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La carità del prossimo

Chapter 23: XXI.
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About This Book

The narrative follows a modest painter who shares an attic studio with a fretful wife and several children while sinking under mounting debts; creditors from the landlord to the grocer and baker threaten eviction and daily humiliation. A parsimonious property owner, self-made and ostentatiously pious, refuses mercy, while an apothecary displays unpaid commissioned canvases. Through intimate domestic detail and neighborhood caricatures, the work examines artistic precariousness, social hypocrisy, the tensions between appearance and genuine compassion, and the small acts of charity and indifference that shape communal life.

«—Accendi un lume; le dico: io e Gaspare andiamo ad aprire.

«La moglie accende una lucernetta che dà in mano al garzone, io do mano ad un randello ch'è sempre dietro l'uscio, perchè in quel luogo solitario, con tanta gente senza timor di Dio, non si sa mai, e ci avviamo verso il portone. Traversavamo il cortile ed ecco il picchio ripetersi più forte.

«—Buono! dico a Gaspare, pare che la pazienza non sia la virtù di questa gente—Chi è? dimando giunto alla porta.

«—Siamo i pigionanti, mi risponde una voce cupa e rauca. M'affretto ad aprire, prendo il lumicino dal bardotto, metto la palma della mano dietro la fiammella per veder bene, e mi si presenta innanzi una faccia così poco da cristiano ch'io fui ad un pelo da ribattergli lo sportello sul muso e tornarmene senza altro al mio fuoco.

«Sulla strada era ferma la carrozza: l'usciòlo n'era aperto e dentro ci si vedeva un inviluppo che pareva un fardello di stoffe buttato là. Il signor Nicolazzo, che era quel brutto che mi si era presentato, mi disse imperiosamente con quella sua voce cavernosa:

«—Aprite tutto il portone, che la carrozza possa entrare sotto l'atrio.

«In un momento fu fatto. Allora la carrozza entrò e si fermò in faccia la scala. Il signor Nicolazzo mi disse:—Al primo piano c'è una stanza da letto che guarda nel giardino.

«—Signor sì, risposi.

«Ed egli:—Mandate tosto ad accendervi un buon fuoco e prepararvi il letto.

«—Il letto è bello e pronto: dissi; e il fuoco in due minuti è acceso.

«Ci mandai Gaspare: il signore riprese vivamente:

«—Ci avete bene la moglie?

«—Sì signore: dissi.

«—Mandatela lei colà, disse, e che aspetti in quella stanza, e quel giovinetto, disse, venga ad avvertirci quando tutto sia pronto.

«Fu fatto a suo senno. Teresa, che è mia moglie, andò su, e mentre s'aspettava il tornare di Gaspare, io aiutai il cocchiere a levare dalla carrozza i bauli. Nella carrozza nulla non si mosse mai, come se non vi fosse anima viva: quel mucchio di panni era sempre immobile. Quando Gaspare venne a dirci che si era in ordine, il signore pose il capo nell'interno della vettura e chiamò:—Gina!… Gina!…

—Ah! interruppe Vanardi con emozione, l'odi tu Giovanni? Non c'è più dubbio. Poscia, volgendosi a Matteo;—Era la moglie a cui dava questo nome?

—Sì signore: e la moglie era quel certo fascio di robe che ho detto. Nello stesso tempo che il marito la chiamava per nome, io avanzava il lucernino a fare un po' di lume. Al suono di quella voce, oppure a quel subito chiarore, la signora diede in un improvviso scossone e mandò un picciol grido, come spaventata. Vidi drizzarsi della persona una donna macilenta, pallida, con sembianze di sofferente, che girava intorno degli occhioni larghi, ardenti, come li vidi già a taluno che aveva le febbri nella testa e spauriti come quelli di uno spiritato.

—Poveretta! esclamò Antonio.

—Guardò essa il marito, mandò un altro grido e si ricacciò indietro rincantucciandosi, tremando, sclamando con voce rotta dallo spavento:—«No, no, lasciatemi.»—Il signor Nicolazzo se la prese con me—«Che fate voi qui? disse, niquitoso come un basilisco. Le avete scaraventato sulla faccia il vostro lume, disse, che l'avete fatta destarsi in soprassalto. Traetevi in là, disse, e non vi accostate più ch'io non vi chiami.» Ubbidii. E' si mise con mezzo il corpo nella carrozza e parlò tanto piano che non ne udii sillaba. Dopo un poco si drizzò e si rivolse verso di me e del garzone che stavamo chiotti chiotti, in un angolo:—«Venite qua, disse; bisogna levarla di là pian pianino, com'ella è, e trasportarla sul letto. La è svenuta, disse. È malata da lungo tempo, e la fatica del viaggio, disse, l'ha indebolita troppo più che non credessi.» Diedi il lume a Gaspare e la presi pianamente dov'ella era: la poverina non pesava guari più che un cuscino di piume; la portai su delle scale e il marito dietromi, fino alla stanza preparatale, dove Teresa stava aspettando.

«Ed ecco in che modo arrivarono. La carrozza se ne partì per donde ella era venuta, ed essi non si mossero mai più, senza che noi ne sapessimo altro…. Ah! soltanto pochi giorni sono, il signor Nicolazzo s'allontanò dalla villa e stette fuori un giorno: è la prima volta che ciò gli avvenne. Il padrone era venuto a riscuotere l'affitto, come fa ad ogni semestre; chè sono le sole occasioni in cui egli ci mette il piede; ed egli è la sola persona che ci venga. Adunque egli era venuto, e quando fu per ripartirne, il signor Nicolazzo venne da me e mi disse che si sarebbe allontanato per alcune ore—e se n'andò via diffatti col padrone—badassi bene alla casa ed a sua moglie, e le mandassi presso a custodirla la mia Teresa, perchè quella poverina avendo perso il ben dell'intelletto….

Antonio e Giovanni mandarono un'esclamazione.

—Sicuro! riprese Matteo. E dapprincipio conveniva sempre esserle a' panni, perchè la voleva scappare ad ogni modo e da ogni finestra voleva buttarsi. La mia buona moglie le ha fatto un'assistenza!… Perchè il signor Nicolazzo non vuole servitù per la casa, e, tolta una meschinella fante che non esce fuori della sua cucina, siamo noi che facciamo tutto. E la prima cosa che il signor Nicolazzo disse a mia moglie mettendola presso alla sua, si fu questa:… «Badate bene, disse, che di quanto possiate udire da quest'infelice, voi non avete da tener memoria nè ripeter verbo con persona al mondo, chè altrimenti, disse, mal per voi!…» Teresa promise e tenne così bene la parola che nemmanco meco non si lasciò sfuggire mai pure una sillaba. Del resto, poverina!… la sua pazzia è la più innocua che esser possa, e la non sarebbe capace di far male nè anche ad un moscherino. Certi giorni non fa che piangere, piangere; certi altri, ma sono i meno, ride e canterella come un bambino ancora nell'innocenza. Delle intiere notti sta in piedi, e va e viene per la sua stanzuccia che pare una fantasima; e il marito allora veglia ancor esso, ma nella camera vicina, che la non lo soffrirebbe nella sua per nissun patto, e parecchie volte ch'egli le si accosta essa da in convulsioni tremendissime che sono una pietà e uno spavento a vederla. A poco a poco però la si è avvezzata a que' luoghi, non ha più cercato di scappare, ed ora anzi la ci si piace…. Ma, forse io faccio male a raccontar loro tutte queste cose.

—No, brav'uomo: disse Giovanni, voi fate invece un'opera buona, perchè ci aiuterete a levar dalle mani d'un mostro una povera innocente ch'egli tormenta.

—In vero che la mi par così anche a me, se ho da dire proprio ciò che penso; quel signor Nicolazzo io non lo posso soffrire… E poi lei signore (ed accennò a Vanardi) è stato così buono per me, che io mi sono sentito di botto una gran confidenza a suo riguardo…. Ma intanto il tempo se ne va, e non vorrei perdere il vapore. Mia moglie mi aspetta e manderà il garzone colla carrettella alla stazione della ferrata, e se poi la non mi vedesse arrivare, la buona vecchia non se ne darebbe pace.

