«Conte, vorreste con gli errori del volgo coprire l'onta della vostra sconfitta? fatelo, se vi pare onorato; ma se vi accostate, potrete conoscere, ch'io tinsi il mio cavallo perchè non fosse riconosciuto, e che la fatica ha fatto in parte cadere il colore.»
Il Monforte dopo avere verificato il fatto, rispose: «Comunque ciò sia, scendete, Cavaliere, e combattiamo a piedi.»
«Come volete, Conte.» E scesero, e continuarono la battaglia più fieri di prima.
Il Cavaliere del fulmine, ripreso campo, venne molto terribile sopra lo Stendardo, che côlto all'improvviso traboccò da cavallo; il suo nemico, riputandolo svenuto, scese, e gli andò incontro per finire la battaglia: lo Stendardo rilevatosi strinse la spada, e cominciò a difendersi assai francamente; erano i suoi colpi quanto quelli del Cavaliere del fulmine poderosi, ma faceva meno frutto a cagione dell'arme; imperciocchè i Francesi adoprassero in quei tempi i ferri quadrangolari taglienti su la punta soltanto, che con proprietà di vocabolo si chiamavano stocchi, mentre gl'Italiani li usavano taglienti per ambidue i lati, e in cima, i quali si distinguono col nome di spade. Ricambiati molti colpi, che non meritano descrizione, il Cavaliere del fulmine dette di tanta furia con la punta della spada nello scudo nemico che da parte a parte lo traforò.
«Cavaliere,» allora esclamò giubbilante «non so se il vostro scudo per picchiar si rompa, ma certo per forar si fende.»
Lo Stendardo rispose con una stoccata, che tagliando le piastre dell'usbergo nemico, gli piagò il fianco, e ne trasse il tepido sangue. L'offeso, pieno di sdegno, gettato lo scudo, afferrata la spada a due mani, percosse su la testa dello Stendardo; questi, che stava troppo bene su la guardia, fu presto a ricoprirsi il capo dello scudo; la spada cade, taglia lo scudo, il cimiero, l'elmo, e forse gli avrebbe diviso la testa, se non che il ferro col quale era fissata nell'elsa, si torce, e però la sua forza cessava sopra la cuffia di ferro: il feritore vedendo il nemico stordito, senza porre tempo tra mezzo, gli si spinge addosso, afferra con la manca la sua destra, e così forte gli contorce le ossa, che mandarono uno scricchiolare, come se fossero stritolate; lo Stendardo dal gran dolore rinviene, e lascia andare lo stocco; il Cavaliere del fulmine si avanza con la sua gamba destra tra le gambe dell'avversario, e con la mano tuttavia armata dell'elsa, di tanto grave punzone lo pesta nella visiera, che senza pure aver tempo d'invocare i Santi, di nuovo spasimato lo rovescia sul terreno; il feritore seguendo la sua vittoria trae il pugnale, si china, gli taglia il cuoio della visiera, e gli grida che si renda; nessuna risposta: lo Stendardo aveva la faccia piena di morte; su la bocca, e sul naso una spuma sanguinosa, intorno gli occhi un lividore quasi nero; ben fu due e tre volte tentato il Cavaliere del fulmine di conficcargli la lama del pugnale nella gola, e l'alzò, ma poi, come sdegnoso di tale atto, che il costume del tempo non considerava per vile, gli prese la spada, e lo lasciò privo di sentimento sul campo.
«Quanto era meglio per voi, che Goffredo di Presilles non inventasse il torneo!» gridò il Monforte ferendo di gran forza il Cavaliere primo venuto: «pensate a non dar tanto affanno alla vostra dama, a non far piangere la madre vostra.»
«Volete soccorso?»—disse, sopraggiungendo, il Cavaliere del fulmine al suo compagno, che vide in due o tre parti ferito.
Questi non risponde parola, e, come se fosse tutto fresco, raddoppiato vigore, muove tanto furioso assalto al Monforte, che, con la sua arte, appena di tre colpi può pararne due; calando terribili fendenti di sotto, di sopra, gli manda in pezzi lo scudo, gl'infrange in minutissime scheggie lo spallaccio di acciaro, e così aspramente gli impiaga la clavicola, che il braccio per poco sta che non gli cada in terra reciso.
«Guarda, Monforte, quanto t'era meglio avere Italia senza colpo ferire! guai a te, se i suoi guerrieri combattessero tutti!»—esclama il feritore, e lo incalza.
Il Monforte soprappreso dall'angoscia comincia a perder terreno, ad ogni colpo cede un passo; il suo nemico avanzando calca le orme stesse, ch'egli imprime fuggendo; Il ferro del Cavaliere primo venuto, veloce, come la lingua del serpente, ora lo ferisce sul ventre, ora gli penetra nella visiera; tutto il suo corpo con tale un impeto assai più che umano gli preme le ginocchia, e il petto; il pensiero che il suo avversario sia ciurmato torna più spaventoso che mai nella mente del Monforte, nè poco contribuisce ad avvilirlo.
«Renditi, o sei morto! «—grida l'incalzante, che scorge il Monforte giunto in parte che indietreggiando anche un poco si sommerge nella fossa.
«I miei padri non si sono mai resi.»
«Questo vuol dire ch'essi furono più valorosi di te, non già che tu non debba cedere al più forte: chiamati vinto.»
«Uccidimi se hai vinto, ma non isperare che io te lo dica.»
Allora il Cavaliere vittorioso, voltate le spalle, si mette a fuggire: il Monforte, sorpreso del caso, si guarda attorno, e si vede su l'orlo della fossa:—tu non lo avresti fatto,—gli rimprovera la voce della coscienza: disperato di vincere la prova, torna a combattere per morire onoratamente.
Il Cavaliere del fulmine, con le mani sopra il pomo della spada fitta nel terreno, stava immobile a considerare il mortale duello; poteva, se avesse voluto, con un suo colpo finirlo, ma lieto del valore del compagni, gliene lasciava tutta la gloria.
Il Monforte cade abbattuto, il suo nemico gli calca il seno col piede, e alzata con ambedue le mani la spada di punta su la visiera smagliata, gli parla: «Cavaliere, troppo mi graverebbe ucciderti, perchè, sebbene orgoglioso quanto Lucifero, io ti provai valente nell'armi, e quello che potevi fare hai fatto per difenderti da me: chiamati vinto, salva la vita; e rammentati che se Italia dorme, non meritava di essere effigiata capovolta nel tuo scudo; ella dorme, ma se si sveglia, quale schiatta umana la vincerà?»
«La vittoria ti ha dato il diritto di uccidermi, uccidimi; ma risparmiati in nome di Dio questi tuoi sanguinosi rimproveri: io ti avrei di già trucidato!»—rispose il Monforte a mala pena respirando per la oppressione che gli davano le angoscie del corpo e dell'anima.
«Renditi, ed hai salva la vita.»
«No.»
«Che faremo noi di questo ostinato?»—domandò il vincitore al Cavaliere del fulmine, il quale freddamente rispose: «Dategli il colpo di grazia.»
E l'obbediva, se non che ad un tratto sente gridare per ogni parte: «Ferma! ferma!» e il rumore di una moltitudine che si muove gli percuote l'orecchio; alza la faccia, e vede superate le lizze, valicate le fosse, ed una calca di gente stringersi in cerchio intorno di lui.
«Che è questo?»—domandava al compagno.
«Il Conte di Provenza» gli rispondeva costui «lo ha dichiarato vinto facendo alzare la lancia al Contestabile Lebrun. La nostra parte è finita, andiamo.»
«È egli bene che ce ne andiamo a guisa di fuggitivi?»
«Io credo che sì: questa gente che ci viene addosso ama più il Monforte di noi, e non è la prima volta, che il premio del Cavaliere vincitore del torneo fu morte a tradimento: se volete campare, salite in sella, e seguitemi.»
Il Cavaliere, lasciato il Monforte, che dopo le ultime parole era caduto in deliquio, montò il suo cavallo, e si mise dietro allo sconosciuto compagno: questi cavalcò al luogo dove stava il premio del torneo, levò da terra l'asta, l'armatura e lo zoccolo, prese una coppa piena di bisanti, e la gittò alla plebe, la quale si sbandò in un subito per raccogliere le monete: allora l'avresti veduta percuotersi nel volto, carponi per la terra: e qui taluno aspettare che il suo vicino avesse preso il bisanto, poi dargli un pugno sotto la mano, il bisanto balzare all'aria, egli ghermirlo, fuggir via, e mescolarsi nella folla, che richiudendosi a un tratto non permetteva al derubato di perseguitarlo; là tali altri afferratisi pe' capelli, mentre s'impediscono scambievolmente di raccogliere la moneta, che potevano dividere, giunge un terzo che la porta via intera; in somma era uno schifoso spettacolo dell'umana cupidigia: molti considerando che i loro sforzi sarebbero tornati vani per acquistare i danari già sparsi, si affollavano al Cavaliere del fulmine, che gittò la seconda coppa, e la terza, e la quarta, tanto che giunse a distrigarsi a salvamento fuori di quella ciurmaglia.
