Ed abbracciata amorosamente la figliuola, partissi tosto col signor
Bernardo.
XXVI.
Bancone soffriva della podagra anche più del giorno precedente; e il fatto della fuga di Gustavo l'aveva mandato in un'irritazione da non dirsi.
Bernardo entrò primo nel gabinetto del banchiere.
—Ebbene? dimandò Bancone appena lo vide: quel mariuolo ce lo menate voi qui per le orecchie?
—Egli è fuggito davvero: rispose Busca, coll'aria mortificata d'un segugio che si lasciò scappar la lepre.
Bancone mandò una grossa bestemmia da scandalizzare un vecchio caporale.
—Ma c'è qui suo suocero: continuò Bernardo.
—Suo suocero! esclamò il banchiere. E che cosa m'importa dello suocero? Andate a chiamare l'assessore di pubblica sicurezza.
Biale s'avanzò.
—Un momento, di grazia, diss'egli con nobile accento: la prego.
Bancone mirò il volto pallido e commosso del capitano: quelle sembianze severe ed oneste gli imposero.
—Che cosa la mi vuole?
—Prima di gettare il disonore sopra un nome ed una famiglia si compiaccia riflettere.
—Riflettere! proruppe Bancone trasalendo sulla poltrona: e intanto il merlotto se la batte col bottino… Fossi matto!
—Ma se fosse un equivoco?
—Non c'è equivoco: la cosa è chiara come il sole….
E raccontò al capitano come Gustavo giuocasse alla borsa, avesse perso, avesse pregato lui di soccorrerlo, e si fosse soccorso poi colle sue mani, rubando.
L'infelice padre di Lisa sentì la vergogna affogarlo; con voce che stentava ad uscir dalla gola, disse allora:
—Ebbene, la prego in nome della carità a voler soprassedere… Pensi che vi sono degli innocenti.
—Penso che ci perdo centocinquanta mila lire: interruppe ruvidamente il banchiere.
—Signore… tutto quello che ho son pronto a dare per indennizzarla.
—Eh si, parole! Il suo patrimonio è egli bastevole a ciò?… Non ne so niente io, e non voglio perdere tempo in inutili incombenti.
Biale non pregò più. La pena che l'opprimeva era incredibile. Una vergogna dolorosa, più che parola umana possa esprimere, gli gravava l'anima eletta; il rossore, senza colpa, gli faceva abbassare quella nobile fronte che sino allora aveva portata alta innanzi a tutti, nel fuoco delle battaglie, nelle vicende della vita civile.
—Faccia a sua posta, diss'egli con dignità. Eseguisca lei ciò che crede suo diritto, io non mancherò di fare quel che penso mio dovere.
E fatto un leggiero inchino se ne partì, la morte nell'animo, ma fermo tuttavia nel viso.
Con quanta impazienza Lisa attendesse il ritorno di suo padre è più facile immaginare che dire. Quand'egli giunse si precipitò verso di lui, e venne a cadere fra le sue braccia.
—Gustavo è innocente, esclamò ella. Non è vero che Gustavo è innocente?
—Voglio ancora sperarlo, rispose il padre, non osando dire la tremenda verità: ma intanto conviene tosto provvedere che niuno pel fatto suo abbia danno. Tutto ciò che io posseggo è tuo, sei tu pronta a sacrificarlo?
Lisa non lo lasciò terminare.
—Tutto, tutto, diss'ella. Purchè Gustavo sia salvo… e torni presto… O cielo! s'egli non avesse a tornar più?
Intanto l'autorità a cui s'era sporta denunzia avvisava per telegrafo tutte le stazioni di carabinieri, lungo la linea di ferrovia per cui si appurò essere partito Gustavo, perchè si cercasse del fuggitivo e lo si arrestasse.
Un giorno solo era trascorso e la povera Lisa pareva aver passati anni di dolore: anche suo padre era disfatto e scoraggiato. Il bravo uomo già aveva date tutte le disposizioni per vendere il suo piccolo avere, e si addolorava forte perchè non bastasse a pagare l'intiera somma da Gustavo derubata.
Verso le dieci ore padre e figliuola furono riscossi dal suono del campanello. Questa volta era Carlotta, la cameriera della marchesa di Campidoro, che domandava sollecita di parlare alla signora Pannini.
Venuta innanzi a Lisa ed al capitano, la giovane cominciò a chiedere scusa del presentarsi così di suo capo, non mandata da nessuno, ma soggiunse non averci potuto resistere, aver ella troppo interesse e troppa simpatia per la buona signora Lisa da vedere con indifferenza la solenne birbonata che si voleva compire a danno di lei. Pregata di spiegarsi, raccontò come da un pezzo ci fosse intorno alla marchesa una gara fra Grisostomo, il curato, il dottor Lombrichi, il signor Marone e il cavalier Salicotto a dar la caccia all'eredità dei Campidoro: che negli ultimi giorni i fili s'erano venuti stringendo, che fattasi una lega fra tutti, escluso Salicotto, cui avevan trovato modo di levare ogni considerazione nello spirito della marchesa mercè la storia narrata dal dottore del modo di governarsi di quel tale verso suo padre, aveano deciso di spartirsi fra loro la torta; che da un po' di tempo stavano a' panni alla marchesa perchè rifacesse dietro loro intenzione il suo testamento, che per una ragione o per l'altra non ci avevano mai potuto riuscire, ma che di quel giorno medesimo, premendo la cosa perchè la vecchia era molto giù, si voleva finire la bisogna. La buona Carlotta pertanto veniva ad avvisare la signora Lisa perchè accorresse subito presso la santola, la quale vedendola o non avrebbe più fatto il nuovo testamento od almanco non ci avrebbe più dimenticata la figlioccia, come quei brutti musi la volevano indurre a fare.
Detto ciò, la buona ragazza scappò tosto per tornare a casa prima che la sua mancanza vi fosse avvertita.
Padre e figlia rimasero senza parlare per un po': Lisa aveva sentito che il suo dovere era di accorrere ad assistere la santola che stava male, ma ora il suo cuore era preso da tanto affanno che non aveva risoluzione e coraggio a pur pensare ad altro che quello non fosse: il capitano appariva preoccupato assai. Fu egli finalmente a rompere il silenzio.
—Conviene tu ci vada dalla marchesa, prima perchè è tuo debito, poi…
Ristette come se le parole che avevano da seguire gli fossero penose da pronunziare, e in vero non fu senza sforzo ch'egli soggiunse:
—Perchè se tua matrina ti volesse favoreggiare, ciò ne gioverebbe assaissimo…
Arrossì come uomo in colpa e s'affrettò a soggiungere:
—Non già per noi… ma per poter riparare a tutto… il danno fatto da Gustavo.
Lisa non rispose parola, ma diede in una esclamazione, e corse a vestirsi.
Dieci minuti dopo, ella era pronta ad uscire quando la sorte le mandò un ostacolo ad impedirnela. Era l'autorità giudiziaria che si presentava per procedere ad una perquisizione domiciliare.
La brava Carlotta intanto aspettava l'arrivo di Lisa a casa della marchesa con vera impazienza. Ma il tempo passava, ed ecco alle undici il notaio arrivare ed essere introdotto tosto nella stanza dell'inferma, dove già erano il curato ed il dottore. La signora Pannini non s'era ancora fatta viva.
La stanza dell'inferma era in una oscurità quasi completa; nel fondo giaceva la vecchia in un letto suntuoso, cortinato di seta, e il macilento di lei corpo si perdeva affatto sotto le coperture, come il capo quasi scompariva in mezzo dei guanciali di piuma a cui s'appoggiava. Presso al letto stavano il parroco ed il medico: in un angolo della stanza un tavolino con sopravi carta, penne, calamaio, bastoncini di cera lacca ed una candela accesa, con un coprilume opaco che non ne lasciava spandere i raggi all'intorno.
