CAPITOLO TERZO.
IL PRIMO BACIO.
Il mattin lucido lei sospirosa,
Lei sospirosa vede dal tacito
Suo cocchio d'ebano la notte ombrosa;
Di tutta l'anima divien signore
Amor, se sola, se inerme trovala;
Donzelle tenere, temete Amore.
ARMINIO, tragedia.
Che cosa è mai il tremito dilettoso che sorprende il corpo e la mente all'aspetto della bellezza?—Forse l'anima fu destinata a sentirsi commuovere per tutto quello che è bello? Forse il principio divino dell'uomo gode vagheggiare quaggiù tutto quello che sembra di Dio? Ma perchè dunque il pensiero non si esalta alla vista dei cieli? Perchè scorgiamo tranquilli il torrente della luce? Perchè se pietà di consorte o di amico non ci compunge, non mandiamo sospiro allo aspetto del pianeta della notte?—Che ha mai la terra da agguagliare alla grandezza dei cieli? Ahi! non l'anima si sublima alle forme della beltà: non il pensiero divino si esalta alla emanazione del Padre delle cose perfette; bensì il furore di turpe voluttà ci turba nel profondo, è l'idea di sozzo piacere quella che ci stringe il cuore, e ci rapisce la voce. Uomo, tu puoi essere solo convenientemente paragonato al fango dal quale nascesti! O amaro frutto della scienza del bene e del male, tu ci bai tolto perfino le illusioni che potessero essere magnanime, i palpiti del cuore!
La gioia dello intelletto suscitata da un istante di esaltazione, dove non trovi cosa reale che la mantenga, poco dura. Colui che travaglia le anime immortali troppo profondamente conosce tutti i modi della pena per non lasciarle lungo tempo in una medesima angoscia; perocchè allora o questa angoscia diverrebbe natura per forza di prepotente abitudine, o, se tale da non potersi durare, la morte correrebbe veloce su le tracce di quella; onde il Tormentatore che allontana quanto più può la morte dalla sua vittima, conoscendo il travaglio consistere meno nella intensità che nella durata, si mostra sollecito a variarle il modo di supplizio, onde non si abitui o non soccomba. Arimane,¹ allorchè si avvisa perdere lo sventurato viandante, non lo aggrava di subito con tutta la forza della sua potenza, ma a quando a quando gli manda tra le frasche della foresta una luce, o suscita una voce di gente vicina, affinchè il suo cuore si apra alla speranza, che poi gli faccia più amaro lo sconforto della tenebra, e della quiete spaventosa che precede la tempesta. Stanco finalmente il mal Genio di questo giuoco spietato, appresta l'ultimo danno, e lo scherno più feroce.—L'abituro degli uomini dista pochi passi dal viandante; già il suo spirito si rallegra nel piacere del calore che renderà il moto alle sue membra irrigidite, e nel ristoro del cibo; ma tra lui e l'abituro è aperta una voragine…. egli dirizza il guardo alla luce, nè bada alla via…. la terra gli manca sotto i piedi…. precipita alzando urla disperate; alle quali fanno eco le risa di Arimane, che, sporgendo la testa dall'orlo del precipizio, gode vedere su quante rocce percotendo lascerà viscere e sangue, prima che giaccia lacerato nel fondo.
¹ Arimane genio del male presso i Persiani, siccome Oromaze il principio del bene.
I fantasmi della gloria aveano abbandonato il giovane scudiero posto a guardia dei giardini reali: ad ora ad ora cupamente gemeva, ed esclamava: «O ambizione! o amore!»
Al pronunziare che fece questa sentenza, un leggerissimo moto lo trasse a sollevare gli occhi da terra, e…. non sarebbe questa una illusione della sua mente di fuoco?… No…. una forma leggiadra più che fantasia può immaginare, e poesia descrivere, gli stava dinanzi. La sua persona era tutta avvolta in lungo velo nero chiamato grimpa, che a quei giorni le belle Siciliane adoperavano per cingersi collo e seno, e parte del corpo, facendo più lieta la bellezza col suo migliore ornamento,—il pudore. Mortale la dimostravano il ventilare delle vesti, che svelava tutti i cari contorni di quel corpo delicato; ma il passo leggero, che appena piegava le foglie calpestate, poneva il risguardante in forse, se più che alle terrene appartenesse alle spirituali sostanze.—Il fantastico poeta l'avrebbe detta il Genio della Malinconia, che scende tacitamente nella notte a mormorare in basse voci un lamento, per non isvegliare i figli della terra ora solo felici:—ora, perchè oppressi dal sonno fratello della morte.
La vergine del sangue svevo, ignara da cui movesse quel sospiro, si volse al luogo donde era uscito per consolare l'afflitto;—perchè in qual cosa mai consisterebbe gentilezza del cuore, se il grido della miseria fosse invano ascoltato?
«Santa Maria dello Spasimo!» diss'ella, entrando sotto la volta che i raggi della luna non rischiaravano; «i tuoi devoti sono più di quelli che vorrebbono, e dovrebbero essere.—Chi è che geme qui dentro? Parla…. se sei sventurato, sappi che nessuno si dipartì senza conforto dal cospetto della figlia del Re Manfredi.»
La risposta fu indarno lungamente aspettata; i labbri dello scudiero non si prestarono all'usato officio, ma tremarono, e il soffio della morte parve estinguere in lui la fiamma della vita.
«Parla,» riprendeva Yole «non mi muove già vano desio a conoscere le tue sventure. Se in me non fosse potere da consolarti, non avrei la crudeltà di domandare i tuoi patimenti; perchè sebbene la curiosità ostenti la favella della compassione, io per me aborro colui, che pretende conoscere il cuore dell'uomo per lo indolente piacere di conoscerlo. Io ti sollecito a parlare; se i tuoi mali possono consolarsi, tu avrai conforto da Yole; dove io non basti, aspettalo dal tempo; se neppure questo giova, aspettalo….»
«Dalla morte!» gridò lo scudiero.
Qual fu il senso segreto di Yole a questa voce, e a questa sentenza? E' fu tal senso, che favella umana non può riferire; la quale cosa crederemmo pietà, se mancando i modi di significarlo non ci fosse stato compartito cuore da sentirlo. E il volto? Ah! le tenebre le coprivano il volto, ma certo fu quello della creatura che dal tempo precipita nell'infinito.
Un lungo silenzio seguiva: alfine Yole con voci interrotte continuava:
«Dalla Religione,—Rogiero,—dall'esempio della pazienza del
Signore.»
«Pazienza!—E sempre pazienza! S'eravamo nati a soffrire, perchè non ci fu data un'anima più forte a sostenere, o perchè fummo tolti dal fango, che non sente di essere calpestato, alla forma che freme per la gravezza dell'oppressione?»
«Profondi sono i misteri del Creatore…. sperate…. I cieli annunziano la gloria di Dio, ed egli non può fare a meno che reggere giusto;… mantenete la vita, non perchè ella sia bene, ma perchè la morte è ineffabile dolore.»
«Ma solo…. Spenta la vita dell'anima, che è la speranza, la distruzione del corpo segue necessariamente, e con ambascia infinita. Or tutto sta nella scelta di sopportarla sparsa per lungo spazio di vita, o concentrarla in un punto, e morire. Guardimi il cielo da vituperare colui al quale la natura non ha dato la forza di vedersi brillare la punta del pugnale sul cuore, con lo stesso sorriso che altri accoglie l'aspetto della bellezza;—ma neppure chi lo può, sia biasimato. La via di colui che sta in cima al monte va alla pianura; altri stende il corpo sul pendio, e trasvola al termine del sentiero; altri vi perviene movendo il piede in brevi passi, tentando prima il luogo, ritraendosi, e nuovamente provando. Chi di costoro vuolsi lodare, chi riprendere? Nessuno: quegli fu ardito, questi cauto;—ma la via di ambedue tendeva alla pianura, ed ambedue la fornirono.»
«Rogiero, le vostre parole suonano come quelle del serpente.»
«Principessa, non so se fosse scellerata la favella del serpente, ma per certo fu vera.»
«No…. scellerata, e fallace. Non promise egli di farci uguali a Dio? Infelici traditi! noi abbiamo imparato il duro mistero, che la nostra mente non è capace a comprendere. Atrocissima scienza! E dalla nudità della mente oseremo sollevare la fronte ribelle fino al Creatore? Ma di ciò basti, chè al cuore indurato riesce ributtare ogni argomento di salute, e lo spirito del male ragiona più sottile di quello del bene, il quale è piuttosto lieto della sua gioia che valente a dimostrarla. Poniamo che la morte deve soccorrere il disperato; ditemi,—sapete voi quale sia il momento in che la speranza vien meno?»
«Allorchè le cose presenti appaiono passate, e le passate presenti; allorchè divisando la tua via a oriente ti trovi a settentrione; allorchè gli occhi vedono senza lagrime le rovine del vulcano, e la gioia dei prati in primavera; allorchè la mano di tutti si alza contro di te, e la tua mano si solleva contro di tutti,¹ e il saluto di tuo padre ti suona come maledizione, e quello dei figli come rampogna; e il labbro volendo profferire la preghiera, mormora bestemmie, e i cieli nessuna altra cosa presentano fuorchè una volta della terra che il caso ha fabbricato e che il caso può distruggere…. ovvero l'eterna dimora del forte Signore del fulmine….»
