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La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Chapter 32: CAPITOLO VENTESIMOTTAVO.
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About This Book

The narrative reconstructs political and military events of thirteenth-century Italy surrounding the decisive confrontation at Benevento, tracing campaigns, ambitions, and the aftermath that reshaped regional power. It combines battlefield description and political manoeuvring with authorial commentary, dedications, and personal reflections born of imprisonment and contemporary testimony. Episodes probe leadership, popular reaction, and the human cost of conflict while alternating dramatic scene-setting with historical explanation and moral reflection. Rhetorical addresses and intimate remembrance are interwoven to place the battle within broader national and private concerns of the period.

«Lo speriamo!» rispose Manfredi;—e la Regina: «sia fatta la volontà di Dio.»

Ghino, recatosi dalla parte opposta dei Reali di Sicilia, slacciasi l'elmo, e lo appende al ramo di un pino; appoggia l'asta al tronco, poi si adagia sul terreno, la nuda testa sovrappone allo scudo, s'interna la spada tra le gambe, e aggravata la guancia sopra la destra palma, dopo pochi momenti si addormenta. E così tutti: solo Manfredi, che giaceva traverso alla estremità dei mantelli dove posavano i suoi, con la faccia rivolta alla fiamma, stava, sorreggendosi il capo, a considerare la vicenda di un arbusto infuocato: apparve da prima scintillante di una bella luce dorata; a poco a poco, scarseggiando, l'umore, rossastra; quindi, vie più crescendo il difetto, di un colore tra azzurro e verde;—allo improvviso ricomparve dorata, perchè tutte le cose vicine ad estinguersi prorompono in un baleno di vita,—e si spense; allora prese a sollevarsi un fumo denso da prima, poi meno cupo,—cenerino,—di bianco pallido;—finalmente anch'egli si tacque;—un tristo pugno di cenere era avanzato dall'oggetto lucido, diletto degli occhi: perchè così attento considerava Manfredi un caso che inosservato passa le cento volte nella nostra vita? Oh! arguto osservatore è il disastro, e la cagione egli la susurrò con queste parole: «È finito;—anche la rinomanza è fumo; l'eternità e l'oblio ingoiano le virtù, e i misfatti: ma almeno del tizzo rimase la cenere; di noi che rimane?»—E il sonno gli si aggravò su le palpebre. Sul principio ora le chiudeva, ora si sforzava di riaprirle, quasi volesse contendere alla potenza del sonno:—ma chi valente contro di lui? Manfredi giacque, come uomo spento ai sensi, o chiamato a sensi diversi. Benefico giunge il conforto del sonno alle membra stanche, dono prezioso agli umani travagli, balsamo alle ferite dell'anima; ma non valeva meglio che nè la stanchezza, nè i travagli, nè le ferite, opprimessero la nostra schiatta infelice? Non valeva meglio non mandare il male, che apprestare il rimedio? Non basta il sonno che dormiamo dentro il sepolcro? Perchè concludere ogni giorno di vita con una notte di morte?—Audace! confinati dentro il cerchio della tua imbecillità; che ti giova logorarti la mente dietro la scienza non concessa ai tuoi sensi? Il tuo cervello non ha nervi che bastino; tu morrai come l'avaro, consumato d'inedia sopra i tesori raccolti; più veglierai a conseguire sapienza, più andrai convinto che nulla può sapersi; arcane governano i mortali le leggi del firmamento, arcane quelle della terra; il tuo simile, tu stesso sei un mistero a te stesso.—E perchè dunque non concederci intelletto, non sensi capaci a comprendere le maraviglie dell'universo? Perchè il nostro senno si rassomiglia al sole della terra boreale? Il culto della ragione non deve anteporsi alla idolatria della maraviglia? O s'era destino che nudi d'ingegno dovessimo nascere, vivere, e morire, perchè ci tormenta una volontà che mai non si appaga? perchè una sete che non si estingue? perchè una curiosità che s'inferocisce contro quello che non può penetrare? un desiderio che infuria in proporzione degli impedimenti che trova? Io ne ho domandato alla gente che ha nome di savia, e mi ha detto: pazienza,—ed io le ho risposto, che le selci calpestate non mormorano, e se tali dovevano essere le nostre condizioni, sarebbe stata misericordia tagliare le mani a Deucalione e Pirra, che gittandole dietro le spalle, di pietre le convertirono in uomini:¹ intanto questo sentimento di sapere, e la impotenza di soddisfarlo, è un inferno anticipato, ed io per me ho speranza che sopra ogni altra espiazione valga un giorno a farne perdonare di molti peccati. Ma il sonno non si posa uguale su tutti, anzi egli veste la sembianza che trova; puro comparisce soltanto sopra la faccia di Manfredino; quivi non trova dolore nè gioia,—vi trova stanchezza, ed egli si mostra sotto la forma del riposo, perchè il riposo è la sua essenza: mesto, solenne, investe la fronte della Regina Elena, e, se Dio mi perdoni, somiglia un esperimento che la morte imprenda a fare su quel pallido volto:—nel punto in cui la vita si parte, e la morte comincia, non atterrisce il suo aspetto sopra il sembiante della bellezza; raccoglie invece gli ultimi fiati, lo estremo agitarsi dei muscoli del labbro, e ride,—il riso del serpente però…. e poi tocca la pelle, e la pelle si corrompe,—soffia sul corpo, e il verme si affaccia dalle narici:—volgiamo lo sguardo dalla immagine della putrefazione, assai tornerà amaro soffrirla,—non ci fermiamo a meditarla. Qual è il sonno di Ghino? La battaglia: co' moti del sopracciglio consente ai colpi che finge, e:—avanti!—grida, come nel furore di un assalto,—avanti!—ad un tratto impallidisce, allunga la mano in cerca dell'asta, e quasi si leva a sedere esclamando:—fate testa, vituperati,—alla riscossa,—alla riscossa…. abbiatene cura, egli è ferito…. io gli ho concesso sotto fede i quartieri.—Ricadde riverso con le mani abbandonate, e mormorava tra i denti:—siatemi voi testimoni ch'io giacqui morto d'una freccia nel petto.—Qual favella potrebbe ridire come dorma Manfredi? Il suo non è sonno, ma continuazione di spavento; inarca le membra irrigidite, quasi sorpreso dall'atroce convulsione che chiamano tetano; stringe le pugna, ha i capelli irti, spalanca gli occhi come ossesso, la pupilla gli trema; dalla gola contratta, attenuata, pare che voglia ricavare un grido; terribile è lo sforzo, ma si risolve in singhiozzo; muta positura, rannicchia le membra, non altramente che se un cerchio di fiamme lo circondasse; prorompe in guai lamentosi, ed ambe le mani con súbita violenza percuote su la bocca, a modo di persona che si affanni impedire un liquore che sgorga. Corre fama che Manfredi sognasse il giorno del Giudizio finale, e che tratto innanzi all'Eterno Vendicatore sentisse le sue colpe traboccare dalla lingua per accusarlo, e ch'egli nello spaventevole caso facesse schermo con le mani, perchè non uscissero: miserabile! Dio dove era quando ei le commise?

¹ Narra la Favola che dopo il diluvio di Deucalione e Pirra, i soli salvati, volendo ripopolare la terra, per consiglio di Terni, gittassero dietro le loro spalle l'ossa della Terra, che sono le pietre, e da quelle gittate dall'uomo nascessero uomini, e donne dalla donna.

Chi temerario ardisce avvicinarsi ai dormenti Reali? È odio, è amore, che conduce i suoi passi? Egli si accosta furtivo, come l'animale che la natura provvide di frode:—ma è la prima volta che la virtù ha tolto la forma del vizio? la prima, che la innocenza fu sospesa con un capestro in alto, perchè servisse di esempio ai popoli? Il Cavaliere si accosta cauto, sommesso; punta su la terra il calcio della lancia, vi si appoggia con la gravità del suo corpo, e si ferma a vedere. Oh! bello splende il viso di amore quando il sogno leggiadro lo accarezza con l'ultima piuma delle sue ale; bello quando la speranza gli si diffonde intorno, come una atmosfera di profumo; bello quando le labbra gli tremolano nel brivido della gioia: allora i poeti fantasticano dell'alito delle Grazie che gli sommuovano i capelli, perchè ad ogni soffio di vento variando forma appariscono più vaghi; e fingono Silfi invisibili, i quali si aggirino per l'aria alternando arcana armonia, che orecchie corporee non distinguono, ma che scendendo soavemente nell'anima così la innamorano di quello incanto: altre e più gioconde cose essi immaginano, pure non vi ha poesia che giunga a narrare quello che suscita l'aspetto della bella addormentata. Allorchè in placida notte di estate l'orizzonte sereno quanto l'anima dell'innocente ricopre la terra come di una insegna di gloria coll'azzurro purissimo, trasparente, e le miriadi dei corpi celesti esaltano nella gioia della luce la magnificenza del Creatore, allora soltanto l'anima commossa può trovare immagine che si assomigli al volto della mesta addormentata:—quale di questi due spettacoli racchiuda parte maggiore di vaghezza, ella nè sa nè può ridire a sè stessa; ambedue opera divina, ambedue sapienza dello innamorato pensiero di Dio;—tacita, tacita, l'anima gode nella voluttà delle sue sensazioni.

Sia che la mente di Yole, come quella che non v'era assuefatta, mal potesse sopportare qualunque diletto, sia che veramente ne derivasse uno di soverchio acuto dalla vicenda dei sogni, si sveglia improvvisa, pronunziando:—«Rogiero.»—Rogiero appoggiato su l'asta le comparisce dinanzi; ella si leva, e facendoglisi vicino gli parla piacevole:—«Perchè t'involasti da noi? Il Re ha chiesto del salvatore della sua figlia.»

