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La carità del prossimo

Chapter 7: V.
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About This Book

The narrative follows a modest painter who shares an attic studio with a fretful wife and several children while sinking under mounting debts; creditors from the landlord to the grocer and baker threaten eviction and daily humiliation. A parsimonious property owner, self-made and ostentatiously pious, refuses mercy, while an apothecary displays unpaid commissioned canvases. Through intimate domestic detail and neighborhood caricatures, the work examines artistic precariousness, social hypocrisy, the tensions between appearance and genuine compassion, and the small acts of charity and indifference that shape communal life.

Il pittore avrebbe pure avuto ancora qualche piccola osservazioncella da fare; ma la moglie che voleva ad ogni modo abbonire il padrone di casa, disse ella per la prima:

—Questo è vero; lei ha perfettamente ragione…. Del resto si può anche fare una cosa e l'altra…. Mi dicono per esempio, che la signora marchesa di Campidoro non trascura di soccorrere anche le miserie dei poverelli di qua.

—Sì, rispose Marone masticando: la è una brava signora piena di buone intenzioni, e di denari la ne spende assai ed assai in elemosine…. Non sempre forse i frutti che ne ottiene corrispondono all'entità delle somme…. Poveretta! La se ne lascia mangiare di belli dal terzo e dal quarto.

—E forse più che da tutti, da quel bell'uomo del suo cacciatore; disse Rosina che non poteva tener la lingua a segno.

—Lei vuol dire Grisostomo? rispose Marone, chinando gli occhi sulla punta delle sue scarpe. Oh, quello è un brav'uomo che non c'è nulla da dire…. Se non avesse altri intorno che lui!… Ma ha trovato modo di ficcarlesi eziandio alle costole un certo tale, un sedicente filosofo, un umanitario: quel signor Salicotto che abita costà davanti alla mia casa, un empio che con bei discorsi e declamazioni d'una falsa filosofia cerca staccar le anime dalla vera religione e tira l'acqua al suo mulino; ma spero che coll'aiuto di quel sant'uomo del curato e di Grisostomo stesso apriremo gli occhi a quella brava signora e la libereremo da questo insidiatore…. Ma veniamo a noi. La cagione della mia venuta, loro la possono indovinare. A queste stagioni, io amo andare a vedere io stesso i miei inquilini. Passo da tutti, e porto meco per ciascuno la sua quietanza di pigione bella e fatta. Ecco qui la sua, signor Vanardi.

Trasse di tasca un portafogli, l'aprì, ne levò una carta, e, spiegatala, la porse al pittore a fargliela vedere.

—Come! già la quitanza? disse Antonio arruffandosi i peli della barba. Ma non è ancora scaduto il semestre.

—Non vi ha più che quindici giorni…. E loro d'altronde mi devono ancora il precedente.

—Questo è vero.

—Poco fa mi ha promesso lei medesimo di pagarmi in questa settimana.

—Anche questo è vero.

—Ed ecco dunque la ricevuta.

—Sì, signore: disse Vanardi puntando le due braccia alla tavola: tutto ciò va bene che non fa pure una grinza.

—Ella dunque mi fa il piacere di rimettermi la somma ed io lascio qui la ricevuta già firmata.

Antonio chiamava alla riscossa tutto il suo coraggio. Rosina si pose ad andare e venire con agitazione per la stanca, fingendo riporre delle robe e dar sesto alla casa.

—Andrebbe tutto a meraviglia, saltò su dopo un poco il povero pittore, s'io davvero le potessi pagare adesso adesso quella somma, ma essendo che pel momento proprio non lo posso, non credo che lei voglia lasciarmi lo stesso quella quitanza in sì buona regola.

Marone gettò di sbieco uno sguardo ratto sul suo interlocutore ed atteggiò le labbra al suo solito falso sorriso.

—Ah, ah! la vuole scherzare, signor Vanardi.

—Scherzare! esclamò accostandosi vivamente Rosina, a cui pareva già d'aver taciuto assai troppo.

Ma il marito le fe' cenno colla mano stesse cheta e lasciasse parlar lui: ed essa, per quella volta, fece il miracolo d'obbedire.

—No, pregiatissimo signor Marone, rispose Antonio: non ischerzo niente affatto. Quei denari non li ho, e non so donde andarli a stampare…. là!

Il padrone di casa gettò intorno a sè degli sguardi irrequieti.

—La dice daddovero?

—Daddoverissimo.

—Non può procacciarseli in nessun modo?

—In nissunissimo.

—Corbezzoli!

Marone si alzò con una fisonomia severa come quella d'un giudice convinto della colpa del reo e andò lentamente verso la tavola a prendersi il cappello e il bastone.

—Allora, diss'egli trascinando le parole e ripetendole come per farle penetrar più addentro nell'animo degli ascoltatori, allora… io sarò costretto… sì sono costretto… valermi dei mezzi che mi dà la legge… di tutti i mezzi che mi dà la legge.

Rosina, che non poteva più stare alle mosse, gli si piantò dinanzi colle mani in sui fianchi:

—Vuol dire, proruppe, che ci farà l'esecuzione, e ci venderà tutte queste poche robe che ci rimangono, e ci metterà in mezzo la strada…

—Queste robe, queste robe: disse sprezzosamente Marone, guardandosi intorno. Forse che basteranno a pagarmi del mio avere?

E Rosina che incominciava a perdere il sangue freddo:

—Eh sì, valgon poco…, sì, sono povere masserizie, ma sono di onesta gente, che non merita d'essere trattata come cani…

—Rosina! esclamò Vanardi, facendole gli occhi grossi.

—Eh, lasciami dire, chè la mi prude…

—Onesta gente: ripeteva il proprietario; certo che sì, va benissimo; io ho per loro la maggiore stima, ma quando non si paga…

—Quando un povero diavolo ha la sfortuna che lo perseguita…

—Ah! mia cara madama Vanardi, la sfortuna è una scusa bella e buona per tutti quelli che mancano ai loro impegni… Ma la si metta un poco ne' miei panni anco lei… Un proprietario… vive della pigione della sua casa; ora se il provento non gli entra in cassa, come avrà egli da fare?

—Oh bella!… Per una sì poca somma!… La stia zitto, la mi faccia piacere, signor Marone. Ricco com'è, che sì che gliene ha da far molto di questo in più od in meno.

—Io non sono ricco, le ripeto: disse bruscamente Marone; e non voglio perdere l'aver mio.

—Non si tratta di perderlo: soggiunse Vanardi con calore. Noi pagheremo senza fallo. Ci dia solamente ancora un po' di respiro.

—Eh! ve ne ho già dato di troppo… Sono sei mesi che mi menate pel naso.

—Ci mostri il suo buon cuore, disse la Rosina con un tono di supplicazione che lasciava travedere al di sotto la bizza presso a saltare.

Il proprietario si pose in testa il cappello e si mosse per uscire.

—Non lo posso: diss'egli asciutto asciutto. Provvedete ai fatti vostri, io provvedo ai miei.

