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La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Chapter 27: CAPITOLO VENTESIMOTERZO.
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About This Book

The narrative reconstructs political and military events of thirteenth-century Italy surrounding the decisive confrontation at Benevento, tracing campaigns, ambitions, and the aftermath that reshaped regional power. It combines battlefield description and political manoeuvring with authorial commentary, dedications, and personal reflections born of imprisonment and contemporary testimony. Episodes probe leadership, popular reaction, and the human cost of conflict while alternating dramatic scene-setting with historical explanation and moral reflection. Rhetorical addresses and intimate remembrance are interwoven to place the battle within broader national and private concerns of the period.

¹ L'avventura di Lucia è riferita dal Ghirardacci nelle Storie di Bologna, Lucia bellissima vergine si rende monaca; un giovane bolognese vedutala alla terrazza, dove ella si faceva ad ascoltare la messa, perdutamente se ne innamora; accortasi la modesta dell'amore del giovane, non comparisce più; questi disperato passa a combattere in Palestina, dove fatto prigioniero invoca presso a morte l'amata donzella: si addormenta, e al suo svegliarsi si trova in Bologna alla porta del monastero dove abitava Lucia, ed ella stessa lì appresso; il giovane le domanda se viva, ed ella risponde che sì, ma della vera vita, che vada a deporre i ferri sopra la sua tomba, e che ringrazii la Santissima Vergine della grazia ricevuta. Accadeva il caso verso il 1200.

Manfredino, che al cominciare della canzone era tornato a sedersi sopra il suo sgabelletto, e quivi coi cubiti puntellati alle ginocchia sorreggendosi il mento ascoltava, vide suo padre che rapito dalla soavità del canto si accostò pianamente alla figlia, le pose un braccio sopra alla spalla, e sopra il braccio appoggiò la fronte; intanto le labbra gli si fissavano nel sorriso, i sopraccigli si allentavano in arco. Quella espressione cessò con la ballata, il riso scomparve, i sopraccigli tornarono contratti: portò la mano al cuore, come se alcuna cosa se ne fosse partita, poi esclamava: «Udite me adesso.»—Andò risoluto verso la tavola, tolse una arpa, foggiata a triangolo, e si pose a suonare: ricercava con rapidissima volubilità le corde più gravi e le più acute; le altre intermedie, che fanno più dolci e dilettevoli i passaggi, non toccava tanto nè quanto: egli era un concerto somiglievole al fremito di belve, al gemito di persone tormentate,—lacerava le orecchie; pareva che le corde si dovessero rompere sotto la procella delle percosse; ad ogni momento avresti temuto di vedere corruscare lo istromento, e mandare faville; nè l'arte per certo conduceva la mano veloce, ma più tosto la convulsione: nel punto che la fiera armonia cresceva di fragore, con pienezza di voce entrava Manfredi:

    «Una strage, uno affanno, una oppressura,
      In accenti tristissimi racconto,
      Tal che il cielo ne frema, e la natura.
    Sopra un teschio aspramente percotendo,—
      Parla,—gridava un Cavaliere irato,
      Et ecco un serpe, che dal teschio uscendo
      Si mette a zufolare in mezzo al prato;
      Ma con la mazza il Barone insistendo,—
      Parla,—aggiungeva,—spirito dannato;—
      Dalle nude mascelle un suono a lui
      Venne, che disse:—io son de' maggior tui.
    Figlio a Gualfredo il vecchio, ebbi un fratello
      Famoso in cacce, e in armeggiar prestante;
      Forte del corpo a meraviglia, e bello,
      Nel disio d'una vaga delirante,
      Che tratta fantolina al mio castello
      Da un vassallo venia tutta tremante;
      E il padre mio, come il consiglia amore,
      Sposa la volle al suo figliuol maggiore.—
    —M'ami?—mi disse la proterva:—in seno
      L'alma ti ferve, o se' nei detti un forte?
      Di tal liquore questo vaso è pieno,
      Che in lieta può tornar la nostra sorte.—
      Ch'è questo che mi dai, donna?—È veleno:
      Esultiamo nel ben della lor morte…—
      Fede sopra l'orribile convito
      Di sposa ci giurammo e di marito.
    A scellerato giubbilo commossa,
      Me parricida e cieco di spavento,
      Sopra il desco, ogni face in pria rimossa,
      Ricercava di osceno abbracciamento….
      Arde la carne, e sol rimangon l'ossa,
      Treman le volte al fiero giuramento….
      Fatta or dimonio, in quell'amplesso eterno
      L'anima mi contrista nell'inferno.
    Pregando il viator, che tenga al piano
      La incominciata via, nè salga al monte,
      Il deserto castello da lontano,
      Segnandosi devoto in su la fronte,
      Accenna il buon vassallo con la mano,
      E alla memoria mia rinnuova l'onte;
      Nè un riposo è concesso alla mia testa,
      Chè tra i sassi l'avvolge la tempesta.—
    Una strage, uno affanno, una oppressura,
      In voce di mistero ho raccontato,
      E Dio mi ha maledetto, e la natura.

Il commiato della ballata fu con voce così spenta cantato, che nessuno degli astanti potè intenderlo. L'arpa sfuggì dalle mani di Manfredi, e percuotendo sul pavimento si ruppe: egli come sopraffatto dalla stanchezza lasciò cadersi sopra una sedia. Accorrevano i figli, la moglie, e con begli atti di amore lo circondavano; nessuno però osava consolarlo con le parole: forse un senso segreto gli avvertiva che i suoi mali erano superiori al conforto. Ne seguitava un silenzio solenne.

Un lieve colpo sopra le porte li toglieva dallo stato dolente. Manfredi, geloso degli arcani di famiglia, ordinò ai suoi con la destra, che si allontanassero; passò la manca sul volto quasi per rimuovere ogni traccia di patimento, e così ricomposto a reale alterezza disse con voce sicura: «Si avanzi.»

CAPITOLO VENTESIMOTERZO.

LA SORPRESA.

            … E fino a quando il giogo
                Soffrirem di un tiranno?…..
               …….. Sappiasi al fine
                Che voi suo valor siete, e sua fortuna,
                E che, sdegnati voi, Giovanni è un vinto.
                         GIOVANNI DI GISCALA, tragedia.

«Voi qui, Alberico?»—aggiunse Manfredi, scorgendo il Maestro degli scudieri, che, affacciata la testa dall'usciale mezzo aperto, pareva che desiderasse un nuovo invito per entrare.—«Fatevi innanzi francamente, messere Alberico.»

«Messere il Re!»—rispose il Maestro inoltrandosi a mezza sala, dove inchinata la persona salutava in giro la reale famiglia.

«Che cosa vi mena, Alberico? parlate:»—e queste parole gli disse in accento amorevole, perchè i tempi si facevano oscuri, e Manfredi adesso sentiva più che mai il bisogno di rendersi fedeli i suoi ufficiali.

«Messere il Re, si è presentato un cavaliere al palazzo, e a grande istanza ha richiesto di parlare a Vostra Serenità: io gli ho detto, questa non essere ora conveniente; ma egli ha insistito, allegando trattarsi di caso gravissimo, nel quale andava della morte e della vita.»

«Il suo nome?»

«Non lo ha voluto manifestare, e la sembianza neppure, perchè va armato di armatura straniera, e tiene calata la buffa dell'elmo; però non porta arme da offesa.»

«Chi vi ha chiesto se avesse armi da offesa? Dove si trova?»

«Io l'ho introdotto nel mio appartamento, perchè fosse veduto da meno.»

«Elena, Yole, Manfredino, addio; voi vedete che sia la gloria del trono,—domanda perfino quei pochi momenti felici, che ogni uomo trova a sazietà nel seno della sua famiglia; ormai è un peso che il destino ha imposto sopra le nostre spalle, e che noi dobbiamo portare fino alla morte: statemi lieti; tra poco speriamo di tornare nelle vostre braccia. Andiamo, messere Alberico.»

Forse così favellando Manfredi mentiva i suoi interni sentimenti; forse anche parlava sincero, imperciocchè stia nella nostra natura, che la cosa conseguíta, nuda del desiderio e della speranza, divenga minore dell'aspettazione, e il dolore dello acquisto non abbia compenso nelle gioie dell'acquistato.

Giunto alla soglia dell'appartamento del Maestro, gli comandava che rimanesse, e invigilasse ad impedire l'entrata a qualunque vivente. S'inoltrava leggiero. Un cavaliere di bello aspetto, con la visiera calata, sorreggendosi alla spalliera di un sedile, pareva occupato in profonda meditazione; scosso dal rumore dei passi, osservò, e vide Manfredi; esitava da prima, vacillava; ripreso animo, si avanzò precipitoso, pose un ginocchio a terra, e disse con accento commosso: «Mio Re!»

«Alzatevi, Cavaliere, alzatevi: possiamo dalla cortesia vostra conoscere chi ci sta presentemente dinanzi? Possiamo sapere a che dobbiamo attribuire il bene di godere delle vostre parole?»

«Mio Re, se la generosità che altissima suona di voi non mi fa troppo ardito nella speranza, io vorrei pregarvi a lasciarmi sconosciuto; quello che sto per dirvi non è già grazia o favore, perchè la legge lo comanda; pure vado sicuro che me ne dareste guiderdone; sia pertanto, dove a voi piaccia, questo guiderdone anticipato, e consista nella licenza di tenere la visiera calata.»

Manfredi pensò un poco, e rispose: «Sia fatta la vostra volontà; voi siete venuto disarmato nelle nostre braccia, potevate non venirci; già a Dio non piaccia che si abbia a pentire persona di essersi affidata alla fede sveva.»