L'onorato Lebrun, che quantunque il giorno innanzi offeso dal Monforte, aborriva ogni vendetta, che non fosse generosa, fu che salvò la vita al male arrivato Conte. Carlo, più volte a grande istanza da lui supplicato, ordinò che sollevasse la lancia, cosa che il Contestabile fece molto volentieri; e quindi affannoso andò co' sergenti a soccorrere il Monforte, che privo di sentimento trovarono steso per terra, e con modi soavi trasportarono alla sua abitazione.
I Cavalieri primo venuto, e del fulmine, comecchè cavalcassero a gran fretta, furono ben tosto raggiunti dai loro sei compagni, i quali, rimasti prigioni a prima giunta, non trovarono per l'esito della battaglia impedimento all'andare. Così riuniti, senza profferire parola, s'internarono nel più profondo di una vicina foresta; avevano forse mille passi percorso, allorquando si abbatterono in circa dugento uomini di arme, che da lontano con le daghe e con le partigiane gli salutarono. Il Cavaliere del fulmine venuto loro dappresso si calò la visiera, e disse:—«Compagni, abbiamo vinto.»
CAPITOLO DECIMOSETTIMO.
IL RIMORSO.
Perchè nessuna notte ha seguitato il giorno,
nè nessun giorno la notte, che tra il vagito
dei nascenti non siasi inteso il pianto della
morte, e dei funerali.
LUCREZIO, 2.
«Siete voi, Messer Ghino! Già il cuore me lo aveva rivelato;»—esclamava il Cavaliere primo venuto abbassando la visiera a sua posta, onde Ghino aperte le braccia gli correva incontro gridando: «Voi qui, Principe Rogiero!» E si abbracciavano scambievolmente, e amorosamente si baciavano in bocca.
«Come mai, Cavaliere,» riprendeva Ghino «di amico ch'eravate di Francia, le siete diventato, e così tosto, nemico?»
«E' dovete sapere, messer Ghino, che allorquando io portai le lettere di Napoli alla Contessa Beatrice su le rive dell'Oglio, Monforte tutto cruccioso si volse al cielo esclamando:—Sire Dio, noi avremo Italia senza colpo ferire…. adesso ha imparato che mal per lui se gl'Italiani ferissero!…»
«Vedi petulanza! e non aveva anche vinto: pensate un po' quale orgoglio avranno costoro quando domineranno su Napoli…. Oh! se i patriotti nostri!… Ma or via, venite, Cavaliere, che dovete essere stanco e ferito, ed io non ho mai temuto quanto oggi di trafelare nell'arme;—con l'aiuto di Domineddio abbiamo fatto assai prove per oggi.»
Così s'incamminarono verso una casetta riposta in luogo assai remoto nella foresta, dove Ghino accolse ospite per la seconda volta Rogiero.
Ora poichè pel riposo, e per le cure di alquanti giorni ebbe Rogiero rimarginate alla meglio le ricevute ferite, avvenne che certa volta, essendo lontano Ghino pe' bisogni della masnada, si mettesse soletto per la foresta; teneva le braccia incrociate sul petto, il capo chino a terra,—camminava or lento, ora ratto, spensieratamente. La rimembranza delle passate avventure gli assaliva l'anima come un senso di mestizia, poi come irritazione dolorosa, alla fine come eccesso di rabbia; allora tu lo avresti veduto correre, cacciarsi le mani pe' capelli, disfatto nel sembiante, stralunato negli occhi, urlando e bestemmiando, come creatura travagliata dagli assalti del Demonio. Tutto sudante si appoggiava al tronco di un albero, o tra l'ansare dell'affanno sofferto ad alta voce diceva: «Qual è che nega il destino? Venga chi il nega a contemplare la sentenza feroce che mi condanna alla infamia; e se il cuore gli basta, affermi che non sia destino.—Ecco, non vedo lato dal quale mi volga, che non sia un delitto:—delitto, se sto neghittoso,—delitto, se opero. Il sangue di mio padre grida dalla fossa…. chiudiamo il cuore e le orecchie…. egli starà come un'accusa contro di me davanti al trono del Signore,—come, una vergogna alla faccia degli uomini…. Sia vendicato;—come?—Chiama il Re Manfredi a duello…. stolto! quelli stessi che sentono giù nel profondo la tua giustizia, ti getteranno addosso l'onta della follía;—sarai trucidato senza frutto,…. lascerai ai tuoi discendenti nuovo misfatto da vendicare.—Chiama lo straniero, l'anima di tuo padre sarà vendicata…. la tua patria oppressa!—Feriscilo da tergo…. questo sarebbe il meglio…. ma non si sa perchè gli uomini lo hanno chiarito infame. Ahimè! vedo il disprezzo della gente a mo' di forma mostruosa che si apparecchia a lacerare la mia rinomanza; vedo schierate dinanzi al pensiero le colpe presenti, i falli futuri, ma i miei tra tanta moltitudine appaiono distinti di proprio colore;—vedo il mio nome, non altrimenti che una piastra di metallo ingrappata nella memoria dei posteri si fosse, farsi più splendido sotto i miei sforzi di consumarlo, e richiamare l'attenzione dei secoli. Sommo dolore egli è questo;—ma fine dei dolori,—la morte. Se la vita è un presente, vi renunzio; l'avrei renunziata, se la mia ragione avesse potuto conoscere la vita, e se l'avessero interrogata;—s'ella è una pena, perchè punirmi? perchè sarò doppiamente punito per non sopportare la pena? Questa non si chiama giustizia…. Giustizia! osa profferire sì fatta parola al cospetto del potente:—dov'egli abbia sortito dal cielo compassionevole indole, farà per lo meno guardare dal medico se hai sano il cervello.—E poi io difesi la vita dalla fame, dalla sete, dal freddo, da tutti gli stenti, che a corpo mortale è dato sopportare; ma dall'obbrobrio non ho saputo,—non ho potuto: se lasciarla fu colpa, tenerla era vituperio; tra il vituperio e la colpa, io ho scelto l'ultima: se doveva scegliere il primo, perchè non additarmelo? perchè darmi tanta paura del disonore? perchè compartire ai miei simili una smaniosa volontà di perseguitare l'avvilito? perchè sarebbe peccato? Sia un corpo di forma quadrata, o rotonda.—servirà meno agli ufficii della natura? Degli enti non si perde nulla, la materia torna alla materia….—Lo spirito?…. Non è assai prova superare la rabbia del vivere instillataci nel sangue? non assai pena la ineffabile angoscia di scompigliar l'ordine della nostra esistenza attuale? Se è concesso uccidere un altro uomo che ti vuole apportare affanno, perchè non potrai uccidere te stesso per fuggirlo? Che cosa ha questa vita che meriti di essere conservata? Il mondo offre due sole strade ai viventi:—o scellerato,—o vittima; per essere il primo l'anima mia è troppo piccola, onde sprezzare la fama e chi la dona; per la seconda, è troppo grande, onde sopportare come lo infingardo sopporta. Finora ogni minuto fu un gemito,—ogni giorno un dolore,—adesso ogni anno sta per diventare un delitto.»
E così avrebbe certamente, con lo ingegno che aveva sortito prontissimo, divisato tutte le sentenze, che l'Abbate di San Cirano, Robeck, Rousseau, Goethe, Ugo Foscolo, ed altri infiniti, hanno mosso in favore del suicidio, e forse avrebbe anch'egli concluso col darsi la morte,—argomento che non ammette ragione in contrario,—dove una voce sonora non gli avesse percosso le orecchie, gridando: «Rammentatevi di vostro padre.» Rogiero trasalì, si guardò spaventato d'attorno, percorse i luoghi circostanti;—non traccia, non vestigio di umana creatura. Ora sì ch'egli stette da vero per divenirne folle, e se i precedenti discorsi furono in parte scevri di sapienza, in parte empii, come dettava la sua feroce passione, pensisi quali divenissero dopo la esposta avventura.
«Chi è che nega il destino? Eccomi immerso nel delirio di amor disperato, ricinto dai lacci della colpa, nè posso liberarmi; gemo sotto il peso di catena, che non ho balía di spezzare; i miei polsi grondano sangue, ed è invano il dibattermi; acquietati, aspetta il compimento dei tuoi destini, e divorati il cuore. Ecco l'abisso del pianto, del rimorso, dell'ira; mi appiglierei al ferro tagliente per non precipitarvi, la forza mi vi strascina. Donde nasce questa forza maledetta? dall'Inferno, o dal Cielo? Nol so, nol vo' sapere; la forza vive e regna, ed io sono condannato a precipitare. Oh! se mi fosse concesso domandare ragione! se il potere di muovermi con gli elementi!….»
