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La carità del prossimo

Chapter 19: XVII.
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About This Book

The narrative follows a modest painter who shares an attic studio with a fretful wife and several children while sinking under mounting debts; creditors from the landlord to the grocer and baker threaten eviction and daily humiliation. A parsimonious property owner, self-made and ostentatiously pious, refuses mercy, while an apothecary displays unpaid commissioned canvases. Through intimate domestic detail and neighborhood caricatures, the work examines artistic precariousness, social hypocrisy, the tensions between appearance and genuine compassion, and the small acts of charity and indifference that shape communal life.

Forse dapprima egli neppure non conosceva bene sè stesso, e quell'inganno che produceva in altrui provava egli medesimo sul suo conto. Ma quando finite le scuole inferiori, passato il corso liceale, Tommaso ebbe intrapreso il corso, ch'egli aveva scelto, di belle lettere, allora e' fu chiaro del tutto che cosa fossero il suo ingegno e le forze della sua anima, del suo cuore e della sua natura; capì quello che valeva e che voleva, e si pentì affatto e della strada per cui s'era messo e del cammino che già aveva corso e della meta che si mirava dinanzi. Conobbe che nelle lettere non sarebbe riuscito che alla meschinità d'un rettorico; nelle lettere, in cui anche ad esser sommi, sono tanto scarsi i guadagni ed è sì poco soddisfatta l'ambizione. S'accorse che il commercio e la politica tengono il campo della fortuna e degli onori: che ad arricchire è mezzo più spiccio di tutti il primo, che a diventare uomo influente non c'è altra strada che la seconda. Se si fosse posto in qualche banca! se avesse domandato ai facili studii della legale la laurea d'avvocato! Egli avrebbe potuto conseguire in poco tempo, con non disagevol arte, il soddisfacimento de' suoi desiderii. Ora era troppo tardi. La sua mente non si prestava a quelle rapide evoluzioni per cui si può mutare indirizzo, occupazioni, abitudini. Era più saggio continuare per la strada intrapresa, e tentare d'averne ogni possibil vantaggio.

Era giovane fatto ed aveva l'inutile e fastoso titolo di professore. Vivacchiava dando lezioni che erano pagate poco e valevan meno; ma imparava ogni giorno più a conoscere il mondo, e sapeva da qual parte conviene di meglio circonvenire gli uomini per irretirli. Comprese la forza e il meccanismo, per così dire, di quella sfacciata ipocrisia moderna che si chiama ciarlatanismo, ed apprezzò tutta la potenza della leva che muove il mondo morale dell'oggi, la pubblica stampa. Domandò a questa in unione con quello la celebrità al suo nome e gli agognati guadagni alla sua povertà. Fondò un giornale, e parendogli essere nella schiera del giornalismo allora esistente un posto vuoto ancora da occupare, in cui facile il farsi discernere dalla comune e far chiasso, il suo periodico fu, meglio che politico, economico-umanitario-socialista. Non ci voleva troppa scienza: paroloni sonanti ed uno stile fragoroso bastavano: e del resto le raccolte dei giornali socialisti di Francia d'un tempo erano lì, miniera inesauribile da pigliarvi per entro articoli e declamazioni.

Le vicende non cominciarono col volgergli prospere. Dapprima non si fece molta attenzione alle sue vesciche rettoriche; ma egli non si perdette d'animo. Più d'una volta lo stampatore minacciò di far morire il giornale, rifiutandosi di metterlo in torchio se non veniva pagato almeno in parte di quanto gli era dovuto; ma Salicotto seppe sempre industriarsi così bene, che di qua o di là ottenne pur sempre qualche bocconcino da gettare nelle fauci del tipografo e tirare innanzi. Lottò con una pertinacia di che soltanto poteva esser capace la sua natura testarda di villano. Per lo meno ora egli aveva uno sfogo al suo segreto agognare ed alla rabbia della sua impotente ambizione.

Patrocinando la causa di chi non possiede, egli lusingava le proprie invidie, esprimeva i proprii tormenti. Alcune fiate, minacciando ed imprecando ai ricchi, nei limiti che gli concedeva la legge, essendo egli troppo accorto per cadere nella ragna d'un processo, Tommaso consolavasi e temperava le sue smanie di ambizioso ancora deluse. Se non la sua fame di guadagni, almeno già avevano un qualche ripago il suo livore e la sua vanità.

Intanto si cominciava a discorrere per la città del suo giornale, alcun rumore cominciava a farsi intorno al suo nome; le teorie e gli spropositi sociali, ch'egli accattava dagli stranieri per annacquarli e divulgarli nel suo stile pretenzioso e stentato, la sua politica rabbiosa avevano destata l'attenzione della gente. Capì allora il furbo l'efficacia di due mezzi che appo noi non erano ancora introdotti: la moltiplicità, la bizzarria, la impudenza dell'annunzio e l'attacco personale. Fece tappezzare tutte le cantonate di cartelloni immensi in cui spiccavano in caratteri cubitali il titolo del giornale e il nome del direttore, volse la punta d'una satira che non era ingegnosa ma insolente, non contro i vizi, gli errori, i torti, ma contro le individualità, e di queste le più spiccate e le più note. Ad ogni numero c'era qualche botta contro una di codeste, tanto se benevise quanto se in uggia al pubblico. Aveva l'accortezza di designar la persona così bene, che non vi potesse cadere sbaglio, e tuttavia non dirne il nome mai: ogni lettore ce lo metteva di per sè, trovandoci appagamento alla naturale malignità che pur troppo è comune a tutti gli uomini. Si limitò dapprima alla capitale: ma poi, visto lo spediente dar buoni frutti, lo estese anche alle provincie. Si fece una quantità di nemici, ma si acquistò una immensità di lettori: i suoi fogli il pubblico, sempre ghiotto di scandali, se li strappava di mano: si vendevano a diecine di migliaia, e Salicotto dalla soffitta che abitava dapprima era passato ad un comodo quartieretto al terzo piano.

Fu odiato da molti, fu ammirato da' più, fu temuto da tutti. Quando un uomo, nella nostra società vigliacca innanzi al si dice, è giunto a far temere la sua lingua o la sua penna, è diventato una potenza con cui le autorità medesime hanno da fare i conti. Salicotto fu accarezzato dal potere municipale, fu accarezzato dal ministero, fu adulato dai ricchi, fu adorato dai poveri che lo salutavano loro campione. Egli apparteneva oramai a tutte le commissioni di beneficenza, a tulle le amministrazioni d'opere pie, non si distribuiva un sussidio senza che il cavaliere Salicotto (la sua filantropia era stata ricompensata da una croce) non fosse chiamato a curarne l'erogazione; non succedeva un infortunio, non si lamentava una miseria senza che egli nel suo giornale aprisse una sottoscrizione per venire in soccorso ai disgraziati. I denari piovevano; e i maligni dicevano sotto voce che il filantropo sapeva molto bene trafficarli in suo vantaggio prima di farli colare là dov'erano destinati.

Con ciò il suo giornale prosperava sempre più. In pochi anni Tommaso Salicotto, il figliuolo dell'ortolano, ebbe un suntuoso quartiere per sua abitazione: quello in cui andremo or ora a trovarlo; ebbe delle buone rendite in cartelle del debito pubblico; ebbe una ben avviata stamperia ch'egli aveva stabilita pel suo giornale, e cui la sua influenza procacciava molti guadagni; ebbe la bagattella d'un'entrata annua di cinquanta mila lire.

E colla sua famiglia quest'avventurato filantropico pubblicista come s'era egli regolato?

Il buon villano, per dirla con un'espressione volgare, s'era aperte le quattro vene, affine di mantenere alla capitale il figliuolo a studiare ed a farvi buona figura. Tommaso aveva capito fin da principio che le apparenze sono tutto nel mondo, e che per farsi strada conveniva vestire e spendere come uomo che ha del superfluo. Il tesoretto delle economie di Matteo sminuiva con una rapidità spaventosa, a dispetto delle privazioni che s'imponevano i due genitori; e il buon uomo se ne desolava seco stesso, non sapendo porvi, non dico un termine, ma neppure un freno. Il figliuolo aveva acquistato sempre più sopra la sua famiglia un imperioso ascendente che di poco si scostava dall'assoluto comando. Le maniere cittadinesche e le vesti signorili di lui imponevano a quella buona gente; e quando Tommaso andava a passare alcun tempo col padre e colla madre vi era trattato come un principe che onori l'abitazione d'un suo suddito. Ed egli stava appunto in tale contegno da affermare il paragone: sussiegoso, altiero, parlando poco e con aria di degnazione, era insopportabile a chi lo vedesse, fuorchè agli acciecati suoi parenti.

