sta bene: il mio era condurre a buon fine qualche impresa gloriosa, ed onoratamente morire; prevedo ormai che è un errore sperarlo in questa contrada, però mi dolgo.»

«Generoso cordoglio, e ben degno di voi, valoroso Barone;» disse la Contessa stringendo la mano al Monforte «ma godetene per cagione mia, perchè voi non dovete affliggervi di cosa che mi piaccia.»

«Ah! mia bella cugina, s'io volessi nella presente vostra dolcezza stillare un amaro, che non potreste dimenticare, vi direi, il traditore per tradimento che faccia non muta cuore; egli sta come una fiera nella caverna ad aspettare la preda: la signoria di Carlo increscerà come quella di Manfredi increbbe, e allora….»

«Queste vostre osservazioni hanno che fare qui come il parlare di morte a mensa, come il vestire di bruno a nozze. È tanto rara la gioia, è tanto soave, che non merita punto di essere intorbidata con le vostre malinconie. Sarà assai amaro pensare al disastro quando verrà; per ora stiamo lieti, Conte; provvederemo allora. Voi intanto, Cavaliere, sappiate che nessuna novella più grata di questa potevate portare alla Contessa Beatrice; da qui innanzi sarete con noi; spero che vorrete bene spesso allegrarmi della vostra presenza. Intanto, non già perchè io la creda ricompensa, ma per segno di gratitudine, porterete questa collana per mio amore.» E qui levatasi una ricca catenella, con le sue proprie mani la pose al collo di Rogiero, che a sentirne il suono sopra l'armatura abbrividì e mormorò: «Ecco, il delitto è consumato, il premio del tradimento fu ricevuto; l'anima mi è stata improntata con l'infamia, l'intera eternità non varrebbe a cancellarla.»

Il Monforte, considerando quella smoderata vivezza della Contessa, scotendo la testa sorrise a fior di labbra, e disse a voce bassa: «Ella è valente donna, ma donna.»

Beatrice divertita da altra cura, punto badando se l'avesse, o no, ringraziata Rogiero, fece recare il danaro, lo numerò, e lo dette al Corriere, affinchè lo portasse al Duera. Il Monforte era sceso a ordinare che l'esercito si movesse; ma da savio capitano provvide che stesse in punto, come se il nemico gli fosse di contro per assaltarlo.

Buoso, ricevuto il danaro, si chiuse in Cremona, facendo spargere ad arte la novella che i Francesi valicato il fiume Serio ritornavano su quel di Milano per tentare il passo di Parma. L'esercito di Carlo traghettò senza contrasto l'Oglio, e seguendone il corso pervenne sul Mantovano, dove, lietamente accolto da Ludovico Conte di San Bonifazio, si riposò alquanto delle sofferte fatiche. Ripostosi in cammino, valicava il Po sopra un ponte apprestatogli dal Marchese Obizzo d'Este, e si metteva sano e salvo per le terre di Romagna. Ora comincia per Carlo di Angiò la serie dei prosperevoli eventi, che lo condusse a sovvertire in pochi mesi la nobilissima Monarchia di Manfredi. Narrasi che il Marchese Oberto Pelavicino, il quale, avuto avviso della via dei Francesi, si era mosso subitamente dalle sue posizioni di Pavia, giungesse a Soncino poche ore dopo il passo di quelli, dove considerando come il savio maestro di guerra Guido da Monforte avesse afforzato le rive opposte del fiume stimò bene non seguitarlo, e pieno di mal talento si aggiunse a Buoso, in Cremona. Le parole che ebbero insieme questi due condottieri furono piene di amarezza. Se merita credenza la fama lontana, dicesi che gli profetasse il Pelavicino:—«Buoso, che tu con fraudolenta favella t'ingegni ricoprire il misfatto non istupisco; hai commesso il più, puoi commettere il meno; ma se la tua parte è quella d'ingannarmi, la mia è di non crederti. Ben io potrei svelare alle genti la tua slealtà, suscitarti contro la plebe commossa, te, e il tuo lignaggio condurre a miserabile eccidio; tolga Dio, che per me sia alzata la spada contro il mio fratello di armi, contro colui al quale ho giurato amicizia fino dai miei più teneri anni: tieni non pertanto riposto nella tua mente, che col prezzo della patria venduta ti sei comprata la rovina in questa vita, la dannazione nell'altra.»

Una mente degna di non esser mortale, che dalla sua prigione di fango osò concepire il disegno di guardare in faccia l'Eterno, e scrutarne l'arcana natura, distribuendo a sua voglia i premii e le pene, ha inchiodato giù nei geli infernali quell'anima maledetta¹: nè, come se la divina sapienza si fosse presa cura di adempire il vaticinio di Oberto, il fine della vita di Buoso fu niente meno terribile di quello che gli aveva predetto. Il popolo, conosciuta la perfidia, acceso di sdegno rovesciò le sue case, distrusse il suo lignaggio,—a lui concesse la vita. Strascinava Buoso il capo grave di avvilimento e di miseria per le vie della città di cui era stato signore, perchè la Provvidenza per fare intero il supplizio gli aveva tolto la volontà di trucidarsi: errava durante il giorno nella sua salvatica solitudine, mormorando ratto ratto, come lo idrofobo, non curando gli urli, le contumelie, le percosse, con le quali non cessavano perseguitarlo. Nella notte, quando la rabbia della fame gli straziava le viscere, si appostava in luogo oscuro, e quivi copertosi il volto sporgeva la mano, e domandava elemosina per amore di Dio, con voce che studiava rendere diversa;—inutile tentativo! non v'era persona che tosto non lo scoprisse: alcuno passava chiudendo il cuore, e la borsa, e in suono minaccioso dicevagli: disperati, e muori;—questi erano i più pietosi! coloro poi che possedevano la scienza diabolica di avvilire le anime, e godevano di conficcare a più riprese il ferro nel cuore, gli davano il soldo, e col soldo la imprecazione, onde il cibo si convertiva in veleno pel sangue infiammato del paziente, e la bevanda diventava aceto e fiele all'anima angosciosa. Certa sera, tremante, battendo i denti pel ribrezzo della febbre, s'incammina ad un monastero, sperando che la pietà di quei Frati lo avrebbe raccolto: scese il primo e il secondo gradino, levò la mano per battere,—ad un tratto percuote la faccia contro la porta, e strisciando lungo il muro cade su i gradini:—alla mattina il portinaro lo trovò freddo quanto la pietra sopra la quale giaceva disteso. Sottrassero i Frati alle atroci villanie del volgo quegli avanzi della creatura, e li seppellirono nel chiostro. La carità della religione valse ad arrestare su le labbra la ingiuria, ma non gli potè recitare preghiera:—non lo aspersero di acqua benedetta;—la stessa compassione sospirò di piacere su quella sepoltura infelice….

  ¹ Va' via, rispose, e ciò che tu vuoi conta:
     Ma non tacer, se tu di qua entr'eschi,
     Di que' ch'ebb'or così la lingua pronta;
       Ei piange qui l'argento de' Franceschi:
     Io vidi, potrai dir, quel da Duera
     Là dove i peccatori stanno freschi.
                                INFERNO, 32.

Imprecheremo noi che in questo modo finiscano tutti i traditori?—No,—perchè il desiderio che il mondo divenga deserto è peccato.

CAPITOLO DECIMOSESTO.

IL CAVALIERE DEL FULMINE.