Tolse commiato, che fu da tutte due le parti affettuoso come fra gente che si conosce da un pezzo, e discese le scale più affrettate che ei poteva. Ma giunto Matteo al pianerottolo degli ammezzati, ecco un altro intoppo ad arrestarlo.

L'uscio dell'alloggio d'Agapito s'aprì di botto e comparve Anna colla sua pezzuola da villanella in testa ed un fardelletto sotto il braccio.

—Eccomi qui, diss'ella vivamente. Lo zio per fortuna non è in casa, andiamo, andiamo presto, che mi par mill'anni di esser lontana di qui.

—Ma dove abbiamo da andare? chiese Matteo.

—Ve lo dirò quando saremo per istrada.

E, senz'aspettar altro, Anna si chiuse l'uscio dietro di sè, e preso il contadino per un braccio, lo trasse seco giù della scala.

Camminarono un poco per la strada senza parlare. La giovane andava di buon passo e con sembianza irrequieta, come se temesse di essere seguitata e raggiunta. Matteo l'arrestò.

—Mia cara, le disse, io vorrei sapere dove andiamo: non ho tempo affatto da indugiarmi se non voglio perdere il vapore.

—Noi ci andiamo appunto al vapore, rispose la ragazza guardandosi attorno timorosa; venite, venite… Io partirò con voi, e voi mi farete la carità d'accompagnarmi.

Matteo allargò tanto d'occhi.

—Partire!… E lo zio lo sa?

—No. Egli non mi lascerebbe andare, ed io ne ho bisogno. Non posso più durarla così, non posso più viver qui.

—Volete dunque abbandonare la casa dello zio?

—Sì.

—Ma, mia cara: cominciò il vecchio con accento di rampogna.

—Ah! non mi farete cambiar pensiero, Matteo: interruppe Anna. Da lungo tempo meditavo di far così.

—Lo zio vi tratta dunque ben male?

—No, no: rispose la giovane impacciata. Ma io sono avvezza alla vita del paese, ho bisogno di quell'aria, qui in città soffoco.

—Eh! c'è un altro guaio, disse Matteo: gli è che io non istò più al paese.

Anna impallidì, giunse le mani, e con tanta passione che il vecchio ne fu tocco, esclamò:

—Oh mio Dio!

—Io sto a Valnota….

La faccia della giovane tornò ad illuminarsi d'un raggio di speranza.

—Oh non importa. È sempre dalle nostre parti; non è lontano dal paese che dieci miglia. Ci andrò bene di colà al villaggio da me sola.

—Ma che cosa volete farvi al villaggio?

—Lavorerò, mi metterò da serva presso qualcheduno, andrò da manovale in giornata, farò di tutto, purchè me ne viva colà.

—Voi siete dunque ben infelice qui? disse il vecchio commosso.

—Oh tanto! oh tanto! esclamò la poveretta; poscia, prendendo una mano del contadino e serrandola: per amor di Dio non mi abbandonate!…

Matteo fu vinto.

—Ebbene, venite, disse bruscamente; siete una buona e brava giovane, me lo ricordo, che il lavoro non ispaventa. In un modo o nell'altro si troverà bene dove allogarvi e forse, forse… Basta, non sarà mai Matteo che lascierà mancare d'aiuto una sua compaesana.

XX.

Matteo ed Anna arrivarono sull'imbrunire al paese a cui dovevano discendere dal treno della ferrovia, affine di recarsi poi per una strada comunale alla villetta in territorio di Valnota.

La giovine incominciava a riconoscere i luoghi della regione a cui apparteneva il suo paesello e il cuore le palpitava dolcemente. Ella poteva già scorgere le sue montagne, le sue valli, le dilette pendici; e quei luoghi le richiamavano vivo vivo il passato alla mente, e la ritornavano, come dire, nella tranquillità e nelle gioie d'una esistenza ch'ella aveva affatto perduta da quel momento, in cui ella aveva dato l'addio al suo villaggio. Gli occhi le si inumidivano di lagrime, ed ella, stringendo il braccio del vecchio contadino che le stava accosto, designava col dito ogni picco, ogni punta di collina che le apparisse, dicendone il nome con vero affetto.

Commozione siffatta si comunicava al buon Matteo che amava pur esso di pari amore quella contrada, e quasi pareva anche a lui di rivederla con nuovo e maggior diletto, e un medesimo sentire attemperando quelle due anime faceva nascere tra di loro una più spiccata simpatia. E poi, al povero vecchio, cui tanto dolore aveva dato un figliuolo, la confidente amorevolezza e la quasi figliale osservanza con cui quella giovane lo trattava riusciva come un sollievo, leggero sì, ma pure non inefficace. Ed alla giovane, avvezza ai mali trattamenti d'Agapito, priva da tanto tempo di ogni mostra non che d'affezione, ma del menomo interesse, il piglio buono, famigliare e schietto del vecchio era una squisita e cara amorevolezza.

Uscirono dalla stazione il vecchio prima e la ragazza dietrogli. Gaspare era fuori sulla spianata, ritto sulla carrettella, che faceva chioccare la frusta a tutt'andare di braccio per annunciare la sua presenza, e il cavallo bigio dell'ortolano, fra le stanghe del veicolo, teneva giù la testa verso terra, senza commuoversi punto a quello schioppettio.

In breve furono saliti nella carrettella, il vecchio e la giovine ch'egli conduceva seco, a veder la quale Gaspare il garzone si era stupito non poco, non sapendo chi ella potesse essere e per qual modo avere col suo padrone attinenza.

Non ci volle molto tempo, benchè il cavallo non fosse de' più veloci corridori, per giungere alla loro destinazione. Il bianchiccio del palazzotto cominciava ad apparire nello scuro della notte, che era discesa intieramente. Non un lume ci si vedeva, non una riga di luce che filtrasse pel fesso d'una imposta di finestra. Gaspare fece voltare il cavallo in una straduccia più angusta, peggio mantenuta, sfondata e guasta, la quale menava alla porta per cui s'entrava nell'abitazione rustica, e per cui passavano sempre i contadini. Quella porta era chiusa, ma Teresa, avendo udito il rotolare della carrettella sul suolo ineguale e ronchioso della stradicciuola, si veniva affrettando ad aprirne i battenti. Gaspare fermò la grigia e saltò giù ad aiutare la padrona a spalancare le pesanti imposte del portone.

—Buona sera, Teresa: disse l'ortolano dal suo posto.

—Buona sera, Matteo: rispose la donna. Hai fatto buon viaggio? La ti va bene?

—Sì, grazie…. Eccoci qui sani per grazia di Dio.

Ma nella pronunzia di queste parole l'affetto della donna sentì l'accento d'una profonda mestizia dell'animo, onde alzò ella il lumino che teneva in mano per vedere in faccia il suo uomo, disposta, come pareva, ad altre interrogazioni in proposito; ma i raggi della lucerna caddero sulla giovane rincantucciata nel carrozzino.

—Oh, oh! disse Teresa, tu ci meni qualcheduno.

—La è un'antica nostra conoscenza, rispose Matteo; sai bene, la piccola Anna del nostro vicino Gianantonio.

Teresa alzò di meglio il lume e fece sbatterne la luce nuovamente sulla faccia della giovane.

—Che! diss'ella, proprio dessa?

Anna sportasi in fuori, accennava di sì, sorridendo mestamente.

—E come qui da noi? domandava la donna di cui s'era desta vivissima la curiosità. Dove l'hai rintoppata Matteo? Eravate, se non la sbaglio, allogata a Torino presso un vostro zio. Ve ne siete dipartita? E dove siete diretta? forse al paese?

Mentre la Teresa faceva queste interrogazioni, Matteo era disceso dalla carrettella ed aveva aiutato la giovane a venir giù essa pure.

