Menavano l'Amira sanguinoso ai quartieri, e Giovanni Villani racconta,¹ come i Saraceni, vedutolo così mal concio, e intesane la cagione, tanto sdegno gli ardesse, che tolte le armi corressero addosso ai Cristiani, i quali avendoli ricevuti a visiera calata, ne sorgesse una zuffa fierissima con la peggio dei Saraceni:—la nostra Cronaca però espone che ben essi volevano fare il diavolo e peggio, appiccare il fuoco alla terra, mandare a sangue ogni cosa, e poi ne venisse che cosa poteva venirne; ma lo Amira li trattenne, gridando,—non volere che nessuno fosse sì ardito d'intromettersi nei suoi affari, essere quella privata offesa, e privatamente doversi diffinire; a eterno vituperio gli tornerebbe se altri si mostrasse più pronto di lui stesso a vendicare il suo onore;—si rimanessero;—a chi primo si fosse di un solo passo avanzato avrebbe di propria mano fatto balzare la testa dal busto:—onde, aggiunge la Cronaca, i Saraceni persuasi dall'arringa, in particolare dalla perorazione, consentirono, sebbene di mala voglia, a quetarsi.
¹ Libro 7.
Alla dimane l'Amira, chiamato il suo segretario, gli consegnava una carta molto bene piegata, odorosa di muschio, suggellata di seta verde, e di cera, ordinando la portasse al Conte Giordano d'Angalone. Il segretario avendo fatto lo ufficio, il Conte ruppe il sigillo, e lesse: «Al lodato nella fede di Sidi Issa, e dei precetti della sua fede imitatore Giordano d'Angalone, Conte, della quarta compagnia dei cavalieri tedeschi capitano.—In San Germano, questo dì ultimo della luna di Gemmadi, anno dell'Egira 643.—Ecco, tu mi hai coperto di polvere al cospetto dei nostri amici, mi hai reso impotente a combattere contro i nostri stessi nemici: si legge in alcuna fede, ovvero comandamento del tuo Dio, percuotere l'amico che non ti offende, o che tu primo hai offeso? Si conviene al tuo valore, avendo fama di buon Cavaliere, che tu facci così ai leali servitori del tuo Re? Or sappia Tua Signoria, se sei valente uomo, ch'io ti sfido a uscire dimani dopo nona sul luogo dove mi hai percosso, affinchè noi combattiamo insieme; vieni solo se vuoi, o con tuo seguito, chè ciò poco importa, e ti proverò con spada e con lancia, che non operi quello si addice a valoroso Barone. Se io, come spero, ti ammazzerò, la mia spada riprenderà contro tutti il taglio, che ora per tua colpa non serba tranne contro di te solo: se non vieni, io non ti abbandonerò, sebbene tu fugga oltremare od oltremonti; se non esci, farò che per tutta Cristianità tu sii tenuto per codardo, e timido nel volere di Dio, e nei suoi comandamenti, in quelli dei Santi in santità, e in quelli di tutti i Cavalieri onorati.—Dio grande e Maometto suo Profeta concedano lunga vita, e facciano bene a chiunque leggerà dirittamente questa lettera, come donino breve la via, e la ambasciata gradita a chi la consegnerà al mentovato Conte, capitano Giordano d'Angalone.—Servo di Dio Jussuff della stirpe dei Ben-izeyen, Amira dei Saraceni di Puglia.»
Il Conte Giordano, letto con molta attenzione il cartello di sfida, aprì un suo forzieretto, e, cavatine alquanti agostari, gli mise in mano all'araldo saraceno dicendogli: «Questi terrai per mio amore.» Quindi con voce più bassa aggiunse: «Dirai al tuo signore che sono parato a compiacergli di quanto desidera, che dimani lo aspetto in cortesia alla mia mensa, e levate le tavole entreremo in isteccato, dove Dio darà la vittoria a chi meglio gli piacerà.»
Il caso non potè di tanto celarsi che non giungesse agli orecchi di Manfredi, il quale, molestamente comportandolo a cagione dei tempi, e volendovi, come savio, porre rimedio, venne a far quello che non avrebbe mai dubitato, cioè a renderlo più funesto a sè, e alle cose sue.—Noi non possiamo, per quante meditazioni vi abbiamo fatto sopra, conoscere da che cosa derivi, nè chi la mandi, ma esiste certo una persecuzione, terribile per le sventure che apporta, molto più terribile pel mistero in cui sta nascosta, la quale converte in opera di scempiezza il consiglio della sapienza, lascia al male il suo amaro, toglie al bene il suo dolce, perverte il cuore e la mente, ti volge in danno l'amore dei tuoi fedeli, ti muta in triboli del corpo ogni oggetto che tocchi, in ispine dell'anima ogni disegno che séguiti; disperata persecuzione, che ti opprime come un peso gravissimo imposto su la tua vita mortale, e che, te consapevole, la costringe a sprofondarsi di mano in mano nella terra che la sostiene, finchè le chiuda, quasi lapida anticipata, la bocca del sepolcro.—Il Conte d'Angalone obbedendo ai comandi si presenta al cospetto del Re, si avanza con passi incerti, a testa dimessa, pallido per la faccia, sicuro di avere incorso nello sdegno del suo signore: non ricevendo cenno d'inoltrarsi, di fermarsi nemmeno, ristette a giusta distanza.—più lontana del consueto però:—una volta ardì levare gli occhi per vedere Manfredi (a cuore bennato come giunge sconfortante l'ira della persona reverita!); non gli bastò l'animo a sostenerne l'aspetto; e di súbito li rivolse al pavimento. Stavasi il Re seduto nella severità della sua giustizia, guardando fisso, accigliato, il povero Conte.—Dopo un buon quarto d'ora di silenzio, nel quale parve, al d'Angalone avere attorno tutte le generazioni dell'uomo da Adamo in poi a contemplare la sua vergogna, e mille volte maledì l'ora del suo nascimento, e sentì come s'incontrino pur troppo occasioni per la vita nelle quali, come sommo bene, si desidera la morte, la voce del Re prese a favellare gravemente in questa sentenza: «Lasciamo a voi, messere Conte, decidere, se dal sospetto del vostro Re, o da altrui, dipenda che egli non sappia oggimai più distinguere gli amici dai nemici suoi. Mentre un esercito di Barbari, cupido delle nostre sostanze, intento al totale nostro esterminio, ci sta schierato di fronte, e c'insegna a vigilare concordi se vogliamo salute, v'ha tale che ardisce avvilire con gli ultimi oltraggi un condottiero a noi per onorevole servitù, per lunga e provata fedeltà, dilettissimo; un condottiero che forma la principale forza delle presenti difese, e che dove egli si ritirasse, o tradisse, a noi non rimarrebbe altro scampo che raccomandarci l'anima ai Santi; e questo tale che l'osa, ardisce poi chiamare infame il Conte di Caserta. A voi, Conte Giordano, lasciamo decidere qual di costoro sia più traditore, e meriti maggior nota d'infamia;—se il delitto si misura dal danno, chè certo si misura, questi ne tolse la sua persona con alcune masnade di vassalli, quegli ne toglie ogni difesa, ne precide la via della vittoria; noi, i nostri figli, e i sudditi nostri consegna avvinti al nemico; nè qui si ferma costui, che, con inudito ardire trascorrendo, sprezza le leggi del Regno, sprezza la persona di un Re, il quale prima scerrebbe seppellirsi sotto la rovina del trono, che soffrire nella più lieve parte vilipesa la sua reale autorità; e manda cartelli, e propone abbattimenti, e sotto i nostri occhi medesimi apparecchia le armi. Tanto insolito e grave affare egli è questo, o Conte Giordano, che noi, come savio signore, dubitando che l'ira non ci turbi la mente, e s'intrometta nei nostri giudizii, abbiamo voluto, prima di pronunziare sentenza, consultarvi della vostra opinione: dite.»
«Messer lo Re,» con tardo e interrotto discorso rispondeva il Conte Giordano «io mi confesso colpevole; il cartello non mandai, ma accettai, perchè così doveva fare chiunque porta sproni, e spada di Cavaliere: ogni più grave pena a cui piaccia alla Serenità Vostra sottopormi accetterò con lieto, non che con tranquillo animo; solo vi prego a non volermi di tanto avvilire ai vostri occhi che me paragoniate a quel vituperato Caserta; ciò non meritano, non dirò le mie opere, sì bene quelle dei miei maggiori, in pro della casa vostra eseguite; ciò non la fama per tanti anni illibata….»
E seguitava quasi lacrimoso. Lo interruppe Manfredi con suono assai meno rigido, tuttavolta sempre severo «Ci piace, Conte, la vostra sommissione. Volete rimettere in noi la vostra querela?»
«Non potrei rifiutare, volendo; persuaso che quanto piacerà alla
Serenità Vostra disporre di me, sia secondo i termini dell'onore.»
«Intanto, deponete la spada nelle nostre mani, costituitevi nelle carceri del nostro palazzo; voi siete prigioniere del Re.»
Il d'Angalone, deposta la spada, salutando, partiva. Manfredi, inchinando a bene sperare per l'arrendevolezza del Conte, mandò incontanente per l'Amira, volendo che non passasse quel giorno senza che si fossero composti in pace. Da quell'uomo avveduto ch'egli era, considerando come gli Orientali si lascino sopra gli altri prendere dalle apparenze, chiamò i primarii ufficiali di sua casa, ingombrò di carte le tavole, pose nella prima camera messi, e corrieri; in somma ostentò un gravissimo apparato di faccende del Regno.
