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La carità del prossimo

Chapter 27: XXV.
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About This Book

The narrative follows a modest painter who shares an attic studio with a fretful wife and several children while sinking under mounting debts; creditors from the landlord to the grocer and baker threaten eviction and daily humiliation. A parsimonious property owner, self-made and ostentatiously pious, refuses mercy, while an apothecary displays unpaid commissioned canvases. Through intimate domestic detail and neighborhood caricatures, the work examines artistic precariousness, social hypocrisy, the tensions between appearance and genuine compassion, and the small acts of charity and indifference that shape communal life.

XXIII.

Giusta il comune avviso di Antonio e di Giovanni, il liberar Gina dalle mani del fiero marito era la prima e la sola cosa da farsi. Conveniva a quest'effetto, anzi tutto, assicurarsi, senza possibile errore, che quella di cui l'ortolano aveva loro parlato si fosse propriamente la Gina cui essi cercavano, esaminare cogli occhi propri, per quanto potesse loro venir fatto, come stessero le cose, e poscia, se occorreva, ricorrere alle autorità e chiamare sulla misera donna la protezione della legge.

Determinarono adunque i due amici, che il domani, che era un lunedì, sarebbero partiti ambidue per alla volta di Valnota, e là governatisi secondo l'occasione e i luoghi e le circostanze avrebbero loro consigliato e concesso; e siccome Selva per ragione de' suoi impegni non era libero tutta la giornata, stabilirono di partire al pomeriggio, di fermarsi colà la notte e tornarsene il mattino successivo.

Ma se per Giovanni v'era l'impedimento dei suoi affari a restar fuori un giorno intero, il buon Antonio, che non aveva codesto, e l'avrebbe voluto avere, si trovava impacciato da un altro ben più grave e più assoluto che è facile ad indovinarsi; il manco di denari. Essere del tutto a carico dell'amico gli rincresceva troppo, avendo da lui avuto sì generosi soccorsi, e parendogli che Selva facesse assai più di quanto gli toccava a metterci la sua parte in quel viaggio, egli che non aveva vista neppur mai la persona di cui trattavasi e che non aveva con lei altra attinenza fuori della compassione d'un cuor generoso per una soverchia ed immeritata sventura. Onde, sollecitato da questo bisogno che si aggiungeva agli altri della famiglia, Vanardi umiliò anche una volta la sua dignità innanzi alla necessità e si risolvette di andare per soccorsi dalla marchesa di Campidoro cotanto in fama di generosa.

Ah! ben gli sapeva d'amaro questo nuovo sacrifizio, e, per quanto rammollito e ricurvo dalla sventura, il suo animo aveva fieramente riluttato un bel pezzo; ma poi aveva fatto come il malato che ha da tracannare una disgustosissima bevanda, il quale chiude gli occhi e la caccia giù; e il mattino del lunedì si presentava vergognoso e raumiliato nell'anticamera della signora marchesa.

Dei supplicanti al par di Antonio ve n'era già un buon numero. Per essere intromessi al cospetto della vecchia signora occorreva o venirci con una commendatizia del parroco, oppure del presidente della congregazione di Santa Filomena, che era il signor Marone, oppure del filantropo cavalier Salicotto, od anche del dottor Lombrichi, o in difetto di alcuna di queste tornar accetti al signor Grisostomo. Antonio non aveva il primo requisito, ed era molto da temersi non avesse neanche il secondo.

Quand'ebbe detto al domestico che lo interrogava, nome, cognome e condizione, egli sedette in un canto e rimase ad attendere con tutta la paziente rassegnazione che nella sua corta carriera di supplicante aveva pur già dovuto imparare.

Ed aspettò tanto, che la mattinata omai era oltre e l'anticamera a poco a poco si era vuotata, senza che egli, rimastoci ultimo, fosse pur mai introdotto.

Antonio voleva appunto rivolgersi di nuovo al domestico, cui vide accostarsi a quella stanza, quando il servo stesso lo prevenne, e andandogli incontro, mezzo brusco, gli disse:

—Che cosa fate ancora voi lì?

—Aspetto sempre per parlare alla signora marchesa.

—Adesso è tardi, buon uomo; la non riceve più. Potete andarvene.

Primo pensiero del pittore fu di scappare di trotto; ma la ragione lo soprattenne.

—Ho tanto, tanto bisogno di parlarle! diss'egli.

Il servo si strinse nelle spalle.

—Eh! dicono tutti così. Chi è che vi manda?

—Come? chi mi manda?

—Sì, voglio dire da cui siete raccomandato.

—Da nessuno.

—Ah! allora avrete parlato col signor Grisostomo.

—Non lo conosco.

—In tal caso, mio caro, non sarete ricevuto mai.

—Diavolo! Come ho da fare? Menatemi dal signor Grisostomo.

—In questo momento è fuori di casa: tornate dopodomani.

—Dopodomani! ripetè il poveretto lasciando cadere la testa e mandando un sospiro desolato che diceva tutta la sua disperazione.

In questa attraversava l'anticamera quella vispa fanciulla che abbiamo veduta nel fondaco di messer Agapito incontrarsi appunto col nostro disgraziato pittore. Ella udì quelle due parole pronunziate con tanta mestizia e quel sospiro tirato con tanta doglianza, e il suo buon cuore ne fu commosso. Si fermò a guardare chi le aveva dette.

—Voi volete parlare alla signora marchesa? disse la brava giovane accostandosi ad Antonio, e ravvisandolo di subito.

—Sì, madamigella.

—E vi preme?

—Oh tanto! esclamò il povero diavolo; e l'umiliazione, la vergogna, la confusione davano al suo accento una efficacia anche maggiore.

—Voi siete quel pittore che abita nella casa del signor Marone qui presso?

—Per l'appunto.

—Padre di famiglia?

—Quattro figli.

Carlotta non istette a pensarci nè tanto nè poco; fece un attuccio graziosissimo colla testa, come per dire «voglio così» e prese per mano senz'altro il pittore.

—Venite, disse, vi menerò io dalla marchesa.

Il domestico ch'era lì presente si mostrò tutto scandolezzato.

—Carlotta! esclamò egli in tono che significava: «Guarda che fai! questa è troppa temerità.»

La giovane rispose crollando vezzosamente le spalle.

—Eh! lasciatemi fare… il turco è fuori di casa, e quando venga… se questi ci è ancora… ebbene gli diremo… gli diremo che son io che l'ha fatto entrare… oh bella!

E trasse Antonio nella stanza della marchesa.

Era un antico salone, proprio di quelli degli antichi palazzi in cui non si misurava con avara parsimonia lo spazio come nelle costruzioni moderne, con antichi mobili, antiche tappezzerie, antichi quadri, si sarebbe detto antica atmosfera. Entrando colà vi sareste creduti trasportati nel secolo scorso, e in mezzo a quell'ampio ambiente, fra tutta quella roba alla rococò, vi sareste aspettati da un momento all'altro di veder comparire un guardinfante od una parrucca incipriata.

Quasi ugualmente antica come le cose che l'attorniavano era la padrona di quel palazzo e di quelle ricchezze. Ella, meglio che seduta, sepolta in una gran poltrona, con attorno un esercito di cuscini, stava presso alla gran caminiera, entro la quale ardeva un fuoco poco meno che spaventoso. A ripararsi dall'ardenza che mandavano esorbitante le legna cui consumava la fiamma vivace e le braci accese, aveva innanzi un parafuoco di legno di mogano nella intelaiatura, con una stoffa di seta ricamata a personaggi sbiadita nel colore. Comechè regnasse in quella stanza una caldissima temperatura, la marchesa era tuttavia sotterrata da una montagna di varie pelliccie e scialli e mantelletti coll'ovatta; così bene che la non appariva che come un enorme fagotto di robe da cui sporgesse una testolina, con una gran cuffia bianca a ricciatura di tulle tutt'intorno, con una faccetta sottovi, ammencita, ossea, del color della pergamena, corsa in tutti i sensi da minutissime rughe. Questa testolina si dondolava di continuo per un moto meccanico e involontario; e per questo medesimo le mascelle non cessavano mai da un atto che sembrava un masticare.