E qui Rogiero divenuto del tutto privo di senno pronunziò tali voci, che Dio nella sua bontà avrà certamente rimesso a quell'anima, ma che furono le più scellerate, che mai avesse ascoltato da bocca mortale: maledì il giorno che nacque, l'acqua del battesimo, il fiato della vita, i sacramenti, il latte della madre, la generazione del padre: trasportato dall'impeto correva per la foresta, come uomo percosso da quello spaventevole morbo che chiamano licantropia,¹ e d'ora in ora digrignava tra i denti: «tiranno…. tormentatore delle anime…. possa morire la natura!…» ed altre assai che sarà meglio tacere. Seguendo la sua corsa, cieco della mente e degli occhi, ode allo improvviso gridarsi davanti: «Fermati, uomo, se non ami andare innanzi il tuo tempo entro il sepolcro.»
¹ Licantropia, voce greca. Specie di pazzia, per la quale l'uomo, come un lupo, corre urlando di notte per le campagne; e talora morde, e digrigna i denti, come i cani; onde questa malattia dicesi anche Cinantropia.
Rogiero allora, costretto a riunire lo spirito ai sensi, si vide forse un palmo distante da una fossa: in linea retta ne erano molte altre scavate nel medesimo campo, e aperte, quasi perchè fossero più pronte a divorare la schiatta destinata a morire. Le parole si erano dipartite da un vecchio Frate che pareva non avesse aperto labbro, tanta era l'attenzione che poneva a scavare la sua celletta di morte. So bene che l'arte di Lavater per conoscere dall'esterne qualità del volto i reconditi pensieri dell'animo procede incertissima; pure così siamo fatti, che ci fermiamo a considerare il vaso prima di bere il liquore che vi si contiene: consideriamo pertanto come meglio si può le umane sembianze, non perchè insegnino scienza, ma perchè ammaestrano a dubitare,—e il dubbio forma tutto ciò che alla polvere si concede sapere. Giungeva quel Frate con gli anni oltre i novanta; la sua persona pareva essere stata una volta maestosa e diritta, come i pini che circondavano la sua santa Abbazia; ma adesso l'età lo aveva curvato verso quella terra ch'egli stesso si apriva di propria mano, per esservi nascosto nel giorno non lontano della sua morte; cortesi apparivano in lui il muovere dei labbri, il sorriso, l'atto della mano; tuonante suonava la voce e solenne; negli occhi gli scintillava una fiamma che sembrava dovere ardere eterna, da che nè gli anni, nè le vigilie, nè il pianto, l'avevano potuta, non che spengere, diminuire. Michelangiolo, se avesse dovuto dipingere un Padre Eterno, ne avrebbe copiato il terribile; Raffaello, se ritrarre un Redentore, ne avrebbe imitato il gentile. Rogiero sentendosi alquanto consolato dalla bellezza di cotesto aspetto, sebbene un po' vergognoso, gli parlava: «Santo Padre, se la domanda non vi riesce importuna, ditemi in cortesia, perchè le vostre mani si occupano in opera tanto umiliante? Il cadere della neve, lo scrollare della terra, riempiono incessantemente cotesta fossa, che il giorno della vostra estinzione potrebbe da qualsivoglia uomo compirsi in breve ora. Parmi che il tempo si deva consumare assai meglio.»
«Figliuolo,» rispondeva il Frate piantando in terra la vanga, e sovrappose le mani alla estremità del manico, e su le mani appoggiò il mento in grave maniera: «certo tu diresti saviamente, se così lieve fosse l'oggetto di questa mia opera. Io vo' che tu sappi ben altro essere stato il consiglio del nostro glorioso institutore, quando ordinava questo quotidiano lavoro; ben è vero che la pratica se n'è oggidì quasi perduta tra i cenobiti di questo monastero, ed io sono ormai presso che il solo che tuttavia la segua. Pensi l'uomo, che il suo corpo deve formare due o tre zolle di terra, e un numero infinito d'insetti: e se le passioni implacabili non taceranno, imperverseranno meno spietate nell'anima sua. Noi siamo tali per nostra propria conformazione, che, bisognevoli di piacere, rifuggiamo spaventati, non che dal dolore, dalla fatica; ora immaginati se il pensiero vorrebbe fissarsi su la meditazione della morte, ch'è sommo dei dolori; però fa di mestieri costringerlo con sensazione continua. Veramente il tempo sarebbe meglio impiegato in qualche opera di grandezza, ma le occasioni di operare sublimemente occorrono rade, figliuolo, e rade bene; intanto aspettando che vengano, quale studio torna più vantaggioso di quello che ci svela la debolezza della nostra natura, e ne avverte tutte le condizioni pareggiarsi nella bilancia della morte, e forse una terra più perfetta emanare dalle membra dell'uomo per assiduo travaglio robuste, per temperato cibo incorrotte, che da quelle imputridite di colui che visse nella mollezza? O figliuol mio, non torna vano aprire la terra nella quale dobbiamo essere sepolti.»
«Io avrei creduto che replicando ogni giorno questa opera, l'uomo vi si fosse da gran tempo abituato, e il suo timore rimanesse come era avanti che la cominciasse. Ma, padre mio, che cosa ha mai la vita, che meriti tanto apparecchio per finirla? Se l'uomo per fastidio, per dolore, o per altro, vuol darsi la morte, così senza pensare si cacci il ferro dentro le viscere; allora, in quel momento che passa tra la ferita e la estinzione, il suo spirito penserà essere stato un atto del suo volere, e godrà nella lusinga di avere la potestà di disfarsi: meditandovi sopra apprendiamo essere cosa necessaria, disperatamente inevitabile, lo sforzo della tua costanza affrettarla di pochi istanti; tutto ti si riduce in bassezza, in miseria, in viltà. Non pensiamo in nome di Dio alla morte, ch'ella ci travaglia di troppo grande sconforto:—diamocela, se fa di mestieri, senza pensarci.»
«Ah!» gridò il Frate, percuotendosi della mano la fronte: «tu mi sveli un terribile arcano;—forse questa mia opera, che finora ho stimato derivare da forza del cuore, è tributo, che l'età, crollando il vigore del mio spirito, mi costringe di pagare alla debolezza! In altro tempo io aveva imparato che l'uomo si mostra in tutto imbecille; ma lo spirito maligno mi ha sorpreso, e la superbia mi ha deluso con la lusinga che la mia opera fosse magnanima: pure io non temo la morte.»
«Nè io la temo; anzi la cerco, come tesoro nascosto,¹ e non la trovo; la desidero come ricompensa della vita, e non mi viene concessa. Perchè non porne tra mezzo alla via travagliosa un luogo dove riposarsi? Perchè fra tanto dolore non v'è asilo di pace?»
¹ … Expectant mortem et non venit, quasi effondientes thesaurum. (Job, 3.)
Il Frate taceva. Rogiero stette lungamente pensoso; voltosi attorno vide una solenne solitudine, udì un silenzio beato, solo interrotto dal fremito delle fronde lontane, o dalla voce dell'errante lodoletta, che con velocissima curva trapassava pel Camposanto: il suo sangue, come rinfrescato, gli corse più placido nelle vene, i polsi gli battevano languidi, la respirazione si fece più libera.
«Oh! qui regna pace da vero!»—proferì gemendo.
Il Frate taceva.
«Se,» continuava Rogiero «se presso l'altare del Signore non giungesse il grido della vendetta;—se i cantici di Dio bandissero dal mio orecchio quella voce;—se l'ombra dei morti non entrasse nel santuario….»
«Certo non v'entra, se tu non ve la porti.»
«Io? se mi riparerei sotto terra per non essere perseguitato!»
«Hai tu commesso delitto?»
«No.»
«Sei per commetterlo?»
«Sì.»
«E che cosa vuoi dal Signore?»
«Ch'ei mi salvi da una forza che mi strascina alla colpa.»
«Qual forza? Cristiano, dì—voglio; e vorrai.»
«O Frate, Frate, voi siete incredulo, ma io per la notte e pel giorno sono condannato ad ascoltare la voce del mio tradito genitore.»
«Che domanda?»
«Un delitto.»
«Oltre qui» rispose il Frate additando la fossa «non v'ha che perdono; tutto ciò che racconti è illusione del tuo spirito disposto a mal fare.»
«Potrebbe la casa di Dio, se ciò fosse, sanarmi»?
«Potrebbe.»
«Padre, io mi rendo Frate.»