—Ma signore, gridò Rosina tutto accesa in volto: vuol ella essere peggio che inesorabile! È questa la carità che ha per la povera gente?

Marone si fermò, battè in terra la ghiera della sua mazza e rispose borbottando:

—La carità! la carità!… Certo che ne ho e di molta, verso chi se la merita… Tutti lo sanno… ed anche il signor Parroco… Ma non mi tocca rovinarmi per giovare a chi non sa bastare a' suoi impegni; ma la vera carità non ha da favorire l'ozio, l'infingardaggine e la… Basta, non dico altro, appunto per amor del prossimo.

Rosina scoppiò come un petardo.

—Come sarebbe a dire? gridò essa venendo incontro al padrone di casa, con mossa quasi minacciante. Gli è a noi che fa di questi bei complimenti lei, brutto muso da torcicollo?…

—Oh, là, là! esclamò Marone diventando rosso sino alla fronte.

Antonio che offeso dalle parole di Marone voleva pure rimbeccarlo di proposito, antivenuto dall'uscita dalla moglie, pensò all'incontro suo dovere di adoperarsi a calmarla.

—Via, via, Rosina, bada alle tue parole per amor di Dio!

Ma la donna allontanandolo da sè con uno spintone:

—Eh lasciami stare, pan bollito che tu sei. Non senti le belle giuggiole che ci dà a succiare questo signor dabbene? E te le vuoi pigliare come confetti, tutto rimminchionito, che il cielo ti dia il limbo degl'innocenti!… Lasciami vuotare un po' il sacco, o schiatto.

E si rivolse di bel nuovo al padrone di casa.

Ma questi in quel punto medesimo apparve preso da una grande meraviglia. Un suo sguardo era caduto sopra il quadro dalla cornice dorata di cui s'è fatto cenno nel capitolo precedente; egli s'era fermato di botto e stava esaminandolo attentamente; poi passo a passo, come attirato da vivissima curiosità, non badando gran che alle parole della Rosina, si venne raccostando al luogo dove il quadro era appiccato alla parete.

E la Rosina colle mani in sui fianchi sbraitava inviperita:

—Ah, noi siamo infingardi, lei dice; noi siamo oziosi, noi siamo birbanti da mazzate, al suo garbato avviso! E perchè lei ha avuto la fortuna, chi sa come! di acciuffare, chi sa per che verso, la ricchezza, ci ha da trattar noi come scalzagatti e mascalzoni, che infatti in fatti poi, de' signori in giubba ne valiamo le dozzine!

Ma il padron di casa, senza darsi per inteso delle parole di Rosina, non cessava dal rimirar fiso quel quadro, e borbottava a mezza voce:

—È strana, proprio strana!

Poi si volse di pieno ad Antonio, che stava osservando con interesse queste mostre di stupore nel padron di casa.

—È lungo tempo che ella ha questo quadro?

—Sono tre anni.

—È fatto da lei?

—No: è l'opera di Adolfo Cioni… Ha lei conosciuto Adolfo?… o qualcuno di quella famiglia?

—Niente affatto; e questo è un ritratto od una figura di fantasia?

—È un ritratto.

—Di qualche signora di sua conoscenza? Scusi queste domande, ma una strana rassomiglianza…

—È il ritratto d'una giovine signora che ho conosciuto assai, e che da più di tre anni è sparita, senza che se ne sapessero più notizie nessune.

—Sparita!… Davvero…. Diavolo! diavolo!

Ma Rosina in quella con impazienza:

—Eh? che cosa mi viene, adesso a dare la volta alla frittata con quello spegazzo?

Marone con vivo interesse di curiosità, non abbadando alla donna, si rifaceva a domandare:

—E il nome? Potrebbe dirmene il nome?

—Certo che sì. La nasceva Balma e s'era sposata al capitano Orsacchio… Un vecchio scellerato, quello lì, che se mai mi capitasse nelle mani, io che non sono buono a far male ad una mosca, vorrei pur tuttavia conciare per bene… E di nome di battesimo la si chiamava Gina.

—Ah, Gina?… Cospetto… Ed è sparita da tre anni?… Oh, oh!

—Signor Marone: disse Antonio con una agitazione che non cercava menomamente nascondere. Ella conosce quella donna? Ella ne sa qualche cosa? Per carità, se così è, non mi nasconda nulla… Per la memoria del mio buon Adolfo, per la pietà che quella povera infelice deve ispirare a tutti che abbiano un cuore, in nome della carità la prego e scongiuro a dirmi tutto, e facesse Iddio che le sue parole mi potessero mettere sulle traccie di quella sventurata.

Ma qui ecco la Rosina risaltare in mezzo con una nuova inquietudine ed una nuova collera.

—Te ne preme dunque molto di codesta non so che cosa, signorino mio garbato?.. Ah! mi farai credere che gli è in memoria dell'amico, che gli è per compassione di cuore che tu la cerchi con tanta sollecitudine, allorquando gli asini voleranno… E lei signor Marone la conosce questo mobile che mi ha tutta l'aria d'essere una di quelle civettuole e peggio, per cui loro zucconi d'uomini fanno le mille pazzie… Eh già! Questa tela sporca era di troppo preziosa a messere! Avrebbe lasciato crepar di fame moglie e figliuoli piuttosto che venderla… State zitto, signor Vanardi, che ve lo siete lasciato scappar detto. Ed ora che vi nasce una speranza di saperne le novelle, ve' come v'ingalluzzite!… Oh gli uomini! gli uomini!… E sopratutto i mariti!…

—Rosina! vuoi tu sempre esserne allo solite?

—Signor Marone non gli dica niente, sa! Se ha la disgrazia di apprendergli tanto così sul conto di quella donna… senza contare che farebbe con ciò un bel mestiere… gliene cavo gli occhi.

—La non s'incomodi, signora Rosina, e non tema di nulla. Io non dirò nulla, perchè non so nulla. La signora Orsacchio, come suo marito mi dice che si chiama l'originale di questo quadro, io non l'ho mai sentita a nominare, altro che conoscerla… Ho trovato in questa figura una certa rassomiglianza con un'altra persona… una persona che ho visto una volta sola…

—Dove? dove? non potè trattenersi dal domandare Antonio: e la moglie ne lo punì con un'occhiata furibonda ed un pizzicotto.

—Non mi ricordo più nemmeno… Ma la è una donna che porta altro nome…

—E dove la si trova?

—Non saprei dirglielo: l'ho perduta, come si suol dire, di vista.

Vanardi avrebbe voluto insistere, ma la presenza della moglie sempre più sospettosa ne lo trattenne. Gli parve però che Marone mentisse per isbrigarsene, e dovesse sapere qualche cosa di più di quanto diceva. Un segreto presentimento, quasi un istinto, pareva ammonirlo che stava per iscoprire finalmente una traccia da penetrare, sapendo adoperarvisi, entro quel mistero che da tre anni gli pesava sul cuore. Determinò fra sè di non trascurare a niun modo questo leggier filo di cui pareva offrirgli finalmente un capo la sorte, e di consultare il suo amico Giovanni Selva, uomo di molto acume, intorno al miglior mezzo di procedere in proposito.

