WeRead Powered by ReaderPub
La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII cover

La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Chapter 29: CAPITOLO VENTESIMOQUINTO.
Open in WeRead

About This Book

The narrative reconstructs political and military events of thirteenth-century Italy surrounding the decisive confrontation at Benevento, tracing campaigns, ambitions, and the aftermath that reshaped regional power. It combines battlefield description and political manoeuvring with authorial commentary, dedications, and personal reflections born of imprisonment and contemporary testimony. Episodes probe leadership, popular reaction, and the human cost of conflict while alternating dramatic scene-setting with historical explanation and moral reflection. Rhetorical addresses and intimate remembrance are interwoven to place the battle within broader national and private concerns of the period.

«Contestabile,» allora disse Manfredi «a noi non è concesso per le gravi cure del Regno assistere a questo abbattimento; pertanto a voi deleghiamo le parti di giudice, e di signore del campo, ed espressamente ordiniamo, che vi sia senza nessuna esitanza obbedito, come se foste la nostra stessa persona: avvertite, noi aver concesso il duello al primo transito; togliete sufficiente scorta onde reprimere chi si volesse muovere a favorire alcuno dei combattenti; e se insistesse, si uccida, che sarà bene ucciso; provvedete al vostro e al nostro onore; abbiate cura all'ordine, non dimenticate mai che spesso queste prove di onore hanno finito in obbrobriosi assassinii. Voi, Giordano d'Angalone, costituisco padrino del Cavaliere innominato; voi, Benincasa, di messer Anselmo; adempite da valenti Cavalieri l'ufficio: Conte Lancia, seguitemi; Contestabile, nel nostro palazzo aspettiamo la novella del fatto.»—Profferite queste parole, salutò con cenno cortese i ragunati Baroni, e scomparve col Conte Lancia per una porta della sala.

«Rinaldo,» parlò il Conte della Cerra, cogliendo l'occasione di accostarsegli, quando camminavano alla volta dello steccato fuori delle mura di Benevento; «Rinaldo, voi avete veduto con quanta costanza io vi abbia salvato la vita; adesso ragione vuole che voi facciate alcuna cosa per salvare la mia.»

«Io bene pensava a questo, Anselmo; state di buon animo.»

«Ditemi il come, Messere, perchè sta in mia mano perdervi tutti….»

«E voi stesso con noi però….»

«Non vuol negarsi questo: ma che dice il proverbio, Conte? mal comune mezzo gaudio; e poi chi vede la fine? da cosa nasce cosa….»

«Voi parlate saviamente, Anselmo; uditemi: adesso bisogna non isbigottirci per nulla; state saldo, parate i primi colpi, chè per essere voi coperto di piastra, di leggieri lo potete; allora susciterò scompiglio nel campo, farò ammazzare il vostro avversario, che se mal non vedo, dovrebbe essere….»

«Il figlio della vostra consorte…. è certo.»

«Sia: e voi fuggire….»

«Chi mi assicura che voi lo farete?»

«Come posso assicurarvi, Anselmo? non ho condotti già io questi tempi, nei quali uomini senza fede è di mestieri si affidino sopra la mutua lor fede.»

E proseguivano; se non che in questa giunsero al campo. Rinaldo, chiamato il Capitano della gente d'arme, segretamente gli commetteva, desse ordine ai soldati di disporsi in quadrato; badassero bene che nessuno passasse la fila, finchè l'uno o l'altro dei combattenti non fosse morto, o abbattuto: e se persona l'osasse, senza rispetto al mondo la uccidessero; avvertisse che quanto gli comandava fosse eseguito sotto pena del cuore. Poi ristrettosi col vecchio congiurato, di cui la troppa età ci ha nascosto il nome, gli disse, che dove il Cavaliere sconosciuto avesse, sì come pareva certo, morto o ferito il Conte Anselmo, egli co' più audaci compagni rompesse le file dei soldati, che non avrebbero fatto resistenza, e s'ingegnasse in tutti i modi di ammazzare anche lui. Il Cavaliere, udito il comando, scosse la testa, e rispose: «Sta bene,—assai mi piace,—ella va in regola,—non dubitate, chè sarà fatto.»

Intanto i padrini, smontati da cavallo, come correva la usanza, si posero a guardare con molta diligenza il proprio campione per conoscere se fosse di tutto punto armato, se alcun pezzo di maglia fosse male affibbiato, se alcuna piastra debole; poi il padrino di Anselmo andò al Cavaliere innominato, e verificò di propria mano se sotto i cordoni di seta, che allacciavano il bacinetto alla gorgiera, fosse rame, ferro, od altro metallo; lo stesso praticò il Conte Angalone con Anselmo, e trovarono tutto senza frode. Ciò fatto, i combattenti mutarono tra loro le spade, perchè la consuetudine voleva che l'uno combattesse con la spada dell'altro; e queste pure vennero provate dai padrini per escludere il sospetto, che fossero fabbricate con ingannevole magistero, o con falsa materia; la lunghezza non misurarono, perchè giusto per essere quella di Anselmo più corta e quella di Rogiero più lunga, si compensava così il vantaggio di statura, che l'ultimo aveva sul primo.

In quei tempi non facevano altre ricerche: in appresso, variati i costumi, pervertiti gli animi, e prevalso l'uso che il provocato portasse arme offensive e difensive per sè e pel provocatore, fu di bisogno consumare gran parte del giorno in questa prova, perchè tra l'armatura mescolarono alcuni pezzi inchiodati con chiodi di stagno, elmi bruniti dentro per modo che togliessero il vedere, o fatti con arte tale che non si potesse guardare se non in cielo, guanti che forte stringendo cacciavano fuori punte che ferivano le mani che li portavano, usberghi avvelenati, che escoriata la pelle il mortifero veleno trasfondevano nel sangue; che più? perfino panzeroni e schinieri fatti di cartone, e acconciamente coperti di foglie di argento; onde quelle buone anime di scrittori che composero libri intorno questa materia, ebbero ad esclamare sovente: o tempora! o mores!

I padrini posero dopo questo i capi di una cordicella, forse lunga tre braccia, in mano ai combattenti, e rimontati in sella specularono il campo se avesse alcuna fossa o rialzo che impedisse l'indietreggiare dei Cavalieri; dipoi tornarono appresso loro, e fecero cenno al Contestabile essere tutto preparato.

Il Contestabile mandò lo araldo, che con la spada della giustizia divise la corda, e i Cavalieri principiarono l'assalto. Racconteremo noi le vicende di cotesto duello? ripeteremo noi quello che da qualsivoglia straniero od italiano poema viene troppo sovente descritto? Noi nol faremo, sì perchè ogni uomo che ne abbia vaghezza ne troverà un mirabile esempio nella Gerusalemme liberata, e un altro mirabilissimo nei Lombardi di Tommaso Grossi, gloria vivente d'Italia, a nessuno secondo, e, dove il desideri, agevolmente primo;—sì perchè comunissimi furono i casi del nostro. Troppo soverchiava Rogiero di forza e di destrezza Anselmo; tuttavolta questi fidente di aiuto andava a gran fatica schermendosi, e mostrava chiaro che non poteva durare: adesso, trapassato alquanto di tempo, nè vedendo, giusta il convegno, muovere alcuno a soccorrerlo, suppose che Rinaldo, caduto nella solita astrazione, se ne fosse dimenticato; però volse il capo a quella parte onde egli rinvenisse, od alcuno dei congiurati lo facesse avvertito:—inutile tentativo: nessuno dei molti quivi raccolti fece pur cenno di levare una mano. Rogiero conobbe essergli capitato il destro di spingersi innanzi, menare un bel colpo, e fornire la bisogna; nondimeno, come avviene, sentendosi più forte del suo avversario, volle che prima dei dolori della morte gustasse i dolori non meno terribili dello spavento. Così seguitò anche un poco il duello: Rogiero era intatto: Anselmo, in parte disarmato, aveva in due o tre luoghi falsato l'usbergo, ammaccato il bacinetto, ma non gettava anche sangue: bene lo facevano spasimare l'aspre percosse; la qual cosa unita allo stupore di non essere aiutato, ed alla paura di esserlo, ma non in tempo, tanto gli scompigliò la mente, che fuori di sè, perduto il lume degli occhi, sconfortato dal rumore che annunziava la sua sconfitta, cominciò a lasciare il terreno; ad ogni passo volgeva disperato la testa verso il Caserta che se ne stava immobile, e tante volte offriva occasione al nemico di finirlo a un tratto: di vero infastidito Rogiero di quel gioco, aspetta il tempo, mena un gagliardo manrovescio, coglie Anselmo nei cordoni di seta che la gorgiera allacciavano al bacinetto, e ad un punto gli getta queste armi per terra, e lo ferisce alla gola. Anselmo stramazza tramortito; se a levarlo di sentimento contribuisse il terrore o il dolore, noi non sappiamo; certo molto tremendi furono ambidue;, mostrava il volto giallo come itterico, la fronte livida dai colpi, i labbri congelati in un brivido; sgorgava dalla ferita impetuosamente il sangue, fluido e vermiglio, segno certo di arteria recisa;—era la piaga insanabile. Gli spettatori levarono un grido, e rotte le file dei soldati si precipitarono a gran corso verso il caduto. Rogiero, guardatosi attorno, vide che sopra tutti gli altri si affaticavano a farglisi vicino i Baroni congiurati, e temè di perfidia; accostatosi al suo padrino, proferì queste parole: «Ora salvatemi, valente Cavaliere, o che son morto.»

«E che cosa vi fa tanto temere della fede siciliana?»—domandò arrossendo Giordano d'Angalone.

«La fede è già rotta: perchè sforzare le file? Io vi dico che mi trucideranno, e voi sarete debitore della mia vita in faccia degli uomini e del cielo.»

