—Niente affatto; ma siccome da una parte noi si tiene molto a quel quadro, dall'altra quel cotale ha mostrato assai desiderio di averlo, si desidererebbe trovarsi a fronte di quel signore per fargli capire che non altrimenti ci acconcieremo a spossessarci di siffatto oggetto se non ce ne viene offerto un prezzo che assesti i nostri affari, cominciando da quella benedetta pigione che dobbiamo a lei. Gli è per ciò che son venuto a domandarle, caro signor Marone, di volermi indicare dove e come potrei trovare l'uomo in quistione.
—Che cosa importa parlare con uno piuttosto che con un altro? Le dico che se comunicano a me le loro condizioni io guarderò d'ingegnarmi…
—No signore. A noi c'importa cotanto di trattar noi medesimi col compratore che questa la è una condizione sine qua non.
—E se quel compratore fossi io stesso?
Selva fece un movimento di profonda incredulità.
—Lei? Finora la fu così poco amante di oggetti artistici che non saprei proprio immaginare qual pregio potesse mettere a quel ritratto d'una persona ch'ella non ha conosciuta. Quell'altro invece, quello sconosciuto che con lei andò in casa il mio amico, può avere alcuna sua ragione particolare per volere in sue mani quel quadro; e perciò noi potremmo intenderci con esso a molto miglior vantaggio da nostra parte. La mi faccia dunque questo piacere, signor Marone, di indicarmi la dimora e il nome di colui.
Allora Marone, tergiversando, rispose che questo sconosciuto non era altro che un perito estimatore di oggetti d'arte: voler egli essere schietto del tutto, e quindi confessare al signor Selva, come al vedere quella tela incorniciata fosse colpito dal pensiero che la poteva essere di qualche valore, da assicurargli il pagamento del suo credito verso il pittore; perciò essersene interessato, perciò soltanto aver voluto esaminarla di meglio, perciò avervi condotto di poi a vederla un intelligente di pittura per sapere s'egli non era in inganno. Codesto intelligente, che non era da cercarsi se fosse Tizio, Caio o Sempronio, avendo trovato che quella tela aveva un certo valore, Marone si dichiarava pronto ad entrare in trattative per comperarla, senza che altri più ci si avessero da tramezzare.
—Come tu vedi, conchiudeva Giovanni, da quel birbo, per ora, non c'è da tirarne nulla. L'ho mandato a benedire e me ne andai pei fatti miei. Sono convinto che gli è Orsacchio quell'uomo ch'egli ha menato qui, ma che gli ha promesso di tacere ad ogni modo.
—E dunque, esclamò Vanardi con doloroso disappunto, non potremo venir mai in chiaro di nulla?
—Quanto a ciò non ho ancora perduto ogni speranza. Orsacchio ha visto quel quadro e sono persuaso che vorrà possederlo ad ogni costo. E per mezzo di Marone di nuovo, o per altro modo, tornerà all'assalto senza fallo, e noi potremo forse averne qualche bandolo da guidarci in questo intrico allo scoprimento della verità. Frattanto, mio caro Antonio, non dimentica i tuoi propri affari, che hanno pure così bisogno tu ci provveda; vanne subito subito al palazzo Bancone in cerca del signor Pannini.
Vanardi obbedì. Indossò quel certo soprabito color marrone di cui aveva parlato la Rosina, si diede una buona spazzolata dal cappello sino alle scarpe ed uscì avviandosi alla volta della casa del milionario banchiere.
XIII.
Il palazzo Bancone era in uno de' quartieri più signorili della città. Vi si entrava per un alto ed imponente portone che metteva in un vasto atrio a colonne, di severa ed elegante architettura. Era un palazzo storico che i denari del borsiere avevano conquistato dalla decadenza di un'antica famiglia. Il genio della borghesia danarosa s'era affrettato a porre il suo stampo sull'orgogliosa aristocratichezza di quelle linee architetturali. In quell'ampio atrio fastoso, accosto allo scalone di marmo, che coi suoi primi gradini più lunghi e col risvolto delle sue allargantisi balaustre a colonnette di marmo finamente scolpite, pareva espandersi sullo spazzo del vestibolo, giacevano rammontate alcune ignobili casse di legno coll'ignobile marca della dogana; ad una porta alta, con ornamenti di stucco a cartocci, era appiccata una meschina e bassa bussola di legno con uscio coperto di panno verde, e sopravi una lamina ovale in ottone che aveva incise le parole: BANCONE e C. banchieri.
Colà erano gli uffici della banca. Per impiegare più utilmente tutti i locali di pianterreno, al portinaio erano state tolte le stanze che ci aveva, e di cui una, pel classico finestrino, guardava sotto il portone. Il finestrino era stato murato, ed al portiere s'era fatto fabbricare un casotto che ingombrava e guastava l'atrio, ma che portava scritta ad alti caratteri neri l'orgogliosa leggenda: PARLEZ AU CONCIERGE.
Vanardi non ebbe bisogno di consultare quest'autorità della porta, ed entrò difilato negli uffizi.
Le sale di questi erano vaste ed altissime. Gran finestroni con inferriate a inginocchiatoio pigliavano luce dalla strada e la trasmettevano travelata da tendoline verdi pendenti ai telai delle invetriate. Tutte le stanze comunicavano tra di loro per porte di facciata l'una all'altra; dall'un uscio all'altro, in ogni stanza correva un tramezzo di legno più alto d'un uomo che ci faceva come un corridoio di passaggio, segregando il resto della sala, dove, sottratti alla vista di chi entrasse, stavano secondo lor grado ed ufficio, ciascuno ad una scrivania, i commessi della banca. Nel tramezzo, in ogni sala, s'aprivano due usciòli: sopra ognuno dei quali una lamina d'ottone indicava qual genere d'impiegati s'avesse a trovare in quello scompartimento. Sull'ultimo di questi usciòli nell'ultima stanza, siffatta lamina più grande, con caratteri più visibili, portava la magica parola: CASSA.
Gli usci d'ogni sala erano impannati di verde; sul pavimento, dall'ingresso fino al fondo di quella specie di corridoio, si estendeva una striscia larga un metro di panno verde, alle pareti di quelle tre stanze trammezzate era appiccata una tappezzeria di carta, di color bigio a fiorami bianchicci, di poco valore. Le volte, che si arrotondavano in una curva elegante sopra un cornicione a stucco bellamente lavorato, portavano traccia tuttavia d'antiche dipinture a fresco con ornamento di fogliami e dorature. Ma il dipinto era qua svanito pressochè del tutto, là sporco e affumicato, altrove scrostato e ricoperto da un'arricciatura di semplice calce per riparazione; di guisa da non potersi discernere più in nessun modo che cosa ci fosse in esso rappresentato.
Quella specie di corridoio faceva poi capo ad un salotto elegantemente arredato. C'era un camino di marmo, in cui vampava un allegro fuoco; c'erano sofà e poltrone signorilmente ricoperte di stoffa di valore; c'erano tavolini eleganti artisticamente intarsiati di legni preziosi; c'era un ricco tappeto sullo spazzo, ricche tappezzerie alle pareti, ricchi arazzi alla finestra ed alla porta, ricchi bronzi sul camino e sulle mensole. Sull'uscio che stava in prospetto a chi entrasse dal corridoio vedevasi una lastrina di metallo del colore e della lucidezza dell'oro in cui stava inciso: GABINETTO del signor BANCONE: un altr'uscio metteva nello scrittoio del primo commesso, il sig. Padule.
Nell'entrare in quelle stanze, ti pigliava al capo ed alla gola quell'afa soffocante che danno le stufe troppo riscaldate, atmosfera propria di tutti i pubblici uffici. In tutte quelle sale regnava un alto e solenne silenzio, che quasi t'incuteva reverenza: di quando in quando soltanto s'udiva un susurrar di parole a bassa voce, lo scricchiolare d'una penna corrente sulla carta, e il più sovente poi un tintinnio di monete che si maneggiavano, si contavano, si mettevano a pile, si facevano scorrere nei sacchetti.
Nel momento in cui Vanardi, il suo cappellaccio in mano, entrava timorosamente in quel tempio della moderna divinità, il rumore delle monete maneggiate era forte e spiccato da tornare a chiunque, e massime ad un povero diavolo, la musica la più seducente e la più inebriante che esser possa. Pareva una cascatella intermittente di scudi, di cui ciascuno con allegra nota cantasse i vantaggi e le glorie del denaro. Quel suono acuto, squillante, argentino, che manifestava dei vistosi valori in cui erano rappresentati gioie, soddisfazioni, agi della vita a bizzeffe, era per un ghiotto di fortune una tentazione, un immorale invito, una provocazione; per uno spiantato come il nostro pittore, uno scherno ed un'offesa.