Coll'andar del tempo, come gli erano rincresciuti i panni della sua nativa condizione, gliene rincrebbe forte che in faccia al mondo apparisse la rozzezza e la bassezza della sua famiglia. Di quando in quando il padre e la madre capitavano a Torino per vederlo, ed egli si vergognava troppo della pezzuola di panno cotone in testa e della vesticciuola corta di bambagia che portava la madre, e della grossolana carniera e del cappellaccio a larga tesa del padre. Li accoglieva freddamente, di mala voglia, talvolta con brusca impazienza. Le donne sono sempre più fini osservatrici che gli uomini; e la madre si accorse presto del dispiacere che le loro visite facevano a Tommaso; ne disse al marito, ma questi non volle credere.

—Eh via: rispos'egli, sei matta. Masino studia, ha sempre il capo farcito di non so quante cose e ciò lo rende distratto, ma nel cuore, l'ho per certo, e' prova, nel vederci, quel gran gusto che noi a venire.

Continuarono a visitarlo; e meno male se si fossero rimasti a passare con esso lui nel suo alloggio una giornata! Ma il padre, felice e superbo d'un tanto figliuolo, voleva uscire a braccetto con lui e farsene accompagnare di qua e di là, e la madre gli occhi larghi, con esclamazione d'ignorante stupore sulle labbra ad ogni passo, gli veniva, facendosi trascinare al braccio, dall'altra parte. Codeste passeggiate erano per Tommaso un supplizio. Egli avrebbe pure agevolmente potuto liberarsene; ma a quel tempo le cose sue non erano ancora prospere, il suo giornale lottava tuttavia con poco felice successo contro l'indifferenza del pubblico, ed egli aveva troppo bisogno della già smunta borsa paterna per arrischiarsi a scontentare addirittura del tutto il povero Matteo.

E sì che quella borsa paterna era già proprio a' suoi ultimi spiccioli. Consumati per l'affatto i risparmi da tanto tempo accumulati, il dabben padre, a pagare i debiti del figliuolo ne aveva contratti de' proprii, ipotecando il poco terreno d'un orto, che possedeva presso a quello del suo padrone. Un dì venne lettera da Tommaso che diceva con laconica disperazione come, se fra tanti giorni egli non avesse una certa somma, sarebbe costretto a darsi a qualche violento partito: il più temperato quello di fuggire dal paese per non tornarci mai più. Pensate se il misero genitore si diede con isgomento le mani attorno per trovare questa somma! E ci riuscì; e nel giorno stabilito, il poveretto se ne arrivò alla città, afflitto, spallidito, dimagrato dall'angoscia di quei pochi dì, dal dolore del sacrifizio che aveva dovuto fare, come da una malattia di mesi, a porre in mano del figliuolo i chiesti denari: ma egli per ciò era stato obbligato a vendere ogni sua masserizia, il dilettissimo orticello, ed egli e sua moglie, già innanzi negli anni, si trovavano senza asilo, senza possessi, quasi senza pane! Pure non un lamento, non un rimprovero spuntò sulle labbra del povero vecchio, e quando Tommaso, ringraziandolo con una certa effusione, lo strinse fra le sue braccia, egli quasi quasi credette di essere in abbondanza ripagato di tutto.

Matteo abbandonò il villaggio nativo, dove non c'era più mezzo per lui di ricavar da vivere, e con che dolore ciò facesse è facile pensarlo; ed ebbe la fortuna di trovare ad allogarsi, in paese dal suo non molto lontano, come giardiniere e coltivatore d'orto presso un proprietario. A Tommaso parve una buona ventura che suo padre abbandonasse il villaggio natale: così era rotta ogni sua attinenza con quel luogo e quella gente che avevano vista la sua povera infanzia e conoscevano le sue troppo umili origini.

Intanto per l'ambizioso il sacrifizio del padre parve avere aperto il corso delle prospere sorti. Egli aveva incominciato a vivere da signore, e la presenza dei genitori in mezzo al suo sfarzo gli rincresceva sempre più. Un giorno padre e madre ebbero il torto di soprarrivare a visitarlo, mentre Tommaso aveva seco una brigata di giovinotti dal più al meno eleganti, male lingue tutti. Figuriamoci di che gusto dovette riuscire a Tommaso quella visita! Accolse i genitori colla freddezza con cui si tratta un inferiore importuno, e traendoli brusco in altra stanza non mostrò solo col contegno, ma anche colle parole, quanto lo seccassero, e quindi lasciatili ambedue mortificati, senza curarsi maggiormente di loro, andò a raggiungere la comitiva.

—Chi sono quei villani? udì Matteo domandare nella stanza vicina da uno di quei signorini dagli occhiali inforcati sul naso.

E suo figlio a rispondere:

—Sono i coltivatori di una mia tenuta. E' mi hanno visto bambino, e, povera gente, mi voglion bene come lor figliuolo.

Matteo e la moglie si guardarono in volto quasi spaventati. Suo figlio li rinnegava! Da questo tratto furono loro aperti finalmente gli occhi. Tommaso era un egoista senza cuore, che non amava che sè stesso e i guadagni. Fu il peggiore dei dolori che potessero provare. A vedersi partire di mano il suo caro tesoretto; a dover abbandonare il diletto orto che amava con quell'amore tenace, appassionato dei villani per la terra, che tutti sanno; a lasciare il paesello natale dove aveva sperato di vivere e dormir, morto, in pace; a veder fatta incerta la sua esistenza e forse travagliosa la sua vecchiaia: Matteo non aveva ancora sofferto mai tanto quanto in quel momento.

Egli avrebbe voluto precipitarsi in mezzo a quella gente, ed investire lo sconoscente figliuolo colle meritate rampogne; ma la moglie ne lo trattenne. Tommaso uscì, senza lasciarsi vedere e i genitori dovettero aspettare sin tardi per averlo seco di nuovo.

Matteo appena lo scorse, non potè frenarsi e proruppe, pallido per ira e con voce tremante che pure preannunziava vicine le lagrime:

—Che? gli è proprio vero adunque?… Noi vi facciamo vergogna, noi… In questa casa i miei capelli bianchi sono accolti come un disdoro… Ce l'avevate già fatto capire colle vostre maniere, ma ora ce lo avete spiegato chiaro pur troppo!… Non abbiamo ad essere i vostri genitori, noi; appena se siamo degni d'essere i vostri servi… Ebbene sia. Il signorone stia di per sè; e noi non verremo più a seccarlo… Siamo noi, gli è il nostro denaro, gli è il nostro lavoro, gli è il sudore di queste fronti che l'ha rimpannucciato a quel modo il sor marchese… Che monta? Siam villanacci ed egli arrossisce al vederci. Vieni, vieni moglie mia… Questa casa non è fatta pei poveri diavoli come noi, e ci conviene uscirne, e non rimetterci i piedi mai più.

Si mosse diffatti: la moglie lo voleva trattenere, e supplicava cogli sguardi (che colle parole, angosciata com'era, non lo poteva) il figliuolo a voler placare la giusta collera del padre. Se Tommaso avesse detto una sola parola, avesse fatto un sol cenno di pentimento, di domandar perdono, questa gran collera sarebbe sbollita d'un colpo: il povero padre in sè stesso non aspettava che il menomo degli atti per cedere e rimanersi: ma il tristo figliuolo stette lì impietrito, l'aspetto insensibile, gli occhi a terra, senza pur muoversi. A tutta prima ben gli era venuto all'animo l'impulso di placare suo padre, ma poi tosto s'era detto fra sè, che quella era buona occasione per liberarsi una volta dal fastidio di quelle visite, e che per ciò non aveva che da lasciar andare le cose pel loro verso.

Matteo gli diede un'ultima sguardata, e lo sdegno s'accrebbe.

—Ebbene? che fai moglie mia? gridò egli trovando la sua mazza, impugnandola e camminando risoluto verso la porta. Vieni una volta, e togliamo a questo gran signore l'imbarazzo e la vergogna delle nostre persone.

La donna, poverina, piangeva senza aver parole fatte, e voleva calmare il marito; ma questi la prese risoluto per un braccio e la trasse con sè a forza.