«Tolga Dio tanta infamia! balzate in groppa, che il mio Sauro mi ha salvato da ben altri pericoli che non è questo.»

Rogiero, senza por tempo tra mezzo, di un lancio maraviglioso, tutto armato com'era, inforcò il cavallo; Giordano d'Angalone concitandolo con la voce e con gli sproni, lo spinse di piena foga là dove vide meno gente. A quella tempesta, a quel furioso rovinio, non vi fu uomo che comparisse zoppo: taluno gittandosi da questo lato, tal altro da quello, e molti cadendo, e per la caduta loro, frapponendosi ai passi, molti altri forzando a traboccare, si sbarattarono, lasciando libero il campo, pel quale precipitandosi l'animoso destriere, ben tosto ebbe condotto quelli che lo cavalcavano fuori di ogni pericolo.

Quando apparve vicina la porta di Benevento, in quei tempi conosciuta col nome del Calore, Rogiero, che per la prestezza con la quale andava il destriero non aveva potuto formare parola, lasciò cadersi da cavallo, ed offerta la mano al Conte Giordano gli tenne il seguente discorso: «Conte, vi ho per salutato; io so pur troppo che le imprese gentili non hanno bisogno di altro guiderdone, e sono premio a sè stesse; tuttavolta sappiate che vi devo la vita, e che mi torna dolce manifestarvi….»

«Che è ciò che dite, signor mio?» interruppe Giordano; «forse non volete ch'io vi conduca al Re?»

«I tempi stringono, o Conte, e molto mi rimane da fare; io non posso….»

«Salvo vostro onore, che lealtà è questa vostra verso
Manfredi? Conoscete i traditori, nè li volete svelare?»

«Non posso. Quello che mi era concesso mostrargli gli ho mostrato: il mio silenzio procede da una serie di tali avvenimenti, che io, io stesso, il quale sento tutta la gravezza della loro atroce realtà, appena li tengo per credibili; di questo vi prego, che gli diciate, avere spento il più ribaldo dei suoi traditori; pure restarne molti altri, che si guardi e diffidi di cui più si confida, ch'è minacciato di estremo esterminio….»

«La salute del mio Re dunque richiede ch'io non vi lasci andare….»

«No, Cavaliere; voi mi fareste villania, nè giovereste al Re; lasciatemi libero, chè ogni passo, ogni pensiero miei, sono per la preservazione della Casa di Manfredi.»

«Noi perdiamo un valente compagno, il Re un leale vassallo….»

«Nè egli, nè voi mi perdete: io vado ad apprestargli quattrocento uomini d'arme, e un condottiero famoso.»

«E dove li condurrete voi?»

«Ditegli a San Germano; colà ci rivedremo, Conte; forse mi riconoscerete allora, e passato il pericolo sarà bello e piacevole per me raccontarvi le durate fatiche, i sofferti travagli. Addio, Conte; salute a Manfredi.»

Ciò detto con presti passi si allontanò. Il Conte Giordano tutto dolente s'incamminava a portare queste novelle a Manfredi.

Per altra parte Rinaldo ordinava si fasciasse il ferito Anselmo, si adagiasse dentro la bara, e lo conducessero al proprio palazzo; per via comandò al Capitano della gente d'arme, che quando vi fosse entrata la bara, impedisse a qualunque altro l'ingresso: sì come di fatti egli fece. Il vecchio congiurato vedendo non potere entrare, nè essendo fino ad ora riuscito a parlare con Rinaldo, tanto spinse che gli si accostò, e presolo pel lembo della cappa lo costrinse a voltarsi.

«Che volete?»—interrogava severo il Conte.

«Conte, rammentatevi che secondo le regole non dovrebbe vivere…»

«A questo penso io; così voi aveste pensato al vostro incarico!»

Il vecchio stava per rispondergli; ma Rinaldo gli volse le spalle, e si cacciò dietro la bara di già entrata in palazzo.

Rinaldo solo accanto al letto dove giace il ferito gli conta i momenti di vita, e vedendo come ella di punto in punto si consuma, resta di affrettarne la estinzione: a un tratto però, mentre il giacente raccoglie con lungo anelito nel polmone maggiore quantità di aria, che egli crede per l'ultimo sospiro, dato un gemito profondo, rinviene.

«Anselmo, amico mio, come vi sentite voi?»

Anselmo, aperti gli occhi, conosce il Caserta, e mormora tra sè:—«Ora sono perduto davvero.»

«Io sono Rinaldo, Anselmo…. perchè vi dite perduto?»

«Satana sta al capezzale… aspetta l'anima al varco… egli ha ragione… è cosa sua… io ho ben veduto che voi siete il Caserta…»

«O amico mio, Dio sa se forte m'incresce del vostro male…»

«Lo so,—amico,—lo so.»

«Io perdo il più fedele…»

«Che parlate voi? ma che devo morire? sono io così presso alla morte…?»

«Siete.»

«Oh! allora, in carità, mandate per un confessore, che venga presto.»

«Un confessore! E che volete voi fare del confessore?»

«Chi mal vive, mal finisce… pure una speranza in Dio….»

«Novelle!»

«No… io vi dico di no… mi si risvegliano in mente i precetti di religione che io appresi da bambino, e mi confortano a non disperare: oh! come bella ci apparisce la fede nell'ora della morte! il poco bene che ho fatto mi lusinga del Paradiso…»

«Il vostro senno vien manco, Anselmo; io comprendo che voi tornate sul bambino: che discorrete di Paradiso? dov'è l'animo indomato, la minaccia di Dio, la bestemmia del vostro Creatore?»

«Io l'ho detto, Satana sta al capezzale. Voi venite per perdermi… andate via, vi comando, vi prego… in nome di Dio, andate via… no, accostatevi, che forse potrò vincere anche voi… Rinaldo, muoviti; egli è un grande arcano la morte! potessi dirti la millesima parte di quello che sento, di quello che vedo…. alza gli occhi, non contempli la gloria del cielo?»

«Io non vedo che il soffitto.»

«Pure v'è luce più viva del sole, pure v'è melodia malinconica; v'è Cristo… Cristo co' fulmini che gli corruscano nella mano terribile… Un confessore, Rinaldo, un confessore…»

«Che diavolo volete voi farvi del confessore a questa ora? animo via, che pensate esser la morte? ella è una bevanda amara; chiudete gli occhi, trangugiatela senza sbigottirvi, passata la gola, non si sente più altro.»

«Oh! io voglio confessare le mie colpe.»

«Ma pensate che non potete accusare le vostre colpe senza perdere i vostri compagni, e me stesso…»

«O dunque volete che pel corpo vostro perda l'anima mia?»

«E voi volete che per l'anima vostra perda il mio corpo?»

«Questo è affanno! questa è barbarie! Io griderò tanto, che alcuno mi sentirà….»

—Tu non griderai,—pensò il cervello del Caserta, e fu quella sentenza di morte: poi, levatosi in piede, si pose la destra sotto il farsetto, e si accostò al giacente: «Or via, tacete, amico,» gli disse «da che questo è il desiderio vostro, io vi contenterò….»

«Sì? gran mercè…. Dio ve ne rimeriti in questo stesso punto…. andate….»

«Vado, solo vi prego che non isveliate i nomi….»

«Ve lo prometto.»

«State di buon animo.»

«Sto…. ma andate.»

«Vado.—E qui che sentite?»—domandò il Caserta, premendolo con la manca presso la ferita.

«Dolore!»

«E qui?» scorrendo con le dita, e toccandogli la clavicola sinistra.

«Dolore!»

«E qui?»

«Mo…. orte!»

Il Conte Rinaldo, sottentrando velocemente con la destra alla manca, aveva piantato fino al manico un pugnale nel cuore allo infelice Anselmo; e súbito ritirandosi per non essere bruttato dal sangue, stette con istupida curiosità a contemplare le scosse che faceva il coltello secondo che riceveva gli impulsi dal viscere lacerato: quando si fu del tutto estinto quel moto, e la vita con esso, lo estrasse, prendendolo pel bottone con l'indice e il pollice, e si pose a nettarlo, fregandolo traverso il ventre del morto.—«Povero Anselmo!» frattanto andava dicendo «ve' un poco come hai finito. Ma! se lo dice il proverbio! finchè abbiamo denti in bocca, non sappiam quel che ci tocca; la tua lunga servitù, l'antica amicizia nostra, non meritavano questo, no certo; nè io ti portava rancore, odio nemmeno: ecco, ti ho incontrato su la mia via, ed io ti ho distrutto. Male accorto! e non sapevi che il mio alito consuma, il guardo abbrucia, il tatto disperde? perchè mi ti sei cacciato tra i piedi? Io ti ho morto… uno di noi doveva morire; tu hai perduto la prova,—colpa tua; se l'avessi perduta io,—colpa mia:» (e qui guardava la lama s'era divenuta netta; comparendovi pur sempre qualche striscia di sangue, continuò a fregarla sul ventre del trafitto;) «tanto hai detto, che le tue dottrine mi sono scese nel cuore; secondo quello che tu sentenziavi, io doveva abbandonarti avanti, chè corre assai tempo che non mi porti utile al mondo; pure ho aspettato che tu mi diventassi pericoloso, allora… non puoi dolerti… ell'è cosa tua… forse ho imparato più di quello che volevi; ma ti consoli la gloria di aver fatto un ottimo discepolo: io per me vado convinto che quando la tua anima sarà assicurata dal sofferto terrore, non potrà condannarmi,—forse sarà la prima a lodarmi: ora tu hai cessato di travagliarti, tu mi devi la quiete e il riposo; tu sei andato dove il prigione non ode la voce del carceriere, dove il servo non obbedisce al signore; quivi abita il grande e il piccolo¹—nella comunione della polvere, chi condanna, e chi è condannato….»