                L'una zuffa e poi l'altra io vi vo' dire,
                Che in due luoghi ad un tempo si travaglia;
                Lo strepito è si grande del ferire,
                Lo spezzar della piastra e della maglia,
                Che fa chi guarda intorno sbigottire.
                                     ORLANDO INNAMORATO.

Forse fu il premio della costanza:—Carlo di Angiò afferra la riva: allorquando il suo coraggio stette al cimento della morte, se qualcheduno gli avesse posto la mano sul cuore, non avrebbe sentito nè accelerare nè diminuire i suoi palpiti;—alloraquando scomparsa tutta speranza di esterni sussidii l'anima fu ridotta all'alternativa di abbandonarsi vinta, o di sopravvivere, spiegò tal vigore, di cui ella non si sarebbe reputata capace se la occasione non fosse venuta.—Carlo afferra la sponda, perocchè la galera forse di un miglio lontano da terra s'era sommersa tra Capo Linaro e Civitavecchia; ma travagliato, indebolito, in guisa che parve la vita essergli soltanto bastata per non morire nel mare. Il mattino vide quello uomo ambizioso, destinato a rovesciare il trono del gran Federigo, steso senza moto su la sabbia, irrigidito per tutte le membra, stillante acqua dai capelli, e dalle vesti;—il più vile lo avrebbe potuto impunemente oltraggiare, il più codardo spegnere;—un fiato, per quanto leggerissimo, estinguere quella scintilla vitale, che di per sè stessa guizzava incerta intorno alla sede delle sensazioni. Il sole, distillandogli per le vene il sottile suo fuoco, gli intepidiva il sangue, e richiamava i suoi spiriti all'usato ufficio; si levava a sedere come smemorato, e gittava gli occhi smarriti sul cumulo delle acque. Il cielo rideva sereno, il mare tranquillo,—e sì che vedevi galleggiare, testimoni del suo terribile sdegno, tavole, remi, remiganti;—pure lieto di un bello azzurro, lentamente scorrevole, come i passi del Signore, invitava con la lusinga del piacere ad affidarsi alla sua immensa superficie:—così tenta il peccato! Sopra tutti gli avanzi della tempesta era osservabile Armando, lo sciagurato Maestro: giaceva supino, e quel suo ventre, già per natura tumido, adesso maggiormente per l'acqua trangugiata, errava qua e là in balia del vento quasi isoletta natante; ora il flutto sollevandolo su l'estreme sue labbra pareva ridonarlo alla terra, e di subito ritirandosi lo trasportava più lontano che prima; ora lo deponeva sul lido, e poi, come pentito, tornava a rapirlo; se giungeva una o due volte scarso, quanto meglio poteva si allontanava indietro, non altramente che se volesse prendere tratto a spingersi più veemente, sì che la terza o la quarta, fremendogli attorno spumoso, tutto gorgoglío, lo rimenava seco in trionfo: pareva un fanciullo che prenda diletto col suo balocco…. ma i trastulli del mare sono navi infrante, e cadaveri.

—Povero Maestro Armando!—sospirò Carlo, poichè l'ebbe tristamente considerato; e la sua anima si abbandonava a lugubri meditazioni, quando alzata la faccia vide disegnarsi su l'orizzonte alcune vele, che secondate dal vento tentavano prendere la terra; ed ecco che Carlo, dimentico di ogni altra passione, anelante tra il timore e la gioia, si leva in piedi, intendendo a scoprire se fossero sue. La pietà nel cuore dell'ambizioso passa veloce come il lucido intervallo nella mente del pazzo…. Maestro Armando e i suoi fratelli d'infortunio scomparvero dalla memoria del Conte per non tornarvi mai più.

«Sarebbe questo un errore dei miei occhi? m'ingannasse il mio desiderio?» esclamò Carlo, fregandosi le palpebre per meglio vedere, «o questa è la mia diletta bandiera? azzurra è certo…. no…. sì. Così Santo Dionigi mi facesse la grazia che fossero le mie galere, come ella è veramente azzurra! Ahimè! anche quella di Manfredi ha il campo dello stesso colore…. ma l'Aquila bianca fa gran macchia, e oggimai si scorgerebbe…. nello sventolare di una piega ho visto rosso…. sì rosso…. San Martino glorioso! la mia bandiera! i fiordalisi d'oro! il rastrello rosso!» E qui con tal atto dimostrò la soverchia allegrezza, ch'egli stesso, ogni qualvolta lo ricordava in appresso, arrossiva, perocchè suoni antica quella sentenza, che nessuno uomo è eroe quando sta solo.

La fortuna, come femmina, stanca di Manfredi, seguiva innamorata le vestigie di Carlo, e come femmina abbandonava il buono pel tristo. Le galere chiamate dai segnali del Conte si fecero alla spiaggia, e i Francesi salutarono il signore loro con tali trasporti di gioia, che ad uomo resuscitato per miracolo non se ne farebbero altrettanti. Non lungi dal luogo, ove presentemente dimoravano, apparivano i campanili, le cupole delle chiese, e le case più alte di una città;—era Civitavecchia: Carlo vi condusse, costeggiando, le sue venti galere, e quivi lasciatele con parte di sua gente, se ne andò frettoloso a Viterbo presso Papa Clemente. Essi si abbracciarono, come due uomini, stretti per l'attuale bisogno, e pel futuro interesse, possono abbracciarsi.

Per altra parte il Monforte, con raro esempio di prospera ventura, traversata Romagna ove gli occorsero tutti i Guelfi d'Italia, tra i quali quattrocento uomini d'arme fiorentini, si avvicinava a Viterbo. Molto andava lieto il Conte Carlo della venuta del Monforte, molto più dei quattrocento Fiorentini che gli si erano aggiunti. E' bisogna sapere, che quando nel 1260 i Ghibellini per opera di Farinata prevalsero in Firenze, tutti i Guelfi si partirono nella notte del 13 settembre, e nella città di Lucca si rifugiarono: ben furono dai leali Lucchesi lungo tempo raccolti, finchè essi pure sconfitti nella guerra che sostennero contro quell'invincibile Farinata, doverono di altro più sicuro asilo provvedersi, se volevano campare dalla acerba persecuzione dei nemici. Questo fu caso pieno di lacrime: molte gentildonne partorirono su le Alpi di San Pellegrino, molti principali cittadini caddero morti per via, di fame, e di freddo; ma poichè, come dice lo Storico che questo fatto racconta,—bisogno fa prode uomo,—si ritirarono in Bologna, e quivi si dettero ad apprendere arme, e giornalmente esercitandosi vennero in breve a ottenere fama di valorosi cavalieri. Chiamati a Modena dalla fazione guelfa, superarono la ghibellina; lo stesso fecero a Reggio, dove dodici di loro, che in appresso tolsero il nome di Paladini, abbatterono, e uccisero il fiero gigante appellato Tacha, il quale con una grossa mazza di ferro tutti ammazzava, o guastava, come meglio potrà vedere nelle cronache di cotesto tempo il lettore vago di conoscere sì fatte cose lontane dal nostro soggetto. Questa gente, che molto erasi avvantaggiata in quelle guerre, appariva splendida di bellissimi destrieri e di ricche armature: li conduceva Guido Guerra dei Conti Guidi, pronipote di quel Guido Sangue, che solo scampò dall'universale eccidio che i Ravennati commisero di sua famiglia, s'egli è vero ciò che gli antichi Storici hanno preso cura di tramandarci. Carlo non avendo più danaro non fu parco di promesse, e il Pontefice d'indulgenze; anzi questi tanto gli ebbe per cari, che dette loro a portare la propria insegna, la quale faceva campo bianco ed aquila vermiglia con serpente verde tra gli artigli.