Antonio, appena messo il piede riguardoso e peritante sul morbido e spesso tappeto che in quella stanza impediva affatto il rumore del passo, sentì una tossetta secca, e poi una voce fessa, debole, stonata, che quasi non aveva più nulla di femmineo, la quale diceva:

—C'è qualcheduno costì?

—Sono io, rispose la Carlotta accorrendo sollecita presso la padrona.

La marchesa volse all'insù più che potè il suo capo dondolante, e disse trascinando le parole e stentando nel pronunziare:

—Dov'è?… dov'è Grisostomo?

—È fuori di casa.

—Gli è mezz'ora che chiamo, e nessuno viene… Non ho più il mio campanello… È un ora che lo cerco… chi l'ha preso?

—Eccolo qui: disse Carlotta raccogliendolo in terra e porgendolo alla signora; le era caduto.

—Mi si lascia sola come un appestato… È questo il vostro dovere, canaglia?… Nessuno ha cura di me… Fatemi venire Grisostomo.

—Le ho già detto, signora marchesa, che egli non era in casa.

—Dove è andato?

—Non lo so.

—Ancor egli mi abbandona… L'ingrato!… Datomi da bere, Carlotta…
Quel Grisostomo è un ingrato… Non è vero che gli è un ingrato?

La giovane era andata a prendere un gotto sopra un vicino tavoliere, e lo porgeva alla vecchia.

—Eccole da bere.

—Ma ditemi se quel Grisostomo non è un ingrataccio.

Carlotta sapeva troppo bene che non le conveniva a niun modo sparlare del favorito servitore, anche quando la marchesa pareva più disposta a sentirne dir male, epperò rispose con accortezza diplomatica:

—Forse la signora marchesa lo avrà mandato essa stessa a far qualche commissione.

La vecchia parve riflettere profondamente.

—Io? disse, come parlando fra sè; l'ho mandato io?… Mi par ben di sì… Oh la mia povera testa!… Non mi ricordo più di niente… Sì, sì, l'ho mandato a prender nuove del presidente della Congregazione di santa Filomena che s'è rotto qualche cosa… che cosa s'è rotto?

—Si è slogata una gamba.

—Giusto: e poi doveva andare in un altro sito.. Dove l'è che doveva andare? Ah! dal notaio… Sicuro, ora mi ricordo, dal notaio… Vogliono che io rifaccia il mio testamento.

Guardò con una specie di curiosità maliziosa la cameriera.

—Sapete che mi vogliono far cambiare il mio testamento?

—So di nulla, io.

—E lo rifarò… E se siete buona, e se mi servite bene, ci sarà qualche cosa anche per voi.

Un accesso di tosse la colse. Carlotta le pose innanzi la tazza che aveva sempre tra mano.

—Beva!

—Che cos'è quella bevanda? dimandò la marchesa.

—Gli è sempre quel calmante che il dottore ha ordinato si ripetesse, perchè dice che le fa tanto bene.

La testa della vecchierella s'agitò in un modo assai vivace, e la sua vocina si fece tutta irritata.

—Non lo voglio più, non lo voglio più… Mi sento sempre più male, io… Pare a voi che esso mi faccia bene?

—Io non saprei…

—Siete una sciocca: interruppe stizzita la marchesa.

—Però credo di sì: s'affrettò a soggiungere Carlotta.

—Voi non sapete di niente… chiamate Grisostomo; domanderò a lui.

—È la terza volta che ho l'onore di dirle che Grisostomo non è in casa.

—È vero… è vero… Mi pianta sempre così sola… Riponete pure quella droga… Non voglio attossicarmi… Aspetterò a bere che Grisostomo sia tornato e mi dica lui come debbo fare… Ah! è una gran brutta vita la mia!… Povera donna!… In mano d'una gentaglia… Non ho una persona a cui fidarmi… E quella senzacuore di mia figlioccia che non si lascia mai vedere!… Tutti mi fuggono… Mi vedono malata da morirne… Ho proprio assai male, sapete… E il dottore? Non s'è ancora lasciato vedere il dottore?

—È presto l'ora in cui è solito a venire, e credo che non mancherà.

—Anche quel dottore è ingrato; sono io che l'ho messo all'onor del mondo; ne prenderò un altro. Tutti ingrati, tutti!… Non c'è che quella povera Mimì che mi sia fedele. Mimì, Mimì, dove sei Mimì?

E la testolina oscillante della marchesa si chinò verso il suolo da una parte e dall'altra della poltrona, poi s'agitò vivamente irrequieta.

—Oh mio Dio!… Dove l'è?… Mimì, Mimì. Non c'è più… Cercatela.

La cagnuola dormiva raggomitolata sopra uno sgabello lì vicino.

—La è qui: disse Carlotta additandola alla marchesa.

—Povera piccina! esclamò la vecchia con un'intonazione di tenerezza, di cui si sarebbe creduta incapace quella voce squartata. Portatela qui, adagiatela sulle mie ginocchia.

Carlotta prese quell'informe ammasso di carne grassa e spelata che era la cagnolina, e non ostante la protesta ch'ella, destandosi di botto, fece con un vociare che somigliava ad un grugnito, venne a deporla sulle pelliccie della marchesa.

—Non farle male: esclamò questa commossa a quel lamento della brutta e schifosa bestiola.

Questo fatto, chi lo avrebbe detto? tornò in aiuto di Vanardi; il quale si stava là nel fondo della stanza dritto, impacciato, col suo cappello in mano, senza sapere se meglio era inoltrarsi o partirsene chetamente senz'altro.

Mimì, appena svegliata e sulle ginocchia della padrona, avvertì la presenza di un estraneo; onde senza acquattarvisi tosto come soleva, ma stando invece sulle sue piote podagrose, cominciò a ringhiare fra i pochi denti che le rimanevano, poi volti in giro gli occhi cisposi e visto lo sconosciuto, si mise ad abbaiare con tutta la forza di cui essa era tuttavia capace.

—Che cosa c'è? domandò la marchesa agitata. C'è qualcheduno qui.

E volse la testa dalla parte verso cui abbaiava la cagnetta.

Vanardi vide innanzi a sè la pelle d'alluda di quel viso da mummia con due occhi semi-spenti senza luce e senza vita, e si piegò in un profondo inchino.

—Chi è costui? chiese la vecchia quasi atterrita: come qui? chi l'ha fatto entrare?… chiamate Grisostomo, Carlotta.

E la buona ragazza che era Carlotta diede una pasticcina a Mimì per farla tacere; poi rispose alla padrona:

—Gli è uno di quei poverelli cui ella fa tutti i giorni la carità di accordare udienza.

—Ah sì? disse la marchesa che non aveva cessato di fissare il suo sguardo vitreo sul pittore. È raccomandato dal parroco?

—Credo di sì: rispose la giovane con imperturbabile franchezza.

—Come si chiama?

Antonio disse il suo nome.

—Non me ne ricordo… Dev'essere scritto su quella lista che c'è lì sul tavolino. Ah no, quella lì è dei raccomandati da Salicotto… Se non isbaglio, Grisostomo mi ha detto che Salicotto è un poco di buono… Come può mai essere?… Io mi confondo… Voi dunque siete raccomandato dal parroco?… Ah! se ci fosse Grisostomo!… Perchè venite quando non ci è lui?

Vanardi non sapeva che cosa rispondere e si tacque.

—Accostatevi: disse la marchesa.

Il pittore ubbidì. Allora si vide quell'involto di pelliccie e di coperture d'ogni fatta agitarsi per un moto interno che durò alcun tempo, finchè una mano scarna, magrissima, dal color della cera antica ne venne fuori. Questa mano si diede tosto a cercare, frugare e rifrugare qua e là per la poltrona.

—I miei occhiali, Carlotta; dove sono i miei occhiali?

Erano sul tavolo vicino. La cameriera li prese e li diede alla padrona; la quale messili a cavalcioni sul naso si pose a squadrare l'uomo che le stava dinanzi.

Fortuna volle che Mimì, abbonita dalla pastina di Carlotta, sentisse non so quale simpatia o curiosità per quell'uomo che non avea mai visto: onde guardando verso Antonio prese ad agitarsi sulla farragine delle pelliccie della padrona ed a gemicolare sommesso.