Appena entrato, Antonio sovrapreso da quel caldo, da quell'afa, da quel suono, stette lì senza sapere nè che fare nè dove andare, nè a cui rivolgersi. Non vedeva nessuno, non osava inoltrarsi; dopo un poco tossì forte, fece due passi per vedere se qualcheduno gli badasse; niuno si mosse, benchè dietro l'assito che tramezzava udisse il bisbiglio di una conversazione. Allora si decise coraggiosamente ad aprire uno di quegli usciuoli e cacciarvi dentro la testa.
—Il signor Pannini? domandò egli.
In quello scompartimento c'erano due giovani elegantemente vestiti che discorrevano: uno seduto ad una scrivania, l'altro in piedi accanto a lui.
Quest'ultimo, all'entrare ed alle parole d'Antonio, volse con sussiego la faccia sul suo goletto duro all'inglese ed esaminò con superbo cipiglio l'interrompitore dei suoi discorsi. I poveri abiti di costui non gli valsero la cortesia del giovane commesso.
—Che cosa volete dal signor Pannini? chiese altezzosamente.
—Parlargli: rispose Antonio, e s'affrettò a soggiungere: ho una lettera da dargli in proprie mani.
—Ah! ah! fece il commesso. Andate al fondo, nel gabinetto del signor
Bancone.
E senza più voltò le spalle a Vanardi.
Questi richiuse l'usciolo e s'avviò verso il fondo; passò le tre stanze e giunse nel salotto, il quale era deserto; vide la dorata lastrina coll'inscrizione che indicava il gabinetto e fece ad aprire la porta su cui ella era, ma l'uscio era chiuso a chiave. Era segno evidente non esservi nessuno: il primo proposito d'Antonio fu di partirsene; se ne rimase trattenuto dall'idea de' suoi troppo pressanti bisogni. Pensò di chiederne nuovamente a qualchedun altro meno scortese di quel primo; ma la tema di essere importuno lo trattenne. Poichè quel commesso non gli aveva detto che Pannini fosse uscito, il pittore avvisò ch'egli non sarebbe stato assente che per pochi minuti, e che il miglior partito era perciò quello di sedersi lì in una poltrona accanto al fuoco ed aspettare.
Il rumore del denaro maneggiato continuava. Vanardi gli si trovava ora vicino vicino, poichè lo scompartimento sul cui uscio stava la parola Cassa era il più accosto al salotto.
Vanardi aspettò un pezzo, e il tempo glie ne parve anche più lungo di quel che fosse realmente. Quel suono di monete continuava sempre. Dapprincipio aveva prodotto al nostro povero amico una sensazione che non era affatto sgradita.
—Eh! eh! che rotoli di denaro! andava egli pensando; ed è tutt'oro lampante! Colla somma che il cassiere conta in cinque minuti di tempo io ci avrei da vivere per un anno, e non sarei qui nell'attitudine umiliante d'uno che dimanda press'a poco l'elemosina… Pensare che forse io non arriverò mai a guadagnarmi un simile annuo reddito!… Se avvenisse un po' ch'io, adesso sul momento, mi trovassi di botto posseditore di quella cassa così ben fornita! Se per un miracolo quell'uomo che è lì dentro rimuginando denaro a piene mani venisse fuori a dirmi: «Signore, tutto questo è roba sua!» O mio Dio! Non più miseria allora, non più umiliazioni… Che direbbe Rosina?… I nostri bimbi avrebbero dei buoni abiti, e buon cibo, e buon fuoco, e buon alloggio, e buona educazione… Scommetto che ce n'è tanto di denaro in quella cassa lì, da farcene tener carrozza.
Ma qui s'interruppe ridendo di sè medesimo.
—Ve' se son matto! Sto fabbricando dei castelli in aria come un ragazzo. Gli è quel perseverante tintinnio che mi toglie il mio buon senso. Che diavolo! Non ha finito ancora quel benedetto cassiere di far danzare i marenghini? Gli è mezz'ora ch'ei se ne compiace. Pare che ci pigli il suo spasso, lui: quanto a me sono già più che stanco d'udirlo.
E difatti, durando, quel suono aveva finito per infastidirlo, e quasi lo irritava.
Gli era sembrato di poi che lo star lì ad ascoltare fosse in lui quasi una indiscrezione.
—Il cassiere non sa che qui vi sia qualcheduno: diceva egli fra sè. Sapendolo, forse cesserebbe, e farebbe venire il signor Pannini per isbrigarmi… Chi sa che questo signore non sia lì con esso lui?… Se andassi a vedere?
Ma l'aprir quell'uscio su cui era scritta la gran parola cassa, ed entrare colà dentro dove suonavano quelle cascatelle di monete gli parve una temerità senza pari; ed egli sarebbe stato lì inoperoso ad aspettare chi sa fin quando, se un nuovo personaggio sopraggiunto non fosse venuto a prestargli soccorso.
Era un uomo giovane ancora, cogli abiti dell'elegante e l'aria e il passo solleciti dell'uomo d'affare. Entrò senza levarsi il sigaro di bocca nè il cappello dal capo; non mandò non che un saluto, ma neppure un'occhiata ad Antonio, e si diresse frettoloso verso la porta del gabinetto. Trovatala chiusa fece un atto ed un'esclamazione di viva contrarietà e venne più lentamente verso il camino studiando in apparenza seco stesso quel che dovesse fare.
—A quest'ora ci dovrebbe già essere, borbottava egli fra sè. Bisogna assolutamente ch'io gli parli… e non ho mica tempo da perdere io.
Guardò l'orologio, trasse di tasca un piccolo libriccino di appunti in cui consultò alcune noterelle scritte colla matita e battè con piede impaziente il tappeto del pavimento; poi si volse tutto d'un pezzo ad Antonio:
—Saprebbe dirmi lei se Pannini tarderà molto a venire?
—Non so nulla, rispose Vanardi. Lo aspetto anch'io, e già quasi da un'ora.
—Allora domandiamone qui al cassiere.
Si diresse verso la cassa ed Antonio gli tenne dietro.
Lo scompartimento dov'era la cassa aveva in metà per tutta la sua lunghezza una specie di barriera che lo divideva in due, alta un metro; su questa barriera per l'altezza d'un altro metro si levavano infissi dei grossi bastoni di ferro, i quali avevano appiccato una fitta graticella di fil di ferro fortissimo, e dietro questa grata pendevano delle tendoline verdi che nascondevano affatto alla vista di chi fosse nella prima la seconda parte di quello scompartimento: nella grata medesima si vedevano due sportelli che s'aprivano facendo scorrere in su il piccolo battente. Di dietro a quelle tendoline veniva sempre il rumore del denaro maneggiato.
Il nuovo venuto andò ad uno di que' sportelli e, battendovi dentro colle dita, chiamò in pari tempo, colto voce dell'uomo sicuro del fatto suo:
—Signor Busca! signor Busca!
Il rumore della monete cessò di botto; dopo un momento il battente dello sportello stridette scorrendo nelle sue scanalature, e nell'apertura si mostrò la faccia del cassiere. Una faccia d'uomo innanzi negli anni, sulla quale erano tutte le mostre di poca intelligenza e di molta onestà; qualche cosa dell'espressione che ha il muso d'un cane fedele posto a custodia d'una casa; fronte stretta ma piana e liscia, senza le rughe della riflessione come senza quelle del vizio; testa piccola senza bernoccoli di facoltà intellettive, ma senza quelli eziandio dei cattivi istinti; sguardo tranquillo, sereno, senza luce; sembianze apatiche d'un uomo ridotto a macchina, che non ha nè voglie, nè desideri, nè piaceri, nè noia.
Guardò i due uomini che gli stavan dinanzi coi suoi occhi scolorati e disse con voce un po' trascinante e con accento indifferente:
—Buon giorno, signor Borgetti; che cosa comanda?
—Cerco di Pannini: rispose colui che ora sappiamo chiamarsi Borgetti; e mi stupisco che non sia ancora al suo posto.
Il cassiere trasse dal taschino del panciotto un orologio d'argento grosso come uno scaldaletto, e guardò l'ora.