I Fiorentini la riceverono con la gioia dell'odio che si crede santificato; solo vi aggiunsero un giglietto rosso sopra la testa dell'Aquila, imperciocchè giglio rosso in campo bianco fosse la impresa dei Guelfi di Firenze, come il giglio bianco in campo rosso quella dei Ghibellini.

Adesso, uniti in bella ordinanza i Francesi e i Guelfi italiani, avendo per guida il Pontefice e il Conte di Provenza, muovono da Viterbo pel cammino di Roma. Cavalcava Clemente, vestito degli abiti pontificali, una bianca Chinea: la magnificenza del manto era tale, che non solo la sua persona, ma sì bene anche tutto il palafreno copriva, onde l'Alighieri ebbe a dire quello che disse nel Canto XXI del Paradiso¹: le barde del cavallo foderate all'esterno di scarlatto comparivano ricamate a rose d'oro; di scarlatto parimente ricamata a rose d'oro era la gualdrappa lunghissima: teneva su la testa una mitra, simile a quella che costumano i moderni Vescovi, però che il triregno non ornasse ancora le tempie pontificali, e fu soltanto sul finire di questo secolo, che primo l'adoperò il glorioso Papa Bonifazio VIII: nella manca stringeva il pastorale a similitudine del vincastro dei guardiani di pecore, per dinotare la mansuetudine di governo con la quale Gesù Cristo ordinava che si reggessero i Fedeli: la destra alzava in atto di benedire; e così ella era assuefatta a quel moto, che quando ancora non ne faceva mestieri segnava: ambedue le mani poi si vedevano coperte di bellissimi guanti, che in vocabolo canonico chiamavano chiroteche, e il dito anulare della destra cinto di sopra il guanto di un preziosissimo anello: di qua e di là dalla testa del cavallo due giovani donzelli vestiti di abiti sontuosi ne reggevano il morso, terminato con borchie d'oro dalle quali pendevano nappe di seta cremisi, e ne regolavano il passo. Dal lato destro del Papa si avanzava Carlo d'Angiò: aveva usbergo, braccialetti, panciera, cosciali, e schinieri, tutti di acciaio intarsiati di oro a rabeschi maravigliosi: invece d'elmo portava sopra la testa la corona da Conte: nelle mani un bastone d'oro contornato di gemme: dal sommo della spalla sinistra, attaccata a un bel nastro ricamato, gli pendeva la croce, che aveva ricevuto dal Cardinale Simone di Tours per dimostrare a cui ci voleva credere, che nessuno interesse mondano, ma la maggior gloria della Chiesa, lo aveva indotto nella guerra contro Manfredi: una clamide non diversa dalla imperiale foderata di vaio nell'interno, e nell'esterno trapunta a fiordalisi d'oro, compiva l'abbigliamento: il cavallo che montava Monsignor Carlo era quel desso, che soleva accompagnarlo in tutti i suoi fatti d'arme, generoso animale, bianco come fiocco di neve, nato di madre araba, e da uno stallone di Normandia; dalle narici carnicine ferocemente dilatate pareva fiutare la battaglia: bene era fatto a pennello, ed ammirabile in ogni parte del corpo, ma si agitava fastidioso dentro grave bardatura di cuoio di capra, che chiamavano cordevano, ricoperta di rabeschi, e di azzimine di acciaio: il Conte nel frenare l'impeto del suo impaziente destriero mostrava essere molto savio maestro di cavalleria, e sebbene nel sembiante impassibile, tuttavolta si conosceva, com'egli facesse piuttosto opera per concitarlo, che per reprimerlo. Dall'altro lato veniva la Contessa Beatrice sopra un ginnetto di Spagna, il quale, quasi fosse consapevole del grado di colei che lo cavalcava, scoteva tutto altero la testa, e caracollava in molto leggiadra maniera; l'animosa sdegnando, come le femmine di quei giorni costumavano, far tenere la briglia da uno scudiero, di per sè stessa lo conduceva. Sebbene, come abbiamo già detto, avesse molte delle sue gioie impegnato o venduto per sovvenire al marito in quella impresa, non si creda, che non gliene rimanessero tante da comparire ornata; un busto di lamina d'oro le fasciava la vita, seguendone i contorni naturali fino sopra i fianchi, dove le terminava, con la forma medesima delle corazze romane; nel mezzo con crisoliti, zaffiri, rubini, ed altre pietre preziose, stava configurato un giglio; il rimanente sparso di rosette composte di cinque pietruzze di diversi colori: cingeva ricca cintura, da una parte della quale era attaccata la borsa, dall'altra un pugnale: la veste azzurra, affatto simile a quella di Carlo, si vedeva trapunta di fiordalisi d'oro: ornava la corona di Contessa i suoi capelli composti in trecce minutissime, che parte delle guance e del collo le ricoprivano: Beatrice non era bella, ma alta di corpo, e maestosa: nel suo volto traspariva quella indefinita autorità, che i signori della terra derivano dai loro padri, o piuttosto dall'abitudine del comando. La gente raccolta sopra il cammino, al comparire di sì magnifica gentildonna applaudiva, ed ella con occhi scintillanti dal piacere le rendeva sorridendo cortesi saluti. Seguivano quindi i principali Baroni di Provenza e di Francia, con vesti ed arme diverse, che a descriverle tutte andremmo di leggieri a mille e più pagine, con troppo gran danno dei nostri editori; poi l'esercito diviso in drappelli di bella mostra, ognuno dei quali condotto da un Cavaliere di assai buon nome nella milizia.

¹ Cuopron di manti lor li palafreni, Si che duo bestie van sull'una pelle: O pazienza, che tanto sostieni!

In questa maniera procederono fino a Baccano: quivi incontrarono duecento armeggiatori coperti di zendadi azzurri, trapunti a gigli d'oro, montati sopra cavalli di un solo colore. Con la faccia rivolta all'esercito veniente stettero immobili, finchè non fu avvicinato a tiro di balestra: allora spronarono precipitosi con l'aste basse, come se volessero assaltarlo: ma ad un tratto si fermarono e súbito dopo si divisero, figurando una battaglia d'infiniti duelli: ricambiati alquanti colpi, alzarono le lance, ed offersero un lungo viale di armi intrecciate; poi tornarono a mescolarsi, e quale usciva, qual rientrava; alcuni correvano dal lato manco, altri dal destro, e si avviluppavano e si aggomitolavano, ch'egli era un brulichío, una confusione maravigliosa a vedersi: ad un segno dato, in meno che non si dice, comparivano ordinati in ischiere quadrate, piene e vuote, in fila disposte lungo la via, o in drappelletti traversi: quindi nuove giostre, nuovi greppi, e sempre vaghi, e sempre varii a vedersi, che forse di tali non se ne sono ancora eseguiti nei nostri balli moderni tanto vantati.