«Gran mercè!»—soggiunse il Cavaliere, toccandosi sul cuore; dipoi rinforzando la voce riprese:—«Mio Re, voi siete tradito.»

«Questo sapevamo, Cavaliere.»

«Che? sapete voi che si congiura contro il trono?»

«Noi sappiamo che i nostri sudditi sono uomini, e che noi abbiamo sempre tentato di farli gloriosi.»

«Non tutti vi tradiscono, e molti darebbero la vita per voi.»

«L'ora della prova non è arrivata.»

«Arriverà.»

«E allora vedremo la fede, ora vediamo il tradimento. Cavaliere, avete nulla altro a riferire?»

«Sì, veramente.»

«Parlate.»

«Nel vostro Regno, in questa stessa città, in questo stesso punto, dalla più parte dei Baroni napolitani si macchina contro la vostra vita.»

«Che dite? Badate….»

«Si congiura contro la vostra vita.»

«Questo non è possibile.»

«Si parla la menzogna al cospetto dei Re?»

«Come proverete l'accusa?»

«La Dio mercè, agevolmente.»

«Pur, come?»

«Conducendo su l'istante la Serenità Vostra al luogo del convegno.»

«Vero?»

«Venite.»

«Codardi! stolti!» gridò Manfredi, forte percuotendo sopra una tavola; «credono fuggire la fama di vili coll'opera di traditori: essi ad ogni modo vogliono rovinarci, rovineranno anche sè stessi; poi in fondo alla miseria, ci desidereranno quando non saremo più;—solita vicenda dei buoni, essere odiati in vita, e pianti in morte! davvero che ce ne duole per essi. O miei vasti disegni! o speranze! o veglie di meditazione indarno! Ben era morto l'aspetto d'Italia, nondimeno ebbi fede che un atomo di vita le si conservasse nel cuore; osai stendere la mano alla prova, ne ho ricavato la certezza dolorosa che da gran tempo la stringe ghiaccio di morte. Italia è spenta tutta per sempre. Maestro! Maestro! fate che quanto prima i miei scudieri, armati, in sella, si trovino giù nel cortile apparecchiati a scortarmi,—andate, affrettatevi, usate discrezione.»

Mentre che questi casi accadevano nel palazzo reale di Manfredi, il Conte Rinaldo di Caserta, raccolti a notturna congrega tutti i Baroni congiurati, esponeva loro con ammirabile chiarezza le cose fino a quel punto a buon termine condotte, e le altre che disegnava imprendere, affinchè potessero pervenire allo scopo desiderato. Tutto ciò che per lo innanzi abbiamo riferito del Conte della Cerra non era avvenuto senza ch'ei lo sapesse, ma, od occupato più strettamente di prima presso Manfredi, o per alterezza d'indole, aborrente dalle minuzie che ogni opera per quanto grande suole mai sempre strascinarsi dietro, ne lasciava lo incarico a costui: ed è qui che bisogna aguzzare l'intelletto per ben distinguere l'animo di questi due Conti, perché Rinaldo di Aquino fu gentile Cavaliere, e cortese operatore di ogni azione onorata; la sete terribile della vendetta convertiva in malvagie le sue belle qualità; travolto dall'impeto della passione, più tosto che di animo deliberato, gustava il frutto del delitto, ed ora si rinveniva sopra una via scabrosa dalla quale nè sapeva nè voleva uscire, come quella, che sola poteva condurlo al suo fine: il Conte della Cerra poi era venuto al mondo con le protuberanze di Truffaldino; le opere oneste non pure ei non eseguiva, ma fatte da altrui non intendeva, nè poteva andare capace come si potesse dir savio quegli che altramente da lui praticasse; non amava nessuno, nè odiava nessuno in ispecie,—odiava tutti; serviva da lungo tempo il Caserta, imperciocchè ne avesse finora ricavato buono utile, ma stava pronto a tradirlo, se questo utile fosse cessato, o se il tradirlo gliene avesse offerto uno maggiore; pensava che il traditore non avesse mai torto per questa ragione:—quando due uomini,—ragionava costui,—si stringono in società, egli è certo che l'uno promette all'altro tali vantaggi, che o solo, o accompagnato ad altro uomo, non potrebbe godere; però, se una parte cessa di presentare questi vantaggi, e l'altra se ne allontana, la mancanza di fede non istà nell'ultima, ma sì nella prima che ha cessato dalla condizione dell'utile, principalissimo patto della antica stipulazione. In somma, per non fermarci più oltre, chè l'ora si fa tarda e lunga la via, da che mondo è mondo nessuna testa fu battezzata, che più di quella potesse fare onore ad un nodo scorsoio.

Rinaldo seguendo la sua orazione favellava ai circostanti: «Ecco che la Provvidenza vi manda i tempi fatali da voi così lungamente desiderati, e con tanti voti affrettati: stiamo adesso a vedere che sarete per fare. Già le vittoriose armi di Carlo, sgombrandosi innanzi il paese, accennano voler traghettare il Garigliano a Castelluccio e a Cepperano, già si presentano ad espugnare Gaeta: sono con loro la benedizione del Pontefice, il valore che nasce dal buon diritto, la chiamata dei popoli; con quelle di Manfredi, terrore, e paura: che più dunque aspettiamo a ribellarci?—già più di quello che si addice ad uomo prudente abbiamo indugiato. Vogliamo forse che Carlo giunga sotto le mura di Napoli, per sovvenirlo dei nostri soccorsi? Allora qual sarà maggiore, o la scempiezza del Conte nel farci partecipi della vittoria, o la imprudenza nostra nel pretenderlo, io non saprei. Nessun premio senza pericolo, nessun guiderdone senza fatica: anzi, s'io bene considero, parmi che facendo alcuna dimostrazione in pro di Monsignore di Provenza non siamo per correre pericolo di sorta; non anche si muovono le bande armate di Calabria e di Puglia, non anche quelle di Sicilia; sorgiamo, precipitiamo gl'indugii, facciamo che queste forze non si riuniscano; la fortuna non offre più di una occasione; e voi sapete, Baroni, che un oggi val meglio di due domani, e che chi ha tempo non deve aspettar tempo; cada questo colosso di creta sotto l'anatema della Chiesa, sotto il furore degli oppressi. Vogliamo forse aspettare gli estremi danni per levarci dal collo il vituperoso giogo di Manfredi? Non bastano i baronali privilegii soppressi? non i balzelli forzati? non le nostre case espilate? non quelle di Dio contaminate?»

«Non le mogli sedotte?»—qualcuno si avvisò di aggiungere.

«Chi è colui che ha parlato di mogli? Che si vuol dire egli con le mogli?»—gridò concitato a rabbiosissimo sdegno il Caserta.

«Io l'ho detto così per dire, e per aggiungere un torto a quelli che avete annoverati.»

Il Conte mutò di colore, cadde riverso su la sedia, dalla quale era sorto per meglio mostrarsi infiammato nell'orazione, nè per quanto si sforzasse potè continuare, onde comandava al Cerra, che gli sedeva a canto, ordinasse i consigli.

Il vecchio, che la sera antecedente aveva con tanta aggiustatezza di senno favellato, senza altro invito aspettare levatosi in piedi, e riguardati gli astanti con un certo piglio di superiorità, cominciava: «Dacchè vogliono i fati che per noi si debba adoperare uno espediente infame per ottimo fine, confortomi di questo, che la virtù pubblica fu sempre figlia, più tosto che madre, della libertà, e che sì come da fetida erba nascono odorosissimi gigli, così possano derivare dal tradimento sante provvisioni pel felice stato dei popoli, per la contentezza di tutti. Ora poi, siccome noi non odiamo l'uomo per sè, ma pel grave giogo col quale ci opprime, mio consiglio sarebbe che nella esecuzione dei nostri progetti nessuno odio privato, nessuna nimicizia particolare intervenisse, onde i nostri posteri vedano che se usammo i mezzi vili, ciò fu perchè la necessità ci allontanò dai generosi, e la necessità estimasi somma escusatrice dei fatti scellerati; anzi, pensando meglio, confido che sia per ridondarcene lode, come quelli che solo costanti in ben fare tenemmo in niun conto i beni della opinione. Affrettiamo pertanto Monsignor di Provenza a incamminarsi quanto può meglio veloce nel cuore del Regno; e non obbedendo ai comandi dello Svevo, non lo soccorriamo di nostre forze; meglio sarà non rispondere alla chiamata, che lasciarlo solo sul campo: certamente colpevole è il primo partito, ma il secondo è colpevole, e vile. Nè già con questo io voglio dire che ce ne dobbiamo stare disarmati, no; anzi raduniamo le nostre bande, e componiamo un esercito, il quale sia freno al conquistatore, e guarentigia per le cose promesse.—Allorchè invitiamo lo straniero in casa, ben lo dobbiamo accogliere come amico, tuttavolta però con tale apparecchio, che il comportarsi anche egli da amico verso di noi sia cosa non volontaria, ma costretta: quel potere ingiuriare impunemente è grande incitamento alla ingiuria; e quel dolerci della ingiuria quando non si hanno che querele per farla cessare, è stimolo anche maggiore allo scherno. Usiamo della forza che Dio ci ha concessa: veda Carlo, che se ci siamo dati a lui, potevamo anche non darci; e se egli non ci assicura, conosca che possiamo assicurarci da noi…. Ridete, Conte della Cerra? Parlo da stolto io? Per quanto io abbia meditato, non mi venne fatto conoscere come meglio si possa ovviare a quanto esponeva la sera trascorsa….»