Appena entrato col notaio, Grisostomo andò innanzi, e s'avvicinò sollecito alla giacente dalla parte del letto verso la parete.
—Il notaio è qui finalmente: diss'egli.
Non s'udì risposta alcuna dell'ammalata.
Il dottore col più lezioso de' suoi sorrisi sulle labbra s'accostò al notaio che stava là piantato, senza vederci ancora distintamente in quella oscurità, e gli disse:
—Lei avrà già preparato l'atto?
—No, signore.
—La sarebbe stata più spiccia. Pazienza! S'accomodi qui e lo rediga subito, chè la signora marchesa desidera far presto.
Egli accennava il tavolino col lume.
—Scusi, disse il notaio, ma per ragione del mio ministero, mi bisogna parlar prima colla cliente.
S'avvicinò al letto. I suoi occhi già avvezzi a quella poca luce videro l'ammalata che già pareva morta, cotanto era gialla e senza espressione nel volto: aveva però gli occhi larghi e quasi inquieti.
—Riverisco, signora marchesa, disse il notaio, come sta?
Grisostomo si chinò verso la giacente.
—È il signor notaio ch'ella aspettava sin dall'altro ieri.
E la marchesa guardando stupidamente il notaio si pose a balbettare:
—Testamento… testamento… ho da fare testamento.
Il dottore fu lesto ad interpretare quelle parole al notaio.
—La sente? Dice che ha mandato a chiamar lei per fare testamento.
—Eccomi ai suoi ordini: disse il notaio parlando alla marchesa.
Questa e proprio la sua decisa volontà?
Grisostomo fissò con sì intentiva insistenza i suoi sguardi sulla vecchia, che gli occhi di costei, come per influsso magnetico, furono attirati a quelli di lui e parvero attingervi alcuna maggiore intelligenza.
—Grisostomo, balbettò ella con fievolissima voce, dite voi, fate voi…. Ho sete, datemi da bere.
Il domestico passò il suo braccio sotto ai tanti cuscini che reggevano il capo dell'inferma e ne la sollevò pianamente; Lombrichi gli porse un bicchiere, e Grisostomo messolo alle labbra della vecchia, vi lasciò cadere a goccie la bevanda. Poi la rimise giù adagino e le riassettò intorno al collo le coltri.
Il notaio riprese a domandare:
—Che sorta di testamento vuol ella fare signora marchesa? pubblico o segreto?
—Segreto, segreto: rispose il curato che non aveva ancora detto sillaba, e presa d'in sul tavolino una carta ripiegata in quadrato e chiusa da più sugelli di cera lacca, la porse al pubblico uffiziale: ed eccolo qui.
—Va bene, disse il notaio, ma bisogna che sia la marchesa stessa che me lo consegni, dichiarandomi espressamente in presenza dei testimonii che quello è il suo testamento.
Grisostomo si curvò di nuovo verso la giacente, e fissandola con un'espressione che quasi poteva dirsi di comando, le disse:
—Ha udito? Bisogna che sia lei a dar nelle mani del notaio il testamento.
La marchesa volse al cacciatore i suoi occhi fatti quasi sgomenti e ripetè con voce tremolante:
—Testamento!… testamento!… O Dio! Ho proprio da morire?
Il domestico si chinò vieppiù sull'ammalata, e le disse all'orecchio:
—No, anzi…. ciò le vorrà far del bene.
Il curato entrò in mezzo anch'egli.
—La nostra vita è nelle mani di Dio; e felice colui che è in ogni modo preparato a comparirgli dinanzi.
Il medico fu lesto a temperare l'effetto poco rassicurante di queste parole.
—Grisostomo ha ragione, diss'egli. Quando la si sarà tolto questo fastidio, più tranquilla d'animo, la vorrà stare assai meglio.
—Sì?… Allora…. fate voi Grisostomo…. dite voi…. E mi si lasci la pace.
Furono introdotti i servi che dovevano servire da testimoni; Grisostomo trasse fuori dalle coltri il braccio destro della marchesa, levò dalle mani del curato la carta ripiegata, e la pose nella destra dell'inferma, poi le disse:
—Ecco: dia questa carta al signor notaio e gli dica: Questo è il mio testamento.
La marchesa ubbidì come una macchina; e il notaio, ricevuto il plico, andò al tavolino preparatogli e ci sedette a scrivere l'atto.
In quella un po' di rumore ed alcune parole scambiate nella stanza vicina attrassero l'attenzione di Grisostomo; gli parve udire fra le voci che parlavano quella di Lisa, ed accorse sollecito. La figlioccia della marchesa stava proprio per entrare spinta da Carlotta.
Lisa, tostochè libera, erasi affrettata a giungere in quel punto.
—Presto, presto, le aveva detto Carlotta che era andata ad aspettarla in anticamera; forse la è ancora in tempo.
E, prendendola, l'aveva menata sollecitamente fino all'uscio della camera da letto della padrona. Ma colà ecco mettersi innanzi a loro un servo che, d'ordine del signor Grisostomo, aveva da impedir l'entrata a chicchessia. Carlotta volle persuaderlo, Lisa si mise a pregarlo, e Grisostomo comparve in quella.
—Che cos'è? diss'egli, lanciando uno sguardo da basilisco su
Carlotta.
Costei capì che per essa la era rotta affatto col cacciatore, e che perciò tanto valea la lotta aperta.
—C'è che la signora Pannini vuol vedere sua madrina, e niuno glie l'ha da impedire: diss'ella con un coraggio eroico.
Grisostomo si volse al servo.
—E tu panbianco, che cosa facevi costì?
—Io le ho detto subito che in questo momento non si poteva entrare: rispose il servo.
E Grisostomo, burbero, senza però guardare in faccia la signora Lisa:
—Nè in questo momento, nè mai.
La moglie di Gustavo fece un passo innanzi, e con dignitosa fierezza proruppe:
—Che vorreste voi dire, Grisostomo?
—È l'ordine della signora marchesa, rispose costui guardando sempre di sbieco, quasi non osasse fissare in volto la signora.
—È impossibile, esclamò Lisa con isdegno: voi mentite.
—No, signora: rispose Grisostomo stizzito; la mia nobile padrona ha detto…
Esitò un momentino; ma poi, come ripreso coraggio, soggiunse spiccatamente:
—Che non la voleva più accogliere in casa sua la moglie di un ladro.
Lisa indietreggiò, si fece bianca come un cencio e mandò un grido, come se un acuto dolore l'avesse sovraccolta improvviso; poi barcollante andò verso la più vicina seggiola e vi si lasciò cadere priva di forze.
—Andate là, che siete proprio un villanaccio: esclamò Carlotta, e si affrettò a soccorrere la povera Lisa.
L'uscio della camera della marchesa si aprì e il dottore Lombrichi porse in fuori la testa.
—Grisostomo, diss'egli: venite, si tratta di farla sottoscrivere.
Lisa partì, come potete pensare, per non tornare mai più in quella casa.
Mezz'ora dopo Grisostomo cercava di Carlotta, ed avutala a sè, le diceva:
—La signora marchesa, nel suo testamento, ha lasciato una buona somma a tutti i servitori maschi e femmine che si troveranno in sua casa il dì della sua morte; voi, mia cara, non godrete di questo vantaggio, perchè da questo giorno medesimo voi andrete fuori… E ci avrete guadagnato codesto a voler fare la generosa protettrice d'altrui.