Gradito quanto meno aspettato riuscì a Carlo cotesto spettacolo, che non si rimase se non circa sette miglia distante da Roma. In quel punto correndo a tutta briglia scomparvero. Quando ebbe percorso un ben lungo sentiero il Conte li rivide immobili, come la prima volta, traverso il cammino, tenendo sollevate le lancie e i pennoncelli confusi; nè adesso, per avvicinarsi ch'ei faceva, sembrava che volessero muoversi. Carlo stava attento a quello che sarebbe per accadere, allorquando si aprirono e lasciarono vedere una magnifica ambasceria di signori romani, che, vestiti di lor cappe ermesine, si fecero innanzi al Pontefice, e piegando ginocchio a terra gli offrirono le chiavi d'oro della città: in appresso quegli che sembrava più autorevole tra loro, impetrata licenza, recitò una orazione che non era latina, ed italiana nemmeno, ma ch'egli però intendeva recitare in latino; nè noi la riferiremo: ti basti, o lettore, sapere che fu vilmente bassa, schifosamente servile, onde senza sforzo potrai immaginarla da te: sebbene durasse da oltre mezza ora, spremendone il sugo, diceva—essere universale desiderio del popolo e dei nobili romani, che Carlo fosse creato Senatore di Roma;—come se della signoria del Pontefice non avessero abbastanza, e ce ne sopravanzasse: e qui nota, lettore,—che anche tu sei popolo, e forse coll'esempio ti potresti emendare,—che quattro anni innanzi una medesima ambasceria deputata a Manfredi lo assicurava—essere universale desiderio del popolo e dei nobili romani, che fosse eletto Senatore perpetuo di Roma. Come poi Clemente avesse grata quella offerta fatta dai suoi sudditi a Carlo, lo sa colui che discende nel profondo del cuore: per quello che potè conoscersi, assai ne fu lieto nel sembiante, e rispose,—che volentieri. Allora fu portato un altare, sul quale stavano deposte molte sante reliquie e il libro degli Evangeli; il Pontefice scese da cavallo, e con esso il Conte e tutto lo esercito: fattosi all'altare gli si prostrava dinanzi, intuonando una preghiera che di mano in mano fu ripetuta da tutti i circostanti; poi rilevatosi in piedi domandava Monsignore Conte se voleva essere Senatore di Roma; al che Carlo rispose: che molto volentieri, dove concorresse il buon piacere di Sua Santità: Clemente allora aprì il libro dei giuramenti, ed ordinò che giurasse: Carlo, con la destra su gli Evangeli, leggeva: «Noi Carlo di Francia, per la grazia di Dio Conte di Angiò, di Folcacchieri, di Linguadoca e di Provenza, etc. etc. per libera volontà del popolo e dei nobili romani eletto Senatore di Roma, promettiamo con giuramento preso sopra i santi Evangeli, di non contribuire con fatti, nè con parole, a far perdere i membri o la vita al gloriosissimo Pontefice Clemente IV, pio, universale, apostolico, non meno che ai suoi successori, di rivelare le congiure, mantenergli nella possessione del Papato, e nel libero godimento delle regalie appartenenti al Patrimonio di San Pietro, provvedere alla sicurezza dei Cardinali e loro famiglie, conservare la città di Roma nella pienezza del suo territorio e di sue giurisdizioni, finalmente di fare tutte quelle cose che possono contribuire al maggiore onore della Santa Chiesa e di Dio.» Profferite queste parole, il Pontefice gli pose nella destra le chiavi in simbolo d'impero civile, poi la spada come condottiero delle sue milizie, finalmente lo stendardo di San Pietro, come campione di Santa Chiesa. Tanto tumultuoso fu lo scoppio degli urli, tanto il suono delle trombe, che fino da Roma lo sentirono. La notte era inoltrata quando giunsero alla patria di Cesare…. il cammino risplendeva come di giorno pe' molti doppieri che ardevano da ambedue le parti del cammino. Sotto la porta si vedeva solennemente ornato il Carroccio, inventato fino dall'anno 1026 da Ariberto Arcivescovo di Milano, onde servisse per segnale di guerra alle città italiche, non già per onorare la venuta di tali che dovevano respingere: questo era un carro, come i miei lettori sapranno, tirato da quattro o più bovi, bianchi e grassi a meraviglia, coperti di panno scarlatto, ricamato doviziosamente; girava intorno la base un doppio ordine di scalini, perchè le ruote agivano internamente, e su i gradini stavano fitti candelabri di argento, con ceri di stupenda grossezza: dal mezzo del carro sorgeva una antenna fasciata di drappo, nel cui mezzo era appeso il Cristo d'oro; all'estremità il gonfalone di Roma: i lembi del gonfalone, che di dieci e più braccia oltrepassavano il carro, sostenevano in cima dell'aste due Cavalieri armati di tutte arme, nobilissimi per sangue: molti altri minori stendardi simbolici circondavano il principale, nei quali tu vedevi il lione per denotare la forza, la donna che si specchia per la prudenza, quella appoggiata alla colonna con le bilance per la giustizia, e molte e molte altre virtù, che in quei tempi il popolo romano non aveva che su le bandiere. I Cavalieri, appena videro il Pontefice, il Conte e la Contessa avvicinarsi, andarono ad incontrarli con molto accorgimento, e li ricopersero del gonfalone a guisa di baldacchino. Il carro mosse; primo a trapassare le soglie di Roma fu il Pontefice. Le strade coperte di erbe mandavano attorno odore soave; le finestre illuminate, leggiadre di bei tappeti, apparivano ingombre di donne vestite dei migliori loro abiti, che gettavano a piene mani fiori della stagione sopra i Cavalieri francesi: questi poi, giovani e vecchi, come la natura loro li consiglia, volgevano a destra e a sinistra la testa con la velocità del pendolo, ed ogni qualvolta veniva loro fatto di scorgere un sembiante leggiadro, se lo ammiccavano con gli occhi, e sorridevano, ovvero, piegata la persona, l'uno sussurrava all'orecchio dell'altro, Dio sa che parole. In una strada si udivano suoni, canti, e si vedevano donne danzare, e uomini bere e darsi tempone: in altra il giullare con suoi giuochi sollazzare la corona del popolo che gli dimorava intorno per incantata, finchè egli col berretto in mano non se ne andava in giro gridando—larghezza; allora chi qua, chi là, si sbandavano tutti in traccia di un altro giullare che non fosse anche giunto a quella conclusione. Qui in mezzo d'una piazza, montato sopra una tavola, con una torcia ai piedi e il leuto al collo, il ciarlatano,¹ come forse faceva nell'antichità quel povero cieco di Omero, cantava le imprese di Carlomagno, di Orlando, e degli altri Paladini. Tra tanta gente intesa a sollazzarsi, come la serpe in mezzo al prato vedevi strisciare il tagliaborse, con passo obliquo, schivante il lume, ed aspettare al varco persona su la quale eseguire il suo tiro; perchè bisogna persuaderci, che da quando gli uomini ebbero testa da pensare, e mani da prendere, furono ladri; e ch'essi sono la solita accompagnatura dei signori, allorchè si recano con magnifica pompa in qualche città. Così trapassando per molti e diversi spettacoli di allegrezza, il Pontefice, il Conte e la Contessa con i principali Baroni, giunsero al Laterano. L'esercito già s'era diviso pe' quartieri apprestatigli dalla provvidenza romana. Carlo, dopo la cena, sentendosi stanco aspettava il cenno di Clemente per andare a prendere riposo, ma non osava domandarglielo; Clemente non voleva che stanziasse nel suo palazzo, ma non osava dirglielo; pure alla fine considerando che a lui toccava parlare, si levò da tavola, e favellò: «Conte, noi vogliamo che tu sappi, nessuno cattolico, per quanto d'arme e di tesoro potente, avere mai albergato fin qui nel nostro palazzo di Laterano, e questo teniamo in segno di rispetto meno per noi, che siamo il servo dei servi, che per l'Altissimo di cui facciamo le veci. Quello che è stato con tanta sapienza dai nostri predecessori stabilito, e da tanti Imperatori seguitato, noi non intendiamo revocare; però escine senza mormorare, dilettissimo figlio; di bene altri palazzi abbonda la città, nè per bellezza, nè per ricchezza punto inferiori a questo nostro; e partendotene persuaditi che noi non vogliamo già farti vergogna, ma sì provvedere alla fama di figliuolo ossequente a Santa Madre Chiesa, che altissima suona di te per l'universo.»