«Rido sì, Barone, e a ragione rido, imperciocchè questi vostri provvedimenti somiglino assai a quelli di colui, che, mentre ardono le interne pareti della casa, s'ingegnasse a spengere l'incendio con lo spruzzare i muri al di fuori; e' bisogna distruggere la parte per serbare il tutto; e' fa di mestieri potare i rami soverchi dell'albero rigoglioso, perchè meglio divenga fruttifero. Che pensate di fare con codesto vostro esercito mantenitore degli ordini? Davvero che me ne prende il riso, nè senza ragione, perchè quando Carlo avrà in mano l'erario, e il potere di mandare al patibolo chi vorrà chiamare ribelle, i mezzi in somma di corrompere e di punire, non vedete che quel vostro esercito sarà disfatto in una ora? E voi sapete che parando innanzi ostacoli agevoli a superarsi si accresce la baldanza a chi li supera. Udite me adesso, e dite se consiglio meglio di voi. Corre gran tempo, che una vil ciurma di vassalli riscattata a contanti dalla servitù, e fattasi ricca su i nostri livelli, trascorre insolentita a non volere riconoscere i feudali privilegii, sogna nella grossezza della mente farsi nostra uguale, osa perfino sperare di concorrere insieme co' suoi antichi padroni alle magistrature del Regno; e' fa mestieri cavare un poco di sangue a questo corpo, che tutto giorno con vicina minaccia di danno s'ingigantisce; è forza che egli si convinca che può variare signore, non signoria; che deve servirci, che deve formare una massa morta o viva, secondo i nostri comandi: il mezzo di conseguirlo sta nell'ordinaria in bande armate, e mandarla in soccorso dell'uomo; s'inciti pure con la lusinga d'una libertà che nè ella conosce, nè noi le lasceremo conoscere; vada lietamente sul campo ad uccidere e ad essere uccisa; prevarrà, non ne dubito, la disciplina francese, non senza strage però, ed allora noi avremo riportato due notabili vantaggi, quello di essere affrancati da gente tanto pericolosa, e di avere indebolito coloro che vogliono dominarci; a noi rimarranno intere le valorose masnade dei nostri castelli, e con esse la facoltà di sperdere i nuovi signori, sì come saranno dispersi gli antichi: bello ci si presenta lo scopo al quale miriamo, nè dobbiamo prenderci cura della via; un tradimento più, un tradimento meno, non è quello che ci deve tenere ormai che siamo su l'operare, e finalmente un po' di sangue nelle rivoluzioni parmi necessario…. E che! abbrividite voi? Da quando in qua diventaste femminette voi, da atterrirvi a questa parola? occorre forse uno tra voi che abbia le mani incontaminate? Chi di voi oserebbe giurare sul Vangelo che nei sotterranei del suo castello non ha fatto commettere segreto omicidio? In verità io vi confermo che le rivoluzioni senza sangue non hanno opinione. Perano Carlo e Manfredi, e provvediamo una volta a noi stessi. Forse alcuno temerà di risse civili, di contese tra i capi; ma oltrechè il Pontefice, apparecchiato a prevalersi della nostra discordia, farà in modo che stiamo collegati per ributtare i suoi tentativi, le guerre civili si vollero sempre preferire alle dominazioni straniere.»

Giunto che fu il Conte Anselmo a questa parte di sua orazione, la quale, se non per la profondità, almeno per la tristezza equivaleva a qualunque pagina del nostro Machiavelli, s'intese uno spesso scalpitare di cavalli, e vicino. Si alzò prestamente un congiurato, e fattosi al balcone della stanza contigua, ne ritornò tutto disfatto gridando: «Armati! armati a questa volta!»

Rispondevano in tumulto: «Siamo traditi.»—«E' sarà la ronda che passa.»—«Misericordia! noi siamo perduti!»—«No…. sì…. udite al rumore ch'è troppo grossa squadra per andare in ronda.»—«Ma se lo aveva detto,» senza levarsi da sedere parlava il vecchio congiurato al suo vicino «che le cospirazioni quando vanno in lungo non si possono celare, specialmente tra noi che siamo d'indole tanto loquace!»—Lo scompiglio cresceva: egli era un andare, un venire, un urtarsi; pochi aveano tratta la spada, sprangata la porta al di dentro, e senza dire un fiato si mostravano disposti all'estrema difesa; i più invocavano o bestemmiavano Dio, e si avvolgevano per la sala privi di mente, per modo che somigliassero ai percossi di cecità dall'Angiolo del Signore davanti la casa di Lot. A tanto scompiglio si aggiunse un asprissimo colpo su la porta della via, e un grido che diceva: «Aprite, da parte di Messere il Re.»—Nessuno ardì muoversi alla chiamata, nè avrebbero potuto, chè i più fieri guardavano il passo: qual con gli occhi al soffitto, quale al solaio, speculavano se si parasse loro dinanzi un nascondiglio; videro una porta, e tutti facendo pressa si affollarono per aprirla; i primi sospinti vi dettero dentro col capo e col petto, e colà confinati, non potendo farsi largo per operare, e cansarsi nè meno, ne veniva che facessero nulla; intanto quei di dietro maledicevano la lentezza loro, e spingevano più che mai.

Rinaldo di Caserta, il quale dopo l'osservazione che interruppe il suo discorso era rimasto come smemorato, si riscosse a un tratto, e: «Svergognati!» esclamava «nel porvi dentro alla congiura voi non avete calcolato tutti i casi,—peggio per voi: questo è il caso del pugnale; mettete la morte tra voi e i vostri persecutori, nè temerete persona.»

Sono i Napolitani uomini in fama di poco valenti, ed anzi che no di codardi; tuttavolta la fama erra, e le storie rammentano fortissimi fatti per loro operati, quando che alcuno gli abbia con l'esempio o con le parole commossi; però, udito il Caserta, mutarono avviso, e tratte le spade giurarono combattere fino all'ultimo sangue. Per istrana contradizione della nostra natura, quelli che si erano mostrati più pronti alla fuga, contendevano adesso per essere situati nel luogo più pericoloso.

Poichè gli scudieri di Manfredi ebbero per ben tre volte, e sempre indarno, ripetuto la intimazione di aprire la porta in nome del Re, posero mano ad atterrarla; conseguivano l'intento, e primo il Re si cacciava su per le scale seguitato súbito dopo dal Cavaliere sconosciuto; percorsero moltissime camere senza trovare traccia di anima vivente, quando alla fine pervennero innanzi un'altra porta serrata; provarono a schiuderla con le sole mani; non venendone a capo, presero a darvi dentro con le mazze d'arme, così che fecero cedere anche questa, con tempo e fatica maggiore però, come quella ch'era forte sbarrata. Penetravano nella sala,—non v'era persona; si vedevano su di una tavola molti mantelli, per terra qualche brano di veste, e due spade, un fuoco, ed assai lumi accesi, vestigii tutti di recenti abitatori,—ma gli abitatori erano scomparsi. Manfredi, osservate alcune carte, le tolse in mano, e conobbe con maraviglia essere lettere del Pontefice e di Carlo, suoi nemici, ai ribelli. Intanto gli scudieri, non potendo darsi pace come fossero scampati i traditori, facevano le più strane cose del mondo: occorreva dirimpetto alla porta per la quale erano entrati un'altra porticella foderata di ferro di saldissima apparenza, per lo che stimando che fossero indi fuggiti, senz'altra cosa considerare, vi si affollarono per isforzarla, siccome poc'anzi aveano tentato di fare i ribelli, e già accennava crollare agli urti replicati, quando il Maestro dimostrava impossibile che se ne fossero usciti per quella, da che i catenacci si aprissero dalla parte loro. Adesso accadeva un fatto singolare: considerando certo scudiero assai devoto al suo Re gli arazzi che addobbavano la sala, ne fissò uno che presentava il Papa seduto in Concistoro nel punto di ricevere la Chinea, e il tributo che già da qualche secolo aveva imposto sul Regno; rabbioso di cieco impeto, alzò la mazza d'arme e lasciò andarla di tutta forza contro l'arazzo: ben per quel Pontefice ch'era tessuto, imperciocchè la mazza giunse a ferirlo giusto su l'orecchio, e gli divise la testa; l'arme però non balzava indietro, siccome doveva accadere se avesse urtato nel muro, anzi s'internò nell'arazzo, disparve, e s'intese ruzzolare molti passi distante: pensisi al terrore dello scudiere; per poco stette che prostrandosi non iscongiurasse il panno di perdono, se non che il Cavaliere sconosciuto, o sì vero Rogiero, accorse prestissimo, e divisolo affatto, scoperse un molto largo corridore. La scoperta di questo passaggio, unita alla osservazione del Maestro, distolse gli scudieri da atterrare l'altra porta, e fece sì che aspettassero gli ordini di Manfredi: questi, animoso come era, recatosi nella manca un lume, si cacciava dentro al corridore; lo seguitavano i suoi.

