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La carità del prossimo

Chapter 13: XI.
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About This Book

The narrative follows a modest painter who shares an attic studio with a fretful wife and several children while sinking under mounting debts; creditors from the landlord to the grocer and baker threaten eviction and daily humiliation. A parsimonious property owner, self-made and ostentatiously pious, refuses mercy, while an apothecary displays unpaid commissioned canvases. Through intimate domestic detail and neighborhood caricatures, the work examines artistic precariousness, social hypocrisy, the tensions between appearance and genuine compassion, and the small acts of charity and indifference that shape communal life.

Selva non aveva conosciuto nè i Cioni nè gli Orsacchio, ma sapeva tutte le vicende di quell'avvenimento dalla bocca di Vanardi medesimo, e non era poco l'interesse che egli aveva preso alla sconosciuta sorte della povera Gina.

Udito ciò che in questo momento glie ne disse Antonio intorno alla visita del signor Marone, Giovanni rispose che quel fatto non era bastevole per dar fondata speranza di essere in sulle traccie della sparita donna; il padrone di casa, da qualunque interrogato, non avrebbe di certo risposto secondo i loro desiderii, poichè era più facile fosse d'accordo col signor Orsacchio che non altro; ad ogni modo egli ci avrebbe riflettuto su di meglio, e guardato se c'era possibilità alcuna d'averne un filo da potersi guidare, essendo che stimava doverosa carità d'ognuno, e tanto più di Antonio che era stato amicissimo dello sventurato amante di quella donna, il venire in soccorso della infelice, non d'altro rea che d'un innocente amore natole in cuore prima ancora che a forza le si facesse sposare un uomo indegno d'ogni affetto.

X.

Vanardi uscì dalla casa di Giovanni col cuore più leggiero e col taschino un po' più pesante. Quei tre napoleoncini, nella sua assoluta miseria, gli parevano poco meno che un tesoro. Camminò verso il suo quartiere con la testa più alta e il passo più ardito. Siccome voleva comprare per la famiglia pane, companatico e vino, pensò con qualche solletico di superbia di andare ad abbacinare il fornaio, il canovaio e il salumiere, suoi inesorabili creditori che dubitavan di lui, collo splendore dei marenghini nuovi che si faceva ballare in tasca con intima compiacenza. Ma quando già era presso alle botteghe di que' suoi creditori, si fermò ad un tratto per un nuovo, più saggio avviso sopraggiuntogli. S'egli mostrava a quei cotali di possedere del denaro, essi avrebbero preteso tanto più istantemente di venir pagati dell'aver loro, e Antonio non ne aveva abbastanza da pagarli compiutamente; e poi, se avesse loro dato quel po' di moneta che doveva alla carità dell'amico, in che modo il giorno di poi avrebbe provveduto al mantenimento de' suoi?

Si recò in fondachi dove non era conosciuto, e quando ebbe fatto compra di ciò che desiderava corse tosto verso casa sua. Per fortuna questa volta niuno de' suoi creditori era fuori a vederlo passare. Antonio si stupì forte di non iscorgere neppure dietro i cristalli dell'uscio il naso appuntato dello speziale. Corse su fino in cima della casa, pieno di buona voglia e di buon umore, e si trovò in faccia ad un tremendissimo ingrognamento della signora Rosina.

Costei, liberatasi da messer Agapito, aveva pensato che cosa le convenisse di fare, se dire o tacere al marito l'insolenza del farmacista; e la prudenza, e insieme l'affezione che aveva per Antonio l'avevano persuasa ad abbracciare l'ultimo dei due partiti, e salvare così il suo uomo da un dispiacere, ed anche dalle triste conseguenze che avrebbe potuto fruttargli la collera cui egli non avrebbe mancato di abbandonarsi contro lo speziale. Ma il silenzio era pur grave alla ciarliera donna, che non aveva mai avuto sì bell'argomento di chiacchiere da non finire! Era per essa un vero supplizio, e senza manco averne coscienza, si sentiva stizzita contro il marito a cui cagione vi si era determinata. E poi, neppure contro quello sfacciato di messer Agapito ella non aveva potuto sfogare tutta la bizza che glie n'era venuta, e bisognava bene che verso qualcheduno la si procurasse un supplemento di sfogo, se non voleva correre il pericolo di schiattarne. Incominciò coi figliuoli; e l'improvvido marito giunse giusto in tempo a prenderne la parte sua.

Rosina era seduta al suo solito luogo, coi suoi soliti panni d'intorno, occupata al suo solito lavoro; ma solo a vedere il modo brusco e violento con cui ella tirava i punti, s'indovinava il temporale che c'era in quell'anima. I bambini, la cui turbolenza era stata frenata da qualche cosa di più grave che un ammonimento, stavano aggruppati in un angolo rasente il muro, e facevan greppo in silenzio, guardando di sottecchi non senza timoroso sospetto la mano della mamma che andava e veniva nella sua opera con vivacità febbrile.

Antonio, entrando, salutò allegramente, ma la moglie non se ne diede per intesa.

—Mentre io era fuori, domandò egli, è venuto qualcheduno a cercarmi?

Rosina crollò le spalle, e un punto tirato con più violenza stracciò il filo.

—Maledetto! diss'ella con rabbia.

—Che? esclamò il marito volgendosi a guardarla con qualche stupore: con chi ce l'hai?

—Col fistolo che ti colga.

—Grazie!… Ne siamo alle solite gentilezze?

Rosina infilò l'ago e si rimise a cucire canterellando in mezzo ai denti una canzoncina arrabbiata.

Antonio che si levava dalle tasche del soprabito con precauzione, l'una dopo l'altra, due bottiglie di vino e le posava sulla tavola, si rifaceva a domandare:

—Non è dunque venuto nessuno?

—E chi vuoi tu che ci sia venuto? rispose con impazienza la moglie, a meno che non fosse qualche creditore per farsi pagare.

—Non parliamo di melanconie, per carità: esclamò Antonio, che trasse di saccoccia un bell'involto di grossa carta azzurra da cui emanava un confortevolissimo odore di salame, e lo pose sulla tavola vicino alle bottiglie.

I bambini attratti da quella vista e da quell'odore si venivano lentamente accostando, gli occhi larghi.

Antonio trasse ancora da quelle sue benedette tasche quattro pagnotte o le mise ancor esse sulla tavola.

—E Giacomo non è venuto per caso a far la risposta della commissione che gli ho data?

—Ti dico che non è venuto nessuno: ripetè con maggiore impazienza la moglie: oh che sei sordo?

Allora la si degnò di fare attenzione ai preparativi di pasto luculliano che il marito aveva disposti sopra la tavola.

—Che cosa è ciò? Dove hai tu presa tutta codesta roba? Te l'hanno ancora data a credito?

—Oibò!…. L'ho pagata bravamente con quibus sonantibus.

E fece saltare il resto dei denari che aveva ancora in tasca.

La Rosina meravigliata allargò tanto d'occhi.

—Che? esclamò, come non potendo credere a tanto miracolo, del denaro!… Come te lo sei tu procurato?

—Lo devo a quel bravo Giovanni, a cui non ho potuto tacere le mie angustie.

Rosina smise alquanto del suo tono scontroso.

—Ah, quello è davvero un buon amico!

—Puoi dirlo sul sicuro…. Non solo mi ha soccorso di metà dei denari che aveva presso di sè, ma si adoprerà in mio favore, e spero che sarà efficacemente, per farmi ottenere un impiego….

Rosina gettò via dalle sue falde il lavoro a cui stava occupata e si alzò sollecita, interrogando con molto interesse:

—Un impiego?… Possibile?… Quale?

Il marito le comunicò il progetto di Selva di farlo entrare negli uffizi dei banchiere ricchissimo che avea nome Bancone, e i mezzi che voleva usare per ciò. Il mal umore della donna si dileguò quasi per l'affatto a codesta notizia.

—Avremo per lo meno il pane quotidiano assicurato: esclamò essa lietamente; se pure tu saprai conservarcelo: soggiunse con un residuo di acerbezza.

Vanardi mandò un grosso sospiro di pena e di rassegnazione.

—Lo saprò, diss'egli, ed alla mia povera arte, darò un addio….

—E fosse eterno! interruppe vivamente la Rosina.

—Papà; entrò opportunamente in mezzo il primo de' bambini con queste parole: ho fame… Non vuoi darmi di quella buona roba che hai portato?

—È giusto: disse il padre riscuotendosi; non mi manca l'appetito nè anco a me. Non pensiamo ora a melanconie e godiamo di questo ben di Dio che la sorte ci manda.