La marchesa non tardò ad accorgersi di questi diportamenti della sua favorita.

—Carlotta, diss'ella, vedete che Mimì la vuol scendere. Suvvia, prendetela adagino e mettetela a terra.

E con occhio irrequieto tenne dietro all'operazione che la cameriera s'affrettava ad eseguire.

Appena la cagnetta ebbe tocco il tappeto del pavimento, la corse, come le concedevano la pinguedine e la gotta, verso Vanardi, e per benigna protezione di non so qual nume, giuntagli ai piedi, si pose a fargli quel tanto di festa ch'ella sapeva, a dimenare un simulacro di coda e tentare di drizzarsi sulle piote deretane per appoggiare le anteriori alle gambe di lui.

Vanardi, benchè molto glie ne pesasse, e gli paresse quasi una viltà, si abbassò verso la bestiola e ne accarezzò con la mano il dorso sconciamente grasso e privo di peli. La vecchia signora che aveva guardato con interesse sempre crescente i moti e gli atti della Mimì, drizzò al volto d'Antonio la sua faccia impresciuttita, sulle cui labbra tirate c'era la smorfia di un sorriso.

—Oh, oh! esclamò essa in sul piacevole; Mimì vi protegge. Vieni qui Mimì… Da brava, vieni qui…. Accostatevi ancora, mio caro… Come vi chiamate?

Antonio ripetè il suo nome.

—Avanzatevi…. ancora un po'… lì, più presso a me… così… Carlotta date un'altra pasta alla piccina… Com'è cara, neh? soggiunse volgendosi a Vanardi… Poi tosto di nuovo a Carlotta che offriva la pasta alla cagnetta: non la vuole?… Guardate se la preferisce un pezzetto di zuccaro.

La schifiltosa bestiola si degnò finalmente di accettare una zolletta, e quando la padrona ebbe visto che i pochi avanzi dei denti di Mimì si erano cimentati vittoriosamente colla durezza dello zuccaro cristallizzato, tornò badare ad Antonio.

—Ebbene, brav'uomo, gli disse, contatemi su i fatti vostri.

Mentre egli s'accingeva a parlare, la marchesa nascose accuratamente sotto le pelliccie la destra che aveva tratta fuori poco prima e si scosse come se un brivido l'avesse assalita.

—Carlotta, diss'ella, aggiungete della legna; fa freddo qui dentro.

La giovane s'affrettò ad ubbidire, quantunque ce ne fosse già una catasta ad ardere sugli alari.

—Parlate pure: soggiunse tornando rivolgersi al pittore.

Antonio apriva la bocca, quando l'uscio della stanza s'aprì ed entrò la superba, imponente ed importante persona del signor dottore. Vanardi rimase in asso, e Carlotta disse alla marchesa:

—Ecco il dottore.

La vecchia s'agitò sotto il monte delle sue pelliccie, più che non avesse fatto per l'innanzi e fece con ogni suo sforzo a volgere il capo tremolante della parte da cui veniva il medico.

—Ah dottore! diss'ella: è questo il modo? Mi lascia qui senza darsi un pensiero di me…. Ho un male addosso, sa…. Sono due ore che l'aspetto.

Lombrichi non si turbò niente affatto della sua placidità olimpica. Continuò ad inoltrarsi col suo passo grave e ben appoggiato per terra, sorridente in volto e colla coda dell'occhio cercando la sua bella immagine nello specchio.

—Che cosa c'è? dimandò egli con sussiegosa gentilezza. Cara marchesa, io son qui tutto per lei… Si figuri che per venir qui ho lasciato la contessa A., che voleva seco ritenermi a viva forza, ho trascurato di andare dalla baronessa B, che mi attende, ed ho mandato dire a madama C, la moglie del banchiere, che mi trovavo impegnato tutto il giorno.

Così dicendo, aveva deposto sul tavolino il suo cappello, e colla mano aveva dato una ravviatina ai baffi ed al pizzo: poscia sbirciò un momento con piglio altezzoso Vanardi, fece un amorevole sorriso a Carlotta e presa una seggiola, dopo recatala vicino vicino alla poltrona della vecchia, vi sedette con le arie d'una affettuosa dimestichezza.

—Ebbene? ebbene? soggiuns'egli allora, andando a cercare sotto alle coperture la mano gialla e gelata dalla marchesa, e stringendola fra le sue. Il nostro male è dunque cresciuto?

La vecchia fissava i suoi occhietti semi-spenti sulla faccia rubizza, prosperosa e con gravità sorridente del signor dottore.

—Tanto, tanto: rispose ella con voce più fiacca e senza vibrazione affatto.

E Lombrichi con piglio dottorale:

—Già, me ne avvedo. Il fiato è più difficile?

—Sì.

—Il sonno irrequieto?

—Sì, sì.

—La digestione grave?

—Sì, sì, sì.

—Sa che cosa? Abbiamo fatto lavorar troppo quella benedetta testolina. Ci siamo occupati soverchio questa mane per le solite nostre opere di beneficenza…. Quel gran buon cuore lì ci fa di questi brutti tiri alla nostra salute…. Abbiam bisogno di calma noi, di aver tutte le nostre faccende assestate, tutte le nostre disposizioni prese, di non dover più pensare a nulla…. Ed anche nelle opere di carità ci conviene mettere un freno, fare più per mezzo degli altri che da noi stessi, e poichè ci sono intorno delle persone degne di tutta confidenza, affidarci in loro e lasciar fare…. Oggi, per esempio, son persuaso che abbiam parlato più del dovere, ascoltato un subbisso di nenie da quei piagnoloni, ricevuto ogni sorta di gente….

E dava un'occhiata di traverso a Vanardi, il quale avrebbe voluto essere le cento miglia lontano.

—È vero, è vero: disse la marchesa dondolando vieppiù la testa; ma quella è l'unica mia distrazione; eppoi abbiamo sempre fatto così in questa casa…. fin da quando c'era ancora la buon'anima di mio marito…. La colpa è di quell'ingrato di Grisostomo. È lui che dovrebbe vegliare sulla mia salute, ed egli mi abbandona…. È tutta la mattinata che è fuori…. Gli è un ingrataccio… ecco.

Lombrichi prese con zelo le difese dell'assente.

—Quel buon Grisostomo! esclamò egli. Non dica così di lui, cara signora marchesa. Il brav'uomo è tutto divoto alla signoria vostra, e se quest'oggi s'è allontanato da lei gli è perchè il servizio e gli ordini di vossignoria ve l'hanno costretto. L'ho trovato non è guari in casa del nostro buon amico, quel sant'uomo di Marone, dove era venuto a prendere notizie di lui da parte della signora marchesa.

—Ah! è vero…. sicuro…. l'avevo dimenticato…. Ce l'ho mandato io per sapere come quel povero Marone sta del suo braccio….

—Della sua gamba, vuol dire; la è una gamba quella che s'è slogata….

—Sì, sì: è ben ciò che intendo io, una gamba.

—Glie ne posso dar io novelle fresche e precise; e' va un po' meglio, ma per alcuni giorni è condannato a non uscire di casa. Uscendo di là Grisostomo andava a parlare col notaio per quel certo affare che ella ben sa….

—Sì, sì: so certo, quell'affare, il mio testamento….

Lombrichi diede una guardata sospettosa alla figura impacciata di
Antonio, ed interruppe:

—Ma ora parliamo di questa preziosa salute. Ci abbiamo dunque una leggiera recrudescenza?… Già…. già…. Vediamo un poco…. Euh! euh!

—Ebbene?… Che cosa mi ordina lei per rimettermi un po' meglio?

Il medico stette un minuto col polso della marchesa fra le dita, corrugando la fronte in sembianza di gravissima meditazione; poi rinascose egli stesso la mano di lei sotto le pelliccie e ve la coprì bene.

—Uhm! diss'egli con gran sicumera, come se dicesse chi sa che profonda sentenza; vi è stato un po' di agitazione, si ha bisogno di calma, dopo la fatica occorre il riposo.