¹ …. Ferus homo: minus ejus contra omnes, et minus omnium contra eum. (Gen., c. 16.)
«Santa Vergine! voi bestemmiate….»
«Io dico che allora la speranza è morta.»
«Cotesta è la vita del dannato; nè in così miser stato siete caduto, Rogiero. Le vostre parole scesero nell'anima mia, voi sarete consolato.»
«Che! Avreste voi intese tutte le mie parole? Oh! non vi badate, le profferii nel delirio…. La ragion in quel punto era ebbra di dolore…. Ma vivaddio! si addice a cortese donzella porgere orecchio alle parole del delirante?»
«Io trapassando nient'altro ho inteso proferire che amore….»
«Amore! sì…. poichè lo intendeste…. ma disperato amore…. e non solo…. e pure di per sè stesso potente a consumare ogni anima che ardisca nudrirlo. Un amore, di cui il pensiero è fremito, la conoscenza delitto, la rivelazione pena….»
«Ma questi sono gli attributi del misfatto!»
«Gli uomini lo direbbero tale, perocchè il delitto non compaia delitto, se non per essere perseguitato con le pene; egli però in sè stesso non è colpevole, ma alto…»
«Rogiero, il Trovatore canta spesso su l'arpa, che amore può molto più che noi non possiamo; non è la prima volta che la bellezza e il potere hanno coronato il valore; nè vi ha spazio sì ampio tra due amanti, che il buon cavaliere non possa percorrerlo con la spada.»
«Sia: ma nessuna dama mi ha cinto la spada: niun Barone mi ha stretto gli sproni; il ferro del mio Re non ha toccato la mia fronte; nè la sua voce mi ha ammesso all'ordine della cavalleria.—Io sono oscuro donzello che porto spada per ornamento, non per arnese di guerra: e la mia mano, usa a tenere la briglia del palafreno di femmina, non sa come si tratti la lancia.»
«Voi dite il falso, Rogiero;… pensate che non vi riconoscesse Yole nel torneamento della _Sala verde_¹ il giorno della incoronazione di mio padre? Non portavate i miei colori, la grimpa celeste che smarrii il giorno innanzi? Volenterosa vi avrei posto sul capo il premio della vittoria, ma vostri furono soltanto gli applausi delle dame del torneo.»
¹ Sala verde, luogo destinato ai tornei in Palermo. Vedi Inveges. Palermo Sacra. Tomo 1.
«Fui…. sì, fui; ma qual forza mortale poteva vincere l'uomo che portava la divisa della figlia di Manfredi? Ecco: ella mi posa sul cuore, ed ella sentirà i suoi palpiti, finchè palpiti saranno in lui. Io la porto meno per vincere le battaglie terrene, che quelle del nemico infernale: perdonimi Dio! ma io non la cambierei, con la grimpa miracolosa di Sant'Agata.¹ Io combattei, e la idea di combattere per voi mi era sufficiente guiderdone; nè io avrei sperato giammai che a voi si manifestasse. Ora tanta mi recano esultanza le parole vostre, che ogni sconforto della passata mia vita mi fanno interamente obliare.—Perchè mai non mi degnaste di uno sguardo? Perchè tenevate sempre dimessa la fronte?—Il giorno appresso io toccai la vostra mano… ella tremava… Vi offendeste forse del mio ardimento di correre lancia ornato dei vostri colori co' più prestanti Baroni del Regno?»
¹ Grimpa miracolosa di Sant'Agata, di cui la vista sola fece fermare la lava infuocata dell'Etna che minacciava Palermo. Vedi Inveges
«A dama di alto sangue non tornò mai disgrato il trionfo della propria divisa. Ma se quivi convenne la vostra donna, e vi conobbe, il suo cuore certamente diè sangue in vedervi combattere per altra….»
«Oh! ella v'era presente; nè le spiacque….»
«V'era dunque!» gridò Yole ponendosi una mano alla fronte. «Oh! s'ella v'era e non le spiacque, voi siete amante mal corrisposto. Manifestate chi sia. Voi già foste mio cavaliere, e il dovere più prezioso di dama cortese sta nel prendersi cura dei giorni di colui che gli ha esposti per onorarla.—Parlate, Rogiero: io vi giuro sopra la fede del sangue di Svevia, per quanto sta in me, di farvi andare contento.»
«Spirito del male, oh! come tentano feroci le tue lusinghe su la terra!…»
«Che mormorate, Rogiero? Forse vi riesco importuna? Sprezzate le mie promesse? V'infastidisce la mia voce? Ah! vogliate perdonarmi, e attribuirlo al forte amore e soverchio, che porto per…. tutti gl'infelici.»
Così parlava Yole, e queste ultime parole le uscivano appena distinte dalle labbra: mesta, abbattuta, già moveva il piede per abbandonare quel luogo, allorchè Rogiero, come uomo al quale il destino abbia rapito il senno, le andò incontro, e senza nessuno rispetto afferratala violentemente pel braccio, la trasse fuori dell'arco al raggio della luna; quivi, gettando per terra la celata, si scoperse la fronte, appose sopra quella per forza la mano di Yole; e poichè alquanto ve l'ebbe tenuta ferma, in tronche parole le disse: «Che parvi, Yole, della fronte mia?»
«Che tutti i Santi del Paradiso vi guardino!» rispose esitando la figlia di Manfredi; «ella è fredda come il marmo di un sepolcro.»
«Deve esserlo.—Odimi, divina fanciulla, odi la parola di tale che saprà punirsi di avere parlato.—Io spesso nel fervore delle mie preghiere, nella rabbia delle mie maladizioni, ho sollevato un voto, inesaudito fin qui. Dammi, gridai, nè sapeva a cui, dammi un momento di gioia, e poi lascerò la vita.—Ora, sia ventura, sia destino, questo momento è venuto; questo momento è passato; nè in me dura costanza da aspettarlo lungamente, e forse indarno, nel supplizio della vita.—Concedi uno sfogo di parole e di lagrime al moribondo; esse non ti offenderanno; e quando anche ti offendessero, la mia morte non basterà alla espiazione?…»
«Rogiero!…»
«Yole, sai tu da quanto tempo io porto la tua immagine nel cuore?—Ella vi stava prima del palpito…. prima del nascimento; imperciocchè prima di vederti ti amassi. Nel cammino della vita ho mirato le belle figlie degli uomini, ed ho vôlto l'occhio alla terra accorgendomi che venivano da essa. Ho veduto l'altera nell'orgoglio delle sue forme, e non ho desiato. Ho veduto il rossore della timida amorosa, e non ho sospirato…. e diceva a me stesso: cuore di bronzo, non v'è grazia di amore che possa commuoverti?—Ma una immagine di bellezza turbava pur troppo il mio spirito, nè io l'aveva tolta da sembianze mortali…. forse mi si affacciò alla mente, allorchè l'anima ristorata dal riposo torna agli ufficii della vita, e i suoi sogni sono ridenti come le rose dell'aurora. Io anelava angoscioso dietro la figlia della mia fantasia, e sovente nel delirio della passione le indirizzava parole, e: forma divina,—io le diceva,—esisti tu veramente? Oh! non sparirmi sul primo raggio del sole che sorge. Io per te rinunzierei alla sua luce. Vieni, celeste pellegrina, o silfide, o gnomo,¹ o angiolo, o demone, a fare lieti i giorni della mia vita, e allora Rogiero sospirerà di amore.—Yole…. un giorno ti vidi…. Troni del cielo! le tue sembianze erano quelle della immagine della mia fantasia.»
¹ Silfidi spiriti dell'aria, Gnomi della terra, come le Ondine dell'acqua, e le Salamandre del fuoco. Mitologia cabalistica. Vedi Dizionario Infernale.
«Rogiero,» disse Yole sollevando maestosamente il suo corpo, «sono parole queste, che un servo fedele possa favellare alla figlia del suo signore? Può la nepote della Imperatrice Gostanza convenientemente ascoltarle?»
«Non so, Principessa, se a voi stia bene ascoltarle, ma sapeva bene che in me era delitto profferirle.»
«Abbiatevi il mio perdono…. vivete…. ponete l'amore vostro in più avventurosa donzella, e che possa corrispondervi; me obliate.» E questo disse con voce soffocata; poi soggiunse con maggiore amarezza: «Rogiero, tanta corre la distanza in questo mondo tra noi, che non potete sperare di essermi unito in nessuno altro luogo che in cielo, dove, tolta ogni molesta distinzione, siamo tutti uguali nell'amore di un Solo.»