Appena l'Amira, senza che lo precedesse l'annunzio, essendo così comandato, ebbe posto il piè nella stanza reale, che Manfredi, licenziati gli ufficiali, gli si fece vicino, favellando in atto cortese: «Ben venga il benedetto nel Signore, Baba Jussuff, inclita stirpe dei Ben-izeyen;—l'aspetto del servo fedele torna gradito al suo Re quanto il profumo della mirra, quanto la pioggia feconda nel mese dei germogli; vieni, siedimi allato, qui alla sinistra: il Re che ode a destra il consiglio dell'Arcangiolo, a sinistra quello dell'amico, e vede, come un segno innanzi alla fronte, il timore di Dio, quel Re cammina nelle vie diritte, nelle vie di coloro ch'egli ha colmato di grazie;¹ i suoi passi volgono alla contentezza, benedizione sarà nella sua casa dai padri nei figli, e nei figli dei figli.»
¹ Tutte le parole che occorrono contrassegnate nel discorso di Manfredi con l'Amira sono ricavate dal Koran.
A questo punto l'Amira accennò con la mano il volto pesto, volendo, per quello che ne sembra, cominciare ex abrupto. Non gli lasciò formare parola Manfredi, che di súbito aggiunse: «Se il Profeta ti compiaccia di quello che ami, noi sappiamo, fedele Amira, ciò che vuoi esporne, e ti abbiamo chiamato per questo: nè il nostro sonno fu nella trascorsa notte come il sonno delle precedenti tranquillo, nè così splendida come altro giorno ci apparve stamane la luce, nè così grato il melodioso mattinare degli uccelli del Signore. Ecco che piacque a lui, che può tutto, amareggiare il suo servo, e abbeverarlo nel liquore dell'affanno;—Dio è grande, sia fatta la sua volontà: il raggio dei Ben-izeyen ha cessato d'illuminare la sua progenie; il fedele Jussuff fu vilipeso dove il Creatore ha improntato nella creatura la sua somiglianza;—ma il corvo è nero alla faccia del cielo, la colomba è bianca; nè il rettile, quantunque di sotto l'artiglio abbia levato la testa, ha offeso la carne dell'aquila; solo ne ha contaminato di veleno le penne. Dio protegge la forza del lione, e il nome del giusto, perchè sono cosa sua, e dimostrazione del suo braccio: pure se l'offesa fu nulla, è grave il peccato; come dal grano della polvere alla montagna, così dal pensiero non compíto nel segreto della mente al più grave misfatto, tutto sta alla presenza di Allah e del suo Profeta, e un giorno tutto sarà pesato, e ogni colpa sconterà la sua pena secondo la sua qualità; così prima che paghino i vassalli a Munchir e Nechir la pena del sepolcro, noi Re della terra siamo deputati a far loro scontare la pena della vita, e noi intendiamo punire l'oltraggio che ti fu fatto per modo che ti chiamerai contento….»
Voleva continuare Manfredi; ma l'Amira, sottraendosi da quel turbine di metafore orientali, alzò la voce gridando: «Schiatta d'Imperatori, degno di madre impudica, degno che i suoi figli dimandino un pane d'infamia al nemico della sua vita, è colui che chiama chi lo difenda nella causa d'onore….»
«Forse è la bocca della calunnia che ti vuol vendicare? È il braccio dell'assassino che toglie a difenderti? Non siamo noi il tuo Muleasso, al quale concesse il Profeta dominio intero su la tua vita, sul tuo avere?…»
«Non sopra il mio onore.»
«Dunque se noi ti chiedessimo un sacrificio in pro dei nostri popoli, e di noi, nulla varrebbero presso te i nostri beneficii, e quelli dei nostri maggiori? nulla aver tratto te e i tuoi dalle montagne di Sicilia, dove avevate stanza e vita comuni con le fiere della foresta?»
«A che rammenti quello che io so, nè mi spiace sapere? io ucciderò le mie mogli, i miei figli, il mio cavallo, il mio cane, e me sopra loro, se tu lo desideri….»
«Noi non vogliamo il tuo sangue, anzi la vita e la fama tua desideriamo; tu vedrai un nobile uomo chiederti mercede innanzi un consesso di Cavalieri, vedrai spargersi il capo della polvere da te calpestata, come di una corona di gloria, vedrai starsi ai tuoi piedi come sul trono dei potenti: che vuoi di più? E' v'ha un confine alla vendetta: che insegna il tuo Koran nel Sura Aaraf? Perdona volentieri, benefica il tuo simile, non contrastare con gl'ignoranti. Non insegna lo stesso il nostro santo Evangelo?»
«Il mio Profeta è il mio cuore. Il Conte ha veduto il mio sangue, egli mi ha coperto di polvere, nè posso perdonargli: ben se tu vuoi posso per settemila anni dare il mio spirito a Eblis, perchè lo tormenti a sua posta; bene pel tempo che Allah condanna i prevaricatori strascinare per tutta la Gehenna la catena dei settanta cubiti attraverso lo zolfo, e le fiamme, ma io non posso perdonare al Conte perchè mi ha coperto di polvere.»¹
¹ Di questa frase spesso usano i Monsulmani, perchè Abulfeda narra nel Libro dell'Egira, che Maometto, fuggendo dalla Mecca le persecuzioni dei Koraiskiti, passò sicuro per mezzo di coloro che avevano spedito ad arrestarlo, spargendo un pugno di polvere sopra le loro teste recitando il versetto del Koran: «Noi gli abbiamo coperti di polvere, ed essi non ci hanno potuto vedere.»
«Rimetti, Amira, nel tuo Re la querela; te ne prega Manfredi.»
«Io l'ho rimessa al taglio della mia scimitarra:» e la trasse luccicante dal fodero mettendola sotto gli occhi di Manfredi «chiedigli ch'ei te la ceda; se ti risponde, è tua.»
«Jussuff, noi lo vogliamo.»
«Lo vuoi? Ebbene, fa che domani in questo turbante mi sia presentata la mano che mi percosse con una carta tra le dita che contenga la supplica del perdono; io te la rimanderò suggellata del mio sigillo; allora io mi chiamerò soddisfatto, e lascerò la querela.»
«Questa è sevizie affricana, nè il nostro Regno andrà contaminato da tanta barbarie. Or via, Jussuff, da che non vuol rimettere in noi la querela, piacciati almeno differirla.»
«Differirla? Sai che sta scritto nel libro del Sapiente?—Quando il trave comincia a guastarsi, e tu lo muta; altramente cadrà sul tuo capo, e su quello della tua famiglia;—se lascerai che il sangue si posi sulla piaga, la morte terrà il frutto della tua negligenza;—dormi su l'offesa, e diverrai degno che l'offesa dorma sopra di te.»
«Dunque va, servo fedele; incita alla strage Saraceni e Cristiani; schiudi di tua mano le porte, e conseguaci al nemico: già in questa terra medesima un empio Amira trucidò innanzi gli altari il glorioso fondatore San Bertario; tu rinnuova il fatto nefando, chè io non sarò meno innocente, nè tu meno scellerato.—Donami, Amira, la tua querela; te ne scongiura il Re.»
«Non posso, figlio di Federigo, non posso….»
Manfredi si levò impetuoso, e afferrando pel braccio l'Amira lo condusse al balcone, dal quale sopra il pendío del monte Cassino si vedevano le rovine della città di Eraclea, mandata a ferro e a fuoco dal furore dei Vandali.—Solenni appaiono coteste reliquie, e veramente degne dei giganti di Roma, i quali non pure emulano, ma co' brani della grandezza loro superano quanto sa elevare di magnifico l'avara ambizione dei tempi moderni.—«Là fu una terra potente,» disse Manfredi «adesso giacciono sformate macerie e sassi: ora corrono quasi sei secoli che una gente feroce scese dai monti, incontrò popoli discordi e gelosi, e trascorse le nostre campagne: vedi,» aggiunse con voce più sonora, additando quei ruderi, «la storia dei fatti dei Vandali si compone di coteste pagine. Tale diverrà San Germano, e per tua colpa; ma quando l'età avrà nascosto la memoria del mio Regno e il mio nome, uscirà sempre da quelle rovine una voce che griderà ai posteri:—Qui fu tradito un valente signore da un servo infedele.»
«Oh se io potessi!… Non posso…. Manfredi, non posso.»
«Or via, poichè teco non vale la preghiera, valga il comando. Mi sono figli i miei popoli, e un giorno dovrò renderne conto a cui gli commise al mio reggimento: in virtù della reale nostra autorità ti ordiniamo di differire questa querela:—è santo, qualunque sia, il comando del Re.»
«V'ha tale che lo negherebbe, figlio di Federigo, ma io non sarò quegli. Ecco,» e così favellando percosse sul pavimento la scimitarra in falso per modo che la mandò in pezzi «ecco, tu mi rompi la spada tra mano, togli al mio braccio la forza, spegni nel cuore lo spirito della vita, e poni dentro di quello la sementa del vituperio; io sono divenuto quasi un non nato, quasi un sepolto; gli uomini mi vedranno, nè mi ravviseranno, perchè gli Amiri dei Ben-izeyen solevano comparire splendidi dei raggi della fama: forse verrà giorno che invocherai il mio aiuto, ed io ti risponderò:—Dammi il braccio che mi hai tolto;—mi chiamerai a nome dell'onore, ed io ti dirò:—O signor mio, come posso ascoltarli? tu mi hai instupidito il cuore, hai chiuso gli orecchi della mia gloria.—Lode ad Allah sovrano dei mondi, sovrano del giorno di giustizia; benedetto tu sii nei tuoi pensieri, nelle tue opere; ma perchè hai voluto che la inclita stirpe dei Ben-izeyen si conchiudesse con tanto avvilimento? Io ti saluto, o Signore, io ti venero con la faccia nella cenere; ma perchè hai spirato all'intelletto del mio Muleasso che mi condanni a cibarmi di fango? Oh! i miei anni fuggono, e vanno via nella tristezza fino all'Inferno;—un giorno avanti che io fossi morto,—il giorno nero sarebbe stato risparmiato agli occhi dei miei. Ah! lo diceva sovente l'anima di mio padre, che il peggio è viver troppo….»—E si partiva sconsolato, nè già lacrimoso, compunto dal dolore, come può sentirlo un cuore robusto, di cui la vista suscita più tosto maraviglia che compassione.