«Perchè v'è silenzio,» riprendeva il vecchio, e cogli occhi accennava l'Abbazia, «credi tu che tutti abbiano pace là dentro? Non sai che la disperazione tace? non sai che il pianto si consuma, non già l'angoscia che fa piangere? La soglia del convento non è muro che valga a difenderti dalle passioni del mondo: se ve le porti, le troverai; se vi porti il delitto, vi troverai il rimorso; se il desiderio, lo spasimo. Vissero tali, che ingannati dal sembiante, o, per meglio dire, fidandosi troppo in questo recinto, avviliti da qualche sciagura, sdegnati, ma non sazii del mondo, vestirono l'abito del nostro ordine, ma non ne assunsero lo spirito: indi a poco le cupidigie risvegliandosi in loro più gagliarde che mai, anzi irritandosi per la difficoltà di conseguire, o di deboli divennero scellerati, o logorarono nella rabbia la vita, e nessuno di questi salvò l'anima. Nel silenzio di quelle muraglie stieno nascosi i fatti della colpa. Tu bada, se vuoi essere felice, che lì dovrai deporre ogni desiderio di gloria, ogni odio, ogni amore; sarai come defunto, come non nato; ignorate passeranno le tue virtù, vanità ti fingerai gli applausi della gente, la corona della sapienza e del potere; solo cosa reale la terra che dovrà seppellirti; e tu traboccherai nella morte sconosciuto, non curato, come una goccia di pioggia che cade nell'oceano.»
«Padre, non mi respingete dal sacrario di Dio.»
«Io ti respingo? Oh! se la mia testa dovesse esserti scala per salire alle gioie celesti, io la deporrei su la polvere mille volte e mille, ringraziando l'eterna sapienza di averla sortita a così alti destini. Ma io sono peccatore, nè mi può esser concesso levare un'anima dal sentiero della perdizione, ed acquistarla al Paradiso, no, non mi può essere concesso: forse chi sa che confortandoti ad entrare in religione, io non ti perdessi: tale si perde Frate, che si sarebbe salvato Cavaliere: in ogni cosa bisogna bene meditare sul fine.»
Mentre proferiva queste parole, una campanella della Abbazia incominciò a suonare con tocchi lenti e lugubri: il Frate levò gli occhi al cielo, e pregò ardentemente: «Piacciati perdonare, o Signore, all'anima del povero Frale Egidio.» Quindi vôlto a Rogiero: «Senti, figliuolo; questa campana ci avverte che un'anima sta per passare. Povero Frate Egidio! non sono anche otto mesi che ha vestito l'abito, e tanto si macerò con digiuni e con discipline, che il suo corpo non ha potuto reggere: certo, egli fu gran peccatore, ma la misericordia dell'Eterno è più grande del peccato, e certamente egli andrà salvo; io l'ho trovato come te, su la via, e l'ho condotto là dentro, ma il suo volto appariva ben diverso dal tuo, diversa la voce, diverse le parole: ora egli muore. Chi è Frate Egidio? Nessuno lo sa; nessuno lo piange. Dalla luce del tuo sguardo conosco che non potresti sopportare siffatta dimenticanza; quei tuoi occhi accennano una passione che prorompe; non v'ha potenza che valga a frenarla: se la impedisci, tornerà a spezzarti il cuore: io non so dove ella ti condurrà, ma certo se ora tu ti rendessi Frate, sarebbe un cacciarti nell'Inferno prima del tempo. La pace di Dio sia teco.»
«Spietato!» diceva Rogiero «mi augura la pace, e non vuole porgermi la mano per aiutarmi; mi respinge dal luogo dove voglio salvarmi, dicendomi, che quella non è la via, e non me ne accenna un'altra. Ma guarda una volta la tua creatura, Dio onnipotente! Andiamo a prostrarci innanzi al suo altare; lo pregherò, lo scongiurerò; tutto quello che può fare un uomo farò, purchè finalmente mi ascolti, e mi risponda.»
Ciò detto, si pose deliberato dietro le traccie del Frate, giunse ad una porticella, la spinse, e trapassò per un corridore in una stanza terrena; una scala era a capo della stanza, la salì; venne al primo piano, e poichè lungo tempo vi si fu avvolto inutilmente in cerca di un Frate, che gl'insegnasse la chiesa, si trovò innanzi ad un uscio, traverso del quale intese la voce sommessa di persona che reciti preghiere per qualche morto; schiuse l'usciale, e fermò il piede su la soglia.—Il sole presso al tramonto, nascoso dietro fitta caligine, coloriva di vermiglio di sangue una nuvola errante al sommo del cielo, e la nuvola ripercuoteva su gli oggetti con molto spaventosa maniera la luce rossa: ella penetrava traverso la piccola finestra, e illuminava il volto, e parte del petto di un moribondo. Sia che la malattia non gli permettesse giacersi disteso, o che altro, egli stava seduto, sorretto alle spalle con un materasso piegato; la mano destra teneva scoperta sul letto, e non aveva più moto, e all'estremità delle dita era violetta; ogni altra parte, bianca, sembrava già morta; la sinistra nascondeva sotto il lenzuolo; sul materasso dal manco lato vedevasi un Crocifisso, ma il moribondo teneva il capo fitto al destro, quasi per ischivarne l'aspetto; di tanto in tanto apriva gli occhi, ora velati come nebbia colore di piombo, ora lucidi come vetro, ma smarriti, senza fissarsi su nulla, mostrando di non veder nulla, quali sono quelli del cieco di gotta serena;¹ i capelli rovesciati dietro le orecchie lasciavano considerare per lo spazio della fronte il dominio della morte; le labbra compresse mandavano fuori livida spuma, che gli gocciava giù per la barba; la gola sforzandosi di singhiozzare si allungava, si attenuava, e dopo un travagliarsi angoscioso costringeva la bocca ad aprirsi quanto più poteva, e lasciava uscire un sospiro fievole fievole. La rimanente scena era sepolta nel buio: nel buio la stola, che gli copriva i piedi; nel buio il Frate, che, inginocchiato a piè del letto, recitava le sante orazioni.
¹ Avrei potuto dire amaurosi, ma sarei stato inteso da meno.
Rogiero entra senza strepito. Perchè anch'egli scolora? perchè il cuore gli batte più tardo? Si affretta, accosta il suo volto a quello del moribondo: «Gran Dio! Roberto!»
Il senso del moribondo divenuto pigro risponde come suo mal grado alla chiamata; leva la faccia, e considera il Cavaliere: allo improvviso il sangue gli rifluisce commosso per tutto il corpo, gli si arricciano i capelli, trema in maniera che tutto il letto si scuote; e con urlo spaventevole grida: «Il tradito! il tradito! Padre, mi avete deluso: perchè dirmi che Dio mi ha perdonato le colpe? Non vedete ch'egli spezza le lapide delle sepolture, e manda i morti a disperarmi nella agonia?»
Il Frate, che, inginocchiato all'estremità del letto, gli raccomandava l'anima, maravigliando come potesse urlare sì forte, accorse a consolarlo.
«Sono illusioni del Demonio, fratello mio: affissate la mente su la immagine del Redentore.»
Roberto, appena vide il Padre vicino, gli si avvinghia paurosamente al collo, e nasconde il capo nel suo seno, proferendo interrotte queste parole: «Eccolo lì… lì… dall'altra parte del letto… per amore di Gesù, gittategli addosso acqua benedetta… cacciatelo via… i miei pensieri non possono essere del Paradiso, s'ei non se ne va via.»
Il Frate, che, assorto nel sacro mistero dei suoi ufficii, non badava a quello ch'era avvenuto, intende il guardo nel buio, e scorge un cavaliere. Certo, il ribrezzo gli agitò le membra, ma leggiermente; e confidando nell'aiuto divino, di súbito rassicurato cominciò: «In nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo, io ti scongiuro…»
«Padre, non sono mica uno spettro, che dobbiate scongiurarmi.»
«Non gli badate, Padre, non gli badate; proseguite a esorcizzarlo; non vi avvedete ch'ei tenta ingannarvi per non andarsene?»
«Sciagurato! Roberto, non conoscete più la mia voce?»
«Ah non l'avessi mai udita!»
«L'ultima volta ch'io vi lasciai, vi strinsi la mano, e ci promettemmo, che se di allora in avanti ci fossimo mai incontrati nel mondo, ci saremmo veduti come amici: adesso così mi accogliete voi? Bandite ogni paura; sentite, io vivo;»—e così parlando gli pose una mano sul braccio in atto amoroso.
«Mi brucia…. Padre…. mi brucia…. gettategli l'acqua benedetta…. acqua benedetta…. non posso più sopportare…. cacciatelo via, o io muoio bestemmiando.»
«Figliuolo, non dite queste empietà; lodate la provvidenza di
Dio, il Cavaliere che vi sta davanti è vivo.»
«È vivo!»
«Sì, è vivo: adorate gli eterni decreti: forse egli fu inviato per farvi dolce la morte col suo perdono.»
«È vivo!»—gridò il moribondo, e lasciando il collo del Frate prese la mano di Rogiero, e con infinita ansietà la toccò più volte, quasi per accertarsi che non s'illudeva.—«È vivo, si!»—e se l'accostava alla bocca, e vi spargeva un torrente di lacrime.