—Oh oh! davvero che è in ritardo. Dovrebbe già esservi… Ma, ora che mi ricordo, oggi egli è andato a far colazione su col principale; e quelle sono colazioni che non finiscono tanto presto.
Borgetti tornò a dar segni d'una viva contrarietà.
—Diavolo! diavolo!.. Io che ho bisogno di parlargli subito subito.
—Ad ogni modo non può tardare a venire: soggiunse il cassiere.
—Od anche manderò su un garzone a farlo scendere.
—Come vuole: disse il signor Busca. E quest'oggi i fondi pubblici che cosa hanno fatto?
—Ribasso su tutta la linea… La liquidazione sarà difficile, glie lo dico io… Il riporto è disastroso… Vi saranno delle esecuzioni senza pietà.
—Ne sono persuaso.
Qui il cassiere fece un moto di capo verso Antonio.
—E lei che cosa desidera?
—Aspetto ancor io il signor Pannini.
—Ah!… Signor Borgetti, la non mi comanda più niente?
—No, signor Busca.
—A buon rivederla.
—Stia bene.
Lo sportello si richiuse, e ricominciò il suono del denaro maneggiato.
Borgetti andò in cerca d'un garzone, Vanardi tornò nel salotto.
Gustavo Pannini era stato diffatti invitato a far colezione dal banchiere, il quale, come non di rado avveniva, l'aveva preso a braccetto e l'aveva condotto seco di sopra al piano superiore ne' suoi suntuosissimi appartamenti.
Siccome gravissime vicende che avrò da raccontarvi furono cagionate dalle impressioni che il genero del signor Biale riceveva in quell'atmosfera di ricchezza e di sfarzo di cui si circondava lo sfondolato banchiere, non sarà inopportuno che saliamo anche noi quell'elegante scalone di marmo ed assistiamo al finire dell'asciolvere del signor Bancone e de' suoi invitati.
XIV.
La sala da pranzo del signor Bancone è delle più eleganti possiate immaginare. Due alte e grosse credenze di legno d'acero artisticamente ed acconciamente scolpite a rappresentare fiorami, frutta e selvaggina si drizzano alle due pareti principali, ed in questo momento in cui stanno aperte lasciano scorgere le porcellane più ricche e i cristalli più tersi, di piatti, bicchieri e bottiglie che possano servire per la sontuosa mensa d'un milionario. Alla tappezzeria di color tané, simulante cuoio cordovano, sono appiccati alcuni quadri di buon autore rappresentanti, come si suol dire, soggetti di natura morta, e al di sopra delle porte l'intelaiatura dell'uscio si termina con un quadro in cui sono dipinti dei fiori e delle frutta. Le seggiole fatte all'antica con alta spalliera e di legno scolpito ancor esse, sono coperte di cuoio cordovano attaccato con borchie di metallo dorato. Nelle altre due pareti, diverse da quelle a cui stanno appoggiate le credenze, si fan fronte da questa parte un largo camino ornato di marmo scolpito, da quella una mensola di legno intagliato e sopra ad ambedue due alti specchi nitidissimi con cornici di legno uguale a quello dei mobili ed ugualmente lavorato, che si riflettono le loro immagini all'infinito. Tanto sopra il camino quanto sopra la mensola, dei grandi e stupendi candelabri di bronzo; sul camino, un orologio compagno, di gran dimensione e di forme elegantissime; a mezzo della sala, pendente dalla volta, una bella lumiera di bronzo eziandio con una selva di candele infisse nelle sue branche.
Ora che noi mettiamo i piedi sul lucido spazzo di legno intavolato e inverniciato, il déjeuner volge al suo fine, e i convitati mostrano un'animata vivacità, di cui dànno ampia ragione il manipolo di bottiglie che drizzano il loro collo sulla tavola e la schiera un po' disordinata di bicchieri di varia forma che ciascuno ha dinanzi. Lo sciampagna spumeggia negli alti calici allargantisi a coppa; un allegro fuoco schioppetta sotto il camino; due domestici in piccola livrea vanno mescendo il biondo liquore dal collo della bottiglia coperto di carta inargentata, appena vedono vuoto il cristallo d'un bicchiere; una profusione di argenterie lucicchia sulla tavola, dove la rarità e la bellezza delle frutta in quella stagione invernale dà indizio della sontuosità di quell'asciolvere, che ora è giunto al suo fine.
La grossa persona del signor Bancone siede in capo alla tavola in un seggiolone a bracciuoli: e, come il Trimalcione del famoso festino di Petronio, anima i convitati a bere e i domestici a servire, mentre per impiacevolire viemmeglio coi discorsi il banchetto non trova nulla di più acconcio che parlare di sè, delle sue fortune, e fare con poca modestia il suo panegirico. Vezzo di parvenu. Dei personaggi che fanno corona al superbo anfitrione non ce ne sono che due, i quali hanno alcuna cosa da fare colla nostra storia: il primo è Gustavo Pannini, il secondo è un medico di cui abbiamo già udito menzionare il nome, il dottor Lombrichi; gli altri sono parassiti, più o meno spiritosi, più o meno adulatori, che pagano colla piacenteria il diritto di venire a porre al caldo i loro piedi nel folto pelo delle pelli belluine che stanno innanzi ad ogni convitato sotto la tavola da pranzo del milionario banchiere. Per costoro ogni motto dell'anfitrione è un'ingegnosa facezia, ogni sua osservazione è un ragionamento sapiente e profondo; avvicendano i loro numerosi e grossi bocconi agli scoppi di risa ed alle esclamazioni ammirative, accompagnando ogni cosa di cenni del capo entusiasticamente approvatori.
Bancone, colla sicurezza di chi sa di non poter essere contraddetto, coll'imponenza di un uomo che ha parecchi milioni di suo, parla di tutto e di tutti, e dice spropositi da cavallo sopra ogni cosa di cui possa parlare un uomo, come si suol dire, di mondo. Gustavo, abbacchiato dalla ricchezza, riconoscente al suo principale di quella preferenza che mostra per lui, crede in buona fede al merito d'un uomo che ha saputo guadagnare sì splendida fortuna; il dottor Lombrichi, tutto miele per tutti i ricchi, non ha che parole di complimento per chi gli reca o può recare quandocchessia alcun vantaggio e presenta ad ogni beniamino della sorte un bel sorriso cordiale sulla sua faccia fresca e rosata dai baffi incerati, dal pizzo ben ravviato e dai denti candidissimi; ma talvolta ascoltando le superbe grullaggini di Bancone, quando questi non vede, quel suo sorriso prende una tinta d'ironia che ben mostra com'egli apprezzi i talenti, la dottrina e l'educazione di quel fastoso rincivilito.
—Bevete, miei cari, diceva dunque Bancone adagiando la schiena sopra la soffice poltrona e mettendo in aria il suo ventre enorme: bevete, che diavolo, chè di vino come questo non ne troverete altrove, ve lo dico io.
Le teste dei convitati si chinarono con una zelante premura come una sola testa, e delle esclamazioni d'assenso partirono dai ventricoli saziati, con piena convinzione.
—Questo Champagne rosè è vero Moët… Möet et Chandon, leggete la scritta… Tutto ciò che vi ha di meglio nel genere… Me lo faccio venir io apposta di Francia… e non mi mandano che proprio il più fine… la fleur du panier. Oppure amate meglio quel vino lì del Reno?… E abbastanza grazioso, non è vero? Gli è quello che si chiama Lab… Lib… Un nome strano.
—Liebe-frau-milch: suggerì il dottore Lombrichi.
—Giusto!… E non è dei migliori vini del Reno che io abbia nelle mie canove, sapete!… Sfido io che ci sia un altro nel nostro paese che abbia una provvista di vini così squisiti come ho io.
I convitati protestarono coll'accordo d'un coro d'opera che era impossibile alcuno potesse stare a paro al signor Bancone in questa come in ogni altra cosa.
Il signor Bancone sorrise e continuò:
—Solamente in compre di vino indovinate un po' quanto io spendo all'anno?
Nessuno seppe indovinare.
—Circa diecimila lire, disse l'Anfitrione per non lasciarli in pena più oltre.
Fu uno scoppio di esclamazioni ammirative e le mani dei più zelanti si levarono con mossa piena di slancio.
Bancone non l'avrebbe certo finita così presto intorno all'argomento dei vini, se in quella uno de' suoi domestici non fosse entrato coll'aria di avere qualche cosa da dirgli.