—Per ora la è qui con noi: disse il vecchio ortolano, interrompendo alquanto bruscamente le ciarle della moglie: dove l'abbia da andare e quel che da fare ne discorreremo poi a miglior agio; frattanto entriamo in casa, chè qui tira un maledetto venticello che ti figge i fianchi.

Mentre Gaspare staccava la grigia, e la menava in istalla, e le metteva innanzi l'abbondante profenda, Matteo, Teresa e la loro ospite s'intromisero nella cucina a pian terreno, rallegrata dalla vampa d'un bel fuoco fiammante nell'ampio camino, dove cuoceva in un capace paiuolo la cena.

Fecero sedere la ragazza presso al focolare e Matteo le si pose in faccia sul basso sgabello che gli serviva di solito. Teresa, per riscaldar di meglio gli arrivati, riempì due scodelle di quel brodo che bolliva nel paiuolo a cuocere la minestra, ne diede una prima ad Anna, e l'altra poi al marito, dicendo:

—Bevete, che ciò vi vorrà far bene. E intanto la cena sarà presto all'ordine. Avrai fame tu Matteo, non è vero?

Il vecchio scosse la testa e mandò un sospiro: allora la moglie notò sul volto di lui le traccie d'un dolore profondo.

—O mio Dio! che cosa ci hai? dimandò essa con affannosa sollecitudine. T'è capitato qualche cosa?

Matteo si sforzò ad abbozzare un calmo sorriso.

—Nulla, nulla: diss'egli.

Ma la donna guardandolo fiso:

—Sì che c'è qualche cosa… Ah! che indovino…. Tu hai saputo di quell'altro… tu lo hai visto….

Il marito mostrò colla sua emozione come bene la Teresa si fosse apposta, ma l'interruppe bruscamente.

—Per adesso lasciamo stare codesto; ne parleremo poi.

In quella entrò Gaspare.

—Sentite Matteo, diss'egli, c'è qui fuori il pigionante che v'aspetta e vuol parlarvi.

—Ah! disse l'ortolano levandosi in fretta: ei viene a cercar la risposta al suo biglietto; ed io bestia non mi ricordavo manco più di lui.

Uscì sollecito; il pigionante andò vivamente incontro all'ortolano, appena lo vide comparire.

—Ebbene? diss'egli: la lettera di Marone?

—Non ne ho di sorta: rispose Matteo.

Nicolazzo, o per meglio dire Orsacchio, perchè oramai per noi egli si cela invano sotto quel finto nome, alzò impetuosamente la testa, come cavallo che adombra e mandò un lampo dagli occhi.

—Come mai?

—Se vuol favorire un momento in mia casa… Qui fa un certo freddolino…

—No, interruppe il burbero, dite su, e siate spiccio.

Matteo contò più breve che seppe ciò che era accaduto a Marone;
Orsacchio mozzicò una bestemmia fra i denti.

—Converrà dunque che ci vada io stesso, diss'egli parlando a sè medesimo; poi volto a Matteo e facendogli un piccolo cenno del capo come a congedarlo, soggiunse: va bene.

L'ortolano fece un rispettoso saluto e stava per rientrare; il pigionante lo ritenne con una esclamazione:

—Ah! diss'egli: mia moglie sta peggio. Se lungo la notte avessi bisogno d'alcuno di voi, come dovrei fare?

—Mandi senz'altro la fante a picchiare al nostro uscio; qualcheduno di noi sentirà di sicuro, e ci affretteremo a' suoi cenni.

Ritornando nella cucina, Matteo disse di botto alla moglie:

—Madama Nicolazzo sta male, e il marito teme d'averci da chiamare sta notte.

Teresa giunse le mani e scosse la testa.

—Poverina! esclamò: son due giorni che soffre più dell'usato. La è proprio una compassione il vederla.

La cena era pronta. Anna fu posta a sedere tra Matteo e sua moglie, al fondo della tavola sedette il garzone: la ragazza aveva bisogno grandissimo di sostentamento, e la buona Teresa la sollecitò con ogni amorevolezza a saziarsi. Matteo potè appena trangugiare qualche boccone: e la moglie inquieta, che non ispiccava il suo sguardo dalla faccia pallida del marito, non fece neppur essa molto onore alla gustosissima minestra che spandeva un consolante odore per tutta la cucina, ed a cui, per parte sua, Gaspare mostrò col fatto una stima tutto particolare.

Teresa si levò la prima di tavola; la mestizia del suo uomo, di cui ella pur troppo indovinava la cagione, si era riflessa nel volto e nell'animo di lei. Ella accese un altro lume, e sulle mosse per uscir dalla stanza, disse ad Anna:

—Vado a prepararvi un letto… Ah! non sarà, nè esso nè la camera, da signori, sapete… Siamo povera gente noi…

Anna l'interruppe pigliandole amorevolmente la mano.

—Ah, Teresa, credete voi ch'io sia stata nella bambagia fin adesso? Sapete anche voi se sin da piccina ho dovuto sì o no far conoscenza colla povertà: e dacchè le buone anime dei miei si partirono di questo mondo, se sapeste come ho vissuto!… Mi metteste anche sullo strame, sotto la tettoia, ci starei meglio… Non è di ciò che mi vorrei lamentare. Sono avvezza da tempo a cosiffatte cose. Per me, nessuna sorta d'agi richiedo, ma solo un po' di pace e d'affetto…

E le lagrime le brillavano in pelle in pelle.

—Pover'anima! disse Teresa commossa; ne avete ingollate di amare.

Anna sentì che aveva quasi il dovere di spiegare alla buona massaia com'ella fosse venuta colà e in tal modo, e che quello era per ciò il momento opportuno.

—Oh non dirò ciò che ho sofferto: rispose. Voglio dimenticarlo, e l'ho già perdonato. Forse il torto era mio più che d'altrui. Ma non potendo più reggere mi sono risoluta, qualunque cosa dovesse avvenire, di tornare a vivere nel mio paese. Colà almeno qualcheduno mi conosce, qualcheduno forse mi vorrà un po' di bene. E me ne siete prova ed augurio voi che mi avete accolta così generosamente.

—Eh! lasciate un po' stare, disse la donna: vedete mo' se gli è il caso di simili discorsi.

Anna riprese narrando come la vista di Matteo in casa lo zio avesse di botto reso più violento il suo desiderio di tornarne al villaggio, come quella le fosse parsa un manifesto eccitamento ed un aiuto al suo disegno mandatile dalla Provvidenza, e quindi ella si fosse determinata a non lasciare sfuggire l'occasione.

—Non ho pur tentato, soggiuns'ella poscia, di continuare il mio cammino per il villaggio, chè l'ora era troppo tarda e sapevo non me l'avreste permesso; ma domani io torrò congedo da voi, dolente di non potervi lasciare altro attestato della mia gratitudine che i miei ringraziamenti.

—Zitto lì, saltò su di nuovo la Teresa; voi parlate come se foste in città fra quella bella gente dalle frasi colle stampite. Eh! con noi è un altro par di maniche; noi abbiamo il cuore alla mano, e quel che facciamo non è per esserne ringraziati.

—Domani, disse a sua volta Matteo, lasciamolo stare il domani. Badate a riposarvi adesso, e non ponetevi in pensiero del resto. Quando ci saremo, a domani, ne discorreremo dell'altro.

La donna s'avviò: Anna rattamente le fu accosto e le tolse il lume di mano.

—Vengo con voi, Teresa, diss'ella, se me lo concedete, vi ci aiuterò per quanto valgo.

Scambiati gli auguri per la notte con Matteo, la ragazza uscì colla
Teresa.

Matteo si ridusse ancor egli nella stanza coniugale. Quando Teresa entrò poscia colà, lo trovò abbandonatamente seduto sulla cassapanca appiè del letto, la testa fra le mani e le lagrime agli occhi. Era egli immerso in riflessioni che parevano altrettanto tristi quanto erano profonde: teneva le braccia appoggiate alle sue ginocchia, il corpo accasciato sulle reni, il capo chino e gli occhi, con quello sguardo atono che nulla vede, fissi innanzi a sè.