Trasse di tasca il suo pettinino di tartaruga e lo passò due o tre volte nei baffi e nel pizzo, poi si mirò nello specchietto del manico e riprese:

—Quella pozione l'ha già finita?

—No signore, saltò su Carlotta; anzi la non ne vuol più. Io glie ne aveva mesciuto qui un bicchiere….

—Creda a me, disse Lombrichi alla marchesa: la ne prenda chè le gioverà sicuro.

E tolto il bicchiere dalla fante, lo porse egli stesso alla vecchia che lo bevette senza più renitenza.

Ma ecco a questo punto aprirsi di nuovo la porta, ed entrare sollecita una giovine signora, vestita con modesta semplicità di buon gusto, avvenevole senz'esser bella, con nelle fattezze, nello sguardo, nell'atteggio delle labbra, l'espressione d'una meravigliosa bontà.

Essa accorse vivacemente presso la marchesa, esclamando con una voce soavissima e piena d'affetto:

—Cara santola!…

E chinatasi ad abbracciarla, le depose sulla fronte e sulle guancia una mezza dozzina di baci.

—Ecchè? disse la vecchia un po' stordita, traendo in là più che poteva il suo capo: sei tu Lisa? Gran miracolo che ti sei ancora ricordata di me!… È un mese…. sì, certo, un mese che non ti vedo…. Già…. una vecchia madrina…. che importa alla signora?…. La si dimentica….

Lisa s'era ritratta alquanto per deporre il cappellino che s'era slacciato e la mantellina che s'era tolta dalle spalle.

—Come! interruppe essa vivamente. Non lo sa? Vengo due o tre volte la settimana; sono venuta anche jeri.

La marchesa scosse la testa dondolante.

—Jeri! diss'ella. Non mi ricordo.

—Non ho potuto venire sino a lei, perchè Grisostomo, come da un pezzo mi viene dicendo, mi disse che il signor dottore aveva proibito di lasciarla parlare a chicchessia. Io ho insistito e pregato vanamente….

Lombrichi, il quale all'entrare della signora Pannini s'era levato da sedere per salutare con cerimoniosa freddezza, s'inchinò un poco ed interruppe:

—È vero che io ho data questa proibizione. La signora marchesa ha bisogno d'essere lasciata tranquilla e non aver disturbi di sorta.

Lisa volse al medico uno sguardo dignitoso e ribattè con giusta alterigia:

—Spero, diss'ella, che non conterà fra i disturbi una figlioccia che viene per accudire alla sua santola.

Il dottore s'inchinò un'altra volta e fece un atto come per dire: «Non voglio mica alludere a lei.»

Allora Lisa scorse la figura impacciata del povero Vanardi.

—Ma io, diss'ella con isquisita cortesia, sono venuta proprio a disturbo di lei, signore, che stava discorrendo colla marchesa. Non voglio essere d'impaccio, e piuttosto mi ritiro.

—No, no, sta qui: proruppe la vecchia. Quest'uomo può benissimo parlare anche in tua presenza…. Dite pur su…. Com'è già che vi si chiama?

Antonio ripetè per la terza volta il suo nome. Lisa si ricordò di presente come la persona che portava quel nome fosse stata vivamente raccomandata a lei ed a suo padre da Selva e da sua moglie.

—Ella è pittore? domandò con interesse ad Antonio.

—Signora sì.

—Ed amico dell'avvocato Selva?

—Per l'appunto.

—Ah, ah! tu lo conosci? interrogò la marchesa.

—Sì, santola, e sapendo ch'e' merita la sua protezione, glie lo raccomando.

—Bene, bene: disse la vecchia volgendo il suo capo tremolante ad Antonio, Eh, eh!… Sai tu Lisa che un'altra me l'ha giù raccomandato?… Non indovineresti mai più chi…. Mimì, la brava Mimì…. L'hai già veduta, Lisa? Essa è sempre più cara che è una meraviglia; Mimì, Mimì, dico, vieni a salutar Lisa.

La cagnuola s'avanzò lentamente alla chiamata della padrona; la quale, curvando più che le venisse fatto la testa, le faceva quella sua smorfia grinzosa che equivaleva un sorriso.

Lisa si risolvette a passare la sua manina inguantata sul dorso della bestiola, ma non con troppa buona voglia; Lombrichi invece chiamò a sè la podagrosa cagnetta, la tolse sulle sue ginocchia e le fece un mondo di carezze e di feste. La marchesa guardava con occhio tutto compiacenza gli atti del dottore. Lisa ne volle richiamare l'attenzione al povero Antonio.

—Ebbene, diss'ella, l'istinto non ha ingannato Mimì, quando essa notò il signor Vanardi come degno del suo interesse.

A questo punto Lombrichi credette doversi degnare di riconoscere il pittore.

—Se non isbaglio, disse, voi abitate una soffitta in casa del signor
Marone?

—Signor sì.

—Ah, ah! esclamò la marchesa con una specie d'interesse: in casa di quel sant'uomo. Siamo dunque vicini?

—E fu in casa vostra, soggiungeva Lombrichi, che venne ricoverato
Marone allorchè cadde giù della scala.

—Appunto.

—Oh, oh! tornò ad esclamare la vecchia; siete voi che avete soccorso quella santa persona!…

Le cose parevano incamminate il meglio del mondo in favore del nostro povero Antonio, quand'ecco la sua cattiva stella, per rovinarlo, mandar in iscena un nuovo personaggio: il signor Grisostomo.

Era un uomo grande, grosso, a lunga barba nera, a spalle quadre, a faccia e modi volgari, non privi d'impertinenza. Entrò con una certa padronanza, e gettò intorno uno sguardo scrutatore.

—Oh, oh! quanto gente c'è qui! diss'egli di subito, senza nemanco salutare. Evviva signora marchesa! La compagnia non le manca.

All'udire la voce di costui la vecchia aveva voltato ratto la testa tremolante, e lo guardava con quegli occhietti spenti che parevano in tal momento animarsi un poco.

—Ah siete qui buona lana? disse la marchesa. Sapevate ch'io stava peggio, lo sapevate, e m'avete lasciata sola tutta la mattina.

E Grisostomo, venendo accosto alla padrona con molta famigliarità, e rassettandole le robe ond'era coperta, ch'essa, nell'atto del rapido voltarsi, aveva un poco disacconciate:

—Eh! sono stato fuori per suo servizio e dietro suo comando, sa bene?

—Sì, sì; mi ricordo…. ma siete stato tanto tempo!…

—Se ho tardato un po', disse Grisostomo, gli è perchè ho pensato bene di fare insieme un'altra commissione in servizio di lei.

—Che commissione?

—Sono andato per que' cavalli più queti ch'essa desiderava alla sua carrozza. Ho finito tutto, e di quest'oggi saranno nella scuderia.

La vecchia curvò il capo sul petto e d'infra le sue mascelle, che masticavano col loro moto abituale, non uscirono che parole indistinte.

—Eh lo sapeva io, s'affrettò a dire Lombrichi tutto sorridente, deponendo a terra la cagnolina che teneva ancora sulle ginocchia; lo sapeva bene che il bravo Grisostomo non poteva indugiare che per servire la signora marchesa.

E tese amichevolmente la mano al domestico.

—Buon giorno, Grisostomo.

—La riverisco, signor dottore: poi girando di nuovo uno sguardo all'intorno: ma dica un poco lei, non siamo in troppi qui dentro per la quiete della signora marchesa?

A queste parole due persone arrossirono, Lisa e Vanardi.

—Ehm, ehm: rispose il medico guardandosi nello specchio; potrebbe anche darsi…. certo che…. il troppo parlare e il troppo sentire a parlare….

Lisa corse dalla marchesa, l'abbracciò amorevolmente e le disse con caldo accento:

—Santola, vuole che io parta o che rimanga a farle compagnia?

La vecchia posò un momento il suo sguardo sul volto della figlioccia, che stava lì innanzi e presso al suo; quelle sembianze giovanili ed allora animate, quell'aria d'affetto che ne spirava, tornarono piacevoli a mirarsi alla madrina.

—Rimani, rimani: rispose ella con qualche po' d'effusione. Mi fa piacere il vederti, e tu vieni sì di rado!