¹ Il nome di Ciarlatano è venuto da questi poeti erratili, che a modo degli antichi Rapsodi andavano di città in città a cantare di Carlomagno, onde si fece il Carlocantare, in appresso Carlotanare, e alla fine con maggior corruzione Ciarlatanare, e Ciarlatano.

Carlo, sebbene non fosse punto disposto a sopportare quelle grandigie papali, come dimostrò qualche anno dopo con la superba risposta a Niccola III degli Orsini, pure adesso con lieto viso si partì dal Laterano, e si condusse ad albergare altrove. Il Conte di Provenza, sì come savio, intendeva, che adattarsi una volta al piacere altrui, per poi fare sempre a modo proprio, non è cosa che deva punto guastare.

Nel seguente giorno il Pontefice e il Conte ristrettisi insieme si accordarono intorno molti punti sopra i quali gli scambievoli Ministri avevano creduto bene non tenere proposito, giudicando che si sarebbero intesi meglio tra loro. Quali fossero i discorsi fatti, e le condizioni pattuite è ufficio dello Storico riferire; a noi basta accertare che si accordarono. Sciolto il colloquio, i banditori percorsero la città, gridando: «Che nella prossima festa di Epifania, Monsignor Carlo e Madama Beatrice Conte e Contessa di Provenza, sarieno stati coronati Sovrani di Sicilia per mano del Signore Clemente IV, Pontefice gloriosissimo di Roma, nella Basilica di Santo Giovanni Laterano; che sarebbesi tenuta per tre giorni corte bandita, e rinforzata, sì che l'ultimo giorno fosse la maggiore di tutte, con facoltà di andare a qualunque Cavaliere portasse arme; che tutti i giorni dopo il mangiare si aprirebbe una giostra, i tenitori della quale erano i Monsignori Conte Guido Monforte, Guglielmo lo Stendardo, Boccard e Giuan Conti di Vandamme, Piero di Bilmont, Mirapoix il Siniscalco, Giuan di Bresilles, e Ludovico Jonville; che tutti quei Cavalieri che avevano vaghezza di provarsi con loro andassero a portare la sfida nel chiostro di San Paolo, dove dal sorgere al tramontare del sole sarebbero state esposte le insegne dei tenitori; e la Contessa Beatrice Regina del torneamento, e Giles Lebrun Contestabile del campo, avrebbero tenuto conto delle insegne, e dei nomi dei Cavalieri che si presentassero, etc.»

I primi raggi del sole non avevano per anche illuminato il nostro emisfero, che una calca di gente affollata nel giorno appresso intorno le porte del monastero di San Paolo aspettava ansiosamente che si schiudessero. Dopo lungo aspettare, si aprirono alla curiosità del popolo che in un momento inondò quel vasto ricinto del chiostro. Egli era una bellissima fabbrica pei tempi d'allora, divisa in quattro lati uguali, con portici composti di molti archi a sesto acuto, e di colonne sottilissime scanalate; le parti interne, scompartite in più quadri, rappresentavano con le meno triste pitture che in quei tempi si sapessero fare, le principali geste del glorioso Apostolo: tra le altre molto lodavano quella dove si vedeva il Santo preso dai manigoldi, che volevano ad ogni costo metterlo bocconi per vergarlo. Nè le geste di San Paolo erano i soli dipinti: vi compariva ritratto un Adamo che lavorava la terra—con una bella vanga di ferro: un Giudizio finale dove certi diavoletti arguti levavano le anime in forma di bambini dalle bocche di Cavalieri, Regnanti, Monache, Frati, e fino da quella di un Papa; in somma un Giudizio affatto simile all'altro che Andrea Orgagna condusse su le muraglie del Camposanto di Pisa; e, per finirla, tutti gli altri novissimi. Lungo le pareti stavano disposte l'arche dei signori defunti, nel sodo storiate di figure, che i Frati del luogo dicevano umane; sul coperchio giacevano le statue di coloro che vi erano chiusi; qui una donna con le braccia incrociate sul petto, il capo piegato su l'omero, gli occhi chiusi in atto di trapassata; più oltre un Magistrato vestito col lucco, seduto sur un fianco, col pugno appuntellato alle tempie, la faccia bassa, come uomo che mediti; più oltre ancora un Cavaliere armato da capo a piedi con la spada nuda alla mano, spirante sopra un fascio di trofei: il volgo dei morti, senza pietra,—senza scritto, che lo additasse all'amore dei suoi, stava confusamente sepolto sotto il pavimento del portico…. (poichè, vivo o morto, il volgo è sempre destinato a servire di pavimento; ma tale piacendogli stare, a me non tocca perfidiarci sopra. Trahit sua quemque voluptas.)

Dal lato opposto alle porte per le quali si entrava, sopra uno zoccolo fasciato di velluto cremesino sorgeva un'asta su la quale era attaccata una bellissima armadura, e a piè dell'asta stavano disposte quattro coppe piene di bisanti d'oro, in premio di chi avrebbe vinto la giostra: accanto a questa, ma piantate sul terreno, s'inalzavano altre otto lance, da ognuna delle quali pendeva lo scudo col nome e colla insegna del Cavaliere a cui apparteneva: il primo diceva Monforte, e la impresa mostrava una donna rovesciata. E qui bisogna avvertire essere stato in quei tempi il massimo degli oltraggi portare l'altrui sembiante capovolto nello scudo; onde quel superbo Monforte volendo in qualche maniera dinotare il suo disprezzo per l'Italia aveva inteso effigiarla nella donna che abbiamo descritto qui sopra. Nel secondo si leggeva Stendardo, e la impresa erano due bracci che armati di martello battevano sopra una incudine col motto: nè per picchiar si rompe: nel terzo e nel quarto, Vandamme; quello era tutto nero con gocce di argento, e fu dono della dama dei suoi pensieri, che volle in quel modo significare le lagrime che avrebbe sparso nella sua lontananza; nell'altro scorgevasi un cuore tra le fiamme, passato da parte a parte con una freccia, a similitudine di quelli che i nostri moderni amorosi mettono in cima alle lor lettere erotiche: il quinto diceva Belmont, e per impresa un vento affannato a spengere un fuoco col motto: nè per soffiar mi spengo: il sesto Mirapoix; la impresa, una testuggine col motto latino: Tarde sed tuto: il settimo Bresilles, e faceva levriero che ritorna con la lepre: l'ultimo appariva tutto bianco, come costumava portassero nel primo anno i nuovi Cavalieri, ed apparteneva al giovane Jonville. Subito dopo le aste vedevasi una lunga tavola coperta di ricco tappeto, intorno la quale sedevano le più belle dame romane e francesi, giudici ordinarii di quella specie di combattimenti: e la Contessa Beatrice in seggio più elevato come Regina; il Contestabile Giles Lebrun sopra uno sgabelletto a piè della tavola teneva un libro di pergamena per iscrivervi i nomi, o descrivervi le insegne di coloro che si fossero presentati a giostrare: i rimanenti Cavalieri, parte armati, parte abbigliati di ricche vesti di seta, stavano in piedi all'intorno.