«Oh! s'egli sapesse ch'io fui quegli che andai fino alle sponde dell'Oglio per affrettargli contra quei nemici che adesso gl'investono il Regno,—se a lui fosse noto che io sono un condannato, certo non vorrebbe dimandare di me.»

«Tu facesti questa ingannato, nè vi sarebbe tuo mortale nemico che non ti riputasse degno di pietà, non che di perdono: ma tu spontaneo pel suo onore hai combattuto in campo chiuso a Benevento, tu a rischio di vita l'hai ammonito di guardarsi dai traditori, tu lo hai salvato a San Germano:—magnanimo è il cuore del Re.»

«E che giova scoprirmi? Premio di averi non attendo;—il premio che desidero, il figlio di Federigo non sarà per concedermi mai: lasciami dunque morire sconosciuto.»

«Ah tu non morrai!»

«Perchè dovrei vivere? Chi non anteporrebbe la morte onorata alla vita di affanno? Forse non ho assai tempo sopportato la esistenza? Io non voglio rinnuovare le antiche querele, ma ti giuro pel tuo amore, che nella pianura di Benevento mi metterò in abbandono del corpo.»

«E se tu parti, pensi ch'io vorrò rimanermi sola in questo deserto di dolore?»

«Ed io forse te lo comando? No, Yole,—no; il cielo ci ha destinati di fine immatura alla fossa…. io abborro le vanità degli augurii, nondimeno questo fine mi predissero…. Muori, bella infelice, poichè la morte sola può darti riposo…. e se mi prometti che nell'ora nella quale i parenti lacrimosi circondando il tuo letto saranno facili ad ogni inchiesta di te moribonda.—se mi prometti che in segno del loro affetto tu li domanderai di essere tumulata nel mio sepolcro,—allato alle mie ossa…. oh! ben tristo contento è questo ch'io ti chiedo, Yole; pur l'unico che amo diffondere su l'amarezza dei miei ultimi giorni.»

«Io aveva pensato a questo.»

«Un medesimo Angiolo dunque custodisce le nostre anime, e v'ispira i medesimi pensieri…. Allora quando, scoperchiata l'arca nella quale mi avrà deposto la pietà dei miei fratelli d'arme, ti caleranno a dormire meco,—certo il mio cadavere stenderà le braccia per darti un amplesso; egli riterrà il gelo della tomba, ma sarà eterno….»

«Purchè eterno!—Dimmi, o caro, e lo sentirò io?—Tu lo sentirai?»

«Ne ho interrogato i sepolcri, essi mi hanno risposto silenzio, e tenebre.»

«E la seconda vita?—La desiderata….»

«Spera.—La giustizia non può riposare i perduti che mi hanno trafitto la madre…. Se poi….»

«Tua madre trafitta! Oh! tu mai mi favellasti di tua madre….
Parlami…. parla di tua madre….»

«Chi ti parlò di mia madre? Taci, non dirlo…. sappi che forse vivremo…. allora io te la farò conoscere…. chi sa che adesso non ci preghi la pace, non ci guardi dall'alto, non pianga sopra di noi, se gl'immortali piangono!… tu la conoscerai in Paradiso…. adesso non aggiungerne parola…. terrei per maledetto il cielo sotto il quale fosse raccontato quel mistero di perfidia, e quasi tengo per avvilito me stesso per averlo, ahi! troppo acerbamente, conosciuto.»

«Io tacerò, mi allegrerò, poichè tu lo vuoi, nel segreto desio di rivederla alla patria dei buoni: io ho inteso sovente tenere proposito di premii futuri, di vita senza fine, di gioie che non si distinguono con gli affanni, di seggi sereni sopra le tempeste, e ne ho avuto fede con tutta l'ansia dell'anima mia….»

«E tu la custodisci come un tesoro…. ella ti conforterà….»

«Se così non fosse, io mi dispererei: contenti per noi. pregheremo pace per quelli che lasciamo su la terra,—per l'ottima madre mia….»

«Pel generoso tuo padre….» E così discorrendo volse Rogiero gli sguardi al luogo dove giaceva Manfredi.—Santa Maria!—Il Re, seduto puntando la manca sul terreno, abbracciandosi con l'altra il destro ginocchio, stava in ascolto col mento levato. Rogiero si mosse per fuggire: Yole si resse ad un tronco.

«Fermati, Rogiero;» parlò Manfredi al fuggitivo «tu fuggi invano; vieni, porgimi la destra, tanto che io possa alzarmi in piedi.»

Rogiero obbediva. Manfredi continuava: «Tu ami? e ti par gioia? Guarda,» e gli additava la sua reale famiglia prostesa su la terra «coteste sono le gioie dell'amore.»

«Oh! se le avessi….» rispondeva Rogiero.

«Malediresti il giorno che ti salutarono col nome di padre.—Ma il consiglio non giova, che noi fummo condannati ab eterno all'angosciosa esperienza…. Vuoi ch'io mandi una fiera imprecazione su la tua testa? e tu pure le abbi…. ma da cui? Tu hai levato lo sguardo su la figlia del Re; sangue d'Imperatori è la figlia mia: parla, quale è il tuo, Rogiero?»

«Il mio! Io non lo so.»

«Nessuno fu presente al tuo nascimento? nessuno ti nudriva? nessuno ti educava? Sopra ogni altro animale lo infante, abbandonato ai suoi bisogni, muore.»

«Mia madre trafitta di piaga insanabile mi partoriva;—innanzi tempo il dolore mi spingeva fuori dell'utero materno…. fu levatrice il sicario…. Oh! per pietà, mio dolce Signore, lasciate la storia della mia vita nell'oscurità della colpa; a me pure non ne sono manifesti che alcuni brani sanguinosi; nondimeno tanto ne conosco, da giurarvi, che per mia stirpe non sarebbe contaminata la divisa che mi concedeste a Benevento.»

«E il nome di tua madre?»

«Re, lo saprete, quando mi sarà gloria rammentarlo.»

«Tu prima mi hai tradito, poi hai combattuto i miei traditori: perchè ti fu più facile commettere il fallo, che emendarlo?»

«Io vidi il vostro fratello….»

«Qual fratello?»

«Enrico lo Sciancato, e me lo mostrava il Caserta….»

«Dove lo vedesti? Vive egli?…»

«Moriva tra le mie braccia consumato dall'angoscia, perduto nello intelletto, miserabile monumento di persecuzione e di pietà. Mi dissero ch'io nasceva da lui, ed ei mi riconobbe; mi sacramentarono voi essere il suo carnefice, ed egli pure lo affermava; forse così lo educarono a credere chi sa da quanti anni, ed io….»

«Tu corresti a vendicarlo, e bene operasti; nel desiderio, non già nel mezzo: non avevi allato il pugnale? perchè andare per la vendetta a chiamare lo straniero fino a Cremona?»

«Ragiona ella la passione? S'io avessi serbato volontà su i miei moti, mi avrebbero così vilmente ingannato? Allorquando la mente imprendeva a meditare le sofferte sventure, una voce, che pareva dipartirsi dal cielo, mi rampognava, gridando: Rammentati di tuo padre—Oh! io sono più infelice che reo. All'Abbazia di San Vittorino nella Campagna Romana un antico vassallo della mia famiglia, il trucidatore di mia madre, mi manifestava la frode….»

«Perchè incitarti contro di me? perchè hanno pervertito il cuore del fedele? commesso la mia rovina al braccio che mi difendeva? mancavano scellerati in questa terra? Questo è caso stupendo, nè io giungo a penetrarlo. E tu allora che facesti?»

«Piansi di rabbia, e mi affrettai a salvare il mio buon Signore. Arrestato presso Santa Agata dei Goti, mi trasportarono a Benevento, e mi gettarono entro una prigione, dove traverso una porta udii congiurare la vostra rovina: non pertanto io era condannato a morirvi di fame, se altri non mi soccorreva…. la vostra nobile figlia mi soccorreva….»

«E a te chi fu che lo disse?»

«Molte sono le vie del Signore, o padre mio: uno spione del Caserta, sorpreso notturno nelle più secrete stanze del reale palazzo, mi svelava il delitto….»

«Allora io venni a farvelo manifesto….»

«Perchè non dirmi i nomi? a qual pro il misero?»

«Messere lo Re, quantunque Rinaldo di Aquino mi abbia fatto colpevole, e molte volte insidiato la vita, tuttavolta mi è congiunto per sangue:—il tempo chiarirà questo fatto. Io condussi in quella notte la vostra sacra persona al luogo della congiura, perchè non mi venne in pensiero modo migliore; sperava la mia fedeltà avrebbe fatto perdonare la perfidia del congiunto. Piacque al cielo ordinare altramente: allora desiderai risparmiargli la vergogna; lo ammonii con lettere segrete a ritrarre il passo dal turpe sentiero:—stolto! credei l'uomo fosse capace di ravvedimento. Attesi alla morte del Cerra, egli era il più pericoloso di tutti; così sperai spaventare i rimanenti congiurati, e voi, mio Re, avvisare del pericolo.»

«E sono fuggiti tutti i traditori?»

«Tutti, almeno quelli ch'io conosceva, si rifugiavano col Caserta nei castelli della frontiera.»

«Tu hai fatto il bene di tua volontà, il male per colpa altrui; molti furono i pericoli che corresti per noi; tu meriti un premio, l'avrai.»