«Questo non ignorava, e però senza speranza vi amava, senza speranza i miei interni tormenti vi apriva. È vero che amore può molto più che noi non possiamo; ma è vero ben anco, che occorrono distanze a percorrere impossibili; e voi, orgogliosi, balzati dalla ingiustizia o dal caso sui troni della terra, stimate avere onnipotente impero sopra le anime immortali. Miserabili! e non sapete che l'anima ha tali ferite, che nessuna potenza al mondo vale a sanare!—Dovrei forse accusarti di presunzione, per avere voluto conoscere un male che non istava in tuo potere di volgere a bene, e farti sentire che sei polvere…. coronata sì, ma polvere? No: valgati l'animo cortese, e la lusinga del potere che troppo ti fa baldanzosa, e più valgati trovarmi io disposto da gran tempo alla morte, e disperato affatto. Pareami morire con un peso sull'anima tenendo celato il mio amore; ora, poichè l'ho potuto svelare, parmi che poserà su di me più leggera la terra del sepolcro.—Yole, la religione e il cuore ammaestrano di una seconda vita, e più durevole: la mente abbandonata a temerarii pensieri la nega. Comunque ciò sia, quello che ora ti domando, con la preghiera più profonda della mia anima lacerata, o farà lieto lo spirito se sopravvive alla mia morte, o il solo istante della mia partenza dalle cose viventi:—un sospiro ti chiedo, un solo sospiro. Il tempo non ha velocità da misurarne la durata, ma egli è una eternità di contento per colui al quale s'invia; e quando, sposa felice di un potente della terra, vedrai le spoglie delle vinte nazioni al piè del tuo trono, e te sollevata a tanta grandezza che dopo Dio l'uomo volga a te le sue preghiere e i suoi voti, e udrai il tuo sposo chiamarti l'eletta del cuore, e dirti per te avere ornate le sue tempie di alloro, per te acquistato il premio maggiore che la gloria può concedere all'uomo, e nel tuo nome avere combattuto, e nel tuo nome aver vinto…. oh! allora ti ricorra alla mente il pensiero del povero Rogiero che ti amò tanto…. e ricorda sospirando: egli mi amava così;—e tu piangerai, e alla storia della mia feroce sventura forse piangerà anche il tuo magnanimo consorte,—piangeranno tutti.—Nessuna altra gioia occorre in questa vita, tranne la speranza di un sepolcro lagrimato…. Yole, l'ora della mia dipartenza è arrivata; prega per un'anima che passa, i di cui ultimi pensieri non possono essere di Dio….»
Pallido come quello che viene strascinato al patibolo, ma fermo nel suo fiero talento, Rogiero cavò il pugnale, e fece atto di rompersi il seno.
Forse non aveva Yole sopportato fin qui la più grave battaglia, che femmina al mondo voglia e possa sostenere? Doveva ella resistere anche a questa ultima prova, e, dovendolo, lo poteva? La passione repressa proruppe impetuosa, imperciocchè le passioni tengano della natura del fuoco; e la bella addolorata, a guisa di furente, mal sapendo che si facesse, si gittò al collo di Rogiero, ponendo il suo corpo tra il pugnale e il seno di quello. Pure così veloce fu l'atto, nè egli seppe di tanto trattenere il colpo, che a lei non iscendesse su la destra spalla, stracciasse le vesti, e la pelle lievemente sfiorasse. Ma il pugnale cadde, e rimasero abbracciati; il cuore dell'uno palpitò sul cuore dell'altro…. le lagrime loro scesero confuse…. le guancie, i labbri, si toccarono,—e il primo bacio di amore fu dato.
Io per me quando considero le sorti umane, credo che la gioia sia tremendo delitto davvero, perocchè la veda tanto gravemente punita; onde per quell'amore che porto ai miei compagni di maledizione, se alcuno ne incontro che adesso per anima, o per cosa acquistata, si dica felice, io mando una preghiera dalle interne mie viscere al Creatore del fulmine, e lo supplico che si degni nella sua pietà d'incenerirlo, e spargerne la polvere ai quattro venti della terra, onde l'uomo conosca, che può morire felice….
Ma perchè si rimangono tuttavia abbracciati? Oh! v'è una gioia in questa terra, che due amanti credano possa, non che superare, uguagliare gli abbracciamenti loro? Dov'è l'orgoglio del sangue? dove la paura della pena? Essi non hanno più da temere o da desiderare. Questo diletto trascorse, nè tornerà mai più. Il tempo, che essi hanno obliato, non si rimane dal percorrere la sua durata, e confondendo con le ore passate quella breve dolcezza mena velocissimo le sventure che devono intenebrare la rimanente lor vita.
La regina Elena, sposa di Manfredi, benchè per la nobiltà del suo sangue (chè discendeva dai Comneni di Epiro) alquanto orgogliosa, fu nondimeno affettuosissima madre. Una figlia ed un figlio avevano rallegrato il suo matrimonio. Gostanza, sua figliastra nata a Manfredi dalla sua prima moglie Beatrice di Savoia, portava di già corona reale, essendosi unita con Piero figlio di Giamo, potente Re di Arragona; rimaneanle però in casa Yole e Manfredino, vezzosissimo fanciullo, speranza del padre, di appena dieci anni nato; ma la sua tenerezza era per Yole, che considerava infelice; nè mai, per quanto s'ingegnasse, poteva trarla da quell'ostinato abbattimento. Le sue sembianze adesso erano maestose, una volta furono leggiadre quanto quelle della sua figlia Yole; se non che un tenue velo di malinconia, come dice il buon Pellico, diffuso per tutta la persona di questa, facea sì, che la gente piuttosto oggetto di reverenza, che di desiderio, la riputasse. Ora dunque in questa stessa sera la Regina seduta accanto il letticciuolo di Manfredino, poichè ebbe scôrto che il sonno era disceso su gli occhi della innocenza, si alzò diligentemente, e soffermatasi a considerare la pace che spirava dal volto di quel caro angioletto sentì spuntarsi una lagrima su le palpebre; allora curvò leggiera leggiera la persona, e datogli un bacio nella fronte gli susurrò sopra queste parole:—Dio sa, se pure te amo, o dolce figliuol mio; ma i tuoi sonni sono quelli del felice. Possa la pietà dell'Eterno concederti lungamente questi sonni!—Quindi lasciatolo in custodia di alcune damigelle, volse alla camera della sua diletta Yole.
Giunta che fu, aperse l'usciale; il vento, che soffiava nel corridore, glielo svelse di mano, e lo percosse con impeto alla parete. I doppieri della stanza tutti ad un punto si spensero: ella nondimeno avanzò; e sebbene acute strida la percotessero, avvisandosi di quello che era, senza turbarsi disse alle circostanti: «È qui la mia figlia Yole?»—Matelda, riconosciuta la voce, rispose tutta affannosa: «Santa Oliva di Palermo! siete voi, Regina? Voi ci avete fatto la più grande paura che mai sia stata al mondo.»
«Matelda,» soggiunse gravemente la Regina Elena «non su la vostra paura, ma di mia figlia io vi ho fatto domanda.»
«Regina, è nel giardino.»
«Rimanetevi con Dio, damigelle, e mostratevi in avvenire di più forte spirito, perchè sappiate la paura essere presentissimo segno di animo non retto.»
Così Elena, senz'altra compagnia, lasciando quelle codarde a rassicurarsi del terrore, e a dolersi del conseguito rimprovero, mosse al giardino reale, dove, poichè alquanto si fu aggirata, occorse in Gismonda, la quale, assorta nel pensiero degli ultimi casi, non le badò, se non dopo che l'ebbe per ben tre volte chiamata. A lei domandava di Yole; e vedutala mesta, volle saperne la causa, e conosciutala confortò la gentile damigella. Quindi unite si mossero a ricercare Yole.
Avvicinandosi alla gran porta che conduceva fuori del giardino, si offerse alla vista loro una donna distesa sull'erba; accorrevano affannose.—Dio eterno! Yole in quella abbandonata riconoscevano. Elena, vedendole la veste stracciata, e intrisa di sangue, riputandola morta, con orrenda ansietà le si gettò addosso cercando la parte del cuore per sentire se batteva… egli debolmente sì, ma pure batteva: allora guardò la ferita, conobbe essere leggiera, e sospirò.
«Gismonda, corri alla fontana, e porta un po' d'acqua.»
Gismonda partiva.—Elena, postasi a sedere su l'erba, si recò in grembo la figlia, la scinse, e le soprappose una mano alla fronte, pietosamente riguardandola. Ella aveva gli occhi chiusi, e non di meno era bella. La luna la vestiva di una luce modesta, e parea godere d'illuminare quel volto, gentile quanto il suo raggio medesimo.—«Povera figlia!» ad ora ad ora diceva singhiozzando: ma allorchè il pianto le ingombrò gli occhi per modo, che più non potesse contemplare quel volto, gli volse al cielo e parlò:
«Accettate, Signore, questo sacrificio di lagrime: egli deriva da un'anima profondamente addolorata. Oh! dalla nascita di questa infelice figliuola non ho avuto più un'ora di bene.—Povera Yole! pur troppo tu fosti generata nella sventura,… ma… Dio onnipotente! se voi sapeste che sia per una madre vedere queste guance, su le quali non erano per anco sbocciate le rose della giovanezza, ora a un tratto impallidirsi: che queste membra, non ancora arrivate all'incremento loro, a poco a poco disfarsi, non mi affannereste così.—Povera innocente! La sua anima non conosce il peccato, e pure una pena orribile la turba, le avvelena la vita un secreto tormento, cui ella non può nè allontanare, nè conoscere, perchè Dio si mostra misterioso nei suoi stessi tormenti. Chiamasi pietà questa di ragunare tutte le procelle dell'inverno per atterrare un fioretto, testè apparso sul prato?¹ Tua è questa carne,—quest'anima, tua: ma creasti tu forse per godere l'atroce diritto di distruggere?—Toglitela se ti piace, ma deh! non provarla con tanto dura battaglia… Elena! sciagurata Regina! tu hai ardito mormorare dell'Eterno…—Io?—Signore, le mie pene sono ben grandi… perdonatemi. L'angoscia accieca la mente: perdonate ad una madre, che lietamente darebbe in questo punto la vita, anzichè piangere sul sepolcro dei proprii figliuoli.»