Teresa gli si accostò pian piano, e lo toccò leggermente sur una spalla; il vecchio si riscosse in sussulto e levò verso la moglie la sua faccia melanconica e gli occhi inumiditi.

—Matteo, disse la donna, io ho indovinato… Tu colà a Torino hai avuto novelle di Tommaso.

A questo nome l'ortolano sorse in piedi con impeto.

—Taci lì: gridò con accento che pareva sdegnato. Te l'ho pur detto, e più d'una volta, che di colui non volevo più che mi si parlasse, che non volevo più mai udire quel nome.

Teresa rimase un poco in silenzio quasi mortificata; poscia riprese a parlare con tutta amorevolezza:

—Tu hai lì dentro una gran pena, lo vedo, e tacere non ti giova, ma ti fa anzi maggior male ancora. Sono certa che tutto ciò proviene da…. da colui che non vuoi che io nomini; e se non è così non dovresti aver nessuna ripugnanza a dirmi la ragione di quella tua melanconia che vorresti, ma non puoi nascondermi.

Matteo non era uomo da resistere inconcusso alle amorevoli sollecitazioni della moglie; finì per narrarle tutto quanto gli era occorso coll'ingrato figliuolo, e di belle lagrime ne versarono insieme quegli infelici genitori.

Anna, da canto suo, benediceva e ringraziava intanto il Signore, perchè il suo disegno fosse così felicemente riuscito, e quella sera le si accordasse sì benevola e gradita ospitalità.

La stanza in cui l'avevan posta era modestissima, imbiancata a calce, non d'altro fornita che d'un letto, di poche seggiole e d'un cassone, ma pulitissima. A capoletto c'era il solito aquasantino, il ramoscello d'ulivo benedetto e un quadro a cornice grossolana di legno non inverniciato, in cui ci era la stampa orrendamente colorita di rosso, di celeste e di giallo della Madonna dai sette dolori. La finestra guardava nel cortile, precisamente in prospetto all'angolo del palazzotto dalla parte del giardino. La nostra giovane guardando traverso i vetri vide che una camera sola del palazzotto era illuminata, quella appunto che si trovava l'ultima verso il giardino e, posta in sulla cantonata, aveva un'apertura a ciascuno dei lati, un verone sopra il giardino, una finestra verso il cortile.

Dietro i cristalli di quella finestra, Anna vide un'ombra, che conobbe tosto per quella d'una donna, andare e venire irrequietamante, e le parve smaniasse e si muovesse come persona assalita da turbamento fortissimo. Talvolta la si fermava innanzi alla finestra e levava le braccia agitandole, poi si cacciava le mani sul capo, come per istracciarsi e sciuparsi i capelli, e ad un tratto le braccia le ricadevano come svigorite subitamente. E sembrava ad Anna che questi atti di maggior dissennatezza fossero accompagnati da certe voci, da certi lai, che non ostante la distanza e l'esser chiuse le due finestre, giungessero pur tuttavia fiochi e rotti sino a lei.

Anna aprì i vetri. S'era messo un tempo fosco, basso e d'un freddo umidiccio che penetrava nelle ossa e gelava il sangue. Un nevischio minuto minuto turbinava sotto le folate d'un vento del nord che fischiava fra i rami secchi degli alberi e alle cantonate delle case. La nostra giovane non udì voce umana, e facilmente si persuase che il sibilo del vento l'aveva tratta in inganno.

La donna della camera in prospetto parve pure tranquillarsi in quella; essa s'era ritratta e non compariva più che a maggiori intervalli lenta e quieta come persona che passeggi sovrapensieri. Anna si tolse alla finestra mezzo abbrividita, richiuse le imposte, e quando si trovò poi ben coperta e ben riparata nel suo letto benedì anche una volta il Signore che le avesse concessa una tanta fortuna.

XXI.

Quanto tempo avesse dormito, Anna non lo avrebbe saputo dire; quando fu svegliata nel cuor della notte da un forte e pressante picchiare all'uscio da basso.

Saltò su sollecita, mentre udiva la voce del servitore Gaspare che gridava:

—Chi va là?

—Son io, sono la Menica: rispose una voce di donna.

—Vengo subito.

—Oh, non occorre. Io scappo tosto, chè qui c'è da agghiadare… È la padrona che sta male, e non vuol più veder nessuno intorno a sè, e la Teresa è la sola cui forse la soffrirà d'avere allato. E il padrone mi manda a pregarla volesse un poco venire….

La Teresa medesima, che aveva udito il dialogo, qui entrò in mezzo.

—Ci andrò tosto che potrò: diss'ella aprendo una finestra; ma gli è che anche il mi' uomo non istà bene, e mi levavo appunto per scendere in cucina e fargli una scodellata di caffè.

—Fate più presto che potete: disse dal cortile la voce della serva d'Orsacchio, che ne abbiamo gran bisogno di voi, e il padrone mi ha proprio detto di pregarvene con tutta istanza.

La fante si partì, Teresa richiuse la finestra. Nel silenzio che succedette, alle orecchie di Anna che si vestiva in fretta, senza pur sapere che le toccasse di fare, giunsero alcune grida strazianti tra d'orrore e di spavento. Non era, no, una illusione; quelle grida venivano proprio da quella camera del palazzotto, la quale, già prima d'andare a letto, aveva attirata l'attenzione della ragazza.

Costei frattanto, dovendo vestirsi allo scuro, perchè non aveva fiammiferi da accendere il lume, aggirandosi a tentoni per la stanza a trovar l'uscita e poi ad imboccar la scala, non potè scendere in cucina prima che Teresa avesse già acceso il fuoco, e postovi sopra, appiccato alta catena, un ramino, che in mancanza di cuccuma, le serviva per fare il caffè.

—Voi qui, figliuola mia! disse Teresa meravigliata di vederla. Che cosa siete venuta a fare?

—Ho udito che son venuti a chiamarvi per la signora del palazzo; udii pure che compar Matteo non istà bene, e son qui per vedere se posso essere utile in alcun modo.

—Vi ringrazio… Ma coll'aiuto qui di Gaspare…

—Oh, non mi rinviate, vi prego… In tre potremo far meglio che in due.

—Ebbene, come volete: ecco qui l'acqua che sta per bollire; fateci il caffè: la scatola del macinato è qui sulla tavola. Lo porterete caldo caldo al mi' uomo… Ed io frattanto correrò a vedere la signora.

—Spero che il malessere di Matteo non sia nulla: disse Anna mentre la
Teresa già s'avviava per uscire.

—Ah! pur troppo il pover'uomo ha molto male: disse la donna fermandosi. Egli ieri ha avuto un gran colpo… Soffre, poveretto!…. Siamo ben disgraziati, cara la mia fanciulla.

—Voi? esclamò Anna. Voi così buoni e pietosi verso gli altri!

—Dio ci ha dato una gran croce… Pazienza!… Non restiamo più che noi due vecchi soli a volerci bene… Povero Matteo!… Ah! non fo bene a lasciarlo adesso per quell'altra, che in fin dei conti non mi è nulla di nulla.

Anna fu pronta a suggerire ciò che di certo passava per la mente della donna e che non osava manifestare.

—Se provassi a recarmi io in vostra vece presso quella signora? diss'ella. Di buona pazienza e di buona volontà per accudire ai malati oso assicurare che non ne manco.

—Ecchè! esclamò Teresa: voi ci andreste?

—Certo che sì. Solo che Gaspare mi venisse a guidarci.

—Siate benedetta, la mia brava figliuola! Possiamo tentare. Se poi la povera inferma non vi vuole nemmanco voi, allora vedremo… E può anche darsi che frattanto Matteo migliori, ed io possa andarci senza più scrupolo. Tu, Gaspare, va ed accompagna questa buona ragazza, e menala innanzi al signor Nicolazzo, e contagli il fatto, e digli che non ha da riguardarsi per niente a metterla intorno a sua moglie, che glielo affermo io e che gli è come se ci fossi io stessa. Voi, poi, mia cara figliuola, ci rendete un servizio proprio di quei famosi.