—Che cosa c'è? lo interrogò il padrone. Parla.
—È un uomo che ci ha detto di darle subito questa carta.
E porgeva verso il banchiere un foglio ripiegato.
Bancone crollò le spalle.
—Che mi venite a disturbare adesso? Sapete che voglio esser lasciato tranquillo in questi momenti.
—Scusi: ma quell'uomo ha insistito tanto, ha detto che premeva di molto.
—Uhm! Qualche seccatura… Vediamo.
Prese il foglio, lo spiegò, inforcò sul naso gli occhiali a molla e scorse lo scritto con aria disdegnosa, che si fece tale sempre più.
—Un miserabile che domanda l'elemosina, diss'egli poi, e che viene a contarmi una lunga storia di sciagure capitategli, di malattie e che so io…
Il servo commise l'impertinenza di frammettersi nel discorso.
—Ha un aspetto che fa veramente compassione, diss'egli; pare il ritratto della fame, e raccomandandosi perchè recassimo a lei quel foglio non poteva frenar le lagrime.
Le parole furono troncate in bocca all'imprudente domestico dal fulmine d'un'occhiata furibonda del padrone.
—Che è codesto? gridò egli. Di che vi immischiate voi? Andate a scacciar fuori di casa mia quel pezzente fannullone, e se un'altra volta mi verrete a seccare per una simile ragione, sarete voi che caccerò altresì.
E gettata la carta sul naso del domestico, gli additò con atto imponente la porta per cui il mal capitato s'affrettò ad uscire.
Bancone soffiò come una foca incollerita.
—Peuff! Noi poveri diavoli di ricchi siamo assediati da un'infinità di mendicanti faciniente che vorrebbero vivere alle nostre spalle… come se il nostro santo denaro guadagnatoci bravamente dovesse servire a mantenere la loro infingardaggine!… Lavorino, se ne guadagnino anche loro del denaro, che diavolo!…
Il coro unanime dei parassiti mostrò la sua approvazione alla teoria economica del banchiere.
—La carità, continuava questi col tono di un professore d'economia politica, è un incoraggiamento al vizio dei poveri… Non dico già con ciò che non si debba mai far carità… Piace anche a me il far del bene… Do cento lire all'anno al Ricovero di mendicità.
Scoppio di entusiasmo per una sì generosa larghezza.
—Oh, non è codesta la sola opera buona che faccia vossignoria: disse il dottor Lombrichi con quel suo sorriso che non si sapeva bene se era ironico o adulativo. Ne conosciamo ben altre di sue beneficenze; ed io stesso potrei raccontarvene qualcuna…
—Sentiamo, sentiamo: gridò perfettamente intonato alla piacenteria il coro de' parassiti.
Bancone si arrovesciò a suo modo sul seggiolone, e illuminando la sua larga faccia melensa d'un sorriso beato di compiacente abbandono, disse anch'egli con degnazione di principe in baldoria:
—Suvvia, sentiamo. Parli pure, dottore, e voi altri bevete, che diavolo!
Lo Sciampagna tornò a spumeggiare nelle coppe, e Lombrichi, inumiditosi le labbra e la gola, incominciò:
—Un giorno il nostro caro ed illustre ospite fu ad assistere alla distribuzione dei premi delle allieve della scuola di ballo…
—È una funzione a cui non manco mai: interruppe Bancone stuzzicandosi i denti con un piumino d'oca appuntato.
—Ella è così amante e protettore dell'arte e degli artisti! disse uno dei convitati, facendo la dedica dell'adulazione con un inchino.
Lombrichi continuava:
—Colà il suo occhio cadde per caso sopra una povera fanciulla di quattordici o quindici anni appena, che tutto timida e vergognosa si serrava alla madre e quasi pareva cercar di nascondersi: ed era perchè madre e figliuola per la loro povertà vestivano così miseramente che non osavano affatto lasciarsi scorgere. Nell'animo pietoso del nostro caro signor Bancone nacque di botto un grande interesse per quella poveretta….
Il milionario interruppe ancora per dire con tutta la franchezza d'un vecchio libertino senza pudore:
—Quella birbona di Fifina aveva un'aria così originale, sotto la sua spettinatura e con quel miserabile scialletto tirato intorno alle sue spalluccie!… Un altro non le avrebbe badato; ma non si è già conoscitori per nulla! Io indovinai in essa la stoffa d'un bel tôcco di grazia di Dio e…. Ma parli lei, dottore, poichè è così bene informato de' fatti miei.
—Il signor Bancone si accostò alla madre ed alla figliuola ed avviò con loro il discorso. Quella poveretta, un momento prima oggetto di compassione e di disprezzo di tutte le sue compagne, cominciò ad esser tosto per esse cagione d'invidia. Il generoso mecenate, udite le triste condizioni in cui quelle donne si trovavano, loro non promise ma subito accordò la sua protezione. Procurò loro un conveniente alloggio, le rifornì di quanto abbisognavano, pagò alla giovane maestri della sua arte perchè la potesse meglio progredire; breve, ne fece una delle prime, delle più nominate, delle più applaudite ballerine del nostro teatro; ed ora l'avventurata ha cavalli e carrozza ed abbigliamenti che offuscano le più splendide acconciature delle donne più eleganti. Se questa non è più che generosa beneficenza, io non so più che nome darle.
Il solito coro non mancò al dovere di esclamare la sua ammirazione.
—Oh, oh! disse il banchiere, e tutti fecero silenzio; quella biricchina mi costa abbastanza caro: un occhio della testa. Ancora questa mattina ho ricevuto per lei da Parigi una collana che ho pagata cinque mila lire…. Essa ne aveva vista una simile nella vetrina del gioielliere di corte e le era piaciuta tanto che ad ogni modo mi toccò prometterle d'andargliela a comperare. Ma vedete fatalità: il gioielliere l'aveva venduta giusto pochi momenti prima ch'io entrassi. Fifina all'udir codesto diede in ismanie, come fa lei, e dovetti giurarle che glie ne avrei fatta venire una affatto compagna da Parigi, donde veniva quella prima, perchè qui era affatto impossibile trovarla. Mi è arrivata questa mattina e stassera la farò ben contenta, quella matta…. Appunto voglio farvelo vedere questo bel gioiello. Ehi (comandò ad uno dei domestici) andate nella mia camera da letto, prendete quella busta di marocchino rosso che c'è sul cassettone e portatemela qui.
Due minuti dopo la busta domandata era rimessa nelle mani del padrone, il quale l'aprì e fece sfolgorare agli occhi dei convitati l'oro e le gemme d'un'elegantissima collana.
Tutti acclamarono alla magnificenza di quel gioiello.
Bancone lo prese per l'un dei capi e lo sollevò in aria a farvi rompere e riflettere i raggi della luce a tutti gli angoli e le faccette smaglianti; fu tutto uno scintillio.
—Che si che va ad esser contenta quella birbona! disse con un suo grasso riso il milionario, compiacendosi nel mirare quella cascatella d'oro ingemmato. Mi par già di vederla batter le mani e saltarmi al collo e fare una pirovetta per la stanza. E come la farà bella figura, scollacciata, con questa roba intorno al suo bel collo sottile!…
Gustavo Pannini guardava con occhio che avreste detto invidioso lo sfavillare di quel prezioso oggetto, e un sospiro soffocato gli sfuggiva dalle labbra. L'infelice pensava quanto più bella sarebbe stata la sua Lisa con un simile ornamento, e si doleva seco stesso di non essere in grado di far egli alla sua brava, buona e legittima donna quel regalo che il fastoso principale prodigava al sorriso d'una traviata ed alla capriola d'una ballerina.
—Ciò vuol dire, saltò fuori allora col suo sorriso malizioso il dottor Lombrichi, che di queste stupende collane ve ne saranno due nella nostra città. Sarei curioso di sapere qual sia l'altra donna che sarà compagna alla Fifina nel possedere un sì bel gioiello.
—È una curiosità che le posso levare io stesso, signor dottore: rispose Bancone riponendo nella busta la collana. È la moglie di Sgritti.
Fu uno scoppio di varie esclamazioni.
—Quella bella donna! disse l'uno.
—Quella civetta! soggiunse l'altro.
—È la più ambiziosa delle signore torinesi.
—Suo marito può pagarle tutto il lusso che la vuole, poichè è quasi altrettanto ricco quanto il nostro caro signor Bancone.