Anche la moglie trovò questo partito il migliore che fosse, perchè si diede le mani attorno a preparare il desco, e fu così sollecita, che due minuti dopo tutta la famigliuola era seduta intorno al mantile non nuovo, nè fino, nè di bucato, e mangiavasi coll'appetito di gente che si è preparata al pasto con lungo digiuno.

Il malumore della Rosina era sparito del tutto; e quella buona gente godeva un istante di tranquillità e d'allegrezza in mezzo alle loro traversie, obliando i travagli passati, le minaccie presenti, lusingandosi nelle speranze che trasparivano nell'avvenire.

Quando più vivamente erano occupati nelle delizie del loro pasto e in quelle dei castelli in aria che venivano sognando a gara, due picchi all'uscio d'entrata annunziarono un visitatore.

—Chi viene adesso a seccarci? disse con malavoglia impaziente la
Rosina.

—Ch'e' sia il figliuolo della portinaia che ci rechi la risposta di mio zio! esclamò Antonio a cui una nuova speranza venne a balenare alla mente.

—Uhm! fece la moglie movendo il capo con atto che dinotava partecipare ella assai poco in questo argomento la speranza del marito. Avrà egli risposto tuo zio?

—Avanti: gridò Vanardi verso l'uscio; e questo, aprendosi pian piano, lasciò scorgere la faccia melensa di Giacomo.

—Vedi se l'ho indovinata! esclamò con vivezza di buon umore Antonio, in cui la concepita speranza si era di subito ingrandita ed afforzata. Avanti, avanti, mio bravo Giacomo. Voi siete stato a portare quella lettera?

—Sor sì: rispose avanzandosi il giovane, i cui stupidi occhi si fissavano con manifesta ed ingenua cupidigia sui commestibili e sulle bottiglie che stavano sul desco.

—Oh che bravo figliuolo! soggiungeva il pittore. Vi ringrazio tanto… E mio zio ce l'avete trovato?

—Sor sì: ripeteva il figliuolo della portinaia non istaccando l'avido sguardo dal salame e dal prosciutto affettati che mandavano un solleticante odore dai piatti di maiolica in cui erano stati ordinatamente disposti.

—Va benissimo: disse Antonio. Voi ci direte per filo e per segno com'è andata la cosa. Prendete una seggiola… Quella appunto… Non impugnatela per la spalliera che la traversa vi resterebbe in mano… Venite a seder qui presso di me… Lì!… Piano e con precauzione, ve', perchè la è un po' scassinata… Così… Ed ora parlate.

—Sor sì… Auguro loro buon appetito…

—Grazie.

—Anche a lei, madama.

—Grazie tante.

—A proposito, disse Antonio che era di carattere il più largo e generoso, bereste una volta con noi?

Giacomo chinò la testa fra le spalle, fece boccuccia, mando giù la saliva e lo sguardo disse chiaramente quanto ciò gli sarebbe stato a grado.

—La ringrazio… Non vorrei scomodarli.

—Niente affatto. Ecco qui il bicchiere di Tonietto… I bambini beranno in quel della mamma… Assaggiatemi questo poco; ciò vi vorrà sciogliere lo scilinguagnolo.

E mescette un buon mezzo bicchiere, che Giacomo tracannò senz'altre cerimonie.

—Dunque a noi: riprese Vanardi; siete stato nella bottega di mio zio?

—Sor sì… Oh che buon odore ha quel prosciutto lì!

Chi non glie ne avrebbe offerto? Antonio non era capace di far orecchie da mercante; d'altronde pensava che non potendo dare a quel giovane la mancia, il fargli parte della loro colazione avrebbe tenuto le veci di quella, e ne avrebbe suscitato lo zelo per altre occasioni in cui si avesse ancora bisogno di lui. Offrì adunque a Giacomo di que' commestibili, che tanto manifestamente gli tiravano la gola; ed egli, senza farsi punto pregare, si mise di buon animo a mangiare a due palmenti, con qualche stizza della Rosina, meno generosa che il marito, la quale invano veniva saettando Antonio di occhiate di rimprovero ad ogni grosso boccone che faceva l'indiscreto figliuolo della portinaia.

—E mio zio era egli nel fondaco? gli domandò poi Vanardi che voleva ridurre il discorso a ciò che gl'importava.

—Sor sì: rispose Giacomo con la bocca piena; da principio, entrando, ho creduto di no, perchè non ci vidi colà che un garzone seduto dietro al banco… Se la mi favorisse un po' da bere, signor Vanardi… Grazie!

Tracannò un bicchier di vino.

—E dunque? disse Antonio per ravviare la narrazione interrotta.

—Dunque mi diressi a quel garzone e domandai se il padrone non c'era. A queste parole suo zio trasse fuori la testa da quella sua baracca di bussola dove ci ha lo scrittoio e mi domandò: «che cosa c'è? che cosa si vuole?» Io trassi di tasca la lettera ch'ella mi aveva data e risposi: «Questo per lei.» Suo zio si alzò, uscì fuori dal suo nascondiglio e venne avvicinandosi a me: «Una lettera, disse, chi la manda?» Gli risposi che era lei. Il vecchio che già aveva tesa la mano verso di me per prenderla, fece tal quale come se invece d'un pezzo di carta avesse visto ch'io gli porgeva una vipera; trasse indietro la mano e sè stesso, ed esclamò: «Mio nipote! Non voglio nulla da lui, nè lettera, nè altro. Andate al diavolo voi e chi vi manda.»

—Ah! fece Antonio con un sospiro di dolore.

—Ha detto proprio così: continuava Giacomo. Io, com'ella capisce, rimasi lì in asso, colla mia lettera in mano, che non sapevo più che cosa dire nè che fare. Suo zio si pose a passeggiare su e giù della bottega colle mani dietro le reni, borbottando fra sè delle parole che non capivo e facendo ballare il fiocco della sua berretta con iscosse di capo che mi sembrava volessero dire che era molto in collera. «Che cosa fate ancora costì? mi disse dopo un poco, più burbero che mai; non avete udito che non voglio ricever lettera di sorta di quel signore?… E ditegli ben chiaro che si risparmi la pena di scrivermene, chè di lui e delle cose sue in nessun modo non voglio più sentire a parlare.» Ripetè queste ultime parole, staccando una sillaba dall'altra e con forza: «Non vo-glio più sen-ti-re a par-la-re! Avete capito?» Avevo capito benissimo. Rimisi in tasca la lettera e me ne uscii.

—Oh diavolo! sclamò Antonio col più doloroso disappunto.

—Eh! io l'aveva previsto che sarebbe andata così: disse la Rosina tornata in tutto il suo malumore di poc'anzi.

—E questa lettera me l'avete dunque riportata? domandò Vanardi che cominciava a rimpiangere i bocconi ed il vino che ingollava con tanta voglia quello stupido di Giacomo.

—Un momento, rispose questi: mi lasci dire, chè non ho finito.

—Dunque avanti, corpo di bacco! esclamò Antonio con impazienza.

—Ecco! Avevo fatto appena una cinquantina di passi, quando sento a gridare di dietro: «Ehi, ehi, quel giovane.» Pensando che si potesse parlare a me mi volto, e vedo il garzone che correndo mi raggiunse in breve e mi disse: «Venite, il padrone vuol ancora parlarvi.» Tornammo insieme nel fondaco. «Sapete voi che cosa mi scriva quel birbante?» (ha detto proprio così) mi domandò suo zio con voce di collera. Io risposi che non sapevo di niente. «Date qui quella lettera!» soggiunse ancora più burbero e sdegnoso. Io glie la diedi: la prese, la girò e rigirò fra le mani, la spiegazzò quasi con rabbia e poi la gettò senza aprirla sopra il banco. «Che cosa fate?» mi domandò ruvidamente, vedendo ch'io non muoveva. «Aspetto la risposta,» gli dissi. «Eh! non c'è risposta da fare, mi disse di mala grazia; andate pure pei fatti vostri.» Ero già colla mano sul saliscendi per aprir l'uscio, quando egli, che pareva cambiare ad ogni momento d'idee, mi comandò brusco brusco: «Aspettate.» Prese la lettera, entrò in quel suo gabbiotto, e ci stette forse un dieci minuti e più, non dando altro segno della sua presenza che di soffiarsi rumorosamente il naso due o tre volte. Poi venne fuori ed aveva una faccia tutto diversa…

—Era commosso? domandò vivamente Antonio che ascoltava questo racconto con interesse infinito.

—Quello che fosse non so, ma non pareva più in collera. «Va, mi disse, e di' a mio nipote che una risposta glie la farò forse tra poco. Bisogna ch'io ci pensi, ch'io veda, ch'io sappia…. Infine in un modo o nell'altro gli farò conoscere le mie decisioni.» Aprì egli stesso la porta ed io me ne venni via, ed ora le ho detto tutto dalla prima parola all'ultima.