¹ Ibi requieverunt fessi…. et quondam vincti, pariter sine molestia, non audierunt vocem exactoris. Parvus et magnus ibi sunt, et servus liber a domino suo.(Job)

Allo improvviso con fracasso spaventoso parte della invetriata di quella camera violentemente percossa cadde giù sul pavimento; un corpo trasvolando velocissimo sollevò, col vento che suscitava, i capelli del Caserta, e andò a quietarsi dentro il soffitto.

«Vendetta di Dio!»—proruppe in un urlo salvatico il Conte Rinaldo, e incrociate le mani sul petto, agitato da tremore convulso, abbassò il capo al solaio: così stette assai tempo; poi, diminuita la paura, aprì gli occhi e gli sollevò peritosi: un grosso verrettone compariva conficcato al soffitto; guardò meglio, e vide una carta pendente dalla sua penna; ascese sopra uno sgabello, stese la mano e la tolse; lo scritto diceva così:—«Conte di Caserta, pensa come l'eterna provvidenza punisca; tu hai l'esempio sotto occhio; muta consiglio, e ti sia pena avere fino ad ora male operato; altramente un mio detto può farti morire della morte dei traditori.»

«Minacciano!» mormorò Rinaldo, e, stretto di nuovo il pugnale si guardò attorno con ciglia severe; «ma qui non vedo alcuno,» aggiunse guardando il cadavere «nè mi vi rimane a fare più nulla.»—Poi avviluppò il morto nelle coltri e si allontanava co' passi del peccato. Giunto al capo della scala gli si parò dinanzi il Re, che scortato da molti cortigiani veniva a visitare il ferito, onde súbito facendoseli incontro gli disse: «Messere lo Re, avete fatto il viaggio invano.»

«Perchè questo, Conte Rinaldo? come sta il ferito?

«È spirato.»

«Spirato! Era la piaga così mortale che non gli abbia lasciato un'ora di vita?»

«O signor mio, ell'era spaventosa, gli ha tagliato più che mezza la gola;—le ultime sue parole sono state ch'io vi chiedessi perdono per lui…»

«Dunque egli mi tradiva?»

«E' pare»

«Buon per lui, che mi ha risparmiato il cordoglio di mandarlo alla forca…»

«Salvo vostro onore, Messer lo Re,» interruppe il cortigiano che aveva consigliato il duello con la religione «dovevate dire al taglio della testa, perchè a norma delle costituzioni del Regno, tale è il privilegio dei nobili.»

Manfredi sorrise; e il Caserta pensò:—ti ho risparmiato il cordoglio di uccidere Anselmo, ma ti ho tolto il piacere di uccidere me e i miei compagni-,—questa tua gioia mi piace.—

Il Re, conoscendo la sua venuta vana se ne tornò palazzo dove tra le altre cose ordinava al Caserta ai seppellire segretamente il cadavere del Conte della Cerra.

Nel più buio della notte, due vassalli portando una bara e una torcia di resina, che rischiara il sentiero di luce vermiglia, si accostano alla porta di Benevento, chiamano la guardia che sonnacchiosa si leva, ode una parola, e brontolando abbassa il ponte, e lascia passare. Giunti alla valle, danno di mano alle zappe, e cominciano a scavare; goccia dalle fronti loro il sudore, ma il terreno è sassoso, e fanno poco frutto: uno di loro cominciando il discorso con fiera bestemmia dice all'altro, non meritare tanto travaglio quel ribaldo del Conte della Cerra, essere il meglio lasciarlo sul campo, chè i lupi avrebbero loro risparmiato la fatica:—questi risponde: da che egli si era aperto, gli avrebbe molto miglior modo insegnato: prendesse il morto per le braccia;—egli lo afferrò alle gambe, e così lo portarono ad un pozzo poco quinci discosto, gli legarono al collo un sasso di enorme gravezza, e lo precipitarono dentro; miserabile, non indegna fine di tanto scellerato!—si dolse la Pietà dell'atroce sepolcro, non già la Giustizia. Le acque contaminate svelarono l'opera nefanda; e la gente del contado, non tanto per misericordia, quanto per abbisognare del pozzo ad abbeverare il bestiame, estrassero quelli avanzi di membra putrefatte, e con meno disonesta sepoltura li sotterrarono accanto al pozzo.

Rosalia, figlia naturale del Conte Anselmo, caduta per la morte del padre nella più orribile miseria, cacciata da tutti, quasi fosse appestata od idrofoba, spesso fu vista sul far della sera aggirarsi intorno quel pozzo, e affacciarsi all'orlo, e sporgervi dentro le braccia: lamentava la misera, da che nessuno altro retaggio le aveva lasciato, se non che l'avvilimento e la infamia, la soccorresse almeno con la morte, le partecipasse la impassibilità e la immobilità sue; disprezzarla ogni anima vivente, abbeverarsi il suo cuore di obbrobrio, contaminarsi il suo sangue nel vilipendio, non poter durare agli insulti feroci; soccorresse la tapina che niun'altra colpa aveva oltre quella di esser nata da lui; sentissero le sue ossa pietà, riparasse il fallo, le facesse un po' di luogo entro la fossa….—Queste cose parlava la sconsolata, ed altre molte aggiungeva, che l'intelletto di soverchio commosso non mi concede riferire. Giunta la nuova alle orecchie di Yole, questa gentile opero sì col padre, che la povera fanciulla venne tolta da quella vita raminga, e messa nel monastero di Santa Maria della Pace; quivi conobbe a prova non darsi travaglio che la religione non blandisca, non pena che non volga in gioia. Aggiunge la Cronaca, che dopo la conquista di Carlo, essendo le opere di suo padre diventate presso il nuovo signore titoli di onoranza, sì come furono presso lo antico d'infamia, ricercata dalla Contessa Beatrice di andare a Corte, ricusasse, e come abborrente dalle umane cose prendesse il velo, e si consacrasse al servigio di Dio, nel quale tante pietose opere fece, e tante devote parole favellò, che dopo molti anni morisse in odore di santità. Vero è poi che quanto racconta qui la mia Cronaca non trovo confermato dalla Curia romana, che non ha mai ventilato causa per chiarire Rosalia della Cerra venerabile, beata, e santa, che sono le tre fermate per conseguire la Dulia, ovvero culto che si rende ai Santi del Signore.

CAPITOLO VENTESIMOQUINTO.

LA FUGA.

                Tu vedrai che lo indugio, e la dimora
                Che si frappone alla vendetta, accresce
                Questa gran piaga, ch'è da sè mortale.
                               ARRENOPIA, tragedia antica.

Noi non sapremmo accertare l'amoroso lettore, che nulla curando il fastidio ci ha con tanta benevolenza seguitato fino a questo punto della storia nostra, se la Cronaca dalla quale ricaviamo le narrate avventure sia o no in parte manchevole, imperciocchè priva della numerazione delle pagine, non lascia modo a conoscere il difetto; vero è che omettendo di esporre come Carlo si partisse da Roma, quale strada tenesse, e quali ostacoli incontrasse, senz'altro badare, trascorre ai casi che avvennero dopo il memorabile passo del Garigliano eseguito dalla milizia francese; onde volendo noi dare un po' di supplemento a questo luogo, c'ingegneremo di raccontare alla meglio quanto accadesse in quel mezzo tempo. Coronato che fu a Roma nel giorno della Epifania il Conte di Provenza, rompendo gl'indugii si mise in cammino, sì per prevalersi di quel primo ardore dei suoi soldati, sì perchè, soprastando, non aveva danari per pagarli; e Papa Clemente, per molte cagioni, tra le quali non era ultima quella di non averne neppure egli, non poteva prestargliene. Le storie dei tempi non ci hanno conservato se Carlo operasse ciò che tutti i capitani a lui antecedenti e posteriori hanno fatto movendosi alla conquista del Regno, vale a dire dividere la sua gente in due schiere, mandandone una lungo il littorale, l'altra pe' luoghi più prossimi agli Appennini, con intenzione di riunirsi a Capua per marciare unitamente alla volta di Napoli; anzi e' pare che tenesse diverso consiglio, e repugnando dal partire lo esercito, pel cammino di Frosinone si accostasse intero al passo di Cepperano: forse temè incontrare troppo dura resistenza a Fondi e ad Itri, che occorrono costeggiando la marina, e considerò, che quando pure gli fosse venuto fatto di superare questi due passi, gli rimaneva il terzo, più arduo, del Volturno sotto Capua, il quale, per essere quivi il fiume grosso, e il ponte afforzato di antiche e di nuove torri, appariva inespugnabile. Trapassando la Campagna Romana, i popoli, non che gli contrastassero, gli davano all'opposto favore come a figlio prediletto, e a campione di Santa Chiesa. L'Arcivescovo di Cosenza, Bartolommeo Pignattello, veniva con esso lui in qualità di Legato apostolico, benedicendo chiunque si fosse aggiunto alla impresa contro Manfredi, e pronto a scomunicare coloro che avessero osato prenderne le parti: tanta era l'autorità della sua voce, che gli uomini del contado accorrevano per ogni lato volonterosi di farsi ammazzare in pro, come dicevano, della religione contro un eretico. Il Monte San Giovanni, che nel 1494 contese con tanto pericolo di Carlo VIII allo esercito di Francia, il fatale Angioino con allegrezza infinita accoglieva, e gli era largo di spontanei sussidii. Nè (poichè la fortuna non toglie mai a sollevare a mezzo i suoi diletti) i giorni, che, per essere all'entrare di febbraio, dovevano mostrarsi piovosi, cessavano di continuare sereni; il sole oltre ogni credere caloroso, pareva si compiacesse a rischiarare di limpidissima luce i passi del Destinato. Così il campo di Carlo, in sembianza di gente cui tarda essere aspettata a qualche gran festa, vide il quarto giorno del mese le sponde del Garigliano. Questo fiume principale di tutto il Regno di Napoli, che deriva la sua sorgente poco lungi dal lago Celano, trapassando per Sora bagna Cepperano, traversa Pontecorvo, e sbocca finalmente nel Mare Tirreno, formando un confine naturale tra la Campagna Romana e la Terra di Lavoro: dicono, correre le sue acque per lo spazio di ottantacinque miglia, e affermano potersi navigare per venticinque discosto dal mare; nondimeno a Cepperano e a Castelluccio non apparisce sì grosso che qualche volta non si possa guadare. Manfredi, che ben conosceva la importanza del passo, súbito dopo l'assemblea di Benevento vi mandò il Contestabile Rinaldo, Conte di Caserta, al quale aggiunse Giordano Lancia con molte compagnie di Pugliesi, perchè vi tenessero il fermo; schivassero venire alle mani; assaltati, si adoperassero di rituffare i nemici nel fiume. Conosceva lo Svevo, essergli lo indugio più efficace della vittoria medesima, e la impresa di Carlo doversi risolvere in fuga, dove non avesse potuto ingaggiare una presta battaglia, che mancava di danaro, primo e forse unico nervo della guerra: nessuna provvisione che si richiede da esperto capitano aveva ommesso; l'affidavano a bene sperare il luogo di leggieri assai difendevole, i sufficienti presidii affezionati al suo nome, per disciplina e per valore reputatissimi; la fedeltà dei Conti di Caserta e Lancia, che aveva loro preposto. Adesso riprende la Cronaca, e racconta, come la sera del quinto giorno di febbraio tornando Manfredi verso Benevento, dalla quale città era uscito per incontrare una masnada di soldati che dovevano mandargli di Puglia, si doleva per via della negligenza dei Governatori in ispedirli, e della lentezza dei condottieri in menarglieli, mostrandosi più che non si convenisse malinconoso, allorchè, levando gli occhi all'orizzonte, vide un nugolone nero che parandosi innanzi del sole prima che fosse tramontato, ne impediva la vista: qual fosse la relazione che in quel momento passava tra cotesta scena e i pensieri di Manfredi, noi non sapremmo; ma egli stava a considerarla con misteriosa calma, e con un meditare profondo, maggiore di quello che l'uomo in simili casi possa adoperare: gli estremi contorni della nuvola però splendevano di colore di sangue, e ne scaturivano alquanti raggi che spargendosi largamente per l'emisfero tingevano in vermiglio tutti gli oggetti che l'occhio giungeva a contemplare; d'ora in ora un buffo di vento scuoteva con violenza le fronde degli alberi, e percorreva la terra, cacciandosi innanzi turbini di polvere mossa, e paglie; il volo degli uccelli più e più sempre si abbassava, quasi presentissero che il cielo era per farsi turbinoso, ed annunziavano con voce inquieta soprastare la procella. Giordano d'Angalone, che cavalcava allato di Manfredi, avvisando di entrare nel pensiero del Re, favellava: Stasera il sole muore innanzi tempo.»

