«Queste gonfiezze» interruppe un vecchio che Rogiero non potè riconoscere «non fanno bene all'anima, nè al corpo; e' si vede che viene da Roma cotesta lettera, e sa di stile di Bolle…. andiamo al buono, se vi piace, Conte Anselmo, andiamo ai patti.»
«Come vi piace:» rispondeva il Conte della Cerra, ed omettendo due o tre pagine continuando leggeva: «Già conosce il mondo se la Casa di Francia soglia taglieggiare i suoi vassalli, se ami, o no, conciliarsi il rispetto del popolo, l'amore dei Baroni, la benevolenza di tutti; sa il mondo s'ella proceda cupida dell'altrui, intemperante, inquieta e codarda….»
«Questi sono elogi, Anselmo, non sono patti;» interrompeva di nuovo il vecchio.
Il Conte Anselmo bisbigliando prestamente la lettera pervenne quasi alla fine; allora, facendo distinta la voce, disse: «Ecco quello che promette.—La nostra gratitudine non dubitate che non sia per essere adeguata a tanto beneficio: vostre saranno lo principali cariche del Regno, vostre le magistrature, il diritto di approvare le leggi vostro; noi prenderemo dell'autorità quel tanto che ne vorrete concedere, e ci chiameremo contenti; sieno le Regalíe annullate, il diritto d'imporre le taglie tolto dalle prerogative della corona, quello di diminuirle conservato. Ma non volge tempo adesso di esporre tutte le salutari riforme, che per ricondurre la felicità nel vostro dolce paese abbiamo immaginato; elleno saranno quali un padre di famiglia amantissimo può concedere, quali figli amatissimi potranno sperare.»
«Ahimè! ahimè!» esclamò per la terza volta il vecchio «guardate, di grazia, s'ell'è spedita dalla Dateria Apostolica sub anulo piscatoris!»
«Udite il fine:» con súbita stizza, che volse immediatamente in riso, rispondeva il Cerra: «Inutile, e per avventura ingiurioso,—ingiurioso—sarebbe assicurarvi il pacifico possesso dei vostri castelli, terre e privilegii; sì bene non pure sperate, ma abbiate per fermo, che intendiamo ampliarvi di dominii e di ogni specie di concessioni, con le quali un figlio di Francia può dimostrare la sua riconoscenza a fedelissimi….»
«Tregua agli sdruccioli, Conte,» disse il vecchio «e ponete mente, di grazia, all'estrema sentenza della lettera di Carlo: ei si sconciava all'ultimo, come sogliamo dire; a mal grado delle belle proteste, certa cosa è che le sue intenzioni sono di spogliarci.»
«Come?» domandarono molti.
«Oh! ell'è chiara: egli afferma di volerci ampliare di dominii; ora siccome le Baronie non le porta di Francia, si fa manifesto che per dare altrui deve togliere altrui….»
«Barone,» interruppe Anselmo «voi fate più maligna l'espressione di quello che suoni: parvi che voglia pensare a togliere, sul punto che sta per acquistare un Reame?….»
«Bella ragione! o che vi dovrebbe pensare al punto che stesse per perderlo?»
«Qualche cosa, Barone, deve darsi alla fede, qualche cosa alla fama, qualche cosa….»
«Nulla. Quando questi» e il vecchio si toccò i capelli «erano biondi, anche io pensava come voi dite; ma voi non dite come pensate, perchè neanche i vostri sono neri.»
«Se la canizie non vi ha insegnato altro che a calunniare la vostra specie, sarebbe stato meglio che voi foste rimasto calvo quando i vostri capelli erano biondi.»
I circostanti risero al motto: il vecchio, imperturbato, lasciò che il riso passasse, poi riprese: «Mi ha insegnato a conoscerla; mi ha insegnato cose, che voi pure sapete, ma che celate, perchè non vi torna manifestarle. A fine di conto, qual guarentigia propone Carlo per la esecuzione delle cose promesse?»
«Guarentigia? Un uomo che entra pacifico in un Regno che potrebbe conquistare, vorrà darne altre di più della sua fede?»
«Fede, e stagione, Anselmo mio, mutano col giorno; e a me non sembra prudente correre il risico della sua volontà. Badiamo dove mettiamo i piedi, perchè da noi si percorre una strada su la quale ritirarci non giova; provvedasi adesso che si può, poi non sarebbe più tempo, anzi il provvedere pericoloso, il lamentarci ridicolo.»
«Io per me non veggo la via di scansare la ventura: quello che soffriamo sotto l'uomo è certo; quello che ci apparecchia Carlo è anche incerto; secondo i calcoli della prudenza umana, parmi che il caso meriti di esser tentato.»
«Così voi mi avete, Anselmo, rotto ogni ragionamento, nè io starò a dimostrarvi, se il vostro pensiero meriti biasimo o lode. Questi medesimi dubbii riproporrò posdimani, perchè se molto odio l'uomo, molto più aborro la infamia.»
«Quella senza guadagno però.»—parlava sommesso il Conte Anselmo. Il Cavaliere non lo intendeva, e proseguiva così: «Intanto mi è forza gemere, non so se debba dirmi su la trista indole della fatalità d'Italia, o su quella dei suoi cittadini, che per liberarsi da un'antica servitù non sanno migliore modo immaginare che una servitù nuova, e rompere una catena col ferro, del quale se ne deve fabbricare un'altra. Quando, quando verrà il giorno, che potremo sollevare al Creatore le braccia libere di ogni segno oltraggioso di signoria straniera?»
«Melanconie, Barone,» riprese il Conte della Cerra «melanconie; pensiamo a dominare; così ab eterno ci ha privilegiati Natura. Ma ora che ci penso, va bene che voi amiate la libertà, Barone; anzi dovreste aggiungere la uguaglianza di averi: non vi fecero vendere i vostri creditori, or fa dieci anni, il feudo di vostra famiglia? State di buono animo, Barone; continuate a mantenere il Principe vostro nipote nelle disposizioni favorevoli a Monsignore di Provenza, ch'egli è tal Re da restituirvi quello che i dadi vi hanno levato.»
«Come! voi credete?…»
«Io non credo nulla….»
«Bruci l'anima mia….»
«Amen. Saranno sincere le cose che esponete, ma la stagione corre contraria. Andate persuaso, Barone, che uomini più sapienti di voi, e di me, hanno pensato a questo: miseri! le meditazioni loro si conchiusero in gemiti, e desiderii; le opere con volontarii esilii, o con morti costrette.»
«Sarà quel che volete, Conte; pensate come meglio vi pare dei miei attuali sentimenti, ma io spero di vedere quel giorno.»
«E quando lo sperate voi?»
«Quando deposta ogni privata passione, quando dimesso ogni particolare interesse, concorderemo….»
«Allora non verrà mai per noi, perchè saremo disfatti: levateci l'interesse da dosso; che cosa ci resterà?»
Più ed altre cose si aggiunsero per una parte e per l'altra, le quali lasceremo sì come poco importanti al proposito. Alla fine il Conte della Cerra, levatosi in piè, tolse il mantello, e facendo mostra di andarsene disse ai congiurati: «Non v'ha negozio tanto difficile in questo mondo, che tenacemente volendo, e discretamente operando, non si conduca a buon fine. Vi tengo per salutati, Baroni; ormai troppo sono dimorato lontano di corte per ovviare il sospetto: spero in appresso che non vi impazienterete ad aspettarmi, Messeri; addio, dividiamoci con le solite cautele.»