Importa avvertire che la sala dove si radunavano i congiurati fu già destinata ai giudizi criminali, allorchè il Vicario pontificio reggeva Benevento per la Chiesa: la porticella che gli scudieri avevano voluto atterrare menava alle carceri; quel largo corridore nascosto dietro l'arazzo serviva per stanza delle prove; quasi capi d'opera dell'arte raccolti dentro qualche museo, vi si vedevano disposti in ordine gli arnesi adoperati a que' tempi per far confessare gli accusati;—eranvi le verghette di acciaio, dal lungo disuso un cotal po' rugginose, pel tormento così detto dei Sibilli, consistente nello introdurle tra dito e dito, e poi stringer forte, il quale solevano adoperare con le donne, co' fanciulli, e co' vecchi; eravi la Stanghetta, lungo pezzo di legno di forma triangolare, che si poneva sotto i piedi del paziente, forzandolo a posarvisi ritto durante la recita di due Miserere; eravi la Corda, chiamata dai Dottori Regina probationum; la Capra, o sia cavalletto a schiena d'asino, sopra del quale costringevano lo imputato a giacersi supino; eranvi manette, spranghe per la bocca, tanaglie, e l'altre suppellettili degli antichi giudizi. Adesso (di tanto ci è stata benigna l'eterna misericordia) non solo rimasero coteste infamie abolite tra noi, ma pochi sanno in che consistessero; frutto dei caritatevoli scrittori del trapassato secolo, che di sì grande conforto sovvennero le umane condizioni; pure e' mi è forza, e con dolore inestimabile, confessare che i delitti, invece di andarne diminuiti, spaventosamente si accrebbero. Di cotesti scrittori tolsero l'ultima parte, e lasciarono la prima, nè considerarono che la conclusione del sillogismo non può stare senza la premessa. Basta, le mie parole sentiranno, più che d'altro, di scemo; ma finchè non mi abbiano convinto in contrario, persisterò a credere, che gli uomini abbiano tolto la benda al toro prima d'introdurlo nello steccato.

Manfredi, senza dare attenzione a cotesti arnesi, procedeva con moltissima furia; trascorse un numero maraviglioso di camere e di anditi, di cui gli usci per la troppa fretta erano stati lasciati aperti; finalmente, quando meno se l'aspettava, sboccò in una strada deserta prossima alle mura: intese il guardo, intese le orecchie,—da per tutto silenzio; stette per alcuni minuti in forse se dovesse ritornare, o seguitare; poi il meglio gli parve rifare i passi: pervenuto nella sala della congrega, ordinò agli scudieri prendessero i mantelli, le spade, e ogni altra cosa lasciata dai cospiratori; le lettere dei suoi nemici già si era riposte con molta diligenza nel seno. Avviandosi al palazzo reale si accorse che il Cavaliere sconosciuto, côlto il tempo, s'era fuggito: il caso inopinato non gli apportava maggiore maraviglia; gli accresceva il sospetto.

Intanto Rinaldo ed Anselmo, trafelati, affannosi, chè avevano camminato più che di passo, arrivavano alle dimore loro. In qual modo fossero giunti a sottrarsi all'imminente pericolo esporremo con brevi parole. Il Conte della Cerra, come colui che astutissimo era, non aveva scelto il palazzo del Legato pontificio per la riunione dei congiurati senza il consueto accorgimento: già prima che si partisse di Napoli aveva sentito tenere proposito delle segrete uscite del palazzo di Benevento; sua prima cura, appena venuto in questa città, fu di accertarsi se fosse vero quello che portava la fama, e tanto gli fu favorevole la ventura, ch'ei ne ritrovasse la pianta dentro l'archivio: la cagione per la quale non isvelasse il passaggio al primo rumore, si trova nella sua scellerata natura: vilissimo uomo, godeva dell'avvilimento dei suoi simili, e in quella comunione di bassezza il suo cuore si sollevava; nè, se qualche grave bisogno non lo avesse costretto, avrebbe egli imposto termine alla dimostrazione delle vergogne spirituali, ch'ella era il più gradito spettacolo al quale potesse esser chiamato; però finchè vide tra i cospiratori paura, stette a goderne, immemore del pericolo; ma quando si concitarono a súbito sdegno, quando statuirono di difendersi, e di morire, allora, quasi non potesse sopportare la luce di quella generosità, partecipava loro conoscere modo di salvarsi con la fuga: se lo accettassero con liete grida, se lo immagineranno coloro i quali sanno, che se l'uomo talvolta s'induce a diventare prode per disperazione, più spesso si rimane vile per sicurezza.

Non anche si ristoravano dello affanno sofferto, che videro i nostri Conti entrare nella stanza uno scudiere del Re, il quale per parte del suo signore intimava che tosto si rendessero a Corte.

«Sapete voi la cagione della chiamata, scudiere?»—domandava il
Cerra con mal celata impazienza.

«La mia commessione sta nello intimarvi di andar súbito in Corte.»—E dette queste parole, lo scudiere fece un inchino, e si partì.

«Io non vi andrò,» parlava il conte Anselmo «no certo; se vogliono imprigionarmi, mi prendano; ma che vada io stesso a pormi nella tagliola, non conosco legge divina nè umana che lo comandi: su, levatevi, Conte; non parmi tempo di meditare questo,—fuggiamo.»

«E sempre fuggire, e sempre fuggire, nè ferire mai!» rispondeva il Caserta «vattene, se vuoi; io aborro il consiglio della paura; non passò anche un'ora che mi apparecchiava a partirmi da questa vita senza vendetta, adesso avanti di morire posso sperare di vedere il sangue del mio nemico;—è mancata la vendetta della mente, quella della mano non può mancare: non sei anche tu armato di pugnale? che temi? La morte salda tutti i conti:» e preso Anselmo pel braccio aggiungeva: «Vieni.»

«Ecco, Messer Contestabile, ecco, Messer Camarlingo,» esclamava Manfredi appena vide i Conti di Caserta, e della Cerra, che entravano nella sua camera, «la vantata fedeltà dei miei Baroni: quando io mi travaglio dì e notte per preservarli dalla invasione straniera, quando io mi apparecchio a versare il mio sangue sul campo in loro tutela, invidiosi perfino che io chiuda con la gloria una vita consumata dalle fatiche, congiurano a spengermi col pugnale del sicario, offrono al mio nemico il mio trono,—perfidi!»

«Messere il Re,» rispondeva il Caserta «ma siete veramente certo che non vi abbiano ingannato?»

«Ingannato! guardate se m'inganno io, leggete queste lettere, vedete la firma del Conte di Provenza, argomentate dalla risposta che cosa gli abbiano offerto i ribaldi.»

«Io fremo!»—gridavano a due voci Anselmo e Rinaldo.

«Ella è una indegnità: mi vogliono crudele, tentano ch'io contamini la mia fama di principe benigno,—l'otterranno; forse il sole di domani può incontrare co' suoi primi raggi più di cento teste divise dal busto. Qui, dove li chiamo a consultare delle cose del Regno, qui mi tradiscono, infami!»

«Io vi ho sempre confortato al rigore. Messere il Re.» soggiungeva il Cerra «nè so perchè prevalesse il malvagio consiglio: i buoni non hanno bisogno di clemenza: pe' tristi ci vuole giustizia, e inesorabile, e severa.»

«Che cosa ho io fatto ai Baroni, perchè non rifuggano all'idea del vituperio per distruggere il Re?…»

«Il figlio di Federigo!»—aggiunge il Caserta.

«Santo Germano glorioso!» esclama il Cerra «come preporre uno sconosciuto a tanto savio, a tanto virtuoso signore?»

«No, miei fedeli, io mi sento colpevole; ma se Manfredi ha peccato, non ha peccato contro di loro.»—E qui tace. Dopo lungo tempo:—«Forse sono giudicato,» mormora sommesso «forse questa è la prima ora di passione; facciamo tutto quello che ad uomo magnanimo conviene in tale estremo, poi lasciamo compire a Dio ciò che ha destinato.—Baroni, sedetevi.»

Seduti che furono, con ammirabile celerità dettava loro dispacci ai Luogotenenti, ai Governatori, e ad altri magistrati che lo rappresentavano nelle città del Regno; ordinava che quanto prima si muovessero co' presidii, disegnava la via da tenere, le fermate da fare, ed accennava Capua, e San Germano, come i luoghi nei quali dovessero rannodarsi: scritti i dispacci, senza pur leggerli gli sottoscriveva, e gli suggellava; così se ne andava gran parte della notte. Terminata cotesta faccenda, spediva il Cerra, affinchè provvedesse che frettolosi Corrieri gli recassero al destino loro. Rimaneva col Caserta.

«Tu almeno non mi tradisci, o fedele;» favellava Manfredi ponendo la sua nella destra di lui «la nostra amicizia è bene antica: cominciava sotto gli auspicii di tale creatura, che adesso certamente la benedice dal Paradiso…. Oh! io sono indiscreto a rinnovarti un dolore; il tempo non ha sanato la tua ferita? Pur troppo il tempo non ha potenza sopra affanni sì fatti! Tu va, provvedi col Conte Giordano alla sicurezza di questa città, e della mia famiglia; per la perfidia di pochi ribelli io non devo lasciare la difesa dei miei fedeli, nè posso; mi si attribuirebbe a codardia: se deve tramontare la stella di Svevia, tramonti co' medesimi raggi con i quali comparve;—splende inclito il nome dei miei padri, nè noi lo contamineremo: facile è mostrarci grandi allorchè la fortuna esalta, difficile quando deprime.—Va, provvedi, tu hai senno da reggere il Regno; fa tutto quello che vuoi, pur che non vi sia sangue; poniamo i traditori in istato di non perdere i buoni; abbiano per pena l'onta di aver macchinato inutilmente un'opera di vergogna: molto mi prometto dalla vigilanza e dalla fedeltà tue.»

Accolse queste carezze il Caserta;—come un lione ammansato partiva per fare l'ufficio.