—Torniamo ai nostri affari, disse Marone cambiando però il precedente in un tono più mite ed umano. Per provarle, signora Vanardi, ch'io non manco di carità, anche a mio danno, consento ad aspettare altri quindici giorni… ma non di più, sa!… Se dopo questo intervallo non sarò pagato, allora… Intanto mi stieno bene e ricevano i miei più cordiali auguri.

Uscì con mille inchini e salutazioni.

—Bella carità! esclamò Rosina facendo il pugno dietro il proprietario partitosi; quindici giorni di tempo! Come faremo a mettere insieme i denari dell'affitto?… ed a pagare gli altri debiti?… ed a mangiare tutti i giorni?

—Mi farò pagare dallo speziale, disse Antonio.

—Sì che questo ci vorrà mantener grassi!

Vanardi prese una grande risoluzione.

—E… e scriverò anche una volta una lettera di supplicazioni a mio zio padrino.

Il signor Marone scendendo le scale borbottava fra sè:

—È proprio strana! Una rassomiglianza cotanta non l'ho mai vista. Dev'essere quella dessa… Eppure!… Orsacchio!… Non ho mai sentito questo nome… Eh, sì! un nome si fa presto a cambiarlo. Ho sempre pensato che nell'esistenza di quei due c'era un garbuglio… Sta a vedere che adesso lo vengo a scovar fuori. Certo, agirò con molta prudenza, ma ho in mente che quel quadro non mi lascierà perder nulla della mia pigione, e che anzi vi può essere qualche buon affare da trarne profitto… Giusto! Di quest'oggi stesso voglio andare a Valnota a farne motto al signor Nicolazzi… Appunto con questa occasione ne esigerò l'affitto. Vedremo! vedremo!

V.

La Rosina, dopo la partenza del proprietario, aveva accennato di voler continuare il suo repetio; ma Vanardi era allora ricorso ad un suo mezzo estremo, di cui, appunto per non ispuntarne l'efficacia, non usava che rarissimamente, nelle occasioni solenni.

Questo mezzo era il seguente.

Si piantò ritto innanzi alla moglie, arruffatesi colla destra convulsa le chiome già arruffate, rotando paurosamente gli occhi come uomo che ha smarrito il lume della ragione, ed urlò con voce di basso profondo:

—Oh, sai che tu mi hai fradicio, e ch'io sono non so se più stufo o più disperato dei fatti miei? O la smetti od io, com'è vero il diavolo che mi porti, vado via, mi getto ad affogarmi nel Po, e ti pianto te coi bambini e l'amor tuo e la tua lingua, che son peggio della versiera.

Questa minaccia, in rare dosi, faceva sempre il suo effetto sulla buona moglie che in realtà voleva a suo marito il maggior bene del mondo. Rosina s'acquetò, e tornò a' suoi panni da cucire presso il desco, dove sedutasi, riprese a dondolar la culla dell'ultimo nato.

Vanardi, commosso da tanta virtù di sommessa rassegnazione, stette un poco a guardarla, e poi le si fece presso ed abbracciatala alle spalle, la baciò amorosamente sulla fronte.

La giovane donna arrossì tutta dal piacere.

—Ah! come saresti buona, disse Antonio, se tu non fossi così spesso cattiva.

—Io sono cattiva! esclamò la moglie levando su vivamente il capo. Sei tu che…

—Zitto, zitto; non rifacciamoci da capo. Voglio scrivere la lettera allo zio; e conviene che mi ci metta con tutti i sentimenti del corpo e dell'anima.

Il bambino nella culla ricominciò in quella a strillare più forte, e
Rosina dovette volgere ad esso tutta la sua attenzione.

Vanardi frugò tanto fra tutte le sue cose, che infine, per gran fortuna, riuscì a scovar fuori un biglietto di carta, che con un po' d'audacia d'espressione poteva dirsi bianco e polito; vi passo su due o tre volte la manica del vestito, come per lisciarlo viemmeglio; lo pose con una certa cura sopra la tavola; tolse d'in sulla scansia un fondo di bicchiere rotto, entro cui stava un pezzetto di spugna annerito da un inchiostro già asseccato; ci versò su alcune goccie d'acqua, e con uno spuntone di penna d'oca a barbe riccie e scarmigliate rimestò ben bene: poi sedette innanzi a quel foglio, il bicchier rotto lì vicino, la sua mano sinistra sopra la carta, nella destra quel simulacro di penna, ed aggrottò le sopracciglia in una meditazione laboriosa e profonda.

Rosina, poichè s'era accorta che nè il dondolarlo nè il cantargli la nenia valevano più a far dormire il piccino nella cuna, lo aveva levato su e lo teneva sulle sue ginocchia, parlandogli di parole senza senso e facendogli vezzi. Il bambino ora sorrideva, ora faceva greppo, ora metteva sue voci infantili, ora dava qualche pianto, in mezzo alle dolcezze, ai rimbrotti, ai parlari che gli faceva la mamma.

Gli altri fanciulli avevano ripreso della più bella il loro ruzzar per la stanza e facevano un chiasso che Dio vel dica. Tantochè il nostro Antonio, quand'ebbe scritto in alto del foglio: «Carissimo mio signor zio e padrino» e si volle concentrare per mettere insieme idee, non ne potè raccappezzare pur una in quel rumore di voci, di passi, di grida, che gli si veniva facendo dintorno.

Allora gittò con impazienza la penna sulla tavola, e ruppe fuori in queste parole:

—Eh! volete star cheti tutti quanti che il fistolo vi colga! Tonietto, sodo, dico, e va a studiar l'abbicì; tu Pippo, là in quell'angolo e fermo per mezz'ora; tu Gaetanino presso alla mamma e guai se ti muovi!… E tu pure, Rosina, taci tu stessa, se gli è possibile, e fa tacere il tuo fantolino un momento.

I bambini, alla subita sgridata paterna, stettero lì sorpresi, come e dove si trovavano, e guardavano attoniti il padre in volto senza muoversi più e senza accennar di ubbidire.

—Ebbene, avete capito o siete sordi? Corpo del diavolo! gridò Antonio, battendo sulla tavola un forte pugno che fece ribalzare quel frammento di bicchiere che faceva da calamaio.

Tonietto, il più grandicello dei bimbi, (gli aveva fatto dare a battesimo il nome suo e dello zio) non attese altro e sgusciò via lesto di là del paravento nell'altra parte della stanza; ma Pippo e Gaetanino, atterriti, cominciarono per far grosso il rifiato, poi diedero in qualche singhiozzo e finirono per iscoppiare in pianto dirotto.

—Ed ecco delle tue solite: gridò allora la Rosina: li fai sempre piangere ingiustamente tu!… Oh che uomo!… Venite qui carini, venite colla mamma, che il babbo gli è cattivo.

Ma Vanardi già s'era levato ed era corso dai figliuoli.