Grisostomo fece una smorfia, e non ebbe neppure la cura di celare il suo dispetto. Per isfogarlo si volse a Vanardi.

—E voi, gli domandò bruscamente, che fate qui, chi siete?

Antonio rispose non senza fierezza:

—Gli è alla signora marchesa che ho da parlare, ed a lei ho già dato conto dell'esser mio.

—Oh, sentite che tono! esclamò il villano servitore imbizzarrito. Chi vi ha introdotto?

Lisa già voleva intromettersi, ma a questo punto successa al malavventuroso pittore una tanta disgrazia che la sua causa fu compiutamente perduta. La cagnetta, posta in terra poc'anzi dal dottore, s'era avvicinata ad Antonio, il quale, non badandole punto, nel fare un passo indietro, calpestò con un piede una delle piote podagrose della bestiola. S'elevò tosto un alto guaito; e la vecchia si riscosse sulla sua poltrona, che più non avrebbe potuto fare se a lei medesima avessero pestato un callo.

—Che cosa avete fatto a Mimì? Vieni qui, carina…. O Dio, come zoppica!… Siete stato voi che me l'avete rovinata…. Insolente! andate fuori… ch'io non vi veda più… Grisostomo, fate uscire costui.

Antonio, senz'attender altro, si precipitò fuor della stanza con una rabbia ed una vergogna nell'anima che Dio vel dica; già toccava all'uscio del pianerottolo, quando Carlotta lo raggiunse, e in fretta in fretta, senza dargli tempo nè a pensare nè a parlare, gli pose in mano un involtino di alcune monete e gli disse:

—La vecchia è scema, Grisostomo è un birbone, ma la signora Lisa è un angiolo; è lei che vi manda questo.

Ed ella era veramente, come diceva Carlotta, un angelo, quella brava signora Lisa, cui que' tristi, uniti in empia lega, avevan fatto di tutto per allontanare dalla presenza, non che dal cuore della marchesa. Grisostomo non si mosse più dal fianco della vecchia fin che la figliuola del capitano Biale rimase colà; ed ella in vero, impacciata e infastidita dalla vista e dalle maniere di quel tracotante, non tardò a partire.

—Signora marchesa, disse il cacciatore, quando appena fu fuori la
Lisa, il notaio oggi non può venire, ma verrà domani senza fallo.

—Il notaio! balbettò la marchesa, perchè cosa il notaio?… Ah! mi ricordo. Ho da rifare il mio testamento. Volete proprio ch'io rifaccia il mio testamento?… Oh poveretta me!… Ma ciò mi farà morire…. Ah, mi sento male, sapete Grisostomo.—E diffatti dopo poche ore la si pose a letto colla febbre.

Nel pomeriggio di quel giorno medesimo, che era il lunedì, Selva e Vanardi si recarono a Valnota, e per una strana combinazione, che pareva un aiuto della Provvidenza, trovarono che Orsacchio erasi partito di là, per una misteriosa gita alla capitale. Matteo, tuttavia riconoscente al pittore delle generose mostre d'interesse che ne aveva ricevute, non pose ostacolo a che egli vedesse la signora della palazzina, ed Anna, dietro i cenni di Antonio, si recò da Gina a prepararla a riceverlo.

La infelice, ancora affranta dall'ultima crisi passata, era del corpo più inferma, ma quasi del tutto in senno, come da lungo tempo non era stata. Accolse Anna con un amichevole sorriso.

—Ho udito il baroccio a partire, diss'ella: egli s'è dunque allontanato… Sono sola!… Quanto tempo starà?

—Credo tutta la giornata.

Gina trasse un sospiro di sollievo.

—Signora, rispose la ragazza esitando, c'è qui un cotale che vorrebbe parlarle.

—Parlarmi! esclamò la misera. A me! Ma non c'è nessuno che venga a parlarmi. E chi ci verrebbe?… Non ho più alcuno al mondo io che si ricordi di me….

—Sì, signora, disse Anna dolcemente. C'è ancora qualcheduno che si interessa per lei… Qualcheduno ch'ella ha conosciuto in altri tempi.

Gina si riscosse tutta e si gettò ratta giù del sofà, su cui giaceva. Pigliò le mani della giovane e lo strinse forte; poi guardandola con occhio ardente dimandò ansiosa, agitata, tremante:

—Chi?… oh, chi?… Rispondi!… Sarebbe?… O Dio! o Dio!…

E la sua faccia s'illuminò d'un lampo di gioia sì eccelso che Anna ne fu, come dire, abbagliata. Ma sparì tosto; il volto di lei tornò all'espressione di profonda mestizia, e lasciandosi ricadere sul sofà mormorò:

—È impossibile, è impossibile… Sono folle.

Antonio, che non poteva più stare alle mosse, s'inoltrò pianamente: Gina vide l'ombra d'un uomo, trasalì, alzò vivamente la testa, quasi per un miracolo riconobbe di subito chi ei si fosse. Sorse di scatto, gettò un grido, si slanciò verso di lui, cadde nelle sue braccia esclamando:

—Siete voi!… E Adolfo? e Adolfo?… Parlatemi di Adolfo.

Vanardi non aveva parole fatte a rispondere. Le lagrime gli cascavano silenziose giù per le guancie. E' guardava quella misera donna così dal dolore distrutta, e una massima compassione l'occupava.

Ella sollevò il volto verso quello di lui, lo guardò un poco, e poi disse con un accento in cui parevano lottare la ragione e la pazzia:

—Voi piangete!… voi piangete!… E perchè?

Ad un tratto si spiccò vivamente da lui e mandò un grido:

—Ah! egli è morto!… È dunque vero? Voi piangete Adolfo… Perchè siete venuto allora?… Lasciatemi morir qui.

E si buttò sul sofà con disperato dolore, tutta la persona riscossa da un penoso singhiozzo. Antonio le si inginocchiò presso e si pose a parlarle: ciò che a quel punto gli dettassero la commozione e la pietà non l'avrebbe saputo ripetere egli medesimo di poi. La donna si calmò a poco a poco; ma il suo occhio era più smarrito e le sue parole più sconnesse e più tronche.

—Siete venuto a recarmene novelle, disse; vi ringrazio… Alzatevi, signore… S'accomodi, la prego… Mio marito è fuor di casa, ma non tarderà… Potete dire ad Adolfo che ho da parlargli… Conviene che s'allontani da me… Mi avevano detto ch'era morto… Non l'ho mai creduto, sapete… Signor Vanardi, ella è suo amico intimo. Le parla alcune volte di me?…

Antonio volle persuaderla a venir via con lui, ad abbandonare quel luogo e fuggire il suo carnefice, ma non ci potè riuscire. Gina aveva posto a quel luogo un materiale attaccamento, e spiccarsene non poteva, e non volle. Antonio dovette lasciarla, e ritornare in Torino con Selva, deciso a denunciare all'autorità Orsacchio l'uccisore d'Adolfo.

Ad una stazione intermedia della strada da percorrersi incontravansi i due treni, l'uno che veniva, l'altro che andava alla capitale. In questa sosta di pochi minuti in cui i due treni si trovavano allato, Vanardi, guardando per caso nell'altro treno, vide due occhi grifagni che stavano fisi su di lui, e riconobbe la brutta faccia di Orsacchio; bene si ritrasse egli vivamente all'indietro, ma era troppo tardi: il marito di Gina l'aveva visto e riconosciuto ancor'egli.

La cagione che aveva menato Orsacchio in città era sempre quel benedetto ritratto che egli voleva possedere ad ogni costo. Informatosi se il pittore fosse in casa, e saputo dalla portinaia ch'egli era assente, Orsacchio era salito al quartieretto di Vanardi, ed alla Rosina aveva detto senza preamboli, additandole il quadro:

—Datemi questa tela e vi pagherò cinquecento lire….

La donna allargò tanto d'occhi.

—Cinquecento lire! ripetè essa.

Orsacchio scambiò la meraviglia di lei per irrisoluzione, e pressato qual era di finirla, soggiunse:

—Seicento… ottocento, via, e non esitate più…

Rosina non esitò punto.