«O mio dolce Signore, io null'altro desidero che morire per voi: serbate la mercede ad altri che se la fanno cagione dell'opere; io non vorrei che un premio, e questo conosco troppo alto per me, nè già oso chiederlo. Volgono anni molti che io amo Yole coll'amore dei Santi; per lei vinsi al torneo della vostra coronazione, per lei divenni gagliardo, per lei cortese; ogni atto, ogni pensiero, fu per piacere a lei; io non posso bandire adesso la sua immagine dal cuore, nè ella lo può; noi ci amiamo di amor disperato, nè vogliamo essere uniti che dentro il sepolcro.»

«No, siatelo in vita: tu l'hai salvata, ella è cosa tua. Bada a quello che fai prima di accettarla,» disse Manfredi sorridendo; «bada, è dono funesto quello che ti faccio.»

«Tra le braccia di Yole cantici celesti mi parranno anche le strida dei dannati.»

«In verità, nessuno può fuggire il suo destino. Dammi la destra, Rogiero, e tu, Yole, la tua.»—Tale favellando, Manfredi aveva preso le mani dei giovani tra le sue, e le accostava: il fuoco presso ad estinguersi mandava, lambendo ad ora ad ora gli arsi tizzi, una cotal luce incerta di colore azzurro, appunto come crede la gente che divenga allorquando qualche ombra di trapassato striscia vicino alle lampade, e va via;—già le estremità delle dita si toccavano,—già s'impalmano;—rifulge improvvisa la fiamma, e si diffonde su la faccia di Rogiero:—noi lo abbiamo riferito, ella spirava tristezza, il tempo aveva numerato su la fronte dell'infelice gli anni che vide trascorrere; pure una volta compariva leggiadro di bel vermiglio, adesso bianco, la guancia arida.—Manfredi vide, o gli parve vedere, la imagine viva di una defunta ch'egli non rammentava senza gemere; e se la memoria di lei lo sorprendeva a mezzo della gaia canzone, le note gli spiravano sopra le labbra, e la mano errava ignara di quello che facesse: allontanava con impeto i giovani, e tenendoli discosti per quanto giungevano le sue braccia, gridava: «Io vi giuro pe' Santi del Paradiso che voi non potete essere mai uniti!»

Levarono gl'innamorati un urlo di terrore, e anelanti si apprestavano a domandarne la cagione, quando li percosse uno scalpitare di cavalli sempre crescente, e un gran lume che veniva dalla via battuta che circondava la selva.

«Siamo inseguiti!»—esclama Manfredi, e atteggiandosi a disperata difesa si pone a schermo dei suoi.

«Siamo inseguiti!»—esclama Rogiero, e ricoprendo Yole del suo corpo, tenta col calcio dell'asta Ghino, che dormiva gagliardamente; questi si scuote grondante sudore, si pone le mani al collo, e tasta più volte.

«Ah!» prorompeva tra lieto e pauroso «dunque non è vero che me l'abbiano tagliata? fu mal sogno quello che me la fece vedere confitta al patibolo?»

«Ghino? i nemici….»—ripeteva Rogiero.

«Ove sono eglino?»

«Là, su la via.»

«Io non vedo che lumi, Santo Ambrogio! i lumi non sono nemici; potrebbero essere anche amici; vado ad esplorare.» E balzando in piedi staccò l'elmo dal pino, se lo allacciò alla testa, prese l'asta, e s'incamminò fuori della selva.

«Voi non andrete solo,» disse Manfredi «io vo' esser con voi.»

«Il ben venuto, Messere.»

«Nè io rimarrò:» parlava Rogiero «non siamo noi fratelli di arme, messer Ghino?»

«E a voi pure ben venuto: andiamo con l'aiuto dei Santi:—fate piano, che il fanciullo non si svegli, e non prenda paura;»—ammonì passando presso Manfredino, e gran tratto di via percorse su le punte dei piedi: lo imitavano i sorvegnenti; Manfredi represse fino un sospiro che gli si levò dal cuore profondo.

Giungevano alle ultime piante della foresta; videro una grossa squadra di Saraceni che portando moltissimi arbusti di pino accesi spandevano quel chiarore: guardarono più attenti, e riconobbero l'Amira Sidi Jussuff, e il Conte Giordano d'Angalone, che, montati sopra corsieri di battaglia, s'inoltravano abbattuti, senza dirsi parola. Arrivati che furono presso al luogo dove si celava Manfredi:—«Messer Conte,» domandò l'Amira a Giordano «guarda un po' in cortesia se il terreno parti piano a bastanza per potervi combattere.»

«Jussuff, e' par fatto a posta; nondimeno ti prego, aspetta che aggiorni.»

«Ho io indugiato a commettere il peccato? perchè indugierò ad emendarlo? O buon Manfredi, dove ti potrà raggiungere il tuo servo fedele?»

«Sia fatta la tua volontà; tanto, la morte non potrà giungermi amara quanto la novella che per mia colpa Manfredi ha perduto San Germano, e forse anche il Regno.»

«Dio nol voglia, Conte Giordano….»

«E dì, Amira; sai tu che la reale famiglia sia salva?»

«Sì, puoi morire con questa certezza.»

«Amira, ascoltami: nè io, nè tu, sappiamo su quale delle nostre spade adesso si posi la morte: non già per minacciarti, vedi, ma non potresti essere tu l'ucciso?»

«Guarderò di non esserlo; pure potrei.»

«E allora chi condurrà a Manfredi questa tua squadra quasi intatta, che di sì opportuno sussidio gli tornerebbe nei casi presenti? Se ami giovargli vivo, già non vorrai danneggiarlo morto!»

«Tu favelli le parole del savio, Conte Giordano: così tu avessi favellato sempre! Omar, Hussein, Soraka!» appellava Jussuff rivolto allo squadrone: i chiamati uscirono di fila, ed egli comandò loro: «per la fede che vi tiene soggetti a me vostro Amira v'impongo, che se questo Cavaliere mi ammazzerà, voi vogliate obbedirgli, finchè vi conduca a Manfredi, come se fosse mio figlio…. Oh! il mio figlio! raccomandatelo a Zuleika, e ditele che gli sia buona madre…. Soraka, e tu aggiungi da mia parte, che abbia cura di Zekim, il cane del mio amore, e divida il suo pane con Borak, il compagno delle mie battaglie, finchè piaccia al Profeta di chiamarlo ad altra vita…. Povero Borak!» aggiunse lisciando il suo cavallo lungo il collo «per te non si farà luogo in Paradiso; ormai è destinato; sette sole saranno le bestie che entreranno lassù…. veramente tu sei più bello dell'asino di Aazi, e del bove di Sidi Musa, quando anche fossero bianchi quanto la brinata…. Oh, povero Borak! non ti rivedrò in Paradiso, tu sei diseredato.» Dopo nuove carezze, traendo la briglia, lo spinse di un lancio verso il Conte Giordano, e: «Messere,» gli disse «il mio testamento è finito: tu hai nulla a disporre?»

«Nulla fuor che tu dica a Manfredi, che il mio ultimo sospiro fu per Dio, il penultimo per lui.»

«Allora possiamo cominciare.»—E sguainò ognuno la spada, e prese campo per precipitarsi più impetuoso contro l'avversario.

«Abbasso le spade!—si accosta il Re.»—Questa voce usciva dal maschio petto di Ghino mentre i due Cavalieri stavano per ferirsi, i quali maravigliati voltandosi videro Manfredi che si affrettava a gran passo verso di loro. Smontarono ambedue da cavallo, e con essi i circostanti Saraceni. Jussuff giunto allato di Manfredi si prostrò, secondo il costume degli Orientali, toccando con la barba la polvere, e lamentandosi in suono di pianto diceva: «Deh! fammi degno, o Signore, d'essere da te calpestato; tanto cadde basso l'anima mia, che porta invidia alla morte della cosa strisciante!»

Per altra parte il Conte Giordano, atteggiato ad ossequio, preso la mano di Manfredi, e accostandosela alla bocca la baciava sospirando: «O mio buon Re!…»

«Io ti ho tradito,» riprendeva Jussuff «come Iscariotto tradiva il figlio di Maria, nè il mio supplizio sarà niente meno terribile.»

Racconta la Cronaca che Manfredi in altri tempi avrebbe tenuto la promessa a Jussuff di trargli il cuore dal petto, e sbatterglielo su per le guance; ma che essendo venuta la stretta, nella quale gli era di mestieri condursi non come voleva, sì bene come poteva, gli ponesse la destra sul capo, e favellasse in questa sentenza: «La freccia se non è lanciata non piaga, l'arco se non è teso non iscaglia; ben sei tu stato la freccia, ma il colpo non si partiva da te. Sta scritto nel libro della legge, che l'uomo non può mutare in bianco un capello nero;¹ anzi noi pensiamo che non varrebbe a svellerlo nemmeno, laddove i destini non lo consentissero: già da tempo che non ha misura, l'influenza dei pianeti aveva decretato quello che adesso si è compíto; sta di buon animo; se la fortuna di Manfredi può ristorarsi, sarà ristorata;—se credi di averne offesi, noi ti perdoniamo.»

¹ Neque per caput tuum juraveris, quia non potes unum capillum album facere aut nigrum. (Ev. S. Mat., 5.)

«Generoso! E a te conceda Dio grande che le bandiere dei tuoi nemici ti formino la tenda che ti ripari dal sole di state;—te esaltino le anime dei profeti su la testa di Carlo.»

«Lo speriamo…. dalla spada però.»

«Sì, speralo, perchè ogni buona opera dee ricevere il suo premio anche in terra, e tu ne avanzi molti di questi premii. Or via, lasciami condurre a fine il mio duello, e poi mi ti porrò al fianco per non lasciarti mai più.—Fedeli,» aggiunse parlando ai Saraceni «s'io muoio, questi è il signor vostro; ogni ferita che darete in pro suo, sarà la migliore esequie che farete al mio spirito. A noi, d'Angalone.»—E levò la scimitarra.