Seguiva un salutarsi circospetto; fu spento il lume, ma dal rumore dei passi di tanto in tanto più lontano si accôrse Rogiero che si partivano: soprastava anche un poco, e quando si fu assicurato che non vi era più alcuno, si mise a scuotere la porta con lo sforzo di un uomo che perduta ogni altra speranza riponga la sua salute nella esecuzione dell'ultimo tentativo; s'ingegnò in tutti i modi; maravigliosi, ed appena credibili, furono i suoi sforzi; pure, se molta era la sua forza di azione, moltissima gli contrapponeva forza d'inerzia la porta; giunse finalmente a smuoverla; questo però era ben altro che atterrarla; per quanto avesse fatto, assai più del doppio gli rimaneva a fare, e intanto la lena cadde consunta, lo spossamento subentrò alla furia; dalla fronte gli scorreva sudore, dalle mani sangue; sopraffatto dalla disperazione e dalla stanchezza, si lasciò andare. Tornava indietro,—con qual cuore pensi chi legge:—trapassato il corridore, e pervenuto sul ponticello, lo prese un pensiero:—precipitarsi di sotto, e andare a spezzarsi sul pavimento, non sarebbe dar fine ad ogni travaglio, conseguire libertà vera e durevole? Sospeso in questa meditazione, di tanto si approssimò all'estrema sponda, che, per poco più si fosse inoltrato, la sua caduta non sarebbe stata in potere della volontà.—Non così tosto però sorge nel nostro cervello un qualche consiglio, che parimente vi si suscita il suo contrario; ond'è, che se la passione non si prendesse la pena di determinare l'anima incerta a quale dei due appigliarsi, ella se ne starebbe inoperosa. Alcuni filosofi per ispiegare il fatto, poichè negli uomini sia un furore di penetrare tutto, di spiegare tutto, specialmente quello che non può spiegarsi nè penetrarsi, hanno supposto entro di noi la esistenza di due diversi principii, la quale opinione noi non sapremmo biasimare, e lodare neppure, chè pronunciare giudizio intorno cose nè sapute nè da sapersi, la Dio mercè, non sia nostro difetto. Senza affannarci a investigare come il fatto avvenga, il certo è che avviene, e noi ci decidiamo all'uno più tosto che all'altro avviso, non già per via di scelta, ma per inclinazione della volontà precedente alla discrepanza degli avvisi. E di vero, dove non fosse in questa maniera, e l'elezione operasse libera, come preferiremmo il male manifesto al bene proposto? come la vergogna al piacere? come la pratica del vizio alle gentili discipline? Questo discorso, che a molti parrà inutile, abbiamo fatto per la ragione che appena Rogiero ebbe pensato a morire, un altro animo gli disse di vivere, e gli dipinse il suo corpo deturpato da oscena ferita, il cranio spaccato, il cervello sparso, torto il sembiante, le gambe e le braccia cionche, ogni membro disfatto con mostruosa sconcezza, come suole avvenire a coloro che cadendo da alto percuotono sopra le selci: si ritirava atterrito dalla sponda del ponticello, e alla idea di essersi tanto inoltrato fremeva; quasi per sottrarsi alla tentazione si cacciava a corsa giù per la scala: giunto al termine, si pose a sedere su l'ultimo scalino appoggiando la testa alle ginocchia; con le mani si abbracciava le gambe; in questa attitudine molte cose voleva meditare, a moltissime provvedere; pure anche per questa volta l'anima, il soffio, il fuoco, l'ente in somma, che in noi ha facoltà di pensare, non corrispose alla volontà; s'egli voleva costringerlo sopra una immagine determinata, cominciava a deviare entrando sopra immagine corrispondente sebbene diversa, e di una in un'altra procedendo si allontanava dal soggetto; allora lo richiamava Rogiero al punto dal quale si era partito, ma di lì a poco tornava in balía di sè stesso: infastidito il nostro eroe di consumare nel porsi nell'attitudine di pensare quella facoltà che doveva impiegarsi in pensare, l'abbandonava come un cavaliere che non può ritenere il freno del cavallo infuriato; allora si lanciò a guisa di forsennato nei dominii della memoria, dove ogni cosa rovesciando, e confondendo, produsse dei sogni parte ridenti di speranza, parte terribili di spavento irreparabile; gli occhi di Rogiero si chiusero, e le sue membra s'irrigidirono di grave letargo.
Quante ore si rimanesse in quello stato ignoriamo;—dopo un certo tempo i nervi ottici di Rogiero, offesi da un cotal senso di dolore, richiamavano ogni altra sua facoltà agli uffici ordinarii della vita: non aveva però sollevato le pupille, che parvegli udire pronunziare queste parole: «Oh Dio! quanto buio;—sperava vederlo alla vampa delle fiamme:—or come faremo noi? Ma che non è vero l'Inferno esser tutto pieno di fuoco?»
«Madonna,» rispondeva un'altra voce «voi non siete all'Inferno, e qui presso sta colui che desiderate. Intanto, vi prego, non mi stringete sì forte.»
«No, no, finchè non lo abbia trovato, io ti farò così, e peggio, perchè tu me l'hai promesso; e voi altri uomini siete fallaci, ed io non voglio trovarmi ingannata.»
«Santa Maria!»—gridò Rogiero aprendo gli occhi, e súbito richiudendoli, quasi per ritenere più che gli fosse possibile una immagine che reputava sogno;—non ritrovandola dentro di sè,—tentò s'ella fosse veramente esterna o reale. «Santa Maria! «—ripetè il carcerato—» è Yole quella che vedo?»
Yole, avvolta in veste candidissima e schietta, gli stava davanti; camminava lenta; teneva il braccio destro levato stringendo un pugnale, coll'altro preso pel petto un uomo che portava una lanterna, il quale poco si distingueva, spargendo non so se a caso, o ad arte, tutta la luce sopra di lei. Yole all'udire il suo nome si pose in ascolto, come persona incerta d'essere chiamata, ma quando sentì ripeterlo un'altra volta, rispose.—«Chi ti trattiene, Rogiero?»—e lasciò l'uomo, e il pugnale, stendendo le braccia….
Questi erano i secondi amplessi di que' due infelici, destinati a confortare nella travagliata loro vita con le apparenze di un bene, che non dovevano godere, la mole dei tormenti che dovevano sopportare. Miseri! che dopo tanti giorni di lontananza non potevano, nè sapevano favellarsi che per via di singulti, e consolarsi che colle lacrime sole. Stavano abbracciati; l'amore li blandiva con le lusinghe della voluttà,—voluttà misteriosa, affatto distinta da ogni altro desiderio. Rogiero all'improvviso vide mancare la luce;—se gli fosse mancata la terra sotto, non se ne sarebbe accorto, tanto era immemore di sè in quel punto; ma si accôrse, del difetto della luce, perchè gli rapiva la vista di quel volto dal quale toglieva conforto dei passati affanni, pe' futuri costanza. Guardò attorno pauroso:—l'uomo che aveva scortato Yole si era pianamente fatto discosto; adesso stava per trarre a sè la porta, lasciando con nera perfidia i due amanti imprigionati:—si sciolse Rogiero dalle braccia dilette, e, fosse la sua maravigliosa celerità, o più tosto la mano del carceriere tremasse pel misfatto che stava per commettere, giunse a tempo per impedire che la chiudesse: volle quel tristo, da che l'opera non gli era riuscita, trovare scampo nella fuga; ma di breve raggiunto, fu in molto dura maniera stretto alla gola dall'inseguente Rogiero, e strascinato, anzi che condotto, di nuovo nella prigione: qui togliendogli la lanterna di mano, e volgendogliela al viso, riconobbe in lui il pellegrino; non disse motto; abbassando gli occhi, gli venne fatto di vedere la lama luccicante del pugnale, che Yole aveva lasciato cadere; lo prese, stramazzò il carceriere per terra, gli piegò le ginocchia sul petto, gli afferrò con la manca i capelli, con la destra si apparecchiava a rompergli la gola. La vergine di Svevia, rimasta come stordita fino a quell'atto, si scuote di súbito, e cacciando altissimo grido si slancia a ritenere la mano di Rogiero, e: «Scellerato!» gli disse «pensi che io sia per lasciarmi toccare da mani contaminate?»
Rogiero levò la faccia, e guardò Yole,—poi il carceriere,—di nuovo Yole;—ella lasciava libera la mano dell'amante.—Rogiero comprese l'atto, si alzò in piedi, e calpestando il tristo che giaceva: «Vivi,» gridava «vivi a più atroci misfatti, a morte più infame.»—Senza porre tempo tra mezzo si ripose il pugnale nella cintura, prese le chiavi, e passando il suo nel braccio di Yole, aggiungeva: «Vieni, bella infelice, che l'innocente può solo trovare salute nella fuga.»
Partivano frettolosi. Il carceriere, sebbene fosse tutto rotto nella persona, si alzava, e avventandosi alla porta gli scongiurava per Dio che lo menassero, od altramente lo finissero, perchè rimanendo colà sarebbe morto di fame: non lo ascoltavano; anzi Rogiero percotendolo nel petto lo respinse indietro, e gli ultimi suoi gemiti si confusero nel cigolío che fecero i catenacci avvolgendosi dentro gli anelli. Di lui non racconta più oltre la istoria: molto tempo dopo, sotto il regno di Carlo II lo Zoppo, essendosi demolito quell'antico edificio per ordine del Legato della Santa Sede signora di Benevento, furono trovati entro un sotterraneo due scheletri, uno dei quali stringeva tuttavia co' denti parte della mano destra; certo segno, che la fame infuriando nelle sue viscere lo aveva stretto al miserabile bisogno di trovare alimento nelle proprie membra:—questo supponiamo che fosse lo scheletro del carceriere.
Yole e Rogiero camminavano senza sapere dove per l'ombre della notte; tenevano le braccia intrecciate, le mani soprammesse, senza stringere però,—senza tremare,—in silenzio,—a passi uguali.
«Io l'ho chiamato» cominciava Yole, come se parlasse a sè stessa, «col primo raggio della luce che nasce, avanti il saluto del Signore; io l'ho chiamato coll'ultimo raggio del giorno che muore…. almeno avesse risposto al bramoso domandare:—la mia vita contristata d'ignoto dolore scorreva per una fitta caligine…. egli mi apparve lucido come l'angiolo della grazia,—mi svelò la rovina, e sparve come il baleno della procella.»
Sogliono gl'Italiani tutti, scaldati da troppo tepido sole, e per altre ragioni che adesso non fa mestieri qui esporre, essere inchinevoli nelle parole, e negli scritti loro, a certo stile figurato che per adoperarsi in ispecial modo nelle parti di Oriente, appellano orientale; principalmente poi i Napolitani ed altri abitatori delle più calde contrade, se qualche passione, o lieta o trista, li commuova di straordinario incitamento: però nessuno, spero, sarà per trovare manierato, o contorto, il colloquio che tennero in quella notte i nostri due amanti.