—Manderò a prenderlo domani o dopo domani. Lo consegnerete a chi ve ne recherà il denaro.

—Mandi al mattino dallo dieci alle undici; a quell'ora mio marito non c'è.

—Va bene.

Alla vista di Antonio che veniva dalla direzione di Valnota, un subito sospetto entrò nell'animo di Orsacchio. Un istinto lo avvisò che gli era per lui che quel maledetto pittore aveva fatto tal viaggio, che il suo asilo era scoperto, e che contro di lui l'amico d'Adolfo avrebbe eccitata la vendetta della legge. Provò una tal rabbia che dirlo è nulla. Quel mondo ch'egli aveva con tanta cura sfuggito tendeva ancora un braccio a ghermirlo…. Che fare? oh non si lascerebbe prendere. Fuggire di nuovo, ramingar sempre, cercare un ancora più nascosto ricetto in estera contrada!

Giunse a casa con un turbinio di siffatti pensieri pel capo che non gli lasciavano requie. Andò diviato verso la camera di sua moglie, e in quella che precedeva si arrestò e tese l'orecchio. Gina piangeva e andava pronunziando tratto tratto con immensa effusione di affetto il nome di Adolfo.

Al vedere entrare inaspettato il marito, la donna si drizzò pallida e spaventata cessando immantinente dal piangere, quasi dal rifiatare. Anna, che le era compagna, si ritrasse in un angolo timorosa ancor essa.

L'uomo guardò intorno con occhi che mandavano luce di sangue. Indovinò tutto. Incrociò le braccia al petto, si rivolse ad Anna, e fulminandola con quel suo sguardo tremendo, le disse:

—Un uomo è entrato qui, quest'oggi, ed ha parlato a mia moglie.

Anna non ebbe neppure in pensiero di negare, curvò il capo e si tacque.

—Uscite! soggiunse imperiosamente Orsacchio: e qui dentro non verrete più.

La fanciulla partì, Gina guardava stupidita e non si mosse. Orsacchio fece due o tre giri per la camera, poscia piantandosi ritto innanzi a lei:

—Domani, le disse, noi ripartiremo.

E la lasciò sola.

Il domani infatti Orsacchio fu alla più vicina città, e verso sera ne tornò con una carrozza a due cavalli di posta. Aveva messo in poche valigie egli stesso tutto ciò soltanto che poteva dirsi indispensabile; e quando le ebbe fatte caricare sul legno, entrò nella stanza di Gina, e senz'altri preamboli le disse brusco:

—Venite.

La donna alzò il capo, guardò un poco il marito e parve tutto disposta ad obbedire.

Orsacchio s'avviò primo verso l'uscio, ed essa lo seguì; ma quando il suo piede ebbe tocca la soglia, Gina s'arrestò.

—Dove andiamo?

—Che v'importa saperlo? Noi partiremo di qui.

Ella indietreggiò.

—Partire di qui! esclamò. Non voglio.

Orsacchio la prese ad un braccio e ripetè più fieramente:

—Venite!

Ma ella, scrollando il capo, con una pacatezza da scema, rispose:

—No, no, non voglio… sto bene qui… sto molto bene… amo il mio giardino… benchè ci sia la neve… ma la neve andrà via e torneranno i fiori…

Il marito le strinse violentemente il braccio e accostando le sue labbra all'orecchio di lei, quasi da toccarlo:

—Non obbligatemi a mezzi di rigore, le disse. Voglio essere ubbidito, lo sapete.

La poveretta diede in uno scossone come chi da una placida quiete venga improvvisamente turbato per un alto terrore. Mandò un grido, e fece a sciogliersi dalla stretta della mano di lui.

—Lasciatemi, lasciatemi!… Ah, voi mi fate male… Lasciatemi stare per carità.

La si dibatteva per divincolarsi; egli s'avviò verso la porta, trascinandola a forza dietro sè: Gina gettava grida di spavento e s'attaccava dall'uno all'altro a tutti i mobili della stanza.

—Tacete! tacete! le diceva sommesso il feroce.

—No, no, urlava essa: non voglio partire, voglio rimaner qui…
Uccidetemi piuttosto.

Orsacchio l'afferrò per le due braccia, la tirò violentemente a sè, la strinse riluttante al suo petto, le pose innanzi al volto il suo orribilmente contratto, e con accento crudelissimo le disse spiccato:

—Sì… come ho ucciso Adolfo.

Gina puntò le sue deboli braccia alle spalle di lui per rigettarsene indietro, si dibattè per isciogliersi da quell'orribile amplesso, ma le forze le mancarono a un tratto, e svenne.

Così priva di sensi ei la portò sollecito nella carrozza.

—A Torino, diss'egli al postiglione: e di galoppo.

Quindi si slanciò nella vettura che partì di furia.

L'infelice donna abbandonava quella casa come c'era arrivata, svenuta.

XXIV.

Due giorni dopo, era il mercoledì, Antonio, che non poteva pagare il padrone di casa non ostante la dilazione, si vedeva in giudizio condannato al pagamento mediante lo staggimento e la vendita delle sue poche robe.

Vanardi, che il giorno prima erasi tutto occupato per Gina, presentando all'autorità competente una sua denuncia contro Orsacchio, ora pensò di tornare agli uffizii del signor Bancone a ricevere da Gustavo Pannini la promessa risposta.

Vedendo uscire il marito per tempo, Rosina si rallegrò molto; perchè essa aspettava ogni mattina l'acquisitore del quadro, il quale venisse a pigliar questo ed a recarne il prezzo, e assai si turbava al pensiero che in tal momento Antonio si trovasse in casa.

Vanardi camminava inquieto alla volta del palazzo del banchiere. Era l'ultima sua speranza, era l'ultimo filo di salute; se quella riesciva a non altro che ad un disinganno, se questo gli si rompeva tra mano, egli era senza redenzione perduto. La sua famiglia sarebbe stata cacciata sulla strada, e il freddo e la fame si sarebbero disputato a chi più tosto l'avrebbe morta.

Introdottosi nell'afa calda di quegli ufficii, dov'era già penetrato una volta, Antonio si ricordò che il meno scortese di tutti colà dentro era stato il cassiere; epperò tirò dritto sino allo scompartimento di lui, e venuto alla cancellata, dimandò:

—Ci sarebbe il signor Pannini?

Il cassiere sussultò come se gli avessero dato all'impensata un forte pizzicotto.

—Pannini! gridò egli con accento tra la meraviglia e l'indignazione.
Voi cercate di Pannini?

La fronte stretta del brav'uomo aveva una certa ruga che poteva credersi volesse significare severità e corruccio, e gli occhi di vetro del buon cassiere avevano una certa fissità a cui se si fosse potuto attribuire un'espressione, si sarebbe detto esser quella del dubbio e del sospetto.

—Sì signore: aveva risposto Antonio.

Il signor Busca parve meditare una qualche cosa importante da dire, e come meglio dirla; ma due minuti di riflessione evidentemente profondissima non gli valsero che a trar fuori la seguente richiesta:

—Sapete voi dove sia Pannini? Ne avete voi novelle?

Fu per Antonio la volta di mostrarsi meravigliato.

—Eh no! esclamò: se vengo qui a cercarlo….

—Qui! qui! proruppe il signor Bernardo; ma non sapete dunque niente voi? Ah! quel birbone certo non metterà più i piedi qui dentro, a meno che due carabinieri ve lo menino…. Il ladro è lontano chi sa quanto!… È scappato chi sa dove!… Lo scellerato ci ruba dai cencinquanta ai dugento mila franchi.

Vanardi cadde dalle stelle. Oh sì che adesso poteva servirgli la protezione di quel tale per entrare negli uffizii della banca! Si partì di là disperato del tutto, persuaso che oramai per lui non c'era più scampo di sorta, e la sciagura lo voleva senza riparo nel fondo della miseria.