Tommaso non si mosse: vide partire il padre e la madre a quell'ora già tarda con occhio asciutto, senza una parola, senza un gesto. Matteo comandò alla moglie che del figliuolo non glie ne parlasse più mai; quanto a sè il nome di lui non fu mai più udito sulle sue labbra.

La famiglia non seppe mai più notizie dell'ingrato figliuolo, nè questi di quella. Tommaso non cercò mai di vedere i genitori; le sue vicende frattanto andavano sempre meglio; la sua fama d'uomo amantissimo dei poveri aumentava di pari passo colle sue ricchezze, e i suoi parenti, impoveriti per causa sua, stentavano la vita senza ch'egli si curasse non che di soccorrerli, ma di saperne novelle.

Erano passati parecchi anni in questo modo, quando Vanardi, spintovi dalla rinomanza di Salicotto, suonava timidamente il campanello dell'uscio del pubblicista per supplicarne la sua generosa protezione.

Ed ora che lo conosciamo per bene, possiamo seguitare il nostro amico
Antonio e penetrare con esso nel santuario del famoso filantropo.

XVII.

—Che cosa volete? chiese il domestico che venne ad aprir l'uscio, in tono orgoglioso quand'ebbe squadrato la povertà degli abiti del visitatore.

—Parlare al signor cavaliere: rispose umilmente Vanardi.

Il servo si levò di mezzo all'apertura de' battenti e lasciò il passo.
Il pittore entrò levandosi il cappello e incurvando la schiena.

Attraversarono, il domestico primo e Antonio dietrogli, un'anticamera piuttosto vasta, lastricata da formelle di marmo bianco e bruno avvicendate, e intorno alla quale, alle pareti, stavano armadii di legno inverniciato di color bigio. S'intromisero in un corridoio che n'era a capo, volsero a sinistra, entrarono in un salotto ben riparato, ben caldo, con un soffice tappeto sul pavimento, con comodi ed eleganti sedili d'ogni fatta, tappezzato di fine carta azzurrina a fiorami appannati del medesimo colore ma più scuro, adorna di buone pittura di paese, appiccate con cornici alle muraglie, rallegrata da un vivace fuoco nel caminetto.

—Aspettate qui: disse il domestico a Vanardi. Il signor cavaliere è là nel gabinetto (ed additava un uscio a vetri in faccia a quello per cui erano entrati); ha seco qualcheduno; appena sarà libero, potrete parlargli.

E poste ancora alcune legne sul fuoco, se ne andò lasciando solo il pittore.

Questi cominciava a conoscere che nel mestiere di supplicante, la prima cosa da impararsi è il fare anticamera.

All'uscio a vetri, dalla parte del gabinetto, erano appese tendoline di mussolina bianca, che impedivano di vederci per entro. La serratura n'era chiusa colla stanghetta a scatto; ma pur tuttavia il suono delle parole che si scambiavano nel camerino veniva nella stanza che lo precedeva, benchè indistinto. Se ne poteva però comprendere, che un colloquio animato aveva luogo, ed una voce massimamente, che pareva quella d'un vecchio, di quando in quando s'elevava come rampognante, sdegnata e minacciosa. I due uomini che discorrevano non erano seduti, e le loro ombre si scorgevano traverso le tendoline dell'uscio, e dall'apparire e scomparire d'una di esse si capita che uno degli interlocutori andava e veniva, come se impaziente, per la camera.

Antonio s'era già rassegnato ad aspettare chi sa quanto tempo; ed invece, poco dopo ch'egli era stato introdotto, ecco aprirsi bruscamente l'uscio a vetri, e un vecchio a chiome bianche, con panni contadineschi, pallido in volto, non si sarebbe potuto dire se per dolore o per isdegno, comparire sulla soglia. Dietro di lui, discosto due passi, era il signor Salicotto, la cui prima vista fece una cattiva impressione sopra Vanardi; chè diffatti a quell'uomo in tal momento davano un aspetto tutt'altro che simpatico la fronte aggrottata, una dura espressione di fisonomia, le labbra serrate e lo sguardo incerto, che pareva non osare di fissarsi in volto al vecchio contadino.

—Non temete: diceva questi, a cui la voce tremava come la mano che teneva ancora sulla gruccia della serratura: questa sarà l'ultima volta di certo, e Dio voglia!….

Nel pronunziar queste parole aveva levato verso il soffitto la mano destra col solo indice teso, in atto solenne: ma lo sguardo del filantropo, sgusciando fra il vecchio e l'uscio, aveva visto nel vicino salotto la figura d'un estraneo, perciò si affrettò egli ad interrompere il villico, slanciandosi in quella stanza, e quasi sospingendo il parlatore verso la porta d'uscita.

—Basta! diss'egli imperiosamente. Non più una parola; vi prego di non insultarmi più oltre. So che voi non mi comprendete, vi compatisco e vi perdono, perchè è dovere di perdonar sempre ai nostri simili, ma vi consiglio a rammentare che qui sono in casa mia ed ho diritto di mandarne fuori chi mi oltraggia…. Partite; ma ciò nulla meno, ad ogni volta che avrete bisogno di qualche aiuto, potrete sempre in tutta sicurezza valervi di me.

Vanardi cominciava a trovare molto nobile e molto degno il procedere del filantropo; ma il vecchio invece arrossì di sdegno e parve sul punto di prorompere in un'acerba invettiva, pur si fermò, ed allontanandosi vivamente, quasi con orrore, da Salicotto, esclamò fremendo.

—Sciagurato! sciagurato!

E si partì senz'altro, barcollando come sotto il peso d'una soverchia emozione.

Il signor cavaliere gli tenne dietro con uno sguardo che sembrava tutto mitezza e pietà.

—Infelice, diss'egli mandando un sospiro. Ah! com'è doloroso trovare degl'ingrati….

Poi andò presso il caminetto e tirò il cordone da campanello che vi pendeva presso. Il domestico che aveva introdotto Vanardi si presentò tosto alla porta.

—Quel vecchio contadino aveva egli detto il suo nome?

—No signore: rispose il domestico.

Questa risposta parve far piacere al padrone.

—Avete voi notata la fisonomia di quell'uomo tanto da riconoscerlo un'altra volta?

—Signor sì.

—Ebbene se mai si presentasse ancora, gli direte sempre che non sono in casa… fino a che non vi dia un ordine diverso. Andate.

Il servo uscì; allora il pubblicista democratico, socialista ed umanitario si volse verso Antonio.

—Lei vuole parlarmi? gli domandò.

—Signor sì, se la mi permette.

—Si dia la pena di passare qui nel mio gabinetto.

Lo fece entrare nello studiolo, sedette nella sua poltrona innanzi alla scrivania e fece sedere Vanardi sur una seggiola vicina.

Il cavaliere Tommaso Salicotto era tal quale lo aveva descritto la Rosina: grosso, tozzo, con un testone insaccato nelle spalle larghe e rotonde, il colore ulivigno, neri i capelli che aveva abbondantissimi e portava lunghi, pioventi fin sopra il bavero del vestito, nera del pari la barba, di cui lasciava crescere i baffi ed il pizzo al mento. L'occhio era nero ancor esso, e non mancava di vivacità, ma la guardatura non n'era schietta. Le chiome aveva piantate giù verso le sopracciglia da fargli la fronte bassa, ma questa era larga alle tempia e pareva quasi una lista al di sopra della faccia che la riquadrasse. Le traccie della sua origine villereccia gli si leggevano chiare nelle sembianze e nei modi, a dispetto del suo vestire elegante onde cercava dar garbo e distinzione alla sua persona.

Stette un poco ad osservare il suo visitatore, il quale non sapeva troppo che contegno tenere, poi gli chiese con tutta cortesia.

—Con chi ho l'onore di parlare e in che cosa posso servirla?

Antonio levò lo sguardo sopra chi lo aveva interrogato, e lo sguardo di costui fu lesto a guizzar via. Il povero pittore stava pensando che la sua prima accontagione con quel famoso filantropo era bene strana; poichè era arrivato nel punto in cui scacciava di casa sua un povero vecchio. Certo tutti i torti dovevano essere dalla parte di quest'ultimo; ma pure!…

Com'egli esitava, Salicotto riprese:

—Ha ella qualche difficoltà a dirmi il suo nome?