«Fermati, Amira, tu fai torto alla persona del Re!» esclamò, interponendosi, Manfredi.

«Oh! fatti in là, pel capo di tuo padre, Manfredi: non volere ch'io maledica il momento che ho veduto il volto del mio Muleasso.»

«Lasciate, Messer lo Re,» supplicava il d'Angalone; «egli ha sete del mio sangue.»

«Non del tuo sangue, Conte; della mia fama.»

«Tu ci hai perduto una terra bene afforzata, e bella; ora ne vorresti perdere l'amico. Sappi, Jussuff, che senza sgridarti con la più leggiera rampogna, noi potremmo perdere tre, dieci città, il Regno, non l'amico della nostra fanciullezza.»

«Nè io ti fui meno amico di Giordano: tu vuoi che la infamia mi copra; ebbene ella coprirà la mia fossa, non già la mia vita.»—Ed altamente crucciato trasse un pugnale ritorto, levando il braccio quanto meglio poteva, per fendersi il seno. D'Angalone, che gli stava vicino, fu presto a trattenerglielo quando scendeva, gridandogli nell'orecchio: «Se il Profeta ti aiuti, tu commetti peccato.»

«Insegnami dunque la via di non commetterlo!»

«Noi te la insegneremo,» disse Manfredi; «già altra volta ti pregammo a differire la querela; differire non significa rimettere, e tu potrai riassumerla, allorchè avrà disperso questo turbine colui che lo ha ragunato.»

«Ben lo farei, perchè tu ne fossi contento; ma io non ne conosco esempio nelle storie che mi hanno narrato i miei padri.»

«E sì che se ne trovano meglio di cento! Mollak,» chiamò Manfredi «non è egli vero che nelle vostre storie occorrono molti esempii di Amiri, e di Raiah, che hanno differito il duello secondo la volontà dei loro signori?»

Erano i Mollak nei campi dei Saraceni quello che sono nei nostri i cappellani militari, se non che avevano alcuni attributi più cospicui, come essere consultati negli affari civili, sedere secondi dopo gli Amiri nelle assemblee militari, avere reputazione di sapienti, e molti altri che troppo vi vorrebbe a numerare. Il chiamato mostrava forse sessanta anni; venerando per pelame bianchissimo, di volto era acceso, gli occhi avea piccoli, neri però, luccicanti come due prugnole; rideva sovente, ma quel sorriso era fitto, nè compariva per altro segno che pel tremolio dei peli che in copia gli coprivano le labbra; e siccome cotesto moto poteva derivare dal più leggiero alitare dell'aria, così egli rideva sul viso alla gente senza che essa se lo pensasse: pel resto, maliziato quanto un mercante che vende, attento quanto un giudeo che compra, ipocrita un po' meno dei galantuomini del secolo diciannovesimo: e pure i Saraceni lo reputavano un Santo; e s'egli avesse raccontato loro che la sua mula gli aveva tenuto proposito di teologia, glielo avrebbero creduto; se affermato essere uno dei sette dormienti che dormirono settemila anni, sette giorni, sette ore e un quarto, glielo credevano; se prometteva di staccare il sole dal firmamento, gli si gittavano ai piedi a misericordia che nol facesse, perchè ne sarebbero rimasti inceneriti.—Poveri Infedeli! Dio sa quanti Santi di questa forma venerano adesso nelle loro meschite.—Udita che ebbe costui la chiamata, piegando in croce le mani sul petto profondamente si curvò, e disse: «Il Signore illumini i passi della tua gloria: molti sono nelle storie gli esempi che richiedi.»

«Io non gli ho mai saputi.» interruppe l'Amira.

«Questo deriva da non averli imparati. Raccontano le storie dei vecchi tempi, come quando Ruggero il Normanno ci rapì la signoria di Sicilia, un Roberto Sorlone suo prossimo consorte s'inoltrasse con una masnada di cavalieri sino nel contado di Gerami. Ora dominava in Gerami il lodato nella fede del Profeta Sidi Cheik-Alì padre della bella Zulema: era Zulema l'amore di Ibrahim, e di Rhèdi; giovani principali nelle loro tribù, pari di anni, di vigoria, e di valore; ambedue facevano risuonare la notte serena delle loro arpe armoniose, ambedue cantavano sotto le gelosie della bella Zulema, e lei dicevano corona di vita, pupilla degli occhi, e sè stessi assomigliavano agli usignuoli innamorati della rosa della valle, e scongiuravano la vergine a risguardarìi almeno nello estremo sospiro, che divisavano esalare sotto il suo balcone. La notte che precedeva la battaglia cadde un ranuncolo, il quale tra i fiori meglio si assomiglia al cuore; ognuno lo voleva intero per sè; vennero a contesa: se non accorreva la gente, si finivano a morsi: Ibrahim spezzò l'arpa sul capo di Rhèdi; convennero di andare per le spade, e conoscere a cui sarebbe rimasta la vergine. Sidi Cheik-Alì gli accolse nella sua dimora, e chiamava la figlia: venne la bella dall'occhio di gazzella, dal piè di cervo, vermiglia sì come il granato; a lei trascorsero gli sguardi, a lei i pensieri di tutti: fremevano di piacere alla vista dell'huris mortale.—Costei, parlò accennandola Cheik, non sarà per cui uccide il mio amico; sposo di mia figlia si dirà quello che nella vicina battaglia ucciderà il mio nemico.—E sparve Zulema, e con essa la luce dagli occhi dei giovani.—Là presso la rupe che adesso chiamano di Sorlone, il primo albore del giorno vide due cavalieri in agguato; si avanzarono i Normanni, gli precedeva Roberto, splendido di armatura di oro, e di piume rosse; gli si avventarono i due cavalieri nascosti:—il sangue di Sorlone ha dato il nome alla rupe.» «Chi dei due l'uccise, Ibrahim o Rhèdi?» domandarono a un tratto Jussuff e Ghino, che attentissimi ascoltavano.

«Ambedue lo ferirono. Rhèdi rimase sul campo; Ibrahim tutto sanguinoso tagliò la testa di Roberto, e senza pure fermarsi a fasciare le ferite corse a deporla ai piedi di Zulema; quivi cadde, e andò a dimorare co' suoi maggiori. Pe' savii della guerra fu dichiarato vincitore Ibrahim.»

«Furono ingiusti! » esclamò Ghino «pari il coraggio, pari la gagliardia; un dito di ferro che più o meno s'incarni, non vale a distinguere il prode.»

«Tu hai proferito la parola del savio,» fissandolo con lieta faccia disse Jussuff a Ghino; «io consento teco….» «Ed io te ne dirò delle altre, se tu vorrai ascoltarle: tu devi, se sei quel Cavaliere dabbene che affermi, e pel quale ti tengo, donare la tua querela al Re Manfredi; il prò di tutti anteponi al tuo: che cosa pensi che sia il malvagio? un uomo che procaccia il suo bene col danno altrui…. e poi tu non sacrifichi cosa di conto nel differire l'abbattimento; questo ti afferma il tuo Mollak; questo ti giuro ancora io, che spesso intervenni a duelli per le terre d'Italia.»

«Tu lo giuri, straniero?»

«Per la mia fede,» rispose Ghino, toccandosi la fronte, «io non ti vorrei disonorato, neppure se la tua infamia fosse la mia gloria.»

«Ti credo, la tua parmi faccia di uomo giusto;»—soggiunse l'Amira, e con la punta del pugnale s'incise a fior di pelle la mano manca, e ne scosse alquante stille di sangue.—«Serbami, o terra,» imprecava «questo mio sangue, e la mia vergogna; se io un giorno verrò a domandartelo pagandoti in cambio quello del mio offensore, tu me lo renderai incontaminato; ma se io muoio senza ricattarlo, tu me lo verserai intorno alle tempie, e fa che sia un testimonio contro di me nel giorno del Giudizio. Conte Giordano d'Angalone, non ti guardare da me nè dai miei; noi torniamo amici, finchè il Re ha nemici.»

«Come vi piace, Jussuff.»

«Ora andiamo ad assicurare i nostri,» comandava Manfredi «che stanno con sospetto.»—E fu eseguito il comando. Per quella notte non si dormì più; si rinnovarono i fuochi, si alternarono dei bei ragionamenti. Manfredi sedè in mezzo a Jussuff, e al d'Angalone: la Regina gli accarezzava, Yole gli accolse con un sorriso, e si chiamarono paghi. L'Amira interrogato del come si trovasse col Conte Giordano, rispondeva: «E' dovete sapere, o miei signori, che dopo la chiamata del Re, che passò di sotto ai miei quartieri, io mi distesi sul terreno a piangere sopra la passata e la presente sventura; allorchè udii un susurro che parve trapelare dal pavimento, e bisbigliarmi agli orecchi:—I Provenzali ardono il palazzo del Re, quivi è rinchiuso il tuo offensore; s'ei muore, chi può sanarti dal vituperio? hai dimenticato, che il rimedio sta nella mano di colui che ti ha piagato?—Mi levai subitamente, e pensai che se io non poteva combattere, sì lo potevano i miei; li feci armare, e li condussi al palazzo. Io non so che si avessero i nemici; stavano fermi, come se temessero di andare oltre; li percotemmo, gli sbandammo, entrammo nelle carceri, e ne estraemmo il Conte Giordano; lo avvisava del caso pel quale era accorso a salvarlo, egli mi rispose piangendo:—da che Manfredi fuggiva per perfidia dei suoi, non voler vivere per sopportarne i rimproveri, odiare la vita.—Io gli soggiunsi, che pur troppo aveva ragione, ma ch'io non avea potuto prevenire il fatto; solo vendicarlo; e averlo vendicato; che le teste dei Raiah preposti al presidio della porta del Rapido erano state sepolte in luogo separato dai corpi loro;—gli detti arme e destriero, ed uscimmo. I Provenzali già occupavano il palazzo.»