Ormai era passata nona, nè alcuno si presentava a far contro i tenitori; così grande correva la fama di questi Cavalieri francesi, che nessuno per quanto prode si attentava. Guido da Monforte vestito di giustacuore di cuoio si avvolgeva tra i suoi fratelli di arme, e ad ora ad ora, sorridendo, diceva: «Non ve l'aveva io detto?»

La gente accorsa per vedere stava fissa alla distanza di quattro o più braccia dagli scudi dei tenitori, come se una linea magica le impedisse di venire oltre. Le dame romane, guardavano verso la folla per iscorgere qualche loro vagheggiatore, nè vedendovene alcuno, dimettevano vergognose la faccia; le francesi esultavano su l'onta d'Italia.

La folla si fende; un Cavaliere di aspetto leggiadro, con la visiera calata, portante scudo con figura affatto simile a quella del Monforte, se non che posta nella sua naturale attitudine, salutate in prima le dame, percuote col ferro dell'asta la insegna obbrobriosa del primo tenitore: al punto stesso il Cavaliere vede un altro ferro di mole maravigliosa, tinto di sangue rappreso percuotere la medesima insegna, onde volge la testa, e scorge un sembiante coperto di piastre di acciaio, il quale portava per impresa il fulmine, che cadente dalle nuvole abbatteva una torre, col motto: da man celata scende.

«Signori Cavalieri,» disse il Contestabile Lebrun ai due sopraggiunti «noi vogliamo avvertirvi, che quantunque sia in facoltà nostra accettare le sfide a tutta oltranza,¹ pure ameremmo che non vi fosse sangue.»

¹ Vedi pag. 65.

«Veramente» soggiunse il Monforte «anche io vi consiglio a ciò che vi ha detto Messere il Contestabile. Cavalieri, perchè non vorrei che per me nessuna dama portasse la guancia lacrimosa.»

«Se voi non volete correre il pericolo di accettare la sfida a tutta oltranza,» rispose il Cavaliere primo venuto «non avete che a pregarci alla presenza di queste dame, onde noi la commutiamo in primo transito

«Sangbleu!» gridò il Monforte» si udì mai orgoglio uguale a questo? Scrivete, Contestabile, la loro sentenza di morte. Badate, Cavalieri, se volete, io vi concedo sempre tempo a ritrattarvi.»

«Conte,» parlò il Cavaliere del fulmine» guardate in cortesia il ferro della mia lancia, non è sangue quello che vi sta sopra rappreso? Ed avvertite, non è mio quel sangue.»

«Se il fatto risponde alle parole,» soggiunse il Monforte «spero che ritrarremo qualche onore dalla vostra sconfitta.»

«O forse bestemmierete i Santi per avere provocato il torneo,» riprese il Cavaliere primo venuto.

«Signori,» favellò il Cavaliere del fulmine rivolto verso i tenitori «i vanti non vincono le prove delle armi, e disdicono altamente a gentili Cavalieri: faccia ognuno quel meglio che può; la vittoria sarà a cui Dio vorrà concederla….»

«A cui la lancia vorrà concederla, dovreste dire,
Cavaliere,»—rispose il Monforte.

«Come volete, Messer Conte. Contestabile, descrivete la insegna, perchè il mio nome dee rimanersi celato.»

«E di voi come ho a dire?»—interrogò Lebrun il Cavaliere primo venuto, dopo che ebbe descritto la impresa del Cavaliere del fulmine.

«Descrivete di me pure la insegna.»

«Prudente provvedimento quando uomo presagisce la disfatta!» disse sogghignando il Monforte, «così si getta via lo scudo e la vergogna.»

«Signori Cavalieri, i nostri tenitori sono otto, e voi non siete che due,» parlò il Contestabile: «vorreste forse sostenere soli l'assalto di tutti?»

«Avete compagni?»—domandò il Cavaliere del fulmine al
Cavaliere primo venuto.

«Ho l'anima,—la spada,—la lancia,—la mazza d'arme;—ognuna di queste vale un Francese: voi pure le avete, dunque siamo tanti e tanti.»

Il Monforte digrignò i denti per la rabbia, e gli occhi gli si empirono di sangue. Il Cavaliere del fulmine crollando la testa parlò: «Ecco che si è detto troppo più di quello che si vuole per una giostra a oltranza. Cavaliere, se siete valente quanto audace, spero in Dio che avremo vittoria: nondimeno io vo' che siamo otto anche noi, perchè l'uomo deve ben fidare in sè, ma non presumere. Or via, signor Contestabile, condurrò io gli altri sei: avranno stella d'oro in campo nero.»

Ciò detto, senza saluto, senza inchino, si volse verso la folla, la quale mormorando si aprì per lasciare il passo a quel gigante, che in un momento disparve. Il Cavaliere primo venuto, piegata la persona con atto gentile alle dame, che volentieri lo guardavano, parimente si allontanò.

Rotto lo incanto, suscitata la virtù italiana, si videro da tutte le parti farsi oltre Cavalieri a toccare, qual col ferro, quale senza ferro, gli scudi dei tenitori, così che al tramontare del sole il libro del Contestabile si trovò pieno di nomi, e di descrizioni d'insegne. Il Monforte accigliato non diceva parola; Lebrun chiudendo il libro si volse verso di lui, o disse: «Sapete, Conte, quello che dice il proverbio?»

«Che ho io a farmi dei vostri proverbii?»

«Vi acquistereste sapienza: offendi, e spegni

«Ho fatto il primo oggi, domani farò il secondo.»

«Se dirlo fosse farlo, non dubito che sarebbe; ma quei Cavalieri non avevano sembiante di cedere così leggeri; vedrete che a mangiarli saranno più di due bocconi.»

«Questo è perchè i sessanta anni vedono diversamente dai quaranta; e voi oggimai, signor Contestabile, siete più proprio a dire proverbii, che a menare colpi di spada.»

Giles Lebrun, Cavaliere senza macchia, e senza paura, sentendo quella acerba risposta, alzò la persona, come nei giorni della sua gioventù, scosse in atto di rabbia i capelli, bianchi di onorata canizie, e pensò di percuotere sul volto il villano: Monforte però nulla curando se fosse stato gradito, o no, quel suo detto, si era di già allontanato. La prudenza consigliò Lebrun a non muovere scandalo nelle presenti occasioni, ma la vendetta gli impresse la ingiuria nel cuore.

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Correva il giorno sesto di gennaio anno domini 1266, allorchè una splendida comitiva di Prelati, Magistrati, e Cavalieri italiani e francesi, si fecero a suono di trombe alla dimora del Conte di Provenza per guidarlo al Laterano, dove lo aspettava il Pontefice. Non mai cavallo di battaglia dimostrò tanto focosamente l'interna gioia al suono dell'assalto, quanto adesso Beatrice a quelle trombe, che le annunziavano doversi porre in cammino per essere incoronata: senz'altro badare interruppe la sua acconciatura, e si scagliò, quasi mezzo vestita, impetuosamente verso la porta per uscire. Carlo la prese pel braccio, la ricondusse al luogo onde si era mossa, e con voce pacata le disse; «Dama, contenetevi,—l'aver corona dal Pontefice non significa esser Regina.»