«Ma deh via! Roberto, fatevi animo, non piangete tanto; molto maggiori peccatori, che non siete voi, ottennero perdono, e con minore pentimento.»
Roberto senza lasciare la mano di Rogiero lo guarda in viso, e con voce lamentevole gli domanda: «Perdono! perdono!»
«Voi non mi avete fatto mai danno, Roberto; perchè dovrei perdonarvi?»
«Oh! i miei delitti sono troppi, e mi abbisogna tutta la virtù della speranza per non isconfortarmi del perdono, e tutta la misericordia di Dio per perdonarli: questi delitti ho commesso contro l'innocente,—contro di voi,—perchè vi ho tradito.»
«Perchè mi hai tradito? che ti aveva io fatto?» rispose Rogiero con tale un suono che avrebbe commosso l'anima più feroce; «dunque non basta, per esser sicuri, non nuocere?»
«Ma!—io vi ho tradito.»
«O cortese Cavaliere, se possedete spirito gentile come l'aspetto, non vogliate permettere, che quest'anima si diparta sconfortata senza il vostro perdono: egli vi ha offeso, ma la sua penitenza ha scontato la colpa, ed ora sta per comparire davanti al giudizio dell'Eterno.»
«Bel Padre, io non rammento in che quest'uomo mi abbia apportato ingiuria; ma da che dice avermi tradito, io gli perdono. La offesa, come voi ben sapete, non può levarsi che in due modi, o col vendicarla, o col perdonarla: nel primo non posso, non mi rimane altro che il secondo; io gli perdono.»
«Padre, avete sentito, ei mi perdona.»
«Sì: state lieto, l'uomo ha perdonato; pensate se perdonerà
Dio, ch'è tanto più pietoso di lui!»
«Amen.»
«Roberto, di grazia, mi direte voi, come mi avete tradito?»
«E perchè non ve lo dirò io? Oh! fosse qui la universa gente per ascoltare le mie accuse, e vedesse quanto grande scellerato sono stato al cospetto del Signore! così la umiliazione lo indurrebbe a riguardarmi più benigno in questa ora amarissima della morte, e molti si emenderebbero…. ma no, che voi potreste ritirare il vostro perdono, e pentirvi di avermelo dato, e maledirmi per sempre;—no, ch'io non vi dirò come ho fatto a tradirvi!»
«Roberto, più che voi non credete sono assuefatto a sentire la sciagura; voi non potrete narrarmi nessuna gran cosa ch'io non abbia immaginata o sentita: volge assai tempo che mi trovo disposto a tutto; parlate, io vi prometto di non ritirare il perdono.»
«Lo giurate?»
«Lo giuro.»
«Padre, in cortesia, ricevetene il giuramento.»
Rogiero pose la destra su la immagine del Redentore, e disse quello che al Padre piacque di suggerirgli.
«Dunque voi non potete più disdirvi, Rogiero,» domandò Roberto a Rogiero, il quale gli rispose assentendo col capo: «allora venite qua, sedetemi vicino su la sponda del letto; io parlerò sommesso, perchè sento mancarmi la vita, e forse chi sa se potrò terminare la mia confessione Rogiero, sentirete la storia di un delitto che non concede gridi nè pianto, ch'egli è troppo maggiore di loro; le lacrime vi si congeleranno su gli occhi, i gridi si soffocheranno nella gola.—Che impallidite, Rogiero? Oh! non è tempo ancora; se voi non fate core adesso, in verità io vi protesto che morirete prima che io la finisca.»
Rogiero ponendo la sua nella mano di Roberto, per fargli sentire che non tremava, gli ordinò: «Dite.»
CAPITOLO DECIMOTTAVO.
LA ESTREMA UNZIONE.
Posta s'era a seder sopra il suo letto
La miserella vinta dal dolore,
Ed avea nelle braccia
Il figliuol pur mo nato:
Questo, disse, è quel latte
Che ti può dare il petto
Di tua madre infelice, e trapassata
Ogni cosa bruttando col suo sangue
Finì la vita.
CANACE, tragedia antica.
«Era una notte d'inverno; raccolti intorno al focolare udivamo il fiero racconto del Maggiordomo:—più volte preso da insolito tremore accostai il mio corpo a quello del compagno vicino, e quasi in segno di affetto gli strinsi la mano, ma in vero perchè aveva paura;—certo la storia del Maggiordomo atterriva spaventosa, e il fuoco cominciava a consumarsi, e le tenebre diventavano maggiori; pure io sentiva dentro me sì fatto scompiglio che non poteva derivare dai casi presenti.—Ho udito in appresso porre in dileggio quelle voci segrete con le quali una potenza interna sembra avvertirti che qualche sventura ti sovrasta; nondimeno non ho sofferto mai affanno di cui il cuore non mi abbia avvisato.—Quella sera fu destinata dallo Inferno per incominciamento dei miei misfatti!—Una leggiera percossa sopra le spalle mi fece volgere indietro la faccia;—il volto del conte Odrisio di Sanguine mio signore era stato sempre severo,—questa sera mi apparve terribile;—forse fu l'effetto della luce vermiglia vicina a spegnersi, che riflettendo sopra il suo rugoso sembiante gli compartiva quella nuova espressione; forse derivava dal pensiero delle cose che macchinava nella mente;—al vedere quei bianchi capelli ritti come stecchi su la livida fronte, i sopraccigli neri contratti faticosamente, il rossore su quelle guance smorte ed estenuate, fui per gridare;—egli spalancò gli occhi, mi presentò scintillanti nella pienezza dell'ira le pupille poco innanzi nascoste, e con quell'atto mi fece comprendere ch'io doveva tacere; quindi, curvata la persona sopra la spalliera della sedia, mi susurrò basso basso agli orecchi:—Seguimi in modo che nessuno si accorga della tua lontananza;—e sè ne andò come era venuto. Desideroso di obbedire al mio padrone, mi allontano un poco dal focolare,—la luce cessa rischiararmi, e con essa l'attenzione dei compagni di rammentarmi; mi confondo nella oscurità, mi alzo, ed esco della stanza. Appena giunto a mezzo del corridore, la voce del Barone mi domanda:—Sei tu, Roberto?—Sono.—Dimmi, Roberto, come hai tu in pregio il tuo signore?—In pregio di savio, di benigno e di cortese.—Vero?—Quanto la Messa.—Tolgano i Santi che io ti ricerchi per rinfacciarti il benefizio; ma come credi ch'io mi sia comportato verso di te?—Come padre verso figlio bene affetto.—Vero?—Per la fede di vassallo.—Dunque, s'io ti richiedessi un dono, me lo faresti?—Messere, tutto quello che si può chiedere da Cristiano io sono per fare in pro dei vostri e di voi, salva la salute dell'anima.—Hai tu corsaletto?—No, Messere.—Daga?—Sì, Messere.—Io non ti chiedo che la morte di un uomo.—A tradimento?—Come vorrai, basta che tu lo uccida; ma…. or che penso…. a tradimento sarebbe il meglio.—Messere, sta a voi comandare; per me ell'è tutt'una.—Or fa, Roberto, di trovarti una ora avanti che sia giorno sotto il verone destro del mio castello dalla parte che guarda il giardino.—Messere, vi domando mercè, ma quale dei due veroni devo tenere per destro?—Il destro…. il destro venendo dal viale dei pini.—Se ho ben compreso, quello che appartiene alle stanze di Madonna vostra figlia?—Sì.—E questa parola disse stentando, quasi per forza, con gemito doloroso.—Dunque un'ora avanti giorno fa di trovarti sotto quel verone, attento, con la daga alla mano; udrai calarsi una persona…. aspetta che sia arrivata presso terra, allora….—Di forza, con la daga nei reni, e una abbottonatura a due parti, Messere?—Sì…. verrò subito dopo, scaveremo una fossa…. nè alcuno sarà consapevole del fatto, meno di te.—E in me sarà sepolto, come il suo cadavere nel terreno.—Lo spero, sebbene la cosa non meriti, perchè egli è un ladro….—Già….—Che da più notti tenta rapire il tesoro della mia famiglia, e forse….—Già.—Nondimeno guarda, per quanto hai caro il mio amore, di tenerlo celato; buona notte, Roberto.—Dio vi abbia nella sua santa guardia, Messere.—Tornai nella sala dove gli altri vassalli ascoltavano tuttavia con moltissima attenzione la leggenda del Maggiordomo, e senza che alcuno se ne accorgesse, accostai di nuovo al fuoco la mia sedia; colà, declinando la faccia, mi poneva a fantasticare:—che bisogna è mai questa? di ladro parmi non debbasi dubitare, perchè avrebbe disposto i servi in maniera che non potesse fuggire, e così prenderlo vivo, e martoriarlo a tutto agio. Questo è certo qualche celato amante, che la sua figlia…. Oh! non tornerebbe meglio compire il desiderio di quelli innamorati, che macchiarsi le mani nella vecchiezza dentro il sangue? ma! ei l'ha per casato: forse che il giovane non è della sua nobiltà; forse sarà qualche valletto di casa; forse mi siede accanto!