S'avviò per tornare a casa che non aveva più la testa a segno; ed entrò nel suo camerone sui tetti colla faccia d'un Amleto che si apparecchia a dire il famoso monologo. La Rosina, che da un momento all'altro aspettava chi venisse a pigliare il quadro, si stupì sgradevolmente e si stizzì maledettamente del così sollecito ritorno del marito. Egli entrò nel secondo scompartimento della stanza e si buttò a sedere senz'aver pure il coraggio di parlare; essa cercava modo di mandarlo via di nuovo, quando venne a turbarla per l'affatto un picchio dato all'uscio.

Era il padrone d'un piccolo e riposto albergo a cui Orsacchio, arrivato il mattino, era andato a pigliare stanza sotto un supposto nome. Per non abbandonare la moglie egli aveva pregato il locandiere di recarsi colà, a quell'ora, ed alla donna dare i denari ritirandone il quadro; che se ci trovasse il marito fingesse uno sbaglio, non parlasse di nulla e se ne venisse via tosto tosto.

L'albergatore, che non era de' più furbi, entrato, e non visto innanzi a sè che la Rosina, credette poter parlare senza più cautele.

—Siete voi la moglie del pittore Vanardi?

—Sì signore.

—Bene: vengo per quel certo quadro che avete venduto l'altro jeri, e qui ci sono i denari.

Antonio udì queste parole e saltò fuori con impeto di dietro il paravento; l'oste rimase in asso, guardò la donna, la vide farsi bianca bianca, poi rossa rossa di volto, capì che l'aveva sgarrata e non pensò ad altro che a battere in ritirata.

Se Vanardi fosse stato in chiaro dei patti, chi sa se l'assoluto bisogno non l'avrebbe fatto cedere: ma egli non dovette nemmanco cimentarsi con siffatta tentazione, perchè l'oste che ricordava le pressanti raccomandazioni del suo committente di non dir nulla al marito, accortosi che giusto quest'esso gli stava dinanzi, non attese altro, e già era fuor dell'uscio che Antonio aveva ancor da aprir bocca.

Marito e moglie si trovarono a fronte e si guardarono tra impacciati e stizzosi. Ma nella Rosina non fu tarda a dominare del tutto la stizza; ne nacque una lite del diavolo, in cui anche il marito, che aveva l'anima per traverso, fece la parte sua, e che finì colla partenza di Antonio il quale, dato di piglio al suo cappellaccio, fuggì protestando che piuttosto che vivere con un basilisco simile di donna gli era più caro qualunque caso, mentre la Rosina gli gridava dietro che il fistolo lo portasse; sapete bene, i soliti spropositi che fa dire la collera e che a sangue raffreddo pare impossibile si sieno potuti dire.

Antonio girò lungamente pei viali fuor di città come una mosca senza capo. Ad un punto si lasciò cadere sopra un panca, e coprendosi colle mani la faccia si domandò con infinita angoscia dell'animo:

—Ed ora che cosa debbo fare?

Di botto mandò un'esclamazione, fece un trasalto e si battè la fronte come uomo a cui si affaccia l'inspirazione d'un'idea. Si frugò in tutte le tasche finchè da quella del petto nel soprabito trasse fuori un giornale ripiegato: era quello che parecchi giorni prima gli avea imprestato messer Agapito, perchè facesse leggere alla moglie il pietoso caso di quel povero diavolo che non sapendo più come provvedere alla sua famiglia s'era buttato nel fiume. Dopo il luttuoso avvenimento, narrava il giornale come la carità dei concittadini si fosse desta ed avesse provvisto agli orfani ed alla vedova del disgraziato.

Vanardi lesse e rilesse quell'articoletto; si vedeva che ci faceva su delle meditazioni profondissime; ma in mezzo alla serietà del suo aspetto passava tratto tratto un lampo di malizia, quasi di buon umore. Dopo una buona ora di siffatta meditazione, ripiegò accuratamente il giornale, lo ripose in tasca, s'alzò e si diresse verso l'abitazione di Giovanni Selva.

Questi era eziandio molto conturbato ed afflitto a cagione dell'orrenda disgrazia avvenuta alla famiglia del signor Biale, disgrazia che vi racconterò nel capitolo venturo; ma alla vista della desolazione impressa sul volto di Vanardi obliò tutto il resto per non darsi cura che di lui.

Il pittore espose come quella medesima disgrazia della famiglia Biale togliesse anche a lui ogni speranza, raccontò la scena avvenuta colla moglie e finì per confessare che aveva presa una grande risoluzione.

—Quale? domandò con inquietudine Selva.

Antonio mostrò all'amico l'articolo del giornale che glie l'aveva ispirata, e soggiunse:

—Un uomo, perchè il mondo lo soccorra e i nemici lo perdonino, conviene che muoia… Io non ho che un mezzo per ridurre mia moglie un agnellino, per fare che mio zio torni un padre ai miei figli, perchè tutto si aggiusti in bene della mia famigliuola: e questo mezzo è quello di morire.

XXV.

Se vi ricorda, gli era il lunedì a sera che Marone doveva recarsi da Pannini per averne le sue novanta mila lire, e quel giorno medesimo un agente di cambio era venuto a portare delle cartelle del debito pubblico pel valore di sessanta mila franchi.

Ora quel giorno, Gustavo Pannini, infelicissimo nelle sue speculazioni di borsa, doveva pagare dalle sessanta alle settanta mila lire di differenza per la liquidazione di fin di mese. L'infelice era disperato, e benchè non sapesse come trovarci un rimedio, aveva pregato quell'agente a cui doveva pagare tal somma, quel cotal Borgetti che ci avvenne d'incontrare in quegli uffici quando la prima volta ci entrammo in compagnia di Antonio, di tornare verso sera che in qualche modo avrebbe provvisto.

Pensò ad implorare il principale, e fattosi coraggio salì al piano superiore dove il signor Bancone, tormentato dalla podagra, stava sdraiato nella sua camera. Il milionario banchiere non lo lasciò manco terminare; disse a Gustavo che gli era un babbuino ad aver giuocato al rialzo, mentre egli, Bancone, aveva giuocato al ribasso: che quel tanto e più cui Pannini perdeva era egli a guadagnarlo, e che non lo avrebbe soccorso manco d'un centesimo per mostrargli ad essere più accorto nell'avvenire: intanto pensasse a pagare, perchè in difetto egli non avrebbe più tenuto nella sua banca un tale che non avesse fatto onore ai propri impegni, altro che dargli il posto di primo commesso; e con questa pillola confortativa, facendo smorfie orribili per la gotta, lo congedò.

Pagare! come lo poteva Gustavo? Era dunque l'onore perduto e l'impiego?.. In quella gli venivano ricapitate quelle tali cartelle che ho detto. Se avesse potuto disporre delle medesime!… Cotal pensiero si era appena affacciato alla sua mente che Borgetti sopraggiungeva ad esigere la somma dovuta. Fu un atto più d'istinto che di ragionamento. Gustavo prese quelle cartelle e le pose in mano all'agente di cambio che lieto di vedersi così assicurato s'affrettò a partirsi colla sua preda. Fu quando Borgetti era partito che Gustavo si rese conto dell'azione che aveva commessa. Raccapricciò. Che cosa direbbe al principale? che cosa allo suocero? sentì la testa dargli in ciampanelle. Non c'era che un modo: partire, allontanarsi, fuggire. Ma come, se non ne aveva manco i mezzi?… In quella ecco aprirsi l'uscio e il signor Bernardo Busca, cassiere della banca, presentarsi con fra mano alcuni sacchetti ed un grosso viluppo di biglietti di banca.

—Ecco le novanta mila lire richiestemi per questa sera. Vuole che le riscontriamo insieme?

—Oh, non occorre: rispose Gustavo; le deponga costì, ed io glie ne do tosto il discarico.

—Le cose in regola, disse il formalista cassiere. Potrei aver commesso un errore nel contare, ed ella non deve accettare la somma senz'esser certo del fatto suo. Verifichiamo.