Pochi giorni dopo la marchesa di Campidoro moriva. Aperto il suo testamento si trovava ch'ella aveva lasciato erede la Congregazione di Santa Filomena coll'obbligo d'una rendita annuale al parroco per tante messe e per largizioni ai poveri; e che a Grisostomo aveva assegnato un legato vistosissimo col patto di mantenere ed aver cura della cagnolina Mimì, ed al dottor Lombrichi un lascito considerevole. Alla sua figlioccia un legatuccio di cinquemila lire.
Salicotto, dimenticato per l'affatto, scrisse un articolo di fuoco contro le mene dei clericali captatori di eredità.
XXVII.
Sono passate oramai ventiquattr'ore da che Vanardi è uscito per disperato di casa sua, e Rosina non l'ha più visto ritornare. Nella buona donna, di cui vi ho già detto più volte che l'indole era eccellente, non aveva tardato molto a svanire del tutto la collera che l'aveva spinta alle troppo male parole contro il marito; onde la s'era pentita forte, e la paura l'aveva assalita potentissima che Antonio, irritato di soverchio, non ponesse in atto la minaccia di tornar più.
La notte angosciosa ch'ella passò nella vana attesa del marito aveva servito sempre meglio a macerarle per così dire l'animo ed ammollirne la tempra. Quando la prima luce del mattino la sorprese, levata ancora, tutto freddolosa, gli occhi rossi dal piangere, il pentimento l'aveva così conquisa ch'ella proponeva, giurandolo a sè stessa, d'essere d'ora innanzi pel marito una vera pasta di zuccaro.
Verso le dieci, ella ode il rumore di parecchi passi nel corridoio delle soffitte; alza vivacemente la testa; ma sono in più, e con chi verrebbe egli Antonio, se fosse lui? Richina la testa scoraggiata; eppur sì, tutti quei passi si sono fermi all'uscio del camerone. O cielo! ci picchian dentro. Un forte palpito la colse. Fosse avvenuta disgrazia ad Antonio! e glie lo recassero allora sanguinoso, ferito, morto? Si ripeteva il picchiare. Rosina andò ad aprire, e si trovò in faccia quattro uomini sconosciuti, vestiti di nero. Erano il segretario della giudicatura, uno scrivano, un usciere ed un pubblico estimatore che venivano, dietro sentenza del giudice, sulle istanze di Marone, a procedere agli atti esecutivi in odio di Antonio Vanardi.
Rosina all'annunzio che glie ne diè il segretario, sentì mancarle il cuore: sola com'è, vedersi prendere le poche robe e cacciata fuori di casa coi bimbi!… Si mise a pregare, scongiurare piangendo; e il segretario intenerito le dichiarò con evidente rammarico che la volontà del bigotto padrone di casa era irremovibile, e che a loro non toccava che fare il dover loro.
Ma s'era appena incominciato, quand'ecco un susurro nel corridoio di gente che veniva, e poi tosto entrare una frotta, a capo la quale erano Selva, lo speziale Agapito, il filantropo Salicotto, la portinaia e suo figlio, e dietro loro il pizzicagnolo della strada, il panattiere, il carbonaio, tutti i creditori di Antonio, e quasi tutti gl'inquilini della casa.
Ed ecco come avveniva che tutta quella gente fosse lì.
Messer Agapito, si teneva sul passo della porta di sua bottega, secondo il solito. A dire tutto il vero, la noia lo possedeva e lo faceva sbadigliare. Da parecchi giorni era succeduto un cambiamento nella sua vita che non tornava affatto a suo vantaggio: al vecchio egoista mancava qualcheduno da tormentare. La partenza di Anna gli aveva tolto un docile soggetto e sempre lì sotto mano da punzecchiare ad ogni volta gli saltasse mattana: e ciò lo crucciava molto, il brav'uomo ch'egli era.
Tornato a casa quel dì, e trovato in luogo della nipote un biglietto che lo avvisava essere ella decisa a levargli il fastidio e il peso della sua carità per essa, e volersi restituire al villaggio a vivere miserissimamente del suo lavoro, Agapito aveva incominciato per gridare all'ingratitudine ed alla perversità di quella bertuccia, per cui egli aveva fatto cotanto; poi tosto se n'era anzi rallegrato, dicendosi che la era un carico per lui, che la non era buona da niente, e tanto meglio l'esserne disimpacciato. Ma ecco che a luogo di Anna era pure stato costretto a prendere una fante; e questa conveniva pagarla, per quanto meno egli volesse spendere, sempre di più della nipote, a cui non dava la croce d'un centesimo: e la serva non era acconcia a soffrire tutti gli umori e tutte le mattie del vecchio speziale, ma alle aspre di lui parole rimbeccava di santa ragione, e per poco egli volesse imporne la era subito pronta a piantarlo in asso, senza più un cane che lo servisse. Epperò egli nel suo segreto di belle volte lamentava già non poco la mancanza dell'ingrata nipote, e andava macchinando come richiamarla all'ovile.
Ed erano di cotali pensieri che gli frullavano nella mente quella mattina di cui vi discorro; quando Selva presentatoglisi tutto turbato nel volto, disse che veniva appunto in cerca di lui, desiderando parlargli.
Messer Agapito, tutto ingrognato, senza pur tentare di fare il menomo gioco di parole, in tono grave, senza offrire a Giovanni d'entrare in bottega, pescò nella sua tabacchiera di corno una presa, e rispose esser pronto ad ascoltare.
Selva non mostrando d'accorgersi punto punto di queste maniere disse:
—È egli molto tempo ch'ella non ha visto il mio amico Vanardi?
Lo speziale diede in un leggier guizzo e i suoi occhi corsero interrogativi e dubitosi sulla faccia di Giovanni. Dopo quella sua certa scena colla moglie d'Antonio gli era sempre rimasto nell'anima un salutare timore verso quest'esso ed ogni cosa che venisse da lui. Rispose adunque con una certa diplomaticheria:
—Io?… Ma!… Non saprei nemmanco. Questa mattina certo di no…
Perchè mi domanda ella codesto?
—Perchè? riprese Giovanni con faccia sempre più contristata, perchè temo una grande disgrazia.
La curiosità dello speziale fu sovreccitata di presente.
—Oh! esclamò egli cogli occhietti accesi e porse a Selva la scatola aperta. Che cosa mai? che cosa mai? È accaduta qualche novità?
—Lei è un uomo di molta prudenza.
Agapito levò in alto la sua mano destra col pizzico di tabacco fra il pollice e l'indice.
—Epperò ho voluto consigliarmi con lei: continuò Selva.
—Dica pure. Eccomi qua tutto ai suoi comandi. Che cosa è arrivato?
—Ella sa le misere condizioni di quel povero Antonio.
—Eh, eh! fece lo speziale, strabuzzando degli occhi, crollando la testa ed agitando la mano.
—Ebbene, la miseria ha mandato quell'infelice a un disperatissimo partito.
Agapito fece un piccol salto indietro.
—Misericordia! sclamò egli; ne ha commessa alcuna di grossa….
—Si è ammazzato.
Lo speziale mandò un grido di stupore.
—Ammazzato!?
—Tutto me lo fa credere….
Agapito senz'altro, aprì l'uscio a vetri della bottega e chiamò i garzoni.
—Martino, Giannello, la sapete la novità? Oh che caso! oh che caso!… Ne son tutto rimescolato… Chi l'avrebbe mai detto?
—Che è? che è? domandarono i garzoni venendo fuori.
—Il pittore Vanardi s'è ucciso.
Oh! Ah! esclamazioni da non dirsi.
La portinaia usciva in quella dalla casa.
—Ucciso chi? domandò ella accorrendo.