—Là, là, piccini: disse loro tutto amorevole: non piangete… Pippo sii buono… To' Gaetanino la chiave del papà e giuoca con essa… Da bravi, smettetela; adesso ch'io esco di casa vi andrò a comperare i confetti: che sì che vorranno esser buoni!

Ed il povero diavolo non aveva pure da comperar loro del pane!

Coll'accarezzarli, coll'abbracciarli, colle promesse, tanto ottenne che alla fine s'acchetarono; un certo silenzio relativo si stabilì nella stanza, ed egli potè dare tutta la sua attenzione alla compilazione della lettera per lo zio droghiere.

La qual lettera riusci del tenore seguente:

«Carissimo mio signor zio e padrino.

«Vengo con questa mia ad adempiere al mio dovere di augurarle il buon Natale ed il buon fine e il buon principio con tutte quelle felicità che si merita: e che Iddio gli conceda una lunga e prospera vita e una buona salute e una continua contentezza senza Dispiaceri di sorta.

«Questi augurii, oh glielo giuro, partono proprio dal cuore, e sono sinceri come se ne fanno pochi al mondo. Che io lei, mio buon padrino, non posso mai dimenticare di tutto l'anno; e ne vivessi ben cento di anni che non lo potrei mai; ma in questa stagione, in cui da tutti si pensa alle persone che ci sono più care, io ricordo anche maggiormente tutte le bontà del mio caro zio, e sento più forte ancora la riconoscenza per tanti generosi benefizi che ne ho ricevuti io specialmente, e che ne ha ricevuto la mia famiglia, e provo una pena grandissima d'aver offeso un sì buon parente e di non poterlo andare ad abbracciare, come ne avrei tanto desiderio che me ne struggo.

«Ma il Cielo, e riconosco io primo che non è stato altro che giusto e che io mi merito ogni peggio, il Cielo mi ha ben punito della mia disubbidienza, della mia ribellione all'affettuoso padrino, al mio secondo padre. E se lei sapesse tutto quello che mi è toccato soffrire e che soffro, ed anche i miei poveri bimbi, che a quest'ora ne ho quattro, e che sono innocenti, loro poverini, come agnelletti, ella ne avrebbe di sicuro compassione.

«E gli è per questi piccini che io ardisco ancora venire a pregarla una volta, assicurandola che sarà l'ultima, perchè abbia pietà di noi disgraziati, che siamo pure suo sangue, e che siamo ridotti all'ultima miseria, senza nemmeno aver pane da mangiare. E dobbiamo la pigione dell'intera annata, e non possiamo pagarla; e il padrone che è un uomo senza cuore (ella lo conosce, quell'impostore del signor Marone) ci caccia in mezzo la strada, facendoci vendere tutte quelle poche robe che ci restano, e siamo in debito verso tutti sulla strada, tanto ch'io non oso più neppure uscire per andare ai fatti miei, vergognato come ne sono.

«Insomma noi non abbiamo più nessuna speranza che in lei, e s'ella, che è la nostra Provvidenza, ci manca, io non so a qual disperato partito dovrò appigliarmi. Ma ella non ci abbandonerà, ed io ringraziandola anticipatamente, e rinnovandole tutti gli augurii, con profonda riconoscenza, mi dico

«Torino, 16 dicembre 185….

Suo umiliss. servo e nipote «ANTONIO VANARDI.»

Rilesse attentamente il suo scritto, lo lesse alla moglie che lo trovò un capolavoro d'eloquenza, e sentenziò che se lo zio non cedeva era proprio con un ghiacciuolo per cuore. Non c'erano bustine da lettera in casa, quindi convenne che Antonio ripiegasse il foglio su sè stesso nella guisa più elegante che seppe: ma quando si trattò di suggellarlo fu certificata l'assenza eziandio di un'ostia o d'un bastoncino di cera lacca. Per fortuna Vanardi si sovvenne della crosta di pane che stava sopra la stufa, ne ruppe un pezzetto coi denti, lo masticò ben bene e se ne servì per chiudere il foglio. Poscia vi scrisse su l'indirizzo: prese il suo cappellaccio senza falda, si gettò sulle spalle un misero mantelluzzo di panno logoro, e disse alla moglie:

—Vado a ricapitar questa lettera.

—Che? interrogò Rosina, pensi forse tu di recarla tu stesso allo zio?

—Oibò! fo conto di darla a Giacomo il figliuolo della portinaia qui sotto, pregandolo di recarla egli al fondaco di mio padrino.

—Giacomo è un buon diavolo….

—Un imbecille.

—Che lo farà volentieri, non ne dubito; ma sua madre è così poco servizievole….

—Per noi che non le diamo alcuna mancia, già; lo zelo dei portinai si misura agl'inquilini in ragione del denaro che ne mungono; ma questo è poi un così piccolo servizio, che spero non mi vorrà rifiutare. Intanto passerò eziandio dallo speziale per intendere un poco se mi vuol pagare, e poi farò una trottatina sino a casa di Selva.

—Salutami sua moglie, quella buona Adelina…

—Va bene.

—Eccone lì una che fu fortunata. Era una operaia come me, ed ha sposato un uomo di una ricca famiglia, un avvocato e che le fa fare una buona figura nel mondo.

Antonio si mise per traverso il cappellaccio e si morse i baffi.

—Sai tu Rosina, diss'egli con accento in cui sentivasi una vera pena, che non sei punto punto gentile? Le tue parole sono sassi tirati nel mio giardino, che mi colpiscono proprio in pieno petto. Certo, l'Adelina è da invidiare. Selva è uno dei migliori caratteri ch'io mi conosca, ed un bel talento. Lui risoluzione, coraggio, iniziativa e forza d'animo e di volontà come ne hanno pochi; io sono un meschinello, un buono da nulla, un imbecille, va bene… Ma quanto ad amore, Rosina, dovresti esser persuasa che ne hai da me tutto quel che possa averne da uomo una donna, e ciò dovrebbe farti più generosa a perdonarmi il resto.

Rosina, che in fondo aveva pure un cuore eccellente, fu tocca da queste parole del marito e più dalla commozione con cui eran dette.

—Hai ragione: esclamò ella, alzandosi col suo bimbo da un braccio e cingendo coll'altro che gli rimaneva libero il collo del marito: Hai ragione e perdonami.

Ad Antonio questo fatto della moglie produsse tanto maggior effetto quanto esso era più raro; abbracciò e baciò egli intenerito la moglie e il bambino ch'ella teneva sul petto, e partissi.

La loggia della portinaia aveva sotto il portone l'uscio d'entrata ed un finestruolo per cui si vedeva chiunque penetrasse nella casa.

Antonio sospinse l'uscio socchiuso ed entrò nel camerino. La portinaia seduta presso un fornello portatile di terra cotta era intenta a farvi cuocere su, dentro una pignatta, una minestra che mandava per l'ambiente un odore succolento e confortevole. Le nari di Antonio digiuno aspirarono con una voluttà tormentosa la tentazione di quell'odore. Un giovane dall'aria melensa e dai capelli color della stoppa stava grattandosi le ginocchia in un angolo: era Giacomo, il figliuolo della portinaia.