Anna e Gaspare uscirono. Nevicava tranquillamente: il vento aveva smesso e i fiocchi cadevano larghi, lenti, con una specie di silenzio solenne. La finestra della camera di Gina era aperta non ostante l'ora e la stagione, e l'infelice stava là, al davanzale, disfatte e sparse le chiome, nudo il collo, discinte al seno le vesti, alla fredda temperatura di quella notte d'inverno. Parlava con una volubilità straordinaria, ora sommesso, ora forte, ora lentamente, ora con una rapidità convulsa. La sua voce a volta a volta era un mesto sospiro, un grido di collera, un lamento, una imprecazione; ora la si sfogava in pianto tranquillo, ora rompeva in urla disperate. Ma quello che dicesse non poteva capirsi bene, cotanto erano affollate le parole, tanto molteplici, varie, intralciate le idee.

I due giovani studiarono il passo per attraversare il cortile, e furono in un attimo al palazzotto.

La Menica attendeva al pian terreno. Si stupì assai nel vedere una giovane che non conosceva punto; ma Gaspare avendole spiegato la cosa in poche parole, essa li lasciò montare ambidue al piano di sopra.

Appena ebbe udito i passi di due persone che si accostavano, il marito di Gina, che vegliava nella stanza precedente a quella dell'inferma, corse loro incontro ed aprì l'uscio.

Anna, all'aspetto di quell'uomo, fu per indietrare dalla paura. La poca luce che mandava dall'interno della stanza la lampada accesa faceva parere più infossate, più livide, più cadaveriche le guancie di lui; l'occhio fosco, affondato, irrequieto, brillava d'una fiamma sanguigna; il contrarsi delle mascelle e delle labbra aveva qualche cosa di spaventato e di spaventoso, di feroce e di doloroso insieme. Dalla stanza di Gina venivano più miserevoli, più strazianti i lamenti.

—Che volete? chi siete? chiese bruscamente quell'uomo, vedendo la faccia sconosciuta di Anna.

Gaspare entrò innanzi ed espose l'ambasciata. Orsacchio appena lo lasciò finire.

—Che storia è questa? esclamò egli ruvidamente. Lo sapete ch'io non voglio gente estranea per casa. La Teresa non vuol venire? E se ne stia… Andatevene, non ho mestieri di nessuno.

Ma in quella la povera Gina gettò un grido più acuto d'ogni altro: la si udì sclamare:

—Sangue! sangue alle mani! Ah, quel sangue!

Ed un tonfo che risuonò fece capire ch'ella aveva dato uno stramazzone per terra.

Accorsero tutti nella stanza vicina senza più parole. La misera donna si giaceva disanimata, bianca come un sudario, gli occhi chiusi attorniati da un livido cerchio, uno de' smagriti e deboli bracci sotto il capo abbandonato: nel suo deliquio doloroso, nell'eccesso del suo male pur bella tuttavia.

Il marito le fu primo dattorno, e presala alla vita, la sollevò e la trasse sopra un divano che era lì presso. Anna aveva visto per colà un fazzoletto ed afferratolo tosto, l'aveva immerso nell'acqua e ne veniva bagnando la fronte e le tempia della svenuta.

Dopo un poco, Gina aprì gli occhi e girò intorno uno sguardo smemorato ancora, ma non più dissennato. Vide prima d'ogni altro il marito, e se ne discostò ratta con immenso orrore. Avvisò accosto a sè dall'altra parte una donna, e senza nemmeno guardarla in viso, le si gettò fra le braccia, e nascondendole il volto in seno, esclamò in tono di commovente supplicazione:

—Salvatemi! salvatemi!

Ma Orsacchio sapeva che la crisi, una di quelle a cui l'infelice andava soggetta, era passata oramai, e quindi quel po' di ragione che era sopravvissuta ai colpi crudelissimi di tanti dolori, tornava a pigliare il governo della povera vittima. Le pose una mano sulla spalla e con accento pieno d'intenzioni, e quasi direi di minaccia, disse lentamente:

—Gina! ora la ti va meglio; tranquillati… Ora ben riconosci chi son io.

La misera, al tocco di quella mano, al suono di quella voce, s'era messa a tremare di tutte le sue membra. Quand'egli ebbe detto, ella rimase un poco senza muoversi, quasi meditasse seco stessa sulle parole di lui; poi rialzò lentamente la testa e guardò. Ma non si volse dalla parte dov'era Orsacchio; fissò alquanto Gaspare, il quale s'accorse in quel punto d'avere ancora piantato sulla nuca il suo cappellaccio, e se lo tolse di fretta facendo uno stupido sorriso ed un goffo inchino.

—Lasciatemi, diss'ella con fievol voce appena intelligibile.

Orsacchio commentò quella parola, mostrando la porta con un gesto che non aveva mestieri d'ulteriore spiegazione.

Gaspare non se lo fece ripetere, e scomparve guizzando via fra i battenti semichiusi dell'uscio.

Anna, a cui l'inferma si teneva ancora abbracciata senza badarci, capì che quest'atto del marito era un comando anche per lei, e fece a spiccarsi dalla poveretta. L'attenzione di costei da questo moto fu tratta a quella donna che essa non aveva ancora neppure guardata. Stupì nel vedere una persona che non conosceva; ma sulla faccia di questa persona c'era tanta benevolenza, tanta generosa pietà, tanto interessamento per lei, che la povera Gina ne fu tocca di botto. E come la ragazza voleva dipartirsi, l'ammalata la ritenne dolcemente e le disse con ineffabile tenerezza, guardandola fiso, e, per così dire, bevendo cogli occhi la simpatia dal volto di lei:

—No voi, non mi abbandonate!

Anna diresse uno sguardo al signore, per interrogarlo sul come la dovesse fare; Gina comprese, e volgendosi al marito, pur senza levargli in viso gli occhi.

—Oh lasciatemela: disse vivamente.

Orsacchio si tacque.

—Lasciatemela.

Il marito le si accostò vieppiù, ed alzando un dito come a segno di ammonimento, disse fissandola:

—Ma!…

Gina, sollecita soggiunse:

—Non parlerò; ve lo prometto.

L'uomo fece un cenno approvativo col capo, quindi si ritrasse lentamente non cessando di tenere il suo fosco sguardo sulla moglie. Anche costei guardava fiso lui, paurosa, seguitandolo in ogni suo moto; quando egli fu fuori ed ebbe rabbattuto dietro sè l'imposta dell'uscio, ella si drizzò un poco della persona e mandò un sospiro come se sollevata dalla gravezza d'un peso che l'opprimesse; poscia si volse ad Anna, le prese le mani, la trasse a sè, le fece un po' di luogo sul divano al suo fianco e ve la fe' sedervi; allora, guardandola ben bene con curiosità infantile e benevola, le disse:

—Vi ho già vista alcune volte io? Mi par di no… Se non vi riconosco bisogna perdonarmelo… Ho tante cose nella mia povera testa… Non domandatemi quali, perchè non ve le direi… Oh no certamente… l'ho promesso… Siete forse la figliuola di Teresa? È una molto buona donna Teresa, e le voglio bene… Vorrò bene anche a voi se ne vorrete a me… I vostri occhi mi piacciono… Come vi chiamate?

—Anna.

—Anna: ripetè l'infelice chinando il capo in atto di meditazione: non ho mai sentito questo nome… Dite, mi vorrete bene?

La giovane levò le mani pallide e macilenti di Gina all'altezza delle sue labbra e le baciò con effusione.

—Oh sì, diss'ella, tanto, tanto!

Gina liberò le sue mani e le battè palma a palma con gioia fanciullesca.

—Brava! staremo insieme, sempre insieme. Vi torna? Ne ho tanto bisogno! Io sono sempre sola con…. Zitto! Non parliamo di ciò…. Saremo amiche… Ne avevo una di amiche…. Come la mi amava!… Mi hanno detto che è morta.

E due lagrime silenziose le vennero agli occhi. Essa le lasciò gonfiarsi, traboccar dalle ciglia, colar lentamente giù per le guancie, senza badarci. Poi cambiando ad un tratto di tono, domandò quasi brusco:

—Chi siete?