—Mi voltai, e vidi presso di me un vecchio falconiere fatto presso che cieco dall'età, onde rassicurato riprendeva:—diverrà d'oro la polvere nella quale si sciorrà il corpo del mio signore? trae la sua origine da più antico uomo che non è Adamo? dovrò io uccidere a tradimento tale, cui forse ho giurato fratellanza?—E così di pensiero in pensiero tanto si scostava la mia mente dalle cose che le si avvolgevano sotto occhio, che quando ricuperai i sensi, mi accôrsi che i compagni mi avevano lasciato solo, e se n'erano andati a dormire senza chiamarmi. Riconoscendo tentoni i luoghi che percorreva, m'incamminai verso il giardino. Forse da un'ora mi era posto in agguato, sebbene la impazienza me la facesse considerare come una intera notte, allorchè intesi un lieve rumore; aguzzai gli occhi, e vidi un corpo nero sospeso per l'aria; sguaino la daga, mi faccio appresso, e quando credo di prendere in pieno, meno da disperato; ventura per lo sconosciuto! che giunto circa tre braccia distante da terra stimò bene lasciarsi cadere di un salto, onde la daga andò a cogliere nel muro, e quivi mandò faville: guai a lui se lo arrivava! però che di certo sarebbe stato diviso. Io non so come accadesse;—forse teneva lo sconosciuto la spada tra i denti; sentii assalirmi al punto stesso in molto furiosa maniera; ricambiammo alcuni colpi, ma sopraffatto da forza e destrezza maggiori, abbandonai la daga, e percosso di piatto sopra la testa, mi convenne stramazzare sul terreno. Io mi rammento, sebbene fossi tutto stordito, che allora si aperse la finestra del verone, e apparve un braccio nudo di donna che teneva una candela, poi un volto bianco come la morte; un fiero strido si fece sentire che diceva:—Lascia ch'io muoia con lui;—e un'altra voce di dentro:—Gran Madre di Dio! che fate voi, mia dolce signora? ne perderete l'anima…. Madonna, forse egli è salvo.—Un grido lontano, quasi volesse affermare questo detto, esclamava:—Sono in salvo!—Mentre tento rilevarmi in piede, odo il rumore di passi accelerati che si dirigono alla mia volta, e la voce del Barone, che mi domanda:—Dov'è il morto?—E' non ha voluto lasciarsi ammazzare, Messere, e se n'è fuggito dopo di avermi poco meno che ucciso. Il signore proruppe in una bestemmia, e si allontanò mormorando. Egli era un mistero: per bene otto giorni rinchiuso nelle sue camere, non disse nè fece più nulla, se non che mandò a chiamare un tal Rinaldo d'Aquino, Conte di Caserta, per lo tempo trascorso famigliarissimo al castello, che i servi si dicevano all'orecchio mal gradito amante di madonna Spina. Allo spirare degli otto giorni fu annunciato ai vassalli si apparecchiassero alle nozze della figlia del Conte, che doveano farsi il giorno appresso. Comecchè assuefatti ad eseguire i comandi del Barone senza proferire parola, e allo improvviso, tuttavolta questa precipitosa risoluzione ci parve stupenda, e osammo dircelo, e più osammo sospettare non fosse presa contro la volontà di Madonna: certo ella si mostrava di rado alla nostra presenza, pure noi ricevevamo quel leggiadro aspetto con un sorriso, e sospirando la vedevamo allontanare;—pareva un angelo tra i demoni;—convinti che la preghiera su le nostre labbra non sarebbe ascoltata, la supplicavamo talora volesse pregare per noi,—la tenevamo come un anello che stesse tra le nostre anime e il Paradiso;—nessuna orazione fu da più bella o da più buona creatura proferita, e forse più grata…. Ah! Padre mio, credete voi che mi sia stato veramente rimesso il peccato?»—disse il moribondo Roberto al Frate, che accanto al letto lo confortava a morire, il quale gli rispondeva: «Così tu avessi la virtù della speranza di crederti perdonato, come le tue colpe ti sono state certamente rimesse! non volere, figliuol mio, peccare nella fede; pensi la misericordia essere minore della colpa? Vedi il tuo Redentore, egli ha le braccia aperte per istringere al petto chiunque ama il suo amplesso: ha forse Dio respinto alcun peccatore? confida, confida.»
«Confiderò, poichè null'altro rimane a fare;» riprese l'ammalato, e peritoso si accostava alle labbra il Crocifisso. «Io lo rammento, come se fosse adesso,» seguendo la storia favellava Roberto, «però che io le stava vicino quando si prostrò avanti l'altare; tremava di un brivido fitto fitto, che poteva sfuggire a sguardi meno curiosi, o meno amanti dei miei; la grimpa nunziale stellata d'oro le copriva il volto,—pure son certo ch'ella piangesse;—il seno le si gonfiava sotto le vesti di tanto in tanto, che sembrava volesse spezzarle; tuttavia non si ascoltava un gemito, ma un lungo respirare, come fa il palombaro¹ allorchè prende aria innanzi d'immergersi nell'acqua: la maldicenza avrebbe potuto trovare il suo fianco un po' più rotondetto che a vergine non si convenisse…. forse travidi…. in quel punto sospettai così. Eravamo giunti al terribile momento nel quale il sacerdote chiede dai genuflessi il sacrifizio delle passioni, dei pensieri, dei sospiri, in prò d'una sola creatura nel mondo; nel quale stringe le anime con la catena, di cui il capo tiene in mano la morte; aperse il velo, e guardò il padre, e il padre lei…. Santa Vergine! quali sguardi! quello della Spina parve il trepidante aleggiare di rondine caduta dal nido prima di aver messo le penne,—cupido di vedere, e pure pauroso d'incontrare l'oggetto della sua ricerca;—svelava una rassegnazione disperata di perdita più che terrena,—chiedeva pietà. Quello del Conte Odrisio si mosse da prima benigno, e, se non presi errore, un'alba di lagrima cominciò a spuntargli dalla cavità inferiore dell'occhio; allo improvviso balenò un lampo d'inferno;—chi sa che lo spirito maligno non gli passasse in quel momento traverso? Divenne immobile, mostrando una immensa rampogna,—uno sdegno profondo,—e un domandare mercede: la mia anima sentì in quella ora, ma non può ridire adesso, le sensazioni che l'agitarono. Il funesto consenso fu svelto dalle smorte labbra, la benedizione proferita; udii l'assenso, e la benedizione, come il fragore della scure che dopo avere reciso la testa percuote sul ceppo; mi allontanai dalla cappella:—nè quelle nozze furono liete. Alla dimane trovammo morto nel letto il Conte Odrisio; noi lo piangemmo come uomo che non ci aveva fatto mai nè bene nè male… Il Conte Rinaldo venne ad abitare il castello, e per noi servi queste nuove nozze non fecero che mutarci la soma delle arme…. Se vivendo il Conte Odrisio poco compariva ai nostri occhi madonna Spina, adesso era diventata affatto invisibile: dopo un mese dalle nozze fatali la vidi traverso le grate della cappella; aveva gli occhi gonfi e vermigli, il rimanente del viso pallido, le labbra violette; la pelle le s'informava dalle ossa; mi segnai per la pietà, perchè se può essere senza terrore la morte sul volto della bellezza, non può già esserlo la malattia. E il Conte Rinaldo? egli era pure stato il bello uomo, vago delle cacce, dei tornei, e di ogni altro esercizio cavalleresco; ora scomposto della persona errava lungo i viali dei pini lamentandosi con dolorose esclamazioni, ed ogni giorno più perdeva la floridezza dell'aspetto, il color delle guance; i cavalli pascevano neghittosi pe' prati; i cani giacevano cucciati nella corte, o presso il focolare; i falconi oziavano sopra le stanghe: nulla valsero a levarlo dalla sua mortale malinconia le visite che frequenti gli faceva il Re Manfredi, nè la carica di Contestabile, principalissima nel Regno, alla quale fu inalzato in quel tempo. I servi assumendo i costumi del signore se ne andavano a testa bassa senza salutarsi. Ell'era una casa piena di mestizia, predestinata alla sventura. Recandomi a notte inoltrata nella mia cameretta, mi prese vaghezza di passare vicino alla dimora del Conte: appena pongo il piè nella sala, intendo un suono di persone che favellano;—mi accosto cautamente porgendo l'orecchio;—il vento quella notte furiosissimo non concedeva che le parole mi giungessero intere, nondimeno ascoltava:—Conte Odrisio, tu mi hai tradito! se stesse per me, già non avrebbe requie la tua anima sotterra…. Il vento si portava quello che seguiva; quando cessò di soffiare intesi da una voce diversa:—irreparabile…. E l'impeto della bufera mi tolse di nuovo il sentire.—Scese (soggiunse la prima voce, che mi parve quella del Conte Rinaldo) dal letto; io vegliava, ma fingeva dormire….