Manfredi, guardandolo accigliato, rispondeva: «Muore, ma brilla.»—E nel volgere che fece degli occhi, protendendogli giù per la valle esclamò: «Oh! perchè mai si affaccenda egli tanto? In verità mala nuova ne porta il corriero.»

I cortigiani che accompagnavano Manfredi diressero gli occhi al punto in cui mirava il signore, e stringendo le palpebre quanto meglio poterono, aguzzarono la vista: pur finalmente, stanchi di nulla discendere, parlarono insieme: «Salva vostra grazia, messer lo Re, voi avete preso errore….»

«Errore! Guardate là, là a mancina presso al dirupato del Diavolo,» ed accennava col dito «seguendo la direzione della cappella di Nostra Donna del Pianto,—non vedete un uomo che si affatica per guadagnare l'erta del monte?»

Si riprovarono più intenti di prima i cortigiani, e dopo replicati esperimenti risposero: «Noi non vediamo cosa al mondo.»

Tuttavolta, così comandando Manfredi, si rimasero su quella vetta, nè passò molto che incominciarono a scoprire una macchia bruna che parea distaccarsi dall'estremo orizzonte, e di mano in mano ingrandirsi approssimandosi; molto si maravigliarono del caso, e di animo concorde lo attribuirono a miracolo: e veramente, dice la Cronaca, ciò non fu senza volere di Dio, che, purificandogli le facoltà intellettuali e del corpo, anticipava all'anima travagliata lo spasimo della vicina sciagura, la qual cosa noi non sapremmo affermare; comecchè presso molte nazioni della terra vivesse, e forse anche viva la credenza, che il Destinato abbia il dono di profezia, e possa per alcuni segni degli occhi conoscersi colui che, prossimo a chiuderli per sempre, ha ricevuto, quasi in compenso della morte affrettata, la potenza di antivedere gli eventi. Ora si scorgeva manifesto il corriero: gli copriva la bocca una fascia, perchè nel celere corso l'aria non fosse impedita dall'entrare liberamente nel polmone; teneva fitti più che mezzi gli sproni nei fianchi del cavallo, o che distratto da altro pensiero non avvertisse che in quel modo gli dava la morte, o anzi che, calcolando per la fatica sofferta non potere più a lungo durare, volesse che quegli ultimi avanzi di vita si consumassero in isforzo disperato:—nefanda, non inusitata ferocia presso di noi, che ci diciamo immagini del Creatore! Anelava il povero animale in ispaventosa maniera, aveva il morso imbrattato di spuma sanguinosa, grondava sangue dal costato, da tutto il corpo sudore; pure trasvolava con una rabbia di corsa, per modo che a mala pena si potesse seguitare col guardo nei rapidi passaggi che faceva dall'ultimo globo di polvere nel nuovo che suscitava scalpitando; giunto circa quaranta passi alla distanza di Manfredi, stramazzò con lungo sdrucciolío, e abbandonando la testa stette immobile: il corriere, traendo le briglie, spronando più aspro che mai, s'ingegnava a rilevarlo;—fu opera perduta.—«Potevi aspettare a morire dopo altri quaranta passi!» mormorava il corriere smontando, e senza pure degnarlo d'uno sguardo s'incamminò pedone alla volta del Re; se gli inginocchia trafelato alla staffa, ma soverchiato dal travaglio cadeva boccone. Scese Manfredi, lo alzò affettuoso, lo pose a sedere, e di propria mano gli allentava la cintura, perchè meglio respirasse. Confortato il corriere di breve riposo, cominciava dolente: «O Re Manfredi, male nuove vi porto.»

«Già corre gran tempo, che non ne aspetto di buone.»—E così parlando Manfredi pose il gomito sopra la sella del suo destriere, e nella palma della mano lasciò declinare la testa.

«Grande sventura sono per narrarvi, mio Re.»

«E noi siamo apparecchiati ad ascoltarla: narrala.»

«I Provenzali hanno passato il Garigliano…»

«Che!—Tu te ne menti.»

«Così piacesse alla Santa Vergine, e a San Germano, che voi mi aveste giustamente mentito, chè io non vi chiamerei per questo in isteccato.»

«Perchè hanno combattuto? non avevano ordine di schivare la battaglia? Ecco, chi a adopra l'arme senza consiglio, le depone con danno… costoro mi sono debitori di questo sangue sparso…»

«O signor mio, che parlate di sangue? un vituperio eterno ha contaminato l'onore dei Baroni del Regno.»

«Come!»

«Carlo passò senza colpo ferire.»

«Dio!…»—proruppe con altissimo grido Manfredi, e il rimanente digrignò fra i denti, e alzò la testa, e così duro colpo sferrò su la groppa del destriero, che questo si mosse per fuggire: ma egli gli cacciò la destra dentro la criniera, e con forza convulsa lo costrinse a stare: quindi interrogò il corriere: «Dove è il Caserta?—dove andò il Lancia? Questa è la fede dei congiunti? Sopravvissero essi a tanto obbrobrio? Se sopravvissero…. io lascio loro, per pena, la vita.»

«Ahimè, Messere! che vi ha tradito il Caserta.»

«Chi?—Caserta? Hai tu nominato il Caserta? Perchè mi ha egli tradito? Che gli aveva io mai fatto? Non l'onorai? Non lo chiamai a parte del reggimento? Non lo costituiva, dopo me, primo nel Regno? Non lo anteposi ai miei stessi consorti? Rinaldo!—l'amico mio! Perchè? Ah!—qual baleno di rimembranza!—La Spina!—Il tempo ha ridotto in polvere anche le sue ossa, e non ha cancellato l'offesa?—Chi offende dimentica; ma lo ingiuriato cinge di cilicio la memoria, e mette su l'anima il peso della vendetta:—non è la vendetta la cancrena del cuore? Ho errato; misero il Re che offende; più misero colui che offende, e non uccide! Rinaldo ha fatto il debito suo: perchè noi mancammo al nostro;—mai si concede errare indarno a cui porta corona; noi ne paghiamo amarissima pena, ma pure dovuta. Dovevamo noi?… un Manfredi?… No, nol dovevamo; ma Dio a cui vuol male toglie il senno.» ¹

¹ Espressione sovente adoperata dal Cronista Villani nel racconto di queste avventure, Libro 7.