Poichè le fu risposto ella gridò e schiamazzò per cinquanta. Bastiano suo figlio, venuto fuori anche lui ed udita la novella, corse a propalarla nelle botteghe vicine: tutti accorrevano al fondaco dello speziale.
—Il pittore! Ucciso? Possibile! Come? Quando? Perchè? Povero diavolo!
Povera moglie! Poveri bambini!
In un momento la strada fu tutta sossopra e già a piovere interrogazioni e commenti intorno a Giovanni, che ottenuto poscia un po' di silenzio ebbe campo finalmente ad esporre il fatto.
Narrò come la mattina precedente avesse ricevuto una lettera dall'amico in cui questi diceva, che disperato aveva risoluto finirla con un gran colpo e torsi alla sua miseria ed alla vista di quella de' suoi: gli raccomandava pertanto la sua famiglia nell'atto che gli mandava quell'ultimo addio. Selva, datosi premura di cercare di Antonio sparito di casa, non aveva potuto raccogliere altra notizia fuor quella che il misero era stato visto gironzare sulla sponda del Po.
—Vi si è buttato: interruppe a questo punto Agapito; la cosa è chiara. Precisamente come quell'altro di cui parlava il giornale quindici giorni sono… Anzi, mi ricordo che son io che glie ne ho dato da leggere la pietosa novella, la quale gli fece tanta impressione che volle gli lasciassi quel foglio… che poi non mi ha più restituito.
—È certo, disse uno, che da qualche tempo egli aveva un'aria affatto sconvolta.
—Ci si vedeva in viso, aggiunse un altro, che macchinava qualche doloroso proposito.
—Poveretto!
Fu un alto levarsi di compianto: il fornaio medesimo, lo stesso pizzicagnolo, perfino il carbonaio, uno de' più accaniti fra i creditori d'Antonio, protestarono che a preferenza vorrebbero rinunziare ad ogni loro credito verso il misero pittore che udire una siffatta disgrazia.
Ed ecco, mentre più fitto era il capannello e più animate erano le chiacchiere, sopraggiungere un altro personaggio ad interrogare che fosse: niente meno che il filantropo, democratico, socialista cavalier Salicotto. Le esclamazioni ch'egli fece e i sermoni ch'ei ne tolse occasione a tirar giù contro i ricchi e le ingiustizie sociali, non ve li ripeto per non infastidirvi; ma vi basti sapere ch'ei ne ottenne gli applausi e l'ammirazione di tutta quella poveraglia là radunata, la quale, per la maggior parte, vedeva nelle miserie del pittore poco su poco giù le proprie.
Quando s'era sul migliore di questi compianti, quando la compassione era giunta al suo apogeo, ecco entrar nel portone della casa i quattro uomini vestiti di nero che abbiamo già veduto penetrare nell'alloggio di Vanardi. La portinaia li riconobbe per quel che erano, e indovinò quello per cui venivano; e figuratevi se la poteva rimanersi dal dirlo! Allora fu un susurro pieno di minaccie e d'improperii contro quel bigotto impostore, baciapile e succiapoveri di Marone, a cui accollavano ogni peggiore appellativo: e tutta quella gente, la quale mezz'ora prima, per avere il fatto suo, avrebbe voluto fare il medesimo a danno del povero Antonio, ora pareva pronta, in difesa della famiglia di lui, a qualunque partito anche violento.
Ad un tratto, come per un'idea nata simultaneamente in tutte quelle teste, si gridò da ogni parte:—Andiamo su; conviene impedire una tanta infamia; difendiamo quegli innocenti.
E come per una spinta possente, tutta quella massa s'avviò verso le soffitte della casa di Marone. Il rumore di essa che saliva chiamava sulle porte ad ogni ripiano i casigliani; s'interrogava, si rispondeva: la curiosità, la pietà, l'indignazione accrescevano la frotta, e di questa guisa giunsero, come vi dissi, nella stanzaccia del pittore.
—Che cosa c'è? domandò il segretario stupito, e poco tranquillo di quella invasione. Salicotto s'avanzò e cominciò un bel discorso in cui Marone era acconciato pel dì delle feste: ma Rosina, che si stava abbandonata e come sbalordita in un angolo, serrando a sè i suoi bambini, sollevò la testa, vide Giovanni Selva, e di botto, con impeto disperato, si slanciò verso di lui gridando:
—E mio marito? Dov'è? Che cosa è di lui?… Ditemelo per amor di Dio.
Quest'atto, queste parole, e l'accento con cui furono pronunziate, commossero tutti.
—Cara signora Rosina, rispose Giovanni non senza imbarazzo ed osservandola bene: io veramente non so bene… credo che suo marito starà assente qualche tempo…
Messer Agapito frattanto s'era accostato al segretario e gli disse a mezza voce in aria di mistero:
—Lasci tranquilla questa povera famiglia: il misero Vanardi è morto.
In altri momenti, altre parole, la Rosina non avrebbe udite; ma a quel punto la terribile frase giunse chiara e precisa al suo orecchio. Essa gettò un grido straziante e corse allo speziale.
—Morto!… Mio marito?… Lei lo ha detto… Lei lo sa!… O mio
Dio!… Mi dica tutto… mi dica il vero.
Agapito era più imbrogliato che un gatto nella stoppa; si strinse nelle spalle, nicchiò, balbettò, si grattò il naso e finì per dire che egli lo aveva inteso da Selva.
Allora Rosina tornò da quest'ultimo ansiosa, affannata, tremante, disfatta nelle sembianze, come persona che attende sentenza di sua vita o di sua morte.
Giovanni, all'aspetto di quel dolore, parve sentire un pentimento e stette un poco in bilico, non sapendo come farla; poi rispose esitando:
—Coraggio!… La non si disperi così… La cosa non è affatto sicura… ho delle buone speranze che non sia…
La donna si abbandonò tutta al suo dolore. Strinse a sè i suoi piccini e si diede a singhiozzare con tanto tormento che era una pena il sentirla.
—Signori, disse il segretario, io non domanderei di meglio che lasciar in pace questa sventurata famiglia: ma come si fa? Ho il mio dovere da eseguire…
Lo speziale saltò in mezzo, il naso illuminato da una buona idea.
—Signori, signori, gridò: qui c'è un ingordo padron di casa che vuol essere ad ogni modo pagato… Ebbene, propongo che si faccia una colletta per pagarlo noi…
—Sì, sì! fu gridato da ogni parte: facciamo una colletta, e tutte le mani corsero al borsellino.
Ma in questa una voce trafelata ed ansiosa si fece udire di dietro la folla, gridando:
—Largo, largo, per carità.
Ed un uomo, facendosi dare il passo a spintoni, penetrava nella camera e dirigendosi di botto al segretario, diceva:
—Faccia grazia, sospenda tutto; son qua io, pago tutto io.
Era il droghiere, zio e padrino d'Antonio.
Quella mattina questo signor zio aveva ricevuto per la posta dalla città una lettera, la cui scrittura gli era affatto sconosciuta. Apertala e lettala, gli si offuscò la vista, gli si misero a tremare le gambe, e un forte pallore gl'imbiancò subitamente la faccia.
In quella lettera Giovanni Selva, che il droghiere conosceva di nome e sapeva amicissimo di suo nipote, gli annunziava come Antonio, datosi del tutto al disperato, fosse sparito, scrivendogli i fieri propositi che aveva contro sè stesso, ed abbandonando nella più terribile miseria la sua famiglia, la quale, non osando più raccomandarsi allo zio, si raccomandava all'amico Selva; soggiungeva che di quel giorno medesimo il padrone di casa e moglie e figli di Antonio avrebbe scacciato e fatto vendere la roba loro; aver perciò pensato di scrivere allo zio di cui conosceva il buon cuore, il quale non avrebbe certo abbandonato quegl'innocenti che erano suo sangue e che portavano il suo nome.