—A proposito: dicono che il di lei primo commesso, signor Bancone, quel bellimbusto di Padule le faccia una corte in piena regola, senza tregua e senza pietà.
—Tò! l'ho visto appunto, Padule, a passeggiare col marito parecchie volte.
—Ieri era nella loro carrozza al corso.
—Al teatro rimase tutta la sera nel palco della signora.
Bancone fece il suo sogghigno che voleva essere malizioso, e disse a sua volta:
—Ed io vi do una novella ancora più importante a questo riguardo. Padule abbandona la mia banca per passare nella medesima qualità in quella di Sgritti.
—Buona sera! esclamò Lombrichi. L'assedio di Padule è finito: eccolo entrato nella fortezza.
—Il nemico si sarà reso a discrezione.
—E il marito pagherà le spese della guerra.
Bancone rise sgangheratamente di questa stupida facezia.
—Ma no, ma no, diss'egli poi. Quel buon uomo di Sgritti sarà quello che in ciò guadagnerà di meglio. Certamente voi sapete che con tutta l'importanza che si dà, egli è un babbeo che non capisce nulla di nulla. Padule farà camminare i suoi affari con molto maggior intelligenza…
—Terrà il posto del principale alla Banca e presso la signora: disse
Lombrichi che si piccava di smaltir delle arguzie.
—E a lei, signor Bancone, non rincresce venir privo d'un così buon commesso?
Il banchiere crollò le spalle disdegnosamente.
—Oh, io non ho bisogno che nessuno pensi, immagini e provveda per me. Non ho bisogno io che di fedeli ed esatti esecutori dei miei disegni e della mia volontà, e da questo lato Padule è facilmente surrogabile.
Puntò il dito verso Gustavo Pannini, che gli sedeva quasi di faccia, e continuò:
—Ecco un giovinetto che, se va avanti di buon animo e seguita ad andarmi a versi, potrà fra poco tempo andare a sedersi nel gabinetto che occupa adesso Padule.
Gustavo arrossì dal piacere. Quell'impiego, con tutti i guadagni diretti e indiretti che procurava, era quasi la ricchezza verso cui egli anelava cotanto, era se non l'effettuazione medesima dei suoi sogni di Creso, il mezzo facile e sicuro per avvicinarsi ad essa, per ottenerla. Dopo alcuni anni ch'egli fosse in così stretta collaborazione col ricco banchiere, a parteciparne, anco in meno proporzione, gli enormi utili, avrebb'egli potuto a sua volta regalare alla sua adorata Lisa di bei gioielli, qual'era la collana che allor allora Bancone aveva fatto brillare agli occhi meravigliati dei suoi commensali.
I suoi vicini, naturalmente, si voltarono verso il giovane a fargli complimenti; i fumi dello Sciampagna, salendogli al cervello come nubi di colore rosato, assumevano per Gustavo le forme più seduttive delle più splendide chimere, l'avvenire gli appariva come una terra promessa di delizie e di ricchezze, a cui stesse per approdare. Infelice, che non presentiva nemmeno come in quel momento medesimo venisse al pian di sotto negli uffici della banca un cotale che doveva essere lo stromento della sua rovina; e questo cotale era il signore elegante cui dal cassiere abbiamo udito salutato col nome di Borgetti.
Ma frattanto sopra ricco e larghissimo vassoio, d'argento era portato da uno dei domestici un elegantissimo servizio di chicchere di porcellana finissima della fabbrica francese di Sèvres, ed un altro domestico seguiva con una grande caffettiera di brillantissimo argento, mentre un terzo veniva portando in giro una cassetta in cui stavano dritti infissi in varie righe i più biondi e profumati sigari d'Avana. Si accesero le foglie nicoziane arrotondate, si sorseggiò il caffè caldissimo, s'ingollarono varii bicchierini di curaçao, di alchermes, dei più fini fra quanti liquori l'arte abbia inventato a solleticare il palato dell'uomo, e i discorsi continuarono animatissimi frammezzo alla maldicenza, agli aneddoti più o meno veri, alle adulazioni al padrone di casa, alle infinite chiaccole onde si compone la conversazione della gente che non ha nulla da dirsi.
Ed ecco che Gustavo non aveva ancora finito di assorbire il suo caffè, quando un domestico venne ad avvisarlo un garzone della banca essere salito di sopra ad annunziare che vi era qualcuno negli uffici che domandava di lui.
—Che cos'è? domandò Bancone vedendo il suo servitore parlar piano a
Pannini.
Questi ripetè l'ambasciata che gli era stata fatta.
—Eh! sarà qualche seccatore: disse il banchiere col supremo disdegno d'un ricco che ha finito appena un suntuosissimo pasto: mandatelo al diavolo.
Gustavo fece a senno del padrone: ma quando già il domestico s'avviava per andare a far risposta, quelle persone che attendevano tornassero più tardi, ravvisatosi ad un tratto il marito di Lisa lo richiamò.
—Ehi! hanno detto chi sia che cerca di me?
—Sono due: rispose il domestico; ma il più impaziente, quegli che mandò su il garzone è il signor Borgetti agente di cambio.
Pannini piantò lì a mezzo la tazza che stava bevendo, la depose sulla tavola affrettatamente, gettò colà la servietta che ancora aveva sulle ginocchia e si levò in piedi sollecito.
—Ci vado, ci vado subito: diss'egli. A Borgetti, soggiunse rivolgendosi al principale come per ispiegargli la ragione del suo cambiamento d'avviso, debbo parlare di qualche cosa che mi preme.
—Va benissimo: rispose il banchiere dandogli quasi licenza di andarsene con un olimpico cenno di capo. Scendete per la scaletta interna che mette nel mio studiolo, e così farete più presto. Se vi sbrigate sollecitamente, potrete tornar qui che ci coglierete ancora od a tavola o nel salotto da fumare: se no, aspettatemi laggiù ch'io vi discenderò poi ed avrò bisogno dell'opera vostra.
—Sì signore: disse con premura Gustavo, e corse via senza manco finir di bere il suo caffè.
XV.
Ad un tratto Vanardi e Borgetti, che aspettavano sempre nel salotto della banca, videro aprirsi con impeto l'uscio del gabinetto del signor Bancone ed entrare sollecito con aria di assai premuroso interesse il signor Gustavo Pannini.
Il pittore si alzò, e indovinando che quello era il giovane aspettato, fece un passo verso di lui nella speranza di dover egli essere il primo a parlargli, poichè di tanto era stato il primo a venire ed a noiarsi nell'attenderlo; ma Gustavo, invece, non fece a lui la menoma attenzione, e quasi non l'avesse manco veduto, si rivolse all'altro che lo aspettava e gli disse vivamente:
—Ebbene? ebbene? come vanno le cose? che hai tu fatto per me stamattina?
Borgetti prima di rispondere, per farlo avvertito che non eran soli, gli additò con un cenno di capo Antonio che tormentava il suo cappellaccio con aria tra d'imbarazzo e tra di cattivo umore.
Gustavo non potè trattenere un atto di contrarietà e si volse al pittore con una certa impazienza, che appena era coperta da un poco di urbanità:
—Lei cerca di me?
—Sì signore, se ella è il signor Pannini.
—Lo sono appunto.
Pannini diede una più attenta guardata alla persona ed agli abiti di chi gli stava innanzi e non parve che codesta vista gli ispirasse molta fiducia.
—Che cosa mi vuole? soggiunse asciuttamente, come per far capire che gli avrebbe fatto piacere sbrigandosi in fretta.
Cotale accoglimento sconcertò un poco il nostro povero pittore.
—Ero venuto per… Credo che le abbiano già parlato di me… Il suo signor suocero, il mio amico Giovanni… Giovanni Selva, lo conosce bene anche lei?… Ed ho qui anzi una lettera per vossignoria.
Il contegno di Gustavo si fece più gentile e benigno.
—Ah! lei è il signor Vanardi?
—Sì signore.
Ed Antonio s'affrettò a trar di tasca la lettera di Selva e porgerla a Pannini; ma in quella Borgetti guardò l'orologio e fece un atto che indicava la sua premura e la sua impazienza.
—Abbia la gentilezza di aspettare ancora un momento, disse Gustavo ad Antonio. Questo signore ha da parlarmi di cose premurose che non ammettono indugio.
E senza attender altro soggiunse parlando all'agente di cambio:
—Vieni di qua Borgetti.