¹ Dicam Deo……. Numquid bonum tibi videtur si calumnieris me, et opprimas me opus manuum tuarum? (Job, c. 40)
In questo Gismonda a mani curve, a guisa di tazza, giungeva dalla fontana; ma la fretta fece sì, che appena poche stille di acqua vi si conservassero: queste nondimeno, spruzzate sul volto di Yole, ebbero virtù di ritornarla alla vita. Apriva la vergine languidamente gli sguardi, e tratto un gemito domandò: «Dove sono?»
«Nel grembo di tua madre.»
«Oh! non ne fossi mai uscita.»
«Che? Respingi il grembo che ti ha portato… il seno che ti diè il latte? Santa Maria! anche a questo era riserbata la Regina Elena?… Ah! le mie ambasce si fanno maggiori della mia pazienza.»—Così dicendo lasciava di sostenere la figlia, e, lacrimando disperatamente, cadeva.
«Gismonda!» disse allora Yole a questa damigella, che sola era rimasta a sorreggerla, «perchè mi ha lasciato mia madre? Le sono forse divenute troppo gravoso incarico le membra di sua figlia? Ah! io incresco a tutti, e a me stessa….—Chi è che piange? Gismonda, dimmi, chi piange?»
«La madre vostra.»
«Perchè?»
«Voi avete desiderato di non averla avuta per madre.»
«Io ho detto questo?… Io!» esclamò Yole: e il rimorso dell'anima gentile le ricondusse su le guance i colori del pudore. «Sciagurata! Oh! l'ottima delle madri, non vogliate piangere a quelle cose che ho detto, ma piangete piuttosto per quello spirito che mi costringe a dirle.—Certo, il mio cuore non vi assente…. ma una forza feroce mi agita l'ossa, e il sangue. Io vi amo, madre mia, vi amo di quell'amore stesso che voi amate me:—prescrivete; ogni qualunque prova, e sia pure quanto si voglia dolorosa, incontrerò lieta per amore vostro. Io non vi offro la vita, che il togliermela sarebbe il più grande benefizio, che il cielo e gli uomini mi potessero fare; ma cessate di piangere per cagion mia…. cessate, od io muoio di affanno ai vostri piedi.»
«Io sono lieta, Yole,» disse la Regina, abbracciando la figlia, ed amorosa baciandola; «ma tu, via, cessa di darmi tanta afflizione. Parla…. dimmi: qual cosa mai tanto duramente ti molesta?—Qui nel mio cuore deponi il tuo segreto…. nel cuore di tua madre, che darebbe la vita per vederti felice. La tua sorella lo è già: e quando te pure io vedrò così, il giorno della mia morte sarà il più avventuroso di tutta la mia vita.»
«Gostanza» rispose Yole con accento solenne «è, e si manterrà lungamente felice. Al cielo piacque separare la causa della figlia di Beatrice di Savoia dalla causa della figlia di Elena di Epiro. Su me…. su noi pesa un atroce destino. Noi morremo illagrimati, giaceremo insepolti, monumento di pietà, d'invidia, e di ferocia. A che vi arrancate, madre mia, per ricercare nel mio spirito la cagione del dolore? Sollevate gli sguardi;—la causa della nostra disperazione scintilla nel cielo….»
Elena sollevò gli sguardi all'orizzonte, e vide, o le, parve vedere, la cometa scuotere minacciosa i suoi raggi. Non ne sostenne l'aspetto, ma riabbassata la faccia passò il suo braccio in quello di Yole, e mestamente silenziosa prese a incamminarsi verso il castello. Le seguitava Gismonda, mormorando a bassa voce una preghiera per la pace allo spirito travagliato delle sue dilette signore.
CAPITOLO QUARTO.
OFFESA.
Che temi, animo mio, che pur paventi?
Accogli ogni tua forza alla vendetta,
E cosa fa sì inusitata, e nuova,
Che questa etade l'abborrisca, e l'altra
Che venir dee creder la possa appena…
Sono innocenti i figli? Sieno,—sono
Figli di traditore.
ORBECCHE, tragedia antica.
Nella parte occidentale del castello del Conte di Caserta era una cameretta remota nella quale nessuno, per quanto fosse ardito, osava di penetrare. I servi, allorchè nella notte faceva bisogno per alcuna faccenda passarvi vicino, commettevano alla sorte la scelta di quello che doveva andare; nè questi apprendeva mai il suo nome senza impallidire; e sebbene si raccomandasse al suo Santo protettore, e si munisse col segno santissimo della fede, pur tuttavia s'incamminava sempre tutto pauroso, senza volgere la testa, a passi accelerati, mormorando un esorcismo. Ciò non accadeva senza forte motivo, imperciocchè la tradizione portasse che quivi fosse stato commesso un molto terribile delitto; e sovente vi udivano pianti, gemiti, ed urla disperate. V'era perfino qualcheduno della famiglia che giurava su l'Evangelo aver veduto uno spettro di donna con un pugnale nel seno, dal quale sgorgava un vivissimo sangue, farglisi incontro, e dimandarla con voce lamentevole: «Il mio figlio? Il mio figlio?» Insomma, al naturale orrore del luogo si aggiungevano le fantastiche paure di menti superstiziose e ignoranti.
Questa camera appariva internamente poco più lunga di dieci passi, altrettanti alta, e larga; perfettamente cubica. Le pareti, il soffitto, il solaio, tutti coperti di nero. In essa non occorrevano suppellettili di sorta alcuna, nè sedie, nè tavola, o che altro; solo una lampada involta dentro velo nero, appesa al soffitto, tristamente la illuminava. Traccia di balcone nessuna. Nella parete volta a mezzogiorno si vedeva un tabernacolo simile in tutto a quelli che, con troppo generale denominazione, soglionsi oggi giorno chiamare gotici, e questo pur nero, quantunque se di marmo o di legno non abbia conservato la cronaca. Ma se di tabernacolo gotico aveva la tavola, sporgente dal muro, sostenuta da beccatelli traforati a fogliami, le colonne a spirale contro ogni regola di architettura soverchiamente sottili, e frontone protratto in angolo acuto, frastagliato di ornati, senz'altro sodo o cornice posato sui capitelli delle colonne, non aveva però in sè Santo, o Madonna, siccome nei tabernacoli gotici anche oggidì osserviamo. L'aspetto di questa camera faceva supporla destinata ad uffizio di Oratorio, benchè non si discernesse a cui fosse consacrata.
Lì presso al tabernacolo stava immobile un uomo di persona più alta della comune; vestiva cappa di panno oscuro, cinta strettamente alla vita. Il suo sembiante…… oh! il suo sembiante era tale, che chi lo mirava per nessuna altra cosa sapeva più supplicare l'Eterno, se non per ottenere dalla sua pietà la dimenticanza di cotesto volto. La sensazione che agitava la gente alla sua vista non può ridirsi che per via di paragone, assomigliandola a quella che suscita nel cuor dell'uomo sospeso sopra lo abisso delle acque l'urlo salvatico del mostro marino. I colori della malattia e della paura gli stavano su la fronte: le guance aveva emaciate, il labbro tumido, e acceso. Nessuna scintilla, che accennasse la vita, balenava nei suoi occhi incavati, coperti di un velo, intenti, ghiacciati. Angeli del Paradiso! Parevano quelli di un Vampiro.¹ La sua immobilità, e le membra abbandonate a sè stesse, facevano riputarlo un morto, così fissato in piedi lungo la parete per indurre a penitenza con tanto spaventoso spettacolo chiunque si fosse vôlto a pregare là dentro;² ma facendosegli assai da vicino, vivo lo manifestavano il grave respiro, e il tremolare del labbro superiore in brivido affannoso.
¹ Errore che anche oggi regna in Ungheria, in Moldavia ec. ec., e specialmente in Grecia: credono che il corpo di uno scomunicato esca dalla fossa a succhiare il sangue dei vivi. Il Dottor Polidori descrivendo gli occhi di un Vampiro dice: «che cadeano su la pelle come un raggio di piombo che gravitàsse senza penetrare.»
² Costume siciliano. Vedi Pindemonte.
Poichè lungamente stette così senza dare quasi segno di vita, prese a camminare per la stanza; ma l'anima, assorta in ben altri pensieri, non dirigeva quei moti. Il suo corpo era lo stesso che abbiamo descritto qui sopra, se non che si moveva; ma i suoi passi non avevano oggetto nessuno. Ora andava direttamente fino alla parete, dove percotendo si ritraeva; ora giunto alla metà della camera piegava a destra, o a sinistra; spesso anche in circolo si aggirava. Io ho veduto il sonnambulo, ho veduto il maniaco, ma non vive cosa nel mondo che possa uguagliare l'orrore che ispirava costui.