Manfredi stette immobile alcun tempo dopo che l'Amira fu scomparso; poi si battè con la destra la fronte esclamando: «Anima generosa, e degna di me! Ecco, il delitto ha stretto alleanza con la virtù, e s'incamminano abbracciati a rovinarmi dal trono;—i mostri nel cielo già si sono fatti vedere;—questo è il prodigio nella terra… Costanza, Manfredi,—il tuo momento si avvicina.»
«I nemici! i nemici hanno preso la terra!»—Questo grido percuote allo improvviso Manfredi, e lo fa trasalire di terrore. Fosse una finzione dell'anima agitata? No;-ascolta pur troppo un trambusto, un correre precipitoso, un gridare confuso:-«I nemici! i nemici hanno preso la terra!»
La faccia del Re impallidiva quando pensava al pericolo; quando gli si faceva imminente, diventava vermiglia; si adattò intorno ai polsi le manopole di ferro, imbracciò lo scudo, chiamò lo scudiero che gli allacciasse la gorgiera, poi scelse una lancia; del rimanente era armato: in questo modo precipita fuori delle sue stanze gridando a quanti incontrava:—«Signori Baroni, venite almeno a farvi ammazzare onoratamente!»
Lo stesso rovinío di percosse e di gridi giunge alle orecchie della nobile Elena, che angustiata d'angoscia soverchiante giaceva ammalata: le stava seduta accanto del letto la gentile Yole con la fronte posata sopra la destra spalla, e sovente la baciava; Manfredino, seduto ai piedi, di tanto in tanto giungeva le infantili sue mani, e pregava Gesù che desse salute alla mamma.
«Yole! Yole!» disse Elena sollevando la testa «odi tu quello che odo io? parmi grido di battaglia…. Santa Madre di Dio! e' si avvicina: va al balcone, guarda che avventura è mai questa.»
Yole corre frettolosa al balcone, e: «I nemici!» urla «i nemici! madre….»
«I nemici!»—ripete Elena balzando a sedere sul letto.
«Saranno quaranta…. tre paiono i principali: uno ha lo scudo nero con le goccie d'argento, l'altro ha l'impresa di un cuore passato dalle freccie, il terzo porta una bandiera…. bianca…. con aquila rossa…. e la insegna dei fuorusciti fiorentini… Che colpi! misericordia! che colpi! si fanno fuggire dinanzi mille soldati…. quanto sangue bagna la terra!»
«Vieni…. sostiemmi…. tanto che possa vederli.»
«Ecco Manfredi! qual rabbuffo di cavalli, e di cavalieri!… la polvere gli avviluppa tutti…. io non vedo più nulla.»
«Ch'io veda il braccio del Re!»—dice Elena, e si apparecchia a scendere dal letto.
«La polvere si fende… il padre ha vinto… Oh! come fuggono… oh! come ei gl'insegue a briglia sciolta!… già sono lontani… scomparvero.»
Affinchè sia il benigno lettore instruito del come avvenisse questo caso, gli facciamo sapere che fuori delle mura di San Germano, uscendo dalla Porta Romana, e piegando a mancina, si trovavano tra la città e il campo di Carlo, ma più presso alla città che al campo, alcuni pozzi, dove giornalmente scudieri napolitani e francesi andavano ad attingere acqua pe' cavalli, e spesso anche gli stessi cavalli vi conducevano: Carlo avrebbe potuto agevolmente turbare quell'acque; considerando però che le toglieva al suo esercito e non al nemico, il quale d'altronde n'era abbastanza provveduto, si rimase; molto più poi, che da quel mescolarsi di gente sperava, sebbene non ne concepisse il modo, dovesse derivarne qualche buona occasione per assaltare la terra:—uscivano gli scudieri napolitani non già dalla porta grande, sì bene da un usciolo che l'era da lato, il quale oggi non si usa, e gli antichi con proprio vocabolo solevano chiamare postierla, e di subito usciti si richiudeva con saldissime imposte. Sarebbe stata temerità, più tosto che valentia, suscitare una scaramuccia tra gli scudieri, e mentre i Napolitani fuggivano verso la terra mescolarsi con essi loro, tentando di entrare alla rinfusa; nè Carlo osava ordinarla, temendo che, come di manifesta morte, ogni uomo la ricusasse, e anche tentata non riuscisse. Due cavalieri francesi, Boccardo e Giovanni fratelli Vandamme, e un cavaliere fiorentino, Stoldo Giacoppi de' Rossi, insegna dei Guelfi italiani, insieme con altri cinquanta soldati avvezzi alle più risichevoli imprese, convennero di mettersi all'avventura, e il giorno dieci di febbraio essendosi di buon mattino segretamente posti in agguato dentro una fossa, che la notte trascorsa avevano ingombra al di sopra di siepi, che li riparavano a modo di tettoia, stettero ad aspettare che gli scudieri venissero ad attingere acqua. Riuscì il caso come si erano avvisati; perchè i Pugliesi verso il tramontare del sole usciti dalle mura s'incamminarono spensieratamente ai pozzi, dove incontrati i Francesi, cominciarono a insultarli di percosse e di parole, gridando in ischerno del Conte:—«Dov'è il nostro Carlotto? Dov'è Carlotto?»—Gli scudieri di Francia non tennero le mani alla cintola, e cominciarono la più gagliarda scaramuccia che mai fosse stata, la quale, o per essere combattuta senza armi, o per altra cagione che noi non conosciamo, va nelle Cronache del vecchio tempo distinta col nome di badalucco. Adesso gl'insidiatori, côlto il destro, dettero dentro alla zuffa, ed ebbero ben tosto vôlto in fuga i Pugliesi: quei della città vedendoli apparire, aprirono tosto la postierla, perchè trovassero pronto ricovero nelle mura, e quando accortisi degl'inseguenti nemici, vollero chiuderla, non furono a tempo, chè vi si gittarono, perseguiti e perseguitatori, con la foga di un fiume, e con maravigliosa celerità la trapassarono: bene poterono gettare giù la saracinesca, che, piombando con enorme gravezza, circa sei cavalieri francesi separò dai compagni, e forse altrettanti con miserabile strage schiacciò sotto le sue punte di ferro. Gli entrati, nulla curando quel primo sconcio, s'inoltrarono menando francamente le mani:—fuggivano i Pugliesi cacciati dalle armi nemiche, e più dalla propria paura, offrendo la immagine di un gregge, al quale facciano i mandriani mutare pastura. Pervenuti sotto il palazzo reale, usciva Manfredi accompagnato dai più valenti Baroni del Regno: cominciò un molto terribile affronto, nè lungamente dubbioso, perchè i fuggitivi, ripreso animo, voltarono faccia, e dettero aspro rincalzo al nemico. Ogni momento più s'ingrossava la gente intorno ai Francesi, che, oggimai disperati di salute, voltarono le spalle a cui le avevano fatte voltare prima; e sì che la fuga non poteva salvarli, e valeva meglio morire per ferite nel petto; ma se la paura si consigliasse con la possibilità dello scampo, vedremmo spesso quei fatti generosi che or pur troppo occorrono rari.
Il Conte di Provenza, avvisato tosto del caso, però che la Cronaca, quantunque con poca apparenza di vero, racconta come quella imboscata si fosse condotta lui non consapevole, si volse ai Cavalieri che lo circondavano, e favellò breve discorso: «Lasceremo, Messeri, in mano dei nostri nemici i nostri fratelli, perchè furono più valorosi di noi?»—Afferrava la sua pesante mazza d'arme, chè la rimanente armatura per antico costume non deponeva mai quando stava nel campo, e balzò fuori della tenda. Per via narra la fama che dicesse: «O glorioso Barone San Martino di Tours, noi facciamo voto di presentare al vostro santuario un candelliere d'oro massiccio, se ci farete salvare quei nostri virtuosi cavalieri.»