Passò nello studiolo con quest'ultimo: e Vanardi, rassegnandosi alla pazienza, tornò a sedersi presso il fuoco.
Tra il marito di Lisa e l'agente di cambio aveva luogo il seguente dialogo:
—Ebbene? aveva ripreso Gustavo; che hai tu fatto?
—Secondo il tuo desiderio ho comperato di nuovo per fine mese.
—Quanto?
—Dieci mila di rendita: che unite alle già comperate fanno cinquanta mila.
—A quanto?
—Mezzo punto più del corso di ieri.
—La tendenza è all'aumento, non è vero?
—Ah! non voglio ingannarti. La è invece più che mai al ribasso. I principali giuocatori al rialzo si sono voltati e tentano compensarci con vendere… ti consiglerei anche a te a far lo stesso, invece di ostinarti a comprare.
Gustavo stette un momento a riflettere.
—Compensarmi!… Ad ogni modo non potrei mai coprirmi del tutto.
—Ma la perdita sarebbe minore…
—Per esserne sempre allo stesso punto.
—Ma, mio caro, se questo ribasso continua, la differenza sarà tale che non potrai nemmeno far più il riporto… E ancora chi sa se lo si vorrà fare!
—Ebbene vada il tutto pel tutto: disse Pannini con una risoluzione a cui l'eccitamento e i fumi dei vini bevuti non erano estranei. O su o giù una buona volta. Se la mi va bene, sarò ricco… E sento qualche cosa in me che mi avverte che andrà bene. Sono entrato in una fase di fortuna. Sono persuaso che tutto mi riesce; vedrai pronunziarsi l'aumento e la liquidazione farsi a benefizio dei rialzisti…
—Così pur sia! E intanto ora quali sono le tue istruzioni? fermarsi non è vero?
—No: rispose colla medesima eccitazione Gustavo. Non ti ho io detto di voler proprio tentare un colpo decisivo? Compra ancora, compra sempre.
—Diavolo! diavolo!
—Esiti?
—Se la ti va male, come farai per pagare?
—Bancone mi ci aiuterà.
Borgetti fece una smorfia molto incredula.
—Lo speri?
—Ne sono sicuro. Mi vuol molto bene; sta per darmi il posto di Padule; a lui lo anticiparmi una cinquantina di mila lire gli è come niente; va là ch'egli non mi lascierà negli imbrogli.
—Tanto meglio. Dunque comprerò ancora?
—Sì, almeno altre diecimila di rendita.
—Va bene. Addio! Corro alla piccola borsa. A rivederci domattina.
L'agente di cambio uscì frettoloso, e Gustavo, rimasto solo nello studiolo, si affondò nelle sue meditazioni, o per meglio dire nelle sue allucinazioni delle chimere che perseguiva colla mente eccitata, sognando già d'essere ricco e di sedere frammezzo ai potenti del giorno alla mensa dei diletti sociali.
Il rialzo di tanto gli avrebbe dato tanto di guadagno; quanto maggiore sarebbe stato quello, tanto più considerevole questo. Esso avrebbe potuto spingersi fino alle sessanta, alle settanta mila lire. Ciò non avrebbe ancora bastato: ma con questo capitale ch'egli avrebbe messo nella banca e col posto di Padule che gli avrebbe dato occasione di farlo meravigliosamente fruttare e gli avrebbe procurati mille altri vistosi proventi, egli poteva dirsi giunto alla conquista della ricchezza. Quanti castelli in aria non faceva di botto il suo povero cervellino eccitato!… E intanto dimenticava compiutamente che nel salotto vicino stava aspettando da due ore per parlargli l'individuo raccomandatogli dal suocero e dalla moglie.
Antonio da parte sua, visto Borgetti uscire dallo studiolo, aveva creduto che o Pannini venisse tosto a dargli udienza, o lo facesse entrare a sua volta nel gabinetto; ma nulla avvenne di codesto; onde, lasciato passare forse un quarto d'ora, l'impazienza gli diede coraggio di aprir pian piano l'uscio socchiuso dello studiolo e gettarvi dentro uno sguardo.
Pannini passeggiava in su e in giù con le braccia incrociate al petto, il capo chino, sorridendo alle liete fantasie che gli danzavano nella mente. A quel lieve rumore che fece l'uscio aprendosi, pur tuttavia si volse, richiamato a sè stesso, vide Vanardi e di subito gli increbbe d'averlo così dimenticato.
—Ah, mi scusi, diss'egli andandogli incontro. Ho qualche cosa per la testa che mi occupa di molto, e raccoglievo, come si suol dire, i pensieri a capitolo… S'avanzi, la prego, ed eccomi tutto per lei.
La gentilezza, la buona grazia e le maniere garbate di quel giovane veramente simpatico, fecero il loro solito eccellente effetto anche sull'animo del pittore; il quale senz'altro ebbe scancellato e dimenticato tutto quel po' d'irritazione che aveva il momento prima per sì lungo attendere.
—Ho letto la lettera del suo amico, ed oso dire anche mio, l'avvocato Selva. Mio suocero d'altronde mi ha già parlato di lei, e me ne ha parlato eziandio mia moglie.
Sorrise colla più franca e piacevole maniera del mondo.
—E questa, soggiunse, è per me la più valida ed autorevole raccomandazione ch'esser possa. Ciò vuol dire che io mi prendo a cuore la sua domanda, signor Vanardi, e farò di contentare i suoi desiderii.
—Oh signore, la mia riconoscenza…
Era destino che il povero Antonio avesse ogni fatta contrasti in quel suo passo di venire a parlare a Pannini. Ora che il colloquio era avviato così bene, ecco aprirsi l'uscio del gabinetto ed una voce ben nota pur troppo al nostro pittore domandare:
—Si può?
Vanardi si volse in sussulto, e si trovò a fronte il suo padron di casa, il signor Marone.
Con pari stupore quest'ultimo si vide innanzi il suo pigionante; ma l'uno e l'altro si limitarono ad esprimere la loro meraviglia con un atto onde accompagnarono il lieve saluto che fu tra loro scambiato.
—C'è il signor Bancone? domandò il nuovo venuto.
—Pel momento no: rispose Pannini; e se posso io servirla in alcuna cosa.
—Desidererei parlare proprio col signor Bancone.
—Allora s'accomodi costì nel salotto, che il signor Bancone non tarderà a discendere in ufficio.
—Grazie tante.
Marone si ritrasse nel vicino salotto, e Gustavo riprese il colloquio con Antonio.
—Vorrei poterle dir subito: la cosa è bella e fatta; ma pur troppo non è così. Pel momento non c'è posto nessuno nella banca; e proporre al signor Bancone di prendere un impiegato di più di quanto strettamente abbisogna è fare una cosa affatto inutile; ma tra qualche tempo è probabile, è sicuro anzi che si farà un posto: il primo commesso ci lascia, ed io ho più che buona speranza di sostituirlo, un altro passerà a mio luogo, e così via via: si farà un posticino da poter introdurre un nuovo… Io la terrò in memoria e farò di tutto perchè questo nuovo sia lei.
In quella fece il suo ingresso la persona imponente del signor
Bancone, disceso dai suoi appartamenti.
Vanardi si ricantucciò in un angolo tutto umile innanzi a quel milione incarnato.
—Pantani, disse il banchiere, è venuto qualcheduno a cercarmi?
—C'è di là il signor Marone che desidera parlarle.
—Lo faccia entrare.
Vanardi fece un profondo inchino al banchiere che non gli badò, e seguì Pannini, il quale passò nel salotto.
—Il signor Bancone c'è: disse Gustavo a Marone. Entri pure.
Marone s'affretto a penetrare nello studiolo.
—E quando potrò sapere alcuna cosa di ciò che mi riguarda? chiese
Antonio.
—Non potrei precisarle il momento: rispose Pannini; ma spero che fra una settimana o poco più… Torni fra quindici giorni, ecco, e son certo di poterle dire qualche cosa di positivo; che se mai avrò prima di quel tempo alcun che da comunicarle, glielo farò sapere per mezzo di Selva.
Antonio sentì come se un secchio d'acqua gli fosse versato giù della schiena. Quindici giorni da aspettare! E come vivere intanto?
Mentre cercava di balbettare una risposta che non sapeva nemmen egli quale avesse da essere, la voce di Bancone risuonò dal gabinetto vicino chiamando Gustavo.