—Grazie, Giacomo: disse Antonio il cui cuore s'era aperto di nuovo alla speranza: le novelle che mi porti sono migliori di quelle che mi avevi fatto temere dapprima. Evidentemente lo zio fu tocco dalla mia lettera; il suo affetto per me non è ancora spento del tutto, e il suo buon cuore non si può smentire. Vedrai, Rosina, che di quest'oggi medesimo il padrino si rifarà vivo per noi.

La moglie non aveva così liete speranze, ma non contestava ciò nulla meno che le apparenze non fossero più favorevoli che per l'addietro. Bisognava bene far festa a questo più benigno sorriso che regalava la sorte, e ne pagarono la spesa le due bottiglie, delle quali, per zelo specialmente di Giacomo, ben presto si vide il fondo.

Ma Giacomo era tutt'altro che avvezzo a simil baldoria, obbligato dalla parsimonia della madre ad un culto esagerato della virtù della temperanza. E ciò fu causa che quando egli, dopo essere rimasto nel quartiere del pittore poco meno d'un'ora, discese nella loggia sotto il portone era in preda ad una certa vivacità, ad un certo eccitamento cui non era calunniare soverchiamente il dirlo una mezza cotta.

La portinaia scandolezzata accusò con isdegnose imprecazioni Antonio di corrompere la savia morigeratezza di suo figlio; e per punire quest'ultimo d'aver ceduto alle seduzioni del tentatore lo tenne tutto il dì chiuso in casa, senza che si discorresse altrimenti per lui nè di pranzo nè di cena.

Vanardi aspettò tutto quel giorno alcuna novella del padrino: ma invano. Nulla giunse; in nessun modo il droghiere diede segno di vita. Il domattina Antonio stette in casa fino alle dieci, nella speranza sempre che da un momento all'altro qualche cosa apparisse. Verso le dieci fu picchiato all'uscio e il pittore corse con uno slancio ad aprire: era il signor Martino, giovane dello speziale, che porse ad Antonio per commissione del suo principale una bustina di lettera suggellata, che dal peso e dal suono si conosceva contenere monete.

—Se la volesse far grazia di scrivermene una ricevuta: disse Martino.

Antonio dissuggellò tosto tosto l'involtino e ci trovò dentro quattro righe di scritto sopra un foglio di carta e due napoleoni d'oro da venti lire. Nel bigliettino Agapito diceva che la somma acchiusa era maggiore di quel che il pittore potesse pretendere, e quindi non lo seccasse più.

—Che villano! esclamò Antonio, senza che la presenza del garzone potesse più frenarlo. E mi manda quaranta lire!… Il miserabile!… Appena se mi paga i colori.

Voleva rimandargli addietro il denaro; ma pure veniva tanto opportuno! Rosina che era presente, non avrebbe lasciato passare senza contrasto un simile dignitoso atto di risentimento; si acconciò a ritenerli e farne la ricevuta, colla quale il signor Martino se ne andò.

Pochi momenti dopo era un usciere di Giudicatura che veniva cercando il povero Vanardi, e gli rimetteva in mani proprie parecchi atti di citazione provocati dal venditore di carbone, dal pizzicagnolo, dal panattiere.

Antonio guardò quelle carte, sbalordito, come se fossero una sua condanna di morte. Poi si battè la fronte, prese una subita risoluzione, si calcò il cappellaccio in testa e con quel po' di denaro che aveva corse via per ammansare mercè alcuni acconti i suoi creditori. Un quarto d'ora dopo egli si trovava precisamente nella florida condizione in cui era il giorno innanzi, cioè senza un soldo in tasca.

E non era un quarto d'ora ch'egli era uscito di casa, quando bussavano alla porta del suo alloggio, e dietro invito di Rosina vi entravano il signor Marone ed uno sconosciuto.

XI.

La sera medesima del giorno in cui Vanardi aveva parlato a Selva, questi con sua moglie discese in casa il signor Biale, come usava due o tre volte la settimana, per farvi insieme la vegliata.

Il capitano e sua figlia Lisa stavano in un modesto ma pulito salotto, in cui la tappezzeria e le masserizie mostravano, se non la ricchezza, certo il buon gusto ed il buon governo.

Un allegro fuoco fiammava nel caminetto alla Franklin, e, sedutovi presso su d'una poltrona coperta di cuoio color tané, il signor Carlo, i piedi appoggiati al paracenere, la persona avviluppata in una vesta ovattata, leggeva attentamente un volume della Storia militare del Piemonte. Vicino a lui era un tavolino da una gamba sola con tre piedi e sopravi una lampada col coprilume di carta verdescuro all'infuori, che rifletteva la luce in un ristretto cerchio tutt'intorno, lasciando nella penombra il rimanente della stanza. Dall'altra parte di quel tavolino sedeva la moglie di Pannini; aveva il suo cuscinetto da lavoro sulle ginocchia e cuciva.

Giovanni Selva nel dipingere a Vanardi l'antico capitano, Carlo Biale, non aveva detto che la verità. È una figura che a prima vista vi ispira confidenza e v'impone rispetto; una di quelle figure oneste, aperte, gravi, le quali, solamente ad incontrarle, vi fanno provare una certa soddisfazione e, nel contemplarle, vi fanno inorgoglire d'essere della loro razza.

Lisa, sua figlia, ha diciott'anni. In punto a bellezza non uscirebbe dalla mediocrità, s'ella non possedesse nello sguardo, nel sorriso, nell'espressione delle sembianze, nell'aria del volto una quasi direi malìa, la quale a chi l'accosta, a chi specialmente le parla, fa ch'ella sembri la più bella, od anzi meglio, la più cara donna del mondo. È l'eccellenza della sua anima eletta che si manifesta di quella guisa e dolcemente comanda in una l'ammirazione e l'affetto. Tenuta a battesimo dalla marchesa di Campidoro, fu fino agli ultimi tempi carissima alla gentildonna, la quale il più spesso possibile, fin da quando Lisa era bambina, la voleva seco; ed ella nel domestico e frequente praticare in casa l'aristocratica famiglia, senza pur volerlo, senza pensarci, senza accorgersene menomamente, aveva attinto un'eleganza, una distinzione, una squisitezza di maniere che meravigliosamente bene s'accordavano colla sua nativa gentilezza, cortesia e bontà. Ella è di umor lieto ordinariamente, benigno sempre. Amorevole qual'è, si compiace nelle mostre di affetto, nelle tenere cure, nelle ufficiose attenzioni agli oggetti dell'amor suo: il padre ed il marito. Poichè ebbe sposato l'amato giovane, Lisa fu pienamente felice; visse in questa terra come in un paradiso; e la sua gioia cotanta, nei primi tempi da cosa nessuna turbata, lasciò manifestarsi nella rosea freschezza delle guancie, nel brillare degli occhi vivaci, nella schiettezza del perenne sorriso, nell'allegre canzoni, nella medesima alacrità posta ai quotidiani uffizi del domestico governo.

Però da alcun tempo quella sua tanta allegria era sminuita; la sera di cui dico, sulla fronte di lei e sul volto avreste detto essere disteso un velo che ne faceva meste le sembianze. Non era già un dolore, ma una melanconia; meglio ancora era una preoccupazione non esente da inquietudine. Un poco essa lavorava sbadata, a rilento, visibilmente col pensiero ad altre ben diverse cose, un poco pareva rientrare in sè s'affrettava, s'affrettava nel suo trar d'ago: tratto tratto i suoi occhi neri ed espressivi si levavano dal lavoro e si rivolgevano intenti, non senza una specie d'ansietà, verso l'uscio che menava alla vicina stanza coniugale, in cui s'udiva un passo d'uomo che di quando in quando si muoveva e un aprire e richiudere di cassetti e uno spostar di mobili.

Di quando in quando il padre levava il suo serio e sereno sguardo dalle pagine del libro e lo faceva guizzare verso la diletta figliuola, ed era allora sollecita la buona Lisa a richiamare sulle sue fattezze la usata espressione di tranquilla e beata ilarità, ed a fare che l'occhio paterno incontrasse il più lieto di lei sorriso; imperocchè ella avrebbe voluto fare ad ogni modo acciocchè il segreto turbamento che era in lei non apparisse allo sguardo amoroso e perspicace del padre.

Di cotal turbamento che da alquanto tempo la possedeva, era cagione il marito, il quale, benchè amoroso e carezzevole sempre, pure aveva da parecchi giorni qualche cosa di nuovo e di strano nei suoi contegni, che dava mille indefinite paure alla Lisa.