Con gli occhi sempre fissi al soffitto, si volse a un tratto verso il tabernacolo: brancolando per lo interno, pervenne a trovare un bottone appena visibile, lo spinse, e si manifestò certa apertura dalla quale trasse una cassetta nera sottilmente ornata di lavori di argento. Ricercandosi poi sotto le vesti, rinvenne la chiave: la sua mano, adesso divenuta fuori di misura paralitica, errò assai tempo prima di trovare il serrame: trovatolo, applicò la chiave, lo schiuse, e la cassetta aperta lasciò vedere un teschio umano politissimo, con estrema diligenza conservato. Lo prese costui con ambedue le mani, e, postolo sulla tavola del tabernacolo, lasciò con dura percossa cadersi prostrato innanzi di quello, tenendo la faccia sempre vôlta al soffitto, e le braccia incrociate in atto di preghiera.
Era certamente trapassata un'ora ch'ei stava in questa posizione, quando, abbassato il capo, si mise a riguardare fissamente il teschio. I suoi occhi prima velati ardevano adesso di terribile luce; bentosto si fecero rossi, scintillanti, ma non versarono lagrima; forse la sua disperazione aveva esaurito anche questo ultimo conforto della sciagura. Le sue labbra anelavano proferire parola, ma non potevano mandar fuori che urla indistinte. Mi sia permesso il detto, questa era l'ora dell'uracano dell'anima. Commozioni tanto profonde, come ogni altra cosa fuor di natura, lungamente non durano; simili però all'uracano, lasciano dove passano traccie indelebili, e le sembianze affatto tramutate. Quest'uomo, che dapprima poteva paragonarsi ad un morto richiamato per forza di negromanzia ad alcuno ufficio della vita, adesso il vedevi divenuto tutto moto, e tutto velocità. Il volto già così pallido avvampava acceso di colore febbrile: le membra, d'immobili fatte convulse, in diversi atti del continuo agitavansi, benchè non ardisse alzarsi davanti quel teschio che sembrava adorare.
Nè passò molto che quei suoi urli indistinti si accostarono a qualche cosa che parve favella umana: allora se alcuno avesse avuto coraggio di porgere orecchio, ne avrebbe ricavato queste parole:
«Ecco!—Qui stavano quelle labbra che tanto soavemente sorridevano…. ora le nude mascelle par che ridano tuttavia…. sì…. ma del riso del serpente, allorchè delusa la madre degli uomini la intese condannata con tutte le future generazioni alla morte.—Qui i mesti occhi…. e pur belli…. Qui la bianca fronte, e le floride guance….—Or che rimane di tanta bellezza? Nude ossa…. la parte più vaga del corpo in celere dissoluzione si consumò…. l'ossa rimangono…. l'ossa, come spaventoso testimonio di morte… Oh! per pietà di me…. per pietà di te, perchè non fingesti?… L'anima mia geme orrendamente travagliata. Giaccio sopra letto di fuoco, dal quale non posso levarmi, e sul quale, malgrado ogni tormento di questa vita, e la eterna dannazione, tornerei a giacermi…. O frutto amaro di vendetta non per anche compíta!—Io non posso più offerire il cielo, che da gran tempo sta chiuso per me; non lo intelletto ormai più che a mezzo perduto…. ma io consentirei a sentirmi eternamente trasportato dai venti della terra, percosso dall'onda procellosa contro le roccie del mare, trabalzato per secoli e secoli negli abissi del caos, arso ad ogni istante dal fuoco del cielo, tormentato con tutte le angosce, che mente umana, o infernale, può immaginare, purchè potessi conseguire la intera vendetta…. Allo spirito che albergava in questa testa giungeranno funeste tali novelle…. Oh! questa è nuova pena, ed a un punto nuovo incitamento per me.»
Mentr'egli così tra sè fantasticava, fu aperto pianamente l'uscio della camera, ed entrò un uomo vestito doviziosamente, il quale, postosi inosservato al fianco del genuflesso, stette senza profferire parola ad ascoltare il discorso che abbiamo esposto qui innanzi.
Dicono i maestri dell'arte, che la esatta descrizione del sembiante e degli abbigliamenti di un personaggio, la qual cosa chiamano prosopografia, valga maravigliosamente a procacciare attenzione al racconto. Noi non sappiamo quanto questo possa esser vero; ma siccome i maestri meritano sempre rispetto, così non esitiamo un momento a descrivere il nuovo personaggio, protestando, che se ad alcuno non andasse a' versi, voglia attribuirne la colpa ai maestri, che m'insegnarono cotesta figura rettorica.
Il nuovo personaggio dunque, che, come io diceva, entrò tacito, e, per così dire, furtivo, nella stanza dove l'altro si lamentava, poteva essere tre braccia alto; forse meno, che più: di corpo gracile per natura, e fatto maggiormente tale dalla abitudine del vizio. Forse egli non annoverava molti anni, tuttavolta appariva da buon tempo arrivato a quel punto nel quale l'uomo non potendo più sorgere è forza che declini. La sua testa, su la fronte un po' calva, andava non so se ornata, o deturpata, da radi capelli rossi e distesi, ognuno dei quali pareva sorgere a bello studio in diversa direzione dal suo vicino, offrendo in tutto la immagine di quel capo che un moderno poeta con tanta evidenza di espressione assomigliava
«Ad un campo di biada già matura
Nel cui mezzo passata è la tempesta.»
Nè mai teneva il volto levato quando si trovava al cospetto di altro uomo; solo di tanto in tanto alla sfuggita lo guardava per traverso; e di subito, quasi timoroso che i suoi piccoli occhi grigi non disvelassero i pensieri della sua mente, gli riabbassava. I labbri strettamente chiusi avrebbero detto a chiunque si fosse alcun poco dilettato a considerare le umane sembianze, lui essere uomo tremante che non gli sfuggisse suo malgrado tal parola che potesse condurlo direttamente al capestro. Vero è però che una passione, che egli non sapeva frenare, glieli costringeva talvolta ad allungarsi verso lo orecchie, e le guance a piegarsi in molte minutissime rughe; allora egli sembrava sorridere. Che tutti i Santi del cielo ci salvino da cotesto sorriso! Parlava tardo, ed amaro; e poichè la tranquillità della sua anima era da gran tempo distrutta, godeva d'immenso piacere a distruggere l'altrui. Se in quel punto l'angiolo delle tenebre avesse amato comparire nel mondo con forme a lui convenevoli, certamente non poteva immaginarne più triste di quelle del Conte di Cerra.
Il suo abbigliamento consisteva in sopravvesta di velluto verde doviziosamente ricamata di argento, e foderata di vaio, lunga fino al ginocchio, e dalle parti sotto in fianco divisa; preziosa cintura, in mezzo alla quale stava effigiata l'aquila del Re Manfredi tutta di argento sopra smalto celeste, gliela stringeva alla vita; sul petto era nuovamente aperta, e le maniche non oltrepassavano la piegatura del braccio. La sottovesta poi tessuta di seta, varia di molti colori, e ornata d'infiniti bottoni di argento, aveva le maniche strette, e lunghe fino al polso. Opera di ricamo maravigliosa a vedersi era la tela che gl'ingombrava gran parte del petto e delle spalle. Una roba di panno cremisino gli fasciava strettamente le coscie, e le gambe sottili. Le scarpe erano pur rosse, appuntatissime, cinte sul grosso con un bottone di argento. Questo era a un dipresso il suo abbigliamento, quantunque molte cose per amore di brevità tralasciamo; come la berretta, a foggia di corona imperiale, ornata di belle piume; la catenella di oro che gli teneva appeso sul petto un ricco medaglione, e la spada lunghissima con l'elsa a modo di croce, secondo il costume di coloro che a quei tempi passavano in Terra Santa; i quali la usavano in questo modo, affinchè nell'ora della preghiera, la spada confitta su la sabbia presentando il segno della fede, gl'incitasse alla conquista della patria del Redentore, che volle per la salute nostra morire su cotesto istrumento di pena.
Il genuflesso, volgendo la testa, vide sopra di sè questo uomo, che lieto del suo misero stato non aveva potuto frenare il riso schifoso di cui qui sopra abbiamo fatto menzione; gli corse involontariamente la mano alla fronte, e cominciò il segno della salute, che poi invano si sforzò di compire: allora dimise la fronte, e mormorò…. forse una preghiera;—ma certo ella fu detta con l'amarezza della bestemmia. Di lì a poco rialzando il volto, s'incontrava di nuovo in colui, che la sua compassione in nessuno altro modo sapeva manifestare fuorchè col sorriso, ed egli di nuovo si volse e guardò il teschio…. poi lui…. e poi il teschio, e da capo lui; nè quel riso cessava…. All'improvviso balzato in piedi, lo afferrò per la gola; e bestialmente feroce lo atterrò, gli pose le ginocchia sul petto, e fece atto di strangolarlo. Ora la vita del Conte di Cerra era giunta al suo fine, dove non lo avesse sovvenuto il caso. Il teschio, smosso dalla sua caduta, balzava a terra mandando un rumore che parve un grido lamentoso, e rotolava fino su gli occhi dell'uomo che lo teneva per la gola: questi, dimentico di ogni altra cosa, lasciava la presa, correva anelo a raccoglierlo, lo guardava attentamente per vedere se si fosse in alcuna parte guastato, e veloce come lampo nella cassetta, e quindi nel tabernacolo, lo riponeva. Intanto il Conte di Cerra rilevatosi si aggiustava le vesti scomposte, mostrando nella faccia livida la paura del passato pericolo.