«Nè io» rispondeva Rogiero, e le premeva la mano di lievissimo tocco, «nè io avrei potuto ascoltarlo: lo spazio tra la tua bocca, e il mio cuore, occupavano la perfidia degli uomini e la maledizione di Dio;—la maledizione di Dio, perchè la colpa mi flagellava alla colpa, e in quel momento si sacrificava alla infamia un'anima contaminata.»
«Quando diffonde il sole i tesori della luce, quando il firmamento annunzia la gloria del Creatore, ti chiesi al cielo con la più fervida prece di una anima che geme;—il cielo non ascoltava la supplichevole. Nel turbine della notte, tra il fischio dei venti, tra il fragore dei tuoni, con le ossa dei defunti, col sangue umano, con sacrileghi riti, io ti chiesi…. allo Inferno,—Dio eterno, rimettimi il peccato!—allo Inferno:—tutto fu sordo alla sventurata!»
«Me felice, in qualunque luogo mi avesse collocato la giustizia, o la grazia, purchè libero dalla fossa delle bestie feroci, che si chiamano uomini!»
«Dove fosse andato il tuo spirito non sapeva, ma ti lagrimava morto: là nei giardini di castel capuano…. presso alla fontana…. tra la porta e il viale….»
«Dove nella notte destinata….»
«Mi svelasti il tuo amore, e ti furono facili le orecchie della vergine sveva, là deve essere un monticello di terra…. queste mani lo inalzarono…. sopra vi sta fitta la croce, che la figlia di mio padre, Gostanza, mi appese al collo innanzi di partire per Arragona; quivi ogni notte io invocava l'anima tua.»
«O misera! come hai sopportato tanta giornata di dolore?»
«Come? E tu non sei stato lontano da me? non mi avevi tu pure perduto? Se per saperlo ti fa d'uopo che io te lo dica, torna inutile dirtelo, tu nol sapresti giammai.»
«Io ti sapeva pur viva, ma….»
«Io traboccai sotto il peso, le fibre dell'intelletto si ruppero, ed egli imperversò senza freno per le membra scomposte: solo in questa notte dopo un tempo assai lungo riprendo la volontà,—se pure non è illusione,» qui strinse due volte la mano di Rogiero «e più della gioia di esserne liberata» aggiungeva «è potente il timore di ricadere nel delirio.»
«Oh! non dirlo, io ne morrei di dolore:—parla, bella infelice, quale angiolo ha condotto i tuoi passi nel carcere del tuo povero Rogiero?»
«Tutto era guasto, sana soltanto la parte che rispondeva al tuo nome: udii Rogiero.—io non mi sovvengo più oltre…. mi svegliai tra le tue braccia.»
«Si amavano tanto, diranno i futuri, e l'amore fu indarno….»
«Indarno!»
Rogiero non rispondeva.
«È egli amore quel tuo che abbisogna del sacramento, affinchè non si sciolga? che cerca il suo premio nel piacere, come l'operaio la mercede? S'egli è così fatto, tu amasti indarno…. io ebbi tutto quello che l'amore può dare, quando le mie labbra si accostarono alle tue.»
Rogiero, traendo soavemente il suo braccio di sotto a quello di Yole, glielo cinse al collo; con la manca le prese la destra, e se l'accostò alla bocca: Yole gli pose le dita della mano rimasta libera tra il volume de' bei capelli, e mesta mesta li baciò.
«E sia questa» proseguiva «la corona dell'amore su la testa condannata….»
«Condannata!»
«Chi sa quanti, anteponendo il guadagno al riposo, ti cercano adesso di terra in terra! chi sa quante avide donne pregano i Santi, affinchè i vaghi, o mariti loro, conseguano il prezzo del tuo sangue! quante speranze, quanti timori pendono dalla tua testa! Fra te, e la fiera del bosco, non corre altra diversità, che per te il premio è maggiore.»
«Ahi sventura!»
«Nè alcuno ti difese, la pietà stessa tacque, la sentenza….»
«Qual sentenza?»
«Di ribelle del Regno, di traditore del tuo Re….»
«Santa Maria!»
«Saresti innocente?»
«Posso esserlo? non sono seme di Adamo?»
«Dico del tradimento?»
«Non sono….» Yole si scostava. «Sì via, allontanati,» proseguiva Rogiero con impeto «sprezzami tu pure, aborrimi, unisciti ai tuoi simili…. ecco la pietra, scagliala sul misero…. tutti così! Se tu sapessi che fu finta una vittima per vendicarla…. un colpevole per punirlo…. una pietà di figlio…. un fratricidio…. se tu sapessi che il destino mi costrinse con voci sconosciute, che parevano partirsi da spiriti abitatori della terra e dell'aria…. che dirigeva i miei passi alla colpa, come un torrente all'oceano…. che comandava fino ai miei sogni…. vorresti, figlia della polvere, o potresti condannarmi? Oh! fosse qui qualcheduno che scendesse nel profondo, e librasse i pensieri, e scrutasse i cuori, e si ponesse tra i miei giudici e me; udisse le discolpe, e facesse ragione,—chi contenderebbe alla mia anima il premio della pazienza, chi leverebbe a costoro la pena della stoltezza? Qui dentro» e Rogiero si toccava il seno «non giungono occhi di carne;—il senno dell'uomo è simile alla cenere, i suoi argomenti a mucchi di fango;¹—il giudice della terra pronunzia la sentenza con ira perchè confonde la colpa coll'uomo, e però gli suona come inguria il perdono,—, come offesa l'assoluzione.»
¹ Memoria vestra comparabitur cineri, cervices vestræ luto (Job, 13, 12.)
Adesso un vicino scalpitare di cavalli percuote le orecchie degli amanti.
«Sálvati!» gridava Yole «qualunque tu sii, noi godremo uniti in Paradiso, o ci dispereremo tra i perduti:—io muoio d'amore per te;» e camminavano di gran passo «se ci raggiungono, io ti difenderò…. Io! scempia!—può l'innocenza o la preghiera intercedere presso la impassibilità della cupidigia? Gran madre di Dio! ci hanno veduti…. senti come corrono…. ci stanno sopra…. manda, Santa Vergine, chi ci protegga;—ma il Cielo fu da me tante volte supplicato invano, che il meglio sarà affidarci alla fuga… chi giunge a sottrarsi all'ardore della persecuzione?—noi siamo presi.»
«Abbi costanza!» parlò sommesso Rogiero a Yole, vedendosi arrivato dagl'inseguenti; e come quello ch'era animoso, fattosi innanzi alla squadra parlò: «Cavalieri, vorrestemi in cortesia scortare alla dimora del Re, chè, se io non m'inganno, potrei ricondurgli la figlia?»
«Sia benedetto Santo Germano!» rispose il Maestro degli scudieri, che conduceva quella brigata, «è assai tempo che noi la cerchiamo per tutta Benevento. Principessa, la Regina vostra madre….»
«Oh! povera madre mia! andiamo a consolarla: come io possa consolarla non saprei; non v'è vivente al quale io mostri la faccia, che non chini gli occhi contristato: ella pure lo afferma; pensate voi quali saranno i suoi spasimi, se la mia vista le dà conforto.»
«Cavaliere, io vi tengo per salutato: Principessa….»
«No, bel Cavaliere, non posso lasciarvi andare sconosciuto; è forza che veniate meco al palazzo reale, io non voglio defraudarvi in nulla di ciò che la riconoscenza del mio Signore si degnerà compartirvi.»
«Messere, io sono tale, la Dio mercè, che delle buone opere non ho bisogno di altro guiderdone, tranne il piacere che ne deriva.»
«Ed io ve lo credo di leggieri, bel Cavaliere; ma la gratitudine non si mostra soltanto con le gioie e con gli ori….»
«Nondimeno….»
«Egli è impossibile….»
«Ma….»
«Ve ne prego in cortesia…. non ricusate; salite il mio destriero, ch'io per me devo accompagnare la Principessa, nè potrei convenientemente tôrla in groppa.»
Rogiero, considerando che dalla insistenza male gliene sarebbe potuto derivare, seguiva il consiglio del Maestro, il quale ordinò alla sua gente che per alcuno spazio si allontanassero. Così andarono forse cento passi, allorchè la mente di Yole, ripensando ai tanti casi avvenuti in breve ora, nè potendone sostenere la intensità, nè spiegare come avessero avuto principio, tornò sul vaneggiare più ferocemente di prima.
«Maligno!» diceva al Maestro che la menava «tu mi hai ingannata con le belle parole; tu mi conduci a vederne il supplizio; non poteva morire senza di me? che giova questo incremento di crudeltà? non parli,—ti confondi;—non sai difenderti?—Non ti chiedo la sua vita, perchè è consacrata alla tua avarizia…. solo non condurmi a vederne la morte.»
«Principessa, io vi conduco da vostra madre, su l'onore di
Cavaliere.»
«Ed osi favellare? Taci, non dire lo spergiuro…. dì che vuoi essere spietato…. ti crederò…. non posso nuocerti…. mentirti onesto non può giovarti…. quanta gente!… che folla!»
«Dove?»—domandò il Cavaliere; e si voltava attorno.
«Quanta gente accorre su la piazza, nè ve la tira senso di misericordia…. non credere…. lo finge…. ma ella è stolidamente curiosa, pronta a ridere sul colore del sangue, come a piangere alla vista della scala che mena al patibolo….»