Il primo lievissimo velo di nube che costei aveva visto salire sul sereno orizzonte della sua felicità coniugale era provenuto da quella sciocca ambizione di sfoggio che Gustavo pareva avere ereditata dal padre e dal nonno. Vedutolo sopra pensiero alcune volte, la giovane moglie l'aveva interrogato con ansioso affetto, timorosa che alcun cruccio ne angustiasse l'anima, ed aveva scoperto con dolorosa meraviglia come a lui non bastasse per essere felice la fortuna di quel tanto e spartito amor loro ed invidiasse nel profondo del cuore le distinzioni sociali, gli sbarbagli della ricchezza di cui godevano altri nel mondo. Rimproverato amorosamente dalla giovine donna, perchè potesse ad altro ancora rivolgere il pensiero e il desiderio, che l'amor loro non fosse, quando la Provvidenza era stata così pietosa per essi da conceder loro sì fortunata sorte, Gustavo aveva risposto che non tanto per sè andava egli desiderando la ricchezza e i suoi vantaggi, quanto per lei, sua diletta sposa, che avrebbe voluta la prima in tutto e per tutto e la più ammirata dovunque.

—Ma ciò, soggiungeva egli tutto infervorato, sta pur certa che avverrà senza fallo, o ch'io perderò il nome. Voglio mettere ai piedi della mia bella Lisa una fortuna principesca; e quando io voglio una cosa…

Con pari ardore Lisa lo interrompeva per protestare ch'ella si trovava abbastanza contenta della modesta agiatezza del loro stato, che ciò che importava al suo cuore era ch'egli l'amasse sempre e che le ricchezze, non che non desiderarle, non che non sapere che cosa farne, ma le temeva benanco quali insidie della sorte, come temeva ogni cambiamento nelle sue condizioni presenti che le tornavano le migliori possibili.

Gustavo crollava la testa, faceva un suo cotal sorriso misterioso e conchiudeva con dire abbracciandola e baciandola:

—Vedrai, vedrai; lascia fare a me e non temere di nulla.

Lisa si racchetava, ma sarebbe stata assai più tranquilla se il marito avesse rinunziato ad ogni velleità di simile ambizione. Gustavo aveva sempre usato frequentare di molto le veglie e le feste della società elegante. Aveva la sciocca smania di comparirvi riccamente vestito di tutto punto e starvi a paro coi più doviziosi; seguiva gli esempi e le traccie del signor Padule, il primo commesso di Bancone, che incarnava sempre in sè l'ultimo figurino delle mode. Non c'era convegno, non solennità, non festa, per cui egli tanto non facesse da riuscire ad avervi l'invito. La moglie aveva condotta seco alcune volte, ma poi si era dovuto a ciò rinunciare perchè le acconciature di lei costavano troppo più di quello ch'essi potessero spendere, e perchè Lisa medesima che ci trovava un mediocrissimo diletto aveva determinato assolutamente di non volerci metter più il piede. E di molto le doleva che il marito abbandonasse tutte le sere lei e suo padre soli, e non trovasse pur mai che una veglia in famiglia valesse il sacrifizio d'una di quelle concorrenze piene di soggezione; le doleva tanto più che il tempo da passare insieme coll'amato uomo fosse così ridotto sempre a meno, poichè di giorno le occupazioni di Gustavo alla Banca gli lasciavano poche ore libere, e le sere, il mondo lo toglieva affatto alla moglie.

Non andò guari che Lisa si accorse una segreta preoccupazione essere nell'animo di suo marito; allo sguardo d'una donna amorosa non isfugge mai un simil fatto. Lo interrogò: egli rispose colla più franca negativa; e qualche tempo di poi si mostrò veramente così allegro, che ogni sospetto dovette dileguarsi dall'animo di Lisa. Gustavo era più amoroso che mai; recò a casa per la moglie i più splendidi e suntuosi regali di ori, di gioie e di vesti, così bene ch'ella dovette rimproverarnelo, e non osò mostrarli al padre che più severamente ne avrebbe ripreso la follìa del genero.

Ma quest'allegria fu una fase che non tardò a passare per lasciar scorgere all'occhio scrutatore di Lisa i segni d'una nuova e maggiore preoccupazione nel marito; e tale che da alcun tempo sembrava a lei fosse addirittura un cruccio che ne tormentava l'animo. Aveva ella di nuovo interrogato Gustavo con tutto interesse e con tutta amorevolezza; ed egli a risponderle di bel nuovo press'a poco come prima: non se ne ponesse in pensiero, non essergli capitato nulla, e fra poco tempo vedrebbe che tutto andava per la meglio.

Le quali parole non avevano rassicurata l'amorosa donna che a mezzo; e vedendo essa di tanto in tanto più tristamente pensosa e più annuvolata la faccia del marito, l'inquietudine di lei ripigliava più forte, quanto più si sforzava ad immaginare ed argomentare le ignote ragioni di quella tristezza.

Il capitano, da parte sua, s'era accorto di qualche cosa riguardo alla figliuola.

—Lisa: le disse un giorno, pigliandola per mano e fissandola ben bene in volto. Tu non ridi più come per lo innanzi; tu non canti più da mattina a sera come facevi. Che cosa è capitato?

La giovane s'era fatta del color delle fragole, come una colpevole colta in fallo.

—Io, babbo? rispose ella tutto impacciata: ti pare?… Ma no… Son sempre quella io… Non è capitato niente… Che cosa vuoi ci sia capitato?

E da quel momento stette in sull'avviso per non lasciar scorgere più nulla del suo turbamento al genitore.

Quella sera adunque in cui noi penetriamo nel salotto di codesta famiglia. Lisa e suo padre erano soli presso al fuoco nel salotto, e nella vicina stanza coniugale si udiva l'andare e venire d'un uomo che non poteva essere altri che Gustavo.

Ad un punto, il signor Carlo alzò gli occhi dal suo libro, volse la testa verso sua figlia e disse con accento pacato, ma in cui era pure una leggiera tinta d'impaziente ironia:

—Che? Tuo marito non ha ancora terminata la sua acconciatura? Cospetto di bacco! Sai che non c'è donna per quanto civetta essa sia che impieghi tanto tempo alla teletta?

Lisa non sapeva che cosa rispondere; ed ecco, per fortuna, a torla d'imbarazzo entrare nel salotto i due casigliani del piano di sopra, Giovanni Selva e sua moglie Adelina.

Conosciuti quali erano dalla fantesca, i due visitatori avevano potuto inoltrarsi senz'essere annunziati. All'udir gente che entrava il signor Carlo aguzzò lo sguardo verso l'uscio; ma non vedendo bene chi fosse nella penombra prodotta dal coprilume, sollevò questo dal globo della lampada, e fece spandere la luce per tutta la camera.

—Siate i benvenuti, miei cari vicini: disse egli con molta cordialità, ravvisandoli tosto, e chiuso il libro lo ripose sulla tavola per porgere la destra a Giovanni che s'avanzava verso di lui.

Lisa, appena visto ancor essa chi entrava, s'era levata vivacemente da sedere con un'esclamazione di affettuosa letizia ed un saluto amichevole, ed era corsa incontro all'Adelina ad abbracciarla.

—Lei sta bene, signor capitano? disse Giovanni stringendo con deferenza la mano leale del padre di Lisa.

—Benissimo, grazie. Di lei non lo domando neppure; lo si vede abbastanza…. E neanche di lei signora, soggiunse con un sorriso di galanteria, volgendosi ad Adelina, la quale s'era seduta dall'altra parte del tavolino, accosto alla Lisa. Ella è un fior di rosa.

La moglie di Selva, sorridendo, minacciò scherzevolmente il signor
Biale coll'indice della sua piccola mano.

—Ah, signor capitano! Lei mi vuol fare imbizzarrire.

—E il signor Pannini? domandò Giovanni.

Il capitano fece una smorfia di cattivo umore e crollò le spalle con atto di malcontento.

—È di là, rispose, in grandi occupazioni di teletta. Non so quando avrà finito. Per me gli è un'ora che m'impaziento per tanta grulleria.

Lisa arrossì, come se fosse a lei diretto il rimbrotto, e timidamente disse:

—Gustavo deve andare ad una gran festa, e….

—Sì, sì: fu sollecito a soggiungere il capitano, pentito d'aver fatto pena alla figliuola. E' va ad un suntuoso ballo d'apparato che dà non so qual principe della finanza.

—Desidererei parlargli: disse Giovanni; ma del resto ciò di cui voglio pregarlo—perchè si tratta d'un favore che ho intenzione di domandargli—posso dirlo a loro, è la medesima cosa.

—Parli, parli pure: disse con gentilezza invitatrice, non per cerimonia, ma affatto sincera, il padre di Lisa.