Stiamo a vedere che saprà fare il fiore della Baronia di Francia. Erano giunti sotto le mura a tiro di balestra, i Pugliesi prendevano a bersagliarli; a quella prima scarica molti cavalieri perderono il cavallo, molti cavalli i cavalieri; i susseguenti non potendo fermare i corsieri che venivano via di pieno galoppo, vi traboccarono sopra: ne derivava un súbito scompiglio, una specie di vacillamento su tutta la linea. Carlo però era trascorso avanti, e li precedeva di due o tre aste; si fecero animo, e più arditi di prima gli spronarono dietro. Ecco il secondo saettamento, ecco la seconda confusione;—a quel modo non si poteva venire a capo di nulla: sel vide il Conte, e pensò al rimedio; smonta da cavallo, toglie la sella, e ponendosela su la testa continua il suo cammino verso le mura; lo imitarono i suoi, e per questo ritrovato un po' meglio difesi pervengono alla Porta Romana. Qui sorgeva un tempestare di sassi, di travi aguzzati, e di ogni sorta armi lanciate dagli assaliti; un percuotere irrequieto, spaventoso, delle mazze d'arme dentro la porta e la postierla per parte degli assalitori. Carlo sopra gli altri menava disperatamente traverso la postierla, e ad ogni colpo si vedevano balzare chiodi, schegge, e nuvoli di polvere smossa; nè tutti potendo travagliarsi intorno le porte, presero con temerario consiglio a salire su i muri: quale, non bastandogli la lena di più sostenersi, dirupava per propria gravezza, e strisciando lungo la muraglia vi lasciava la pelle delle mani e del volto, e dopo tormentosa agonia si squarciava percotendo sul terreno;-la umana forma deturpata, gli occhi balzati della testa, il cervello sparso, i lacerati intestini, la faccia, le membra oscene di lividore e di sangue, erano cosa spaventevole a vedersi;—quale giunto agli estremi merli, respinto d'una lancia nel petto, agitando le mani pel vano formava in cadendo una curva nell'orizzonte;—chi rovinava trafitto dalle proprie armi, chi confitto su l'aste altrui; vi furono tali che uccisero nella caduta il compagno sul quale percossero, ed essi per istrana avventura, meno lo stordimento, andarono salvi; spaziava la morte nella pienezza del suo dominio; infiniti si udivano i lamenti, il pianto, e le querele, pure non mancavano le risa, nè i motti piacevoli:—spettacolo nefando era quello, pel quale Dio non ha certo formato la creatura, spettacolo che forse lo fa pentire di averla formata,¹ e pure, per chi lo faceva, una festa: dai cadaveri che precipitavano giù dalle mura, non solo non ne prendevano sbigottimento gli assalitori, ma così mezzo morti li ghermivano pel capo e per le gambe, e sopra altri morti gli accatastavano dicendo taluno:—«In buon punto caduto è costui, che anche uno scalino mi bisognava a salire:»—tal altro proverbiando favellava al vicino:—«Nuove scale sono queste per entrare in castello;»—intanto palla, o pietra, lo infrangeva, e il vicino gli montava sul volto, e a sua posta motteggiava con altri… Schiatta stolida e feroce, che calunnii la belva della foresta, entra nel bosco, e apprendi dal serpente Carità;—tu sei degna della vita di supplizio che hai, della morte di dolore che avrai.
¹ Poenituit quod hominem fecisset in terra. (Gen.)
Adesso, provato con esperimento di sangue che in quella maniera non potevano salire, stavano per ritirarsi i Francesi, quando si alzò una voce a confortarli che gridava:-«La porta è scassinata!» E di vero Carlo insistendo con la mazza d'arme aveva tanto fatto che la postierla era caduta dagli arpioni, e, seguitandolo i suoi, aveva varcato il limitare: al punto stesso ch'ei passava, una grandine di quadrelli lo cinse per la persona senza offenderlo, perchè era destinato; tuttavolta una delle freccie imbroccò nella vista dell'elmo al giovane Jonville, nel quale dubitava la gente se fosse maggiore o la cortesia dei costumi o la prodezza della mano, ed oltre fulminando gli traforò l'occhio sinistro, gli ferì il cervello, e cadde il gentile amareggiato non dalla sua morte immatura, ma dalla rimembranza dello antico genitore che lasciava diserto nel vasto castello dei suoi antenati.—Povero padre! e sì che di tanti figli non gli rimaneva che quello, e in lui solo viveva, in lui sperava, lui conforto della tediosa decrepitezza (conveniente vestibolo della morte) s'imprometteva; ed era pur pietà serbarglielo! Il buon vecchio già nel suo segreto gli preparava in isposa la figlia del vicino Barone, a cui riseppe che prima di partire aveva favellato di amore sotto la quercia,—e volle vedere questa quercia.—ed aveva trovato su la corteccia inciso i nomi degli innamorati, e traendo il pugnale, sopra quei nomi con mano tremula di anni e di gioia aveva impresso il suo, quasi mano imposta per benedirli:—povero padre!—Gente mercenaria e straniera lo composero dentro la bara, e il suo castello ebbero i consorti, che la vicina parentela in nessuno altro modo seppero dimostrare al trapassato, se non che coll'escludere i congiunti più lontani dalla eredità.—Forse fu compassione del giovanetto,—forse paura della propria esistenza, che vinse i Francesi sul limitare della mal varcata postierla; volge la testa il conte Carlo, li conosce atterriti, e: «Parvi» esclama «sia questo passo da non pagare gabella? è soddisfatto il pedaggio, andiamo avanti sicuri.»—Dio eterno! ridevano, e lieti calpestavano il corpo del trafitto fratello.
Superata la porta, mancava a vincere la saracinesca: riprincipiava lo strazio, chè i Pugliesi traverso le fessure scagliavano dardi senza posa, e i Francesi non avevano balestre da rispondere; si arrovellavano intorno ai pali, e di così rabbiosi fendenti li colpivano, che dove non fossero stati foderati di rame, rotti in mille stiappe, avrebbero dato l'ingresso: ma il rame resisteva all'impeto; i vani conati accennavano quello essere disperato travaglio, che non poteva, se non con tempo e pena infinita, condursi a buon termine.
Si aggiungeva a smarrirli altra avventura: i Vandamme, Stoldo dei Rossi, e lo scarso avanzo dei compagni, fuggivano a dirotta verso la porta; quando vi furono vicini di circa venti passi, veduta la saracinesca calata, conosciuti i compagni, vergognando di essere stati côlti in quell'atto di fuga, sapendo ogni via di salute chiusa, si misero in abbandono del corpo, e urlando ferocemente si avventarono contro gl'inseguenti:—e' fu indarno; sopraggiungeva tempestando Manfredi, da ogni lato sboccavano feritori, e facevano pressa all'intorno. Dopo alcuni momenti di zuffa bestiale, in che combatterono perfino co' morsi, smarrita la lena, lanciarono quelle armi, che erano loro rimaste, per aria, e chiesero quartiere: se giungesse amara la vista a quelli che stavano fuori della saracinesca, sel pensi chi legge; vi fu un Barone che giunse a tanto acciecamento, che internò la mano armata di scure nelle fessure, pensando di poter ferire nella zuffa che si combatteva a venti e più passi di distanza da lui; un fendente calato da Giordano Lancia, che gli recise il braccio alla giuntura del gomito, gl'insegnò a non introdurlo mai più nelle fessure delle saracinesche, e la Cronaca ricorda che ne facesse senno pel séguito. Adesso si avveravano i timori del Conte di Provenza;—pensava a ritirarsi;—per valore era perduta la impresa,—rimaneva la fortuna.
Calava la sera. Manfredi, ricevuti prigionieri i fratelli Vandamme, Stoldo con sei dei cinquanta che si avventurarono al rischio, voleva ordinare che si alzasse la saracinesca per fare impeto contro il nemico, e ributtarlo lontano dalle mura: all'improvviso ode alle spalle un correre imperversato di gente, un gridare incessante:—«Il nemico!—il nemico!»—volge la faccia, e mira sventolare sul torrione della porta del Rapido una bandiera che non gli sembra la sua; aguzza lo sguardo, si frega gli occhi, rimira, e: «Se Dio ci aiuti,» domanda al Conte Calvagno, che gli stava da presso, «cotesta non mi pare la nostra bandiera: guardate un po' voi, Conte, che l'aria è fosca, e noi non iscorgiamo bene.»
«O signor mio! » risponde il Calvagno voi non siete punto ingannato; azzurra è la bandiera, ma dentro vi sono i gigli di Francia.»
«Come può esser questo? Non vi stanno i Saraceni di guardia?»—e spronando a gran furia s'indirizzava a quella parte.
Mentre che Manfredi cavalca per sapere il caso, noi senza muoverci lo racconteremo. Guido da Monforte, il meglio avveduto maestro di guerra che avesse lo esercito di Francia, e, per essere del continuo al fianco del Conte, partecipe di ogni suo più riposto consiglio, vedendo combattersi la impresa dalla quale aveva sconfortato il suo signore, pensava, da che s'era incominciata, ad operare per modo che riuscisse quanto meno potevasi funesta ai Francesi; quindi è che tolse seco alcune compagnie di Borgognoni, al punto che infuriava la battaglia davanti la porta, circuì San Germano, guadò il fiume Rapido, e si presentò inosservato alla porta di questo nome;—più si avanzava, meno intendeva rumore; alzò la fronte ai merli,—nessuna sentinella; guardò il torrione,—guardia nessuna; si maravigliava, procedeva cauto, sospettando qualche imboscata; giunge alle mura.—non vede persona; drizza le scale, cominciano i Borgognoni a salire,—non si affaccia persona; montano su i merli,—sono deserti.—«Dio gli ha acciecati!»—esclama il Monforte divotamente:—«Dio gli ha acciecati! «—ripetono i soldati, e vanno oltre. Munisce le mura, mette i più valorosi nel torrione, e vi pianta la bandiera; scende, apre la porta, e spedisce messi al Conte che si affretti a venire, esser presa la terra. La nuova giungeva a Carlo al momento in che stava per uscirgli di bocca il fatale comando di ritirarsi; riprese l'animo già decaduto, e poichè per quel giorno l'aveva con San Martino: «O glorioso Barone,» esclamava segnandosi «due saranno i candelieri d'oro che sacrerò al vostro tempio di Tours, e di venti libbre per ciascheduno!»—Anche i suoi ripresero animo, ed egli ordinando che facessero sembianza d'insistere da quella parte, accorre là dove la fortuna aveva combattuto per lui.
Manfredi ascoltava per via, come sparsa fama tra i Saraceni del rifiuto ch'ei aveva fatto allo Amira di concedergli campo contro Angalone, abbandonassero i posti, e si riducessero nei quartieri a piangere sul corpo di Jussuff, quasi che fosse sepolto; come i nemici prevalendosi della occasione scalassero le mura, e se ne fossero impadroniti: si turbava, non si avviliva per questo, e affrettandosi alla fazione passava sotto i quartieri dei Saraceni, e chiamava: «Jussuff! Jussuff!»
«Che domanda il Muleasso dalla bestia che parla?» risponde l'Amira, comparendo alla terrazza con volto disfatto.
«Non te lo aveva predetto? i nemici per te sono dentro le mura, esci alla riscossa….»