«E lo ardevano essi?»—domandò Manfredi.

«No, lo serbavano perchè Carlo vi pernottasse.»

«O Carlo! tu già godi il contento di riposare le membra nel letto dei vinti;—tu lo godi, ma ne attesto il mondo se questo ti avviene per la viltà del figlio di Federigo!»

«Ormai che Carlo ha posto piede nel Regno, qualche cosa dobbiamo concedergli.»

«Che hai detto, Amira? Sono uscite dalle tue labbra queste parole?»

«Sì certo: non è egli Cristiano? non vorrai tu dargli la terra per seppellirlo?»

«Che io non sia costretto a concedergli altro!—Prosegui il racconto.»

«Egli è finito, mio Re: noi provammo di tentare anche una volta la fortuna; i nemici stavano avvisati; molti uccidemmo, molti anche dei nostri rimasero uccisi: due volte, mentre io correndo senza spada per la mischia animava i Saraceni, d'Angalone mi coprì con lo scudo, e mi difese dai colpi nemici.—Giordano, io ti dissi grazie allora, e te lo dico adesso, e sempre.—Intanto i Provenzali circuivano la terra, e le prime fanterie cominciavano a spuntare dalla porta d'Abruzzo; correvamo pericolo d'essere tolti nel mezzo; sapeva salvo Manfredi, meco traeva il d'Angalone; quello che desiderava, aveva conseguíto; serrammo le file, e prostrando quanto si oppose al nostro cammino, ci mettemmo per l'aperta campagna.»

Le ombre dalla parte di Oriente cominciavano a diradarsi, riprendevano gli oggetti la forma distinta, e il giorno era vicino a comparire. Le trombe accennavano la partenza; il Re montò in sella; lo seguitavano i suoi; valicarono poco lontano dal luogo dove avevano passato la notte il fiume Volturno, e per la via di Telese si avvicinarono a Benevento. Corre la fama, che Manfredi, vedendosi attorno tanta gente fedele, ripetesse sovente questa sentenza: «Anche la sventura è buona a qualche cosa; io ho provato questa gente, e mi posso affidare in lei quanto alla lama della mia spada.»

CAPITOLO VENTESIMOTTAVO.

LA BATTAGLIA DI BENEVENTO.

                Ma egli ha più paura della vergognosa vita, che della
                bella morte, e si mette tutto nella misericordia del
                Signore, e alza la mano destra, e si segna, e poi
                piglia la spada, e volta il cavallo……
                                          TAVOLA ROTONDA, C. 28.

Impari la morte il Re che fu vinto. Il giorno destinato per termine della gloria, quel giorno medesimo, chiuda le palpebre della sua vita mortale. Dal campo dove lo prostra la forza si guardi attorno,—qual lusinga lo affida? Non v'è braccio che si levi per lui:—il pianto dei desolati, che si smarrisce nell'urlo della vittoria, adesso solo, insistente, gli si addensa su l'anima. Se tra lo avvilimento di essere tratto in trionfo dietro il carro del vincitore, e la morte, ha scelto lo avvilimento, meno che rettili furono coloro che lo sopportarono, e la corona cadde su la sua testa come l'embrice su quella di Pirro. Non si sgomenta allo insulto dei codardi che accorrono quasi a festa per riparare all'ombra della grande caduta?—Non lo tormentano gli scherni dei traditori?—Al confine della sua meditazione non vede una vendetta di sangue, una giustizia sul taglio della spada nemica?—Il vincitore teme Dio,—non lo ucciderà: conviene all'uomo dal quale pendevano milioni dei suoi simili gustare l'amarezza di anelare dubbioso per lo suo stesso destino?—L'ora di passione è trascorsa;—mezza eternità non varrebbe a compensarla!…. egli vivrà;—ecco la vita:—fisso sopra un diadema, che non ornerà più le sue tempie, nè quelle dei suoi figli, struggersi al suo fulgore a mano a mano che si accosta al tramonto della speranza, sì come il fiore, che fu ninfa, alla vicenda quotidiana dell'astro che ha cessato di amarla:¹—avventarsi contro i ferri della carcere, e morderli, e insanguinarli, e stramazzare rifinito di forza nella disperazione della impotenza;—i suoi pensieri sono l'avvoltoio che gli divora le viscere;—teme ogni cibo;—non beve liquore se prima non lo abbia speculato traverso la luce;—non avventura un passo, se non tenta il luogo dove gli è forza posare il piede;—lo spaventa la propria ombra…. E i figli?—non può vederli, nè vuole.—A che ammaestrarli? A maledire?—Più della sua voce li farà germogliare nell'odio il cigolío delle catene.—Mostrerà loro la sua miseria?—Non basta quella che sopportano?—Ascolterà rinfacciarsi la vita,—la truce rampogna di averli generati?—Egli non vuol vedere nè udire anima viva; feroce gli è diventata la mente, l'intelletto salvatico:—nessuno gli parla, e pure tende l'orecchio a voci sconosciute, e risponde. Sovente una rimembranza di vittoria gl'infiamma lo sguardo: allo improvviso lo abbassa, e mira un oggetto tanto miserabile, che la stessa pietà non ha lagrime per compiangerlo: gli si chiude lo sguardo, e il cuore con quello, così stretto, che non lascia sfuggire un sospiro.—Sempre esalta la vittoria, quantunque talvolta la disfatta non avvilisca; ma l'anima di bronzo che può sopravviverle ha pagato pena maggiore del premio della corona.

¹ Clizia mutata in girasole

Io non impreco nessuno, e se una cenere si commuovesse entro la sua cella di morte, e mandasse un singulto…. oh! io non ho voluto aggravare la mano sul Grande che dorme.—Stanno oltre il sepolcro nel giudizio di Dio il premio e la pena, nè la polvere ardisce usurpare l'attributo dell'Onnipotente.—Quali occhi però seguiranno il Fatale fino alla tomba senza versare lagrime di sangue?—Circondato di fastidii che avvelenano la esistenza e non danno il conforto delle grandi sventure,—di gemere senza vergogna,—trafitto di minutissime piaghe dalle quali a goccia a goccia distilla la vita,—costretto a limosinare il pane presso coloro che pel battesimo di fuoco erano della sua religione….¹ che il cielo sia pio di riposo alla cenere del guerriero! dovea egli,—lo immenso, che aveva riguardato l'universo da tale una altezza, che appena a mente umana è concesso immaginare,—lasciarsi cadere sì basso? A lui stava morire per la spada dei valorosi, o per la perfidia della paura.—_Non si aspettava a questo?_² E che? colui che indagava schernendo i vizii degli uomini, e li toglieva a fondamento della propria potenza, doveva affidarsi alla virtù? Nell'Isola, dove, nuovo Prometeo, lo incatenava un odio profondo, ogni giorno lo infiammato pianeta gl'insegnava come doveva morire l'uomo, che non aveva conosciuto pari sopra la terra, però che quivi il sole, non come nei nostri climi, sia accompagnato dal mesto crepuscolo, ma comparisca improvviso nella pienezza dei raggi sul firmamento, ed improvviso lo abbandoni allo impero dell'ombre.³—Chi sa quante volte lo austero contemplando l'esempio solenne piegò vinto la faccia, e mormorò parole di dolore su la perduta occasione!—Oh! se, cadendo, in lui non fosse scomparso l'eroe! Oh! s'egli stesso non avesse svelato il segreto che il suo cuore era composto di creta come negli altri figliuoli di Adamo! Se la curva della sua vita non impallidisse al tramonto, e sfolgorante di luce si perdesse nel silenzio dei secoli,—qual nato di donna potremmo noi assomigliargli?—La Sapienza che governa il creato forse volle mostrare con la vicenda solenne gli estremi dove può suscitare e deprimere un'anima immortale? Se così è, mi spavento, perchè l'ultima azione di Colui, che poteva numerare con le vittorie i suoi anni, la gente maravigliata non distingue ancora se deve attribuirla a costanza, o a viltà.*

¹ J'irai demander la soupe à ces braves: quiconque a reçu le baptême de feu est de ma religion. (Parole di Napoleone.)

² Parole di Napoleone nel lasciare il Bellerofonte.

³ Description de l'Ile Sainte-Hélène.

* To die a prince—or live a slave—Thy choice is most ignobly brave! (Byron's Ode to Napoleon Bonaparte.)

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Bello è il riposo della vittoria, più bello il mattino salutato dal cupido pensiero dell'acquisto. Il destinato Carlo appena vede diradarsi le tenebre, chiamati gli scudieri, si fa allacciare la più grave armatura; mille volte li rimprovera della lentezza loro, ed egli con la sua impazienza dà cagione alla dimora; alla fine esce armato; lo antiguardo lo aspettava su la piazza in punto di mettersi in cammino; accolto con iterati applausi, risponde modesto: «Non abbiamo anche vinto.»