«Ma noi adesso ci troviamo in Via San Salvatore.»
«Ella è una solennità…. suonano le campane, nè si sa perchè; forse a chiamare Dio in testimonio…. rimanetevi, state in silenzio…. guai se lo vede!… Guarda il carnefice! tiene gli occhi bassi in segno di modesta compassione; ma non vedi tralucervi dentro un baleno di malignità, una gioia di stendere il braccio, e distruggere? su le sue labbra suona la parola di fratello; ma non iscorgi un sorriso indefinito agitargli i muscoli con la convulsione del tripudio?»
«Principessa, non vedete che è notte? e queste faccende non si fanno al buio.»
«Bella pietà! il paziente ascende le scale…. questa è l'ora trascelta per favellare di amore alla donna rigidamente guardata dal geloso marito…. adesso due feroci per meglio vedere come si punisca il delitto vengono a contesa, e commettono un altro delitto…. silenzio….»
«Sono tutti a dormire.»
«È la preghiera per colui che deve passare; preghiamo prostrati…. preghiamo…. è finita…. ha padre? madre? figli ne ha?—io non posso sopportare la immagine di quella disperazione…. egli è prostrato,—la scure con ambedue le mani sta sollevata,—il suo taglio deve internarsi nel ceppo, e tra la scure e il ceppo vi è un collo…. ah! balza una testa per terra…. piove sangue…. la bocca pare che non abbia compíta una parola…. era preghiera, o bestemmia? egli morì lacerato di rabbia…. una mano scarna, trepidante l'afferra pe' capelli…. trema ella di terrore o di gioia? ella la squassa, e si contamina, e la mostra al popolo…. bella impresa davvero da mostrarsi alla gente, perchè applaudisca!… Sdegno di Dio! egli è desso…. la morte lo ha sfigurato, ma lo ha riconosciuto il mio cuore…. Rogiero…. Rogiero!»
Rogiero intentissimo ascoltava parte di questi discorsi, e con quanta angoscia pensi chi legge; onde disposto a tutto più tosto che lasciarla sconsolata, fingendo dovere alcuna cosa comunicare al Maestro, trasse la briglia, e in breve fu a lato di Yole;—ella non era anche liberata dalla feroce visione;—smontò da cavallo, e presale soavemente la mano, le disse: «Io sono Rogiero.»
Il suono della sua voce produsse il solito effetto; lo riconobbe l'addolorata, e la mente le tornava serena. Piangeva pure Rogiero, e il Maestro degli scudieri senza che vi pensasse, volendosi asciugare gli occhi, trovò le lacrime essergli gocciate fino a mezza guancia: bene egli conobbe il caso, e forse più di quello che non era da conoscersi; ravvisò, guardandolo meglio, Rogiero, imperciocchè lo avesse in grandissima pratica: poteva guadagnare duemila schifati, che sono quasi quattordicimila zecchini di nostra moneta, denunziandolo; poteva non essere biasimato da nessuno, perchè usava lealtà al suo Signore; poteva anzi conseguire la grazia di Manfredi:—gloria alla virtù!—aborriva il prezzo del sangue, e così discorreva a Rogiero: «Scudiere, se siete colpevole, già non sarò io quegli che vi accuserà; se innocente, quegli che vi tradirà; se aveste qualche turpe motivo per errare, abbiatene uno onorevole per correggervi; prendete il mio cavallo, e partite; nascondetevi, e uscite di Benevento: alla frontiera si apprestano i tempi nei quali potrete acquistare mercede, se reo; onore, se innocente: non esitate un momento; potrebbe perdervi un vano render grazie; già, se non m'inganno, non sarà per opporsi la Principessa.»
Yole declinò con leggiadra soavità di affetto il bianco volto su la spalla del Maestro, che soggiunse: «Or via, affrettatevi.»
Rogiero balzò nuovamente in sella, e quivi curvandosi parlava alla figlia di Manfredi: «Teco l'anima mia!»—e sparve.
Yole non rispose,—gemè; seguendo la fidata sua scorta, si riduceva lusingata dall'alito della speranza nelle braccia materne.
CAPITOLO VENTESIMOPRIMO.
LA SPIA
Quanta, e qual sia quell'oste, e ciò che pensi
Il duce loro, a voi ridir prometto;
Vantomi in lui scoprir gl'intimi sensi,
E i secreti pensier trargli dal petto.
GERUSALEMME LIBERATA.
Più che io con quella mente che i cieli mi hanno concessa vado pensandovi sopra, più mi avviso di favellare giusto affermando, essere queste composizioni, che la gente chiamano Romanzi, assai somiglievoli ai fioriti rosaj. Lieti di rose, bellissime per venustà di vermiglio, per isquisitezza di odore gioconde, innamorano l'occhio del pellegrino, che con lo incantato pensiero maraviglia come un fiore possa avere tanta parte di volto della sua vergine diletta. Diventa più forte il paragone se si considera, che siccome gli steli delle rose sono irti di spine, e così le vie che conducono alla perfezione in opere sì fatte vanno ingombre d'impedimenti, parte difficili a superarsi, parte impossibili. Differiscono poi in questo, che nel rosaio il passeggiero, contento della vaghezza del fiore, non trascorre a indagare nè come s'operi il suo nascimento, nè come mantenga la vita, nè perchè muoia, nella qual cosa se molto ha luogo il non volere, moltissimo ancora contribuisce il non potere; mentre che nel Romanzo la bisogna procede altramente: ben l'arte ammaestra a disporre gli eventi in certa bizzarria misteriosa, e presentarli con quanto di fantastico può immaginare il poeta, onde la passione di chi legge di mano in mano infiammata aneli la fine; ma al punto stesso ne avverte essere debito svilupparli con naturale spiegazione, affinchè non si sdegni di avere sparso il suo pianto sopra casi in nulla appartenenti all'umana natura. Qui sta l'opera, qui la fatica; questo è lo scoglio pe' buoni ingegni, l'abisso pe' mediocri; e certamente sarebbe pel nostro, dove le raccontate avventure non fossero vere, o almeno non le avessimo trovate entro una Cronaca di pergamena antichissima, scritta con caratteri gotici, con le iniziali alluminate, e dorate, che quantunque un po' guasta dalle tignole, un po' dai sorci, un altro po' dall'umido, si mantiene pur sempre il bel tesoro, come andrà persuaso chiunque abbia voglia di venirla a vedere.
Narra pertanto la Cronaca, come un certo giorno il Conte Anselmo della Cerra, ridotto nella secreta sua stanza, esaminando alcune carte di molta importanza udisse toccare la porta; per lo che domandato chi fosse, gli rispondevano,—un pellegrino, che per quello che ne sembrava aveva corso gran via, faceva istanza di favellargli.—«Un pellegrino! che passi:»—ordinava Della Cerra; ed ecco indi a poco entrare un uomo, che, richiuso in prima diligentemente l'usciale, s'incammina va alla volta del Conte, e gittando la schiavina da dosso, gli si mostrava qual era.
«Gisfredo, tu qui! tu vestito da pellegrino! chi ti avrebbe riconosciuto?»
«Dove manca natura, arte procura, messer Conte.»
«Che nuove? è anche morto quello stolto? la tua astuzia congiunta alla sua imbecillità lo ha ancora condotto in rovina? Narrami, narrami, che sono impaziente di udire; siedimi a canto, che ti starai più ad agio, ed io ascolterò meglio.»
«Troppo onore, Messere,»—rispondeva Gisfredo inchinandosi, e mostrando non tenere lo invito: pure insistendo il Conte, obbediva, e pressato da questo col più interrogativo «Ebbene?» che mai sia uscito da labbro di uomo, raccontava: «Messere, dalla notte che con tanto fervore mi ordinaste vegliare su i passi di Rogiero, io, come desideroso di soddisfarvi, non ne ho mai smarrito la traccia: nella notte stessa io mi imbatteva in costui, che, fosse caso o volontà, spronava a rompicollo verso un torrente, dove per certo sarebbe traboccato, se io nol sovveniva; fidando sul benefizio, lo richiedeva di sua compagnia, perchè allora la cosa sarebbe proceduta meglio sicura; mi ributtava con acri parole. Il giorno appresso, mi prende il sudore ghiaccio a ripensarvi sopra, mi arrestava una banda di masnadieri, e dopo avermi conciato che Dio vel dica per me, toltimi i danari che aveva dentro una borsa, volevano ad ogni costo propagginarmi: già per indole, e per costume, aborro dal magnificare quello che ho fatto per vostra signoria, e poi per quanto operassi, io non potrei sdebitarmi degli immensi obblighi ch'io vi professo, Messere; pure io vi giuro…»
«Va per le corte, Gisfredo; sei stato in pericolo di vita?—il gran caso che ti avessero ucciso!—mancano ghiottoni in questo mondo!»
«Dice bene il Messere. Dunque vi basti sapere ch'io fui salvo.»