—Vengo, rispose questi, e sbrigatosi sollecito di Antonio con un saluto, s'affrettò ad accorrere dal principale, mentre il misero pittore se ne partiva poco più racconsolato di quel che fosse quando era penetrato colà dentro.
Bancone giaceva mezzo sdrajato in una larga poltrona, Marone gli stava dinanzi seduto sopra una seggiola il suo cappello frusto in mezzo alle ginocchia.
—Venite un po' qua, Pannini, disse il banchiere col suo accento di superiorità e di protezione. Ecco qua il signor Marone che vuole…
—Scusi, interruppe quest'ultimo: ma gli è a lei solo che desidererei…
—Questi è il mio segretario: rispose brusco il banchiere; e l'ho chiamato appunto perchè non è di troppo.
E volto al giovane che già s'avviava verso la porta, disse con tono di comando:
—Fermatevi Gustavo.
Questi tornò presso al suo principale.
—Il signor Marone ha dei fondi nella banca?
—Signor sì, rispose Pannini: novanta mila lire….
—E gl'interessi da pagarsi adesso allo scader del semestre, soggiunse vivamente Marone.
Il banchiere fece un gesto che significava…
—Peuh! tutto ciò è una miseria.
—Ed ella, soggiunse forte, vorrebbe riaver quel denaro?
—Signor sì… Ecco: ho fatto un acquisto considerevole…. un'occasione vantaggiosissima che mi si è presentata…. Mi allargo ed arritondo per bene quel po' di possessi che ho già in Valnota….
Il banchiere l'interruppe con certo piglio di alterigia.
—Insomma vuol ritirar subito quella somma?
—Subito, subito, no… ma se me la potesse dar presto… non mi farebbe dispiacere.
E Bancone rivoltosi di nuovo al segretario:
—Quel denaro è pagabile a semplice richiesta?
Il padrone di casa d'Antonio cominciò egli una risposta: ma il banchiere, senza nemmanco guardarlo, gli fece segno di lasciar parlare Pannini.
Questi andò ad aprire certi cassettini ripieni di carte, ci rovistò per entro, n'esaminò parecchie, e finì per rispondere:
—Sì signore.
—Va bene, disse Bancone: fatemi venire il cassiere.
Gustavo andò alla scrivania, vicino alla quale, nella parete, ad arrivo di mano di chi ci fosse seduto vi erano parecchi bottoncini di metallo dorato; ma prima che ci arrivasse, Marone disse con vivacità:
—Scusi… Una delle cose che più mi secchino è d'esser tenuto per ricco dalla gente… Non lo sono diffatti… Ho qualche ben di Dio, gli è vero, ma ci ho tante passività, tanti imbarazzi!… Eppure ci sono già certi animali che vanno susurrando ch'io ho dei tesori… Se si venisse ancora a sapere ch'io riscuoto da lei novantamila lire.
—Che cosa ne vuole conchiudere? dimandò con impazienza Bancone.
—Che meno sarebbero le persone che conoscessero questo fatto e più l'avrei caro.
—Il mio cassiere non è un ciarlone, disse asciutto il banchiere; e fece segno a Pannini chiamasse senz'altro chi gli aveva detto.
Gustavo premette uno di quei bottoncini di metallo, e un campanello risuonò sopra la testa del cassiere.
Di lì a un minuto s'udì nella stanza vicina il passo lento e pesante d'un uomo, o poi la porta s'aprì e comparve la faccia stupida ma onesta del signor Busca.
—Venite qua, Bernardo, disse il banchiere. Potreste oggi stesso, o domani, pagare la somma di novantamila lire?
Il cassiere allargo i suoi occhi di vetro e rispose colla sua voce monotona:
—Nè oggi nè domani. Ella sa che abbiamo da fare quei certi pagamenti…
—Lo so, lo so: ma questo non ci ha da importare.
—Ci ha da importare, sì signore, perchè la cassa non potrà snocciolare insieme con tutto il resto altre novantamila lire.
—E allora, quando credete di poterle pagare?
Il signor Busca si serrò il mento colla mano destra, e coll'indice si pose a battere sul labbro inferiore, mentre la sua fronte stretta e piana si corrugava leggermente per effetto della meditazione. Dopo un poco alzò in faccia al principale i suoi occhi chiari ed a fior di capo.
—Fra tre o quattro giorni, disse.
Bancone si volse al suo creditore.
—Ha udito? Tre o quattro giorni sono forse troppi?
—Oh no! s'affrettò a rispondere Marone. Gli è giusto quel che mi torna.
—Ebbene, oggi è giovedì… Lunedì sera ella avrà il suo denaro. Bernardo, lunedì terrete in pronto novantamila lire… Le vuole in oro? chiese a Marone.
—Come le aggrada. Parte in oro e parte in polizze di banca, se le accomoda.
—Avete inteso, Bernardo? Quella somma la consegnerete al segretario che ve ne darà scarico. Ora andatevene pure.
Il cassiere fece un inchino e partì.
Bancone proseguiva:
—Ella, signor Marone, si darà la pena di venir qua lunedì sera, e riceverà la somma da Pannini, col quale farà tutti gli opportuni incombenti. Così le va?
—Perfettamente. Non mi resta più che ringraziarla e salutarla.
S'alzò da sedere e si curvò in un profondo inchino.
—Buon giorno: disse il banchiere senza neppure fare un saluto col capo: quindi cessando subito dal badare a Marone che se ne partiva, soggiunse parlando a Pannini: sedetevi costì, mio caro, che ho da farvi scrivere alcune lettere.
XVI.
Due giorni erano passati; e il povero Antonio, come facilmente vi potete pensare, si trovava nelle distrette più che mai.
Pressato dalla necessità egli dovette calpestare il suo orgoglio e la sua ripugnanza a codesto passo, e si decise di ricorrere alla carità delle persone generose. Fra le due di queste cotali che gli erano state suggerite aveva pensato a lungo a quale rivolgersi di preferenza, se alla vecchia marchesa di Campidoro od al giovane filantropo Salicotto, e l'aveva poi data vinta a quest'ultimo, perchè in fama di molto più accostevole, di molto affabile ed alla mano.
Ricorreva giusto una domenica, e il povero pittore, vestiti i suoi migliori panni—quel certo soprabito color marrone—s'avviava verso le dieci ore del mattino, che quello gli avevano detto essere il tempo opportuno, alla dimora del signor Salicotto, pubblicista umanitario e cavaliere.
E mentre Antonio traversa la strada, entra nella porticina della casa dirimpetto, sale sino al secondo piano ed esita a tirare il cordone del campanello, io di questo signor filantropo vi farò conoscere virtù e miracoli, contandovene la storia.
Abbiamo udito da quel ciarlone di speziale come nel suo paese, che era quello stesso della sua nipote Anna, vi esistesse una famiglia col nome di Salicotto, il capo vivente della quale era un povero ortolano; ma sor Agapito non si pensava mai più che il cavaliere fosse in alcun modo legato a quella povera gente, figliuolo com'ei si diceva d'un avvocato. Ma se Anna si fosse trovata una sola volta faccia a faccia con questo personaggio, benchè tanti anni fossero passati, benchè un sì gran cambiamento si fosse fatto in lui, non avrebbe tuttavia mancato certo di riconoscere nel cavaliere il figliuolo del vecchio Matteo, il vicino di casa, l'antico amicone della sua famiglia. Per fortuna del nostro filantropo democratico, che nascondeva con tanta cura la sua modesta origine, in que' due anni che già era rimasta in città la nipote dello speziale, stando rarissimamente alla finestra ed uscendo anche meno, non aveva ancora veduto mai colui che nell'intenzione dei parenti delle due parti doveva essere suo sposo.
Tommaso Salicotto era nato unico figlio; suo padre era un buon diavolaccio con tanto di cuore, che non sapeva più in là dei cavoli del suo orto e non desiderava altro di meglio che vender bene i suoi erbaggi al mercato, ed avere a tempo opportuno il sole e la piova sui suoi asparagi, sui suoi carciofi, sui susini, sugli albicocchi, e via dicendo. La madre era altresì una eccellente comare che non pensava oltre le poche vicende domestiche, far la cucina, rattoppare i cenci, aiutare tal fiata il su' uomo nei lavori dell'orto. Ebbene—chi può spiegare codesto mistero?—da questi due era nato in Tommaso un ambizioso, uno spirito irrequieto, ghiotto di ricchezze ed invidioso delle fortune altrui.