Il Conte della Cerra, spediti i Corrieri, tornava al palazzo;—per via andava pensando:—giudica, testa mia, se il destro di scoprirsi è arrivato;—avesse Gisfredo preoccupato il passo?—fingesse Manfredi con noi? Veramente Gisfredo non mi occorre più innanzi gli occhi, e Manfredi è capace di questo, e d'altro. Ma Gisfredo non può avergli detto il come, e il quando…. no…. io non glielo ho mai confidato, e buona previdenza fu questa; dunque potrebbe essere una mia confessione tuttavia necessaria, e premiata. Chi mi assicura che Manfredi mi darà guiderdone? Avessi guarentigia…. allora…. egli certo mi disprezzerà…. che importa? non mi dispregio io stesso? Questo non monterebbe nulla, basta che fosse certa la mercede…. facciamolo giurare su i Vangeli…. ma se è eretico!—su l'onore di sua famiglia…. ell'è tutt'una. Veramente posso affidarmi nel pensare che premierà il primo delatore, perchè gli altri non si perdano d'animo a svelargli le congiure che possono succedere; certo non sarebbe accortezza punire anzi che premiare a quest'ora, nè Manfredi è stolto;—di stargli al fianco non amo, nè egli amerà;—mi manderà governatore in qualche lontana provincia di Sicilia; tanto meglio per me, reggerò a mio modo, avrò il diritto della vita e della morte; oh! somma gioia firmare una sentenza di morte! Vedi come la speranza ruba la mano al senno! e se Carlo viene? il meno che me ne possa andare, rimanendo, è la testa; fuggendo, tapinerò pel mondo miserabile…. atroce delitto è la miseria! in tutta la terra si trovano tribunali apposta per punirla; i miei feudi, il mio governo, non potrò già trasportarli meco:—patteggiamo a contanti,—torna meglio così; me ne andrò a Trapani, appresterò quivi una saettía; e se le cose rovinano per lo Svevo, fuggirò tra' Saracini, e se bisogna, rinnegherò. La terra del mio nascimento? che nascimento? Dovunque la vite produce il liquore che rallegra il sangue, dovunque la bellezza concede le sue voluttà all'affetto coniato, dovunque s'incontrano anime da corrompere, virtù da schernire, vizii da esercitare, colà è la mia patria. Epilogando:—Rinaldo comincia a diventare pericoloso; egli ha mancato di fede, e prudenza vuole che io l'abbandoni.—Così meditando pervenne nell'anticamera del Re.

«Anselmo,» gli disse il Conte di Caserta, occorrendogli, imperciocchè volle il destino che ritornasse prima di lui; «io ti aspettava.»

«Ch'è mai avvenuto di sinistro, Messere?»

«Nulla. Manfredi non diffida di noi; non vi smarrite di animo, Anselmo; mostriamo il viso alla fortuna, chè non sono ancora disperati gli eventi. Avete consegnati i dispacci?»

«Gli ho consegnati.»

«E fatti partire i Corrieri?»

«Sì, Conte.»

«Perchè avete fatto questo?»

«O che aveva io a fare?»

«Voi non siete uomo da suggerirvi che dovevate gettarli nel fiume.»

«Avete ragione, Messere; ma la vertigine dei casi mi ha turbato la mente…. io non sapeva…. io non avrei pensato….»

«Bada, Anselmo, a quello che operi; il mio cuore presso a cessare i suoi palpiti, ha ripreso l'antica vigoria; egli veglia, e tu non potresti essere a tempo a tradirmi.»

«Oh! che parlate, mio nobile protettore?» riprese il Cerra con atto di ossequio «io non ho mai tanto ferventemente ringraziato il Cielo quanto ora, che mi concede occasione di mostrarvi la mia riconoscenza col mettermi a rischio della vita per voi: meco stesso ho giurato di partecipare alle vostre gioie, ai vostri supplizii.»

Rinaldo fece sembianza di ringraziarlo con un sorriso; pure sapendo quanto malvagio fosse colui, divenuto anche sospettoso dal pericolo, non volle che dipendesse dalla sua scelta il mantenersi onesto; seco lo condusse alla presenza di Manfredi, nè lo lasciò un momento, finchè il fato estremo, che ormai minacciava il Conte della Cerra, non gli ebbe chiuso le labbra col segreto della morte.

CAPITOLO VENTESIMOQUARTO.

LA PROVA DI DIO.

                Cotal fin ebbe il maledetto Gano:
                Chè lo eterno giudicio è sempre appresso,
                Quando tu credi che sia ben lontano.
                                   MORGANTE MAGGIORE.

Sopra la testa di Manfredi posa la corona dei Re;—se fosse un cerchio di fuoco, la cingerebbe con meno dolore; una angoscia, come se la lama di pugnale gliele passasse da parte a parte, gli tormenta le tempie; le fibre del suo cervello, quasi riarse, sono stirate con incredibile spasimo; nondimeno solleva quella testa baldanzoso quanto in un giorno di vittoria, e dimostra che l'orgoglio dominerà su la sua fronte, finchè la morte non vi spieghi l'insegna della distruzione. Quegli occhi assuefatti a vigilare notti di spavento, a dormire sonni pieni di paura, che spesso si affissano in cotale direzione che non è della terra o del cielo, ma quasi a contemplare le schiere degli spiriti malefici, che la superstizione e il rimorso hanno posto nell'aria sotto il cerchio della luna,¹ quegli occhi, dico, scintillano pur sempre di tale una luce, che bene ardito è colui che osa mirarli la seconda volta; infinite vene azzurre e sanguigne si dipartono di sotto il ciglio, e dirigendosi verso la pupilla si perdono pel bianco sporgente in molto terribile maniera:—pare che una scossa d'interna passione lo abbia forzato a balzare dalla fronte, ch'esso abbia resistito e vinto, pure la vittoria non sia stata senza gran danno, e rimanga così come franato mezzo fuori delle palpebre;—certo quegli occhi appaiono tremendi; ciò che di truce può immaginare la fantasia commossa hanno veduto, ed oggimai senza altra alterazione potrebbero fissare gl'interminabili cruciati delle anime perdute;—susurra la gente uscirne un raggio più spaventevole della cometa scomparsa, e giura che arde le carni su le quali si posa. La faccia ha bianca, e per la faccia erra un sorriso;—ride la demenza perchè non sa piangere;—ride la disperazione perchè non può piangere;—di gioia veramente egli non ride; se poi l'Onnipotente gli abbia tolto il senno o la speranza, noi non sappiamo;—la scienza della polvere non giunge a distinguere i segni della passione. Tale apparisce Manfredi circondato dalla pompa reale: la clamide di porpora, ricamata d'oro e sparsa di gemme, gl'ingombra parte della persona; stringe con la destra lo scettro; la manca ha su l'Aquila di argento che porta tessuta nel petto:—s'ei lo fa per reprimerne il volo, lo tenta invano:—sta scritto nel libro dove nè per minaccia nè per preghiera lo Inesorabile cancella, che l'Aquila sveva deva abbandonare per sempre la terra di Napoli.

¹ Nel secolo del quale narriamo comunissimo era l'errore di supporre nelle sfere generazioni di spiriti maligni, che si potevano costringere per via d'incanti. Questa erronea credenza fu una delle cagioni per cui nel 1327 abbruciarono vivo in Firenze il celebre Cecco d'Ascoli degli Stabili.