In questa s'udì la voce di Gustavo dalla stanza vicina.

—Lisa, hai tu veduto i miei guanti?… Non li trovo più…. Ne avevo ancora parecchie paia…

—Li ho riposti io: rispose Lisa alzandosi in tutta fretta. Vado a darteli.

E corse sollecita dov'era il marito.

Gustavo in tutto lo splendore d'un'acconciatura di rispetto più che accurata, abbagliante per i bottoncini di diamanti allo sparato della camicia, pei bottoncini d'oro al panciotto nero, per la lunga e grossa catena d'oro dell'oriuolo, dalla quale pendeva una voluminosa ciocca di ciondoli, di ninnoli, di minuterie preziose, stava innanzi allo specchio ammirando il nodo elegante della sua bianca cravatta e le volute graziose alle tempia della sua zazzera arricciata dal ferro sapiente d'un parrucchiere alla moda.

Si volse alla moglie che era entrata, e le disse con un sorriso trionfante:

—Ti pare ch'io stia bene?

—Benissimo: rispose Lisa con ammirazione innanzi alla beltà di suo marito.

—Vieni dunque a darmi un bacio.

Ella ubbidì con molto zelo. Gustavo le passò un braccio intorno alla vita e guardandola con espressione di molto amore, soggiunse:

—Ah, perchè non posso condur meco anche te, mia buona ed adorata Lisa, in una teletta che facesse stare al disotto quella di tutte le altre? La tua bellezza, cara donna mia, disgraderebbe le più superbe pretensioni di quelle poppattole che tengono lo scettro della moda…

Mandò un sospiro di sincero rimpianto, soggiungendo:

—Ah! se la fortuna mi avesse un po' assecondato!…

Sulla sua fronte venne di botto ad oscurarla quella nube che la moglie da qualche tempo ci aveva notata ad intermittenze, però fu lesto a discacciarla.

—Ma non ho perso ancora le speranze, continuò; ed anzi, chi sa che fra poco…

Fece una reticenza, la quale, più ancora delle pronunziate parole, eccitò la curiosità di Lisa.

—Che cos'è? domandò essa. Tu tenti qualche cosa? Tu hai qualche progetto? Quale?

—Nulla, nulla: rispose il marito sciogliendo l'amplesso con cui la teneva abbracciata e tornando allo specchio a mirarsi. Non andare fantasticando colla tua testolina delle cose spiacevoli, sai… Non voglio; no, cara, non voglio che la menoma ombra di cruccio passi sul cuore della mia Lisa… Ti dico solamente che il mio costante desiderio è il poter procurare a questa diletta donna tutti i piaceri e le soddisfazioni della ricchezza…

—Ma io non ci tengo: disse vivamente la donna. Io non desidero in nessun modo nè le feste nè gli sfarzi del gran mondo.

—Li desidero ben io per te… Come! a te non piacerebbe di venir meco… non foss'altro che per istare insieme?

—Ah, Gustavo! Potremmo stare insieme tanto bene e con maggior abbandono, qui, nella nostra casa!…

—Hai ragione: ma che cosa vuoi? Viviamo nella società, e non possiamo sottrarci ai legami ed agl'impegni di essa… Quanto a me, poi, alla mia carriera, al mio avvenire, è quasi una necessità il vivere quella vita.

Lisa chinò il capo sospirando come per indicare ch'ella ben vi si rassegnava, ma che penosa erale la sua rassegnazione.

—Oh, dunque, Lisa, riprese Gustavo cambiando tono: dammi i guanti.

La moglie venne a recargliene parecchie paia; egli ne scelse accuratamente due, e messone uno in tasca per servir di ricambio, si pose a calzar l'altro con tutta la cura che richiede una sì dilicata operazione.

Passarono tutti due nel vicino salotto, Lisa portando il mantello, il cachenez ed il cappello del marito.

—La riverisco, signora, disse questi ad Adelina; buon giorno, Selva, come va?

I due coniugi risposero al saluto.

Il signor Carlo guardò suo genero non senza un po' d'ironia nell'espressione del volto.

—Hai finito pur una volta, bellimbusto? gli disse tra lo scherzo e il rimprovero.

—Che volete? rispose Gustavo ridendo. Questo benedetto nodo di cravatta non lo potevo far bene. Ci ho sciupato tre pezzuole prima di venirne a capo… Hai mandato a prendere la carrozza, Lisa?

—Eh! disse con qualche impazienza il capitano: è quasi mezz'ora che sta qui sotto ad aspettare.

Gustavo trasse fuori il suo ricco orologio.

—Cospetto! è tardi. Ho promesso al signor Bancone di andar presto a fare la sua partita. Addio, Lisa; buona sera, papà; signori Selva, li riverisco.

La moglie lo aiutò a mettere sulle spalle il mantello, e gli avvolse con cura il cachenez intorno al collo.

—Non aspettarmi sai, Lisa, diceva intanto il marito, guarda che te lo proibisco!… Non so a che ora mi sarà possibile rientrare… già farò di tutto per isbrigarmi presto… ma in ogni modo, guai a te, se non ti trovo placidamente addormentata.

La moglie lo accompagnò fino al pianerottolo.

—Copriti bene, gli diceva con infinita amorevolezza, e non istancarti di troppo, che, per carità, non avessi poi da patirne; ed anche in mezzo a tutta quella folla, a tante belle signore, a tanto chiasso, pensa un poco anche a me.

—Forse ch'io ti possa dimenticar mai, anima mia? rispose con accento di sincero affetto il marito; e datole ancora un caldo bacio partivasi, mentr'ella tornava nel salotto.

Biale aveva guardato dietro suo genero che s'allontanava, tentennando un pochino la testa.

—In fondo è un buon diavolo, diss'egli, ma sarà sempre un ragazzo.

Lisa tornò con una lieve mestizia espressa nelle sembianze, la quale però sotto lo sguardo del padre si dileguò ben tosto.

Selva quindi, sollecitato dal signor Carlo, espose ciò di che era venuto a pregarli; volessero cioè raccomandare al genero e marito di procurare un posto nella banca a Vanardi, del quale Giovanni raccontò le misere condizioni. Il capitano e la sua figliuola presero il maggior interesse pel povero pittore; e l'intesa fu che Selva mandasse egli stesso poi il suo raccomandato agli uffici del signor Bancone con un suo biglietto per Pannini, al quale la mattina seguente il suocero e la moglie parlerebbero con tutto calore in pro' di quell'infelice.

XII.

Il domattina Selva s'affrettava verso la dimora di Vanardi a portargli la novella, che il signor Biale aveva assunto di raccomandarlo, e la sua lettera ch'egli doveva consegnare a Pannini.

Giunto all'uscio del pittore, Giovanni udì nell'interno la voce della Rosina e quella d'un uomo che gli parve del signor Marone, cui egli conosceva eziandio. Temendo che gli argomenti di discorso fra la moglie d'Antonio e il padrone di casa fossero di tal fatta da tornar poco graditi alla donna, Giovanni s'affrettò ad entrare, e si trovò innanzi per prima la brutta faccia d'un uomo che non aveva visto mai.

Pareva aver sessant'anni all'incirca; era alto di statura, ma curvo di petto, come se a stento si reggesse sulla macilenta persona; calvissima aveva la fronte, e il cranio diventato di color giallognolo pareva di avorio affumicato; alla nuca si rizzavano ribelli, e, per dir così, tormentate delle superstiti ciocche di capelli, il cui color fulvo era temperato dalla canutezza, folti baffi del tutto bianchi gli coprivano il labbro superiore; foltissime sopracciglia s'aggrottavano per moto abituale sopra i suoi occhi piccoli, di color bigio, infossati ed irrequieti, che dal fondo delle occhiaie risplendevano d'un luciore maligno; la faccia era incavata, e la pelle aderiva all'osso sporgente dello zigomo, piegandovisi sotto, alle gote, in una rete inestricabile di minutissime rughe; un pallore quasi livido gli si stendeva sulle sembianze. Un dolore profondo, interno, antico, appariva da quel tristissimo volto; ma non era che destasse in chi lo mirava senso alcuno di pietà, sì piuttosto di paura e di ribrezzo, perchè nello sguardo, nel cipiglio continuo di quell'uomo si leggeva una vendetta implacabile, una ferocia da non saziarsi mai.

Giovanni indietreggiò innanzi a quell'orrida figura. Il signor Marone, che parlava, troncò di subito il suo discorso; e tanto egli quanto il suo compagno si mostrarono spiacenti del sopraggiungere d'un estraneo.