Questa che aveva udito entrare qualcheduno senza veder chi fosse, per avere le spalle rivolte all'uscio, aveva preparato il suo più bel sorriso con cui già da una settimana soleva salutare gl'inquilini del primo e del secondo piano in previsione e per esca delle strenne che avevano da venire alla fin del mese; ma poi visto chi era, conobbe che quel sorriso era perfettamente sciupato e decise tosto risparmiarsene la spesa: tornò di botto in tutto l'ingrognamento della scontrosa espressione di faccia che le era abituale.

Antonio, egli, salutò umilmente, e, con tutta la suggezione d'un supplicante che domanda una grazia, pregò sor Agata mandasse il figliuolo a recar quella lettera al suo indirizzo.

Sor Agata indugiò un momento a rispondere. Fu presso a dire a quel noioso che andasse con Dio, come si fa ad un pezzente che vi secca domandandovi l'elemosina; ma ebbe la generosità di non farlo; prese con isgarbo la lettera che Vanardi le porgeva e ne lesse l'indirizzo.

—Ah, ah! la scrive ancora a suo zio il droghiere… diss'ella con impertinente famigliarità: un altro foglio di carta sciupato… Bene; quando mi sarà di comodo manderò colà Giacomo.

—Se volesse aver la compiacenza di mandarlo il più presto possibile: osò balbettare il povero inquilino.

Ma la fiera portinaia lo fulminò con uno sguardo corrucciato che lo indusse subitamente al silenzio.

—Lo manderò quando si potrà: disse sor Agata con accento imponente. Spero bene che ella non vorrà che per gusto di lei si trascuri ciò che abbiam da fare!

Antonio protestò con una mimica piena di umiltà, ed uscì colla rassegnazione di chi non ha danari da pagare in altri lo zelo, l'interesse, nè anco la cortesia—perchè tutto si paga in questo mondo.

Entrò quindi nella farmacia.

Il farmacista leggeva il suo giornale seduto presso il braciere coperto da una gran campana di latta gialla traforata intorno a ghirigori, gli occhiali sulla punta acuminata del lungo naso, il solito berretto a lunga visiera in capo. Due garzoni si annoiavano colle mani in tasca ad aspettar gli avventori. Un uomo di servizio pestava nella retrobottega in un mortaio d'ottone che mandava il più assordante ed il più irritante rumore del mondo.

Al tintinnio che fece il campanello appiccato all'ascio d'entrata, lo speziale alzò il naso dal foglio e guardò dal di sopra degli occhiali chi fosse venuto.

—La riverisco signor Agapito: disse Antonio levandosi urbanamente il cappello.

—Oh, oh, caro signor Vanardi; l'è lei! E che buon vento?

Si rizzò da sedere con più gentilezza che non usasse abitualmente, si tolse di sopra il naso gli occhiali, ripose il giornale e toccò colla mano destra la tesa del suo berretto.

Ad Antonio, avvezzo oramai dappertutto ad essere accolto con insolente mancanza di riguardi, parve quello un fior di accoglimento pieno di simpatia e di stima, e sentì venirsi in cuore un po' di coraggio.

—La disturbo forse? dimandò egli come mezzo di entrare in materia.

—Niente affatto. Si figuri!… Lei non mi disturba mai… Leggevo qui il giornale… Ma gli è vuoto come una vescica… Non c'è mai nulla in que' benedetti giornali!… Ci rubano i denari vendendoceli… Eppure, che vuole? Non ne so star senza… Ah! c'è una cosa sola alquanto interessante: la novella d'un suicidio. Un povero diavolo che l'altro ieri s'è gettato in Po. Veda mò se a questa stagione può venire in testa una cosa simile!… L'hanno pescato ieri; e pare che siasi deciso a questo brutto passo per la miseria…

Antonio sentì scorrersi un brivido per tutto le membra.

—Per la miseria! diss'egli con accento profondamente commosso.

—Già! aveva una famiglia il disgraziato a cui non sapeva più come provvedere… Era operaio e non trovava più lavoro da nessuna parte. Il cervello gli è girato, e ponfate, egli andò ad affogarsi.

—Poveretto!… E la famiglia?

—Figuriamoci!… Senza pane, senza padre… Ah! ce ne sono di disgraziati al mondo!… Ma il giornale annunzia che si sono fatte parecchie collette, e che tutti si sono affrettati di venire in soccorso degli orfani.

—Povera gente! Povera gente! esclamava Antonio al quale erano venute le lagrime agli occhi.

Il pensiero di quei miseri orfani lo aveva condotto a quello dei suoi figli, a cui egli eziandio non sapeva oramai come procurar pane. E che sarebbe stato di essi, se il padre per un caso qualunque venisse lor tolto?

Lo speziale che vide l'interessamento del pittore per quel racconto, prese il giornale e glielo porse.

—Se lo vuol leggere, ecco qua il giornale. Veda lì, nella cronaca, terza colonna, seconda pagina… Ma prenda pur seco il foglio; io già l'ho letto… lo esaminerà con comodo, e lo farà leggere eziandio alla signora Rosina: ciò forse la vorrà interessare…

—Ma…

—Niente, niente, lo metta in tasca… Me lo renderà poi a suo comodo: io non ne ho punto bisogno.

Antonio prese il giornale, e si dispose a parlare di ciò per cui era venuto; ma il chiacchierone dello speziale, per cui tacere era impossibile, lo prevenne colle sue interrogazioni.

—Potrei servirla in qualche cosa, caro signor Vanardi?

—Ecco, son venuto precisamente…

—Ho capito. Le occorre qualche piccolo rimedio… Che sì che indovino! Un'oncia di polpa di cassia o di tamarindi?

—No signore.

—Olio di ricino forse?

—Oibò.

—Le mie pillole digestive?… Sono pillole che ho inventate io, e per le quali ho preso dal governo tanto di brevetto… Sono meravigliose. I ministri ne pigliano, gli ambasciatori, i procuratori ed avvocati; tutti quelli che hanno bisogno di digerir bene… E per citar gente che sta qui vicino e di nostra conoscenza, il cavalier Salicotto… Lei lo conosce bene il cavalier Salicotto?

—Di nome solamente.

—Oh! un omone… Un politico di ventiquattro carati…. Una testa monumentale… Vale dieci Cavour e cento Pinelli. Fa il giornalista umanitario; patrocina la causa dei poveri… a parole sonanti… E si fa ricco. L'hanno fatto cavaliere, riuscirà a farsi nominare deputato: un dì sarà ministro… Dev'essere nativo della mia provincia. Dei Salicotto ce n'è al mio paese, ed anzi ne conoscevo moltissimo uno che faceva l'ortolano… Ah! non voglio già dire che questo cavaliere sia discendente o congiunto in alcun modo con quell'ortolano… Ciò non gli farebbe mica torto; ma il cavaliere afferma di essere figliuolo d'un avvocato: e se lo afferma lui!… D'altronde ci sono tanti nomi somiglianti!… In ogni modo e' sa fare il signore. Bisogna vedere com'è alloggiato!… Ci vado alcuna volta io a trovarlo… ed egli mi fa l'onore di servirsi alla mia bottega: tappeti da ogni parte, masserizie d'un'eleganza!… Ebbene, ciò che volevo dire si è che il cavaliere Salicotto fa uso delle mie pillole… Ha lo stomaco debole il pover'uomo. Lavora tanto pel vantaggio altrui! E ne rimane soddisfatto—delle mie pillole—che non si può dir meglio.