—E dopo nuova interruzione:—sorsi prima di lei, rinvenni la carta, e lessi: la vostra maraviglia, Principe, della mia ostinata repugnanza a tradire il sacramento è piena di obbrobrio, ma giusta, perchè la femmina che ha tradito il primo dovere, può tradire il secondo, e tutti… nè me ne dolgo, chè la considero come una delle più lievi punizioni, con la quale la giustizia eterna mi fa scontare la morte del mio misero padre: felice se…—Un buffo veemente venne a rapirmi le parole; e d'ora innanzi non intesi che alla spezzata, tra le scosse delle finestre e lo zufolío che faceva per le sale quel vento rovinoso, ora dal Conte Rinaldo, or dall'altra voce:—poteva tôrmi la vita, non l'onore,… quel figlio non porterà per impresa l'arme di Aquino,… fu un inganno, un delitto,… voi non dovete dire che una sola parola,… penso io,… è finita—è finita,… i morti non parlano.—Mi ritirai, studiando i passi, perchè mi parve che s'indirizzassero alla mia volta; assai mi avevano detto intorno madonna Spina l'avventura della notte in che fui abbattuto, il suo fianco rotondo, quegli sponsali precipitati; più mi dicevano le ascoltate parole. Una sera che me ne andava tutto soletto a vedere se la porta del castello era stata ben chiusa, mi si parò innanzi un tal Conte della Cerra, che, come povero gentiluomo, assai si riparava nel castello del mio signore, e molto si era avanzato nella grazia di lui, così che lo avesse posto a parte di ogni suo pensiero segreto:—Vassallo, mi disse, che cosa faresti per avere la libertà?—Che cosa? ditelo voi che cosa farei; per me non lo so nè pure io.—Piccola impresa ti si domanda, vassallo, che il tuo signore potrebbe comandarti, ma pure ama pregartene, e offrirti in ricompensa la libertà, e un florido stato.—Ed è?—Un colpo di pugnale.—Ne ho dati cento a mio scapito, pensate se ne darò uno per guadagno.—Ma nota che deve essere dato a un dormente, con molto accorgimento, nella notte, senza avere nessuna altra cosa seco, tranne il pugnale.—Non si tratta di fendere un uomo? il pugnale è tutto ciò che bisogna… porterebbe questo alcuna difficoltà per voi?—Non per me, Roberto, ma per te che sei uso a far d'arme, come conviene ad uomo leale.—S'io combatto di giorno, non crediate mica che non combatterei molto più volentieri di notte; e se ferisco nel petto, non pensate che non ferirei meglio nelle spalle: quando posso ire per la piana, Messere, non cerco mai nè l'erta, nè la scesa.—Ben parlato, vassallo: tienti pronto dimani a quest'ora, che ti condurrò io stesso alla posta; ti concedo questo tempo alla preparazione… del pugnale.—Certo, bel signore, sono cose coteste, che vogliono un po' d'esame di coscienza…—Vedete, Padre, fin dove giungeva in quei tempi la mia empietà, che adoperava le parole di devozione in senso di scherno, e fingeva premettere le pratiche religiose alla consumazione del misfatto:—pure, continuai favellando col Conte della Cerra, pure, bel signore, io non posso obbedirvi senza la certezza che il Barone mi sciorrà dalla servitù nella quale sono nato.—Dubiteresti, vassallo, della fede del tuo Barone?—Non già di quella del Barone, ma….—Di cui?—Della vostra.—E qual hai tu cagione, vassallo, per diffidare di me?—E qual cagione ho io per fidarmi?—Non mi vedi tutto giorno cavalcare allato del tuo Barone? pensi che vorrei dirti cosa che non mi avesse ordinata?—È ella anche morta la schiatta dei traditori?—E qui vidi gli occhi del Conte stralunarsi, e le guance accendersi, ma non osò mostrarsi adirato, perchè io aveva fama di feroce, ed egli temeva molto.—Or via, per non entrare in più parole, che vuoi tu ch'io ti porti per sicurezza della volontà del tuo padrone?—Non saprei: dite.—Per esempio, il suo anello?—Basterebbe, Messere.—Dunque dimani, qui, a quest'ora, e ti porterò l'anello.—Non vi fu che ripetere; vidi proprio il suo anello, lo guardai, lo riguardai per iscorgere se fosse inganno, egli era quel desso.—Tu tremi? mi disse il Conte della Cerra, allorquando, dopo avermi fatto percorrere una gran via ad occhi bendati, m'ebbe introdotto entro un cammino sotterraneo.—Sì, tremo, ma di freddo.—Si trema anche di paura.—Si trema…. al ferire però si conosce se per paura, o per freddo.—Questo è quello che potremo vedere adesso, perchè ormai siamo arrivati.—Mi tolse la benda; le tenebre mi circondavano, le tenebre, conveniente compagnia della colpa.—Or fa di scendere più che potrai cheto per questa apertura, che sarà due palmi distante da terra; calavi prima per bene una gamba, poi l'altra; fa tre passi a mano diritta, e ti troverai di fianco al letto, ove dorme…—Chi dorme?—Che t'importa sapere chi vi dorme? tu non devi guardare altro che a finirlo.—Che m'importa? Santa Maria! m'importa benissimo: non potrebbe essere un mio consorte?—Non te lo aveva detto che la paura ti ha vinto? vieni qua, che ti riponga la benda, e ti riconduca al castello.—Rispondetemi,—e qui, Padre, proferii un crudele giuramento—rispondetemi, è egli un mio consorte?—Non è tuo consorte.—È egli un mio amico?—Non è tuo amico.—No?—Quanto è vero chi ci deve condannare.—Ora vedrete se ho paura io.—Scesi in punta di piedi, brancolando con la manca pel buio, col pugnale nella destra, palpai il corpo del giacente, tolsi la mira sul cuore, vi apposi la punta, l'alzai, l'abbassai… quale urlo straziante!—(E il moribondo si turava le orecchie come se in quel momento lo percuotesse.)—Il Conte Anselmo della Cerra avanzandosi su l'orlo della apertura, schiuse una lanterna, e domandò:—è anche spirata?—Troni del Paradiso! un raggio di luce strisciando sul letto sanguinoso mi svelava nella trafitta le sembianze di madonna Spina. Correva intorno la stanza cieco per troppa rabbia, gridando disperato, allorchè un vagito d'infante si aggiunse a tanto strepito d'ira, di spavento, e di terrore: a balzelloni mi accosto al letto, e ne rimuovo la coltre; miserevole caso!—un bambino si avvoltolava nel sangue; il dolore ne aveva affrettato il nascimento, e forse sarebbe venuto alla vita solo per provare quanto sia acerba la morte, dove la madre non avesse avuto coraggio di porsi a sedere sul letto, di recarsi in grembo il fantolino, e baciarlo. Mentre faceva tale atto, il sangue che ad ogni suo alitare sgorgava dalla piaga a zampilli, bruttò il volto del fanciullo, per lo che Madonna aprendo angosciosamente la bocca proferì a stento queste parole:—Prendi, innocente, questo è il latte che doveva dare al suo figlio colei che fece morire di amarezza suo padre,—e cadde. Avviluppai in un lino il fanciullo, corsi verso il Conte della Cerra, e mal sapendo che mi facessi, glielo posi in mano; per poco stette che cadendo non si sfracellasse sul pavimento.—Anselmo, che hai fatto? Anselmo! gridò sopraggiungendo affannoso di fondo al corridore il Conte Rinaldo, che al vedere il feroce spettacolo percosse semivivo per terra.—Non ho oltrepassato i confini del vostro mandato, Rinaldo, rispose sorridendo il Conte della Cerra, e però siete tenuto a rilevarmi d'ogni molestia in questo mondo, e in quell'altro.—Che vi narrerò io più di quest'anima infernale? mostrando volersi prevalere dello svenimento del Conte di Caserta, mi proponeva di percuotere il fantolino nella parete, per levarsi, diceva egli, quello stecco dagli occhi: io gli ordinai che se ne guardasse, però che quell'anima andando al Limbo, avrebbe di certo insegnato alla sua la via dell'Inferno; così salvava il fanciullo. Il Conte Rinaldo appena ricovrò da quello svenimento metà del senno: rammentava la perdita della consorte, perchè ad ogni momento la sentiva; gli altri orrori obliò, o, se pure gli si affacciarono alla mente, ebbe fede che derivassero dalla sua atterrita immaginazione. Anselmo della Cerra, di lì a poco tempo per più sottile disegno affatto mutato, invece di impedirmi salvare il bambino, avendomi prima costretto di giurare su i Santi che non avrei mai svelato la sua nascita ad anima vivente, mi sovvenne del consiglio e dell'opera per bene allevarlo; egli crebbe benedetto dagli uomini, e dal cielo; condotto alla corte, tanto piacque al Re Manfredi, che prima lo accolse tra i suoi paggi, e poi divenuto più adulto tra gli scudieri… egli vi sarebbe tuttora, se…»
¹ Uomo che sa mantenersi lungo tempo sotto acqua.