—Una povera orfanella che va cercando di guadagnarsi il pane col suo lavoro.

—Un'orfanella! esclamò Gina, rifacendosi affettuosa. Ancor io sono tale. Da giovine sono rimasta sola. Niun appoggio, niun consiglio, niuna difesa… Povera Gina!

Appoggiò il mento al petto e stette assorta. Anna le si pose intorno con mano delicata a rassettarle i panni, a ravviarle i capelli, ad accarezzarne la fronte. La povera donna sentiva una destra amichevole e gentile occuparsi di lei, ed una soave sensazione se ne diffondeva per tutto l'esser suo; gli era come una graduata invasione d'un fluido magnetico affettuosissimo. Riappoggiò la testa al petto della giovane, adagiò mollemente sopra il divano le sue membra stanche, e con carezzevole intonazione di voce:

—Contatemi la vostra vita, Anna, diss'ella; mi farete piacere.

Anna obbedì pronta. Narrò le poche vicende della sua semplice esistenza. Quando ebbe finito si chinò verso il volto della signora. Essa aveva gli occhi chiusi, l'aspetto tranquillo, calmo ed a cadenza il rifiato. Stretta al seno della ragazza, la s'era dolcemente addormentata.

XXII.

Orsacchio, scoperto che sua moglie amava, riamata, Adolfo Cioni, aveva costretto quest'ultimo a battersi con lui in un duello che era stato un assassinio, ed uccisolo. Poscia, preparato già tutto per una pronta partenza, s'era presentato alla moglie, le mani lorde di sangue del giovane, e seco l'aveva tratta ferocemente per torla al resto del mondo e farla vivere sola con lui, col suo rimorso, col suo dolore, coll'immagine tormentosa e la memoria dell'ucciso amante.

Quell'orrenda sciagura era caduta ad un tratto sul capo della povera Gina. Al venirle innanzi del marito, tremendo in vista e sanguinose le mani, un doloroso orrore l'aveva invasa, una di quelle inesprimibili strette di angoscioso raccapriccio che tutto sconvolgono un essere umano, e al cui urto sembra impossibile non si rompano le vene ed il cuore. Essa avea indietreggiato innanzi all'assassino, come favoleggiavano i Greci che si dovesse fare all'apparire della testa di Medusa, mezzo impietrita, mezzo fuor di senno; ed egli l'aveva afferrata ad un braccio ed a forza trascinatala e cacciatala in una carrozza, l'aveva fatta partire, ella non sapeva per dove.

Pensate che viaggio dovette esser codesto per l'infelice donna! L'unico uomo che essa amasse era spento, e l'uccisore era lì, presso di lei!… Non le sembrava avesse ad esser vero. Credeva d'essere come in un tristissimo sogno, oppressata dall'incubo, e che uno sforzo di volontà dovesse bastare a destarla e rimetterla in una meno angosciata condizione. Si riscuoteva tratto tratto sotto questo pensiero dal cantuccio in cui la si rannicchiava, ma il suo occhio smarrito incontrava tosto quello feroce, sanguigno, inesorabile d'Orsacchio, il quale tacitamente le affermava la di lei sciagura e il suo delitto. Allora si tornava ad acquattare più stretto, per così dire, nel suo angolo, sentendosi correre spasimi e brividi entro le vene all'accidentale scontrarsi pur delle sue vesti ne' panni di quell'uomo, che tutto le appariva alla mente turbata grondante del sangue d'Adolfo…

Di tutta la notte che seguì non parlarono mai, non chiusero mai l'occhio nè l'un nè l'altra; passarono crudelissime ore orrendamente lunghe. Gina teneva gli occhi sbarrati, privi d'ogni espressione che non fosse un alto terrore; e il volto pareva, ad ogni minuto che trascorresse, incavarsele, spallidirsi vieppiù, improntarsi dei segni della morte.

Nel suo interno succedeva un dolorosissimo e strano travaglio. Il più forte sentimento, il solo anzi a tutta prima, in lei, era stato l'orrore, quindi era venuto a pareggiarlo, se non a sopravanzarlo, l'odio. Oh! se quell'uomo che le aveva detto «io ho ucciso il tuo Adolfo» ella avesse potuto vederlo cadere fulminato ai suoi piedi! Oh! se avesse potuto versar sangue per sangue, rispondere con delitto a delitto! Nel caos turbinoso di pensieri che con tormentosa ressa le avevano assalita e posta sossopra la mente, anche quest'esso ci venne e ci stette chiaro e distinto un po' di tempo. Ma le idee s'erano tosto siffattamente scombuiate nella sventurata, che più niuna distinta vi ci rimase. Nel suo capo si fece come un vuoto, ma il quale pure era un importabile dolore. Non sapeva più di niente, non pensava più niente, non si ricordava più nemmanco, la misera: solo soffriva e sentiva di soffrire immensamente. Quindi questo immenso spasimo poco a poco prese una nuova tinta, e si congiunse ed anzi fu predominato da un immenso terrore.

Orsacchio pigliava nella mente esagitata di lei le proporzioni colossali d'un mostro; esso le tornava come qualche cosa di più tristo e di più feroce di quel che uomo esser possa. Lo stesso mistero del destino ch'egli le preparava, l'incognita meta a cui erano diretti, le riuscivano di maggiore spavento che non una realtà cui si trovasse dinanzi, per quanto crudele la fosse.

Questo alto terrore cresceva nella povera donna ad ogni momento. Le si affannava il respiro, le si smarriva il senno, le mancava il cuore. Ad ogni mossa dell'uomo che le stava accanto, ella si riscuoteva in sussulto. La era sempre nello stato doloroso di chi sia per isvenire, e non isveniva pur mai. Oh! almeno avesse potuto perdere i sensi! Avesse potuto morire!

Orsacchio, prima del duello con Adolfo, annunziando alla moglie la partenza per la sera, le aveva detto sarebbero andati alla campagna. Ma quello non era il suo proposito. Egli voleva togliersi ad ogni conseguenza che potesse nascere dall'uccisione del Cioni; voleva condurre la moglie là dove nessuno più potesse frammettersi tra lei e la sua vendetta. Correva le poste diretto all'estero: il suo viaggio era una fuga.

Non si fermarono che a mezzo il giorno successivo alla partenza. Nè all'uno nè all'altra l'interna passione lasciava sentire la fatica. Scesero al meschino albergo d'un piccolo villaggio fuor di mano. Orsacchio non avea voluto viaggiare per le vie ferrate, dov'è impossibile esser soli e non esser visti, ed aveva scelto strade non frequentate per incontrare meno gente. Saltò giù dalla carrozza egli primo. Per quanto facesse forza a sè stesso, gli eventi del giorno innanzi e quella lunga notte avevano stampato sul suo volto certi segni ch'e' non valeva a nascondere. Si volse all'interno della carrozza e porse a Gina la mano, per invitarla ed aiutarla a scendere. Essa lo guardò spaventata, e con raccapriccio trasse indietro le sue mani e sè stessa.

—Scendete! disse il marito in tono basso, ma imperioso e concitato.

E le presentò nuovamente la destra.

Gina mosse le labbra livide per parlare, ma non uscì suono alcuno dalla sua bocca; fe' cenno cogli atti egli si scostasse, la lasciasse, sarebbe discesa da sè.

Orsacchio si pose dallato allo sportello. La povera donna, radunò tutte le forze che le rimanevano, si spiccò dal posto in cui stava accasciata, e discese. Appena il marito ebbe veduto alla più piena luce i guasti dello scarno viso di Gina, le si fece innanzi per toglierla agli sguardi d'ognuno.

—Abbassate il vostro velo, diss'egli, e come la misera indugiava, forse non avendo neppure capito, Orsacchio prese ratto il velo scuro che pendeva all'indietro dal cappello di lei, e glielo calò innanzi al viso.

—Venite: soggiunse additandole la porta della locanda, sulla cui soglia l'oste stava facendo de' grandi inchini per accoglierli.