—Ne sono persuasissimo; ma io non è di nulla di ciò che ho mestieri.

—No? Dica pur liberamente quella che le occorre. Son disposto a servirla in tutto…. E l'ho detto appunto a sua moglie…. Oh! per caso, non sarebbe già la signora Rosina che è ammalata?

—Ma no signore. Per grazia del cielo stiamo tutti bene.

—Tanto meglio, tanto meglio. Vedendo entrar qui lei, io m'era detto tosto fra me e me: Forse sua moglie si trova di bel nuovo…. mi capisce?

—No, per fortuna.

—Oppure uno de' suoi figli, quel demonietto di Tonietto…. Oh, oh! Ha osservato? Ho fatto una rima…. o quel furbacchiotto di Pippo che avrà mangiato troppo.

—Ama signore; s'io son venuto è appunto perchè que' poverini non mangiano abbastanza.

—Oh, oh! inappetenza?…. A quell'età è strana…. Ma stia tranquillo che le darò io qualche cosa….

—No, no, no! E' non han bisogno di nessuna delle sue droghe per aver fame….

—Ma dunque?…

—Sono venuto per finire quel nostro piccolo affare….

Lo speziale si trasse indietro il berretto e si grattò la fronte.

—Affare!… Che affare?

Antonio stava per ispiegarsi, quando l'uscio della bottega s'aprì vivamente con grande agitazione del campanello, ed una vispa ragazza entrò di fretta, salutando lo speziale e i garzoni per nome.

Sulla faccia del padrone e dei due accoliti si schiuse tosto il più grazioso sorriso di cui le loro fisonomie fossero capaci: e tutti tre si affrettarono verso la giovane con premurosa galanteria.

VI.

La nuova venuta mostrava d'avere dai diciotto ai venti anni; era assai bene impersonata di corpo, piuttosto piccina, esile alla vita, con piedi grossetti e mani tozze; vestiva da fante di ricca famiglia, pulitamente e con una certa eleganza: la vesti di lana color di granata, un bel grembiule di seta nera, un goletto bianco come neve intorno al collo, una cuffiettina bianca del paro, civettescamente posta sulle sue abbondevoli treccie bionde. Aveva la bocca un po' grande, ma candidissimi i denti, il naso volto insù, ma petulante, gli occhi bigi pieni di malizia e in tutto il volto una cert'aria spigliata e temeraria, ma buona ed allegra che la rendeva piacevole a chiunque la vedesse.

—Buon giorno, signor Agapito: diss'ella ridendo da mostrare i suoi bianchi dentuzzi. Buon giorno, signor Giannello; buon giorno signor Martino: soggiunse volgendosi all'uno e poi all'altro dei due garzoni; ed a Vanardi che non conosceva punto, guardò in viso con una curiosità interrogativa e fece una bella riverenza.

—Ben giunta, madamigella Carlotta: rispose lo speziale. Lei sta bene?

—Bene bene no… Se fosse qualchedun'altra… qualcheduna di quelle signore che non hanno nulla da fare che crogiolarsi tutto il santo giorno sulla poltrona direbbe anzi che sta male… Ma io non ci abbado.

I due garzoni fecero un moto vivacissimo d'interesse, accostandosi alla fanciulla.

—Lei non si sente bene! esclamarono all'unissono come in un duetto d'opera in musica.

—Eh sì!… Gli è che io per natura non soglio crucciarmi… Crollo le spalle e tutto passa… ma in quella casa vi hanno tante contrarietà da far intisichire un elefante.

—Davvero! esclamò con voce compassionevole il signor Giannello, facendo gli occhi dolci alla ragazza.

—Povera madamigella Carlotta! mormorò il signor Martino, traendo un gran sospiro dall'imo petto.

—Sicuro! rispose la giovane. La signora marchesa per sè non sarebbe cattiva…

—Eh no, non ne ha l'aria davvero; interruppe messer Agapito, che era già stanco di tacere. Ma sì! ha ella una volontà che sia sua? La è menata pel naso da questo e da quello: la è come un automa; come un burattino a cui si tiri il filo…

—Bravo! esclamò Carlotta, approvando col chinar del capo.

—Diciamo la parola, continuava lo speziale: la è mezzo scema.

—Lo è del tutto. Le si industriano intorno una manica di furbi che cercano di mangiarle quel poco che possono mentre vive, e di bubbolarle una parte della sua eredità quando muoia.

—È proprio così: disse lo speziale che si grattava la punta del naso studiando un motto arguto: la marchesa di Campidoro è per essi un vero campo da cui vogliono raccoltar oro… Oh oh: che cosa ne dice signor Vanardi?

La giovane cameriera continuava:

—C'è il presidente della Congregazione di santa Filomena, il signor
Marone…

—Il nostro garbato padron di casa, disse Agapito ammiccando ad
Antonio.

—Questi è in lega col curato; dall'altra parte c'è il cavalier Salicotto d'accordo, mi pare, col medico, il dottor Lombrichi….. e in mezzo a tutti costoro più furbo di tutti e giovandosi di tutti, quel birbaccione di Grisostomo.

—Il cacciatore? dimandò Giannello.

—Quell'omaccio dalla barba nera che fa paura? disse Martino.

—Proprio lui… Ah! chi desidera stare in quella casa deve mettersi nelle grazie di quel brigante…

—Ah! ah! è un cacciatore che fa cacciare chi vuole… Oh, oh, oh!

—Ma io non sono di quell'umore, continuava Carlotta. Eh sì ch'egli non dimanderebbe di meglio che farmi la sua favorita: brutta barbaccia, va!

—Per lei ci vogliono altre barbe che quelle.

—A me non mi importa niente di lasciar lì quella casa dall'oggi al domani. Non sono imbarazzata punto punto a trovarmi un ricapito, io; e se per poco mi si tormenta, affè li pianto!

—Benissimo! esclamò Giannello.

—Oh lei è una giovane ammodo: osservò Martino.

—E badino bene a quel che dico loro, e si troverà ch'io non l'avrò sbagliata d'un ette: quel volpone di Grisostomo sarà quello che mangerà la miglior parte dell'eredità della signora marchesa.

—Lo credo: disse Agapito. Il mariuolo ha i denti da ciò. Ah, ah, ah!

—C'è la figlioccia della marchesa… una cara personcina, la figliuola del signor Biale, sa bene? quella che ha sposato il signor Pannini, quel bel giovane che è segretario, o che so io presso il cavaliere Bancone, un banchiere che è ricco a milioni.

—Lo conosco, disse lo speziale; è uno dei primi e dei più birbi fra i nostri trafficanti di borsa.