«Conte di Caserta,» dopo alcun tempo disse il Conte di Cerra accostandosi all'uscio della camera; «ditemi di grazia: che cosa farete ai vostri nemici, se tale vi comportate con gli amici e fedeli servitori vostri?»
«Anselmo,» rispose il Conte di Caserta, «vi ho detto io forse che dileggiate la mia miseria, e scherniate il mio dolore, e mi suscitiate nell'anima un'ira più profonda dei miei rimorsi? Doletevi con voi stesso, perocchè conoscete quali passioni imperversino qua dentro:… Da lungo tempo ardono…. ma il cuore; non è peranco tutto cenere….»
«Prendetevela con la natura, Conte di Caserta, che mi ordinò in modo da ridere, dove altri piange. Ma parvi questa cosa da piangere, vedervi tutte le notti tormentarvi innanzi un teschio inanimato, che non può sentire le vostre bestemmie, o le vostre preghiere: nè può maledirvi, nè perdonarvi? Io ve lo ho già detto le mille volte, e vel ripeto adesso: voi ne perderete l'intelletto.»
«E conservarlo giova? E perderlo nuoce? Il rimorso vive con lui; e perduto, gli sopravvive. Un giorno l'aveva intero, capace di tutto comprendere, nè fui meno sventurato; ora io l'ho più che a mezzo perduto, nè mi sento più felice per questo.»
«Ma via, concedete una volta che io vi tolga dagli occhi quell'ossame, che di giorno in giorno vi diminuisce la ragione.—Pensate alfine, che fu capo di donna che tradì il letto maritale, e portò nel suo seno….»
«Taci per l'amore che hai per la vita…. taci…. Il tuo ufficio contro questa creatura terminò col colpo che le tolse la vita. Io ti ho comandato essere il suo assassino, non già il suo detrattore.—Basta. Io l'ho punita come colpevole, ora amo fingermela innocente.»
«Allorchè da giovanetto studiava le leggi nella Università di Federigo, intesi, Conte, che chi vuole il più deve necessariamente volere anche il meno. Mi deste il diritto di ricercare nelle sue viscere,—e vorrete negarmi adesso quello di ricercare nella sua fama?»
Il Conte di Caserta si accostò alla parete accennando cadere; lo sostenne subito il Conte di Cerra che aggiunse:
«Oh! di ciò dunque non si faccia più parola. Messere, se alcuna cosa può in voi la preghiera di un fedele servitore vostro, abbandonate questi luoghi spaventosi, date alla terra quello che appartiene alla terra,—le reliquie dei morti. Voi sapete se adesso sia più che mai necessario star vigilanti, e avere il senno ben retto…. In questo modo operando, i vostri disegni di vendetta contro colui, temo forte non vadano a finire col diventare voi stesso folle.»
«Ah!—Molto vi preme la mia vendetta? Molto la conservazione del mio intelletto? Gran mercè!… Gran mercè! Cerra, io ve l'ho detto più volte, siete sottile, e frodolento, quanto lo spirito del male; pure gli accorgimenti vostri tornano inutili con me: io da gran tempo vi conosco; deponete la lusinga d'ingannarmi; non vi date studio di parlare con tant'arte. Voi temete che io perda il senno,—e lo temete per me? Lo splendore di vostra casa era decaduto, e i tempi presenti non concedevano sollevarsi con pubbliche o con private virtù.—-Voi non pertanto la riponeste nell'antico splendore.—Io vi ho fatto Gran Camerlingo del Regno, e ricco, e potente;—tristo eravate già troppo per non osare incolparmi sfacciatamente delle vostre scelleraggini. Voi temete ch'io perda il senno,—e lo temete per me?—E nessuna cura vi stringe, che io nella piena dell'affanno sveli con un solo detto tal cosa, per la quale le nostre teste cadrebbero sotto la scure del carnefice? E nessuna, ch'io, divenuto soggetto di compassione e di riso, non abbia più facoltà di disporre in favor vostro di quei beni, che adesso non posso più lasciare al mio figlio, perchè voi gli avete portato la morte fin colà dentro dove la natura ha posto il luogo acconcio all'opera della vita?
«Conte, che vi giova affannarvi a conoscere il cuore dell'uomo? Forse i vostri dubbii sono veri, forse anche falsi.—È prudenza questa, logorare la ragione e il tempo in tale arte, della quale il dubbio è il frutto meno amaro? Dio non volle darsi a conoscere agli uomini, e si avvolse col mantello dei cieli profondi. Volete voi penetrare i cieli, e investigare i pensieri di Dio? e, volendolo, lo potrete?¹ La natura non ha voluto che il cuore nostro fosse manifesto, e lo ha avvolto dentro un viluppo di ossa e di carne. Qualunque più temerario pensiero della vostra anima immortale potrà mai, Conte di Caserta, trapassare questo riparo di creta? Contentatevi dunque delle opere, e non vi curate dei sentimenti. Tutto questo discorso io ho voluto tenervi, onde non già abbiate di me migliore opinione, ma perchè voi l'abbiate minore di voi quando saprete che il vostro figliuolo vive.»
¹ Forsitan vestigia Dei comprehendes?…. Excelsior est coelo: et quid facies profundior inferno; et unde agnosces?
Il Conte di Caserta divenne pallido come la morte, vacillò, e stette lungo tempo pensoso; poi si fece a lenti passi verso il Cerra, lo prese pel braccio con la sinistra, e con la destra gli fece tale atto, che la favella, quel nobile attributo che distingue l'uomo da ogni altro animale, sembrò quasi sdegnosa di profferire. Il Conte di Cerra, per quanto visibilmente si sforzasse, non potè di tanto reprimere quel suo riso, che due o tre volte non gl'increspasse la faccia; nondimeno si contenne, e parlò:
«E che, Caserta?—Tremate voi così presto essere ridivenuto padre? Non avete voi detto ch'egli è figlio vostro? Or dite, via, che io l'ho spento nelle viscere materne, e che la ingordigia di acquistare conduce i moti dell'anima mia! Presuntuoso che siete, rinunciate alla conoscenza del cuore umano!»
«Egli vive! Tu lo hai detto…. dunque tu mi hai tradito? Va, Anselmo, va per l'amore di Dio, uccidilo avanti che la notte sparisca…. prevaliti di queste ore di notte che avanzano…. egli…. egli è un monumento di peccato…. egli non è mio figlio…. non è mio figlio…. bisogna che muora.»
«Bisogna che viva, Conte di Caserta.»
«Da quando in qua ricusa Anselmo di fare il sicario? Lo conoscerò, lo ucciderò io stesso in questa medesima notte.»—E così dicendo si precipitava verso la porta: gli si parò davanti il Conte di Cerra, e gli disse ad alta voce: «Importa che voi mi ascoltiate.»
Qui cominciava tra loro un velocissimo conversare in tanto basse parole, che appena gli avrebbono potuti sentire alla distanza di quattro o sei passi; ma frequenti e feroci erano i gesti, terribili i volti, romorosi i giuramenti. Alfine parve tutto convenuto tra loro; allora il Conte di Cerra, giubbilando, con quella sua orribile contorsione di volto, domandò: «Messere, che parvene di questo mio ritrovato?»
«E' parmi cosa» rispose il Caserta «che l'età presenti e le future malediranno,—cosa che il narratore dei casi antichi schiverà riporre nella sua cronaca come troppo favolosa;—cosa in somma che lo stesso Lucifero non avrebbe potuto immaginare maggiore nella sua stessa potenza del male. Il tradimento, e il parricidio, commesso per amore di vendicare il padre, era un pensiero degno di meditarlo il Cerra.»
«E di ascoltarlo il Caserta.»
Dopo queste parole il Conte di Caserta accennò ad Anselmo di andare.
Questi, curvata la persona in atto ossequioso, partiva.
CAPITOLO QUINTO.
INGANNO.
Ne diè Natura, è vero,
La lingua perchè serva
A palesar del cuor gli occulti sensi;
Ma l'artificio uman così l'adopra,
Che non gli manifesta, anzi gli asconde;
E ben io so ch'è folle
Chi mirar crede entro la voce l'alma.
CLEOPATRA, tragedia del Cardinale
Delfino Patriarca d'Aquileia.