—Oh no: rispose vivamente Vanardi, e gli disse tutto l'esser suo.

—Bene! esclamò il giornalista. Ho molto piacere di conoscerla. Ella pittore, io scrittore; siamo si può dire, artisti entrambi; siamo quasi fratelli, o d'altronde tutti gli uomini sono tali.

E tese la sua mano larga e robusta ad Antonio che con rispettosa peritanza ci pose dentro la punta delle sue dita. Salicotto le serrò forte, e le scosse più forte all'usanza inglese.

—Or dunque parli.

Antonio si sentì il sudore spuntargli a goccie alle radici dei capelli; ma si fece forza, chiamò in aiuto tutta la sua risoluzione e cominciò non senza fremito nella voce il racconto delle sue sventure.

Salicotto lo ascoltò molto attento e raccolto, senza interromperlo mai e senza guardarlo in faccia pur una volta; ma egli mostrava interessarsi in sommo grado a quell'Odissea. Scuoteva la testa, moveva le mani, mandava sospiri a seconda, come uomo che è padroneggiato da profonda emozione. Quando Antonio ebbe finito, gli prese la destra non con una, ma con tuttedue le mani, glie la serrò più forte che prima, glie la tenne così fra le sue un cinque minuti e disse con accento d'uomo che per la compassione fosse lì lì per iscoppiare in pianto:

—Poverino! Quanta sventura e quanto coraggio! Oh come io ne la ammiro! La vede. Gli stenti del povero sono per me qualche cosa di grande, di sublime, ciò che vi ha di più sublime sopra la terra. Tutte le pompe del mondo, tutti gli sbarbagli della ricchezza non valgono a farmi stimare un uomo più che i cenci della miseria coraggiosamente sopportati. I ricchi!… Oh i ricchi!… Conviene perdonarli, perchè anche loro ci sono fratelli; ma l'organismo attuale della società ne fa tanti oppressori di noi povera gente. La vede. La società va rimutata da capo a fondo. Conviene che il voto di Enrico IV di Francia sia una realtà in tutto il mondo, per tutto il genere umano: che ciascuno abbia ogni giorno che Dio manda un pollo nella sua pentola. Ecco il mio programma! Io studio con tutta la potenza del mio animo, con tutta la forza del mio ingegno ad ottenere questo risultamento. Ha ella per caso letto i miei scritti? Le presterò, se vuole, la raccolta completa del mio giornale. Vedrà come dal primo numero a quello di ieri ho combattuto e combatto in favore delle classi diseredate. Sono un missionario, sono un apostolo dell'avvenire, sono l'avvocato dei poveri. Oh i poveri! Vorrei potere aprire le mie vene e dare tutto il mio sangue per farli ricchi. Io piango caldissime lagrime sulle loro sfortune: la vede. Che? Siamo tutti figliuoli d'Adamo, abbiamo tutti un'anima immortale; la nostra vita ha in tutti i medesimi bisogni, ed io dovrò stentare un boccone di pan nero, mentre il mio vicino mangia quaglie e beccafichi?

Prese fiato in mezzo alla declamazione di questa tirata, che aveva già ammanita le migliaia di volte in articoli ai suoi lettori.

—Che rimedio trovarci? La carità? Rimedio effimero: inutile, anzi dannoso palliativo: anche gli economisti la condannano. Senza contare che la è un'umiliazione della natura umana in chi la riceve. Però in circostanze straordinarie, per eccezione, via, l'ammetto ancor io. La vede. Pochi giorni sono un povero diavolo s'è tolto di vita lasciando una famiglia all'ultima miseria. Bene! Io ho tosto aperta nel mio giornale una sottoscrizione per venire in soccorso di quei poveretti, la quale ha già prodotto una considerevol somma. Sono fatto così io!… Ma gli è alle istituzioni, la vede, che bisogna domandare il rimedio; misure radicali ci vogliono, perchè la vera uguaglianza regni una volta sulla terra e quindi la vera fratellanza e la felicità umana. A questi principii ho consacrato tutto me stesso, e non ci fallirò per Dio!

S'alzò da sedere; e Antonio dovette imitarne l'esempio. Salicotto volse al soffitto il suo sguardo e si battè sul petto con aria ispirata.

—Non ci fallirò, finchè qui dentro palpiterà questo cuore, finchè un soffio di vita animerà queste membra.

Poi la sua voce si fece piagnucolosa.

—So bene che molte delusioni e molti dolori mi aspettano. Ah! ne ho già sofferti di troppi e che avrei creduto prima insopportabili. Iddio mi darà forza anche per l'avvenire, e la mia coscienza quell'unico compenso che mi posso aspettare.

Strinse di nuovo la mano d'Antonio e glie la scosse da fargli male.

—Io sono l'amico di tutti quelli che soffrono: sono anche il suo. Mi consideri come tale, la prego. S'accerti che non avrà persona mai la quale partecipi così di cuore a' sventurati come a' prosperi di lei successi.

E in ciò dire l'aveva tratto dolcemente nel salotto che precedeva il gabinetto e stava avviandolo verso l'uscio che metteva pel corridoio nell'anticamera.

—Signor cavaliere, balbettò Antonio.

E l'altro, senza lasciarlo parlare:

—Le manderò il mio giornale; son certo che la ne piglierà alcun conforto. Vedrà, oh vedrà s'io fallisco al dovere che mi sono imposto.

Apri la porta del corridoio e pianamente vi sospinse Antonio.

—Spero che ci rivedremo, soggiunse; anzi un'altra volta potremo parlare più a lungo. Le esporrò il mio disegno di riforma sociale; confido che otterrà la sua approvazione. La riverisco.

E chiuse l'uscio del salotto alle spalle del pittore. Il domestico nell'anticamera accorse sollecito ad aprire la porta di casa. Vanardi si trovò sul pianerottolo aggirato, confuso, mezzo balordito.

Che cosa gli restava da fare? Nient'altro che allontanarsi di là.
Prese le scale e cominciò a discendere lentamente, tutto mortificato.

Alla seconda branca della scala trovò seduto, o meglio accosciato nell'attitudine del più doloroso abbandono, il vecchio contadino che aveva visto poc'anzi uscire dal gabinetto del cavaliere. C'era tanta espressione di dolore nel contegno del vecchio, i singhiozzi che rompevano come a forza dal petto di lui erano così angosciosi che Vanardi ristette, e un'immensa, subita pietà l'occupò tutto e lo spinse verso quel miserello dalle chiome canute.

—Coraggio, buon uomo: gli disse con voce piena d'affettuoso interesse. Non datevi così al disperato. Io non conosco le vostre disgrazie, ma qualunque esse sieno l'abbandonarsi dell'animo non può recar loro sollievo nessuno.

Il vecchio contadino sollevò verso chi gli parlava la faccia lagrimosa. I suoi lineamenti erano profondamente turbati, e la pallidezza delle sue guancie quasi cadaverica. L'accento simpatico del pittore parve confortarlo alcun poco; pure scosse il capo disperatamente, e rispose:

—Io sono il più infelice uomo del mondo…. Vorrei esser morto…. Ah no: Dio mi perdoni…. C'è costassù, a Valnota, una povera vecchia che mi ama e mi attende. Se non fosse per lei!… All'uscire di costì m'è mancata ogni forza…. Avevo dimenticato perfino la mia povera vecchia moglie. Bisogna ch'io torni presso di lei…. E sarà il meglio ch'io mi levi presto di qui.

Fece a drizzarsi, ma lo poteva a stento; Vanardi ve l'aiutò.

—Grazie! disse il vecchio, e si mosse per discendere; ma le gambe gli vacillavan sotto, e a mala pena si teneva in piedi.

—Venite meco, soggiunse Antonio; appoggiatevi al mio braccio; così, pian pianino. Siete debole; avete bisogno di qualche cosa che vi riconforti.

—Grazie, grazie: ripeteva il vecchio commosso. Voi avete pietà d'un povero vecchio: voi che non mi avete mai visto, mentre colui… colui!…

Tentennò un momentino la testa con atto dolorosissimo; poi riprese con voce soffocata dalla soverchia commozione, stringendo forte il braccio di Vanardi:

—Colui mi ha scacciato di casa sua, come uno che gli faccia vergogna…. E sono suo padre!

Antonio mandò un'esclamazione di meraviglia e di orrore.

Il vecchio, smarrita affatto ogni forza, s'aggrappò al braccio di chi lo sosteneva, appoggiò la fronte alla spalla del pietoso e scoppiò in pianto dirotto.