Alla destra del Re siede il Conte Rinaldo di Caserta della famiglia di Aquino, sì come Gran Contestabile della Corona: sopra il suo seggio si vede lo scudo portante l'arme di sua casa, che a que' tempi faceva tre bande rosse e tre bande d'oro cascanti da destra a sinistra inquartate, con un lione rampante, da metà in su d'argento in campo rosso, in giù rosso in campo di argento. Veste egli la cappa di porpora foderata di armellini, copre la testa d'una berretta di seta rossa, e tiene tra le mani la spada reale, insegna del suo ufficio: dimentico della gente che lo circonda, dimentico di sè stesso, si affissa sul volto di Manfredi per ispiarne il dolore; s'egli godesse, o sivvero si disperasse della costanza del Re, non dimostrava al di fuori, imperciocchè stesse immobile come cadavere. Primo a mano sinistra del Re comparisce il Gran Giustiziere del Regno, Giordano Lancia, cugino di Manfredi: veste anch'egli di porpora, e a lato della sua arme, che mostra lione nero in campo d'oro, con fascia intorno allo scudo, d'oro e di rosso, la quale avevano assunta i Conti di Lancia sì come discendenti dai Duchi di Baviera, spiega il gonfalone della giustizia, che secondo l'antica costumanza appiccava al balcone del palazzo ogni qualvolta condannava un uomo alla morte. Immediatamente dopo il Contestabile a mano destra veniva il seggio del Grande Ammiraglio, nel quale non si vedeva persona, perchè cotesto ufficio il Re Manfredi avesse conferito a Marino Capece, che in quel tempo, insieme col fratello Corrado, governava Sicilia: stava nondimeno su la sommità del seggio effigiata l'arme di sua famiglia, e il fanale, insegna della carica. Secondo alla manca del Re veniva Anselmo Conte della Cerra, gran Camerlingo, vestito anch'egli di porpora, con la chiave d'oro alla cintura: volgeva sospettoso gli sguardi per ogni parte, ed osservava in un punto teste, mani e petti; là dove era riunita una sola fila di Cavalieri o non guardava, o poco; ma ogni sua cura metteva di penetrare tra capo e capo, dove la folla compariva ben fitta, e discernere i più lontani e i meno rischiarati dalla luce. Seguitavano dopo di lui gli Ufficiali della Corona nel seguente modo, che minutamente descrivere sarebbe troppo grande fastidio nostro e altrui: il Gran Protonotario, di cui l'opera consisteva in ricevere i memoriali, e ridurre in decreto tutto quello che il Re sentenziava, sedeva terzo alla destra del Re, ed era, per quello che raccontano le storie, un messer Giovanni d'Alife; il Gran Cancelliere presidente degli affari civili del Regno e Segretario del Re, terzo a sinistra dopo il Conte della Cerra, il nominato Corrado di Pierlione Benincasa: e finalmente il gran Camerario, con la testa di cignale ricamata nel mantello di porpora, seduto su i gradini del trono ai piedi del Re, che, se la mente non erra, si appellava Giordano d'Angalone, zio di quel Natale che fu poi tanta parte nella congiura dei Vespri Siciliani. Disposte sì come abbiamo narrato le principali cariche della Corona, occupava la rimanente sala del Parlamento il volgo dei nobili, non già alla rinfusa, ma secondo la dignità dei sedili loro: e questi sedili, per chiunque avesse vaghezza di sapere che fossero, erano vastissimi portici aperti, dove da tempo immemorabile i Baroni delle diverse contrade si convocavano per trattare di affari pubblici e privati, o sì per diporto. Allorchè il Conte di Provenza scese in Italia alla occupazione del Regno se ne noveravano ventinove, sei dei quali maggiori, ventitrè minori: primo in prerogative era il Sedile Capuano, così detto per trovarsi presso alla casa del Re: secondo del Nilo, per una statua antica di questo fiume che avevano collocato nel mezzo del portico; terzo quello della Forcella, perchè presso alle forche; quello della Montagna era il quarto, essendo nel luogo più alto della città; pure tra i maggiori si consideravano i Sedili di Porto e Portanuova: i rimanenti passano innominati. Maravigliose a vedersi erano le ricche vesti, i giubboni di broccato, i mantelli, quale foderato di vaj, quale di zendadi verdi, rossi o rosati; aggiunge la Cronaca il nome di alcuni altri abiti, dei quali le memorie non ci hanno conservato la forma, come cipresi, tuni, e cioppe; maravigliosi i gioielli, le catenelle e le cinture di oro o di argento, che lavorate con quanto di più ingegnoso sapessero inventare le arti in cotesta età, e tempestate di diamanti, valevano talvolta mille e più once; ma più maraviglioso a considerare era, come in tanta ragunanza di gente, per natura loquacissima, non s'intendesse il più leggieri susurro; parevano ombre di morti costrette dagli scongiuri del negromante a comparire su quella terra, che da lungo tempo ne ha disfatto i cadaveri.

Mentre con grandissima sospensione di animo stavano i convocati nella aspettativa di eventi mirabili, dischiuse, allo improvviso le imposte d'una porta, comparvero due chierici, che portavano un altare, dice la Cronaca, di legno; ma noi troviamo, che simili altari permessi nelle persecuzioni della Chiesa furono dopo l'Imperatore Costantino solennemente aboliti nell'anno 547 di nostra salute in un concilio di Francia; onde ci è forza credere che Manfredi, il quale voleva fare le tante cose a suo modo diverse dai precetti della Chiesa, così pure si comportasse sul fatto degli altari. Giunti che furono i chierici sul mezzo della sala, quivi si fermarono, e accese due candele, e posto sull'altare un Crocifisso di argento, e un messale con ornati parimente di argento, senza proferire parola, come erano venuti, se ne tornarono. Manfredi soprastette alquanto, poi si mosse per alzarsi dal trono;—parve che non potesse; tentò di nuovo, e invano; alla fine con inestimabile sforzo si levò in piedi, scese i gradini, e si fermò davanti l'altare; depose sopra esso lo scettro, la corona, e la clamide; alzata quindi la destra nuda verso i Baroni esclamò: «Noi non vogliamo sangue…. noi non vogliamo il vituperio vostro…. cessate di cercare nel tradimento la via di rovinarci dal trono…. voi nol potreste. Per libero, universale consentimento vostro, questo scettro, e questa corona assumemmo a Monreale; di libero consentimento nostro, questa corona, e questo scettro vi restituiamo a Benevento: possa colui che voi chiamate a succederci, operare quello che noi volemmo; possa con le sue virtù farvi benedire il momento, nel quale, mutando di fede, sommo bene riputaste la caduta del vostro antico signore!…» E seguitava molto commosso, se non che i Baroni, nulla rispettando la parola del Re, trassero le spade, e proruppero con altissime grida: «Morte ai traditori!… dove sono i traditori?»—e quelli che più urlavano erano coloro che più lo tradivano: il Conte della Cerra fu per perderne la voce; Rinaldo di Caserta alzò la spada, ma rinvenuto dalla sua distrazione, conoscendo che si trattava di difendere, non di ferire il Re, l'abbassò sospirando:—«Non è anche tempo!»

Il nobile Manfredi levandosi contro coteste voci, prorompeva: «Noi non vogliamo sangue:—sia questo l'ultimo comando della nostra autorità.»

Allora i Baroni non sapendo che cosa gridare, dicevano: «Riponetevi, messer lo Re, la corona che vi abbiamo data; noi spenderemo la vita per mantenervela su la testa.»

«Oggimai» rispondeva Manfredi «la corona di Sicilia, più che di gloria, è diventata di spine: pure noi non rifiutiamo lo incarico, laddove voi partecipiate nei pericoli di sostenerlo; nè noi soli bastiamo: giovi oggi rinnuovare l'antico giuramento; questo è il Cristo medesimo, che ascoltava, ora fa dieci anni, le voci vostre; questi gli Evangeli che sentivano il tocco delle vostre mani:—giurate.»

Se qualcheduno pratico delle cose del mondo domandasse qui, come Manfredi, il quale per indole e per esperienza tanto diffidava degli uomini, si commettesse così di leggeri alla fede loro, e stimasse, che alcune parole proferite avanti una immagine valessero a ritenere dal tradirlo anime, che cessarono di essere innocenti dal punto in cui pensarono al tradimento, noi vorremmo pregarlo a porre mente, che i tempi si erano fatti tali pel figlio di Federigo, che pericoloso diventava il non versare sangue, pericolosissimo il versarlo: vedeva anche egli la debolezza dell'espediente che adoperava, ma aveva meditato sul danno di quello che non adoperava: non già ch'egli abborrisse dalle vendette, chè anzi n'era quanto altro uomo desideroso: pure se nella casata dei traditori avesse avuto qualche amico al suo nome, se lo sarebbe alienato col supplizio del congiunto; ed egli molto abbisognava di amici, chè di nemici ne aveva più del necessario. Nello interno dell'animo però disegnava, passata quella tempesta, di farli colpevoli per punirli con la giustizia, e i pochi che suo malgrado si fossero rimasti incontaminati spegnere col veleno. Quello poi che faceva non era scelta; e da che operava costretto, la sua memoria poteva consolarsi nel felice esito dell'avventura, presso a poco uguale, eseguita da Filippo Augusto innanzi la battaglia di Bouvines per confermare la fede vacillante dei Baroni francesi. In tempi a noi più recenti, Maria Teresa, l'animosa Imperatrice, disperate le cose del Regno, suscitò il valore degli Ungari con simile accorgimento, e prevalse al nemico; molti altri Re e capitani usarono di queste arti con lieto fine, molti anche le usarono con tristo, e Manfredi fu degli ultimi; colpa meno del consiglio, che è cosa stolta biasimare dal fatto, che della umana natura, la quale composta di contraddizioni non concede sistema certo, nè regola per condurci con passi infallibili nei casi dubbii della vita: onde s'egli è pur vero che quel Divino lo dicesse, disse poco savia sentenza Galileo quando sostenne, potersi ridurre a dimostrazioni geometriche le operazioni morali dell'uomo. Tanto e tanto c'inabbisseremmo dentro queste sottigliezze, allorchè ci capita il destro di fantasticare a modo nostro, che se altri non ci riscuotesse, immemori della storia che raccontiamo, immemori del principio dei ragionamenti stessi, e di noi, chi sa dove mai andremmo a riuscire:—e' vogliono essere storielle, non raziocinii; e la più parte di coloro che ci leggono, andiamo convinti, che, quando s'imbatte in un discorso come il passato, quasi dovesse affaticarsi su l'erta di qualche gran monte, apparecchia lo affanno, o da bestia leggiera lo scavalca a piè pari.—Proseguiamo il racconto.

Rispondevano in tumulto, sì come vuole il costume della plebe raccolta, i Baroni del Regno: «Messer lo Re, noi siamo pronti a fare quello che comandate.»

Scompigliati gli ordini, Anselmo trovò modo di accostarsi a Rinaldo, che tornato su l'astrazione pareva sonnambulo, e dirgli all'orecchio con molta destrezza: «Conte, tornate in voi; bisogna rinnuovare il giuramento di fedeltà…. vedete un misfatto di più.»

«Non sarà quello che ci manderà all'Inferno,»—rispose Rinaldo: quindi accostatosi francamente all'altare, sì come correva la usanza s'inginocchiò pel primo, e toccando con la destra il libro dei santi Evangeli, con la manca le mani del Re, proferì a voce alta che si fece a mano a mano più fioca: «Al cospetto di Dio e dei Santi, rinnuovo nelle mani del mio Re Manfredi Primo il giuramento di lealtà, e ligio omaggio, che già gli ho giurato a Monreale:»—dette le quali parole, od ira, o coscienza, che il rimordesse, di vermiglio che era si fece pallido, e le parti del volto meno esposte alla circolazione del sangue diventarono di colore oscuro; nondimeno tanta faceva pressa il Gran Giustiziere di prestare il proprio giuramento, che quei moti del Caserta passarono inosservati. Ora si accosta il Conte Anselmo, baldanzoso, ridente di quel suo schifoso sorriso, quasi togliendo a scherno la persona del Re, e l'aspetto molto più sacro del Dio-Uomo, il cielo e la terra; si prostra innanzi l'altare, e stende la destra sopra gli Evangeli….