Gli ordini sono trasmessi, il muoversi cominciato: Carlo perseguita il suo emulo con la cupidigia del falco pellegrino, che ben egli sapeva, spesso la fortuna cangiarsi per un'ora d'accidia,—e i suoi invincibili su quei primi bollori;—non prese la strada di Capua, come troppo lunga; se ne andò a Venafro, dove, conoscendo che i fatti incomportabili commessi a San Germano gli alienavano i Napolitani, ed anche con istanti rimostranze ammonito dal Legato apostolico, volle riparare al fallo: accolse pertanto con lieta fronte i Sindaci della città, e li rimandò con parole amorevoli;—andassero,—impose loro,—e dicessero ai cittadini, lui essere venuto per ristorare la religione, e per vendicarli:—poi si condusse a visitare le ossa di Santo Nicandro martire, dalle quali ogni anno scaturisce un chiarissimo liquore chiamato manna;—veramente quando egli le visitò, il tempo del miracolo era scorso; nondimeno, tanto seppe il Conte di Provenza pregare il Legato Pignattelli, e il Pignattelli i Monaci, e i Monaci il Santo, ch'ei fu contento per quella volta di rinnuovarlo fuori di stagione. Non è da dirsi se la gente ne levasse rumore: rammentava, Manfredi mai aver visitato quelle sante ossa, mai per lui avere rinnuovato il prodigio; essere Carlo vero Cristiano, verace campione della Chiesa,—Manfredi eretico, non volere più oltre sopportare il dominio di un reprobo, di uno scomunicato. Lo Arcivescovo di Cosenza levava l'interdetto, e profondeva a piena mano i tesori delle indulgenze; le campane suonavano a gloria; i preti chiamavano il nuovo signore—braccio di Giuda;—i cittadini,—invitto e cortese;—pochi più prudenti tacevano, e aspettavano.—Il breve soggiorno che fece a Venafro sanò la sinistra impressione derivata da San Germano, assicurò i dubbiosi, confermò i parteggianti: abbandonava questa città accompagnato dai voti della gente, e costeggiava il fiume Volturno verso la foce per valicarlo con maggiore sicurezza, perchè sebbene egli s'ingrossi quanto meglio va accostandosi al mare, nondimeno scorre sempre meno rapido che sopra Venafro, a cagione che quivi sboccano quasi istantanei i fiumi Cavaliere, e della Lorda. Tentato il luogo più agevole a guadarsi, già erano passate alcune compagnie, quando Carlo osservò per la campagna una brigata, che faceva sembianza di piegare alla sua volta; soprastette dubbioso di ciò che fosse per recare; allorchè fu vicina, dalle vesti e dalle insegne conobbe essere ambasciatori: venivano deputati a rendere omaggio al Signore da Rocca d'Arce, Rocca d'Evandro, Rocca Guglielma, Rocca Monfina. Castel Forte, e da molte altre terre, parte spontanei, parte istigati dal Conte Rinaldo. Furono i ben venuti: Carlo li confortò a rimanersi fedeli; aggiunse non volere introdurre presidii entro le rôcche per non mostrare di aver sospetta la fede loro;—in sostanza, perchè non voleva diminuire l'esercito, e divisava di assaltare grosso il nemico, conoscendo che nella condizione in cui si erano ridotti gli eventi, la somma delle cose pendeva dallo esito di una battaglia;—poi gli accomiatò pieni, egli di carezze, e il Legato d'indulgenze. Traghettato il Volturno, si cacciava a gran corso per la via che s'inoltra alle falde dei monti del Matese, tanto che al declinare del giorno giunse ad Alife. Anche questa città gli schiuse le porte; e se meno era severo, lo portavano i cittadini per le vie quasi in trionfo: Carlo represse il moto, ed essi si contentarono di urlare tanto alto, da soffocare la voce della coscienza che li chiamava traditori. Se però v'è ragione che scusi il tradimento, gli Alifesi l'avevano. Essi serbavano in mente l'ingiuria di Federigo II, che per mezzo del Conte di Celano distrusse col ferro e col fuoco quella loro patria infelice: ben lo supplicavano i mal condotti di perdono, lo Imperatore fu inesorabile; egli morendo lasciò agli Alifesi un legato di vendetta, ed essi lo fecero pagare al suo figliuolo: certo, turpe il misfatto, turpissima la vendetta; ma dalla colpa nasce la colpa, e la infamia si perpetua nel mondo.—Talese non resse meglio di Alite: un'antica memoria raccontava che i ruderi di una città, che si vedevano circa un miglio distanti da questa terra, fossero un'altra Talese, rovinata dai Saraceni; e però i Talesi gli odiavano, e per cagione loro anche Manfredi avrebbero desiderato morto; tuttavolta, al primo apparire dei soldati di Carlo chiusero le porte, e mostrarono far testa. Si apparecchiavano i Provenzali all'assalto, quando l'Arcivescovo di Cosenza, parato degli abiti pontificali, si condusse sotto le mura, ed intimò i cittadini ad aprire; se resistessero, mal per loro; aspettassero, e tra breve, condegno castigo in questa vita, e nell'altra. Talese venne in potere di Carlo al modo stesso che Gerico in mano dei Giudei, se non che in Talese non caddero le mura. Carlo non prese altra vendetta di quell'ombra di resistenza che di poco onorarla del suo aspetto; andò oltre, e diresse il suo cammino a Santa Agata dei Goti: non già ch'ei sperasse averla come l'ebbe, ma perchè, se la battaglia doveva definirsi nella pianura di Benevento, bisognava che se ne assicurasse, come quella che troppo da presso minacciava alle spalle. Il destino gli concedeva più del desiderio; e sì che di propria natura il desiderio suole essere intemperante. Lontano due miglia da Santa Agata occorse in una solenne ambasceria, che gli consegnava le chiavi della terra, e con umili preghiere gliela raccomandava. Rispose, l'avrebbe come figliuola. Tanto inaspettata prosperità commoveva così il cuore di Carlo, comecchè di salda tempera, che a mala pena facesse distinguergli quali parole adoprasse: entrò giubbilante in Santa Agata, e fu visto, mentre passava la porta, curvarsi dall'arcione, e baciarne lo stipite. Romani e Francesi, in quel più tosto viaggio che conquisto dicevano apparire chiara la mano della Provvidenza; Carlo stesso cominciava a persuadersene: quell'essere destinato pare a tutti un bel che, e seduce le menti più forti. Senza prendere riposo, armato come era, si condusse alla Chiesa che serba le sacre reliquie di Santo Menna il Solitario, e rese grazie all'Altissimo; nell'uscire del tempio incontrò un capitano che aveva lasciato alla porta, il quale gli si accostò affannoso, come chi si è travagliato nel correre, e gli disse: «Messer lo re, gente con l'insegna bianca è venuta alla porta; dovrò introdurla dentro io? Ella demanda parlarvi.»

«Sì, introducetela tosto, sire La-Croix; non aspetti l'amico alla porta dell'amico; ci troverete al palazzo dei Sindaci.»

Carlo per questa volta s'ingannava; non erano amici coloro ch'egli accolse nella sala del palazzo della città con maniere semplici e dimesse, affinchè prendessero buona opinione di lui; per questa volta seminò su la sabbia; non ne rimasero punto edificati; anzi un Cavaliere, che pareva il principale dell'ambasciata, con soldatesca ruvidezza gli domandò: «Siete voi Carlo Conte di Provenza?»

L'alterezza del Conte rimase trafitta da così aspra interrogazione, onde, riassumendo quel superbo contegno che gli era naturale, rispose: «Siamo.»

Il Cavaliere senza inchinarsi soggiunse: «Or via, sire Conte, la Serenità di Manfredi I, Re di Sicilia, mio signore, mi manda a voi ambasciatore, affinchè, se vi piace, consentiate una tregua di un mese a patti, e…»

«Quale è il vostro nome, bel Cavaliere?» interruppe Carlo.

«Giordano dei Marchesi di Lancia.»

«Ebbene, bel Marchese di Lancia, tornate presto, e riferite al Soldano di Lucera, che noi non vogliamo con lui nè tregua nè pace, e che noi tra poche ore metteremo lui nell'Inferno, od egli metterà noi in Paradiso.»

Così favellava Carlo, insolente per arte e per natura, Un Cavaliere del séguito di Giordano, il quale teneva lo scudo traverso del petto a bello studio, affinchè meglio si vedesse, e su lo scudo mostrava il fulmine, che, cadente dalle nuvole, abbatteva una torre, col motto da man celuta scende; il nostro Ghino insomma, il quale si era fatto aggiungere all'ambasciata, e per disprezzo, od anche per iattanza (imperciocchè questa sia il pelo vano della bravura, come il timore della prudenza), portava quella insegna, onde i Cavalieri francesi riconoscessero in lui il vincitore del torneamento di Roma, mal comportando il superbo parlare esclamava: «Sire Conte, da quel valente uomo che siete, accettate la tregua, che in verità io vi giuro sarà per voi tanta vita trovata.»

«Che cosa favella quel membruto, che, se mal non vediamo, ci pare il vincitore del torneo di Roma?» domandò Carlo ad alcuni suoi Baroni.

«Egli brava, e minaccia….»

«Egli brava!»

«O sire Conte,» aggiunge Ghino «da quel valente uomo che siete, accettate la tregua, perchè non sempre troverete traditori che vi lascino il passo, non sempre i Saraceni che abbandonino il posto, nè Benevento,…»

«Bel Cavaliere,» favellò Carlo facendosi presso a Ghino «tu dunque ci prometti una battaglia prima di entrare in Benevento?»

«Cavaliere di ventura, pensi ch'io mi sia aggiunto ai tuoi nemici per vederti trionfare?»

«Nè più gradita, nè più cortese ambasciata potevi farci di questa; abbine in guiderdone questo nostro stocco….»

«Mi basta il mio per ucciderti, Conte;—me lo trasmise mio padre, come a lui lo aveva trasmesso il mio avo: noi Italiani non abbiamo costume di tenere molte spade, perchè non siamo usi a renderle.»