XVIII.

Il mattino di quella medesima domenica, verso le ore nove, un vecchio contadino aveva aperto l'uscio della bottega di messer Agapito e aveva domandato al signor Martino, che primo gli si era fatto incontro:

—La casa del signor Marone?

—Questa.

—Dove potrei trovarne il proprietario?

—E' non abita qui.

—Lo so bene. Vengo appunto dalla sua dimora, e la serva mi ha detto che l'avrei trovato in questa casa. Ho un biglietto da dargli che preme.

Martino si strinse nelle spalle.

—Non saprei che cosa dirvi. Sarà certo da qualche casigliano a riscuoter l'affitto. Potete andar cercando di lui su per tutti i piani della casa.

Il villano s'avviava per partire, quando messer Agapito, che dal punto in cui quegli era entrato, l'osservava attentamente e con una certa sorpresa, s'alzò ratto, e fece un gesto per arrestarlo.

—Un momento, diss'egli. O io mi sbaglio, o vi conosco, brav'uomo.

—Può darsi: rispose il contadino volgendo la faccia e lo sguardo verso lo speziale.—To', esclamò egli a sua volta, appena ebbe veduto i lineamenti di costui: ella è messer Agapito.

—Bravo! E voi siete l'ortolano Matteo.

—Per l'appunto.

Agapito tese verso il contadino la sua tabacchiera aperta.

—Evviva! Mi fa molto piacere il vedervi. È un secolo che non ci siamo trovati…. E voi come la va? E la vostra famiglia? E dove state? Già siete sempre al paese, non è vero?… Che cosa c'è di nuovo per colà?… E che buon vento vi mena da queste parti?

Matteo, fra tante domande, pensò bene di non rispondere che ad una sola.

—Non sono più al paese. Sono ortolano ad una villa in Valnota.

—In Valnota? che? vi siete traslocato colà?

—Sì signore…. E son già degli anni parecchi.

—È strana. Non avrei creduto mai più che voi vi sareste deciso ad abbandonare il villaggio.

La faccia di Matteo s'imbrunì e curvando la testa fra le spalle in atto di dolorosa rassegnazione, egli rispose:

—Che cosa vuole? Non l'avrei creduto nemmen io un tempo: ma delle sventurate circostanze sopravvenute mi vi obbligarono.

La curiosità dello speziale intravide tutta una storia che fu tosto assai ghiotto di apprendere.

—Ah si? diss'egli con molto interesse: raccontatemi su, da bravo…

—Oh! gli è un affare molto lungo…

—Non importa…

—Io ho fretta…

—Lasciate un po'… Quando si trova dopo tanto tempo un compatriota!… Quella villetta dove ora siete è vostra? l'avete comperata?

Matteo scosse dolorosamente la testa.

—Oibò. Ci sono al servizio del signor Marone.

—Davvero!

—Sicuro. Saranno tre anni a San Martino.

—E vi ci trovate bene? Ci avete dei buoni guadagni?

—Eh là! non mi lamento.

—Una volta mi ricordo che la vi andava molto bene….

—Ah! questi non sono più i tempi d'una volta. Ho avuto ogni fatta disgrazie.

—Poveretto!… Ma via, sedetevi un momento qui presso al braciere, che possiamo discorrerla più comodamente…

—Grazie, non posso.

Il trovare così restio al parlare quel vecchio contadino accrebbe la curiosità dello speziale, che lo spinse fino alla generosità della seguente offerta.

—Voi berete bene un bicchierino di qualche cosa di tonico… di ratafià per esempio.

—Grazie tante. Lei è molto buono; ma sono ancora digiuno: e poi non posso fermarmi. Conviene ch'io trovi il padrone per dargli la lettera del signor Nicolazzo.

—Nicolazzo! chi è costui?

—È i! pigionante della villetta. Questa lettera preme di molto, a quel che mi ha detto, consegnandomela; e mi ha comandato di recargliene la risposta il più presto possibile.

—Alla campagna?

—Già!

—Forse ch'egli abita colà?

—Sicuro.

—A questa stagione?

—Sono due anni ch'ei non se ne move nè state nè inverno.

—Che gusto! È matto?

—Egli no: ma sua moglie pare di sì.

—Ah, ah! c'è anche una moglie?

—Sì signore.

—E vivono colà soli?

—Come i gufi, tutto l'anno, schivando perfino la compagnia nostra, di me e di mia moglie.

—Cospetto!… A proposito; e la vostra famiglia? Non ve ne ho manco ancora domandato. Come va?

Il pover'uomo trasse un sospiro.

—Mia moglie sta bene, povera vecchia!… Grazie!

—E vostro figlio?

La faccia del vecchio mostrò un certo imbarazzo che eccitò grandemente la curiosità di messer Agapito, il quale ci travide un segreto da apprendere.

—Che riuscita ha egli fatto? continuò egli non istaccando i suoi occhietti dal volto sempre più turbato di Matteo. Eh, eh! sono secoli che io non l'ho più visto; da dopo ch'egli era solamente alto così… Ma mi ricordo benissimo che prometteva di farsi un gran talentone, e che tutta la gente vi consigliava di farlo studiare.

L'infelice Matteo trasse un sospiro più profondo del primo:

—Ho dato retta ai consigli della gente, e l'ho fatto studiare.

—Da prete?

—No… da professore.

—Ed ora, dove si trova egli?

—Ma!… Non so bene… Credo sia qui in città.

—Oh bella! Non sapete dove sia vostro figlio? forse che non vi scrive?

—No… cioè… voglio dire raramente.

—E non va a trovarvi qualche volta?

—Egli ha molto da fare; è sempre occupato…

—Vuol dire adunque che ha fatto davvero una buona riuscita?

Il villano tornò a sospirare.

—Oh sì, disse: guadagna di molto. Se la vive da gran signore—lui: soggiunse con amarezza.

—E voi continuate a far la vita faticosa d'un tempo?… Oh, perchè non andate a vivere con lui, riposandovi pur una volta per passare in santa pace quegli anni che vi rimangono?

Matteo si volse in là per nascondere una lagrima, che lo speziale vide pur tuttavia.

—Sentite: riprese Agapito con un calore che pareva cortesia di buon cuore, ed era invece solletico indicibile di curiosità. Il vostro padrone deve senza fallo venir da me questa mattina per esigere il semestre della pigione: il mezzo più sicuro di trovarlo gli è dunque d'aspettarlo in casa mia. Venite su, e perchè il tempo vi sia men lungo diremo due parole davanti un fiasco ed una fetta di salame.

L'ortolano se ne schermì, ma lo speziale ebbe in quella una vera, ispirazione!

—Vostro figlio vive da ricco, ed è professore?… Sta a vedere che gli è quello che abita qui di facciata che si fa dare tanto di cavaliere e si spaccia figliuolo d'un avvocato.

Matteo non potè e non cercò neppure dissimulare l'emozione che lo prese.

—Abita qui di facciata? Lui!…

—Vostro figlio si chiama egli Tommaso?

—Sì.

—È dunque lui, lo scommetto: esclamò Agapito trionfante. Matteo, assolutamente voi avete da far colazione con me: parleremo di codesto e d'altro.

Il contadino che amava pur sempre l'ingrato figliuolo, e che da tanto tempo non ne aveva più avute notizie, desiderosissimo di udire dei fatti di lui, accondiscese all'invito, e fu tratto dallo speziale nel suo alloggio agli ammezzati.

—Anna, Anna: gridò Agapito entrandovi.

La ragazza accorse sollecita.

—Ecco qui un brav'uomo del nostro paese; soggiunse lo zio: vedi un po' se lo riconosci!

—-Compar Matteo! esclamò Anna giungendo le mani e quasi non credendo agli occhi suoi.

—Sì, sì, son io, disse il contadino ancora tutto turbato, e a cui anzi la presenza di quella giovane, rammentandogli il passato, accresceva la passione della sua presente sciagura. Buon giorno Anna; la ti va bene?