—Ebbene, la signora Lisa—madama Pannini si chiama Lisa—era un tempo amatissima dalla marchesa, e la famiglia dei Campidoro ha non so quale obbligazione verso i Biale: era cosa quasi certa che a costoro la marchesa avrebbe lasciato una bella fortuna; ma ora io scommetterei che Grisostomo li fa stare a becco asciutto.

—Possibile! esclamò Giannello giungendo le mani e lanciando a
Carlotta un'occhiata assassina.

—Che mutria! disse Martino fulminando la giovane d'un'occhiata simile a quella del suo compagno.

—Allora si può chiamare altresì cacciatore d'eredità, disse lo speziale; e rise grossamente secondo il solito.

—La signora Lisa viene sovente a trovar la madrina, ma non sempre il nostro turco… (è un nomignolo che abbiamo accollato a Grisostomo… sono io che gliel'ho dato: perchè una volta che sono andata al teatro che si cantava l'Italiana in Algeri c'era un brutto muso di turco con tanto di barba, che rassomigliava tutto tutto a lui…) non sempre e' gliela lascia vedere. Perchè nessuno, nessuno al mondo, può arrivare sino alla marchesa se il turco non ha data la sua licenza. E l'ho sentita io la signora marchesa dire alcune volte con rincrescimento: «È molto tempo che Lisa non è più venuta a trovarmi.» E quel birbaccio risponderle: «Già, adesso è maritata; le nuove affezioni le hanno fatto dimenticare le antiche…» Oh! cose da mordersi la lingua per non parlare e confonderlo. Ma sì, basterebbe una sola parola che non gli piacesse per farci dare il benservito. E così è riuscita a levargliela quasi del tutto dal cuore, e la signora marchesa non ha oramai più altra affezione che quella per la sua cagnetta, quella vecchia schifosa mimì, che io vorrei veder gettata nel pozzo nero… Ed a quella buona signora Lisa, quando viene, Grisostomo le dice che la madrina dorme, o che la non è d'umore da ricevere, o che il medico ha proibito di lasciarla parlare a chicchessia… Ah! eccone un altro che ci mangia dei bei denari e sa benissimo il suo tornaconto: il medico… A proposito, io ciarlo, ciarlo, e non ho ancora detto il motivo per cui son venuta. Il dottore ha ordinato si ripetesse l'ultima bibita calmante da prendersi a cucchiai.

Lo speziale si volse tosto ad uno de' garzoni.

—Martino, avete inteso, e preparatela subito subito: la ricetta è là nella filza colle altre, e ci è scritto in alto il nome della marchesa di Campidoro.

Martino fu sollecito ad obbedire.

Carlotta ripigliava:

—Veramente non toccherebbe a me il venire a far questa commissione. Ci sono due domestici e sarebbe affar loro: ma io non ho di queste superbie… E poi era un pretesto per uscire un poco a prender aria: che in quella casa non c'è mai un momento di libertà. E il turco per l'appunto pare che tenga schiava me più che gli altri, come se ne fosse geloso.

—Eh! lo sarà, oh! lo sarà: disse lo speziale con molta galanteria.

—Lo sarà certo: aggiunse Giannello rotando gli occhi come se avesse turbo di stomaco.

—E n'ha ben d'onde! esclamò anche Martino dal banco, dove mesceva e rimestava i farmachi per la pozione.

—E dunque, appena ho udito il dottor Lombrichi dire alla marchesa con quel suo tono magistrale da sputabottoni; «Bisogna che prima di questa sera ella pigli ancora due cucchiai di quella medicina:» ho subito sclamato: «Sì signore, corro tosto io stessa alla spezieria a prenderla;» e senza attender altro son venuta di trotto.

—Bravissima! disse Agapito leziosamente, e così ci ha procurato il bene di vederla…

—Un gradito favore che ci ha fatto: soggiunse il signor Giannello, facendo sempre più l'occhiolino.

—Oh sì, un vero favore! ripetè il signor Martino di dietro il banco, versando in un'ampollina la mistura che aveva finito di preparare.

Carlotta fece con civetteria una piccola riverenza a messer Agapito, e divise un sorrisetto fra i due garzoni; poi fissò su Vanardi, che stava là piantato, uno sguardo attonito, che pareva dire: «E costui è egli muto o sordo, o vien egli dal mondo della luna, che non ha parole fatte?»

—Vuol dire che quel calmante ha giovato alla signora marchesa? domandò lo speziale.

Carlotta crollò lo spalle,

—Giovato! Crede lei che la signora sia veramente ammalata? Da ciò in fuori che le gambe non la reggono molto più che se fossero di cenci, ella sta meglio di me e di lei e di quanti siamo. È Grisostomo che le ha ficcato questa fisima in capo, appunto per aversela anche più maneggevole ad ogni sua voglia, d'accordo col medico, il quale ne tira il suo gran profitto. E ne l'hanno persuasa così bene, che adesso non ci sarebbe miglior modo da mandar la signora in una maledetta collera che di mostrare un solo dubbio sulla realtà dei suoi mali… E sì che anche senza di questo ticchio la sarebbe già abbastanza fastidievole di per sè: chè io non ho mai conosciuto una donna più irritabile, più difficile da contentare, più esigente, più maligna… tale e quale come quella sua insopportabile cagnetta… Del resto poi una buonissima creatura… Ed è da perdonarsi, perchè la testa non c'è più del tutto a segno, e il più delle volte la non sa quel che si faccia.

—Nel quartiere, disse Martino che s'accostava tenendo in mano l'ampollina con dentrovi il farmaco, si parla molto della fiorita carità ch'ella fa a tutti i poveri che le si raccomandano.

—Sicuro! chiunque ricorre a lei può averne soccorso, purchè abbia la protezione del parroco o del signor Marone, del cavalier Salicotto o del dottore… e purchè piaccia a Grisostomo. Bisogna poi ancora capitare a parlarle in un momento che la sia di buonumore… Guai, per esempio, se fosse in un giorno in cui quella brutta e cattiva Mimì stesse poco bene!… Allora non c'è da aver speranza… Ma lei, signor Martino, ha già preparata l'ampollina. Dia qui, e vado tosto a farne bere un cucchiaio alla padrona.

—Se non vuole incomodarsi a portarla lei, disse Agapito, io gliela manderò, ed all'istante, pel servitore.

E il signor Giannello, rotando di bel nuovo gli occhi peggio che prima:

—O gliela porterò io stesso… e avrò così l'onore e il piacere di accompagnarla.

—No, no, grazie, non occorre. Siamo qui a quattro passi, in due salti ci giungo. Serva loro, signori.

Lo speziale e i garzoni s'inchinarono salutando. Ella in un balzo fu all'uscio e l'aprì; ma allora, come per nuovo avviso sopraggiunto, si fermò e si rivoltò indietro:

—Ah! mi raccomando… Di quanto ho detto silenzio per amor del cielo!… Chè, se Grisostomo avesse a sapere che io ho chiacchierato, povera me!

—Non si dubiti!

—Stia tranquilla!