«Come posso fare se non ho spada?»
«Io ti darò la mia.»
«E il braccio chi me lo darà?»
«La battaglia.»
«E il cuore?»
«Io te lo strapperò se una volta ti giungo,» grida stizzito Manfredi «o maladetto nell'anima di tuo padre, nella santità della tua fede!»—e rompendo gl'indugi trasvola cupido di venire a battaglia.
Ecco sorge in diversa parte con diversa fortuna il conflitto;—la notte, diventata del tutto oscura, lo rendeva più spaventoso:—i Francesi se per sorpresa s'impadronirono della terra, adesso si mostravano degni di averla potuta superare col valore; respinti non si smarrivano; saettati di sopra, dai lati, di fronte, con maravigliosa intrepidezza tornavano all'assalto:—non era questa battaglia ordinata; infiniti affronti particolari, combattuti per le vie e per le piazze; ogni capo di strada presentava nuova difesa ai Napolitani; ogni casa fortino: suonava nel buio aere per ambedue le parti altissimo il grido di guerra:—Mongioia! Mongioia! Viva Francia, e San Martino!—Svevia! Svevia! Viva Manfredi, e l'Aquila imperiale!—Ardevano gli animi già tanto inferociti, e senza distinguere gli amici dai nemici badavano a tagliare chiunque cadeva lor sotto.—A terribili tenebre succedeva terribilissima luce: sorgeva lo incendio; appariva una scena degna di essere contemplata dal Demonio; armi, uomini, animali a rifascio; la sembianza del morente più compassionevole dal lume sinistro, quella dell'uccisore più minacciosa; braccia e spade luccicanti, quasi sospese nel vano, scaturire dal buio, piagare, e involarsi; volti di caduti che alle scosse del dolore talora si nascondevano nell'ombra, e talora comparivano al riverbero delle fiamme, ad ogni istante mostrando essersi accostati di un passo alla morte: atti supplichevoli tronchi da fiere percosse, e le percosse vendicate da peggiori omicidii; il sangue chiamava sangue: chi uccideva di fronte spesso cadeva trafitto da tergo:—nè i cavalli imperversati menavano danno e paura minore dei cavalieri (tutto alla scuola dell'uomo si perverte); furiavano traverso la battaglia nitrendo, e parea che dalle narici dilatate fiutassero l'odore della strage; laceravano co' morsi, rompevano scalpitando; le zampe fino alla prima giuntura avevano ingrommate di sangue. Prevale l'incendio nella forza della rovina; però che con lampade siffatte conduca le sue _lucubrazioni_¹ la guerra.
¹ Lucubrazione è voce latina, non si trova su gli antichi vocabolarii; l'hanno ammessa i moderni, l'adopera l'illustre Botta tra gli altri luoghi al Libro II della Storia d'Italia: vale propriamente studio fatto di notte.
È da credersi che dove i Pugliesi non avessero rimesso un po' dell'animo loro per la presa inaspettata della terra, o pel timore che i Saraceni volgessero le armi contro Manfredi non si fossero avviliti, sarebbero stati vincitori; ma sfiduciati al punto in cui maggiormente abbisognavano di costanza, e con valore stupendo feriti dai Francesi sovvenuti del continuo di gente fresca, cominciarono a piegare: solo si reggevano nella contrada dove combatteva Manfredi; pure anche in questa assaltati dalle vie circonvicine, venute in potere del nemico, voltarono le spalle gridando:—salva chi può.
Allora cominciava un miserabile eccidio: le spade nemiche gl'incalzavano con ardore bestiale; quanti incontrarono resistenti, o cadenti, trucidarono; la età non salvava; il sesso incitava alla libidine, non alla pietà; dopo gli ultimi oltraggi, quelle sciagurate donne tagliavano. A noi non concede la mente di narrare lo sperpero commesso in quella notte dalle armi francesi, comecchè sappiamo che la più parte delle storie degli uomini sia composta di questi fatti; basti sapere che tra i morti per ferro e tra i morti per fuoco, sommarono le anime a meglio di diecimila.
Manfredi, travolto nella fuga dei suoi, conoscendo la voce della paura essere diventata più potente della sua, desideroso morire di ferita nel petto, fa un ultimo sforzo, e volta il cavallo. Avrebbe incontrato quello che andava cercando, perchè distinto dall'Aquila d'argento che portava per cimiero, contro di essa si sarieno rivolte le spade nemiche, se una nuova gente, da lui mai più veduta, sboccando dalla via che mena alla porta dell'Abruzzo, non lo avesse circondato gridando:—Svevia! Svevia!—Un Cavaliere gigantesco che teneva su l'elmo una Lupa gli si accostava, spingendo il cavallo a slascio traverso la pressa: e curvatosi dall'arcione, gli diceva in fretta: «Messer lo Re, la terra è presa, il Provenzale soverchia: se fossimo giunti avanti, vi avremmo fatto vincere; adesso non possiamo che salvarvi:—voi non ci conoscete, ma noi siamo vostri amici.»
—Dunque non è anche l'ora,—pensò Manfredi; poi rispose al
Cavaliere: «Gran mercè, Barone; da che siete venuto, vi accetto;
a Benevento potremo sospendere anche una volta la fortuna di
Carlo.»
«E se a Dio piace, superarla!» soggiunse lo sconosciuto. Quindi levando la voce che superò lo schiamazzo che si faceva d'intorno, ordinava ai suoi si serrassero, ponessero le lance in resta, e così andassero avanti. Quel battaglione di ferro si avanzava sfondando quanto gli si opponeva; lento lento, come un carro pesante, si approssimava alla porta dell'Abruzzo, conosciuta ancora col nome di San Giovanni.
«I miei figli! la Regina!»—urla all'improvviso Manfredi, e senza dire parola al Cavaliere che gli cavalcava al fianco riprende il cammino che aveva percorso. «I suoi figli!» s'intese al tempo stesso da una voce che partiva di mezzo allo squadrone «salviamoli.»
Il Cavaliere, che pareva il capitano, comandava alla masnada si cacciasse dietro Manfredi, e lo difendesse fino all'ultimo sangue. Bruttissimi fatti vedevano in passando, e degni di vendetta; pure, come chiamati da più grave faccenda, non li vendicavano. Alla svolta della piazza di Santa Maria delle cinque Torri ne contemplavano al chiarore dell'incendio uno incomportabile:—sopra un trafitto plorava, mettendo angosciosi guai, una bella giovanetta (se fosse moglie, od amante, non si sapeva); singhiozzava forte, e tra i singhiozzi con dolcissimi nomi lo appellava, e gli teneva discorsi, come se quello fosse stato un convegno di amore; così veemente l'agitava la passione, che fingendosi il cadavere a quel modo che le s'era presentato alla mente nei giorni felici, non lo vedeva adesso lacero per mille piaghe, livido d'infinite contusioni: aveva le labbra pendenti, immobili, sparse di bava sanguinosa; nondimeno ella vi accostava le sue, e ve le figgeva quasi a libarne il liquore della voluttà. Stava appresso alla dolorosa un soldato, e le diceva asciugasse le lacrime, morto un papa crearsene un altro, e con tali altri argomenti la consolava ch'io non li voglio dire: alla fine, conoscendo di non far frutto in quella guisa, l'afferrò per le trecce, e brutalmente la strascinava. Oh! quale era la faccia della meschina! Oh come stendeva le braccia al trapassato! Con quanti conati s'ingegnava colei per sottrarsi alle braccia che la menavano! I cavalieri che correvano dietro la posta di Manfredi levarono un grido, passarono via: solo uno uscì di fila, e spingendo in abbandono il destriero arrivò improvviso alle spalle del soldato, e levando più alto che poteva la destra, e acconsentendo con tutta la persona, di tale un colpo lo ferì su l'elmetto, che la mazza d'arme, spezzati i cerchii di ferro, s'internò più che mezza nel cranio; una vena di sangue gli spicciava bollendo dal capo…. barcollava…. cadde,—nè la mano abbandonò le trecce della giovanetta, anzi stringendo rabbioso gliene svelse gran parte; i bei capelli che scaturivano dalle dita, attestavano la sua brutalità, sì come il cranio fesso il castigo. La tapina donzella ricadde bocconi sul morto, o riprese il lamento più fiero di prima.
Ora non torni grave, di grazia, se adoperando un privilegio comune ai Novellatori, noi, per tornare un passo indietro, dobbiamo alcuna cosa raccontare della Regina Elena, e dei suoi figli.
Corrado di Pierlione Benincasa preposto alla custodia del palazzo reale di San Germano, conosciuta disperata la difesa della terra, maravigliando di non vedere comparire Manfredi allo scampo dei suoi, e però timoroso che fosse rimasto ucciso, ragunati in fretta quanti cavalieri stavano in palazzo, favellava: «Signori Cavalieri, chiunque tra voi desidera comperare la vita con la vergogna, esca immediatamente, e vada a ricovrarsi ove la coscienza gli detta; chi poi ama restare fedele al suo Re, sappia che non gli rimane altro che una morte onorata.»
Rispondeano volere serbarsi fedeli a Manfredi, non temer la morte, sì bene spaventarli il vituperio. Corrado esclamava commosso: «Protegga il cielo, a cui piacciono i generosi fatti, la valentia, e fedeltà vostre.» Quindi rinforzava le porte, disponeva i soldati, e commettendosi intero ai voleri della Provvidenza, sovente a lei si raccomandava. Fatto quanto conveniva a savio capitano, si conduceva dalla Regina.—Vacillava il servo fedele salendo le scale, piangeva, e giungendo le mani di tratto in tratto, tra i sospiri prorompeva: «O casa del nobile Manfredi, in quanto abbassamento caduta! » Alle damigelle, e ai fanti, che gli si paravano sul cammino, e gli domandavano ansiosi: «Che nuove, Messere?» rispondeva: «Raccomandatevi a Dio; «—e passava oltre. Giunto alle stanze della Regina, si fermò, terse le lacrime col rovescio delle mani, e bussò sommesso: gli apriva Gismonda; entrava Corrado ostentando fermezza, ma quando vide la famiglia del suo signore, non potendo frenarsi, dette in uno scoppio di pianto, e s'inginocchiò a piè del letto dove giaceva la Regina.