«Cristo!»—urla spaventato il maladetto, chè una mano ghiacciata gli avvinghiava il polso a guisa di tanaglia, e glielo teneva sospeso.

«Spergiuro!» lo minaccia da tergo un Cavaliere affatto coperto di maglia «se non mi tenesse il rispetto dell'altare, che tu hai polluto, e quello della Serenità del Re Manfredi, io ti darei d'un coltello pel mezzo del cuore;—alzati…. dinanzi al mio Re, dinanzi a voi altri, onorati Baroni, accuso costui, Anselmo Conte della Cerra, colpevole di crimenlese, e traditore del Regno.»

«Tu te ne menti per la gola!»—comecchè sbigottito dal caso rispose incontanente Anselmo della Cerra.

«Io» riprendeva il Cavaliere, volgendosi a Manfredi, «costituito nella presenza della Serenità Vostra, con buona grazia e licenza affermo, che Anselmo Conte della Cerra qui presente è traditore. Egli ha tentato dare ai vostri nemici la terra vostra in danno e vilipendio di voi, dello Stato vostro, e con pessimo esempio di tutti i vostri vassalli; si è adoperato nella infame opera con ogni suo ingegno e forza; e quantunque infiniti concorrano gli indizii per chiarire con certezza la mia accusa, mi restringo a produrre questa carta, che per certo di per sè sola sarà sufficiente.»

Porgeva assai circospetto la carta al Re, il quale aveva riconosciuto il Cavaliere per quello stesso, che nella sera antecedente andava a scoprirgli la congiura: era la carta una minuta di lettera che il Conte Anselmo divisava mandare a Carlo di Angiò, nella quale gli magnificava i suoi servigii, e molto maggiori dei già fatti di farne prometteva; solo si rammentasse di lui; all'ultimo toccava, tutti i rimanenti Baroni congiurati essere una mano di stolti, che, dove egli non fosse, andrebbero di per sè a riporsi tra le mani di Manfredi; non pertanto non dubitasse, ch'egli saprebbe dominare gli eventi e resistere alla fortuna; per così savio e generoso signore spendere volentieri l'opera della mano e l'ingegno; spenderebbe anche la vita, dove l'occasione lo avesse voluto;—e così continuava con parole, parte lusinghiere, parte piene di cupidigia, tutte vili. La carta però non era firmata dal Conte, solo compariva scritta di suo carattere: Rogiero l'aveva trovata nel corridore, e il Cerra l'aveva perduta nella istantanea fuga.

«Quando» aggiungeva Rogiero «non s'intenda pienamente provata la mia accusa, sì come buono e leale vassallo mi chiamo tenuto a mantenere la onoranza e vita vostre, mio Re, nè schivare pericolo per dedurre a vostra notizia tutto quello che si trama contro lo Stato vostro, se non voglio essere, giudicato del medesimo delitto di crimenlese colpevole: però mi offro di provare, cimentando la sua persona con la mia, quanto ho proposto esser vero. Supplico con ogni istanza vogliate pronunciare lo indizio sufficiente per venire a duello, ch'io spero nella giustizia di Dio convincerlo, ad onore, mantenimento, ed esaltazione dello Stato vostro.»

«Ed io» rispose l'accusato «Anselmo Conte della Cerra, con licenza della Serenità Vostra dichiaro cotesto sconosciuto mentitore, e mantengo quella carta non appartenermi per nulla, esservisi falsificato il mio carattere….» Profferite appena l'estreme parole si accôrse Anselmo del fallo commesso; e procurò rimediarvi, aggiungendo precipitoso: «E però mi offro…»

Manfredi, che fino da principio del discorso gli aveva fitto addosso que' suoi occhi scintillanti di malignità, al punto fatale lo interruppe domandandolo: «Chi vi ha detto, messere il Conte, essere questa carta di carattere simile al vostro?»

«Io….» rispondeva Anselmo esitante «io l'ho veduta.»

«Ah! l'avete veduta?»—disse Manfredi abbassando lo sguardo.

«Sì»—con terrore crescente aggiunse Anselmo.

Manfredi allo improvviso gli pose di nuovo gli occhi addosso, per lo che egli fu costretto a volgere a terra i suoi, e dopo aver considerato quel turbamento, con voce tra minacciosa e beffarda disse: «Sta bene.»

Anselmo, costretto a terminare la sua formula di mentita, come serpe fiaccata sul dorso, continuava: «E però mi offro in ogni giudizio militare e civile, difendere il contrario, solo confidato nella giustizia di Dio.»¹

¹ Per queste formule vedi Fausto, del Duello ridotto alle leggi dell'onore.

Manfredi intanto, dopo aver ben letto la carta, la passava al Contestabile, dicendo:—«Che parvene, Messere?»—Rinaldo, recatasela in mano, faceva atto di guardarla attentamente: i circostanti, non potendosi frenare, gli si aggrupparono intorno; questi lo prendeva per un braccio, quegli per l'altro, chi gli poneva il capo sotto il mento, chi lo sporgeva dalle sue spalle; il più lungo gli stette di faccia, e in punta di piedi col capo ripiegato sul seno, a modo di cicogna quando prende il cibo; il più piccolo levata la faccia, e veduti quelli uomini che gli si paravano dinanzi a guisa di muraglioni, tolse una sedia, e vi montò sopra; così ne nasceva uno scompiglio, un susurro, che la natura napolitana ha in ogni tempo messo nelle più comuni operazioni della vita.

I congiurati, che ad ogni momento si facevano perduti, con voci o con cenni scongiuravano il Caserta a camparli da quella fortuna; ed egli, che sembrava mandar fiamme allorchè tutti gli altri pareano carboni spenti, gli assicurò di uno sguardo, che il suo spirito vegliava. In questo accostandosegli il Re ripeteva sommesso: «Che parvene, Contestabile?»

«Potete concedere il campo.»—Il che era vero; ma egli non lo consigliava mica per giustizia, avvisando, che se speranza di salute avanzava, consisteva nel levar di mezzo quella vita tanto sospettata del Cerra; cosa che sarebbe di certo avvenuta, dove fosse stato costretto a combattere, essendo costui d'indole codarda, di corpo indebolito, ed il suo avversario, a giudicarne dal sembiante, assai prode uomo di guerra: faceva in somma il Caserta al Cerra per caso quello che non era riuscito al Cerra di fare al Caserta per arte.

«Noi abbiamo pensato, Contestabile,» disse Manfredi al Caserta, «di ridurre questo affare a giudizio civile, perchè da questi giudizii di Dio non si ricava mai nulla che valga, e spesso lo invocato, che vi dovrebbe assistere, non vi assiste, e con manifesta ingiuria della giustizia il torto prevale alla innocenza.»

«Pure la religione….»—si avvisò interrompere un Cavaliere.

«La religione è cosa santa; ma v'ha tal donna chiamata superstizione che veste sì come ella veste, oscena di volto quanto quella è leggiadra; e per andare ambedue velate, la gente grossa non le distingue, Barone.»

«Dio» insisteva il Cavaliere «ha spesso visibilmente protetto la innocenza nei suoi giudizii.»

«Spesso anche no: perchè dobbiamo porlo nella necessità di fare un miracolo, che noi non sappiamo se sia decretato nel suo santo volere? perchè infastidirlo quando l'uomo può fare da sè? non ci ha egli dato il senno per questo?»

Il Cavaliere, sia che non sapesse che cosa rispondere, o che altro, si trasse indietro, mormorando: «È un eretico.»

Rinaldo, che pe' suoi fini voleva che quel duello si facesse, aveva lasciato dire il Cavaliere, perchè usava un mezzo di persuasione che a lui non istava bene adoperare, e perchè dimostrarsi troppo insistente avrebbe dato sospetto; adesso, conosciuto che quelle ragioni non bastavano, si mise a proporre le sue.

«Mio Re,» favellava a Manfredi «voi sapete meglio che persona due essere le cause per le quali a forma delle costituzioni del Regno ha da permettersi il duello nella vostra terra: per crimenlese, e per la morte occulta di veleno, o in qualunque altra maniera data; sì che non potrebbe la Serenità Vostra senza derogare a un tratto….»

«E se noi vi derogassimo, Contestabile, che direste voi? Meglio una volta che mai: hanno a vivere eterni gli errori? Niun termine, nessun confine alle follíe dei nostri maggiori? Dorrebbevi forse, che fossero aboliti questi barbari avanzi di tempi infelici?»

Giordano Lancia, cugino di Manfredi, a lui per interesse e per volontà sinceramente affezionato, prese ad agevolare il consiglio del Caserta aggiungendo: «Messer lo Re, io stimo bene avvertirvi costituire questi giudizii gran parte dei privilegii baronali; a me pare, che adesso non corra la stagione delle riforme; e di questa, sono certo, si dorrebbero più di ogni altra, come quella che, per consistere in dimostrazioni esterne, più offenderebbe con la mancanza i sensi della gente.»