Gina si provò a camminare, ma le gambe si rifiutavano all'ufficio loro; Orsacchio passò una mano sotto il braccio di lei a sorreggerla: a quel tocco un raccapriccio scosse tutti i nervi dell'infelice, le forze le tornarono di subito; si sciolse bruscamente e disse con una certa forza:

—Vado… vado.

—Una camera: comandò il marito all'oste entrando; ci fermeremo due ore.

Quando furono soli, rinchiusi in una stanza della locanda, per la povera Gina fu peggio ancora. Si sentiva come affatto disgiunta da tutto il mondo e in balìa assoluta dell'odio di quell'uomo; trovavasi press'a poco come l'agnella serrata nella gabbia con una tigre, che s'aspetta ad ogni momento essere sbranata. In sè stessa voleva pure riagire contro quello spavento che pareva quello d'una rea cui vincesse il rimorso, mentre, fuorchè d'un affetto purissimo fin dalla prima giovinezza entratole in cuore, ella di nulla poteva accagionarsi; ma pure invano cercava sollevar l'animo a un po' di coraggio: sentiva sempre più venirle meno ogni forza.

Gina s'era lasciata andare sulla prima seggiola che le era capitata, rimanendo vestita così appunto come essa era, senza nemmanco levare il velo che la mano del marito le aveva poc'anzi abbassato sulla faccia.

Orsacchio le si pose innanzi fulminandola collo sguardo feroce, e con una barbara gioia, con un'ironia spietata le disse:

—L'avete udito?… ve l'ho detto io stesso, signora….. Adolfo Cioni è morto ieri sera….. Morto d'una palla di pistola che gli ha attraversato il cuore. Che peccato eh! che disgrazia!… Egli era pure più giovane di me… oh assai più giovane… e più bello di me… oh assai più bello, non è vero? Ed io sono qua vivo e sano per vivere chi sa fin quando… non vi fate lusinghe su questo punto, chè conto invecchiare di molto… Adolfo invece è steso nella bara… a questo momento gli salmodieranno gli uffici de' morti… stassera gli faranno la sepoltura… Mi par di vederlo… bianco bianco… le sue belle chiome nere scomposte… Aveva delle belle chiome il leggiadro giovine…

Nel dire queste scellerate parole, pareva al trist'uomo di godere un'orribile gioia, gli sembrava di gustare ardentissima la voluttà dell'odio e della vendetta. E' teneva fiso lo sguardo sulla donna per coglierne ogni menomo trasalto, ogni mossa, ogni mostra di dolore, onde apparisse ch'egli feriva proprio nel vivo il cuore di quella sventurata. Essa dapprima udiva paziente, sommessa, quasi avvilita. Od udiva ella veramente? Quelle parole piuttosto le ronzavano penosamente all'orecchio senza che le capisse; producevano sì un accrescimento di tortura in lei, ma traverso la confusione di tutto il suo essere non giungevano pur tuttavia a far apprendere chiaro e preciso il loro senso all'intelletto sconvolto dell'infelice…. Ma ci giunsero alla fine. Allora tutto quello che c'era ancora in lei di forza e di vigore si ribellò contro cotanta infamia; ella sorse con nobile impeto, levò il velo e mostrò lo scarno volto colorito di viva fiamma, e l'occhio incavato ebbe un lampo di indignazione violenta.

Tese vivamente una mano verso il marito con tanta imponenza che questi ne troncò il suo dire. Fece un passo contro di lui, e parve pensare quale arma migliore dovesse scegliere ad opporre a quella con cui egli la veniva trafiggendo, con qual più acconcio colpo rispondere ai colpi di lui; ma la trovò di botto e con accento animato e con ineffabile scoppio d'amorosa passione, esclamò:

—Ebbene si, Adolfo, l'ho amato… più che ogni cosa al mondo… e lo amo… e l'amerò sempre… sì l'amo anche morto… il suo cuore vive nel mio, il suo spirito è qui meco… Io lo vedo e gli parlo… T'amo, Adolfo, t'amo!… Uccidetemi, io l'amo.

Per Orsacchio fu come, in una lotta, per l'atleta che ad un nuovo e più vigoroso assalto dell'avversario dapprima cede e indietreggia, poi tosto, ripresa nuova lena, si rifà più ardimentoso e più accanito alla pugna. Gli si erano allividite e contratte vieppiù le sue guancie, e il suo sguardo non aveva potuto reggere a quello avvampante di Gina; ma il furore in lui non era stato tardo a sovraggiungere, si slanciò su di lei, la afferrò alle braccia, le serrò i polsi e scuotendola senza un riguardo, ruggì, accostando a quello di lei il suo volto terribilmente impresso dall'ira:

—Sciagurata! sciagurata!

La donna, per un istante, pensò a resistere. Ebbe l'ardimento d'incrociare il suo con lo sguardo furibondo di lui; ma non potè oltre, tutta la sua forza ella aveva esaurita in quel momentaneo slancio. Nel sentirsi stringere da quelle mani ch'essa la sera innanzi aveva vedute rosse di sangue, e di qual sangue! le nacque tale un orrore che per poco non ne perdette gli spiriti. La si gettò all'indietro, si accasciò su sè medesima, gettò un grido di spavento disperato e con voce arrangolata dallo spasimo, esclamò:

—Misericordia! misericordia!… Oh abbiate compassione di me!…

Ella pendeva colle braccia tese, non sostenuta che dalla ferrea morsa delle mani d'Orsacchio che le facevano lividi i polsi; egli incombeva sovr'essa, a mezzo chinato, improntata la faccia della più ria ferocia. Stette così un poco, mentr'ella si dibatteva sotto di lui nelle convulsioni della paura, poi la ributtò villanamente, ed ella cadde come corpo morto sul suolo.

Orsacchio incrociò le braccia al petto e la sogguardò un istante in silenzio con un satanico ghigno.

—Alzatevi: diss'egli poi duramente.

Gli scotimenti che facevano trasaltare tratto tratto il corpo di Gina mostravano ch'ella era in sensi; ma tuttavia la non si mosse, nè accennò in alcun modo aver udito.

—Ah! voi l'amate, voi l'amate anche morto: ripigliava quel feroce: sta bene; siate pur lieta e superba del vostro infame amore. Vorrei aver potuto portar meco quel cadavere e gettarlo fra le vostre braccia amorose e dirvi: «Eccovi il vostro drudo, abbracciatevelo…» Vorrei potervi rinchiudere con esso, perchè ne aveste sempre innanzi agli occhi la bara, come ne avete nella memoria il pensiero…. Udite intanto com'egli sia morto. Ciò vi vorrà dare diletto non poco.

E l'iniquo, curvo sulla caduta, si pose a raccontarle divisatamente, con una lentezza crudele, tutto l'orrendo fatto: la provocazione sua, i rifiuti d'Adolfo, gli oltraggi a cui egli dovette ricorrere per obbligarlo ad impugnare un'arma; le descrisse il terribil momento in cui i due rivali stettero a fronte la pistola appuntata al petto l'un dell'altro, il colpo, il subito imbiancarsi della faccia d'Adolfo, il gemito di lui, il cadere… E' pareva compiacersi con orribil diletto nel minutamente esporre ogni cosa: era per lui come un trovarsi nuovamente a quell'atto, un uccidere di bel nuovo l'odiato rivale. I suoi detti cadevano fieri, spietati, incisivi sulla povera donna. Ella nel delirare del suo spirito intenebrato, non li capiva bene del tutto quelli accenti, ma li sentiva piombare dolorosissimi sull'anima. La era come il misero condannato alla flagellazione, il quale, dopo un certo numero di sferzate, più non sente quasi il batter della verga sulle lacere carni, ma ne sente al cuore più doloroso e più intollerabile il colpo.

Quand'ebbe finito il suo racconto, quando ebbe così un poco sazia quella esecranda sete d'odio e di male che lo rodeva, Orsacchio si chinò verso la moglie giacente tuttavia, e guardò s'ella fosse svenuta. Gina avea gli occhi larghi, stupiditi, riarsi, senza una lagrima, senza lume più d'intelligenza.