«Questo io già sapeva, perchè il Demonio si mostri più pronto a proteggere i tristi, che…»
«Dice bene il Messere. Lo inseguiva con lo ardore della vendetta, con l'astuzia della viltà: finchè lo conobbi di per sè stesso infiammato, lasciai che corresse; ma quanto più si avvicinava all'esercito francese, tanto rallentava la fuga: questa nuova esitanza giunse a tale, ch'io stimai bene entrargli di notte tempo nella camera dove giaceva, e concitarlo con dirgli in voce mesta, come di trapassato:—Rammentatevi di vostro padre.—Varcava il Po con incredibile furia, quindi ricadeva più che mai su l'irresoluto: allora presi consiglio di precederlo, mi appresentai a messer Buoso, me gli scopersi vostro servitore, gli mostrai la patente, e gli narrai, un corriero napolitano con lettere a lui dirette essere rimasto una giornata di cammino dietro di me; mandasse pertanto alcuna gente a riscontrarlo, e a tutelarlo, perchè, se fosse caduto in mano dei Ghibellini con quel deposito addosso, avrebbe cagionato gran danno. Mandava Buoso, e glielo conducevano: era buio, ed io mi teneva celato in un corridore della casa di Buoso per vederlo passare: vi so dire, Messere, che fu cosa stupenda contemplare la battaglia delle passioni che laceravano quella anima; per poco stette che non cadesse, si appoggiò al muro senza andare innanzi nè indietro.»
«Tu godi a raccontare questa disperazione, scellerato?»
«Pensate quale sarebbe stata la vostra gioia a vederla, Messere! Osservando che indugiava più che si convenisse, me gli accostai, e gli susurrai alle orecchie:—Rammentatevi di vostro padre:—si voltava impetuoso inseguendomi, ed io di stanza in istanza, come colui che già conosceva la casa di Buoso, gli fuggiva dinanzi, finchè non l'ebbi condotto dove dimorava il Duera; allora mi sottrassi agevolmente: da quel punto in poi i suoi moti furono necessarii. Ebbe le lettere il Ghibellino traditore….»
«Ravveduto, dovevi dire.»
«Ravveduto. L'ebbero i Francesi, e nel campo loro egli ha sempre stanziato fino a Roma.»
«Che! non vi sarebbe egli più?»—percuotendo il pugno stretto su la tavola con terribile giuramento domandava il Conte Anselmo.
«Udite. A Roma fu bandito il torneo; vi combattevano sconosciuti Rogiero, e quel Ghino di Tacco, tanto famoso masnadiero d'Italia: terribili colpi io vidi menarvi, e tali che non credo sieno mai stati nel mondo, non che maggiori, uguali. Miseri noi, Messere, se un giorno ne fossimo segno!»
Anselmo mutò di colore, e con voce mal ferma ordinava: «Va innanzi.»
«Furono i Francesi scavalcati, quasi tutti sconciamente feriti; un Bilmont trafitto; il Monforte, lo stesso Monforte, dichiarato vinto, e come morto portato via dal campo….»
«Che importa, questo? va innanzi.»
«Conseguíta la vittoria, fuggivano Ghino, e Rogiero, e i compagni; io mi levai súbito a seguitarli da lontano, e li vidi internarsi per la foresta vicino a Frascati. Quivi si fermava alcuni giorni Rogiero per sanare le riportate ferite. Una volta, mentre mi accostava su la sera verso la sua dimora per raccogliere qualche novella, lo vidi soletto errare per la foresta; avrei potuto ucciderlo,—non v'era vivente, ed egli non portava armatura; ma non ne aveva mandato; non sapendo s'io mi facessi bene o male, mi rimaneva: sentii uscirgli dalle labbra strane sentenze; mi arrampicai leggiero sopra un albero, e per più disperarlo ripetei:—Rammentatevi di vostro padre.—Parve verro ferito; cieco d'ira si dette a cercarmi per la selva, e tanto corse e ricorse, che al fine del giorno pervenne alla Abbazia di San Vittorino: colà, Messere, un fiero caso si apparecchiava a noi tutti….»
«Quale?»
«Convertito in Frate, vi giaceva moribondo il vostro uomo d'arme
Roberto.»
«Ah! e gli narrava….»
«Per quello che mi disse un Frate cercatore, tutta la storia dei vostri tradimenti.»
«Tradimenti!—hai tu detto tradimenti?»
«Non l'ho detto già io, ma vi ho riferito quello che disse il
Frate cercatore.»
«Noi siamo perduti!» avvilito mormorava il Conte Anselmo «e sì che lo aveva avvertito a cotesto imbecille:—vogliono i delitti, e non sanno soffocare i rimorsi;—un giorno innanzi ch'io lo avessi ucciso, ogni cosa era salva.» E qui mise senza pensare la mano sotto il farsetto, e ne trasse un pugnale: Gisfredo, sorgendo, si allontanava. Stettero muti alcuni istanti: finalmente il Conte discorreva, volgendo la testa: «Gisfredo, dove sei ito? ritornami allato; perchè ti stai discosto?»—Poi vedendosi il pugnale nella destra, lo riponeva continuando:—«Vivi sicuro, non sai che nessuno uomo adesso mi è più necessario di te?» e tra i denti aggiungeva: «La tua ora non venne.»
«Dice bene il Messere,—v'intendo anche ritto.»
«Fa come vuoi: dunque non v'è scampo?»
«E non sapete trovarlo? Diamine! una testa come la vostra, Messere, annega entro una coppa?»
«Dillo, se ci credi; in nome di Dio.»
«Ve lo direi molto volentieri, ma davvero che me ne prende vergogna; egli parmi così agevole, che non può essere che non vi venga in capo: e poi non si conviene a me che ho imparato tanto di Gramatica, quanto fa di mestieri per avere gli ordini minori, insegnare ad un Barone qual siete voi, che sa per fino dei misteri dell'Astrologia.»
«Certo non si vuol negare che la mia mente non sia oggi un poco confusa… se da un pezzo in qua le cose vanno proprio a rovescio!»
«Eh! signor mio, io conosco il modo di farle andare per verso: ma voi non ne sapete, o non ne volete sapere.»
«Sarebbe?»
«Allargare la mano nello spendere; siete Camerlingo, potete fare, e non co' vostri danari… la gente ai dì nostri non fa nulla per amore.»
«Ah! vuoi danaro?»
«Nol dico già per me, vedete, Barone; perchè del danaro che cosa ho da farmi, quando posseggo la grazia vostra?—Sebbene quello che mi deste se lo prendessero i masnadieri….»
«Non so se i masnadieri; ma un masnadiere se lo prese di certo, quando lo detti a te.»
«Non credete? Vi giuro pel corpo….»
«Taci, chè il giuramento della tua bocca accresce i motivi di non averti fede.»
«Oh via! come volete; già per troppo malignare spesso l'uomo s'inganna: alla fine di conto que' vostri danari io non gli ho più, e per giovarvi con frutto me ne abbisognano degli altri.»
«E faceva mestieri di tanta giravolta per venire all'ergo? prendi, questi sono agostari.»
Gisfredo stese la mano come persona avvezza a simili presenti, se gli ripose sotto la veste, ringraziò inchinando il capo, e tornò nel primo atteggiamento.
Anselmo aggiungeva: «Fisco coll'anima, or che gli hai avuti, dimmi almeno che vuoi farne.»
«Io vi protesto, Messere, che Gisfredo è vago di danari come il cane delle mazze; ma l'opera ch'io disegno fare in pro vostro, non può in nessuna altra maniera mandarsi a fine se non che col danaro; i tempi corrono difficili, la natura umana si corrompe ogni giorno di più, e vi sono di tali marrani che non vi farebbero piacere nè manco col pegno.»
«E tu ne sei prova e argomento.»
«Fate senno, Barone. Rogiero, partendosi dal masnadiero Ghino, niuna diversa strada vorrà tenere se non quella che conduce a Manfredi,—e questo è certo; ora, siccome ho raccolto per via che il Re ha convocato tra pochi dì il Parlamento del Regno a Benevento, il suo cammino deve piegare senz'altro a questa città; mio avviso sarebbe dunque partirmi velocemente, prendere in compagnia quindici o trenta uomini arrisichevoli, tendergli agguato, e farne pasqua ai lupi.»
«Santo Germano!» esclamò il Conte Anselmo percuotendosi la fronte «tanto è vero, che per veder bene da vicino ci vuol vista corta! Tu dici saviamente, non in tutto però: in prima tu dèi condurre meno gente per non dare sospetto; invece di ribaldi da strada, tu passerai in partendo da Caserta, consegnerai un mio ordine al Castellano, che lascerà venir teco quattro o sei uomini d'arme; non più, ti comando, e bada che lascino la divisa di Aquino: in quanto a finirlo, parmi che non sarebbe buon consiglio; che ne senti?»
«Eh! fate voi; per me ho detto la mia: i morti non parlano, veh!»
Il Conte Anselmo pensava alquanto, proseguiva dopo: «No, no; quel cadavere insanguinato su la pubblica via, in occasione del Parlamento,—scudiero,—fuggito,—dannato, ingrandirebbe il fatto, e indurrebbe a ricercarne più oltre che la faccenda non meriti: ingegnatevi a prenderlo vivo; se non potete, sì, l'ammazzate, ma portatelo con voi; rimuovete ogni traccia, e sotterratelo dove non possa esser trovato. Parti, e fa forza di gambe.»