Il buon droghiere, che in fondo amava pur sempre il suo figlioccio, rimase come tramortito, voleva fare, voleva correre, e non sapeva nè che cosa, nè dove: aveva un dolore che gli faceva groppo alla gola e confusione alla mente. Si disse, maledicendosi, ch'egli, ch'egli solo era cagione di tanta sciagura. Perchè era egli stato così crudele verso il figlioccio? Suo figlioccio! Era lui che lo aveva tenuto a battesimo. E con questo fatto, e con aperta parola, non aveva egli preso impegno di vegliare continuo sulla sorte e sui giorni di quel ragazzo? E' l'aveva promesso a suo fratello, al padre del piccino: ed era così che aveva mantenuta la sua parola? La colpa d'Antonio che prima gli pareva una montagna ora non era più che un granellino di sabbia. Ricordava la buona indole del giovane e il rispetto che aveva sempre avuto per lui; ricordava il brutto modo con cui egli l'aveva accolto l'ultima volta che era venuto a supplicarlo. Ahimè! Quella era pure stata l'ultima volta ch'ei l'aveva visto. Chè non poteva allora tendergli le braccia e chiamarlo al suo seno nell'amplesso della riconciliazione? Capiva, ora che gli era tolto, tutto il piacere che avrebbe provato nel perdonare.
Ad un punto si alzò di scatto battendosi colla palma la fronte, e cercò tutto affannato colle mani tremanti la sua mazza e il suo cappello. Quando già fuori dell'uscio, tornò indietro, si riempì le tasche di denaro e corse precipitoso verso la dimora del nipote. Gli si era fatto presente che in quel giorno, forse in quel momento medesimo, la povera famigliuola di Antonio veniva cacciata di casa.
Il sopraggiungere del droghiere pose fine alla scena che aveva avuto luogo nell'abitazione del pittore. Per quanto fosse tenace la curiosità di quella gente, dovettero pure sfilare tutti, lasciando soli lo zio, la moglie e i figliuoli di Antonio e Giovanni Selva.
Il dolore dava alla Rosina le buone ispirazioni. Quando ebbe conosciuto che quel vecchiotto soprarrivato era lo zio di Antonio, e l'ebbe visto sì efficacemente soccorrer loro, ella, spingendosi innanzi i suoi bimbi, venne a cadergli ai piedi, tutto lagrimosa, e con quell'accento che parte dal cuore e giunge altresì commovente al cuore altrui, gli disse:
—Il Cielo la benedica, o signore… Grazie, non per me, ma per questi innocenti… Per loro la prego, per loro poverini; non per me che sono causa di tutto il male: perdono, perdono!
E la povera donna, smarrita, chinava il capo sino al suolo nel più umile atto di pentimento.
Quei due forti dolori furono di botto simpatici l'uno all'altro. Lo zio ebbe dimenticato in un attimo tutte le sue ire passate: non vide più che una povera donna amata dal caro e rimpianto nipote, e che gli veniva innanzi come parte di lui. Per impulso interno sollevò la misera, la prese tra le sue braccia e la strinse al seno. Piansero amendue in quell'amplesso. Ella prese i suoi bimbi e li serrò alle gambe del vecchio intenerito, e il più piccino gli pose in collo. Quando Giovanni vide il buon droghiere seduto con sulle ginocchia i figli d'Antonio che lo chiamavano zio e lì presso la Rosina che gli baciava la mano, capì che era tempo d'andarsene anche per lui, e corse via commosso e con tanta sollecitudine, che pareva s'affrettasse a portare a qualcheduno la lieta novella.
Poche ore dopo tutta la famiglia del pittore era stabilita in casa dello zio. La Rosina da quel giorno cominciò ad essere una tutt'altra donna. Non c'è nulla che sublimi maggiormente l'animo umano che un forte dolore fortemente sentito. Ogni volgarità, ogni meschinità, quando in fondo la tempra sia buona, sparisce dall'animo colpito da suprema sventura. Esso si rialza, ed estrinseca a così dire, tutte le sue interne virtù affine di esser pari al suo stato, perocchè nulla v'abbia di più osservabile al mondo dell'uomo che soffre.
Oltrechè Rosina s'accusava pure d'essere cagione di tanta sciagura, ricordava ancor essa quell'ultima scena che aveva mandato fuor di sè Antonio, e, che troppo aveva ella ragione di temere fosse stata l'ultima spinta ai disperati propositi del marito. E questa le chiamava in mente tutte le scene precedenti; e questo suo ultimo gran torto le rifaceva vivi innanzi tutti gli altri suoi, ed essa capiva ad un tratto come la sua condotta e il carattere e le maniere fossero state riprensibili e disgraziate. Così in lei pure l'amore pel marito, ora perduto, veniva manifestandosi tutto e maggiore d'assai di quello che avrebbe creduto ella medesima: e quest'amore concentrandosi ne' suoi bambini che le erano già sì cari, ne conseguiva che in essa, verso lo zio che li aveva accolti e che facea loro godere agi cui non avevano goduto mai, erano nate ed una riconoscenza sterminata ed un'osservanza affettuosa che la facevano riguardosissima a non dispiacergli per nissun modo. Di che ne conseguiva eziandio che ad ogni giorno passasse, il droghiere, il quale era scevro da tanto tempo della vita di famiglia, cui pure aveva così cara, ponesse maggior affezione a quella donna e a quei ragazzi, e si lodasse sempre più di averli seco.
Ah! s'egli avesse potuto ancora avere il caro Antonio!
XXVIII.
In alto d'una piccola collina, verso la frontiera, c'è un piccolo villaggio, il quale, all'epoca della nostra storia, possedeva ancora una posta di cavalli. Nessuna linea invaditrice di strade ferrate s'era spinta tuttavia sin là a togliere ai poveri quadrupedi il privilegio di sobbalzare i pochi viaggiatori che di quando in quando passano anche adesso per quella strada, per lo più affatto deserta.
Appena superata la salita s'entra nel villaggio, e lì a capo c'è subito un gran casone bianco, con una spianatella dinanzi da cui si domina maravigliosamente la strada che si contorce al disotto sulla falda del colle e la pianura che si stende a' suoi piedi.
Sopra il portone della casa un'insegna di latta verniciata che strideva al vento continuo che soffia dai monti, portava scritta, sotto un corno da caccia dipinto, la leggenda: Albergo della Posta.
La strada postale traversa per lo lungo la via maestra del villaggio, e poi comincia, a poca distanza da questo, un'altra salita che si caccia in una gola delle montagne, le quali si drizzano sublimi e solenni a limitar molto presso l'orizzonte.
Tempo addietro quel passaggio era frequentatissimo, e le scuderie della locanda albergavano buon numero di cavalli a cui l'accorrenza di viaggiatori non lasciava troppo lungo il riposo, e il locandiere non aveva grand'agio da stare, com'era al momento di cui vi parlo, sulla soglia della sua casa, le mani dietro le reni, il berretto negli occhi, l'aria di cattivo umore, sbadigliando inoperoso.
E sì che lo avrebbe dovuto rallegrare l'inopinato arrivo di due viaggiatori che si trovavano appunto nello stanze superiori; un signore ed una signora, de' quali il primo aveva detto si sarebbero fermati per riposarsi un'ora. Ma che valeva ci fossero codestoro, se avevano rifiutato di prendere la menoma refezione, defraudando così il povero locandiere dell'onesto guadagno ch'egli aveva già immaginato di fare sulle loro borse?