Queste parole non suonarono intere dalla bocca del Re, che la passione nol consentiva; gli si nascosero le pupille sotto le ciglia tese, un colore livido gli coperse la fronte, gli si gonfiarono i muscoli, tutta la fisonomia ne rimase scontraffatta in guisa, che i circostanti abbrividirono di terrore; si fece velo al sembiante con ambe le mani, e meditato che ebbe alcun tempo, le rimosse mostrandosi tranquillo.—Tranquillo! destava una sensazione simile a quella di colui che seduto sul lido del mare gode vedere il placido flutto leggermente commosso dalle danze del venticello vespertino, quando all'improvviso, trascorrendo con l'occhio innamorato, incontra legni sparsi e cadaveri, segno della sua ultima tempesta. Il corriero, che non aveva avuto più animo di muovere labbro, ricevuto espresso comando, riprendeva così: «La sera del giorno quarto di febbraio le nostre vedette tornando di tutta carriera, ci avvisavano stessimo all'erta, perchè cominciava a vedersi la vanguardia nemica: già non faceva mestieri di avviso, che il Conte Lancia vigilava incessante, e confortava i soldati con le parole e con l'esempio a bene operare: intanto apparve una schiera di Carlo, poi un'altra, e un'altra ancora; la notte c'impedì di scorgere la venuta delle susseguenti; per quello che ne apparve, prima e dopo che si fu partita la luce, non pensavano a dare battaglia. Era già passata la prima ronda, ed io me ne stava in guardia della tenda del mio signore, Conte Giordano, allorchè un uomo armato s'incamminò alla mia volta: tesi la balestra, e domandai:—Chi viva?—Viva Svevia,—rispose il Cavaliere,—va, sveglia il Conte Giordano, chè ho da parlargli.—Non vi ha mestieri svegliarmi,—rispose il mio signore,—affacciandosi all'apertura, perchè tristo è il vassallo che dorme quando il suo Re sta in pericolo; parlate, Contestabile, ch'io vi ascolto.—E venne fuori: e quivi al sereno, chè il cielo era placido, e non soffiava un alito, cominciava il Caserta:—Giordano mio, se voi, come non dubito, amate il vostro Re di quello amore che l'amo io, ho pensato che voi non impedirete un mio accorgimento pel quale di sicuro distruggeremo lo esercito del Provenzale.—Rispose il Lancia, lo aiuterebbe molto volentieri, nessuna cosa stargli più a cuore quanto la salute del Re, gli esponesse il trovato; per quanto era in lui, lo metterebbe in opera con infinita allegrezza.—Or bene, caro Giordano mio, soggiunse Rinaldo, voi sapete che non solo qui può guadarsi ii Garigliano, e quanto più si rimonta alla sorgente, tanto meglio si passa, specialmente a Castelluccio; noi, secondo le regole dell'arte, e i comandi del Re, abbiamo sprolungato le nostre forze su la destra sponda dei fiume per contrastare i nemici dovunque accennassero di fare un motivo; ma credete voi che quando si possa far meglio, sia questo buono consiglio? Certo voi nol credete: il Provenzale non ha mica convenuto di ordinare i suoi soldati, come noi abbiamo; anzi ho fede che gli riunirà in un punto, e quivi sforzando i nostri, insufficienti a resistergli, guaderà il Garigliano, e ci assalterà alle spalle e di fianco con nostro manifesto svantaggio: vorrei dunque per ovviare al danno che noi ci ritraessimo un po' addietro….—Come? interruppe il Conte Giordano, trasgredire affatto i comandi di Manfredi!—Il Re, soggiunse il Caserta, ha comandato così perchè gli pareva il meglio; e noi siamo per la fedeltà nostra tenuti ad imprendere non quello che pare, ma quello che è veramente meglio: se poi ce ne volesse dar carico, noi risponderemo, Conte, ai suoi rimproveri:—abbiamo vinto;—non dubitate, ella è questa una buona ragione, che non ammette replica in contrario: io diceva pertanto di ritirarci indietro e spartirci nelle boscaglie lungo la via; io sopra del ponte, voi sotto, io co' miei Pugliesi, voi co' Tedeschi: Carlo, domani vedendo il ponte senza difensori, non manderà altrove la sua gente, nè allargherà senza bisogno la sua fronte; si spingerà innanzi per questo passo, riputando, orgoglioso come lo sappiamo, che non ci sia bastato il cuore di sostenerne la vista: facciamo che s'inoltri in colonna; io allora sboccherò dalle macchie, e gli darò la carica sul fianco sinistro, cacciandomi tra mezzo; quando scompigliati gli ordini vedrete ripiegare i Francesi, fate voi sul destro fianco quello che ho fatto io in sul sinistro, e rompete il ponte; i rimasti tra noi e il fiume vi traboccheranno a precipizio, i tagliati tra noi e la terra deporranno le armi, avendo San Germano a fronte: nè mi opponete, piccola schiera essere affidata al valor vostro, perchè quei pochi Tedeschi valgono i miei molti Pugliesi; e dovendo voi assaltare presso il ponte, non potete incontrare che una profondità di sei od otto file, mentre io dovrò combatterli certamente molto più grossi. Che parvene, Giordano? non è una bella astuzia questa?—Il Conte Lancia pensò molto, e rispose breve:—Io non saprei approvarla, Contestabile; ella mi sembra per lo meno arrisichevole, nè a noi può giovare adesso; si vince col combattere come con lo schivare le battaglie, ed ora è il caso: se Carlo indebolisce parte della sua fronte per fare vigorosa impressione sopra un punto della nostra, e noi insisteremo sopra il punto indebolito con simile arte, e lo circuiremo alle spalle, conseguendo così più facilmente quello che in modo più complicato e con maggiore avventura vorreste far voi, nè ci dipartiremo dai comandi ricevuti.—Tacque il Lancia; soggiunse il Caserta; poi il Lancia di nuovo: nè trovando modo a comporsi, propose il Conte Giordano di ragunare un consiglio di guerra, e starsi alla sua decisione: allora con gravi parole favellò il Contestabile:—Luogotenente, noi fin qui abbiamo parlato a Vostra Signoria per avervi compagno alla bella impresa; da che compagno non volete esserci, vi ordiniamo di eseguire quanto crediamo bene di comandarvi.—Ciò potevate fare innanzi, Contestabile, se manifestandomi il vostro funesto disegno volevate trovare in me un lusinghiero piuttosto che un franco soldato; nondimeno vi protesto di fare quanto posso per vincere, ma che a malgrado della vittoria mi dorrò della vostra condotta presso Manfredi.—Farete quello che vorrete, intanto obbedite;—e si partì. Giordano levò la destra al cielo, e udii che profferiva:—Signore, vogli che questa impresa abbia felice fine, come io lo preveggo sventurato.—Ci dividemmo taciti, lasciando molti fuochi accesi per ingannare il nemico; andò il Contestabile co' Pugliesi a oriente, noi pochi col Luogotenente ci posammo vicino al ponte. Spuntava l'alba che doveva rischiarare l'onta del Regno, quando i Provenzali, visto senza difesa il capo del ponte, mandarono avanti alcune vedette: di lì a poco sopraggiunse un membruto coperto di bellissima armatura, che certo doveva essere il Conte d'Angiò….»

«E parti egli forte quanto si dice?» interruppe Manfredi.

«Non so se forte, prudente è molto, perchè dette ordine che i suoi passando il ponte non si sprolungassero in colonna, sì come aveva pensato il Contestabile, ma giunti al capo si partissero, volgendo una fila a mancina, l'altra a destra, e si schierassero paralleli al filo delle acque. Il mio signore che stava sopra una eminenza con alquanti dei suoi a vegliare le mosse del nemico, esclamò a cotal vista:—Questo sapeva io bene; pure si potrebbe emendare il fallo, se il Contestabile tornasse presto a riunirsi co' miei.—E spedì il primo, il secondo, fino a cinque corrieri; fecero tutti come il corvo dell'arca;—non ritornarono. Mentre il mio signore agitato da impazienza leva la faccia, e vede…. spettacolo d'infamia! su le opposte montagne allontanarsi in vergognosa fuga i Pugliesi; fu per non credere a sè stesso, fu per ferire il primo che disse:—e' fuggono;—alla fine gli fu forza riceverne l'amara certezza.—Ecco, che accadde fatto, esclamò smarrito, peggiore di quello che temeva; mi era apparecchiato al fallo, non al tradimento:—ora, che faremo noi? domandò rivolto ai suoi, che gridarono concordi:—Morire!—A Dio non piaccia che sia così; serbate, o valorosi, le vite vostre ad atto più generoso, e meno disperato; dico più generoso; perchè non sia virtù spendere le anime senza consiglio; con maggiore utile del nostro Re potremo morire un'altra volta; a San Germano vedranno chiaro che noi non fummo i vili, sì bene i traditi.—Adesso il mio signore mi spedisce a voi, serenissimo Re, e vi prega ad accorrere presto, onde ristorare la cadente fortuna, e confermare con la presenza la fede….»

Manfredi non si rimase ad ascoltare la fine; inforcò la sella, e si affrettò a Benevento, senza pur salutare il corriere. Questi seguiva ansimante a piedi, da lontano, il suo Re, nè andava capace come dopo tanto durato travaglio, dopo essere tanto carezzato sul bel principio, adesso lo avesse deserto con tanto poca carità su la via; accusava le stelle, se la prendeva col destino, e non sapeva, che, quantunque dica la gente—l'ambasciadore non porta pena, nondimeno se l'ambasciata sia di dolore, non può essere che chi la reca non dispiaccia, perchè l'anima partecipa l'odio della perfidia con quello che gliel'ha svelata, e la ragione in queste cose non entra per nulla.

Arrivato che fu Manfredi nella sua real sede di Benevento, mandò per l'Amira dei Saraceni, Sidi Jussuff, della stirpe dei Ben-izeyen, il quale comparso, e salutato il signore con ogni dimostrazione di rispetto, secondo il costume degli Orientali, gli stette immobile davanti, aspettando il comando. Manfredi ordinava: «D'Angalone, procurate sollecito che le compagnie dei Tedeschi di qui a due ore sieno in punto di marciare per San Germano; tu, Baba Jussuff, fa lo stesso dei tuoi Saraceni: tu sai, che sebbene noi siamo credenti di Sidi Issa, tuttavolta li consideriamo come i più fedeli sudditi nostri; va, dì loro che si apparecchia un breve travaglio, che il Dragone minaccia la luna, ma che Dio grande ha destinato che uscirà più lucida che mai dalle sue branche schifose; nè il vincere pende incerto, perchè non ha egli detto il Profeta:—Chi si pasce d'iniquità trova la sua bocca piena di cenere

L'Amira, conserte le braccia al seno, fatto inchino profondo, accennava di partire, quando il D'Angalone disse rivolto a Manfredi: «Messere lo Re, avete considerato per via qual notte si apprestava? Il cammino che dobbiamo percorrere è malagevole; se la procella ci giunge, ci strazierà l'affanno, nè potremo inoltrarci di un passo.»