E se la vita fu bene, perchè mai ci vien tolta?—E se la vita fu male, perchè mai n'è stata concessa?—Oh! l'ora della morte travaglia d'ineffabile angoscia. Io, che, per felice disposizione della natura, posso senza dolore e senza gioia guardare la contesa della distruzione e della esistenza, ho considerato l'uomo spento col ferro: egli aveva i capelli ritti…. le pupille terribili…. la bocca in atto di profferire una minaccia…. tutte le membra disposte a disperata difesa. Ho considerato l'uomo spento coll'arme da fuoco: i suoi occhi erano languidi…. il volto abbattuto, come quello dello estenuato da lungo patire. Finalmente ho considerato la forza della malattia mortale sul giovane, e sul provetto: in quello la vita lottò con vigore proporzionato alle sue forze, e gli ultimi suoi istanti furono atrocemente dolorosi; in questo, di cui l'alito avrebbe a mala pena potuto muovere una piuma, e appannare il cristallo accostatogli alla bocca, la morte parve imperversare meno furiosa, anzi calare lieve lieve la mano ghiacciata a stringergli il cuore.—Ma e nello spento per ferro, e nello spento per fuoco, nel giovane, e nel vecchio…. in tutti ho osservato il gravoso affannarsi dell'agonia…. il ravvolgersi degli occhi desiderosi della luce…. il brivido celerissimo a fiore di pelle precursore della cessazione del moto…. la grossa lagrima distillata dal cervello gocciare giù per la pallida guancia…. tutte le membra contrarsi…. raccogliere coll'ultimo anelito in un sul punto la vita, e…. con un sospiro il cuore ha cessato di battere: l'eterna immobilità inceppa le fibre:—l'uomo diventò tutto materia?—Oh! è amaro, è amaro il punto della distruzione della vita.
E pure più amaro parve a Rogiero quello in cui, ascoltando i passi di persona che si dirigeva alla sua volta, e la voce che di mano in mano si approssimava, fu costretto di sciogliersi dalle braccia di colei che tanto aveva amato senza speranza…. Dio eterno! Era la di lei fronte ghiacciata…. le membra irrigidite; nè di per sè stessa poteva reggersi in piedi:—e la bocca? Un alito leggerissimo annunziava la vita.—Le voci e i passi si fanno ad ogni momento più vicini.—L'adagerà Rogiero su l'erba del prato, o la sosterrà sempre stringendosela al seno? Veramente sarebbe la forte prova di amore abbandonarla così fuori di sè a persona sconosciuta! Ma l'averla tra le braccia è misfatto.—Nè la infamia del misfatto, nè il dolore della pena ricuserebbe Rogiero, purchè gli fosse concesso riporla nelle mani delle sue damigelle, o di sua madre.—All'improvviso la sua mente, più che dai molti anni, ammaestrata dalle molte scelleratezze degli uomini, ricorre al pensiero, che invidiato si solleva il bel giglio; vede il rettile schifoso anelante di contaminare quella intemerata candidezza; ode il malignare della razza del fango; un senso generoso lo esalta; vince la presente passione, adagia Yole sul terreno, china verso di lei i suoi sguardi, giunge le mani, si volge al cielo, e fugge senza mandare un sospiro.
Certo, non si vuole dubitare, che in ogni caso quell'addio sarebbe stato muto, perchè la passione loro non era da esprimersi con parole; pure se Yole fosse stata in sè, avrebbe veduto un tale sguardo, che poi invano avrebbe tentato di cancellare dalla memoria; uno sguardo che svelava il desiderio di cose che l'uomo non può conseguire, l'irremovibile giuramento di non declinare per casi o per tempi dalla stabilita proposta, e la coscienza di vivere senza speranza, e senza speranza morire. Fu senza dubbio nasconderle quel guardo profonda pietà: egli avrebbe accelerata la perdita della ragione, alla quale la misera era condannata fino dal suo nascimento.
Intanto Rogiero, ripostosi a guardia sotto la volta, non poteva condurre lo intelletto a meditare sopra i casi avvenuti, però che il cuore avvolgendosi per le memorie di quelli amava commettersi allo impeto delle sensazioni.
In questo modo dimorando, intese il romore di un passo che pareva avvicinarsegli; porse l'orecchio, e allorchè fu tempo domandò ad alta voce: «Chi è che passa?»
«Che San Germano vi aiuti!» rispose un uomo di sembianze piuttosto dure, di aspetto vigoroso, tutto coperto di piastre e maglie di ferro, come usavano portare gli uomini d'arme del Re Manfredi; «buona guardia, Rogiero.»
«Oh! siete voi, Roberto?» disse Rogiero riconoscendo la voce; «qual diavolo vi porta in questi luoghi a questa ora?»
«Voi stesso.»
«Gran mercè alla cortesia vostra, Roberto; un amico qual siete voi giunge opportuno a tutte le ore, specialmente poi a quelle della guardia.»
«Rogiero, io ho le molte cose a dirvi.»
«Ed io, come vedete, luogo e pazienza da ascoltarle; parlate,»—disse Rogiero, facendo aspetto di non volere porgere grande attenzione a quello che stava per dirgli l'uomo di arme, e continuando a passeggiare.
«Giovane!» parlò cupamente Roberto, ponendosi a sedere, «io posso con una sola parola rendervi immobile per più lungo tempo che voi non vorreste: però accostatevi, sedetemi qui a canto, e sopra tutto parliamo basso, che nessuno ci senta.»
Rogiero non sapendo il perchè, senza alcuna cosa rispondere, obbediva; l'uomo di arme continuava così: «Rogiero, avete voi ripensato a quello, che nel mese scorso vi predisse l'astrologo saracino Ben Hussein?»
«Santa Rosalia! Codeste sono vanità; io le ho affatto dimenticate.»
«Se voi le credevate vanità, perchè le avete ascoltate? Voi avete interrogato le stelle, ed esse vi hanno risposto la verità; voi l'avete dimenticata, ma vi è tale che la rammenta per voi.»
«Manco male: parmi che parlasse del Sagittario….»
«Appunto: voi nasceste sotto questa costellazione, e il vostro oroscopo porta, che dovrete travagliarvi in lunghi viaggi. Furono ancora consultate le vostre mani; infatti, che cosa dice il sapiente Re Salomone? la lunghezza della vita è nella sua destra, le ricchezze e la gloria nella sua sinistra.¹ L'arte manifestò la ruga della grandezza vermiglia e profonda; ma la ruga della vita comparve a un tratto interrotta, e fece andar pensoso l'astrologo, che una morte violenta innanzi tempo….»
¹ Longitudo dierum in dextera ejus, et in sinistra ejus divitiæ et gloria.
«Roberto,» disse Rogiero, alzandosi con impazienza, «è egli forse vostro pensiero atterrirmi? Che serve che mi tentiate l'anima? Oggimai dovreste sapere, che il mio volto non impallidisce al pericolo.»
«Giovane! è vero quello che dite, ma voi siete troppo impetuoso; «—rispose Roberto costringendolo a sedersi di nuovo, e quindi riabbassando la voce lo domandò:
«Conoscete voi il padre vostro?»
«Io?—no.»
«Sapete voi chi vi ha salvata la vita?»
«Io ignoro quando mai sia stata in pericolo.»
«Lo fu.»
«E voi lo sapete forse? E perchè non me ne avete fatta parola prima d'ora?»
«Perche la notte viene a cacciare la luce dal firmamento?»
«Voi invece di risposta mi fate nuova domanda, Roberto.»
«Perchè la notte viene a cacciare la luce dal firmamento?»
«Perchè?… Perchè la legge della natura ve la costringe.»
«E me costrinse la forza degli uomini potenti quanto Lucifero.»
«Ma ora, se vi viene concesso, ditemi: qual'è mio padre? che fa? quale il suo stato? Fu per suo volere, o per altrui, che mi lasciò fino a questo momento languire nella oscurità?»—Roberto non rispondeva parola. Allora Rogiero, quasi supplichevole, riprendeva: «Parlate, Roberto, parlate; il vostro silenzio mi lacera il cuore.»
«Voi mi fate tante domande, alle quali risponderò due sole cose. Vostro padre vive, ma sta presso al morire. La vostra condizione vi sarà manifesta in questa notte.»
«Dove? In qual luogo? Ecco, io mi chiamo pronto a seguirvi.»
«Andiamo,» disse Roberto; e Rogiero levandosi moveva già il passo per andare, quando a un tratto ristette, e parlò:
«No…. adesso è impossibile; fermatevi qui, Roberto, finchè la mia guardia sia finita…. poco più manca a finirla,… altrimenti non potrei senza mancare al mio Re, e dare sospetto di tradimento.»
«Sospetto!»—In verità voi dovrete tradirlo: innanzi che passi questa notte, desideroso di vendetta, vi porrete a capo dei traditori di colui che ora custodite dai tradimenti, ed il fine di ogni operazione di vostra vita sarà la morte di Manfredi.»
«Ribaldo! allontanati, o la mia lancia farà conoscenza col tuo sangue: tu vuoi ingannarmi, e tradirmi,—codardo!—Ed io che era già presso a darmi per vinto!… Allontanati.»
«Tradirvi io? ingannarvi io?» senza punto commuoversi soggiunse l'uomo d'arme. «Il bel suggello che siete, per ingannarvi! Giovane, non presumete tanto di voi stesso. L'oscurità, la miseria, il nulla in che giacete, più che l'ingegno vostro vi salvano dall'essere argomento d'inganno. Io ho fornita la mia commissione presso di voi; solo mi piace rammentarvi, che quando si diffida di un uomo, non conviene dirglielo così palese in faccia; poichè i momenti della vita di vostro padre sono numerati…. e in questo punto medesimo è ormai troppo tardi il muoverci.—Buona notte….»