—Ci pensi madama: aggiunse in fretta il padrone di casa lisciando il pelo del suo cappello colla manica del pastrano. Noi torneremo per una risposta…. o tornerò io soltanto, uno di questi giorni…. Mi saluti il signor Vanardi…. La riverisco.

E sgusciò fuor dell'uscio, come se nulla gli premesse di più che l'andarsene; lo sconosciuto lo seguì senza disserrare le labbra, senza fare neppure il menomo cenno di saluto.

—Che animale è egli codesto? disse Giovanni chiudendo la porta dietro di loro.

—Neh! com'è brutto! esclamò Rosina giungendo le mani. Quando l'ho veduto entrare, Gesummaria! mi ha fatto paura.

—E che cosa gli è venuto a far qui?

—Eh! lo so io bene? Chè qui mi ha tutta l'aria d'esserci un mistero. Si figuri che il pretesto fu quello di vedere il nostro alloggio…. Bella cosa, veramente, da vedere!… E che? io dissi subito a quella talpaccia del signor Marone; noi dunque non si conta più un cavolo e vuole addirittura spazzarci via. Quell'impostorone faceva il melato…. E l'altro, quella faccia di morto con que' suoi occhi di basilisco…. Dio! che occhi!… ha notato signor Giovanni che lanternini d'inferno sono quelli?… Quell'altro intanto, sa che cosa faceva?… Guardava tutt'intorno, alle pareti, negli angoli, da questa parte e da quella con avidità, come se ci avesse da cercare un tesoro. Il signor Marone lo fece passare di là del paravento. Io veniva loro a panni e seguitavo a tempestare a parole il padrone di casa. Quel brutto muso, appena fu di là, vide il quadro colla cornice dorata, e mandò una specie di grido, quasi un urlo soffocato, che mi fece trasaltare…

—Oh bella! interruppe Giovanni, il quale fu assalito di botto da un sospetto: e poi? e poi?

—Se avesse visto come gli occhi gli si misero a risplendere! Parevano carboni accesi, su cui si fosse soffiato forte. Corse al quadro; lo spiccò dal muro: lo guardò ben bene che pareva volesse mangiarlo. Un rosso cupo glie ne era venuto su quelle guancie scialbe, e le sue mani tremavano come se avesse il freddo della terzana. «Signore, io gli dissi, che cos'ha, che cosa vuole?» Eh sì! non mi badò più che se avessi parlato ad un ceppo. Si volse verso il padrone di casa e gli disse con una voce che pareva venirgli su dal fondo della pancia, come quella d'un raffreddato che parli in un imbuto: «Avete ragione, è lei.»

Giovanni interruppe la Rosina, battendo insieme le mani.

—Corpo di bacco! non c'è più dubbio: è lui.

—Chi lui?.

—Quel birbone d'Orsacchio.

—Orsacchio! esclamava Rosina curiosamente. Vuol dire il marito della donna del quadro?

—Quello appunto.

—Oh poveretta! Ora che ho visto il muso di codestui, comincio a compiangerla anch'io daddovero.

—Ma vive essa ancora? E dove?… Ecco quanto si ha da scoprire… Averlo avuto qui quel birbone ed esserselo lasciato scappare!… Ma poichè pare che egli è in buona relazione col signor Marone, per mezzo di costui, sorvegliando i suoi passi, potremo forse venire a capo di qualche cosa… A lei, signora Rosina, che cosa dissero d'altro?

—Parlarono di comprare quel ritratto. Io risposi che mio marito non
lo voleva vendere… Noti che fu sempre il padrone di casa a parlare.
L'altro non disse che poche parole colla sua voce cavernosa…
N'eravamo a quel punto quando lei è venuto e loro sono scappati.

Selva non si mosse di là, finchè Vanardi non fosse tornato. Questi rientrò a casa avendo placato i suoi creditori e fattili acconsentire a sospendere l'intentata lite, ma avendo di bel nuovo le tasche asciutte.

Giovanni gli narrò subito quant'era avvenuto, lui assente, in casa sua; ed Antonio fu persuaso eziandio, e tosto, che quello sconosciuto era proprio Orsacchio, cui la fortuna gli menava finalmente tra' piedi.

I due amici furono d'accordo che conveniva profittarsi di quella proposta di compera del quadro per iscoprire la sorte di Gina: che perciò era necessario andarne dal signor Marone sotto colore di riannodare le pratiche, e governarsi di guisa da venir a scovar fuori la verità: e siccome Antonio protestava di non esser fornito della voluta accortezza a quell'uopo, Selva si profferì egli stesso, e promise ci sarebbe andato al più presto. Alla qual cosa Vanardi lo sollecitò di molto; impaziente che egli era di aver pur finalmente fra le unghie quello scellerato che gli aveva ammazzato l'amico Alfredo Cioni e di recare, se pur fosse possibile, alcun sollievo al destino certo sciaguratissimo della infelice Gina.

Esaurito questo discorso, Giovanni consegnò a Vanardi la lettera che aveva scritto per lui a Gustavo Pannini, e lo stimolò a recargliela sollecitamente, di quel giorno medesimo, s'ei potesse.

—Bisogna battere il ferro mentre è caldo, soggiunse. Questa mattina il signor Carlo e sua figlia hanno parlato di te a Pannini, ed egli è di certo disposto a far molto in tuo favore…. non bisogna lasciare che si raffreddino queste buone disposizioni.

Antonio annuì a tutto quello che Selva gli disse: ed avess'egli fatto a senno dell'amico, avrebbe risparmiati a lui ed a sua moglie alcuni brutti momenti che, come vedremo, toccò loro di passare: ma quando l'amico fu partito per le sue faccende, Antonio che, a cercare quell'impiego per cui doveva rinunciare all'arte sua, ci andava di mala gamba, si pose in tasca il biglietto introduttivo presso il segretario di Bancone, e determinò essere miglior partito l'aspettare ancora tutto quel giorno se lo zio padrino, commosso dalla lettera mandatagli, non gli rispondesse favorevolmente come glie ne avevan data speranza le parole di Giacomo, e quindi non gli rendesse inutile quel passo che gli gravava assaissimo l'aver da fare.

Ma il poveretto ebbe un bell'aspettare tutto quel giorno ed anche l'altro appresso: nessuna risposta gli giunse da quel barbaro di padrino.

Come avvenne egli mai? Il cuore dello zio droghiere, che, dietro la narrazione di Giacomo, pareva essersi aperto ad un poco di pietà, erasi egli chiuso di nuovo più inesorabilmente di prima? Ecco in che modo era andata la faccenda.

La verità era che il vecchio non aveva potuto leggere lo scritto del nipote senza sentirsi commuovere. La sua collera aveva un bel dirgli che doveva star saldo; la compassione e l'affetto che, malgrado tutto, senza che egli volesse e sapesse, gli durava nell'animo per quel cattivo soggetto d'un nipote, lo piegavano con molta forza a più miti consigli. Antonio po' poi era l'unico parente che ancora gli rimanesse: perdonargli le sue colpe, questo poi no; il fiero droghiere non lo voleva, e dicevasi che non l'avrebbe fatto mai; ma lasciarlo morire di fame poi, la gli pareva troppo dura anche al suo animo irritato.

Ed ancora: se non si fosse trattato che di quell'ingrataccio d'un figlioccio e di quella poco di buono ch'egli aveva sposato, passi: ma c'eran di mezzo dei bambini.

—In codesto ha ragione, quello scellerato: disse fra sè lo zio. I suoi ragazzi non ne possono nulla… I suoi ragazzi!.. E' son pur sangue mio… Poveri bimbi!

Per uno strano gioco di fantasia, rivide col pensiero il suo figlioccio quando ancora bambino egli stesso. Ricordò le mille piccole vicende di quel caro fanciullo ch'egli aveva preso ad amare come suo, e s'intenerì vieppiù. Tolse in un cassetto del suo scrittoio una buona manciata di monete, cambiò il berretto di seta nera col suo cappello a stajo, indossò il pastrano ed uscì di bottega, senza dire una parola ai garzoni, per alla dimora del nipote.

Ma il guaio era che il droghiere sapeva bene qual fosse la strada in cui Antonio abitava, e press'a poco a qual punto della medesima ne fosse la casa, ma non aveva mai saputo o non si ricordava più il numero della porta. Onde, giunto in quella via, rallentò il passo, parve non andar più che di mala voglia, e si diede a guardare alla scimunita di qua e di là, come se sulla facciata delle case dovesse scorgere un indizio che gli mostrasse l'abitazione del nipote.