Carlo strinse le ciglia, e interruppe: «Or sia come desideri, bel Cavaliere; solo ti ricerchiamo di un dono, ed è, che tu voglia portare a Manfredi lo Svevo il nostro guanto in segno di sfida per la battaglia di domani, e dirgli da nostra parte che cessi una volta di fuggirne dinanzi: certo, eroe non lo credevamo noi, ma almeno uomo. Quando ci partimmo di Francia conducemmo in nostra compagnia gente di arme, stimando venire al conquisto di Napoli; se potevamo supporre quello che è avvenuto, avremmo condotto damigelli, Trovatori, ed assediato le città con le Corti di amore: che si direbbe in Corte del Re Luigi, se il Conte di Angiò senza un affronto premesse il soglio dei Reali di Napoli? Sono così fatti i discendenti di Federigo? Oh! di grazia, riporta al tuo signore che non c'invidii la fama di una vittoria, che non privi sè stesso di una bella gloria, perchè la più onorata azione della sua vita sarà di morire per le mani di un figlio di Francia.»

Voleva rispondergli Ghino, ma il Conte gli volse le spalle, e si condusse in altra stanza: guardò il guanto che gli era rimasto, vide che appena gli avrebbe coperta la metà della mano, e sorrise; poi tendendo il braccio verso la porta dalla quale era scomparso il Conte, esclamava: «Io terrò per me questo guanto, e ti giuro, Conte, che quando abbiano i tuoi la vittoria, lo che tolga il Barone Messere Santo Ambrogio, tu non godrai del frutto, se il braccio mio, e de' miei compagni, non viene meno alla impresa.»

Si avvicinano i tempi fatali.—Manfredi, alla dimane convocato il consiglio dei suoi, così favellava al Conte Giordano d'Angalone: «Or via, vedete, Giordano, se vero è stato il nostro presagio? Non ve lo dicevamo noi, che da questa tregua non avremmo ricavato altro che la infamia di averla proposta?»

«Messere lo Re, tristo è chi perde; voi per vincere dovevate fare questo; il nemico non si lasciò andare all'amo; provvedasi ch'ei vi sia costretto.»

«Esponete, Giordano.»

«Le medesime cagioni che dovevano rovinare la impresa di Carlo a San Germano la rovineranno a Benevento; prendiamo la lepre col carro; non vi dolga indugiare; soprastando si consuma il nemico; Vostra Serenità s'ingrossa della gente che Corrado di Antiochia tiene in Abruzzo, di quella che i Conti Federigo, di Ventimiglia, e i Capece, ragunano in Calabria e in Sicilia, ed offre eziandio spazio di tempo necessario ai Baroni per condurre le taglie.»

«Conte d'Angalone,» interruppe Manfredi «oggimai le cose non sono più intere come a San Germano; adesso sarebbe danno quello che allora appariva lodevole; l'onore nostro chiede l'ammenda.»

«Salva vostra grazia, Messer lo Re, voi sapete meglio che altrui gli affari del Regno non governarsi con le canzoni dei Trovatori, e l'onorato esser chi vince….»

«E che dunque?» interveniva terzo Ghino di Tacco «da che questo ladrone provenzale fu sì veloce a investire il Reame, e si mostra così presto di lingua, e insolentisce fino a mandare il guanto di sfida al figlio dell'Imperatore,» e qui mostrò il guanto che gli aveva consegnato Carlo «saremo noi sì codardi da non rispondere alia chiamata?»

«Da quando in qua, bel Cavaliere,» soggiunse il d'Angalone «dobbiamo combattere quando piace al nemico? forse i duelli hanno altra legge, ma nelle battaglie il tempo utile è sempre il tempo onorato….»

«Voi parlate da quel maestro di guerra che siete,» interruppe il Marchese e Conte di Lancia; «tuttavolta pensate, per i sussidii che abbiamo trovato in Benevento noi superare di già l'esercito di Francia; ponete mente che questa scorreria di Carlo si diffonderà con la fama di una vittoria, e certo sarà sovvenuto dalla Chiesa, assuefatta ad aiutare, allorchè conosce di farlo con certezza di premio; e poi,—io lo dico con l'angoscia dell'anima, ma pure l'esperienza mi costringe a dirlo,—chi sa la dimora quanta gente del Regno, lusingata dalla novità, delusa dalle promesse, e forse anco condotta dal proprio mal talento, può ribellare al nostro Re? questo è un incendio che bisogna arrestare a ogni patto; l'esempio si allarga contagioso: e dove si sparga per le provincia nei avremo guerra esterna, e civile, quando ora l'avremmo soltanto esterna.»

«Machatub Ruby!» esclamò l'Amira «è destinato: se Allah vuole, tu troverai successa l'avventura mentre provvedi a resisterle: se dobbiamo vincere, bastano quelli che abbiamo, se perdere, non bastano quelli che verranno.»

«Io vi dico che le probabilità del vincere non sono mai troppe, e cotesta vostra dottrina non giova all'anima nè al corpo, e poi gli Evangeli la condannano.» Così rispondeva il savio Giordano; e comecchè solo a sostenere la sua opinione, sarebbe co' savii argomenti venuto a capo di svolgere Manfredi, allorchè un suono di trombe gli troncò in bocca le parole. Assorse Manfredi impugnando la spada, assorsero i convocati, gridando: «arme! arme!» Lo stesso Giordano, senza che il suo cervello vi contribuisse per nulla, travolto dalla chiamata guerriera, trovò la sua mano su l'elsa, e la voce «arme» su l'estremo contorno del labbro.

«Ed arme sia!» esaltato di nuovo ardore esclama Manfredi; quindi velocissimo comandava: «Conte d'Angalone, Calvagno, prendete con voi le compagnie dei Tedeschi, e formatene una sola schiera più tosto profonda, che larga su la fronte; sia essa l'avantiguardia, assalti la prima, tenti sforzare le file nemiche, e s'inoltri più e più sempre, senza sbandarsi,—dovesse anche riuscire alle spalle di Carlo:—voi, Conte Lancia, Ghino, co' vostri Toscani, e Lombardi, e tu, Jussuff, con tutti i tuoi Saraceni, comporrete la battaglia, seguirete immediatamente l'avantiguardia, non troppo presso però,—a mezzo tratto di freccia,—vi prevarrete della impressione dei Tedeschi, che reputiamo infallibile; cacciatevi dietro di loro, sbandatevi, scendete, se fa di mestieri, da cavallo, e scompigliate le file;—a voi, Rogiero, affidiamo lo stendardo reale;—noi al capo del ponte co' Pugliesi comanderemo alla riscossa;—andate, provvedete: vi raggiungo all'istante; già non vi conforto a mostrarvi valenti, solo preghiamo la fortuna a favorire la valentia vostra.»

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«Elena, dolcissima donna mia,» favella Manfredi correndo armato di piastra e maglia verso la Regina, e le strinse con la mano aspra di ferro la sua delicata così fortemente, che per assai tempo vi portò la impronta violetta; «Elena—addio! avanti che il sole tramonti io sarò vittorioso, o morto.»—Poi senza attendere risposta si volse ai figli, e gli abbracciò, e li baciò: «Voi sarete felici, spero; se però la fortuna statuisse altramente, sovvengavi in ogni caso voi esser nepoti d'Imperatore, figli del nobile Manfredi; l'unico insegnamento che un Re vinto può dare ai suoi figli per ben condurre la vita è di saper morire; una, voi lo sapete, è la via per cui si viene alla luce, perchè una la cagione del vivere; innumerabili quelle per le quali si fugge, perchè innumerabili le cagioni del morire; se la natura ci aggravò di travagli, ne concesse anche il modo di deporli: non temete la morte; bugiardo è chi l'afferma terribile; più l'uomo le si avvicina, meno gli apparisce repugnante; al punto di abbracciarla, par bella; serbate, miei figli, i vostri giorni contro la persecuzione, contro la miseria, ma non obliate che il cielo ha fatto un asilo contro la infamia—sotterra…» Piangevano tutti; Manfredi gli sogguardò amoroso, e soggiunse: «In questa guisa dunque voi date animo al vostro Re per la vicina battaglia? Conviene accompagnare col pianto un guerriero al pericolo? In verità vi giuro, che avanti che sia molto coteste lacrime bagneranno le gote alla donna del Provenzale…. Ma se il destino…. Oh dove sei, mio fedele Benincasa!

«Mancano fedeli alla vostra sacra persona?» esclamò avanzandosi con passo sicuro il medico del Re, chiamato Giovanni da Procida; «se il mio Re vorrà onorarmi dei suoi comandi, per quanto basta la vita, io giuro adempirli.»

«Figlio generoso di generoso padre, noi non dubitiamo della tua prodezza; se tu avrai il senno del Benincasa, oltre il nome, e il sembiante, non sapremmo qual differenza sarebbe tra voi; pure tanto mi giunge gradita la tua offerta, che noi vogliamo, sebbene giovane, affidarci a te solo: se il fine del nostro regno è fisso lassù, se la stirpe di Federigo non deve più reggere le terre di Sicilia, tu condurrai in salvo la moglie, e i figli nostri, a Lucera, o meglio a Manfredonia…. Mia diletta, tu riparerai, come o piace, in Epiro presso tuo padre, o in Aragona alla Corte di Piero: certo tu avrai perduto la corona, perduto me tuo consorte, che avresti amato anche senza corona;—ti rimarranno i figli.—i figli, Regina, sostegno ai tuoi anni cadenti, consolazione delle passate sciagure;—il sapervi salvi anche dopo la mia morte, m'invigorisce lo spirito. Or via, un abbraccio… non piangete così… voi non conoscete s'egli sia l'estremo. Dio solo lo sa.» Poi si sciolse dagli amplessi loro, parlando a Giovanni di Procida: «Abbilo fermo, a Manfredonia; nè finchè giunganti galere di Catalogna, o di Grecia, nè per minaccia, nè per prego….»