Per la povera giovane la vista di quel suo compaesano fu una gran gioia. Le parve ch'egli le portasse un po' dell'aure di quella diletta contrada ch'ella aveva abbandonata sì a malincuore e per essere poi tanto disgraziata in città, un po' di quella libertà ch'ella aveva dovuto scambiare con una sì trista e dolorosa schiavitù. I giorni gai della sua infanzia le sorsero innanzi con tutte le loro care memorie di luoghi, di tempi, di piaceri; dove avesse osato si sarebbe slanciata al collo del vecchio contadino ad abbracciare in lui tutto quel passato così rimpianto; la si rimase a pigliargli con effusione una mano e serrargliela con forza fra le sue, mentre gli occhi le si inumidivano per tenerezza.

La voce burbera dello zio venne a richiamarla brusco al presente.

—Va a prepararci un boccone da colazione: presto!

Durante il pasto, che non fu nè sontuoso nè abbondante, non si parlò d'altro che di Tommaso Salicotto. Il padre era ansioso d'apprenderne ogni cosa; lo speziale era curiosissimo di trarre di bocca a Matteo il segreto delle relazioni che passavano fra lui e il figliuolo. Più nissun dubbio rimaneva in Agapito che il cavaliere, sedicente figliuolo d'un avvocato, non fosse il legittimo ed unico discendente di quel villano, e si prometteva di avere da questo argomento l'occasione d'una infinità di ciarle piacevoli ed interessanti con tutto il vicinato, cogli avventori, coi medici che capitavano a bottega.

Ma nel migliore delle sue suggestive interrogazioni a Matteo, ecco la nipote interromperlo per annunziargli che c'era il signor Marone.

—Venga: disse lo speziale; poi volgendosi al contadino: Eh ve l'ho detto io che l'avreste visto senza fallo, aspettandolo qui.

Marone si stupì molto di trovar lì il suo ortolano, prese la lettera che questi gli porse, la lesse, meditò un poco, poi disse:

—Da qui a mezz'ora passate da me, dove io abito, e vi darò una risposta da portare al signor Nicolazzo.

Poi si volse allo speziale domandandogli la pigione. Matteo comprese che non aveva più nulla da far lì e tolse licenza. Agapito chiamò la nipote, perchè lo scortasse fuori.

Quando furono all'uscio che metteva al pianerottolo, Anna disse sottovoce e tremando a Matteo:

—Ripartite presto?

—Fra un'ora al più tardi.

La ragazza giunse le mani in atto di preghiera e levò gli occhi lagrimosi in volto al villano con espressione così supplichevole che egli se ne sentì commosso:

—Ho bisogno di parlarvi, diss'ella, tanto bisogno! È il cielo che ho pregato così di cuore che vi ha mandato… Prima di partire, venite qui, ve ne scongiuro, e battete un legger colpo colle dita nell'uscio, io sarò dietro il battente ad aspettarvi… Venite per amor di Dio, ve lo domando come una grazia.

—Va bene, rispose Matteo, ci verrò.

—Sicuro?

—Sì, sì, ve lo prometto.

—Dio vi benedica, compare Matteo.

A che cosa il buon villano avrebbe impiegata quella mezz'ora che gli restava prima di andare a prendere la risposta scritta dal suo padrone? Se ne venne nella strada, guardando di qua e di là, come uno sfaccendato. Dallo speziale aveva appreso che nella casa precisamente di facciata abitava suo figlio; e quando egli giunse all'altezza di quel portone una forza superiore lo fece piantarsi là davanti, come se ci avesse da mettere le radici.

Da tanto tempo non aveva più visto quel figlio che in fondo al cuore gli era caro pur sempre! Chi sa che Tommaso non fosse pentito del suo fallo, e una sola parola di lui, il solo vederlo, non glie lo gettasse amoroso di nuovo fra le braccia! Senza un atto ben preciso di sua volontà, Matteo pur tutta via entrò sotto il portone, e come il portinaio che per caso usciva dalla sua loggia lo guardava con aria interrogativa, egli disse, quasi balbettando:

—Il signor Salicotto abita qui?

—Il cavaliere Salicotto, rispose il portinaio, sta al primo piano nobile.

Matteo salì le scale, suonò il campanello ed entrò nella casa del figliuolo con quella emozione che potete immaginarvi.

Il domestico, che lo aveva introdotto in quel salotto in cui abbiamo accompagnato Vanardi, passò nel gabinetto del padrone ad annunziargli che un contadino cercava di lui.

Tommaso, come soleva fare per ogni nuovo visitatore gli capitasse, se ne fece descrivere in digrosso le sembianze e il portamento. Il dubbio che potesse esser suo padre nacque di subito in lui; s'accostò cautamente all'uscio a vetri, e levò un poco una delle tendine per veder nel salotto. Al primo sguardo gettato su quel vecchio di cui l'impacciato contegno e il tremito delle mani che sostenevano il cappello dinotavano la commozione profonda, Tommaso lo riconobbe. Il primo pensiero di quel tristo, dello scellerato figliuolo, fu quello di farnelo rinviare dal servo; poi temette il vecchio rompesse in isdegnose parole che svelassero la verità e ne nascesse uno scandalo, disse adunque al servitore:

—Andate pure ai fatti vostri; farò venir qui fra un momento quell'uomo io stesso.

Quindi il miserabile stette alcuni minuti pensando quale accoglienza gli fosse più utile di fare a suo padre, e si risolvette per una brusca e scortese, affine di togliere al povero vecchio la volontà di tornarci un'altra volta.

Aprì l'uscio del gabinetto e disse al padre in tono burbero:

—Venite.

Il buon vecchio, che ad una sola parola amorevole si sarebbe slanciato verso il figliuolo a braccia aperte, ferito dolorosamente da quell'accento, s'inoltrò esitando, quasi timoroso.

—Ah siete voi, rispose Tommaso; che volete?

Matteo vide svanire di botto tutte le illusioni che s'era fatte venendo. Suo figlio non esisteva più per esso. Fissò ben bene i suoi occhi sul volto scuro di Tommaso, e disse:

—Ero venuto per vedere se qui trovavo ancora mio figlio, vedo ch'io non son più che un estraneo. Ho avuto torto a venire. Da voi non voglio niente.

E si mosse per partire senz'altro.

Il filantropo non si commosse punto. Soltanto, quando il padre aveva già una mano sulla gruccia della serratura, tese la destra verso di lui e disse:

—Le nostre esistenze corrono in due strade affatto diverse: sono quindi le circostanze, e non la mia volontà, che ci separano. Se mi ostinassi a voler camminare accosto a voi, farei danno alla mia fortuna, senz'altro pro. Che volete? Il mondo è così fatto…

Queste frasi spazientirono il vecchio contadino; rialzò egli la testa più risoluto, ed interruppe:

—Va bene. Risparmiate le vostre belle parole ch'io non capisco. Voi non volete aver più nulla di comune colla vostra famiglia, e checchè avvenga di noi ve ne lavate le mani. Che v'importa che vi sieno due poveri vecchi soli al mondo, senza conforto nessuno nella loro età cadente? È giustissimo: avete ragione: l'educazione signorile vi ha forse mostrato di queste belle cose, che noi gente alla buona chiameremmo… Ah! Dio mi perdoni!…

Il pover'uomo cominciava a scaldarsi. Tommaso fraintese affatto il sentimento del vecchio dabbene, e soggiunse col piglio dolcereccio da impostore con cui soleva smaltire le sue filantropiche tiritere:

—Io non ho mai detto di volervi abbandonare nei vostri bisogni. Voi forse siete venuto da me per avere denaro, ed io…

Ma il padre non lo lasciò continuare. Era l'amore del figlio, era la doverosa di lui gratitudine ch'egli era venuto a cercare. Diede sfogo a tutto lo sdegno doloroso che da tanti anni la condotta del figliuolo verso i genitori aveva ammassato nel suo animo. La verità parlò per la bocca di lui coll'accento della più viva rampogna, e la severa condanna paterna cadde, come una maledizione, sull'ingrato figliuolo.

Tommaso incrociò le braccia al petto e si mise a passeggiare pel gabinetto con fredda indifferenza.

—Dopo questa intemerata, pensava egli, ne sarò liberato per sempre.

Ma come l'intemerata durava troppo, ed egli cominciava a stancarsene, il tristo decise di farla finita. E poi, gli pareva che alcuno fosse entrato nel vicino salotto, e troppo temeva che quella scena facesse scandalo. Si piantò innanzi al padre e gli disse in tono risoluto:

—Ora basta. Sono in casa mia ed ho il diritto di farmi rispettare.

Il vecchio volle insistere.

—Basta! gridò più forte il figliuolo. Ho il diritto a chicchessia m'oltraggi di mostrare la porta.