Partiva. Quello che facesse e quello che ne seguisse, ha già saputo il lettore: perchè non essendo venuto comodo a Gisfredo di uccidere senza pericolo Rogiero, lo trasportò privo di senso a Benevento, dove, trovato il Conte Anselmo, che vi aveva preceduto la Corte, lo cacciava per suo comando dentro la carcere del palazzo del Legato di Roma, da lungo tempo deserto, e per trascuranza, o dispregio, in parte diroccato. Era pensiero del Conte farvelo morire di fame, non già, come diceva Gisfredo, per brama che avesse della sua morte, ma per risparmiarsi la spesa di tenerlo vivo.
Finita questa commissione, tornava Gisfredo alla dimora del Conte Anselmo, e gli diceva: «Anche questa è fatta, Barone; tra poco il nostr'uomo diverrà Santo e farà miracoli; adesso sta in clausura; manca il sigillo allo spaccio, col gittare la chiave nel Calore¹, e poi è finita.»
¹ Fiume che passa vicino a Benevento.
«Però pensiamo ad altro: trova alcun sacerdote che gli dica una messa, perchè la sua anima non si lamenti di noi, e conosca che abbiamo operato da buoni e leali Cristiani; pel rimanente raccomandiamolo a Dio.»
«Dice bene il Messere!»—riprese, tra serio e beffardo, Gisfredo, non sapendo con quale intenzione favellasse Anselmo: veduto ch'ebbe un leggiero sorriso su le labbra del Conte, aggiungeva anch'egli ridendo: «La dirò io questa messa; vado certo che qualcheduno nell'altro mondo, o sotto o sopra, l'ascolterà.»
«Non può fare a meno che tu non finisca male, tanto sei empio, Gisfredo! Adesso sono per commetterti una cura più delicata, e al tutto degna de' tuoi talenti; deponi quelle vesti da pellegrino, vesti l'assisa di casa mia, e vattene in Corte; poco sarai guardato; o, se guardato, come mio servo sarai anche rispettato: avvolgiti tra la gente di Manfredi, spia i Ministri, il Re, la Regina, tutti; nota gli andamenti, i detti, gli sguardi, e, se tu potessi, anche i pensieri; siimi fedele, pensa come il mio abbassamento non può accadere senza la tua rovina, la mia esaltazione senza tuo vantaggio.»
Eseguiva Gisfredo i comandi del suo signore, un po',—e qui s'ingannava,—riputando di ricavarne qualche gran premio, un po' per inclinazione: entrava in Corte, e come quegli che era scaltro davvero, adesso mostrandosi carezzevole, adesso contegnoso, qui usando cortesia, là villania, ritirandosi a tempo, e comparendo a tempo, lusingando i più ruvidi tra i Baroni con gl'inchini, guadagnando i servi più astuti con qualche agostaro, pervenne a conoscere in poche ore quello che forse altri non aveva imparato in molti anni. A mal grado del suo ingegno però, quel destino, che il più sovente si oppone alle opere generose, aveva decretato che gli dovessero riuscire fatali le sue triste; quelle che abbiamo fin qui raccontate, vedemmo averle conseguíte con molto pericolo; ora narreremo come avvenisse l'ultima, nella quale perdè la vita.
Stanca dalle faccende del giorno la famiglia di Manfredi era andata a trovare il sonno, che da molto tempo non iscendeva invocato su le palpebre dei suoi signori. Gisfredo con passi storti e leggieri, con le orecchie attente, per farsi maggior pregio presso il Conte Anselmo, penetrava nelle più riposte stanze reali:—i fati lo portavano; perviene entro un andito lunghissimo,—con la mano alla parete, in punta di piedi, senza trarre un fiato si mette a percorrerlo;—lo percorre, giunge ad una sala, abbandona la scorta del muro, e va oltre: non poteva essere anche a mezzo, quando un gemito represso lo avvertiva, quivi dimorare gente;—stava,—un lamento femminile fece suonare il vasto edifizio.
«Forse conosce la creatura» discorreva la mesta «l'arte di mentire l'affetto? forse le ha rivelato il Demonio come si finga una passione che m'inaridisce il cuore, mi sconvolge l'intelletto e mi consuma la vita? Finti gli atti cortesi, finto il lungo ossequiare, il guardo, la voce, l'amplesso, il bacio, finti? Non suonavano le sue parole ebbre di amore, non gli tremavano le membra, non sospirava profondo? Pure mi ha lasciata sola su la via dello spasimo; nè il pensiero dei parenti e del cielo può consolarmi;—la mia passione dura più forte di loro. Rispondimi almeno se sei morto, ch'io sappia dove indirizzare il mio gemito:—tenga la fossa il suo corpo, lasci libera l'anima, o tenga anche l'anima, pur che la lasci un momento per dirmi che non fingeva,—che mi amava;—questa apparizione è un baleno di tempo,—poi l'abbia per tutta la eternità. L'anima!—l'anima era nel sangue, e il sangue è stato diffuso;—avessi il cadavere! lo veglierei come se dormisse, ingannerei me stessa, dicendo: or ora si sveglia; e a canto al suo letto, da che egli non potrebbe essermi unito in vita, aspetterei rassegnata di unirmi a lui nella morte;—scalderei di baci le fredde labbra, infonderei balsamo nella sua piaga…. Dio eterno! qual piaga! scavernata, penetrante in mezzo del petto…. ella è insanabile…. dite il vero, è insanabile, Maestro¹?—Non mi risponde,—piange,—e tu pure piangi, Gismonda. O Rogiero! chi ti ha trafitto? Rogiero!»
¹ Forse è inutile avvertire che Maestro era il titolo che si dava ai medici in quei tempi.
Sorgeva impetuosa, incamminandosi con passi veloci alla volta di Gisfredo, il quale, dando indietro meno cautamente, inciampava dentro uno sgabello con molto fracasso: l'evento lo turbava, perdeva la direzione della porta; tentando il muro, quanto più ne andava in traccia, tanto più se ne allontanava. Yole (però che Yole fosse la lamentosa), al rumore fatta furente, gli era sopra, già l'afferrava pel petto,—sentiva sotto la mano un pugnale,—gli frugava sotto la veste, lo stringeva, e minacciando di trapassarlo gridava: «Tu lo hai morto!—Dio mi ti caccia tra le mani, perchè ne prenda vendetta.»
Il presente pericolo, non meno che il futuro, se quel grido di Yole avesse richiamato gente, tanto valsero ad avvilire Gisfredo, che a caso più tosto che a consiglio rispondeva: «Mercè, Madonna: il vostro Rogiero è vivo.»
«Vivo!»
«Ve lo giuro per tutti i Santi del Paradiso.»
«Vivo!»
«Sì, vivo e sano, come siete voi, Madonna.»
«Non è vero, tu m'inganni.»
«Non credete nei Santi?»
«Credo in loro,—ma in te no….»
«Pure egli vive….»
«Menami a lui, nè sperare, finchè io lo vegga, che questa mano si scosti dal tuo petto, questa punta dalla tua gola.»
«Santa Vergine! Saremo veduti, Madonna, saremo fermati, perderete me e voi, non vedrete più Rogiero…. dimani, vi giuro….»
La vergine sveva, per passione diventata feroce, gli punse un poco la gola,—perchè Gisfredo ebbe a stramazzare svenuto,—e con saldo accento comandava: «Conducimi, e taci.»
Gisfredo vedendo che non correva tempo da immaginare scaltrezze, e che se alcuna cosa poteva condurlo a salvamento era la lealtà, si dispose, sebbene suo malgrado, ad operare onesto;—pareva che non ci avesse garbo, quantunque in pensiero risoluto di condursi a dovere; le membra da per loro si studiavano tradire. La vergine sveva lo teneva corto, e sovente per sospetto lo ripungeva; egli prorompeva in un ahi! sommesso, e per alcuni passi non faceva motivo, poi tornava a far peggio. Così scesero nel cortile; due uomini d'arme camminavano in su e in giù con differente direzione traverso la porta grande;—passare per quella senza essere notati era impossibile cosa. Non vi ha palazzo reale che non possieda porte segrete, donde scrive Giuseppe Parini che talora entra la verità; Yole si sovvenne in buon punto, che quello in cui stava ne aveva pure una; vi traeva quasi a forza Gisfredo, e in questo modo pervennero all'aria aperta.—Ciò che venne dietro, il lettore se lo ha già conosciuto avanti.
CAPITOLO VENTESIMOSECONDO.
DISPERAZIONE.
Visibilmente si tramuta in faccia,
E trema d'una larva che il minaccia.
I LOMBARDI ALLA PRIMA CROCIATA.