«Finisci.»
«Se adesso non fosse innanzi di me.»
Cortese lettore, se tu sei nel numero degli eletti, che intendono, puoi conoscere di per te stesso che l'arte della scrittura possedendo parole soltanto per dimostrare lo stato dello spirito, difficilmente può riferirlo in modo convenevole, perchè alla più gran parte degli uomini nati col cuore ghiacciato coteste parole non significhino nulla, ed alla più piccola che pur sente, pochissimo; essendo le sensazioni che noi descriviamo non rare, ma uniche, e appartenenti alla scienza diabolica di avvilire le anime.
Rogiero si trovò a un tratto privato di padre, senza che gliene facessero conoscere un altro; svelto da una trista certezza per essere precipitato in un dubbio più doloroso; travolto dalla sventura nel peccato. Assai fino a quel punto aveva disprezzato la natura degli uomini, e la sua; ora l'aborriva, imperciocchè vedeva le passioni, ch'ei reputava generose, convertirsegli in istrumenti d'infamia; la sua innocenza lo aveva condotto a por fede nelle parole del suo simile, la compassione a tenere per padre quello che non era tale, la carità di figlio a tradire il suo Re per trarre vendetta del tradito genitore. Tanta complicanza di casi misteriosi tanti lacci tesigli per istrascinarlo al delitto, i più cari affetti tolti a scherno, la rabbia, la vergogna, l'angoscia, così lo travagliarono, che afferrate le stanghe del letto, spinto da irresistibile impeto, si dette a scuoterlo in modo che il giacente, le coltri, e tutto quello che vi stava sopra, balzassero; il Crocifisso cadde per terra, il moribondo abbracciò il confessore, e nascose di nuovo il volto nel suo seno.
«E la giustizia non vendicò quel delitto? Potè rimanersi celato alla vendetta degli uomini?»
«Oh! prega Dio, che il potente non voglia il delitto, perchè per celarlo appena ne prende cura, e nessuno lo vendica.»
«E il fratricidio che mi contavano di Manfredi?»
«Fu menzogna.»
«E il mio nascere da Enrico lo Sciancato?»
«Menzogna.»
«Ed Enrico?»
«Fu conservato, per quello che credo, onde opporlo a Manfredi nella contesa del Regno; ma divenuto per troppa angoscia privo di senno, lo mantennero sempre vivo, o perchè non ardissero di finirlo, o perchè fino d'allora divisassero fingerlo vostro padre, e così concitarvi a tradire il vostro Re.»
«Questo è un miracolo di malignità! E tu lo sapevi,
Roberto?»
«Lo sapeva.»
«E mi hai tradito?»
«Mi avevano giurato di farmi grande, e di non uccidervi.»
«Anima dannata, sii maledetta per tutta la eternità!»
«O Padre! l'udite?… Non mi hai perdonato? dì, non hai giurato di perdonarmi?
«Se io ho giurato, adesso spergiuro: in qualunque luogo sia chiamato il tuo spirito, o di salute, o di perdizione, io ve lo perseguiterò sempre con incessante, interminabile maledizione….»
«Non dirlo, Rogiero!… Padre, lo pregate a non dirlo! narrategli con quali penitenze io mi sia travagliato per iscontare la colpa…. io ti ho pure salvato la vita.»
«Esecrai chi me la dette; e te, quando anche nessuna ingiuria mi avessi apportato, esecrerei per avermela conservata:—dànnati, e spira.»
«Spietato! verrà giorno che pagherai amara questa tua crudeltà:—già presso a comparire al tribunale di Dio, sento che i miei delitti sono troppi, e troppo gravi perchè mi vengano rimessi…. il tuo perdono non mi avrebbe giovato, ma avrebbe parlato per te, allorquando verrai giudicato a tua posta:—anche una volta…. vuoi mantenere il tuo giuramento?»
«No.»
«Vattene dunque, e mi lascia morire in pace.»
«No:—finchè il velo della morte non sia calato sopra le tue pupille, scorgi il mio aspetto, e dànnati, e spira.»
Non aveva Rogiero finito le amare parole, che si schiusero le porte della cella, e comparvero due file di monaci che recavano in mano molte torce accese; veniva ultimo in aspetto solenne il Frate che aveva incontrato Rogiero nel Camposanto, tenendo sotto una mantellina di seta la materia per la estrema unzione. E qui giova notare che la disciplina religiosa di quei tempi, a norma dei documenti lasciati dallo Apostolo Santo Jacopo, adoperava con molta discrezione quel sacramento, nè lo amministrava se non quando l'ammalato era per trapassare.—Inoltratosi pertanto il Frate, alla vista di Rogiero, che, con la mano levata, faceva atto d'imprecare, e a quella di Roberto, in religione chiamato Egidio, che supplichevole, atterrito per la paura della vicina dannazione, grondante sudore, pareva aver consumato i partiti pe' quali l'uomo muove a compassione l'altro uomo, conobbe il caso; onde voltosi all'offeso, con quella fierezza che deriva dallo zelo, gli toccò la fronte, e disse: «Creatura nata a morire, potrai conservare odio immortale?»
«Non so, Padre, s'io lo possa; ma lo voglio.»
«Degno figlio della schiatta decaduta, il tuo sentimento partecipa della viltà dei vermi che ti compongono; i tuoi pensieri stanno nel fango dal quale nascesti e nel quale ritornerai.»
«Egli mi ha ucciso la madre!» gridò Rogiero accennando l'ammalato «come potrei renunziare a maledirlo?»
«Egli» rispose il Frate alzando il dito al cielo «fece uccidere il figlio per benedire.»
«Io non sono già Dio.»
«Lo so che sei creta; ma vive in te una scintilla di divinità, una particella dell'intelletto di Dio, che ogni sua cura dovrebbe porre in seguitare lo esempio del suo Fattore, e in piacergli, e in farsi degna di quella gloria alla quale ci chiama con tutti i portenti della creazione: l'Eterno senza peccato rimise non richiesto la colpa, rimettila tu che sei peccatore, e te ne supplichiamo prostrati alle tue ginocchia.»
Ciò detto, cadde ai piedi di Rogiero, e sollevando le mani giunte lo scongiurava in bell'atto di amore. I rimanenti Frati seguendo il moto dell'Abbate facevano altrettanto, e concordi ad una voce gridavano: «perdona…. perdona!»
«Quando anche mi dessero il dominio del fulmine…. quando anche, mi fosse concesso l'impero sopra il consiglio della mente…. ed ogni cosa del creato avesse una voce che mi esaltasse, e le miriadi degli Angioli mi cantassero osanna in perpetuo, io non rinunzierei mai alla mia maledizione. Sii maledetto!» gridò con potentissima voce Rogiero, scotendo ambe le mani sul moribondo, «e meco ti maledicano le sostanze che hanno corpo, e le intellettuali, i morti, i viventi, i non nati; possano da queste mie mani piovere zolfo e fiamme su l'anima tua, e su quella dei tuoi compagni di delitto; non vi sia bocca che non vi schernisca, non creatura che non rida alla atrocità del vostro supplizio; e possa la mia crudeltà far condannare me pure, e ardere nel medesimo inferno, imperciocchè allora voi tormenterete me con la storia dolorosa, ed io tormenterò voi con le mie feroci rampogne: ci saremo scambievoli demoni—e spietati—e implacabili—eterni.»
Respinse il vecchio Abbate che gli abbracciava le gambe, lo stese duramente per terra, e con un salto balzò fuori della cella. Il crisma consacrato si sparse sul pavimento, e si mescolò col sangue che scorse dalla fronte lacera del misero Abbate; egli però nulla curando la ferita, aiutato dai circostanti, si ripose in piedi, e s'incamminò ad amministrare il pietoso ufficio col poco olio rimasto: già con la mano levata su gli occhi del moribondo aveva cominciato a dire per istam sanctam unctionem, et suum…. allorchè il confessore dall'altra parte del letto con voce fioca mormorò: «È spirato.»
Guardò con maggiore attenzione l'Abbate, e vide Roberto con gli occhi e le labbra aperte;—un lieve rossore gli coloriva le guance;—pareva vivo;—gli pose la mano sul cuore;—fu lo stesso che porla sopra una pietra;—prese un lembo della coltre, e gli coperse il volto dicendo: «È andato in pace!»