«Trista è la fede,» interruppe l'Amira «che si consiglia col tempo: la bestia che Allah ha fatto compagna dell'uomo, guarda il segno e la mano, non il sentiero, e se tra mezzo si sprofonda l'abisso, muore nella letizia della sua fedeltà; l'uomo avrà sortito doni maggiori per esser minore del cane? Tutto ha destinato il Signore, nessuno può fuggire il suo fato; se l'Angiolo della Morte scese dal cielo, ti percuote tanto seduto alla mensa, quanto schierato in battaglia;—tutto ha destinato il Signore, e il migliore d'ogni consiglio è l'obbedienza del Re.»

D'Angalone, a cui quella dottrina della fatalità non andava a verso, voleva rispondere; lo prevenne Manfredi, facendo un atto di sdegno con la mano, ed esclamando: «È destinato; l'Amira vi ha risposto per me.»

Si allontanarono. Rimase solo Manfredi: si succedevano truci pensieri nel suo intelletto con la celerità stessa con la quale in quell'ora si aggiravano i nuvoli pel firmamento, nè meno erano tenebrosi; noi non ne faremo la storia, chè forse volendo noi potremmo. Passate due ore di passione, giunsero, primo l'Amira, secondo il Conte d'Angalone, ad avvertirlo, essere le compagnie saracene e tedesche disposte a partire. Manfredi, dato un grande sospiro, guardò intorno la sala, prese l'Amira sotto l'ascella, e: «Andiamo» disse «dove ci chiama chi in noi può più di noi stessi…. ah! il mio destriero…. io l'ho obliato….»

«Ho provveduto a questo, Messere;» rispose D'Angalone: «egli vi attende bardato alla soglia del palazzo.»

«Gran mercè, Conte; voi avete molto bene operato.»

E scesero. Appena si furono affacciati alla porta, che agli occhi di Manfredi occorse un pietoso spettacolo: su gli estremi gradini, disposti in soave atto di amore, stavano la moglie e i figli suoi:—ei gli aveva dimenticati!—tanto possono le cure del trono che facciano dimenticare all'anima sì gran parte di lei? Nè la luce sinistra delle torce di resina, nè i globi di fumo alteravano punto quelle care sembianze; bene dentro sentivano scoppiare le lagrime, ma per non affliggere il Re sorridevano:—bellezza quasi ideale di tenerezza! Una pace mesta usciva loro da tutta la persona, e si diffondeva sul cuore pei riguardanti; parevano una benedizione del padre, che dal capezzale non lascia ai figliuoli che il retaggio della giustizia: era su que' volti spavento,—era malinconia,—era speranza,—espressione simile a quella del devoto, che, timoroso del giorno dell'ira, inalza una preghiera in espiazione, e nel fervore dell'offerta gli raggia in fronte la fidanza di placare l'Onnipotente vendicatore. Perchè Manfredi abbassa la visiera? Teme egli che sveli la sua faccia il rimorso di averli dimenticati, o la pietà di vederli? Il rimorso, e la pietà, voglionsi ugualmente lodare; quello è proprio della creatura che deve morire, questa conviene anche agli Angioli. Colui che fece la schiatta dei Re, volle che fossero più che uomini;—devono respingere il pianto dal ciglio,—devono non sentire il grido della Natura:—ma lo potranno eglino?—Manfredi si accosta tremante;—non deve tremare, egli è Re:—non è carne quella che lo veste, non sangue quello che gli agita le membra, non anima?…

«Elena! Yole! Manfredino! consorte, figli miei! a che vi state così allo scoperto? non vedete che il cielo tempestoso minaccia, e la bufera sta per iscoppiare?»

«Perchè tu parti senza darci l'addio? perchè tu parti senza menarci con te?»—rispose la Regina con nuova domanda.

«Con me! a perigliare in mezzo delle armi, tra la rabbia di soldati inferociti, tra il tumulto delle battaglie, tra le morti… la fuga?»—e questa parola gli fu come spinta alla bocca, e volendola ritenere gli morì su le labbra.

«Staremo noi dunque lontani dal tuo aspetto a inaridirci nella incertezza più affannosa della stessa sventura, a morire di dolore? Chi fia, che ti consoli senza di me? Se, e Dio nol voglia, tu rimanessi ferito, che si direbbe pel mondo della Regina Elena? una mano straniera ha medicato le piaghe del figlio di Federigo, perchè la sua consorte dimorava lontana dal campo. Ho io tanto mal meritato di te, che tu vogli contaminarmi di così vituperevole onta?»

«Ma tu lo vedi, noi siamo per partire, nè voi potete seguitarne in sella; come trasportarvi? Pochi momenti possono precipitarmi dove non… si può risorgere.»

«Oh! non darti pensiero di questo; ho provveduto: vedi, non sono quelle lettighe?»

«In verità voi impedirete la corsa.»

«No: tu va innanzi, nè aver cura di chi succede; non volgerti nemmeno indietro, noi ti seguiremo da lontano,—ci basterà la vista….»

«M'impedirete il ferire….»

«Ti mostrerò anzi, non dubitare, prima che tu corra in battaglia, questo tuo Manfredino….» (Il Re si curva, impone ambedue le mani sul capo del suo figliuoletto, ed esclama: «o mia speranza!») «e ti dirò che tu lo salvi, ch'è sangue tuo; che nol risparmieranno i tuoi nemici, se cedi….»

«Cedere io? quando ha ceduto Manfredi? quando, donna, ti tornò il tuo consorte dinanzi in sembianza di vinto? Noi vinceremo….»

«E noi, raccolti nella tua tenda, pregheremo il Signore che ti dia vittoria, che non risguardi alla tua fronte segnata dell'anatema, che sciolga quello che legò in terra il suo Vicario, perchè non l'ha legato con la giustizia…. intenda il gemito dei supplichevoli…. protegga gl'innocenti.»

«Non fare, Elena, non fare, che l'Eterno guardi dall'alto la testa di Manfredi; pregalo per te, pregatelo per voi, figli miei; voi siete degni che egli vi ascolti, e vi ascolterà: io mi raccomanderò alla spada.»

E mosse per allontanarsi: gli si gittarono ai piedi, gli abbracciarono le ginocchia, prorompendo in voce di pianto: «Non ci lasciate, padre!—non mi lasciare senza di te!»

«Venite dunque, poichè lo volete, a partecipare dei miei dolori, della mia morte; anteponete alla vita e alla sicurezza vostre, la mia compagnia, ed io vi accetto:—badate, voi gusterete amarezze ineffabili, chè l'amico del misero è più infelice di lui; tardo poi verrà il pentimento, tardi i desiderii,—non mi credete? Io vi compiango; voi non sapete come flagelli la sventura, nè potete conoscere quanta ci travagli la rabbia di amore di sè, che mescolata col sangue ne circola per la vita: sia fatta la vostra volontà. E tu, inesorabile,» e guardò il cielo, «che raguni le tempeste, e regni sul fulmine, tu risparmia a questi affettuosi la vista feroce dei più santi vincoli rotti dal furore dei bisogni dell'anima e del corpo: bene io so che le mie offerte consideri offerte di Caino davanti al tuo altare, e che per me non hai orecchie da ascoltare la preghiera; e se discendi nel profondo, tu sai se per me pregherei;—ma io ti supplico pe' miei figli,—intendi, pe' mei figli innocenti; guardali se sono puri al tuo cospetto, ricercali, nè troverai parte che tu non goda di avere creata. Io ho peccato,—puniscimi; ma non è ragione che questi capi diletti portino il peso delle mie iniquità.»

Così parlava Manfredi sì come disperato del perdono del cielo, ed altamente commosso aggiungeva: «Benincasa! Benincasa! prendete quattrocento lance spezzate, e fate scorta alla mia reale famiglia:—bada, Benincasa, questo è sangue mio, tu pure sei padre, e conosci a prova che voglia dire—sangue mio: a te dunque lo raccomando.»

«Messer lo Re,» rispose il Benincasa portando la mano destra sul cuore, «io ne avrò cura più che se fossero miei figli….»

«Non più:—guardali come guarderesti i tuoi, tanto mi basta.»

Alta la notte, e cupamente profonda, attristava la terra; nè raggio incerto di stella, o di luna, trapelava dai nuvoli che ingombravano lo emisfero:—in così spaventosa oscurità sarebbe stata, non che altro, benedetta la luce del fulmine. Dalla furia del vento che si spezzava dentro le forre dei monti, dal mugghio delle nuvole travolte, usciva un dolore, un terrore, simile al rammarichío d'una moltitudine di tormentati, che si lamenti in diversi suoni con orribili favelle. Taluno per quei montani sentieri avvertito dallo scroscio del torrente di trovarsi sul ciglione della balza, dava indietro gridando al vicino:—qui è morte;—il quale, tentando dall'altra parte, e conosciuto quivi ancora diruparsi la via, rispondeva:—nè qui è vita;—si prendevano stretti per la mano, ed abbassata la testa, puntando la persona, spesso trapassavano illesi il cammino periglioso: molti però percorsero gran tratto carponi; molti si aggrapparono alle rocce, nè le lasciarono, finchè il temporale non rimise alcun poco dell'impeto: vi furono di tali che ebbero fiaccate le gambe, o le braccia, dagli alberi divelti dalle radici, precipitanti dall'alto; ed anche chi percosso sul capo cadde senza anima, ingombro di terrore ai sopravegnenti: nè mancarono di quelli che poco validi di robustezza, e male assicurati delle orme, traportati dalla bufera non sentirono nè pure la consolazione di manifestare ai compagni la miserevole morte con l'ultimo strido;—lo assorbiva lo elemento imperversato, quasi geloso di partire con altrui la potenza della paura,—come risoluto a fare, che nessuno spavento fosse maggiore del suo.