Vi dirò subito che quei due viaggiatori erano Orsacchio e sua moglie. Sapete già come e perchè essi viaggiassero sempre per le strade meno frequentate e con che sollecitudine il marito volesse ora portarsi colla povera Gina fuori Stato. Non vi stupirete quindi nel trovarli in questo rimoto villaggio, fermi per un'ora soltanto, affine di riposarsi, come ne avevano assoluto bisogno, e riprendere poi la loro rapida corsa, che meglio sarebbe chiamar fuga addirittura.
Nella scuderia c'erano giusto due buscalfane, alte, magre, sfiancate, che mangiavano la profenda con dente affamato ed aria triste per aver l'onore di fare di lì a poco una trottata sino all'altra posta a benefizio degli inaspettati viaggiatori.
Gina, poichè la era stata spiccata da quel luogo a cui aveva posto affezione, pareva scema del tutto e si lasciava regolare come un bambino, senza volontà, senza forza, senza parola. Il marito, facendola entrare in una delle camere di quella locanda, le aveva detto:—Sedete; ed ella si era seduta. Quando egli fosse venuto a comandarle:—Sorgete e seguitemi; ed ella ciò avrebbe fatto colla stessa indifferenza. Ogni sensitività, come ogni intelligenza, pareva non che smussata, distrutta in lei.
Tre quarti d'ora dopo l'arrivo d'Orsacchio e di sua moglie, l'albergatore, che v'ho detto star sulla porta inoperoso ed ingrognato, ebbe ragione di stupirsi molto e di rallegrarsi alcun poco, vedendo nella pianura che si distendeva sotto quella collina, sulla strada che conduceva al villaggio, un'altra carrozza che veniva al trotto serrato di due cavalli cui la sferza del postiglione sollecitava, proprio come se colla loro rapidità avessero da guadagnargli una buona promessa mancia.
Il fatto era così straordinario che il buon ostiere si fregò gli occhi due o tre volte, prima di credere alla loro testimonianza. Era da anni ed anni che non aveva più visto il miracolo, che due carrozze in un giorno passassero per quel villaggio.
La carrozza intanto aveva lasciato il trotto pel cominciare della salita, che a giri tortuosi menava alla spianatella dell'albergo. L'oste, il quale figgeva su quel legno l'occhio che uccel grifagno figge sulla preda, vide la testa d'un uomo farsi fuori dello sportello, come per guardare qual fosse la cagione di quella nuova lentezza, poi volgersi al postiglione, e certo invitarlo a più frettoloso andare, poichè quest'ultimo con una mezza dozzina di buone sferzate obbligava le povere bestie, che apparivano stanchissime, a sollecitare il passo su per l'erta.
Appena fermo il calesse innanzi la porta dell'albergo, quell'uomo, il cui capo l'oste aveva visto porgersi in fuori dello sportello, saltò giù. Era solo. Giovane, pallidissimo, le chiome arruffate, le sembianze turbate, gli occhi inquieti ed incavati come chi da qualche tempo non riposa ed è in continuo disagio o per fatica fisica o per passione morale o per l'una e l'altra insieme.
E' si rivolse tosto all'oste, il quale gli era mosso all'incontro e l'accoglieva con profondi inchini:
—Un boccon di colazione, disse, e presto. Fra mezz'ora al più voglio ripartire.
—Sì, signore, come comanda: rispose il locandiere raddoppiando i suoi inchini.
Il viaggiatore s'avviava per entrar nella casa; intanto il postiglione, sceso di sella, erasi sollecitato a staccare i cavalli ed aiutato da un mozzo venuto fuori al rumor della carrozza, in un attimo s'era fornita la bisogna. Il postiglione, col suo cappello di cuoio in mano, arrestò il giovane viaggiatore e gli chiese la mancia.
Il nuovo arrivato trasse di tasca il portamonete e vi prese dentro del denaro; ma in quell'atto un'idea parve sovraccoglierlo.
—Voi volete tornare indietro subito? dimandò al postiglione.
—Signor sì: questi rispose.
Il viaggiatore si volse all'oste.
—Ci avete bene dei cavalli qui?
—Ne abbiamo due, cominciò a risponder l'oste; ma il postiglione che ebbe tosto compreso tutto il pensiero del viaggiatore interruppe:
—Tanto e tanto con queste mie povere bestie non si potrebbe far più un'altra posta. Appena se le avranno abbastanza di forza da tornarsene a casa.
Il giovane non soggiunse più parola, diede la mancia al postiglione ed entrò nell'albergo.
Sedette ad una tavola vicino alla finestra, a pian terreno; e mentre stava aspettando, appoggiati i gomiti al desco e il mento nella palma delle mani, si diede a guardar giù nel piano dove serpeggiava la strada per cui egli era venuto. Ma parve che tosto un interno forte pensiero sorgesse a dominarlo e lo distogliesse dalle cose circonvicine, per portare la mente chi sa in quale regione, poichè il suo sguardo si fece fiso e senza luce come quello d'occhio che non vede, la fronte gli si annuvolò e le guancie gli si contrassero come se fosse assorto in una profonda e dolorosa meditazione.
Ne lo riscosse l'oste, il quale venne a mettergli innanzi l'asciolvere. Il giovane viaggiatore accennò volersi dar tutto a codesta occupazione; si rassettò di meglio al desco, e volse un'ultima sguardata a quella vista di paese che gli appariva dalla finestra. Parve ci vedesse alcun che di spaventoso, poichè diede in un sussulto e le sue sembianze si turbarono forte. Si mosse di subito come dietro impeto irriflessivo, per levarsi e partirne; ma si trattenne, facendo forza a sè stesso, guardò con occhio irrequieto l'oste, e poi di nuovo la campagna, e sforzandosi a parer calmo, disse:
—Sarà bene che incominciate a far attaccare i cavalli alla mia carrozza.
L'oste si grattò dietro l'orecchia tutto impacciato.
—Signore, balbettò egli, ci ha bene, come ho detto, due cavalli, ma il guaio è che….
—Che cosa? interruppe vivamente il giovane, di cui lo sguardo pareva non potersi più spiccare da ciò che stava mirando nella sottoposta pianura.
—Che sono già allogati ad un viaggiatore arrivato prima di lei, e che sta per partire a momenti.
Il giovane gittò là bruscamente la salvietta e si levò di scatto, tutto turbato.
—E non ce ne sono altri?
—Signor no.
Il forastiero guardò nuovamente giù nella campagna, poi pigliando l'oste pel braccio e traendolo seco nel cortile, soggiunse:
—Conviene assolutamente ch'io parta subito. Quel signore non può certo aver tanta fretta quanta ho io. Qui ci sono due napoleoni d'oro per voi, se fra due minuti io posso partire.
E senza aspettare fece scorrere nella mano del locandiere le promesse monete. Siffatto argomento persuase affatto quel brav'uomo che si pose egli stesso con molto zelo ad aiutare lo stalliere nell'opera dell'allestire i cavalli.
Il viaggiatore uscì sulla spianata, e tornò a guardar giù con ansietà. Due carabinieri a cavallo erano giunti appiè della collina e cominciavano a salir lentamente su per l'erta che menava al villaggio.
Questo viaggiatore ho io bisogno di dirvi chi fosse? Era Gustavo Pannini perseguitato già dal rimorso e dalla paura dell'umana giustizia. Partitosi, come vi ho narrato, con un treno di ferrovia, non aveva tardato a pentirsi d'aver scelto questo mezzo di fuga: troppe erano le persone che ci s'incontravano. Alla prima stazione abbandonò quella strada e quella direzione, e si diede a studiare come farla, camminando solo traverso la campagna. Stabilì, nel primo luogo in cui ciò gli fosse possibile, di procurarsi una carrozza e di affrettarsi con essa, per istrade meno usate e più fuori mano, verso la frontiera.