Rogiero, il quale, finchè Manfredi stava stretto nelle braccia dei suoi, era rimasto immobile, forse quattro passi discosto, adesso osò sollevare gli sguardi, e muovere un piede: tentò parlare,—le parole uscivano imperfette, tremolavano i labbri convulsi; lo guarda Yole fisso fisso senza battere palpebra, con le pupille smarrite pel bianco dilatato in terribile maniera; tenta anch'essa rispondergli, si affollano le voci alla gola, vi lasciano l'angoscia dello sforzo, e tornano a gravitàrle sul cuore; riprova:—ogni potenza dell'anima, ogni facoltà del corpo è impiegata in quel conato; le vene che le errano su pe' cigli, e per le tempie, sporgono turgide, e di colore di piombo; la faccia va tinta di un sangue rappreso; tutta la vita sembra debba sgorgare in que' detti; soccombe la natura allo sforzo inusitato, un lungo strillo strazia le orecchie, e il cuore dei circostanti;—Yole bianca, sciolta nelle membra, stramazza come statua percossa dal fulmine.

Le trombe provenzali chiamano un'altra volta il nemico a giornata; pare a Manfredi intendere in quel suono una voce di scherno, balza alla porta gridando: «Svevia! Svevia!» Rogiero vede partirsi il Re, guarda Yole, alza la mano al cielo sospirando: «Ch'io la rivegga lieta, o non la veda più!» e fugge.—Elena sorreggendo la figlia non può seguitare Manfredi co' passi, lo segue con un grido; solo Manfredino corre dietro le poste paterne chiamando: «O padre mio, padre mio! ritornerai stasera?»—Fanciulletto infelice! ode prima dei passi distinti, poi rumore confuso, alla fine più nulla; ritorna piangente con le mani entro i capelli, e lamenta per via: «Il padre è sparito,—sparito, e non mi ha promesso di ritornare stasera.»

Lo esercito di Carlo, giunto sul vertice dei monti vicini, ammirava la città di Benevento, tanto famosa per la bellezza e antichità sue, non meno che per l'erronee credenze dei popoli. La sua origine si smarrisce nelle tenebre della Mitologia, sebbene non manchino scrittori che affermino averla edificata Diomede Re degli Etolii dopo la guerra troiana. Poche novelle ci avanzano di lei durante la dominazione dei Romani, imperciocchè la storia di questa nazione assorba ogni altra storia dei paesi conquistati; e finchè ella fu, Roma sorpassò la universa Italia. Narrano le Cronache, Totila averla tolta dalla signoria dei Greci; ma la sua grandezza comincia dopo la conquista dei Langobardi, chè Otari sommettendo la Italia fino all'ultima Reggio di Calabria, ne fondò un nobilissimo Ducato, donandolo a Zetone suo generale. Noi non faremo la cronologia dei Duchi che successero; solo diremo, che per la venuta di Carlomagno in Italia non fu distrutto il Ducato a patto che Arechi Duca si radesse, e facesse radere la barba ai Langobardi, coniasse moneta col nome di Carlo, e rovinasse le fortezze di Salerno, di Acerenza, e di Conza. Grimoaldo generoso figlio di Arechi non li serbava, allegando sè esser libero, e ingenuo per lato di madre e di padre, e sempre si manterrebbe libero con lo aiuto di Dio. Nè i fatti suonavano diversi: si vendicava in libertà, si faceva ungere dai Vescovi, a modo dei Re, adoperava corona reale. I Duchi che tennero dietro a questo Grimoaldo fino ai Normanni, non vanno distinti che per la varia immagine impressa su le medaglie,—o per qualche delitto. I nuovi signori duramente calcando i popoli fecero sì che implorassero lo aiuto di Papa Lione IX, il quale si condusse in Germania presso lo Imperatore Arrigo III, e seco lui convenne di permutare il censo delle cento marche d'argento e del cavallo bardato, imposto da Benedetto II su la Chiesa di Bamberga, con la signoria di Benevento, pur che di sue milizie lo accomodasse per conquistarla: riuscì l'opera a Papa Lione pel molto favore dei popoli, ed investì del Ducato un Raidolfo langobardo, che in breve fu cacciato da Anfredo normanno Conte di Puglia, fratello maggiore del Guiscardo. Per la nuova ingiuria crebbero le asprezze tra Roma e i Normanni, e ne derivò una serie fastidiosa di piccoli affronti, la quale non ha altro di comune con le grandi battaglie tranne la strage. Finalmente nell'anno 1059 furono composte in pace queste contese nella città di Melfi, e Benevento fu restituita alla Santa Sede, per esserle tolta di nuovo nei tempi successivi. Il maggior danno però che soffrisse la straziata città venne da Federigo II, il quale nel 1242, dopo averla sottomessa, ne spianava le mura. Ella portava impressi i segni della ferocia e della ambizione di coloro che l'avevano conculcata prima, poi scelta a dimora; era il suo aspetto medesimo la storia delle sue vicende, chè presso a lei si ammirava un arco trionfale di marmo pario eretto a Traiano per la strada ordinata a sue spese da Brindisi a Roma;—parte delle mura non demolite da Federigo mostravano la strana foggia di architettare portata dai Settentrionali in Italia; le nuove riparazioni, e le otto porte costruite per comando di Manfredi,—il risorgimento delle arti. Il castello fondato dalla Chiesa per istanza del Governatore pontificio, inalzandosi con le brune sue torri su la città, avvertiva, o forse avverte ancora al viatore, qual fosse in quei tempi la solenne maestà dei successori di San Pietro.

Il Conte di Provenza più la guardava, più gli pareva degna di essere conquistata; la circondò molte volte degli occhi per iscoprirne il debole nel quale far breccia, e tentare l'assalto; la conobbe munita con tanta maestria di guerra, che impossibile cosa fosse espugnarla per forza;—gemè, si volse a considerare la sottoposta valle;—spaziosa compariva, e degna di combattervi campale battaglia; i fiumi Calore, e Sabato, confuse le acque alla estremità di Benevento, l'attraversavano, e un ponte magnifico dava il passo dall'una all'altra sponda: domandava come avesse nome la pianura,—gli rispondevano:—Santa Maria della Grandella.—

«Oh se ci venisse fatto» favellava Carlo al Monforte «di chiamare il nemico in questa valle!»

«Spingiamoci alla dirotta ad occupare il ponte, e….»

«E il nemico scorgendo il vantaggio, non verrà più fuori…. date fiato alle trombe.»

Questa fu la prima chiamata, che interruppe il consiglio di Manfredi. Dopo il segnale ristette, ansante di speranza e di timore, a spiare quello che fosse per nascere. Si aprono le porte, e le compagnie dei soldati nemici prendono a stendersi per la pianura verso il capo del ponte.

«M'ingannano gli occhi,» domandò Carlo ai Baroni che gli stavano attorno «o sorte Manfredi?—Sì, sorte…. Sire Dio, gran mercè!—Or ecco, Baroni, il giorno che avete tanto desiderato…. Mongioia! Mongioia! la battaglia è vicina.»

«Bel cugino,» parlò sotto voce il Monforte al Conte di Provenza «perchè il Cavaliere del fulmine….» E il rimanente gli disse in modo che nessuno dei Baroni quivi ragunati lo intendesse. Carlo parve sdegnato, e negò assoluto: insistendo il Monforte, lasciava piegarsi, e rispondeva: «Fa, cugino, quello che vuoi; ma guarda che sia degno di portarle:—certo egli è un molto terribile cavaliere.»

«Lasciate fare, io troverò il vostro uomo, cuore di ferro, testa di nuvolo.» E tale discorrendo il Monforte si dette a cercare per le file un gentiluomo guascone nominato Sire Arrigo di Cocence, e gli riferiva come al Re, tratto dai suoi tanti meriti, era venuto in pensiero di vestirlo delle sue proprie armi, e farlo condottiero dell'avantiguardia: «io» gli soggiungeva lo scaltrito «avrei potuto contendervi l'onore, ma come grande amico vostro ho voluto lasciarvelo; pensate alla gloria che sta per ridondarne alla vostra famiglia, pensate, sire Arrigo, che di qui innanzi inquarterete nell'arme vostra il fiordaliso di Francia.»

«Grande per vero» rispose il Cavaliere «è la dignità che ci comparte sire Carlo, pure non tale a cui la illustre stirpe dei Visconti di Cocence non sia assuefatta. Vedete, Monforte, questo morso d'oro in campo rosso? ne sapete voi la cagione?»

«Ne udii, sire Arrigo, narrare qualche novella….»

«E che! ignorereste voi forse, sire Monforte, averlo posto Regnault de Cocence per aver tenuto la briglia al Re Clodoveo, che il Signore riposi, dopo la battaglia di Soissons? E queste mani intrecciate in campo d'oro?»

«Sì veramente, Visconte: ma venite, che il Re ne aspetta, e il nemico si avanza.»

«Geffroi Visconte, alfiere dell'Imperatore Carlomagno, che Dio faccia requie alla sua anima, l'ebbe mozze alla battaglia delle Chiuse portando l'Orifiamma; e la fama racconta, che sire Geffroi, senza punto sbigottirsi, la stringesse co' denti, e così la restituisse all'Imperatore, il quale gli disse: o Sire….»

«Già, già,—trovasi nella Storia del Regno, pagina quattromila cento otto; vi mostrerò il luogo; si dice che la scrivesse Arduino…. gran savio maestro Arduino, Visconte,—primo consigliere di Carlomagno, e Diacono di San Remigio.»—E così interrompendolo, e strascinandolo, condusse Monforte il Visconte alla presenza di Carlo, e gli disse: «Ecco il Visconte.»