Matteo indietreggiò d'alcuni passi, innanzi al viso fosco del figliuolo.

—Voi mi scacciate! esclamò egli. E sia: ma il cielo…

—Si: interruppe Tommaso con rea ironia; facciamo il cielo giudice fra noi. Ci acconsento, e intanto la sia finita.

Il misero padre uscì dal gabinetto e dalla casa del figliuolo in quella guisa che vi ho narrato nell'altro capitolo. L'angoscia del suo cuore chi la potrebbe esprimere? Ma nel piangere fra le braccia del buon Vanardi che, senza pur conoscerlo, gli aveva mostrato tanta pietà, alcun sollievo n'era disceso all'anima del povero vecchio:

—Via, fatevi animo: dicevagli Antonio; venite meco, appoggiatevi al mio braccio; avete bisogno d'un qualche corroborante. Andiamo lì dallo speziale…

Ma l'idea di ricomparire innanzi ad Agapito in quel momento riuscì assai sgradevole all'ortolano.

—No, diss'egli, piantandosi in mezzo la strada. Non ho bisogno di nulla.

Il nostro pittore era così commosso della sciagura e del dolore del povero vecchio che non l'avrebbe lasciato andare per tutto l'oro del mondo.

—Sì, sì che avete bisogno di qualche cosa: insistette egli, venite dal liquorista a prendere almeno un bicchierino.

E nella foga della sua caritatevole premura il dabbene dimenticava che non aveva allato nemmeno un centesimo.

—Grazie, grazie: rispose Matteo; ma non ho tempo da indugiarmi. Conviene ch'io vada in cerca del mio padrone per riceverne una lettera, e poi tosto che me ne parta.

In quella Giovanni Selva usciva dalla porta da via di Vanardi, vedeva costui e lo accostava sollecito.

—Una novità: gli disse affrettato: una brutta novità…

—Che cosa? domandò con isgomento il pittore avvezzo dall'infelicità della sorte a temer sempre il peggio. O Dio! ci è capitata qualche altra disgrazia?

—Non a te nè ai tuoi, rispose Giovanni. Rassicurati: la disgrazia c'è, ma è piombata addosso al signor Marone.

A questo nome l'ortolano allargò le orecchie.

—Il signor Marone! Che cosa gli è accaduto?

—Egli è costassù in casa tua, sul tuo letto, con una gamba rotta o slogata che sia.

—La vuol dire il proprietario di questa casa? domandò Matteo intromettendosi.

—Precisamente.

—Egli è appunto il mio padrone di cui debbo cercare.

—Ebbene, lo troverete lassù al sesto piano che grida come un dannato.

—Ma come fu? chiese Vanardi.

—È scivolato giù dalla scala. Il piede gli è smucciato sopra un ghiacciolo. Ti racconterò poi meglio la cosa. Ora corro in fretta a far venire una barella per trasportarlo e ad avvisare la serva di lui, perchè prepari l'occorrente.

E scappò via con tutta sollecitudine.

—Non avete di meglio a fare, disse Vanardi a Matteo, che venir su meco a vedere che cosa è capitato, poichè quello è il vostro padrone.

L'ortolano accettò il partito.

Ed ecco in che modo era avvenuta la disgrazia.

XIX.

La lettera che Matteo aveva recata a Marone era del tenore seguente:

«Pregiatissimo sig. Marone,

«Vengo a sollecitarla ancora una volta a proposito di quel tal quadro, di cui ella non mi ha più fatto saper nulla.

«Il mio desiderio di possederlo si è accresciuto a mille doppi, ed io sono disposto a pagarlo qualunque prezzo. Siccome non vorrei a niun modo trovarmi a fronte di quel Vanardi, ho accettato volentieri l'offerta che ella mi ha fatta di agire in questa occorrenza per conto mio; ma sono troppo impaziente per istar tanto tempo ad attendere senza risultato. Abbia dunque la compiacenza di mandarmi scritto qualche cosa intorno a ciò pel medesimo ortolano al suo ritorno qui, e mi creda

                                            «Suo devotissimo
                                            «NICOLÒ NICOLAZZO.»

Marone, in conseguenza di questa lettera, esatti dallo speziale i denari della pigione, si era risoluto ad andare di bel nuovo in casa il pittore, a tentare la prova.

Saputo dalla portinaia che Antonio era uscito, tanto più sollecito e volentieri il padron di casa aveva salite le tante scale che conducevano all'alloggio del pittore, in quanto che sapeva che l'uomo era poco disposto a spogliarsi di quella tela e sperava invece molto più arrendevole la moglie. Rosina infatti trovò una proposta degna di accettazione quella che le venne fatta di dare quel quadro in pagamento dell'affitto dovuto, ma pur tuttavia non osò acconsentire al patto senza prima averne parlato col marito.

Marone adunque doveva partirsene senza aver nulla concluso; e se ne andava per rispondere al signor Nicolazzo: quando in alto di quell'ultima ripidissima branca di scala che metteva nel corridoio delle soffitte si trovò faccia a faccia con Giovanni Selva che saliva. Quest'incontro gli piacque poco; avrebbe desiderato che non si fosse saputo di questa sua venuta, e tanto meno da codesto amico del pittore con cui aveva avuto pochi giorni prima, riguardo a quel ritratto, l'abboccamento che fu narrato. Marone salutò in fretta: si strinse al muro, e fu sua intenzione sgusciar via per discendere sollecito; ma egli non aveva più l'agilità d'un giovinetto, e sugli scalini eravi ghiacciata l'acqua caduta dalle secchie portate su dai casigliani: al povero Marone mancarono di botto i piedi di sotto, ed egli rotolò con tutto il peso della sua grossa persona quasi fino al fondo di quella branca di scala.

Giovanni corse a ricoglierlo su, chè l'altro urlando disperatamente non poteva levarsi da solo. Ma quando si trattò di star sulle gambe e di muovere il passo, non ne fu niente: un piede gli doleva di guisa che non poteva nemmanco appoggiarlo per terra. Marone gridava più forte che mai, e Selva non sapeva che cosa farsene.

Tutte le comari delle soffitte, all'udire il rumore della caduta e le grida, erano corse fuori a vedere che fosse, e fra loro prima la Rosina, che a capo scala mandava esclamazioni, interjezioni e parole ammirative, offrendo però con quel buon cuore, che era sua dote precipua, la sua casa e tutte le sue robe in sollievo del mal capitato.

Selva, il quale si reggeva fra le braccia il non lieve peso del padrone di casa, non vide altro partito migliore che quello di accettare lo offerte di Rosina, ed aiutato da alcuno degli accorsi trasportò Marone che urlava come un indemoniato sino sul letto di Antonio, dove allogatolo, Giovanni discese tosto nella spezieria di messer Agapito, perchè vi corresse a prestare al caduto i soccorsi dell'arte.

La spezieria era piena di gente e ci aveva luogo un'animata conversazione, in cui teneva il campo messer Agapito, che gestiva colla sua presa di tabacco fra le dita.

Si parlava della meravigliosa scoperta fatta quella mattina medesima dallo speziale intorno al famoso cavaliere Salicotto, e se ne facevano i più caritatevoli commenti, e se ne deducevano le più innocenti conseguenze che sappiano la malizia umana, l'invidiosa maldicenza e la malignità pettegola.

Tra questi accusatori insieme e condannatori, il più gentilmente maligno e severo si mostrava l'elegante dottor Lombrichi, il quale ravviandosi con un pettinino di tartaruga i peli dei suoi baffetti e del suo pizzo, guardandosi con ingenua compiacenza nello specchiettino che stava sul manico custodia del piccol pettine, facendo vedere in un grazioso sorriso i suoi denti bianchissimi, provava chiaro come il sole, che il filantropo, nuotando nell'oro, lasciava morire di fame suo padre, la qual cosa era l'azione più scellerata che uomo potesse commettere.

Tutti approvavano con entusiasmo siffatte conclusioni, ed era cosa certa che di quella mattina medesima, per opera di quella brava gente raccolta nella farmacia, la notizia dell'essere e della condotta di Salicotto si sarebbe sparsa per tutto il quartiere, il che non avrebbe però impedito menomamente che quegli stessi valentuomini, trovando per caso il signor cavaliere, non l'inchinassero con tutta riverenza.

Fece diversione al discorso Giovanni Selva entrando ad annunziare la disgrazia di Marone.