Giunse appunto in una piccola città in cui gli venne fatto di eseguire il suo disegno. Comprò un paio di pistole, risoluto in ogni caso, prima ad uccidersi che cascar vivo nelle mani della giustizia; si procurò un calesse da viaggio, e via con tutta la rapidità che gli concedevano le strade e i mezzi di trasporto: ed ecco di qual guisa era arrivato quel mattino al villaggio, dove, spinto da ragioni presso che le medesime, colla medesima intenzione era già Orsacchio.
Questi stava appunto per chiamar l'oste ed ordinargli attaccasse i cavalli, quando udito lo scalpitar di questi nel cortile, si fece alla finestra e vistili usciti dalla scuderia coi fornimenti si persuase che si allestisse la carrozza di lui alla partenza. Fece quindi levare la povera Gina, e con essa discese le scale e s'avviò fuori del portone sulla spianata, dove in vero una carrozza da viaggio stava bella e pronta a partire.
Ma colà giunto Orsacchio s'avvide che la carrozza non era la sua, e che un altro viaggiatore sollecitava gli stallieri che finivano di attaccare i cavalli. Si volse all'oste aggrottando in modo molto minaccioso le sopracciglia.
—Non è dunque per me che si allestiscono questi cavalli.
L'albergatore si inchinò molto impacciato.
—Signor no: rispose.
Orsacchio proruppe con violenza:
—E per me, quando si vuole aspettare? L'ora che avevo detta è passata. Fuori altri cavalli e si attacchino subito al mio legno.
Il locandiere si fece piccin piccino, si curvò nelle spalle con aria desolata e confessò che di cavalli non ce n'erano altri che quelli.
Orsacchio dalla collera divenne rosso come un tacchino. S'aggiunse che in quella il suo occhio corse a caso giù per la scesa della strada e ci vide i due carabinieri che ne avevano già superato un buon terzo. Anche a lui premeva sfuggirli, ancor egli aveva buone ragioni per credere cercassero di lui; lasciò Gina là dove si trovava e corse da Gustavo che stava appunto per salire nella carrozza.
—Signore, questi cavalli erano promessi a me: diss'egli bruscamente, arrestandolo pel braccio; ed io ho fretta di partire.
Gustavo fece a sciogliersi dalla stretta d'Orsacchio, ma nol potè.
—Anch'io ho fretta, rispos'egli. Mi lasci andare… Che modo è codesto?
Orsacchio colla coda dell'occhio vedeva i carabinieri avanzarsi sempre più.
—Le dico che non sarà lei a partire, ma io…
Anche Gustavo osservava con ansia l'avvicinarsi sempre più degli agenti della forza pubblica.
—Signor no: interruppe egli col tono di uomo risoluto a tutto. Mi lasci, o guai per lei!
E con uno strappo si liberò dalle mani di Orsacchio e saltò nel legno; ma Orsacchio lo prese ai panni.
—Mi lasci, urlò di nuovo Gustavo che vedeva i carabinieri sempre più presso.
—No, rispondeva con pari accanimento Orsacchio spinto dalla ragione medesima: no per Dio!
—Avanti! gridò Pannini al postiglione, il quale già in sella, la frusta in mano, stava rivolto a veder quella scena: avanti… e di galoppo.
Il postiglione accennò colla frusta ad Orsacchio che era mezzo nella carrozza colla sua persona.
—Vuole ch'io schiacci questo signore?
E Gustavo, quasi fuor di sè, lottando sempre a respingere Orsacchio:
—Due napoleoni se tu parti tosto di galoppo.
—Quattro, gridò il marito di Gina furibondo, se tu scendi da cavallo.
Il postiglione pareva infradue senza sapere a quale obbedire.
Gustavo guardò nuovamente giù della scesa; il suo aspetto si sconvolse vieppiù; gli occhi balenarono; trasse di tasca le sue pistole e le appuntò al petto d'Orsacchio.
—Si ritragga o sparo.
Orsacchio, invece d'arretrarsi, tentò abbrancare le canne delle pistole. Un colpo partì: vi rispose un grido soffocato. Gustavo fu libero; sorse in piedi, s'abbrancò al piccolo schienale del seggiolo del cocchiere e puntando la pistola al postiglione, gli gridò:
—A te ora… di galoppo o ti spacco il cranio.
Orsacchio era caduto sanguinoso; a quello sparo, a quella vista, Gina si riscuoteva tutta, mandava un urlo e si rappiattava spaventata contro la parete della casa. L'oste sul ciglio della spianata chiamava colla voce e coll'agitar delle braccia i carabinieri, i quali all'udire quel colpo avevano alzato la testa e stavano guardando qua e là per vedere che fosse. La carrozza partiva di gran galoppo.
Pochi istanti dopo, i carabinieri, i quali ai cenni dell'oste avevano sollecitato il passo delle loro cavalcature, giungevano sul luogo. Orsacchio era morto sul colpo. Gina dalla vista di quel sangue era mandata in una di quelle crisi che l'assalivano di quando in quando. I carabinieri, udito sommariamente il fatto, cacciarono gli speroni ne' fianchi ai cavalli, e via di gran corsa dietro la carrozza di Gustavo, la quale era già sparita al fine della strada che attraversava il villaggio.
XXIX.
Già erano parecchi dì che sopra il volto severo e patito del capitano Biale non appariva più cosa che pur di lontano somigliasse a un sorriso; come poi la povera Lisa fosse dal suo dolore distrutta ve lo lascio immaginare, essendo cosa più facile figurarsi che dire. Pure un giorno, il capitano venne innanzi alla moglie di Gustavo con una cera tanto più disfatta del solito, che essa tutta si scosse pel subito timore d'ogni peggior male: mandò un grido, si gettò perdutamente sopra il seno del padre, affissandone ansiosa le sembianze, e non osando o non avendo tampoco la forza di formulare le varie affannose interrogazioni che si accalcavano sulle labbra, tutte le espresse in una sola parola che parve le erompesse proprio dal fondo dell'anima:
—Gustavo?
Il padre la strinse molto affettuosamente al petto e reclinò su di lei la faccia commossa:
—Vive: rispose egli con un sospiro che pareva rimpiangesse il fatto; è ferito, ma vive.
—È ferito? esclamò con profondo sgomento l'infelice.
E il padre con amarezza:
—Una ferita leggiera… Partirò quest'oggi stesso per andarlo a vedere dove si trova.
Lisa si sciolse dall'amplesso, e disse ratto:
—Anch'io… Partiremo insieme… Non negarmelo!… Lo voglio.
Il capitano esitò un momento: il suo primo pensiero fu quello di contrastare, ma poi tosto, ravvisatosi, disse:
—E sia.
Partirono. Gustavo inseguito e raggiunto dai carabinieri aveva tentato uccidersi sparandosi la pistola contro il petto; ma la mano tremò in quel punto allo sciagurato, e la palla non fece che sfiorargli il torace. Era stato preso e condotto alle carceri di ***, e colà arrivarono sua moglie e il suocero, muniti dell'opportuna licenza per poterlo vedere.
L'elegante Pannini era cambiato in guisa da non poterlo riconoscere più. Nel volto dimagrato e impallidito, nell'occhio irrequieto, affondato entro la livida occhiaia, nelle labbra scolorate, tremanti quasi di continuo, apparivano tutti i tormenti incessanti della sua anima corrosa dal rimorso. Del non aver saputo uccidersi dolevasi seco stesso come della maggiore sua sciagura. Pensate qual fosse il suo animo al momento di comparire innanzi a Lisa ed al capitano! Un istante pensò di rifiutarvisi; ma poi non n'ebbe il cuore. Un tremito maggiore l'assalse: ed egli, che per debolezza della ferita recatasi poteva a stento camminare, entrò nella stanza ove l'attendevano i suoi, più pallido e più turbato che mai, la fronte per vergogna madida di sudore, il passo vacillante, gli occhi fitti alla terra, senza forza, senza voce, quasi senza respiro.