Fra tanto scompiglio il nobile Manfredi montato sopra un generoso cavallo di battaglia, ch'egli aveva tolto a malgrado che l'Amira Jussuff gli avesse fatto osservare essere balzano dal piè sinistro di dietro, e però di tristissimo augurio, procedeva arditamente, affidato all'istinto e al vigore dell'animale; questi, quasi volesse giustificare la fiducia che in lui riponeva il cavaliere, lo portava sicuro con maravigliosa celerità per una via scabrosa, piena d'impedimenti e di pericoli. Gli ufficiali del Re, o per aver sotto più pigro destriere, o per chiudere in petto meno animoso cuore, non gli potevano tenere dietro: egli per lungo spazio cavalcava loro davanti. È fama che le anime dei sepolti lungo quella via sbucassero fuori delle fosse, e recando in mano fiaccole accese lo precorressero trescando una danza infernale, e che il cavallo e il cavaliere nulla temendo di coteste apparizioni si valessero della luce per inoltrarsi sicuri. Aggiunge ancora la Cronaca, che Manfredi avendo esclamato:—abbi i miei saluti, e le mie grazie, qualunque tu sii, spirito infernale, o celeste, che mi rischiari il cammino,—quello splendore allo improvviso cessasse, e indi a poco comparisse uno spettro scettrato, luminoso di un bianco trasparente, come di nuvolo che veli il disco della luna, il quale,—stupenda avventura!—invece di tramandare raggi di luce fosse ricinto di una atmosfera più tenebrosa del buio della notte: rassomigliava lo Imperatore Federigo, come che la sua sembianza non apparisse con precisione descritta,—quasi immagine di sogno, che l'anima non abbia compíto di formare;—non poteva dirsi di vivente, nè di defunto, più tosto di persona desta per forza da lungo letargo, che non ha per anche ben ricovrati gli ufficii della vita.—Afferrava la larva il cavallo pel freno, e con voce, che sebbene superasse lo stridore del turbine, tuttavolta da nessuno fu intesa, fuori che da Manfredi, gridava:—Ben venga il figliuol mio, sono degli anni più di venti che io ti aspettava sopra questa via:—ed alla fine delle parole lo trasportava con tanta veemenza, che il Re, nè credendo nè sentendo di toccare più terra, si avvisasse di correre alla bocca del Vesuvio per essere precipitato dentro l'Inferno: quando ecco rimanersi lo spettro, lasciare il morso, e, protendendo la mano spiegata in atto di respingere, con orribile ululato sprofondare; il cavallo, che fino ad ora se ne andava a rovina, s'impennava; nè per quanto Manfredi v'impiegasse d'arte e di fatica, poteva farlo avanzare di un passo, chè anzi, ricalcitrante, più e più sempre indietreggiava. Sopraggiunsero i cortigiani, e maravigliando che anche i proprii cavalli, aombrando, repugnassero inoltrarsi, cavato un fuoco greco¹ di una lanterna, si misero a speculare per la strada:—un cadavere deturpato vi giaceva traverso; aveva la testa affatto scarnita, meno qua e là qualche straccio di cotenna sanguinosa; la spalla destra divorata fino alla mammella; il fresco sangue diceva chiaro quella strage essersi operata da poco tempo; mostrava il petto macolo dalle pedate dei cavalli, sdrucito in moltissime parti dalle branche e dalle zanne dei lupi, che, porgendo le orecchie, intesero non lontani brontolare, come rabbiosi che avessero loro rotto quel pasto: non vi fu bocca che non mandasse grido a cotesta miseria, non cuore che non sospendesse il suo palpito. Manfredi ordinò che lo togliessero alla paura dei suoi soldati, gittandolo giù pel macchione. Tali, e non altre furono l'esequie che ebbe quell'infelice dai suoi fratelli. Credesi fosse un povero montanaro che andasse di notte per giungere assai di buon tempo in Benevento a vendere certa cacciagione, e prima di terza ritornare a vedere i suoi figliuoli…. Avanti di partire, con essi loro ringraziava la Provvidenza che gli aveva fatto trovare tanta salvaggina, unica causa del suo viaggio….

¹ Il fuoco greco, feu grégeois, fu una delle principali cause per le quali l'Impero di Oriente si conservò alcuni secoli dagli assalti dei Barbari: e' pare che fosse composto di naphta, o sia olio infiammabile tosto che si ponga in contatto coll'aria; e di alcune dosi di zolfo e di pece. Vedi molte particolarità intorno questo fuoco in Gibbon: The Decline and Fall of the Rom. Emp., chap. 52.

Manfredi commosso, non isbigottito, da tante vicende, guardò il firmamento, e minaccioso parlava: «Ben puoi strapparmi la corona del capo, bene anche il senno, pel quale gli uomini mi hanno esaltato,—ma io ti sfido a levarmi la costanza.»

CAPITOLO VENTESIMOSESTO.

IL SARACINO.
MESSO.

                Fuggite, o triste e sconsolate donne,
                Fuggite in qualche più secura parte,
                Chè i nemici già son dentro le mura.

SOFONISBA.

                Ove si può fuggir? Che luogo abbiamo,
                Che ci conservi, o che da lor ci asconda,
                Se l'aiuto di Dio non ci difende?
                             SOFONISBA, tragedia antica.

«No, non ha vinto il Provenzale; egli ha varcato il confine, sì come il mercante che dal contado romano trapassa nel Regno: sieno esse queste le sue glorie! non gliene serbi il destino diverse! questo desideriamo, questo speriamo, questo con ogni intento nostro faremo. Esalti nella grossezza della mente la vergogna di sì fatta vittoria;—a lui non concessero i cieli neppure il pudore, che non manca al ribaldo, di godersi in silenzio il frutto dell'infamia: certo, se così non vince, altramente non vince; conosce al mondo qual guerriero è costui: stanno in Egitto le memorie delle sue imprese, dove seppe ricomprare a contanti ¹ una vita che non aveva saputo spendere combattendo per Cristo. Oh! causa di Dio in quali mani affidata! Poco era il dolore dei Fedeli nel vedere il tuo santo sepolcro in mano dei cani, che tu dovessi aggiungervi il molto più grave di farti contaminare la venerata bandiera da cotesto masnadiero francese? Male si conquistano i Regni con le arti; nè cammino di sicurezza, bensì di vituperio, è quello del tradimento. Su la via che conduce alla reale Napoli ora sorge Manfredi, armato della spada dello Imperatore Federigo, preceduto dall'Aquila, usa per tanti anni di vittoria a riposarsi nel padiglione dei vinti, ricinto dai fedeli Baroni, che a palmo a palmo ricuperarono prima, e poi gli donarono il Regno. Diverse battaglie ti si apparecchiano adesso dalle tue provenzali: qui non sono vassalli difesi dalla sola innocenza, qui non Baroni tutelati dalla sola giustizia; certo, se queste sole ci assicurassero, ora noi ci daremmo per vinti;—tu sei invincibile, e la gente lo sa, contro la innocenza: ma noi assicurano diecimila tra Pugliesi e Tedeschi, tutti i Saraceni di Lucera, mirabile quantità di saettamento, mura inespugnabili, perigliose paludi, monti inaccessibili. Che andiamo parlando noi di paludi, di monti, di baluardi? Siamo noi forse tali che abbiamo bisogno di bastite per usberghi? Forse tanto dall'antica virtù decaduti, che alle anime nostre desideriamo altra difesa che il proprio petto? Dovrà la superbia francese vantarsi della insperata onoranza? La virtù italiana dolersi della inusata vergogna? A noi duole trattenerci perfino in queste finzioni d'ignominia. Nei campi aperti combattevano i nostri padri, e noi nelle aperte pianure sortiamo, andiamo a dare generosa ammenda al fallo di traviati fratelli, facciamo che mal gustati gli tornino i dolci frutti d'Italia, tocche in mal punto le italiane terre; avverso è il clima, mortifero l'aere nostro al giglio di Francia. Qui assorsero, qui vivono, ed eternamente vivranno alla vittoria le Aquile imperiali:—forse che adesso Carlo,—il Re del nostro Regno!—si consiglia con la paura, e ferma di lasciare, senza pure vederle, queste terre donategli da quel suo romano Pontefice: è tardi,—le Alpi non si varcano indarno. Figlio di padre infelice fu quegli che osò guastare il giardino dell'Impero; vedova prima che sposa, l'amante di colui che offese il retaggio dei discendenti di Costantino: di là dai monti oggimai non vedranno che l'esequie degli stolti che si commisero alla audace intrapresa;—abbiano il lutto da che non ebbero il senno; dopo il fatto, anche il folle diviene sapiente: e già il nostro pensiero, lieto dei favorevoli augurii, lusingato dalla gloria dell'evento, gode affacciarsi al futuro, e contemplarvi venerandi per onorata canizie nelle sale dei vostri castelli, festeggiati dai vostri nepoti, instantemente richiesti a narrare la storia di tanti trofei appesi; voi allora li guarderete sorridendo sì come consapevoli di vivere immortali nella memoria dei posteri; e incomincerete così:—Corrono molti e molti anni che una gente di Barbari mosse d'oltramonte a infestare le nostre belle pianure; pregate, figli, la pace a quell'anime, però che anche elleno fossero di battezzati!—e i corpi lasciarono alla pianura, a noi le armi, ai figli le lacrime, e il cordoglio di non poterli vendicare;—avventurosi in questo, che, morendo, noi non potemmo togliere loro la gloria di perire sotto le nostre spade.»