Già nel tempo che aveva dovuto impiegare a giunger fin lì, quel suo primo impeto di pietà aveva dato giù un poco. S'era venuto via via rammentando il suo giuramento, non solo di non perdonare, ma di non voler nemmanco saper più nulla del colpevole, tutti i gran dispetti che Antonio gli aveva fatto provare, s'era detto che un uomo di carattere non deve lasciarsi avvolgere così facilmente da poche parole, le quali, chi sa ancora se fossero veritiere!

Al sopravvenire di questo dubbio, e' s'era fermato sui due piedi.

—È capace di tutto quel senza fede: aveva pensato. Può esser benissimo una lustra per bubbolarmi denari; ed io, sciocco, mi ci lascerei accalappiare?… Oh no, no. Voglio prima conoscere esattamente come stanno le cose. E se la è una trappola, mal per lui!

Così se ne veniva egli giù per la strada guardando da questa e da quella. Se la fortuna avesse voluto cessare di esser nemica al povero Antonio, l'avrebbe menato lì a quel punto, e messolo naso a naso collo zio. Ma no, essa voleva proprio vederlo alla disperazione, e, per giuocare all'infelice pittore il più brutto tiro Che potesse, trasse fuor della bottega e postò lì sul passaggio del droghiere quella buona lana di messer Agapito.

La giornata era bella, il tempo mite, la solita nebbia degl'inverni torinesi si lasciava lodevolmente desiderare, e un sole giallognolo mandava di sbieco un raggio fin sulla soglia della farmacia. Figuratevi se con un tempo simile il nostro signor speziale poteva starsene rinchiuso nella sua bottega! La graffiatura del suo naso era accuratamente coperta da un pezzetto di taffetà inglese incerottato; la voglia di ciarlare gli era tornata in corpo anche maggiore, e del doppio gli si era accresciuto il maligno talento di tagliare i panni altrui; venne fuori a respirare quelle aure tepidette e riscaldare il suo naso a quel fugace raggio di sole.

Non tardò a vedere lo zio d'Antonio, a lui perfettamente sconosciuto, il quale andava e veniva, come ho detto, col passo incerto di chi cerca una qualche cosa e non trova. Pensatevi se la curiosità di messer Agapito non doveva svegliarsi! Cominciò ad ammiccare a quell'incognito passeggero, e fargli certi cenni d'interesse e certi sorrisi di mezzo saluto, finchè vedendo che l'altro non gli badava punto, non si tenne più dal rivolgergli addirittura la parola.

—Signore, gli disse scendendo dallo scalino, e toccando per saluto la tesa del suo berretto; non vorrei essere indiscreto; ma mi pare che lei vada cercando per queste parti di qualche cosa… Io, se posso essere utile a qualcheduno, sono l'uomo più lieto del mondo… Che vuole? Son fatto così, io… Non potrei vedere un gatto negl'impacci senza andarlo a districare… Adunque, siccome questo quartiere io lo conosco poco su poco giù come la mia bottega, e so a qual ripiano di qual casa abiti questi o quegli, come so a qual ordine delle mie scansie vi è il tale o il tal altro barattolo, così se lei ha bisogno di qualcheduna di siffatte informazioni, io son qui a suo servizio, e non le accade che domandare.

Lo zio d'Antonio, al primo affacciarglisi di costui che non conosceva, fece una sosta e stette ascoltando stupito e incerto del come rispondere. Poi pensò che questo tale poteva benissimo informarlo al giusto delle condizioni del nipote; e che non sapendo affatto chi fosse a interrogarlo, era disposto senza dubbio a non falsare la verità. E come poteva mai immaginare che in quello speziale dalla faccia sorridente ci fosse alcuna animosità contro il pittore?

—La ringrazio, rispose adunque il droghiere: cerco appunto d'un tale che deve abitare qui presso, ma di cui non so il numero della porta.

—Ebbene, s'ella me ne dice il nome, io ci scommetto che so dargliene il giusto indirizzo.

—Gli è un pittore…

Agapito diede in un leggier trasalto.

—Ah, ah! interruppe. Vanardi, forse?

—Giusto. Lei lo conosce?

Lo speziale alzò le spalle, insaccò il capo, allungò il labbro inferiore e mandò una voce d'un'espressione poco lusinghiera pel povero Antonio.

—Euh!… Lo conosco pur troppo. Sta qui, in questa casa medesima, su fino al di sopra del tetto. Me lo vedo passare dinanzi ai vetri della bottega una diecina almeno di volte al giorno.

—Esce di frequente?

—Non fa che andare a zonzo.

—Non trova dunque lavoro?

—Non ha voglia di lavorare… E poi, affè che per dargli alcun lavoro bisogna proprio voler gettare via il denaro.

—Vuol dire che è poco abile nell'arte sua?

Lo speziale volle grattarsi, secondo il suo solito, la punta del naso; ma il suo dito incontrò il cerotto che copriva la graffiatura. Ciò non lo dispose ad essere benigno per Antonio, fece una smorfia e rispose:

—Poco abile!… Vorrebb'ella forse commettergli qualche lavoro?

—Precisamente.

—Ebbene, accetti un consiglio d'amico. Vada piuttosto a pigliare uno di quegl'imbianchini che scialban le case.

—Ma dunque, e' non val niente?

—Dia retta: l'espressione sarà un po' forte, ma è giusta: gli è un asino calzato e vestito.

—O diavolo! esclamò lo zio, un po' offeso contro lo speziale, ma irritato molto più contro il nipote.

—E con ciò egli ha delle pretese che a chiamarle impertinenti è dir poco.

—Davvero?

—Domanda dei prezzi impossibili… Guardi: io amo troppo il mio prossimo per non avvertirnela… E parlo per esperienza, sa!… vede questi due brutti figuri che fanno vergogna alla mia bottega e che un giorno o l'altro caccerò sul fuoco? E' non valgono quattro soldi l'uno, e quel birbone me li ha fatti pagare un occhio della testa.

—E lei, signore, ha pagato?

—Che cosa vuole?… È così insistente!… Un par mio non fa scandali, non si cimenta con di quella gente… Ho pagato.

—Sarà forse la necessità che lo spinge a domandar più che non valga il suo lavoro. Mi è stato detto ch'egli era nella massima miseria…

Lo speziale crollò le spalle e si mise a sogghignare.

—Miseria! miseria! La solita scusa di tutti codesti viziosi che amano spassarsela e non far niente.

—Ma egli ha pure moglie e figliuoli.

—Ah, sì, la moglie…. Una buona lana, anche quella… Lei la conosce?

—Io no.

—La è una pettegola che meriterebbe di stare colle rivendugliole in piazza dell'erbe. Una chiassona, un'impertinente… una linguaccia poi!… una matta, infine, senza ordine e senza giudizio: non so se mi spiego.

—Corbezzoli! La si spiega benissimo. La ringrazio di queste informazioni di cui farò mio pro.

Lasciò lo speziale e si avviò per tornarsene senz'altro a casa sua; ma il desiderio glie ne venne ancora di edificarsi di meglio intorno alle cose di suo nipote. Passando innanzi al portone, vide scritto al di sopra del finestruolo le classiche parole: parlate al portinaio, ed avvisò che niuno poteva dirgliene di più, e di più preciso, che il portiere. Entrò adunque nel camerino in cui stava, come di solito, la madre di Giacomo.

Ora, vedete accanimento della sorte contro il nostro Antonio; in quell'istante appunto, la portinaia, che, per quella tal ragione dell'assenza totale di mancie da parte del pittore, era già d'ordinario assai poco propizia a costui, trovavasi infiammata da una nuova e non piccola collera contro il nipote del droghiere.

Suo figlio, Giacomo, era tornato nella loggia dopo un troppo lungo intervallo—prima colpa che la portinaia era poco disposta a perdonare così agevolmente—ed inoltre era tornato col povero cervello offuscato dai fumi del vino bevuto ad Antonio.

La madre gittò le grida le più indignate, come se le avessero corrotta la virtù del figliuolo sino allora innocente; cominciò per isfogare il suo sdegno e correggere il traviamento del giovane coll'applicazione sonora di due schiaffi solenni, ed immediatamente relegò il colpevole nel soppalco che doveva servirgli di carcere sino alla largizione d'una generosa amnistia; ed aspettava la prima occasione per dire il fatto suo al seduttore di Giacomo, quando il droghiere, già sì poco ben disposto verso suo nipote dalle parole dello speziale, le venne innanzi ad interrogarla sul conto del pittore medesimo, contro cui essa l'aveva sì amara.

—Una poco buona razza di gente: rispose la portinaia incollerita. La mi domanda se son nella miseria…. Eh! non si meritano altro. Per pagare a cui devono, certo non si san trovare i denari, ma per far delle orgie sì che son capaci di procurarseli.

—Per far dello orgie? sclamò il droghiere meravigliato e incredulo.

—Sì signore… delle vere orgie.