Ma benchè gli occhi tenesse bassi, pure travide di presente la fronte severa del suocero che stava dritto colla sua alta statura all'altra estremità della stanza in molto nobile e dignitoso contegno, e quella vista lo atterrò anche più; gli parve l'aspetto stesso della virtù e dell'onestà, cui egli aveva abbandonate con tanto infame trascorso; avrebbe voluto sprofondare. Lisa stette un poco, quasi esitante, quasi non riconoscesse subito in quella larva che le veniva dinanzi l'adorato marito; poi l'impeto dell'affetto successe sollecito e veemente; si gittò al collo di Gustavo e pianse lagrime dirotte, e parlò incomposte parole di traboccante passione.
Anch'egli si stemperò in lagrime così abbracciato da sua moglie; quindi, come non potendo regger più in piedi, si lasciò calar ginocchioni per terra, e tendendo le due braccia verso il capitano, che punto non si era mosso, esclamò con voce arrangolata:
—Perdono! perdono!
Biale s'avanzò lentamente verso il colpevole, muto, severo, solenne. Il suo sguardo piombava inesorabile e grave sopra il reo; e questi curvava il capo sotto di esso e si rannicchiava al suolo, da toccar quasi colla fronte lo spazzo.
—Sciagurato! disse il capitano, quando gli fu presso, fermandoglisi innanzi. Che hai tu fatto dell'onor nostro?
—Perdono! perdono! ripetè balbettando il miserabile.
—Perdono?… Sapete voi che l'onore era la sola nostra ricchezza e tutta la mia superbia? E doveva io allevarvi e farvi due volte mio figlio perchè voi ne lo rapiste? Meno ingrato sareste, meno infame, se mi aveste ucciso. In nome di vostro padre, onoratissimo uomo, vi rinnego e vi maledico.
Lisa gittò un grido e fece a cingere colle sue braccia il capo del marito, come per difenderlo dalla maledizione paterna; ma Gustavo ne la rimosse, si alzò, le lagrime aveva rasciutte, il volto più bianco, le mascelle contratte, e una nuova risoluzione appariva in lui. Si volse allo suocero e parlò con voce ferma e pacata.
—Fui traviato. Sono un infame; non ho discolpa, lo so. Non merito il vostro perdono, non lo chiedo più nemmanco. Solo un'ultima grazia imploro, e conviene che la dimandi a voi solo, che nessun altro orecchio mi possa udire, nemmeno quello della mia carissima Lisa.
Biale stette un momento affisando il genero con quel suo occhio franco e penetrativo: poi accennò col capo d'acconsentire. Il custode che era presente al colloquio contrastò allegando i regolamenti; ma una buona mancia fece tacere i suoi scrupoli. Si ritrassero amendue da una parte, e Gustavo cominciò tosto a favellare sommesso. Lisa, come tramortita, guardava con occhio senza luce, quasi non si rendesse ben conto delle condizioni in cui si trovava, nè di quanto le succedeva dintorno.
—Signore, disse Gustavo non osando più dar titolo di padre al capitano, bisogna che io mi salvi dall'ignominia d'un pubblico giudizio, d'una pubblica condanna. Voglio morire. M'è fallita la mano una volta, ma la seconda non mi fallirà più. Se voi avete ancora alcuna pietà per me; se vi cale far salvo dall'estrema vergogna il mio nome; se un poco sopravvive in voi dell'affetto che mi avete per tanto tempo e con tanta generosità portato, usatemi la carità di procurarmi modo da togliermi a questa vita, a quest'onta.
Biale rimase di nuovo un poco guardando fiso il genero senza parlare.
—Togliervi alla vita, diss'egli poi, fuggir l'espiazione dopo la colpa! Non sapete voi che è viltà anche quella?
Pannini abbassò il capo e mormorò con accento pieno di terrore:
—L'espiazione!… Il patibolo, forse!… La gogna… la folla curiosa e crudele… il mio nome appiccato coll'ignominiosa sentenza ai canti delle vie… Oh no, no… non lasciatemi a questo troppo supplizio.
E il capitano con accento profondo:
—Voi non avreste il coraggio di affrontare la vostra condanna, pentito, rassegnato, offrendovi esempio agli uomini, implorando perdono dalla società e da Dio?
—No, no… E con voce ancora più bassa soggiunse: Sarei vile.
—La vostra mano e il cuore son fiacchi; già una volta fallirono alla vostra volontà. Non avrete neppure il coraggio del suicida.
Gustavo levò alquanto il capo e rispose fermamente:
—L'avrò!
Il capitano esitò ancora un momento, poi curvandosi all'orecchio del genero gli disse ratto:
—Va bene.
Poi tuttedue s'avvicinarono alla povera Lisa.
—È tempo di partire, le disse il padre.
Essa lo guardò attonita, come se non avesse ben capito.
—Salutate vostra moglie, Gustavo: rispose Biale.
Pannini s'accostò a Lisa e le pigliò una mano. Allora la donna si riscosse tutta, e come se una segreta voce la preavvisasse di quanto avea da succedere, la si buttò al collo del marito, sclamando per disperata:
—Oh, non mi dividerò più da te! Oh, non voglio più lasciarti!
Povera donna! Ella amava: per lei non esisteva delitto, per lei non c'era argomento che valesse contro l'amor suo. Il padre le si fece dappresso, accennando volerla tirar seco per avviarsi.
—Un momento, ella esclamò; ancora un momento.
E tornando a baciare fra le lagrime il marito:—Quando ti rivedrò,
Gustavo?
—Fra pochi dì, s'affretto a dire il capitano. Vieni, Lisa; ora è forza partire.
E così Gustavo vide allontanarsi da lui per l'ultima volta quella donna cui amava pur tanto, l'infelice, colla quale avrebbe avuta esistenza sì lieta se non lo avesse morso al cuore il funesto demone dell'oro.
Il domani Biale ottenne di tornare al carcere, ma ci fu solo, e collo stesso metodo del giorno precedente, cioè con una vistosa mancia, riuscì a far scorrere nella mano del genero un piccolo involto. Quando tornò a casa aveva la fronte più annuvolata e lo sguardo più scuro che par l'innanzi. A Lisa disse che per parecchi giorni era impossibile rivedere il prigioniero. Ella si tacque, ma il cuore aveva pieno di spaventosi presentimenti. Il giorno di poi la infelice non osava neppure pronunciare il nome del marito innanzi al padre taciturno e più cupo che non fosse stato mai; ma il suo sguardo timoroso era una continua e sollecita ed ansiosa interrogazione.
Il capitano uscì, ma non istette guari a ritornare. Era sì terribilmente turbato che Lisa comprese di botto una suprema sciagura essere avvenuta; venne innanzi al padre bianca più che cadavere, le labbra illividite, e senza potere articolar parola fissò con ansia il volto del capitano, ponendogli la destra sopra il braccio.
—Gustavo, disse Biale solennemente, si è sottratto alla giustizia degli uomini per sottomettersi direttamente a quella di Dio.
Lisa non comprese. Continuò a star lì a quel modo, fissa, immobile: solamente le sue labbra tremanti si agitarono come per parlare, ma senza pur mandare un suono. Il padre aspettò un istante; poi, visto che la tremenda luce del vero pareva non balenare nemmanco alla mente intorpidita della infelice, soggiunse:
—Gustavo è morto…
La donna gettò un grido straziante, e cadde riversa, come fulminata.