«Che è questo, Gran Cancelliere?»—domandava la nobile Elena.
«Madonna, la terra è presa….»
«Presa!—e Manfredi?» Corrado non rispondeva. «Vergine gloriosa! sarebbe egli morto?»
«Morto!»—gridarono a un tempo Yole e Manfredino.
«Morto non so, Madonna…. e vivo nemmeno…. pure per noi è morto perchè non ci soccorre.»
«Avrà abbandonato i dieci per salvare i cento. Rimane scampo nessuno, Cancelliere?»
«Nessuno.—Or che faremo?»
«Gismonda!» con voce altera chiamò la Regina «portatemi la clamide reale, e la corona.»
Le furono portate; se ne ornò le spalle e la testa, dipoi scese dal letto, si compose con bel decoro sopra un sedile, si pose i figli a destra e a sinistra; quindi parlava a Corrado: «Vedete, Cancelliere, quello che a noi rimane sappiamo,—morire da Regina; se noi fossimo Cavaliere, non avremmo dimandato a persona quello che dovremmo operare.»
«Nobile Madonna, non parlate così, chè a me, e ai miei ho provveduto secondo i termini dell'onore: solo sono venuto a ricercarvi, se a voi fosse nota alcuna segreta uscita per mettervi in salvo, e ad avvertirvi che mentre noi difenderemo la porta del palazzo, voi, e i vostri figli, fuggiate dalla rabbia nemica.»
«Noi non conosciamo mezzo alcuno di salute: e quando anche lo conoscessimo, dovrebbe bastare per tutti, o per nessuno.»
«Magnanima! Addio dunque, mia dolce signora: state pur sicura che a voi non verranno i Francesi se non per questa via,» e si toccò il petto. «Piacciavi intanto ch'io possa esser degno di baciare per l'ultima volta la real destra, e assicurarmi della grazia vostra, se mai feci cosa che tornasse in dispiacere alla Vostra Serenità;—del resto rammentatemi nelle vostre orazioni.»
Tolse in collo Manfredino, lo baciò su la fronte, e riponendolo in grembo alla madre, supplicava con devoto fervore: «O Gesù per noi crocifisso, fa che il tuo servo possa salvare questo innocente fanciullo!—Sentite, sentite, l'assalto è già cominciato, bisogna ch'io vada.—Svevia! Svevia, Cavalieri!»—gridò correndo verso la porta, dove arrivato si voltò alla Regina iterando la preghiera: «Raccomandatemi a Dio.»
Durava da un'ora l'assalto; ma quantunque i Baroni pugliesi tenessero il fermo con ammirabile costanza, si vedeva chiaro che non potevano durare più a lungo: quando all'improvviso i colpi nemici cominciarono a farsi più rari, poi a cessare del tutto; anzi sentirono che si sbandavano alla dirotta, e dopo alcuni istanti con incredibile gioia suonare da per tutto: «Viva Manfredi!»
«Aprite al Re!»—urlavano cento voci; e quelli, riconosciuta l'Aquila di argento, schiudevano la porta. Entrava Manfredi accompagnato da pochi cavalieri; i rimanenti si fermavano avanti la porta; si inoltrava palpitante, trascorse la corte, giunse alla scala;—era buio,—nel porre il piede sopra il primo gradino inciampa in un corpo,—sorge un gemito profondo, e un lamentare sommesso, che diceva: «Chi mi calpesta?»—Vengono le torce; Manfredi riconosce nel moribondo il fedele Benincasa:—ferito mortalmente di una freccia nel petto, erasi il leale Barone quivi condotto per morire tranquillo.
«Corrado, mi riconosci?» gli domandò pietoso Manfredi.
«Ah! se vi riconosco?» rispose il moribondo levando le pupille velate «voi perdete un fedele… ed io… muoio contento di aver salvato il vostro sangue….»
«No, tu vivrai, Corrado! » proruppe Manfredi, e si curvò sul giacente… aveva esalato l'ultimo fiato: una lacrima scese sul volto del morto dal ciglio del Re, che si allontana, prorompendo in singhiozzi convulsi.—Allorquando il Provenzale si fu impadronito di San Germano, la plebe stolta, per piacere al nuovo signore, cinse di un capestro il collo del fedele Benincasa, e lo strascinò a vituperio per le strade della città,—solito premio che gli uomini sogliono dare alla virtù sfortunata!—Il tempo però che rende a tutti le sue giustizie ha ormai sentenziato se in quel momento l'avvilito fosse Corrado Benincasa, o il Conte di Provenza, che vide cotesto scempio, e potendo nol volle impedire. Certo io ho fede che l'Angelo della Vendetta gli notasse quell'opera, e che fino da quell'ora Carlo d'Angiò si rendesse degno dell'ira divina, che così acerba lo colse nei Vespri Siciliani: se così non fu, io mi dispero sul destino della creatura.
Udiva la famiglia del Re Manfredi i passi accelerati che si dirigevano alla sua volta; udirono toccare le imposte; si nascose Manfredino dietro il manto della madre, gittò un grido Gismonda, sorse la Regina, e Yole le si fece appresso per sostenerla.
«Non bisogna….»—parlò la nobile Elena rimuovendo da sè le braccia della figlia, e si atteggiava in altera sembianza.
Si spalancano le imposte…. «Vergine benedetta! Manfredi!»—Il Re non proferisce motto, corre verso la Regina, si pone la spada tra i denti, e cingendo del braccio diritto la moglie, del manco il figliuolo, li porta fuori della stanza.
Un Cavaliere, avvenente di forma, comechè vestito di ferro da capo a piedi, quel desso che aveva salvato su la piazza la dolorosa dalla rabbia del soldato, si accosta a Yole, e le porge la destra;—si tinge di rossore la modesta, e sdegnosa repugna;—le si avvicina il Cavaliere, e le dice una parola.—Che le ha egli detto? forse l'ha toccata con qualche breve di magia?… non so; ma ella gli si avventa al collo dimentica del verginale decoro, sì come donna innamorata; egli la stringe col manco braccio alla cintura, e levatala da terra se la porta dietro Manfredi. Qualunque fosse la passione che in quel punto agitava Yole, non valse però a vincere in quell'animo gentile la cortesia per la quale andava famosa su tutte le damigelle d'Italia; quindi è che non anche toccava la soglia della stanza, che volse la faccia, e parlò: «Dov'è Gismonda?»
«Eccomi!» rispose la damigella, che tratta da un altro Cavaliere le camminava vicina; «io vi vengo dietro, mia dolce signora.»—Yole le sorrise, e parve contenta.
Scendendo le scale, il Cavaliere che teneva per cimiero la Lupa, scorgendo il Re impacciato nel portare la Regina e il figliuolo, gli favellava: «Monsignore, così non potete durare.»
«O come ho a fare io?»
«Datemi il figlio.»
«Il figlio! tu vuoi il figliuol mio? s'io te lo do, lo riporrai sano e salvo nelle braccia paterne?»
«Spero…. almeno egli non morrà prima di me.»
«Prendilo dunque!»—e glielo porse. Il robusto Cavaliere lo sollevò con la destra, e siccome il fanciullo nel distaccarsi dal padre menava un lamento, lo rampognò così: «Non piangono i figli dei Re.»—Allora Manfredino si tacque, e il Cavaliere se lo adattò sul braccio sinistro dicendogli: «Tenetevi stretto al mio collo:»—la qual cosa avendo egli fatta, lo ricoperse con lo scudo per modo, che da nessuna parte poteva essere offeso. «Ora potete dormire perchè siete sicuro,»—soggiunse, e si precipitò giù per le scale, che, per non funestare gli sguardi dei Reali di Napoli, aveano sgombrato del cadavere del povero Benincasa.
Uscivano all'aperto;—i nemici erano scomparsi. Da lontano s'intendeva un cozzare di spade, un gridare confuso Svevia! Mongioia! Stupivano, non s'immaginavano che cosa potesse essere; si valevano della buona occasione, e montati in sella, tolte in groppa le donne, spronavano verso la porta di San Giovanni. Senza incontrare avventura che meriti di essere raccontata, pervennero alle mura, le passarono, e si cacciarono alla campagna, gridando sovente con allegre voci: «È salvo il Re!»
Manfredi, spesso ricorrendo con la mente ai casi avvenuti in quella notte memorabile, esclamava tra contento e turbato: «Anche la sventura a qualche cosa è buona; s'ella non fosse stata, io non avrei mai conosciuto questi fedeli che mi circondano.»