Manfredi!—Nel tempo in cui, se intemperante era la fidanza del suo desiderio, molto maggiori erano la volontà degli uomini, e la vicenda dei casi di compiacere a lui, trasportato dal soffio della ventura, noi non avremmo impreso a descriverlo; adesso, nell'ora solenne del disastro, commuove il cuore di tali sensazioni, che nessuno, per quanto magnanimo, vorrebbe respingere; suscita nel segreto della mente tali pensieri, che nessuno, per quanto potente, potrebbe dire vili. La forza che regge i destini della terra ha voluto, che per venire in fama di grande non importi l'esercizio della virtù,—o almeno di ciò che appelliamo virtù. Nè alcuno insorga impudente contro questa sentenza, perchè noi gli domanderemo, se virtù fu quella dell'antico padre che coll'opera della mano sostentò la numerosa famiglia, e con l'esempio, e con le parole, la educò all'amore dei suoi simili e nel timore di Dio; e dove assenta alla domanda, lo ricercheremo di nuovo, perchè un'aura fuggitiva di memoria susurri appena nel villaggio di cui fu abitatore! perchè la pietà dei nipoti cerchi invano pel Camposanto un segno, una croce, una pietra, che lo distingua dal volgo dei morti! perchè invece di educare le rose sopra la sua fossa, il giumento del parroco vada sterpandovi le poche piante salvatiche di che la ornava la natura! Quindi vedremo se ci affermerà, virtù incitare parte del genere umano a dare del ferro in petto all'altra parte; virtù, perseguitare l'innocente, perchè debole;—fargli delitto della sua debolezza frutto della innocenza, e straziarlo, e schernirlo; virtù, le avare rapine, i miserabili incendii, gli stupri vergognosi; virtù, il colono, che bandito dal soldato fugge co' figli, quale in braccio, quale per mano, e con la moglie, che sostentando la figlia, argomento di gloria nei giorni ridenti della tranquillità,—perchè la gloria delle madri è nella prole leggiadra,—adesso contaminata di obbrobrio, le impreca la morte dalla misericordia del Signore, e maledice la fecondità del suo ventre! Poveretto! il suo cammino tende alla montagna; quelle rocce dirupate non promettono altro che la fatica di soverchiarle;—quivi troverà un asilo, dacchè non si trova una preda;—a mezzo dell'erta si volge a mirare la casa a lui cara per le tante memorie di amore,—cara anche per le memorie di dolore;—ahi! non vede più casa:—gli sgorgano dagli occhi lacrime amare, geme profondo, ma il gemito e il pianto non sono per le arse masserizie, non per la mèsse sperperata, non pel censo, a stento e con lunghi travagli ragunato, adesso in breve ora distrutto;—sospira l'aere che lo raccolse infante; sospira il luogo, ove per la prima volta la desiata giovanetta, suffusa di modesto rossore, gli disse, che non amava indarno; quello dove per la prima volta fu salutato col nome di padre; sospira le ceneri degli avi:—l'anima paurosa, trascorrendo gli eventi futuri, non lo atterrisce con l'amarezza di chiedere un pane allo straniero, che gli sarà negato, e di ascoltare unita al rifiuto la parola acerba di un cuore che cerca pretesto nel vizio per non commuoversi alla miseria…. solo lo spaventa con la immagine dei nipoti, che, appena sapranno snodare la lingua, gli diranno:—menaci dove dorme tuo padre. Che potrà egli rispondere?—io l'ho deserto:—la rampogna di poca carità gli strazia le viscere;—si lagnerà se lo abbandonano vivo? egli non lo ha abbandonato morto?—morto, o vivo, è meno sacro il capo del padre?—Volge le spalle, si affretta per la via, leva gli occhi al vertice della montagna, anelante di riparare dietro una balza dalla vista e dal pensiero di cose tanto miserabili.—E se questa non è virtù, perchè coloro che tengono l'impero della fama la vestono della luce del canto, o la tramandano ai posteri col monumento della storia? perchè nelle vostre sale, nei vostri arnesi, fino sul vostro petto, io non vedo che simulacri dell'ultimo conquistatore? O gli uomini sono divenuti tanto codardi, che si hanno fatto idolo della forza, o,—e questo per avventura è più vero,—non hanno mai saputo che sia virtù.—Manfredi non fu virtuoso,—fu grande. Escluso per colpa paterna dal retaggio del potere, ripose ogni suo pensiero in conseguirlo:—tra la sua mano e lo scettro si attraversavano quattro vite, e tutte sacre; egli stese la mano, e lo strinse:—quali furono gli argomenti che adoperava l'ambizioso? L'ombra del trono gli nasconde, ma stanno come nemici schierati in battaglia al cospetto dell'anima sua, e a quello di Dio. Egli distrusse i suoi nemici, da prima con la frode, poi con la vittoria, e dopo averli avviliti con l'oro, gli spense col ferro. Affidato ai destini che lo menavano, dominò la fortuna, costrinse gli eventi: non soddisfatto della corona di Napoli, guardò la Italia, la vide divisa, e disegnò riunirla sotto il suo impero: penetrando nei misteri dei secoli, la conobbe preda dello straniero, e volle prevenirlo; nè, dacchè Alarico venne a guastare il bel paese, alcuno più di lui sembrava eletto dai cieli alla impresa portentosa: in lui sapienza di consiglio, in lui prodezza di braccio, arte maravigliosa di conciliarsi gli affetti, e quella temperante mansuetudine sconosciuta ai suoi superbi maggiori; Roma decaduta alquanto dal potere; gl'Italiani fidenti, o poco gelosi di lui, perchè signore naturale, e scevro d'interessi con Alemagna; Toscana ghibellina, retta dal senno di Farinata; Lombardia in gran parte devota al suo nome pel séguito del Pelavicino, del Duera, e per le armi di Giordano Lancia. Egli pe' tempi, i tempi per lui:—forse è da credersi che l'avrebbe dominata con assoluto dominio; forse, inorgoglito dal successo, con tirannide; ma l'opera stava nel rannodarla: quando poi la oppressione si riunisce in un solo, anche un sol colpo vale a distruggerla; e se ogni tempo non produce il sapiente, ogni tempo conta molti feroci.
Solo, dentro vastissima sala ornata delle immagini dei suoi padri, seduto sopra un letto all'usanza saracina, Manfredi cela la faccia per gli origlieri; se non fosse che d'ora in ora un anelito lo fa sobbalzare, parrebbe addormentato. Noi non sappiamo quale meditazione lo tenesse, certo però doveva essere di quelle che tribolano anche sul guanciale del riposo. Sorgeva con impeto;—mutati due passi, sta;—punta la mano destra su la tavola,—la persona abbandona sopra la gamba sinistra, che attraversa con la destra, premendo il pavimento con la estremità del piede,—gli occhi immobili, fitti per terra,—la bocca tremante;—il sangue gli trascorreva su la faccia, come fa l'onda marina, però che adesso comparisce infiammato, adesso pallido:—si volta atterrito,—intende lo sguardo in quelle parti della sala che la lampada di argento posta su la tavola illuminava scarsamente, e si atteggia alla fuga;—concitandosi all'audacia si avanza,—rimane,—indietreggia,—come disperato si precipita, e tocca trepidante con ambe le mani la cagione dello spavento:—pare che la poca luce tramutasse all'accesa fantasia gli oggetti in immagini che non poteva sopportare. Alfine disegna spengere la lampada, la prende in mano, se l'appressa alla bocca, compone le labbra in atto di spingere l'aria;—in questo punto la pupilla trascorrendo discerne tal cosa per la quale Manfredi abbrividisce; stende la mano che stringeva la lampada, l'accosta alla parete,—era una spada che vi stava attaccata;—sospira, avvicina di nuovo il lume alla bocca; percorre, girando il capo, e più volte, la stanza; quindi con estremo sforzo lascia scorrere il fiato compresso,—e fu buio:—s'intendeva per la tenebra un passo frequente, concitato, irregolare.
Noi ignoriamo se altrove, ma certo avviene ih Italia, che il mal tempo spesso rimetta di giorno in giorno ad ore determinate, finchè, consumato lo spazio che deve percorrere, cessa del tutto; però adesso cominciava, come nella sera scorsa, a sentirsi il tuono lontano, e a vedersi lo sfolgorío sempre crescente. «L'ora si avvicina!»—mormorò Manfredi. Si leva un fiero libeccio; la piena della bufera investe fischiando l'edifizio, lo scuote, ed accenna mandarlo sossopra; si ascolta il zufolare lontano che fa per quelle camere il cigolío degli usci e delle finestre; la grandine batte scrosciando le invetriate, come se dovesse spezzarle ad ogni momento, o strappate dagli arpioni trasportarle fin Dio sa dove. Santa Maria! pareva il Giudizio finale.—Perchè Manfredi si volge intorno la sala con orme vacillanti? Teme egli che quello sconvolgimento sia una guerra che la Natura ha dichiarato contro di lui? Che susurra tra i denti? Santi del Paradiso! ha imprecato le potenze dell'Inferno. La procella imperversa; si fa con le braccia il segno della salute sul petto, e solleva peritoso il volto;—viene un lampo; gli occhi di Manfredi, senza ch'ei lo sappia, sono diretti sopra la immagine di suo padre Federigo;—quella luce vermiglia parve animarlo di un baleno di vita, e certo il ritratto storse le pupille scintillanti nel sangue, e agitò i labbri a parole di fuoco:—guai a Manfredi se quella vista fosse durata più d'un lampo! il suo cervello ne sarebbe stato rotto, il cuore scoppiato. La oscurità nascose la causa del terrore: instava fragorosissimo il tuono, e tra il rimbombo urlava Manfredi: «L'ora è passata!»—Incapace di più reggersi, accennando stramazzare, a scosse come l'ebbro, si pone in traccia del letto, e vi si lascia cadere; la sua mano destra abbandonata percuote su la corona reale, la ritira velocissimo, non altramente che se l'avesse posta sul tizzo infuocato; e di vero tale dovette essere la sensazione che soffriva, perchè disse: «Arde.»—Allora quasi affaticato su l'erta di un monte trasse dal petto un anelito grosso, e frequente;—giù per le guance piovve gelido sudore.