¹ Vedi Capitolo decimoprimo.

In questa sentenza favellava Manfredi, arrivato in San Germano al cospetto dei suoi condottieri; e se così avesse arringato per conseguire gloria di oratore, il suo desiderio sarebbe stato compito, perchè con tanto tumulto di mani percosse e di grida gli applaudirono gli ascoltatori, che pareva San Germano ne sobbissasse. Di quelli poi che applaudivano, non tutti prestavano fede alle cose esposte da Manfredi, ed egli medesimo le credeva meno degli altri: assai in ciò somiglievole alla femmina, che più s'ingegna riparare all'avvenenza delle guance e al decoro della fronte, quando più il tempo insiste a sfiorarle quegli ornamenti di troppo caduca bellezza: nondimeno le sue condizioni non volgevano ancora in manifesta rovina, chè forte davvero era San Germano, ed egli attendeva del continuo a maggiormente afforzarlo; nè risparmiava punto a sè stesso, che di giorno e di notte vigilava le sentinelle, faceva le ronde, premiava i diligenti, i neghittosi con amorevoli detti ammoniva: l'uso delle guerre di quei tempi rendeva il luogo inespugnabile, meno che per mezzo di blocco; ma a questo aveva provveduto Manfredi raccogliendovi vettovaglia sufficiente per due anni, nè il nemico poteva circuirlo per modo, che alcuna via non gli rimanesse sempre aperta alla campagna. Queste considerazioni faceva il Conte di Provenza, e quasi disperava: poteva avventurare l'assalto, e lo avrebbe tentato; tuttavolta troppo gli comparivano forti quelle muraglie, e troppo cautamente guardate, per correre il rischio con qualche speranza di buon successo: se ne fosse, come sembrava, ributtato, avrebbe diminuito l'ardore dei suoi Francesi,—soliti a ingigantirsi nella prospera fortuna, a sgomentarsi oltre il dovere nell'avversa,—perduta la fama d'invincibile che sì l'aiutava. Dalla scemata reputazione vedeva scaturire una serie di mali, di cui il meno grave consisteva nel rinunziare affatto alla impresa;—tante durate fatiche, tante concepite aspettative, i lunghi desiderii, i disegni, commettere all'esito incerto di una battaglia, dove nulla gli avrebbe giovato la esperienza della milizia, nulla i buoni cavalieri armati da capo a piedi con sì grave dispendio, non gli sembrava, nè era prudente: conosceva inoltre benissimo che quei molti Romani, che gli si erano aggiunti, non venivano mica per aiutarlo; solo a partecipare delle spoglie conquistate dal valore dei suoi; e che al primo disastro se ne sarebbero andati come erano venuti, spargendo da per tutto per onestare la fuga, la nuova della sua disfatta, con mentito racconto magnificandola. D'altronde la inerzia non gli nuoceva meno della sconfitta; scarseggiavano i cibi, le casse mostravano il fondo, e i Romani, come abbiamo detto, lo accompagnavano per guadagnare, non per rimettere; se il caso non gli apriva qualche via di salute, ei si teneva perduto. Vero è però che nel volto dimostrava il contrario, e diverso dalla sua natura sorrideva spesso, e qualsivoglia capitano o soldato contemplasse sgomento, lo chiamava per nome, e sì gli diceva:—«Fa core, che abbiamo superato il ponte, e con l'aiuto di San Martino supereremo anche il muro; buono studio vince rea fortuna.»—In questa guisa dava animo altrui quanto più il suo era presso a disperare.

Mentre così Manfredi, a malgrado del suo bel discorso di sortire alla campagna, stava riparato dentro la Fortezza,—non perchè gli mancasse il coraggio, chè anzi ne aveva moltissimo, ma perchè dubitava dei suoi fedeli Baroni;—e Carlo, da che non poteva scoprirsi lione, attendeva con la sagacia della volpe a specolare il momento opportuno, accadde in San Germano una avventura grave in sè stessa, più grave per le conseguenze, e fu questa. Camminavano sopra lo spaldo a diporto molti dei principali capitani del Re Manfredi, tra i quali il Conte Giordano d'Angalone, e l'Amira Sidi Jussuff, favellando, sì come i soldati costumano, delle cose della guerra; e secondo che avviene entrando di un particolare in un altro, il Conte Giordano venne sul discorso dei casi presenti, e con molto savie ragioni dimostrava doversi tra breve sciogliere lo esercito nemico, però che inoltrarsi nel Regno con San Germano alle spalle sarebbe, stata impresa più presto stolta che audace, nè il Conte di Provenza intendeva sì poco di milizia da commettere tanto irreparabile errore; essergli l'indugio rovina, perchè sapeva di buon luogo che stava co' soldati allo stecchetto di vittovaglia e di quattrini; i soldati poi non intendere nulla di promesse; volersi oro per mandarli innanzi, ferro per mandarli indietro; sopra ogni anima al mondo seguitare essi l'antica sentenza, che dove non si guadagna si perde: e qui, aggiunte molte altre novelle, passava a dire come savio consiglio del Re fosse quello di abbandonare Benevento, e accorrere con quante forze aveva in pronto a tutelare San Germano. A questa proposizione rispondeva l'Amira, ch'ei favellava da quell'uomo ch'egli era, ma che però poco rimase che per lui San Germano non si soccorresse; e dove avessero seguitato il suo avviso, la Fortezza, come pare, sarebbe già presa, perchè con Carlo d'Angiò a fronte, ora più, ora meno, poteva benissimo decidere della somma della guerra.

D'Angalone, acerbamente sopportando la rampogna al cospetto di tanti suoi compagni di armi, soggiunse:—non sapere nulla di quanto diceva, mai avere consigliato Manfredi se non a imprese generose; sarebbe stato un tradirlo dove lo avesse trattenuto da soccorrere San Germano; che, salva sua grazia, l'Amira faceva errore. I circostanti prendendo maraviglioso diletto dal garrire di que' due, li circondarono, e follemente curiosi si apprestarono a vedere come sarebbe andata a finire la contesa. Qui noti il lettore, che sebbene l'espressioni salva vostra grazia, salvo l'onor vostro, temprassero alquanto la mentita, nondimeno i più scrupolosi non se ne chiamavano meno offesi, e procedevano senz'altro al duello: raccontano i ricordi del tempo in che Monsignor Lautrec andò a Napoli, un gentiluomo francese avendo detto ad un italiano: salva vostra grazia, l'Italiano non lasciandolo finire lo percosse sul volto; protestando che un gentiluomo onorato non parla mai contro la fama altrui, non afferma l'incerto per vero, nè dice averne buona scienza dove egli non ne sia pienamente istruito. L'Amira però reputandosi offeso: «Voi dunque, Conte,» esclamava «avete commesso tradimento, quantunque io sosterrei per l'anima di mio padre che non siete traditore; non vi torna alla mente, quando per timore di bagnarvi il collare, o di guastare il sonno, volevate trattenere a Benevento il Re, perchè la notte si metteva al piovoso?»

Si levò all'intorno un riso di scherno, divenne il d'Angalone per la faccia di fuoco, e con amare parole riprese l'Amira: questi dal canto suo non si tacque, e tanto si riscaldò la lite, che il Conte senz'altro rispetto gli disse,—che mentiva per la gola, e gliel'avrebbe provato di santa ragione; che se i matti al suo paese si veneravano per Santi, nel suo si bastonavano perchè apprendessero senno; che assaltare uno squadrone di cavalieri era altra cosa che svaligiare una carovana di mercanti; che condurre gli eserciti diversificava dal condurre gli armenti;—e molte altre cose aggiunse, vituperevoli tutte, che l'Amira non si meritava per niente, come quello ch'era uomo dabbene, e molto virtuoso della persona. Ma la collera non misura i colpi, nè le parole; e all'uomo che fa il volto soverchiamente rosso per ira, conviene poi farlo pallido per vergogna. L'Amira, a malgrado sentisse la mentita quanto una stoccata nel cuore, agitando la bocca di un cotal suo riso pungente, riprendeva beffardo: «Messere il Conte come uomo alto misura la sua fede con le nuvole, e pe' suoi doveri se la intende con la luna; davvero, Conte, in quella notte temei che il vento la lealtà vostra spengesse per la via; avanti d'ingaggiare battaglia procurate di convenire col nemico di non dare di taglio, nè di punta,—a non farsi male,—e nella testa non conta:—deh! avvertite a non lasciare il mantello, perchè tornando riscaldato dal campo non vi si geli addosso il sudore.»—E in questo metro continuava. Crescevano attorno le risa, i motti moltiplicavansi infiniti: d'Angalone mal destro a quella battaglia di epigrammi, conoscendo che per uno ne aveva cento, gravemente tollerando lo strazio, non vedendo nè ascoltando più nulla, trasportato dall'impeto alza la mano stretta, e lascia andare così pesante colpo sul volto dell'Amira, che sente spezzarglisi sotto il tenerume del naso, dove per avventura lo colse. Jussuff, comecchè dall'acerbo dolore del corpo stesse per cadere, sostenuto dal molto più acerbo dell'animo, pose mano alla scimitarra; lo stesso fece Giordano, e già venivano al sangue, se non che i comuni amici frapponendosi li trattenevano, solleciti adesso a impedire le conseguenze di una contesa che avevano, aizzando l'uno contro l'altro, a diletto promossa: certo costoro non dubitavano dovesse uscirne tanto male; ma gli stolti non conoscevano che quando le passioni si muovono, non sanno neppur elleno dove prenderanno a posare, e che non essendo concessa all'uomo la facoltà di moderarle, tutta la nostra sapienza si riduce a non toccarle?