—Come! Il mio buon amico Marone, esclamò con interesse il dottor Lombrichi, mettendo in fretta il suo pettinino richiuso nel taschino del panciotto; poi si alzò da sedere, s'abbottonò il pastrano e con gesto che non sarebbe stato disacconcio ad un eroe che partisse pel campo di battaglia, soggiunse:

—Andiamo un poco a vedere; messer Agapito, veniteci anche voi con qualche vostro cordiale.

Ad Agapito non tornava gran che il rimettere la punta del naso nell'alloggio della Rosina, e se ne sarebbe volentieri astenuto, dove la sua benedetta curiosità non lo avesse spinto ad andare sollecitamente a vedere coi proprii occhi ciò che era capitato. Diede dunque di piglio ad alcuna delle sue boccette di spezieria, e seguì Giovanni ed il dottore su per le scale.

Rosina si affaccendava con tutto zelo intorno al signor Marone, il quale non cessava di lamentarsi come un uomo alla tortura, e la non mostrò neppure d'aver visto lo speziale che era entrato chetamente in coda agli altri.

Il giacente, appena scorse il medico, tese verso di lui le braccia ed esclamò quasi piangendo:

—Ah, mio caro dottore, mi salvi lei… Sono un uomo rovinato… Oimè! oimè! Sono tutto fracassato.

Lombrichi aveva incontrato nella visuale de' suoi occhi il piccolo specchio che a Rosina serviva di teletta e vi si era dato un sorriso; di poi fece scorrere questo sorriso e il suo sguardo verso il malato, e rispose:

—Su via coraggio, mio bravo signor Marone… vogliamo sperare che non sarà nulla.

—Sì, speriamo che non sia niente: disse a sua volta lo speziale.

—Niente! niente! gridò Marone. Se sapessero come mi duole… Ahi! ahi! Lo provasse lei messer Agapito… Ohi! ohi!…

Lombrichi si curvò sul giacente.

—Oh! bisogna guarir presto, mio caro; c'è gran bisogno ch'ella sia in gambe.

E soggiunse piano che nessun altro potesse udire:

—Ci abbiamo un mezzo sicuro da rovinare affatto Salicotto nello spirito della marchesa di Campidoro.

Non ostante i dolori del suo piede, queste parole ebbero forza di scuotere Marone.

—Davvero! esclamò egli facendo un movimento come per alzarsi. In che modo?

—Le dirò tutto poi a miglior occasione. Per ora stia tranquillo, ed esaminiamo un poco questa gamba. Dov'è che le duole?

Tastato ben bene di qua e di là, in mezzo agli omei del paziente, il signor dottore si dirizzò sulla persona con piglio d'importanza, guardò intorno a sè con aria trionfale, e sentenziò gravemente che quella gamba doveva dolere, perchè la si era fatta male.

—È rotta? dimandò Marone tremante.

Lombrichi si lisciava la barba guardandosi di nuovo nello specchio.

—No, rispose, frattura non c'è, ma lussazione completa.

Soggiunse che da solo non avrebbe potuto rimettere l'osso a posto, ma che ci sarebbe occorso un chirurgo; e siccome l'operazione non sarebbe tanto facile, e poteva anche essere penosa, stimava fosse meglio che Marone venisse trasportato nella sua abitazione, il che secondo lui, si poteva fare senza inconvenienti, purchè coi dovuti riguardi. Selva si offrì di andare a provvedere al bisognevole, e la sua offerta venne accettata.

Agapito, che in quel luogo ci stava con non poco disagio, propose di far discendere frattanto l'infermo sino al suo alloggio agli ammezzati, che là avrebbe potuto esser meglio coricato per attendere la barella, e tutte quelle scale già discese sarebbero un tanto di fatto, quando poi questa fosse giunta. Il medico non dissentì, e tosto si accinsero a trasportarlo i garzoni dello speziale, che erano venuti su ancor essi ed alcuni uomini fra i vicini accorsi.

In quella sopraggiunsero Vanardi e l'ortolano Matteo.

—Ah! siete qui voi? disse a quest'ultimo Marone, il quale stava per essere sollevato a braccia dal giaciglio. Vedete in quale stato io sono ridotto… Ahi, ahi!… fate piano per carità!… Ditelo a chi vi ha mandato… e che per un poco non posso occuparmi nè di lui nè del quadro che gli preme…

Ma queste ultime parole gli erano appena sfuggite ch'egli, vedendo lì accosto anche Vanardi, si morse le labbra. Per Antonio queste parole non erano passate inavvertite.

Quando Marone fu portato fuori, e dietro di lui furono usciti lo speziale, il medico ed i curiosi, il pittore arrestò Matteo che voleva partirsi ancor esso.

—Una parola se vi aggrada, gli disse.

—Parli, parli pure: rispose il contadino con tutta premura.

—Scusate se v'interrogo, ma si tratta di cosa che mi preme assai. Voi siete stato mandato al vostro padrone da qualcheduno per cagione d'un quadro?

—Non so per che cosa sia. Il signore che appigiona la villa mi ha dato una lettera pel padrone e mi ha detto venissi giù a portargliela e ne aspettassi la risposta.

—Chi è questo signore?

—Il signor Nicolazzo.

Rosina, che era lì ad ascoltare, interruppe vivamente.

—Nicolazzo!… Tò, tò… non mi sbaglio, questo è il nome che il padrone di casa dava a quel brutto signore che è venuto qui pochi giorni sono, e che rimase incantato innanzi a questo ritratto.

L'attenzione e lo sguardo di Matteo dall'atto di Rosina furono chiamati sopra il quadro che ben sappiamo; appena l'ebbe osservato, l'ortolano fece un gesto di sorpresa.

—Oh bella! esclamò. Loro li conoscono dunque i signori Nicolazzo?

—No… Perchè mi chiedete ciò?

—Se qui ci hanno il ritratto della signora.

—Della signora Nicolazzo?

—Sicuro. La è tutto dessa, se non che qui in questa pittura la sta bene, e laggiù poveretta, pare a due dita dalla fossa.

Vanardi si sentì tutto commuovere.

In quella si aprì l'uscio ed entrò Selva che tornava dall'aver adempito l'assuntosi incarico.

Antonio si slanciò verso di lui, esclamando vivamente:

—Mio caro, finalmente la povera Gina è trovata!

Giovanni domandò spiegazione delle pronunziate parole a Vanardi, il quale gli disse in breve ciò che testè era intravvenuto con Matteo: Selva si volse a quest'ultimo.

—Da quanto tempo, gli chiese, codestoro sono in quella villa?

—Da due anni e più… sì, saran due anni all'autunno scorso.

—E' converrebbe, brav'uomo, che voi ci raccontaste per filo e per segno tutto quello che riguarda codesta gente, dal dì che li conoscete. Non e vana curiosità la nostra, ma ci sono in giuoco dei tremendi interessi, e voi, parlando, ci aiutate forse a compire un'opera buona.

Matteo non si fece pregare; e, recatosi alquanto sopra sè, fece di poi il racconto seguente:

—Questi signori arrivarono a Valnota una sera di tardo autunno, che le foglie erano già quasi tutte cadute. Il padrone era venuto pochi giorni prima a far mettere in ordine il casino, e non ci aveva detto altro se non che dall'oggi al domani sarebbero capitati dei pigionanti ai quali egli stesso avrebbe rimesso le chiavi… Quando giunsero, ventava forte e cominciava far piacere lo stare presso al fuoco. C'eravamo appunto mia moglie ed io e Gaspare, un bardotto di garzoncello che mi tengo per aiutarmi nei lavori più grossi. Sento la trottata di due cavalli… che da noi la notte è tanto quieta da sentire il soffio della grisa, che è la nostra cavalla, ad un centinaio di passi lontano… Sento adunque il trotto di due cavalli e il rotolare d'una carrozza che si ferma all'altezza della palazzina civile. Pan, pan, pan: si picchia forte al portone… Convien sapere che il casolare che noi abitiamo è in fondo al cortile; il palazzotto è verso la strada, e il suo portone ci mette; il giardino è da una parte e l'orto dall'altra della palazzina; noi, dal nostro casolare, abbiamo anche un'uscita di dietro che dà sopra una viuzza per cui si va ai campi.

«—Sono i forestieri che il padrone ci ha annunziati: dico subito alla moglie.

«—Può darsi, risponde essa.