—Lei non commette errori, signor Busca, ne son di là di sicuro. Pure, se ciò le garba…

Il cassiere si pose a versare sulla scrivania i sacchetti di napoleoni. Fu un'onda d'oro che coprì il tappeto verde, fu un suono d'armonia seduttiva che, ripercossa dalle pareti di quel camerino, destò, per così dire, il demone della voluttà del guadagno. A quel rumore ed a quella vista gli occhi di vetro del cassiere rimasero quei medesimi; ma le pupille di Gustavo s'accesero stranamente, mentre le sue guancie impallidivano. Nel toccare, nel fare scorrere, nel rammentare a pile quelle lucenti e tintinnanti monete, le dita del giovane fremevano; con una tenacità carezzevole e desiderosa esse palpavano i dischi metallici e la carta delle polizze di valore.

Quand'ebbero finito di contare, Bernardo rimise i napoleoni ne' sacchetti, sovrappose l'una all'altra le polizze di banco, lasciò il tutto lì dinanzi a Gustavo e si ritrasse.

Il marito di Lisa rimase solo. Solo? No: v'era colà dentro un tremendo demone tentatore, e quei sacchetti e quei pezzi di carta esercitavano sul suo spirito un funesto fascino irresistibile.

Lì avrebbe potuto avere i mezzi per fuggire: lì avrebbe potuto avere almeno assicurata la sua esistenza avvenire… S'alzò e si pose a passeggiare per la stanza agitato:

—Perduto ad ogni modo, lo sono: disse egli ad un punto, tanto vale adunque…

S'arrestò e passò la destra sulla fronte madida di freddo sudore.

—Fra poco Marone verrà a pigliare i suoi denari… tanto meglio!.. Oh venga presto…

In quella si picchiò all'uscio del gabinetto.

—Gli è lui, pensò Gustavo, il sogno è finito; e ratto il suo sguardo corse al denaro, e, come un lampo, gli passò per la testa l'idea di gettarvisi su, d'arraffarlo e fuggire per l'altra porta.

Fermò il viso, mandò un sospiro, e con voce non calma del tutto, disse:

—Avanti.

Ci entrò, non Marone, ma la vecchia di lui fante.

Voi sapete che il giorno innanzi il padrone di casa di Antonio era caduto giù dalle scale e s'era slogato una gamba; non potendo quindi venire, mandava la serva con una sua lettera in cui, narrando la disgrazia avvenutagli, pregava il signor Pannini a volergli recare a casa la somma in discorso, che glie ne avrebbe fatta una fiorita compitezza.

Negli occhi di Gustavo balenò una fiamma di gioia. Non fu riflessione, fu come una trista ispirazione dell'inferno. Si mise alla scrivania, e rispose a Marone, quella sera non poter egli rendersi alle brame di lui, ma il domani senza fallo sarebbe ito col denaro. Piegò la carta, vi pose il suggello e la diede alla fante la riportasse al padrone. La sua mano tremava un pochino. Quando la donna fu uscita, il giovane, pallido e cogli occhi sconvolti, corse al tavolo, abbrancò sacchetti e involti delle polizze, serrò tutto fra mani, fra le braccia, al suo petto, con febbrile passione.

—Tutto questo è mio, esclamò; fuggirò… Prima di domani a sera non si saprà nulla… Andrò in America… Là in pochi anni mi farò ricco a milioni… Ricco!.. ricchissimo!..

Pose nelle sue tasche l'oro e le carte di valore; tremava come assalito dalla terzana: non era più in sè: uscì ratto e dovette tornarsene indietro a prendere il cappello che dimenticava. Aveva sulla faccia l'impronta più della pazzia che del delitto. Quando fu nella strada vide passare una carrozza da nolo venturosamente vuota; la chiamò, ci saltò dentro e diede l'indirizzo per a casa sua. Era l'imbrunire e i lampioni delle strade cominciavano ad accendersi qua e colà. A casa lo aspettavano pel pranzo. Nello scendere di carrozza egli ci pensò. Con che viso sarebbe venuto innanzi allo suocero ed alla moglie? E poi conveniva partire il più presto possibile, e che i suoi, cercando di lui, non dessero l'allarme; e s'egli parlava loro di partenza l'avrebbero oppresso di richieste e postolo troppo agevolmente in imbarazzo. Tutto questo gli passò pel capo in un baleno; e il suo partito fu preso di botto. Entrò dal portinaio e chiese un fogliolino di carta: ci scrisse su poche righe in cui diceva alla moglie, per ragione del suo ufficio aver egli da partir tosto e star assente alcuni giorni, non volesse quindi darsi pena del non vederlo, e lo scusasse anche presso lo suocero dell'allontanarsi così senz'altri saluti, ma necessità lo voleva.

Diede la lettera al portiere perchè la recasse tosto su a Lisa, e tornato nella carrozza ordinò al cocchiere lo menasse in fretta allo scalo della ferrovia, da cui stava giusto per partire a quell'ora un treno.

Al ricevere di quel biglietto, Lisa, col meraviglioso istinto di donna amante, presenti che quella era una disgrazia; non sapeva capire come, venuto fin sotto alla porta, Gustavo non fosse salito a darle almanco un bacio d'addio. Passò una notte agitatissima ed insonne, e pareva, tanta era la sua inquietudine, che ad ogni momento s'aspettasse lo scoppio del fulmine che doveva distrarre ogni suo bene terreno.

E il fulmine precipitò verso mezzogiorno. Lisa e suo padre, dopo l'asciolvere stavano nel salotto, quando una violenta scampanellata risuonò dall'uscio dell'appartamento. Lisa, senza sapere il perchè, sentì il suo cuore mettersi a palpitar forte. Si udì nella stanza precedente il passo concitato d'un uomo ed una voce aspra ed affannata che diceva:

—Non c'è?… È partito?… Voglio veder sua moglie… suo padre… voglio parlare a qualcheduno, io!

Il signor Biale voleva andare a vedere egli stesso che cosa fosse, quando la serva entrò di fretta.

—Gli è un signore tutto accalmanato, disse, che dimanda di sor
Gustavo, e vuole ad ogni modo venire innanzi.

—Introducetelo, comandò l'antico capitano.

In questo mentre lo sguardo di costui si posò sulla figliuola. Ella era sì pallida e turbata ch'egli se ne atterri.

—Lisa, esclamò, c'è qualche cosa? che sai tu?…

—Niente, niente: ebbe tempo appena di rispondere la donna.

Il signor Bernardo, il cassiere di Bancone, si precipitava nella stanza coll'impeto d'un masso che precipita giù da una china.

—Signora! gridò egli avanzandosi quasi minaccioso verso Lisa: dov'è suo marito? Ho bisogno di parlargli, ho bisogno d'averlo qui subito.

Lisa confusa, quasi spaventata, non seppe nemmeno rispondere. Il capitano, facendo un passo verso il nuovo venuto, disse con accento asciutto e risentito:

—Signore, mio genero non è a Torino.

Busca si volse di scatto verso di lui.

—Ah, proruppe, il birbone è proprio scappato…

Il signor Biale gli troncò aspramente la parola.

—Chi siete voi? che modo è codesto? che impertinenza è la vostra?

E il dabbene Bernardo con tutto il calore di cui era capace:

—Chi sono? Sono il cassiere della banca a cui vostro genero ha portato via cencinquanta mila lire.

A questa brutale sortita, Lisa cadde seduta, mandando un grido: Biale indietrò come colpito a mezzo il petto da una botta.

—Signore! sclamò quest'ultimo: voi mi darete ragione di queste parole.

Il cassiere contò senz'altro come la mancanza di Pannini dal suo posto e quella delle cartelle del debito pubblico avessero già desto alcun sospetto in Bancone; come una lettera di Marone avesse avvisato che egli non aveva ricevuto i denari; come la misteriosa partenza di Gustavo troppo confermasse i concepiti sospetti.

—È impossibile, è impossibile, disse Biale diventato pallido, che pure sentiva entrare in suo cuore lo spavento che quella potesse essere la verità.

Lisa si drizzò con impeto, presa da nuova energìa, e gettò le braccia al collo del genitore.

—Sì, è impossibile: grida ella: oh! difendetelo voi, padre mio, non lasciatelo calunniare il mio Gustavo. Egli è innocente, ne sono sicura…

E la meschina ruppe in pianto.

—Sta di buon animo: le disse il capitano abbracciandola; sarà uno sbaglio che tosto si metterà in chiaro… Io vengo con voi, signor cassiere: voglio parlare al vostro principale.