A refrigerio dell'afflitto, or sì, or no, secondo soffiava il vento, un preludio dolcissimo sul liuto veniva a dilettargli le orecchia:—l'anima però non gli dava ascolto, come quella che gemeva oppressa sotto terribile sensazione; ma quando vi si aggiunse una voce melodiosa di arcana mestizia, voce che con la prestezza del baleno ricercò,—vellicò,—suscitò, quanto di soavi memorie e di dolcezza di affetto stava riposto nel cuore di Manfredi, egli declinava lentamente «il capo tra le mani, e piangeva: bene erano coteste lacrime di quelle che solcano le guance su le quali trascorrono, di quelle che si assomigliano a gocce d'olio versate sopra ferro rovente,—ma pianse. Riputando nessuna altra cosa capace di acquietarlo quanto ascoltare vicina quella voce che sì lo blandiva lontana, lasciò di giacere, e si pose dietro le tracce dell'armonia.
Licenziate tutte le damigelle, la Regina Elena si era ridotta nelle stanze segrete con i suoi figli, Yole e Manfredino; quivi avevano insieme pregato il Signore di perdono, e di pace: finita la preghiera, cominciò la procella: Elena dissimulò, come meglio potè, l'augurio sinistro, e motteggiando ridente dava animo a Yole, che le si stringeva alla vita, e a Manfredino, che, seduto sopra uno sgabelletto ai suoi piedi, le aveva preso una mano, e se l'era parata innanzi gli occhi per non vedere i baleni.
«Animo, figli miei,» favellava la Regina «è la prima questa delle procelle che udite? conviene questo terrore a figli di Re?»
«E che? madre,» rispondeva Yole «non devono i Re tremare di
Dio?»
«Devono, ma troppo tornerebbe a sconforto, o figliuola, attribuire ogni tempesta allo sdegno del cielo.»
«Avete notato, madre, che appena abbiamo proferita l'ultima parola della preghiera scoppiò il primo tuono?»
«Non ho posto mente a questo, perchè stava raccolta nel pensiero del Paradiso.»
«Parmi…» soggiunse Yole, ed abbassata la voce accostò la bocca all'orecchio della madre, «parmi ch'egli ci abbia abbandonate.»
«Figliuola,» riprendendola affettuosa rispondeva Elena «nemmeno i Santi hanno penetrato nei segreti dell'Eterno; se i Profeti gli hanno saputi, ciò è stato perchè egli stesso gli dischiuse a loro, non altramente. Godi anzi della tribolazione che ti manda il Signore,—egli ci vuole provare, ed i provati sono nel numero degli eletti. Ramméntati, amor mio, di Santo Ambrogio da Milano, che, venuto a Malmantile, domandava l'oste di sua condizione, il quale avendogli risposto:—io ricco, io sano,—io, bella donna, grande famiglia, riverito, onorato, careggiato da tutta gente, non seppi mai che male si fosse, o tristezza; ma sempre lieto e contento sono vivuto, e vivo,—ordinò ai fanti che sellassero i cavalli, dicendo:—_Dio non è in questo luogo, nè con questo uomo, perchè gli ha concesso troppa felicità._¹ E poi, che cosa dice il Re David? Molte sono le tribolazioni dei giusti, e di tutte il Signore gli libererà.—Ma divertiamo il pensiero da cose tanto lugubri.—Gli angioli hanno insegnato ai mortali l'armonia per sollevarli dalla tristezza;» e sì favellando, ritrasse la mano che le teneva Manfredino, e lieve lieve lo percosse su la guancia; «va, Manfredino,» gli comandava «fa di portarmi quel liuto che vedi su quella tavola là.»
¹ Passavanti, Specchio della Vera Penitenza.
Il fanciullo alzò gli occhi, e peritoso si pose a guardarla.
«Va, Manfredino;» insisteva la nobile Elena «hai tu forse paura?»
Andò con franco passo il fanciullo alla tavola su la quale stavano diversi strumenti, tolse il liuto, e porgendolo alla Regina parlò: «Ecco, mamma, il liuto.»
«Gran mercè, figliuol mio,»
«Oh! si ringrazia egli di queste cose, mamma?»
«Perchè non si dovrebbe? se in te correva l'obbligo di obbedirmi, in me fu cortesia ringraziarti.»
«Ora da che sei tanto cortese, vorrestimi fare un dono?»
«Qual dono?»
«Dì prima se me lo farai.»
«Che cosa ha negato Elena ai suoi figli, quando l'hanno richiesta di cose gentili?»
«Tu dunque mi hai donato, che suonerai la ballata di Lucia, e Yole la canterà;—è così bella la ballata di Lucia, che quando la sento mi vengono le lacrime agli occhi: che vuol dire, mamma, che mi fa piangere?»
Trascorse la Regina con l'agili dita le corde del liuto cavandone dolcissime note, quasi per evitare di rispondere, ma non potè fare a meno di mormorare: «Ahimè! l'affanno diventò il retaggio della casa di Manfredi; amano l'afflizione anche coloro che non sanno che cosa sia,—l'anima si anticipa nello spasimo del futuro.» E continuando a preludiare: «Yole, mia figlia, canta della vergine Lucia.»
«O madre, come lo potrò? ho la voce tanto affiocata….»
«E dai singulti: non è una ballata di dolore quella che devi cantare? converrà meglio al soggetto.»
Senza altre parole presero a rendere unisona la voce col liuto. Ne usciva un suono insistente sopra una medesima nota, proprio di quel genere che i Greci chiamano Melodia; agitava gli animi degli ascoltanti un tremolío di piacere simile a quello che fa la luce sul ribrezzo delle acque della laguna, un riposo placido, una insperata dolcezza…. Stolto! quale è la lingua mortale che può svelare i misteri della armonia?
S'apre una porta: i nostri personaggi si affissano sopra quel punto. Manfredi contro suo costume, perchè usò sempre in sua vita panni verdi, era vestito di una maglia nera, sì che il suo corpo si perdeva nel vano della porta, che pure era nero; aveva il volto disfatto e pallido, i capelli ritti, le pupille immobili pel bianco dell'occhio orrendamente dilatato, come uomo appena sottratto dal sogno del terrore. Proruppero in altissimo grido, e timorosi che qualche gran male lo avesse incolto, gli corsero incontro i suoi figli.
«Io mi difenderò!» portando la mano alla cintura esclamava Manfredi «voi volete trucidare vostro padre, come….—sta a voi condannarmi? nè il delitto si lava col delitto:—sarà eterna la vendetta in mia casa?»
«Padre! sposo! padre!»
E' devono suonare queste voci potenti davvero sul cuore dell'uomo, perchè valsero a richiamare Manfredi dallo spavento, e deliziarlo nella vista della sua famiglia: gli abbracciava Manfredino il manco ginocchio; Yole prostrata gli aveva preso una mano, e imprimeva sopra di quella caldissimi baci; la Regina Elena, quasi a sicura tutela, lo invitava al suo amplesso: soverchiato dalla pienezza dell'affetto, baciò il figlio,—baciò, rilevando, la figlia,—e volò tra le braccia dell'amorosa consorte.
«Ed io ho fede,» poichè ebbe libato alla coppa della gioia discorreva Manfredi «che il destino mi mandi il cordoglio, perchè poi m'inebrii nella dolcezza dei vostri baci, o miei cari; e se così è, io ho motivo di benedirlo, anzi che maledirlo. Ma qui, se non m'inganno, suonava un canto? Deh! siatemi cortesi dei vostri sollazzi, io venni desioso dell'armonia; ella mi fa bene al sangue.»
La Regina Elena e Yole non risposero, che quella col prendere il liuto, questa con ripetere sotto voce le note della canzone: quando si furono accordate, Yole cominciò così:
«O disiose vergini
in mesto suon di pianto
Eco mi fate, e tacite
Deh! mi posate a canto;
S'inalza omai la flebile
Ballata del dolor.
Vivea ne' dì che furono
Lutalto, un cavaliero;
Caso, o vaghezza, il trassero
Un giorno a un monistero,
Dove ascoltava un cantico,
Che gli scendea sul cor.
Leva la fronte: il supplice
Contempla la giulía,
Di raggio eterno florida,
Sembianza di Lucia,
Che si confuse ai teneri
Sensi del primo amor.
Nè più ei la mira: assiduo
Poichè cercolla invano,
Morto di speme l'alito,
Là di Giudea nel piano
Pugna per Cristo, e il fremito
Rugge del suo valor.
In aspri ceppi il misero
Travolto dalla sorte,
La vagheggiata vergine
Chiama vicino a morte;
Lene su gli occhi e placido
A lui cala un sopor.
Apre lo sguardo immemore,
E le ritorte al piede,
E la invocata in candida
Vesta ricinta ei vede,
La guancia effusa in tenue
Mestissimo pallor:—
E—vivi?—Io l'ale d'angiolo
Scuoto all'aura di Dio,
Lieta volai per l'etera,
Te rendo al suol natio;
Soffri la vita, e affidati
Nel bacio del Signor.
O disiose vergini,
In basso suon di pianto
Eco mi fate, e tacite
Sorgetemi da canto:
Finita è omai la flebile
Ballata del dolor.» ¹