Manfredi, che non aveva creduto trovare così forte impedimento al suo pensiero, mosso dal consiglio di persone tanto autorevoli, si strinse nelle spalle, dicendo: «Pur troppo l'errore giunge con la velocità del desiderio, e si diparte con la lentezza della speranza!»—quindi avanzatosi verso il Gran Protonotario, ordinava:—«Spedite le patenti; noi concediamo il campo.»

Il Gran Protonotario, fornito assai prestamente l'ufficio, porse la patente a Manfredi perchè la firmasse, ed egli munitala di sua firma gliela restituì sul momento. Allora Messer Giovanni d'Alife lesse: «Noi Manfredi Primo per la grazia di Dio Re di Sicilia, etc. etc., per tenore delle presenti concediamo a Messer Anselmo Conte della Cerra provocato, e a Messer Cavaliere innominato provocatore, ambedue qui presenti, campo franco e sicuro a primo transito nella terra nostra di Benevento, dove ognuno di loro possa diffinire con l'arme la querela di crimenlese per lo tempo e termine di tutto il presente giorno, nonostante alcuna cosa in contrario, etc. etc. In fede di che Noi abbiamo fatto fare la presente, segnata di nostra mano, e munita del nostro suggello, anno Domini 1265, giorno 24 del mese di gennaio.—MANFREDI.»

Anselmo non si aspettava a questo; e veduto che il Re si consigliava co' suoi più eletti Baroni, per essere tra quelli il Conte Rinaldo, stava sicuro che l'affare del Giudizio di Dio non sarebbe andato più innanzi; però se gli giungesse improvvisa quella concessione del campo non è da raccontare; l'ascoltava come uomo smemorato; pure il Gran Protonotario non aveva finito di leggere la patente, ch'egli pensò tra sè:—Rinaldo avrà certamente consigliato che non si venisse a questo fine, almeno doveva farlo; forse che non avrà potuto impedirlo…. ma e non avrebbe anche potuto promuoverlo?—perchè?—io non ne vedo la ragione: questo duello non si ha da fare, nè si farà. Guardiamo se per avventura giunsero i tempi di porre me sotto la protezione del trono, e loro sotto quella della forca…. No,—oggimai è troppo tardi, gli eventi mi hanno strascinato; a mal grado del mio ingegno per ischivare l'unione fatale, l'altrui vita sta essenzialmente congiunta alla mia, nè posso far cadere la scure sul collo dei miei compagni senza ch'io ne perda la testa…. la testa!—qui sì che ci vuole arte davvero: animo, Anselmo, non mancare in questo estremo a te stesso, aguzza lo intelletto, mostra il viso alla fortuna, ella si volge benigna agli audaci, e pensa che non ti resta per la tua salute che audacia.—Così appunto, secondo che narrano le vecchie leggende, quel Gano di Maganza, che occorre nella epigrafe del presente Capitolo, condannato da Carlo Magno allo squarto per aver tradito i Cristiani a Roncisvalle, dove morì il famoso Conte Orlando con la più parte dei Paladini di Francia, ormai presso allo strazio, supplicò l'Imperatore di una grazia, il quale, pur che non fosse di vita avendogliela quegli concessa, domandò di essere squartato da quattro cavalli verdi; invenzione che non giovò a quel tristo, più che ad Anselmo giovasse la sua, perchè dice la leggenda, che Malagigi per arte di negromanzia fece apparire quattro demoni in sembianza di cavalli verdi, e Manfredi con la sua autorità rimosse tutti gli ostacoli che mise in campo il male arrivato Della Cerra.

«Mio Re,» con atto modesto parlava Anselmo vôlto a Manfredi, «non v'ha colomba, per innocente che sia, che non possa essere dall'altrui malignità calunniata; la mia lealtà per voi si chiarisce per mille prove, nè teme offesa da questo uomo, che per dirne meno dirò che viene sconosciuto sì come fa il ladro….»

«Potrei scoprirmi, e allora che diverreste Anselmo?»

«Io parlo al mio Re, e prego di non essere interrotto:» (Manfredi accennava al Cavaliere che tacesse;) «ora Dio sa se volentieri io verrei al paragone con qualunque uomo al mondo, ed anche con costui, per sostenerla con l'armi; ma per appartenere ad illustre famiglia, tra le più nobili del Regno onorata, le leggi di Cavalleria mi vietano scendere in isteccato con tale che non pure non prova di essere Cavaliere, ma per istarsi tutto nascosto nell'armi potrebbe bene aver nota d'infamia….»

«Infame io? tu sei infame….»

«O bando per assassino, per tradimento, o per qualunque altra causa contemplata nelle costituzioni….» (Lo sconosciuto fece sembiante di prorompere; Manfredi lo contenne con un suo sguardo severo, tuttavia egli continuò a stringere con mano tremante di rabbia l'elsa della spada) «…. così che lo potessi rifiutare di ragione, e però non venissi, assistendomi Dio, sì come confido per esser questa causa della innocenza, e causa sua, a conseguire vittoria contro costui più vituperosa, che perdita contro un Cavaliere onorato.»

«Conte della Cerra,» risponde Manfredi, «sappiate che un uomo che si affatica, come fa questo Cavaliere, a sostenere la gloria della nostra Casa, non può essere infame, nè notato di quelle vergogne che voi andate esponendo; nondimeno perchè a noi, quanto a voi, preme che illibate si conservino le leggi di Cavalleria, non vogliamo che con altri combattiate se non con Cavaliere.» E così favellando, ordinò a Rogiero che si accostasse all'altare: quivi arrivato:—«Ponete ginocchio a terra,» aggiunse, e toltagli la spada da canto, la sguainò, gliela percosse per tre volte su l'elmo, e proseguiva: «Voi siete Cavaliere: i modi vostri assai ci fanno palese, voi da gran tempo conoscerne i doveri; che voi siate per onorare il grado non dubitiamo» (e sì dicendo gli ricinse di sua mano la spada), «nè consentiamo che scendiate in campo senza illustre insegna. Contestabile Rinaldo, noi vi preghiamo esserci di tanto cortese, che lo vogliate accomodare della vostra arme; noi vi assicuriamo che le vostre bande d'oro, e i lioni d'argento, non si dorranno di questo, perchè se a Cavaliere privato fosse concesso portare impresa di Re, noi gli avremmo fatto presente della nostra Aquila stessa.»

Il Conte di Caserta, staccato dal suo seggio lo scudo, lo porse con bel garbo a Manfredi, che lo adattò al braccio del nuovo Cavaliere; il quale, sopraffatto da così grande dimostrazione di amore, null'altra cosa poteva proferire oltre questa: «O mio Signore, gran mercè!»

«Ora Conte della Cerra,» disse Manfredi, «vedete bene starvi a fronte questo uomo, nè potersi da voi rifiutare con nessuna eccezione, imperciocchè quando anche fosse contaminato di quelle brutte macchie di traditore e di assassino, che voi gli avete supposto, l'ordine di Cavalleria da noi conferitogli lo ha tutte rimosse, sì come fa dei peccati il santissimo battesimo tra i sacramenti.»

Tra male gatte è capitato il sorcio, per dirla con Dante. Il Conte della Cerra più s'ingegna levarsi d'impaccio, più vi si avviluppa, e ad ogni passo gli si chiude un sentiero allo scampo; nondimeno non gli basta il cuore di abbandonare la presa: considerando che quello ostinato celarsi del Cavaliere doveva tener sotto qualche grande mistero, e che dove fosse scoperto avrebbe prodotto accidenti da sturbare il duello, ricorre a nuova sottigliezza.

«S'io punto m'intendo di Cavalleria, parmi, mio Re;» favella rivolto a Manfredi «che a me spetti la eletta dell'armi.»

«Veramente voi parlate la verità: eleggete.»

«Da che a me sta eleggere, questa è la nota delle armi: due coltelle genovesi di due palmi, taglienti; targa, un mantello di lana; morione in capo, una ghirlanda di fiori.»

Molti stupirono alla inaspettata proposta del Cerra, tenendola per animosa; molti, e tra questi Manfredi, con più senno la tennero per codarda, ravvisando in essa un cavillo per impedire la prova.

«Noi, come signore del campo,» parlò il Re un po' turbato «non possiamo ammettere coteste armi, insolite al costume cavalleresco.»

«Io pure non vorrei levarmi da dosso questo vituperio di sospetto in diversa maniera….»

«Se sia maggiore vituperio dare con la propria condotta luogo al sospetto di tradimento, ovvero la manifesta dimostrazione di sfuggire la prova che potrebbe purgarlo, noi non sappiamo, messer Conte; il primo è incerto, il secondo comparisce certissimo….»

«La scelta dell'armi non tenga la Serenità Vostra dal concedere il campo,» interruppe il Cavaliere innominato «perchè io posso combattere sconosciuto anche nel modo proposto dallo avversario.»

«E come lo potrete voi?»—domandò il Re.

«Coprendomi il volto con un velo di seta nera, simile a quello che nascondeva il Conte Anselmo, allorchè mi condusse entro una prigione di Napoli per farmi conoscere mio padre.»

Rinaldo, che attentissimo ascoltava la disputa, riconobbe chi fosse il Cavaliere, e raccolti i pensieri, si diede a considerare la prepotenza dei destini che lo avevano costretto a porgere di buon animo la sua impresa a tale uomo, che or sono molti anni, con solenni giuramenti sacramentava, non avrebbe indossata giammai.

Lo riconobbe anche Anselmo, e nessuno migliore espediente trovò per nascondere la fiera alterazione, che gridare: «Or via, sia come volete; accetto di combattere con le armi solite adoperarsi tra Cavalieri.»