Già da bambino il nostro eroe guardava con occhio di livore la palazzina bianca che sorgeva di faccia al rustico casolare di suo padre, nella quale veniva ad autunnare ogni anno una famiglia di signori che abitavano la più vicina città di provincia. S'accostava cauto al muro del giardino tutto rifiorito, e pel cancello sbirciava con maligno ed invidioso intendimento le poche e modeste sontuosità di quell'abitazione che a lui inesperto pareva un paradiso di agi e di sfarzo. Quando vedeva i fanciulli dei signori pulitamente e con garbo vestiti di panni bianchi o rosati o d'altri color gai, bene ravviate le chiome, paffutelle le guancie, piene di giocattoli le mani, occupata da sollazzi la giornata, egli già sentiva entro il piccolo petto una gran rabbia che non sapeva pure spiegarsi: e se alcuno di quegli aggraziati bimbi gli accorreva all'incontro, e faceva a parlargli, e lo voleva prendere per mano, e lo invitava a partecipare ai loro giuochi, poco mancava ad ogni volta ch'egli non gli si lanciasse coll'unghie alla faccia a cavargliene gli occhi. Certo il potere, se non altro, sciupargli addosso que' panni sì acconci gli pareva un bel fatto.
Aveva ingegno pronto e svegliato: il povero maestro elementare che, per alcuni fastelli di legna l'inverno e per un po' di legumi la state, gli aveva mostrato a leggere e scrivere tutto s'era stupito ed aveva gridato al miracolo vedendo che in sì poco di tempo il fanciullo era arrivato a saperne più di lui. A far conti aveva imparato quasi da sè, e nessuno nel villaggio era capace di farsi un'addizione od una moltiplica così rapidamente e con tanta sicura esattezza come quel fanciullo di otto anni, poco pulito, meno leggiadro e molto spettinato. Per la lettura manifestava una vera passione; ogni libro che gli capitasse tra mano egli divorava con ardore instancabile, e lo riandava finchè lo avesse capito del tutto, passando e di molto la comprensività comune dei coetanei.
In breve, egli era diventato il fanciullo prodigio del villaggio: i buoni terrazzani lo citavano come una preziosa rarità del loro paese; il padre quasi lo rispettava, la madre, s'intende, lo amava più che la pupilla degli occhi suoi di quell'amor cieco onde amano le madri. E intorno ai genitori tutta la gente s'era posta d'accordo a far gli elogi del talentone del piccolo Tommaso. Aveva incominciato quel poveraccio ignorantone d'un maestro elementare, il quale gli aveva posto in mano la penna e l'abbicì.
—Voi avete in casa vostra un tesoro, aveva detto a Matteo; e se lo lasciate sciuparsi ne avrete da rendere ragione alla società ed a Dio.
—Che cosa ho da fare? domandava il dabben uomo rimminchionito.
—Fatelo studiare, per bacco! esclamava il maestro. Volete lasciar perdersi quel bell'ingegno fra le bietole e le rape?… Fatelo studiare e diventerà qualche cosa di grosso.
E il parroco che era incantato del modo con cui Tommaso sapeva il catechismo ed aveva imparato a servir la messa:
—Conviene far studiare vostro figlio, Matteo. Egli è un genio. C'è un mondo in quella testa grossa: e chi sa che cosa ne potrà venir fuori!… Mandatelo alle scuole, fategli vestir la cotta da cherico, mettetelo poi in seminario, e un giorno o l'altro voi vedrete vostro figlio… fors'anche vescovo.
Il buon villano allargava tanto d'occhi, tentennava sì un poco il capo, ma finiva per tornare a casa fantasticando di veder suo figlio ancora qualche cosa di più che vescovo.
—Il vostro Tommaso farà la fortuna di tutta la famiglia, gli diceva un'altra volta il giudice: fatelo studiare, compare Matteo, ci avete lì la stoffa d'un avvocato, e un buon avvocato, ai nostri dì, può arrivare a tutto: certo a guadagnare denari e di molto.
E il maestro di latinità, sotto cui Tommaso incominciava a declinare: haec musa, la musa:
—Matteo, diceva con enfasi ciceroniana all'ortolano, e' conviene fargli studiare le belle lettere. Vi guarentisco io ch'ei diverrà un professorone di calibro da illustrare sè stesso e la patria.
Con tante e sì importanti sollecitazioni, come resistere a quello che era pure il massimo desiderio del dilettissimo Tommaso? Dai proventi del suo orto, Matteo ricavava tanto che bastava da poter ogni anno mettere in disparte una sommetta ad aumentare il gruzzolo dei risparmi: e benchè a quel suo poco di tesoruccio ci tenesse di molto con quell'amore taccagno che è proprio dei villici, pure si decise a sminuirlo d'alquanto per mettere a studiare suo figlio. Certo il pensiero che questi sarebbe diventato un pezzo grosso e con guadagni vistosi avrebbe compensato di poi a mille doppi il sacrifizio presente; questa speranza, dico, giovò non poco di sicuro a decidere Matteo, ma la sua parte, e non da meno, l'ebbe altresì la tenerezza e quasi direi l'osservanza che egli, e sua moglie ancora più, avevano pel figliuolo.
Di vestir la cotta e farsi prete, che sarebbe stato mezzo assai più economico di far gli studi, Tommaso non volle saperne malgrado le belle parole e le sollecitazioni del parroco; innanzi alla mente del giovinetto stavano gli sbarbagli del mondo, i vantaggi della ricchezza, la leccornia degli agi signorili, e lo stato chericale era una rinuncia a tutto, od a gran parte, e la più attraente, di codesta roba. E nemmeno il padre aveva molta propensione a vedere suo figlio tonsurato. Era unico della famiglia, ed anche ad un villano è pensiero increscioso che non gli sopravvivano eredi, i quali sieno in grado di continuare il suo lignaggio. Fin dai primi anni della vita di Tommaso, col vicino padre di Anna si era detto sul più sodo che i loro figli si sarebbero sposati, e quella poca nuova ambizione entrata nell'animo di Matteo non era tale da fargli dimenticare e cessare d'aver caro quel progetto nè da persuaderlo di non mantenere altrimenti la scambiata promessa.
Tommaso fu posto in città a dozzina da un maestro, e per compensare la maggiore spesa dell'assegno mensile che conveniva pagare pel figliuolo, i genitori sminuirono a sè la pietanza e persino il pane quotidiano. L'unico che non avesse approvato questa determinazione era il padre di Anna, il quale, vero profeta, andava predicendo a Matteo che così avrebbe fatto allevare un ingrato ai tanti sacrifizi che faceva per lui. Ma l'ortolano, che in ogni altra cosa teneva in molto conto il parere del vicino, in codesta non voleva sentire osservazioni e tanto meno appunti, di tal maniera che codesta fu ragione per cui i due vecchi amici quasi si guastassero insieme, e sminuisse quella domestichezza poco meno di parentevole, che dapprima aveva luogo fra loro.
Tommaso frattanto si distingueva assai. In ogni cosa a cui bastasse la volontà e l'applicazione egli andava senza fallo il primo, non così là, dove ci occorresse ispirazione, retta percezione, vivacità d'immaginativa e fecondità di pensiero. Fra i compagni, i quali, nel portar giudizio gli uni degli altri, non si sbagliano mai o di rado, fu egli conosciuto tosto per uno sgobbone, per uno di quel gran semenzaio di pedanti e d'impostori che è la schiera di quelle mediocri intelligenze piene d'orgoglio coi compagni e di ostinazione indefessa nello studio e di piacenteria verso i superiori, le quali si guadagnarono sempre la benevolenza degli insegnanti e l'antipatia dei colleghi.
Diffatti la nota caratteristica dell'ingegno come dell'essere morale di Tommaso Salicotto era quest'essa: pedantismo ed impostura; come il movente ultimo, la susta cardinale dei suoi sforzi e delle sue azioni, erano la vanità e la voglia del denaro. Colla sua ipocrisia, aveva egli saputo ingannare tutte le persone cui s'era accostato, fin da quando era ancora bambino. Egli la sua tenacità e la sua ambizione aveva saputo fare scambiare per effetti di un'elevata intelligenza costretta dalle misere circostanze della sua condizione; egli aveva saputo comparire agli occhi altrui come un genio travelato, un diamante nella rozza sua ganga, a cui lo studio e la vita cittadina non avrebbero mancato di procurare lo sprigionarsi dall'involucro, e il raggiare di tutta la sua luce.