La messa solenne è cantata da Papa Clemente, assistito da Rodolfo Vescovo di Albano, Archerio Prete di Santa Prassede, Riccardo di Santo Angiolo, Goffredo di San Giorgio al Velo d'oro, e Matteo di Santa Maria in Portico, Diaconi Cardinali. Il Conte e la Contessa di Provenza, vestiti di bianco, stanno genuflessi sopra doviziosi pulvinari. Finita la messa, Archerio e Rodolfo si fanno incontro a Carlo, Riccardo e Goffredo incontro a Beatrice, e li conducono presso i gradini dell'altare. Clemente prende la Bolla della investitura di sopra la santa mensa, e legge a voce alta: «Noi Clemente Papa IV, servo dei servi di Dio, pel potere delegatoci da Gesù Cristo, e dal Principe degli Apostoli San Pietro, di provvedere alla maggiore gloria della Chiesa, commessa dalla onnipotente bontà alle cure del nostro reggimento, ordiniamo che del Regno di Sicilia ultra e citra, giurisdizioni, appartenenze, feudi, etc., sia considerato come decaduto Manfredi di Svevia, e la sentenza di scomunica già dai nostri antecessori contro lui pronunziata con le presenti confermiamo; Carlo Conte di Angiò, e di Provenza, nostro dilettissimo figlio, di questo Regno medesimo investiamo, eccetto la città di Benevento con tutto il suo territorio e pertinenza, per sè, pe' suoi discendenti maschi, e femmine; ma vivendo i maschi, sieno escluse le femmine, e tra i maschi succeda il primogenito; i quali tutti mancando, o rompendo le cose pattuite, ricada il Regno alla Chiesa Romana. Le condizioni sono: che non si divida il Regno: che si presti giuramento di ligio omaggio, e di fedeltà alla Chiesa: che se il Re di Napoli sarà creato Imperatore, e Sovrano di Lombardia, o di Toscana, dentro quattro mesi renunzii il Regno: che se il Re è maggiore di diciotto anni amministri di per sè stesso, se minore si sottoponga alla curatela della Chiesa: che annualmente nella vigilia dei Santi Pietro e Paolo si paghi il censo di ottomila once d'oro, e più un palafreno bianco, buono, e bello: che in sussidio della Chiesa a richiesta del Pontefice mandi trecento uomini di arme pagati per tre mesi, o pure possano commutarsi in soccorsi di navi: che il Re, e suoi successori, non s'intromettano nelle elezioni, e postulazioni dei Prelati, salvo però quello che loro si appartiene per Juspatronato: che non s'impongano taglie alle chiese: che si tengano pronti mille cavalieri per Terra Santa etc.» ¹

¹ Molte altre sono le condizioni, che non abbiamo poste per non riuscire gravosi, le quali si possono riscontrare nel Giannone.

Carlo che sentiva tutte queste condizioni con animo di non serbarne pur una, maestosamente risponde: «Noi Carlo di Francia, per la grazia di Dio Conte di Angiò, di Folcacchieri, Provenza, e Linguadoca, Re di Sicilia, del Ducato di Puglia, e del Principato di Capua, a voi signor Clemente Pontefice IV, e in nome vostro ai vostri successori facciamo ligio omaggio pel Regno di Sicilia, e per tutta la terra ch'è di qua dal Faro fino alle frontiere, eccettuata la città e contado di Benevento, distretti, e pertinenze, a noi, e ai nostri eredi concessa dalla predetta Chiesa Romana; le cose espresse nella Bolla ratifichiamo, e di tenerle osservate promettiamo e giuriamo.»

Matteo Cardinale Diacono, preso il libro degli Evangeli lo pone innanzi al Conte ed alla Contessa, che mettono le mani sopra di quello; Clemente tolti dallo altare due manti di porpora foderati di ermellino li porge ai Cardinali, che ne coprono le spalle a Carlo e a Beatrice, i quali súbito prostrati su i gradini dello altare ricevono dalle mani del Papa la unzione col crisma consacrato, e la corona reale, che Matteo gli presentava in un vassoio di argento. Beatrice trema, scolorisce, una lagrima le sgorga dagli occhi, e cade sul pavimento: Carlo impassibile, più che alla presente cerimonia, tiene l'animo rivolto ai mezzi di conquistare il Reame di cui per ora ha la corona soltanto. Il Pontefice, incoronati i personaggi, lascia egli pure cadersi in ginocchio, e invoca a braccia levate lo Spirito Santo; il popolo risponde alla prece con grida tumultuose; le campane suonando a distesa accennano la cerimonia consumata; le trombe vi aggiungono altissimo fragore. Viva Re Carlo! Viva la Regina Beatrice! Vivano i Re di Sicilia! e la chiesa al rimbombo pare che cada rovesciata dai fondamenti: pure tra tante voci che applaudivano si udì un urlo, che disse: Morte agli stranieri! Ogni uomo riputando di avere a lato colui che aveva tanto ardito (così l'urlo fu sonoro e terribile) si volse cruccioso, ma su le labbra del vicino udì spirare l'ultime sillabe, Viva Re Carlo: sospettarono molti che si fosse partito dal soffitto, e alzarono gli occhi verso quella parte; nè agli orecchi di Carlo rimase celato, e fu sentenza di morte per molte centinaia d'individui, che immolava in appresso per acquietare il sospetto suscitato nell'anima sua. Clemente, compiuta la preghiera, scese, baciò il Re su la fronte, abbracciò la Regina, e disse: «En uncti Domini, et Reges estis. Sicut rugitus leonis, ita est terror Regis; qui provocat eum peccat in animam suam: sed sicut divisiones aquarum, ita cor Regis in manu Domini. Pax vobiscum.»¹

¹ Ecco, siete Re, ed unti del Signore. Il terrore del Re è come il ruggito del lione; chi lo provoca a indignazione pecca contro l'anima sua: ma come i ruscelli di acque, il cuore del Re è in mano di Dio. La pace sia con voi.

In mezzo agli applausi della plebe romana i nuovi Sovrani volsero al Palazzo Laterano dove magnificamente banchettarono; il Pontefice si assise terzo alla loro mensa, ma in luogo più elevato, come conveniva all'altezza della sua condizione. Remosse le mense, andarono accompagnati dalla medesima comitiva alla Piazza di San Paolo, accomodata per uso di torneo. Quivi si addestrava quotidianamente la gioventù romana in certe giostre, che si combattevano con lance senza ferro chiamate bagordi; e così fosse piaciuto a Dio che sapienza di senno avesse avuto in quei tempi la Italia nostra, come aveva fortezza di bracci! Egli era un campo di forma ovale circondato da fossa profonda, larga quattro o sei braccia, che in queste occasioni si riempiva di acqua: presso al punto in cui le curve si stringono per riunirsi avevano tratto una linea retta, e lo spazio tra questa linea e l'estremo del campo serviva pe' sergenti, araldi, contestabili, ed altre persone necessarie a quel combattimento: intorno le fosse avevano inalzato palchi coperti di tappeti bellissimi, e tra questi, come ognuno potrà immaginare, andava distinto quello di Carlo per ricchezza di tappezzerie, ori, e bandiere di mille colori. Giovani donne di aspetto leggiadro, e di guancia fiorita, splendide delle più ricche vesti, sedevano tutte contegnose, cupide di un saluto per parte dei Cavalieri combattenti, che valesse a distinguerle. Intorno agli steccati la plebe stupida e feroce si affollava, si urtava per meglio vedere; nè a farla star quieta giovavano le calciate di lancia che d'ora in ora distribuiva il ruvido soldato. Accennando Carlo, suonavano un corno: le anime dei circostanti furono percosse da brivido di speranza, e di timore; un profondo silenzio si diffuse da per tutto: suona la seconda volta,—la terza;—allora si abbassano due ponticelli alla estremità della piazza, e i Cavalieri a due a due passano la fossa. Giles Lebrun Contestabile in mezzo del campo fece accostare i Cavalieri, e giurare loro sopra i santi Evangeli, che avrebbero combattuto francamente, senza frodi, senza malíe; che le loro armi non erano ciurmate, e che non avrebbero altro aiuto invocato se non quello di Dio, e della Vergine Santissima: dipoi rammenta loro di non ferire i cavalli, e divide il vantaggio del vento, e del sole; ciò fatto, si ritira alla estremità del campo dalla parte destra vicino al palco del Re Carlo per meglio ricevere i suoi ordini, e quivi rimane immobile come la statua del Commendatore Lojola: lì presso a lui stava il premio del torneo. Gli altri due minori contestabili con gli araldi si posero ai capi della piazza che abbiamo descritto, accanto ai ponticelli. I Cavalieri disposti in ordine da una parte e dall'altra aspettavano il segno. Giles Lebrun abbassa l'asta, e i Cavalieri si rovinano addosso. Vergognosa narrazione! sei Cavalieri italiani al primo affronto cadono scavalcati: i soli Cavalieri del fulmine, e primo venuto, si tennero fermi in sella; ma come se atterriti da súbita paura, voltaron i destrieri verso le lizze. S'alza all'improvviso altissimo suono di risa per dileggio dei vinti, e un battere di mani pe' vincitori, e uno urlare, e un pestare, che assordava la gente: le dame sventolavano le ciarpe; Carlo godeva in suo cuore che con la paura degl'Italiani si mantenesse la reputazione delle armi francesi.