—Su via, alzatevi: disse l'uomo.

Ella non mostrò avere inteso.

—Alzatevi: ripetè più villanamente il marito, urtandola col piede.

Gina non si mosse.

Un passo d'uomo pel corridoio dell'albergo s'accostava all'uscio di quella stanza.

Orsacchio si curvò vivamente e prese la moglie alla vita per sollevarla; ma a quel tocco essa tutta si riscosse. Un tremito generale l'assalse; si rizzò di scatto come per nuova forza entratale subitamente: si sciolse dalle braccia di lui e corse a riparare nell'angolo il più rimoto. Colà, gli occhi spaventosamente fuor del punto, la faccia disperata, i denti che battevano insieme dal terrore, ella gridò:

—Non toccatemi… non toccatemi!

Il passo s'accostava sempre più.

—Silenzio! intimò il marito andandole incontro minaccioso.

Ed ella, peggio atterrita che prima:

—State in là….. state in là… Aiuto! aiuto!

—Silenzio! ripetè Orsacchio venendole sopra.

L'infelice si rannicchiò tutta nell'angolo, tremando, palpitando, senza più forza, non che a mandare un grido, ma ad avere il respiro.

Un colpo fu picchiato all'uscio colla nocca delle dita. Orsacchio fu d'un balzo ad aprire. Era l'oste che veniva ad avvisare i cavalli essere attaccati alla carrozza e il postiglione già in sella.

—Sta bene: disse Orsacchio; noi scendiam tosto.

Richiuse la porta e si riaccostò a Gina. Gli occhi e la guardatura della misera erano quelli di un dissennato. Le riabbassò il velo innanzi al volto, le fe' cenno d'avviarsi ed essa obbedì; le fece scendere le scale, la invitò a salire nella carrozza ed essa ci montò, ma schivando di toccar la mano ch'egli le porgeva; e' sedette presso di lei, e fu ripreso il viaggio.

Qualche tempo essi dimorarono in un riposto casolare della Svizzera. Che vita fosse quella dell'infelice donna, immaginatelo voi. Vivevano affatto soli, ella ed il suo carnefice, segregati dal mondo; ed ogni ora, ogni istante era un tormento per lei. Nel farla soffrire cotanto, il crudele marito soffriva ancor egli; ma questi patimenti a lui erano cari, si facevano ogni dì più una necessità dell'anima intristita.

Ma il cielo ebbe pietà della misera Gina. Le tolse a poco a poco la ragione.

Allora alcuna ora di riposo, anche di bene, le fu concessa. Anzi tutto Orsacchio si atterrì la prima volta ch'ei fu chiaro di questa tremenda verità. Parve anche a lui un momento che la sua vendetta fosse ita tropp'oltre: ebbe del suo fatto come l'ombra di un rimorso. Inoltre, quella donna, cui egli ferocemente godeva di straziare, per uno di que' strani misteri che ha il cuore umano, egli insieme odiava ed amava più che non l'avesse amata mai prima. Temette morisse, e questo pensiero gli fu dolorossisimo; lasciò che all'infelice non venisse più altro tormento da lui fuor quello della sua vista e della sua presenza. Poi la pazzia, che ad intervalli assaliva la sventurata, non sempre le recava penose fantasie e tristi vaneggiamenti. Alcune volte ella si credeva fanciulla ancora, libera di sè, lieta, amante ed amata, e in isplendide, dilettose visioni, le appariva più bello, più caro, più amoroso il suo Adolfo a vagheggiarla, a sorriderle, a susurrarle incantevoli parole d'amore. Allora fra l'uomo e la donna rimanevano scambiate le parti, e questa diventava involontario tormentatore, e quegli soffriva i più acuti spasimi d'una gelosia da non potersi dire. Invano tentava egli rompere quei sogni dilettosi e trarre la riconfortata donna nella tristizia della realtà; la dissennatezza era più potente di lui, ed ella, non turbata punto, continuava il suo cantico d'amore e le sue felici visioni. Dopo queste benefiche crisi, Gina cadeva in una mestizia profonda, ma mite, che le concedeva per giorni parecchi sfogo d'abbondevolissime lagrime. Era ciò che la teneva in vita.

Di quando in quando, per contro, l'assalivano smanie tormentosissime, e delirii, e convulsioni che erano una compassione e uno spavento a vedersi. Era durante uno di siffatti assalti del male che abbiam visto Anna introdotta presso di lei. In quei momenti la vista del marito le tornava assolutamente incomportabile; un vigore straordinario, una febbrile vivacità la occupavano; i deliri della sua mente si traducevano in fiotti tumultuosi di parole insensate, confuse, in grida, in ispasimi di contrazioni quasi epilettiche, in isvenimenti da ultimo. Voleva uccidersi, chiamava con angosciose supplicazioni la morte. Succedeva poi un abbattimento, una prostrazione in cui completa era in lei la conoscenza delle sue condizioni, e tornava in tutta la sua forza il terrore che le ispirava il marito.

Trascorsi parecchi mesi, Orsacchio pensò di tornarsene celatamente in patria, e di trovarci un ripostiglio in cui nascondersi così bene che nessuno mai più avesse il menomo sentore de' fatti loro. E ciò era facile ad ottenersi. Gina non aveva parenti che lontani, i quali, dopo accasatala, non s'erano più dato il menomo pensiero di lei, e ch'ella esistesse o no, non si curavano punto. Egli aveva rotto col mondo ogni attinenza, ed il mondo oblia sì presto quelli che lo abbandonano!

Per maggior cautela cambiò nome, e prese le mosse per tornare in Piemonte. Gina s'era assuefatta alla dimora in quel pulito casolare svizzero e alla bella campagna che lo circondava. Come quella che in alcuna persona viva, fra le poche ond'era accostata, non poteva più mettere amore, l'anima della povera insensata aveva posto un certo affetto a que' luoghi, a quel cielo, a quelle aure. Per costringerla a dipartirsene ce ne volle e di molto. Orsacchio dovette impiegare tutta la tremenda autorità che gli davano su lei lo spavento e l'orrore ch'ella ne sentiva. La decise a spiccarsi di là, e la tenne quieta e sottomessa lungo il viaggio colla pressione continua delle sue minaccie e con certe tremende parole che, ricordando il passato, andavano dritto, traverso alla sua follia, sino all'anima della poveretta.

Orsacchio non iscrisse a nessuno, non commise ad alcuno di cercargli il suo ricovero: volle far tutto da sè. Condusse la moglie in una città dove non potessero essere conosciuti da anima viva; e colà, visto sugli annunzi dei giornali l'appigionasi della villetta di Valnota, ch'egli sapeva in luogo montagnoso e solitario quant'altro mai del Piemonte, si recò difilato dal proprietario a trattarne l'affitto.

Marone, dalle informazioni che gli furono chieste intorno alla casa ed alle vicinanze, dalla figura del pigionante, dalla facilità medesima di accettare ogni patto, capì che c'era lì sotto un mistero, e ne trasse partito per rincarare l'affitto. Orsacchio acconsentì all'esorbitanza del prezzo dimandatogli. Abbiamo udito dall'ortolano di che modo egli giungesse e si stabilisse nella villetta, come la moglie da principio non ci volesse stare, ma poi a poco a poco vi si acconciasse, come durassero sempre in Gina le vicende di umori lieti e tristi, interrotte di quando in quando da qualcuna di quelle crisi tremende, durante le quali il marito era costretto ad allontanarsi e la moglie di Matteo soltanto poteva accostare la inferma.

Ultimamente abbiam visto l'infelice donna sentirsi attirata di subito da una simpatia che era in lei come un istinto, verso di Anna, che il caso soltanto le aveva menato daccosto.

Ora vediamo un poco quei due bravi e generosi cuori, Vanardi e Selva, che cosa pensassero di fare in pro della sventurata, di cui avevano finalmente scoperto l'esistenza e il ricetto.