E la portinaia raccontò a suo modo, come quella stessa mattina, in casa del pittore, vi fosse stato un pasto suntuosissimo, a cui suo figlio medesimo avendo preso parte vi era venuto giù con una cotta vergognosa.

Lo zio d'Antonio non volle più sentir altro. Come! Lo stesso dì, nello stesso momento quasi che scriveva a lui quella lettera così raumiliata e supplichevole nella quale narrava sì pietosamente l'infelicità de' suoi casi; mentre egli, lo zio, si lasciava da quelle parole commuovere e veniva con tanta premura verso il nipote per soccorrerlo, il tristo si abbandonava—per chiamarla colla parola della portinaia—ad un'orgia! Avevano dunque voluto beffarsi di lui: quel soccorso che sarebbero riusciti a spillargli era dunque destinato a procurare a que' viziosi nuovi piaceri di simil genere!… Ed egli, bestione, s'era lasciato intenerire! egli aveva creduto ai loro piagnistei!… L'irritazione che ne provò rese di botto il padrino d'Antonio ancora più inasprito contro suo figlioccio; e troncando in fretta il suo colloquio colla portinaia, egli se ne tornò al suo fondaco, ripetendo a sè stesso il giuramento che più volte aveva fatto e che ora pur tuttavia aveva violato, di non voler più a niun conto interessarsi nè sentir parlare delle cose di suo nipote.

E così avvenne che Antonio non ricevesse alcuna risposta dallo zio.

Il terzo giorno dopo mandata la lettera, Vanardi cominciò a perdere ogni speranza. Eppure gli pareva impossibile che il padrino, il quale un dì lo amava cotanto, ora potesse rimanere affatto insensibile a quel suo grido di soccorso. Uscito di casa, i suoi passi lo portarono senza precisa sua volontà, verso il fondaco dello zio. Quando i suoi occhi ebbero dinanzi i famosi quadrilateri colorati che il tempo aveva fatti sbiadire, al di sopra della bottega, Antonio sentì saltargli il cuore nel petto più ancora di quello che avrebbe immaginato. Da tanto tempo egli non era più entrato là dentro: da tanto tempo egli usava perfino evitar quella strada! Si fece animo tuttavia. Gli parve che passando e ripassando innanzi a quel fondaco alcuna cosa dovesse sopravvenire, ond'egli avrebbe avuto occasione d'apprendere qualche cosa della sua lettera. Ed ecco il nipote girare nelle vicinanze dell'alloggio di suo zio, come questi avea girato due giorni innanzi per la strada abitata dal nipote. Ma finalmente a costui il freddo dell'aria frizzante invernale e la necessità imperiosa diedero il coraggio di abbrancare la gruccia della serratura, di volgerla, di aprir l'uscio ed intromettersi timidamente nel tepore della bottega del droghiere.

Nulla era mutato in essa. Al solito posto c'era il solito banco, a cui con tanto suo fastidio Antonio stesso s'era provato, senza troppo buona riuscita, ad avviluppare con grazia cartocci di pepe e di cannella; dietro il suo paravento lo zio. Questi, come sempre all'udir entrar gente, sporse in fuori la testa e guardò chi fosse; vedendo suo nipote, egli arrossì di sdegno fino sulla fronte. S'alzò di scatto da sedere, rigettò con forza il seggiolone, si slanciò dietro il banco che era lì vicino, come un oratore nella tribuna, e battendo violentemente su di esso col pugno chiuso, prima che Antonio avesse tempo ad aprir bocca, gridò:

—Che cosa vuole, signorino? Che cosa viene a far qui? Questo non è luogo per lei nè pei pari suoi. Mi pigli la porta subito…

Antonio, tutto confuso e sbalordito, provò a balbettare con aspetto ed accento da supplichevole:

—Caro signor zio, caro signor padrino… E il droghiere più invelenito:

—Che zio! che padrino! Qui per lei non c'è più nè l'uno nè l'altro. Qui non c'è che un uomo il quale si vergogna di molto d'aver con lei comune un nome ch'ella disonora…

A questo punto Antonio levò fieramente il capo.

—Mio zio! diss'egli, questo è troppo…

Ma l'altro senza lasciarlo parlare:

—Vada via, vada via. Non la voglio sentire, non la voglio vedere…

E come Antonio insisteva, il droghiere con più calore:

—Vada, o la faccio cacciar fuori dai miei garzoni.

—Vado, vado: gridò Antonio, pallido per ira; ma badi bene, signor zio, che di questo indegno trattamento a mio riguardo avrà da pentirsi un giorno.

Ed uscì ratto, chiudendo con violenza l'uscio dietro di sè. Corse a casa sua in uno stato d'animo che è più facile immaginare che dire; e trovò Giovanni che veniva a dirgli il risultato della sua visita al signor Marone, ed a domandargli quello del colloquio di lui con Pannini.

Ma Vanardi era sì commosso che non potè discorrere d'altro, finchè non ebbe contato con ogni più minuta particolarità la scena avvenuta collo zio, e non ebbe dato colle sue parole un po' di sfogo allo sdegno ed al dolore che lo travagliavano per quella disgustosa vicenda.

Selva si adoperò colle migliori e più amichevoli ragioni che seppe trovare a versare alcun conforto nel povero afflitto, e la Rosina invece non si occupò che di staccar moccoli all'indirizzo di quel birbone spietato d'uno zio.

Quando marito e moglie furono un po' più calmi, Giovanni allora prese a dire:

—Tutto ciò rende più necessario che mai la tua ammissione all'impiego ch'io ho pensato di procurarti per mezzo del signor Pannini. Ti sei tu recato da lui per presentargliene la mia lettera?

Antonio confessò, non senza un po' di confusione, che non era stato colà, e che quindi quella lettera giaceva tuttavia inoperosa nel fondo della sua saccoccia.

Selva ne lo rimproverò amorevolmente: i medesimi rimbrotti, ma con meno mitezza, ripetè la moglie: e il pittore col capo chino come un ragazzo in fallo, promise che di quel giorno sarebbe andato dal signor Pannini; e intanto, non malcontento di cambiar discorso, domandò all'amico, s'egli da parte sua fosse andato, come aveva detto di voler fare, dal signor Marone ed avesse potuto parlargli.

Giovanni Selva non aveva fallito alla sua promessa, ed espose il risultamento della sua gita.

Marone non abitava mica nella casa di sua proprietà, ma prendeva a pigione tre stanzuccie ad un quarto piano non molto lontano, dove albergava i suoi miseri penati e la vecchia donna che lo serviva.

Selva n'era stato ricevuto come uno cui non si vuole fare sgarbi, ma la cui presenza non ci va troppo a' versi, e l'amico d'Antonio, mostrando di non accorgersi niente affatto di codesto, era entrato di questa guisa nell'argomento che lo interessava:

—La non si stupisca se vede venir me ad entrarle in discorsi che non mi riguardano e parlare in luogo e vece di altri: chè a dire il vero dovrebb'essere il buon amico Vanardi a venirle a domandare le spiegazioni che si desiderano; ma che cosa vuole, quel povero uomo oggi trovasi così impedito….

—Vuol dire ch'ella viene per conto del pittore? interruppe il padrone di casa coll'aria e l'accento d'un uomo che vuole sbrigarsela al più presto.

—Signor sì.

Marone volse sul suo interlocutore uno sguardo che voleva essere scrutativo ed era sospettoso:

—Non so che cosa possa esservi da trattare fra me e il signor Vanardi fuori della pigione ch'egli mi deve ed è gran tempo mi paghi… Se gli è di ciò che lei è incaricato, la cosa sarà presto fatta…

—Sì, parleremo anche della pigione, poichè lei signor Marone può essere in caso di somministrare al mio amico i mezzi di pagarla.

—Di grazia si spieghi.

—Ecco! Jeri ella è andata colà in compagnia d'un signore che manifestò il desiderio d'acquistare quel ritratto di donna che Vanardi possiede. Come lei sa, o non sa, e allora glie lo dico io, quella tela è di molto preziosa pel mio amico, tanto che non si deciderebbe a venderla se l'inesorabile necessità non ve lo spingesse…..

—Egli dunque si è deciso a venderla? interruppe Marone con qualche interesse.

—Sì, ma solamente quando da questa vendita che assai gli duole, egli possa ricavare quel buon profitto onde abbisogna.

—Bene! Vanardi mi faccia sapere le sue intenzioni; me le dica lei stesso signor Selva se le conosce, ed io guarderò d'aggiustar la faccenda.

—Scusi: ma ci piacerebbe di meglio aggiustarla noi la faccenda direttamente col compratore.

—Come sarebbe a dire? Si diffida di me?