«Siete voi Italiano?»—domandò il Cavaliere del fulmine al
Cavaliere primo venuto.

«Sono.»

«E che pensate di fare?»

«Vincere, o morire.»

«Insegniamo dunque a cotesti superbi che noi due bastiamo per tutti.»

Al punto stesso voltano le teste dei cavalli: gli spettatori in attenzione di nuove cose si tacciono. Trasportati dall'impeto dei loro destrieri, i tenitori che primi incontravano le lance nemiche furono Bilmont e Bresilles; questi percosso dal Cavaliere primo venuto stramazza sul terreno a gambe levate; quegli ferito dal Cavaliere del fulmine di colpo tanto rovinoso, che la lancia, rottagli la visiera, gli entra in bocca, gli taglia la lingua, e gli riesce dietro la nuca, sollevato di sella è scagliato cadavere lontano nel campo. I due Cavalieri italiani, riabbassate le aste, continuando il corso, si affrontano in Mirapoix il Siniscalco, e Jonville, il giovane Cavaliere; Mirapoix e il cavallo sotto l'asta del Cavaliere del fulmine vanno sossopra, e il peso dell'animale fiacca una gamba al caduto, che dai sergenti viene trasportato tutto doloroso fuori del combattimento; Jonville, quantunque côlto al cimiero premesse con le spalle le groppe del suo cavallo, e l'asta per lo spasimo gli sfuggisse di mano, nondimeno afferrata la spada voleva ricominciare lo affronto: il Cavaliere del fulmine gli spinge addosso il cavallo, e gli prende la mira sul fianco; guai a lui se l'avesse côlto, chè non avrebbe mai più vestito piastra nè maglia; ma il Cavaliere primo venuto vedutolo approssimarsi prese tempo, e gli dette tal colpo sopra la lancia, che sviatala dalla mira, si conficcò nelle coste del cavallo, nè si rimase, finchè tutta sanguinosa non apparve dall'altra parte: Jonville abbrividì a quel colpo, e considerando la sua vita andar salva per opera del Cavaliere primo venuto, porgendogli la spada gli disse: «Signore, la cortesia vostra mi ha conquistato.»

«Uscite, e tenetevi su la vostra parola per mio prigioniere all'estremità del campo.»

I fratelli Vandamme, nobilissimi giostratori, e pieni di prodezza, mal sofferendo quell'onta, si fanno con gran cuore a vendicarla. Quel dallo scudo nero con goccie di argento ferisce il Cavaliere del fulmine, gli fora lo scudo, e passa senza ricovrare la lancia; il Cavaliere percosso non piega un dito dal cavallo, ma sbaglia il suo colpo, e non trova il corpo avversario, cosa che soleva accadere ai giostratori mal pratici, o fuori di esercizio: infiammato di sdegno afferra la mazza d'arme, che gli pendeva dall'arcione, e la scaglia con tanta aggiustatezza sul fuggente Vandamme, che gli taglia l'elmo, la cuffia, e la ventaglia di acciaro; la testa ebbe salva per miracolo, se non che l'impeto della scure gli sfiorò un poco la pelle, e gli tolse alcuna ciocca di capelli: il Cavaliere del fulmine, che la vittoria sembrava rendere feroce, si disserra sul Vandamme, che intronato nel capo, privo del lume degli occhi, accennava ogni momento di cadere, lo prende alla gorgiera, lo tira giù da cavallo, e sprona verso la fossa per annegarvelo: un urlo di rabbia si fece sentire a quell'atto, e il Monforte, e lo Stendardo, si precipitarono a salvare il mal capitato compagno. Il Cavaliere primo venuto per questa volta fu più avventuroso di prima, perchè il suo avversario, mentre, arrivato da troppo acerba percossa, s'ingegna, stringendo i ginocchi, di non perdere le staffe, la cinghia della sella gli si rompe, ed egli trabocca sul campo; il cavallo lasciato in balía di sè, mentre vuol percorrere la piazza, è preso pel morso dal Cavaliere vincitore, e ricondotto cortesemente al vinto.

«Cavaliere, scendete, e cambiamo qualche colpo di spada, già che il cavallo non può più servirmi, almeno per oggi,»—disse il Vandamme.

«Signore,» rispose il Cavaliere primo venuto «volentieri farei quello che mi richiedete, ma il bisogno mi chiama altrove; io vedo il mio compagno assalito da due Cavalieri, nè posso lasciarlo solo: contro il Monforte, e non contro voi, noi portammo la sfida ad oltranza.»

«Cavaliere, io non saprei dirmi vinto oggi, senza un patto.»

«Ditelo.»

«Che voi veniste a combattere meco domani: lo promettete?»

«Lo prometto, salvo che impedimento non si opponga.»

Dopo queste parole il Cavaliere primo venuto si muove in soccorso del suo compagno, che, sopraggiunto dal Monforte di un colpo di lancia su la spalla destra, era stato costretto a lasciare il Vandamme, il quale fu miseramente calpestato dal suo cavallo, e piegare dal lato sinistro per modo, che, se non avesse puntato l'asta per terra, sarebbe per certo caduto; ma così presto si addirizzò, che lo Stendardo, avendo preso la mira bassa per ferirlo, piantò l'asta in terra. Il Cavaliere primo venuto, giungendo a gran corso, urta le spalle dello Stendardo così fieramente, che questi battendo col viso su le barde del suo destriere si sconcia il naso, e due o tre maglie della visiera gli si incarnano nelle guance; quindi continuando percuote il Monforte, e rompe nel suo usbergo la lancia; levata tosto la spada, si dà a tempestarlo, e s'ingegna a tenerlo corto, perchè non adoperi l'asta. Nel punto stesso apparisce uno stupendo caso; il destriero del Cavaliere primo venuto, di tutto nero che era, si tramuta all'improvviso, pezzato con grandi macchie di bianco.

«Ah! disleale Cavaliere!» gridò spaventato il Monforte «tu sei ciurmato. Contestabile!»