Mi volgerò io a contemplare per l'ultima volta la vinta città? Mi volgerò,—che l'Angiolo non me lo ha vietato sotto pena di tramutarmi in istatua di sale.—Ecco, ella arde come Gomorra; l'una colpevole di ribellione al suo Dio, l'altra colpevole di fedeltà al suo Re: le dico ambedue colpevoli, perchè altramente non saprei andare capace, come una stessa rovina le percotesse, Poc'ora d'incendio abbrucia opere intorno alle quali sudò anni interi la industria; le dimore del superbo, i poveri ricoveri, cadono adesso nella comunione della distruzione: vi furono figlie stuprate sotto gli occhi dei padri, mogli sotto quelli dei mariti, e guai a loro se facevano cenno, se mettevano un grido, un gemito; i cittadini, parteggianti per Carlo o per Manfredi, purchè doviziosi, rubati; le case saccheggiate, i repugnanti uccisi, i paurosi scherniti; e sì che il Conte di Provenza diceva a cui ci voleva credere, essere venuto a levare dal collo dei Pugliesi quella oppressione sveva, e si faceva chiamare liberatore. Le cose e le persone sacre nulla meglio rispettate; sacerdoti venerabili per santità, per anni e per dottrina, dalla proterva soldatesca manomessi; monache con sacrilega inverecondia su i gradini del santuario contaminate; i voti dalla divozione dei Fedeli appesi alle immagini, se di oro o di argento, intascati; se di cera, lasciati stare; le stesse immagini dei Santi, se di metallo prezioso, arruffate; se dipinte, lasciate stare.—Che più?—refugge l'animo al fiero racconto:—diffusi i sacri olii per terra, o consumati in ungersi le barbe; sparso sul pavimento il mistico pane, ghermivano i ricchi vaselli per quindi giuocarseli a zara, o Dio sa in quale altro uso disperderli:—e sì che il Conte di Provenza protestava essere venuto a ristorare la Religione del Regno, e si diceva figliuolo primogenito della Chiesa.
Ecco come da rimotissimi tempi costumano gli italiani uomini ricevere la libertà.—Assicura la gente cosa preziosa essere la libertà, ed io di leggieri concorro in questa sentenza, considerando il grave prezzo di averi, e il molto più grave di vite che ne ha finora sborsato;—tratta dalla ingannevole lusinga, non badò la tradita, se legittimi mandatarii fossero coloro nelle cui mani sborsava… essi furono falsificatori:—ella pagò male le tre, le dieci volte,—e sempre; peggio per lei: chi non ha il senno, abbia la pazienza. Tanti misfatti si commisero a nome di questa libertà; in tante e sì strane forme si è presentata al mondo ingannato, e ingannatore; così sovente ha nascosto il volto della stessa tirannide,—che oggimai ho fede non viva uomo di sano intelletto che al solo intenderla rammemorare non si sgomenti: e però quell'intemerato Parini, che ai suoi tempi l'aveva veduta tragica, e comica, e democratica, e aristocratica, e consolare, e fescennina, e perfino ballerina, allorchè tenevasi in sua presenza proposito di lei, interrogava tutto smarrito:—Libertà! di che sorta?—Queste opinioni stanno qui con la medesima convenienza dell'orazione di Tizio nell'Inferno, che conforta gli eternamente perduti ad apprendere giustizia: non v'è cera che turi le orecchie all'umana imbecillità; elleno stanno aperte alla prima Sirena che voglia susurrare dentro di quelle la canzone della frode.
Nè si presuma essere diventati in nulla migliori; siamo i medesimi di tre e cinque secoli passati, strascinanti di età in età la soma del vituperio sul basto della ignoranza. Mancano i fatti nequitosi? segno è che manca chi inciti, non gli animi, non le voglie pronte a commetterli; imperciocchè la più parte di noi non abbia nemmeno volontà propria a mal fare, e penda sospesa ai confini del vizio e della virtù, aspettando la spinta per traboccare: quindi è che io non ho mai avuto in iscopo di predicare al deserto, tentando di migliorare i miei simili,—no; possa l'anima mia diventar quella di un avvocato, se mai ho avuto in pensiero cosa sì fatta: ciò che ho scritto, scrissi per dimostrare altrui che so, come dicevano i nostri vecchi Fiorentini, quanti piedi entrano in uno stivale, e distinguo i bufali dall'oche, e che, quando la cerco, mi ritrovo anche io, e non capisco il come, una testa rotonda sopra due spalle quadre.
CAPITOLO VENTESIMOSETTIMO.
LA NOTTE DOLOROSA.
Un angioletto con le man di rose
Chiuse gli occhi infelici in tanta angoscia.
SAN BENEDETTO.
Tristo è il regno delle tenebre, tristo quanto i pensieri del Re fuggitivo.—Nei lunghi anni del fastidio della vita, avviene talvolta al decrepito di revocare alla mente il riso della perduta giovanezza,—però che non vi sia secolo di affanno che non contenga il suo minuto di gioia;—allora il sangue gli si squaglia, meno languide gli battono le arterie, gli si infiamma la faccia di un crepuscolo di rossore; quando all'improvviso su la bocca del sepolcro, ov'ei schifosamente si appiglia, lo assale più feroce che mai la immagine della morte, e gli gela la speranza: così lo spirito di Manfredi in quella notte memorabile, se ricorreva sopra alcune delle passate vicende per ricavarne sollievo, di subito la pienezza delle sventure presenti, il timore delle future, lo sconfortavano; a lui avevano tolto i destini anche il bene della lusinga!—Procedeva in silenzio; avrebbe potuto mostrarsi lieto, narrare eziandio la dilettosa leggenda, chè su quanti uomini vivevano al mondo egli era valente a dissimulare;—simile in questo alla terra del suo Regno, che innamora il risguardante co' tesori della creazione, mentre il vulcano le prepara rovina dentro le viscere;—nondimeno conoscendo che a nulla poteva giovargli l'ostentarsi lieto, e che quando anche gli fosse giovato, nessuno gli avrebbe creduto, si lasciava in balía delle proprie afflizioni. I seguitanti, persuasi che se rimaneva via di salute, Manfredi l'avrebbe veduta prima di loro, che la sventura non lo prostrava, ed egli era uomo da fare tutto da sè, procedevano pur essi in silenzio. Senza posarsi un momento giunsero a San Pietro in Fine, terra otto miglia distante da San Germano;—volevano quivi fermarsi, non parve sicuro il luogo; convennero proseguire la corsa;—i cavalli sebbene stanchi giustificavano la fiducia che i cavalieri avevano riposto nella loro bontà.
«Soffri?» interrogava Manfredi la nobile Elena, la quale, intirizzita dal vento ghiacciato, dolorosa pel lungo dimorare in una stessa positura, e per la malattia di languore che da tempo remoto la travagliava, aveva disciolto un gemito sommesso.
«Io?—Pensa a salvarti, pensa a salvare i miei figli.»
«Tu soffri.»—insiste Manfredi.
«Oh non badarvi!—Forse chi sa che questi miei patimenti non sieno accettati in parte di espiazione!»
«No, no: il bianco è bianco, nè il loglio muta natura al buon grano; ogni anima pensi per sè: nella valle di Giosafat ciaschedun vivente risponderà per i proprii peccati. Tu non devi soffrire per me.»
Adesso si trovavano alle falde della montagna Cesima, su la cima della quale anche oggigiorno scorgiamo la terra di Presenzano. Manfredi ordinò che lasciassero la strada battuta, e piegando a destra s'internassero alquanto nella selva dei pini che ingombra il declivio del monte, perchè quivi intendeva posarsi. Giunse gradito il comando, chè la fuga precipitata, e l'aria pungente della notte, avevano avvilito i più gagliardi. Forse cento passi andarono pel bosco, e si fermarono: in meno che non si dice sorse un bel fuoco a ravvivare le membra. I Reali erano discesi; Manfredi si volse attorno, e vide al suo fianco Elena, al fianco d'Elena Yole… mancava Manfredino; nel tornare alla primiera situazione, mira il Cavaliere che glielo porgeva sano e salvo; lo prese il Re tra le braccia, il fanciullo gli rise, e alzando le mani gli accarezzò le guance: il volto paterno non sostenne severo la cara sembianza, e chinato su la fronte del figlio lo baciava affettuoso.
«Noi dunque non abbiamo perduto nulla?»—favellò Manfredi poichè di nuovo ebbe guardato i suoi.
«Abbiamo perduto Benincasa:»—rispose Yole con voce soave.
«In verità, figlia mia, voi avete parlato una molto savia parola.»
«Certo,» s'intromise in quel ragionamento il Cavaliere «non si vuol negare, che meglio per tutti saria stato che il Gran Cancelliere sopravvivesse, nondimeno non merita grave compianto; s'egli ha perduto la vita, si acquistò la fama, la quale in sostanza è la vita dei valorosi, e appunto per questo vivono i prodi Cavalieri, e se per conseguirla morirono, bene augurosa e felice deve la morte loro riputarsi:—forse il mondo maligno, uso più tosto a rammentarsi dei fatti che lo addolorano, che di quelli che lo stupiscono, non serberà che tra pochi la fama di questo valente; ma quei pochi saranno coloro, che non misurano la virtù dalla fortuna, che in qualunque parte della terra, in qualunque tempo incontrino la rinomanza di un forte, la salutano come sorella, e le innalzano un tempio nel proprio cuore:—degli altri, pe' quali il solo cibo distingue la vita dalla morte, non vuolsi far conto;—sempre nelle mie orazioni ho supplicato il Signore di due cose,—che mi preservi dalla lode degli imbecilli,—e dal disprezzo dei generosi.»
«Ben detto,» approvò Manfredi «così è; di rado avviene che un forte braccio si unisca ad una trista mente: Cavaliere, in cortesia, io vi ricerco di un dono.»
«Qual dono? Monsignore, parlate.»
«Voi mi avete donato, che mi svelerete chi siete.»
«Questo sarà un dono che voi farete a me, Monsignore, piacendovi ricercare le condizioni di un'umile persona, quale io mi sono; però non è tale il mio volto che ami rimanersi celato, nè tale la mia fronte, che non possa senza impallidire sostenere la vista dei valenti: ecco, guardatemi il sembiante; sia buono, sia sinistro, io lo tengo quale me lo ha dato la natura.»