«Fermatevi: in nome del Santo Sepolcro, concedete un momento…. Io non ho da conservare l'onore dei miei maggiori, perchè non appartengo a nessuna famiglia…. non ho che il mio; ma questo mi è caro, come se mi fosse stato trasmesso da Roberto Guiscardo, o da Enrico l'Uccellatore:—ma mio padre muore, dite voi; e se non lo vedo adesso, nol rivedrò mai più, e rimarrò nelle tenebre dentro le quali sono nato…. Ma il mio onore, il mio onore! Roberto, deh! per pietà, non vogliate ingannarmi.»
«Povera anima, sai tu veramente che cosa sia onore, che, cosa infamia?» proruppe Roberto. «Getta uno sguardo su i Baroni della corte di Manfredi; essi sono grandi, perchè i loro padri tradirono Guglielmo il Normanno: i loro figli si manterranno in grandezza nella corte dell'Angioino, perchè tradiranno Manfredi lo Svevo.»
«Ah! questa è dura verità.»
«Ne apprenderete ben altre, Rogiero, nel cammino della vita. Ma or via venite, se volete: affrettandoci, potrete tornare se volete, e, se vi parrà, essere piuttosto schiavo di un tiranno che vendicatore del padre.» E tale dicendo, Roberto camminava.
Rogiero stava tuttavia esitante, ed ora portava i suoi sguardi su l'asta che doveva abbandonare, ora su l'uomo di arme che si allontanava. «E v'è un destino!» finalmente proruppe; «noi tutti governa il destino. Invano ti adopererai tenerti a sinistra, tu ti troverai a destra, se così fu scritto nei cieli; e da che la resistenza non giova, il meglio è lasciarmi ire ciecamente nelle braccia della sorte che governa i miei giorni.» E gittava l'asta, e risoluto come colui ch'era ormai disposto ad affrontare ogni più dura occasione, si pose dietro alla sua scorta, e la raggiunse alla uscita della volta.
«Roberto,» disse Rogiero in andando «avete mai ascoltato la parola di Dio?»
«Certamente.»
«Avete mai pensato al premio di colui che vendè il sangue di
Cristo per pochi agostari?»¹
¹ Moneta d'oro coniata ai tempi di Federigo II: aveva da un lato l'aquila imperiale, dall'altro l'immagine dell'Imperatore: costava circa un zecchino e un quarto.
«Certamente:—il capestro in questa vita, e la eterna dannazione nell'altra…. Ma, se io non m'inganno, voi dubitate della mia fede pur sempre, Rogiero; ed io vi dico, che nessuno scopo mi stringe a far sì che voi mi seguiate; che la mia commissione finisce con l'ambasciata che vi ho riportato; che voi siete signore di rimanervi, perchè non ho, nè voglio impiegare, i mezzi da costringervi.»
«Oh! sì, ponete innanzi alla fantasia accesa un oggetto che valga a concitare potentemente la principale passione dell'anima, e poi dite in noi essere libero arbitrio di non seguitarlo, in noi forza da ributtare ogni lusinga! Questa sentenza parmi uno scherno feroce, che voi facciate alla nostra natura.»
«Dunque abbiatemi maggiore fiducia, scudiero: forse al mondo non v'è più lealtà?»
Mentre così tra loro favellavano, si erano di alcuni passi scostati dalla volta, di sotto alla quale, sul finire delle parole di Roberto, parve uscire, ed uscì certo, una voce che disse: non v'è più lealtà.»
«Croce di Dio!» gridò Roberto indietreggiando per lo spavento, e facendosi il segno della salute; «avete sentito, Rogiero? Queste sono illusioni del demonio; che Santa Rosalia ci aiuti!»—E poi continuava in debole suono: «Mi maraviglio, come cento altre volte, nelle quali a ragione mi sarebbe stata diretta una parola di rimprovero, non abbia sentito mai nulla, ed ora si faccia sentire, ora» e qui alzava la voce «che nessuno può dirmi: sei un traditore.»
E la voce rispondeva: «sei un traditore.»
«Questo è più di quello che io possa sopportare! O uomo, o demonio, tu te ne menti per la gola.»
E la voce: «menti per la gola.»
L'uomo d'arme calò la visiera, trasse la spada, e avvoltosi il mantello intorno al braccio sinistro fece atto di avventarsi sotto la volta. Rogiero, che ragionevolmente non avea per anche deposto ogni dubbio sopra la fede di quell'uomo, stette ad osservarlo con diligenza: vide il subito terrore, figlio della trista coscienza, e vie più sempre esitò; ma quando poi si accôrse che il sentimento dell'onore, vinta la superstiziosa paura, gli poneva in mano la spada, e lo concitava a degna vendetta, deposto ogni altro sospetto, stabilì affidarglisi intero: onde, sapendo per uso da che quella voce derivasse, fattosi incontro a Roberto con viso ridente gli disse:
«Rimanetevi, buona lancia; ogni vostra impresa contro l'ente dal quale uscì quella voce sarebbe affatto impossibile.»
«Questo adesso vedremo,»—rispondeva Roberto, duramente respingendo Rogiero, e sempre in atto di avventarsi.
«Rimanetevi, rimanetevi; non vi siete accorto ch'è l'eco? Non ha egli ripetuto il fine dei vostri discorsi? Con cui vorreste combattere, se la voce è uscita da voi?»
«San Giorgio! Io credo che abbiate ragione, Rogiero,» disse Roberto; e in questa, fatto bocca da ridere, si asciugava la fronte sudante per la paura. «Ma come dice il proverbio? La natura non si vince; cacciala dalla porta, ti tornerà dalla finestra.» Dopo queste parole fatto silenzio, quasi temesse non giungere a tempo, si dette a riacquistare con passi veloci il tempo che aveva consumato in discorsi. Rogiero osservò ch'egli nondimeno curava di prendere la via più remota, piuttosto che la più corta; e sovente, come timoroso di smarrirsi, si soffermava; ed esaminato il luogo faceva un segnale, che, ripetuto subito di distanza in distanza, si propagava fino a tal punto, che l'orecchio a mala pena lo udisse. Così camminarono lungamente, allorchè Roberto soffermatosi si volse a Rogiero, e parlò:
«Scudiero, vi fidate di me?»
«Roberto mio, concedete che ve lo dica col cuore su le labbra; la vostra domanda è fatta in tal tempo e in tal luogo, da dare piuttosto sospetto, che sicurezza. E poi, voi dovreste vedere bene, che qualunque fossero i miei sentimenti, adesso mi conviene dire che mi fido.»
«Credo che voi abbiate ragione.—Se così è, mi permetterete che io vi bendi gli occhi.»
«Fatelo. Io non ho motivo di temere di voi. Non vi ho fatto mai male; e per me, comunque sia grande la scelleraggine umana, non crederò mai che giunga a porre le mani nel sangue innocente.»
«Il vostro cuore vale meglio della vostra lingua. Non siete voi che avete promosso poc'anzi l'esempio di Giuda? Povero giovane!» continuava con voce commossa, «voglia Dio mantenervi in tali sentimenti, come a me perdonare di essere stato una prova in contrario.»—Questa ultima parte del suo discorso fu appena mormorata, e parve come strappata di bocca per quell'arcano potere che ha la buona coscienza su la scellerata. Vero è però che l'opera che adesso l'occupava non pareva di sangue, imperciocchè il suo volto fosse sicuro, la voce ferma, nè le membra gli tremassero, come suole avvenire tra la gente della sua fatta, allorchè si apparecchiano a commettere un delitto.
Intanto Rogiero, bendati gli occhi, pose il suo braccio sotto quello di Roberto, il quale con amorosa diligenza lo condusse per cammino tortuoso e diverso. Percorsi circa cinquecento passi, fu fatto fermare. La guida dette un segno, battendo le mani; allora fu abbassato un ponte, che, per quant'arte avessero adoperata a nasconderne il rumore, Rogiero intese nondimeno calare. La guida lo invitava a proseguire il cammino, ed egli, passando sul ponte, lo sentì lastricato di pietre come la strada che aveva fino a quel punto percorsa, e questo certamente a bella posta, onde la gente bendata che vi passava sopra non se ne accorgesse. Rogiero poi, sia che fosse dalla natura di più squisiti sensi dotato, sia che qualche trascuranza fosse avvenuta nel calarlo, si accôrse benissimo del ponte, ma non ne fece sembianza, e tirò innanzi.
Così dopo ch'egli ebbe con infinite precauzioni trapassato un numero maraviglioso di corridori e di camere, intese una voce diversa da quella del suo conduttore, che in suono assoluto gli disse: «Potete togliervi la benda.»
Obbediva, e lo sguardo tornato al suo ufficio si volse curiosamente d'attorno per conoscere il luogo. Questo però non era singolare in nulla: presentava vastissima stanza fabbricata a volta; in parte illuminata da una lampada, che gettando tutta la luce sopra Rogiero, teneva quasi all'oscuro due uomini sedutisi ad una tavola posta a qualche intervallo da lui. Rogiero guardando se la sua scorta lo avesse abbandonato, si accôrse che su l'entrare di quella stanza se n'era partita. Pose pertanto ogni sua attenzione ai due personaggi rimasti. Le vesti loro apparivano semplicissime; nulla accennava in essi altezza di sangue, ed opulenza di stato; nè altra cosa era osservabile in loro, se non che il volto quasi tutto coperto di un drappo nero.