E si alzò la visiera, e il Re vide una testa, quale i cieli concedevano agl'Italiani, quando con la testa concedevano anche la facoltà di sentire la vergogna; nondimeno non rammentava averla mai più veduta, e già moveva le labbra per domandare del nome, allorchè aggiunse il Cavaliere: «Voi non mi conoscete di vista, nè io conosceva voi, sebbene per fama io fossi innamorato delle virtù vostre. Voi dunque vedete, Monsignore, in me un cittadino, che bandito dalla sua patria ne porta per cimiero la insegna,» ed additò la Lupa¹ «affinchè vegga quali sieno le geste del figlio che ha cacciato, e si addolori che non sieno operate per lei, nè in alcuno suo onore ridondino; in me voi vedete un uomo, che perseguito dai suoi simili si vendica compassionandoli, e rendendo loro bene per male; in somma io sono Ghino di Tacco da Turrita….»
¹ Arme di Siena.
«Voi Messer Ghino!»—ripeteva il Re stupefatto; e quanti quivi erano Baroni pugliesi si restrinsero a contemplare l'uomo che aveva levato di sè una fama da contendere con quella de' più illustri Capitani di eserciti. Ghino si rimaneva immobile, atteggiato in cotale mossa guerriera, non ostentata per arte, ma da lunga consuetudine propria delle sue membra. Manfredi, soddisfatto il desio di guardarlo, aggiunse commosso: «O nobil sangue, come avvilito! Anima grande, a qual punto ridotta! In qual modo avete sofferta la vita? in qual modo l'avete guardata dalla morte?—dalla infamia?»
«O signor mio, io ho scorso questa terra, che delle antiche glorie si fa manto alle vergogne moderne, e l'ho veduta piena di delitti; il mio braccio ha vegliato per la innocenza, e la gente mi ha benedetto;—e poichè dura eterna la guerra della ingiustizia contro la debolezza, io non ho posato che pochi momenti.»
«E in quei momenti?»
Ghino abbassò gli sguardi, ed esitando aggiunse: «La gente dice che ritorna l'antica comunione delle cose;—l'uomo ha diritto all'esistenza,—io ho chiesto un pane, e l'ho tolto a cui me lo ha negato.»
«Ma perchè non veniste alla mia Corte? Qual è il Cavaliere, che sotto l'ale dell'Aquila di Manfredi non abbia trovato ricovero contro il flagello della fortuna? Avete temuto che noi ci mostrassimo meno cortesi con voi che con gli altri? Ghino, ci avete fatto torto.»
«No, Monsignore, mai ho dubitato della vostra cortesia, sì bene molto ho temuto che in me fosse petulanza esperimentarla. Suona di Ghino diversa la voce:—chi mi ha ridotto in tale stato, per onestare il misfatto agli occhi della gente, e forse anche per superare il grido della propria coscienza, schiamazza a piena bocca ch'io sono un fuggito dal capestro, un periglioso ladrone;—così veramente non dice il salvato dalla ferocia del Barone, non così le difese donzelle, non così i castelli tutelati dalle libidini del prepotente vicino; nondimeno il male urla più forte del bene, e la mia condizione parla contro di me. Era dunque generosità invocare la vostra luce, affinchè rischiarasse la tenebra che la umana malignità ha deposto sopra il mio capo? Intanto attendeva ad operare incontaminato, e spesso il mio labbro diceva: gli uomini al fine cessano di essere ingiusti;—ma il mio spirito non lo sperava: e quando mi ristoreranno del nome che mi hanno rapito (inverecondo, e pure inevitabile fatto, che alla stolta moltitudine appartenga chiamarne buoni, o malvagi!), allora, io pensava, riparerò alla Corte del nobile Manfredi;—forse fu questa superbia, forse venerazione per Vostra Serenità;—ad ogni modo credeva, e tuttavia credo, non ogni Ghibellino sia per giovare al figlio di Federigo.»
«Voi vi apponeste al vero, valoroso Barone, quando pensaste che non tutt'uomo, che odiasse Roma, fosse degno di amare Manfredi; pure vi dilungaste dal retto, allorchè ci negaste il cuore o la mente di distinguervi tra mille che gridano parte per far tacere la legge. Assai lungo tempo corre che noi desideravamo vedere la persona vostra, ed ora ringraziamo il destino, che, prima di finire i nostri giorni, ci ha conservato a tanta dolcezza.»
«Nobile Manfredi, grandi novelle udimmo raccontare della cortesia vostra; tuttavolta, per quanto dica la gente, io vedo adesso ch'ella vince le parole.»
«E se il cielo assente che questo non sia lo estremo dei Regni Svevi sopra le terre di Puglia, voi non vi partirete più dal nostro fianco, noi vi faremo condottiero di una parte delle nostre compagnie, e avrete nel Regno stanza e vita onorate:—compíta suonava per la Cristianità la fama della Corte di Manfredi nella gloria dei Trovatori, adesso con Ghino da Turrita compíta sarà anche quella della gloria delle armi;—se tanto ci frutta la sventura, noi davvero non sapremmo più invocare la fortuna. Ora che vi pensiamo, in questa notte stessa ci si offerse agli sguardi uno di vostra gente, Messer Ghino, che più volte ne ha sovvenuto di consiglio,—che uccise a Benevento un traditore,—sì certo, era desso:—Yole, dov'è il Cavaliere che vi ha menato in groppa?»
Yole declinò la faccia, forse per celarne il rossore, e rispose:
«Ei si partiva.»
«Se il Cavaliere ama restarsi celato, sarebbe scortesia volerlo conoscere; non pertanto abbia le nostre grazie, e voi, Messer Ghino, preghiamo di fargliele note; ditegli ancora, che se guiderdone di onori, o di facoltà, può in parte sdebitarci dell'obbligo che verso lui professiamo, un desiderio della vita di Manfredi è di mostrarglisi grato.»
Più a lungo sarebbonsi tratti i colloquii; e tuttavia favellando gli avrebbe côlti il mattino, così grande diletto ricavava l'uno dall'altro, se in quell'istante la Regina, aggravandosi, come stanca, sul braccio di Manfredi, non gli avesse rammentato che quivi erano discesi per riposarsi; però egli si tolse il mantello, e stesolo sul terreno vicino al fuoco, con un mesto sorriso lo additava alla nobile Elena, e le diceva: «Qui giaci, Regina: oh! il giorno in che tu fosti assunta sposa al reale mio talamo, tu non pensavi, infelice! che avresti passato una notte di dolore sopra il nudo terreno:—chi te lo avrebbe detto! un ciel sereno pareva dovesse essere la tua vita; e se tra tante immagini di contento balenò al tuo pensiero l'ora solenne della pace, certo tu la vedesti splendida come il tramonto di un sole di estate.»
«Mio dolce consorte, dal Signore si diparte la gioia, dal Signore lo affanno, ed io ho benedetto sempre i suoi santi voleri.»
«Soffrire è la virtù della bestia da soma; nondimeno grande pietà sarebbe stata quella di concedermi o meno angoscia, o più pazienza: ma tu, Regina, insegnami come fai a sopportare, senza maledire il tuo nascimento.»
«Abbi in pensiero che la Provvidenza vive di giustizia; misericordiosa è se ti consola, più profondamente misericordiosa se ti travaglia; l'angoscia patita sarà tanta via che troverai aver fatto verso il Paradiso, ogni spasimo un passo pel quale ti avvicini al principio di tutte le perfezioni.»
«Riposate, Elena; ormai veggo ch'è tardi per me apprendere sì fatte dottrine: il dolore sopprime la fede, almeno entro il mio spirito:—a tempi più tranquilli serbo di chiamare alcun sacerdote sapiente…. Ridete, messer Ghino?—e che pensate sia alchimia un sacerdote sapiente? Il mio Regno ne conta adesso, che la stagione corre contraria, meglio di cinquemila; or non volete che questo capitale renda l'uno per le cinque migliaia? Sì, in verità, io voglio restringermi seco, e disputare intorno questa teologia.»
Manfredi aveva in mala parte interpretato il riso di messer Ghino per insolentire contro coloro, cui egli chiamava suoi nemici: questi non rispose parola, ma toltosi il mantello dalle spalle, lo piegò a più doppii, e dipoi, curvatosi sul luogo in che si apprestava a giacere la Regina, parlò: «Nobile Madonna, ruvido è questo panno, nè per nulla conveniente alle vostre membra delicate; nondimeno se di tanta grazia lo volete far degno che possa sopportarvi il fianco, io vi giuro per la fede di Cristo che appartiene a Cavaliere onorato.»
«Gran mercè, Cavaliere;» soggiunse Elena con donnesca leggiadria «nè uomo al mondo vorrebbe negare, che, posandomi io sul mantello di Manfredi, e su quello del virtuoso messer Ghino, non mi fossi giaciuta sopra il letto dell'onore: non pertanto io vi prego a tenerlo; la notte stringe rigida, l'aria pungente, e voi potreste per avventura averne bisogno.»
«Oh! sì,» scuotendo la testa replicava Ghino «sarebbe l'ora che io non avessi imparato di farne a meno: o nobile Madonna, da che io conobbi che i miei nemici avevano arso il castello dove solevano riposarsi i miei maggiori, io non ho avuto altro letto che la terra, e spesso altra coperta tranne il cielo;—il cielo si mostrava tempestoso, e il fulmine talora mi ha rotto il sonno, ed io balzando esterrefatto ne ho veduta l'ultima striscia infuocare le nuvole, e la faccia aveva invetriata di gelo, e i capelli rappresi dai diacciuoli, e il terrore mi premeva la fronte, perchè la vendetta mi stava lontana:—adesso il cielo è sereno, la vendetta compíta, e il fuoco vicino, sì che, se voi non avete altra scusa migliore per rifiutarlo, ecco, io l'ho disteso.» E sì dicendo allargava il suo mantello per terra. Terminata l'opera, salutava i Reali in atto ossequioso, e allontanandosi augurava: «Possa esservi apprestato migliore letto domani!»