—Muto come un pesce!

Gridarono in coro il principale ed i garzoni; e la giovane sgattaiolò lesta fuor dell'uscio a vetri, e sparì nella strada.

—Che ghiotto boccon di ragazza eh? disse Agapito accennando dietro a
Carlotta e strabuzzendo furbescamente degli occhi.

—Ah, che cara personcina! esclamò il signor Giannello, levando lo sguardo al soffitto.

—Che fior di roba! sospirò il signor Martino giungendo le mani al petto.

—Signor Agapito: saltò su allora Vanardi; se non le rincresce, ripiglieremo il discorso che ci ha interrotto la venuta di quella giovane.

—Ah sì, ben volentieri. Ella mi diceva…

—Io voleva parlarle di quei due dipinti che ho avuto l'onore di fare per lei.

—Ah, ah! Ippocrate e Galeno?

—Giusto.

—Sono là che meditano all'aria con tutta la desiderevole gravità.

—Un artista di raro acconsente a fare di questi lavori…. Ed io se l'ho fatto…. Poichè in fine in fine, quella non è che una specie d'insegna….

—Eh! quest'insegna insegnerà al pubblico il suo merito insigne….
Ah, ah! non è cattivo il bisticcio; ah, ah, ah!

—Io l'ho fatto, prima per l'amicizia verso di lei….

—Grazie tante, caro signor Vanardi: e gli strinse la mano.

—Poi per la dura necessità in cui pur troppo mi trovo.

Lo speziale che incominciò a capire dove Antonio volesse andare a parare, divenne serio e lasciò la mano del pittore, il quale continuava con tutto il coraggio di cui era capace:

—Ed è appunto questa necessità che mi spinge a forza a venirle domandare un compenso di quel mio lavoro.

Antonio si asciugò dalla fronte il sudore che vi aveva chiamato lo sforzo che aveva dovuto fare su sè medesimo per tirar fuori queste parole. Messer Agapito si grattò la punta acuta del suo lungo naso. Poi lo speziale andò presso al braciere, ne tolse il coperchio della campana sotto cui era, e ne mosse i carboni colla palettina; e vi sedette presso con aria di profonda meditazione.

—Ah! un compenso! diss'egli: va benissimo.

Trasse di tasca la sua tabacchiera di corno bigio, ne battè con piccoli colpi secchi il coperchio ed i lati, l'aperse, col polpastrello delle dita radunò il tabacco nel centro, coll'unghia dell'indice fece ricadere quello che era rimasto nella scanalatura del coperchio e nella mastiettatura, e rimestandolo anche un pochino, ne trasse poi una grossa presa.

—Ne piglia? domandò porgendo la tabacchiera aperta ad Antonio.

—No, grazie.

Agapito serrò la scatola serrando il pugno: appoggiò quest'ultimo sul ginocchio e si mise a fiutare fragorosamente la sua presa; quindi mandò un gran sospirone: col rovescio delle quattro dita rinettò il panciotto dai granelli di tabacco che v'erano caduti, e volgendosi con un mezzo giro sulla sua seggiola verso il pittore, ripetè:

—Un compenso? Niente di più giusto. Anzi questa mattina, parlando io con sua moglie…. La signora Rosina non le ha detto nulla?

—Sì: mi ha detto ch'ella ci aveva gentilmente offerto i suoi servigi. Ed io ne la ringrazio tanto. Ma, com'ella sa, signor Agapito, io mi trovo in cattive acque…. E un po' di denaro sarebbe per me la manna del cielo…. Epperò sono venuto a domandarle dell'opera mia un discretissimo prezzo.

Lo speziale pose la tabacchiera in tasca e cacciò le dita delle due mani nelle scarselle del panciotto, rimenandovele come per farvi scorrere il denaro che contenevano.

—Va bene, va bene… Veramente io non ci pensava, ma… purchè questo prezzo sia discreto… com'ella dice…

—Ci ho messo tutta la mia abilità, e non fo per dire, ma quelle due figure mi sono riuscite per benino.

Agapito trasse una mano dal borsellino per grattarsi la punta del naso.

—Veniamo alla cifra, diss'egli.

—S'io fossi un ricco e celebre pittore, che perciò non avesse bisogno di nulla, potrei chiedergliene mille lire per cadauna…

Lo speziale fece un salto sulla sua seggiola.

—Due mila lire! Misericordia! esclamò egli spaventato, levando anche l'altra mano dal taschino.

—Ma siccome sono un poveraccio, che ho necessità di tutto, continuava Antonio, che non ha pane per sè e per la sua famiglia, che avrebbe giusto bisogno di quella somma per aggiustare a dovere i fatti suoi, così nè io oso chiederle tanto, nè lei me ne darebbe.

—Insomma, a farla breve, qual è l'ultimo prezzo?

—Duecento cinquanta lire.

—Beuh! È matto lei: disse bruscamente lo speziale, e s'alzò da sedere. Duecento cinquanta lire per l'impiastricciamento di due tavole di legno.

S'accostò all'uscio a vetri e guardò traverso ad esso le due figure che mascheravano i battenti aperti.

—Le pare che quelle faccie da scomunicati valgano cotanto?

Antonio fu punto nel suo amor proprio, di artista.

—Può darsi, rispose egli atteggiandosi il più dignitosamente che seppe nel suo mantello, che la mia opera sia cattiva, ed ella ha tutto il diritto di trovarla pessima. Lasci però a me quello di non accettare per autorevole il giudizio d'uno spacciatore di medicine.

La bizza fe' venir rossa la punta del naso al signor Agapito: parve in sul punto di ribattere con risentite parole; ma un altro sentimento, che ben presto vedremo qual sia, lo fe' fermarsi.

—Via, via, diss'egli tutt'amichevole; non la voglio mica offendere, caro signor Vanardi. Ma duecento cinquanta lire!… Corbezzoli! vede bene anche lei!… Sia buono con me che… che… non voglio mica vantarmene… era mio dovere… ci avevo troppo compenso nel piacere stesso che ne provavo… Oh che? noi si fa il bene per far bene… Ma insomma non mi sono rifiutato mai per quello che ho potuto in suo vantaggio… E alla nascita dell'ultimo figliuolo, se non fosse stato di me… senza contare che ho fornito allora delle medicine e dei cordiali…

Vanardi stava tutto immelensito non osando contraddire e non volendo accettar per vere le cose dette dallo speziale; e questi battendogli sulle spalle, continuava con un suo cotal sorriso che voleva essere piacevole ed affettuoso.

—Ci aggiusteremo all'amichevole, non è vero? Oh ci aggiusteremo. Pensi anche lei che in queste stagioni i denari scappan via come l'acqua dal ramaiuolo bucherato; l'affitto, le mancie, le liste dei fornitori, che so io… Pagarle ciò che domanda, non lo potrei proprio… Ci faremo un calo non è vero? Oh sì, sì che lo faremo.

Il povero pittore che non aveva pur l'ombra di quel muso duro che è necessarissimo in queste circostanze, esitò, tentennò, balbettò parole senza senso, che non erano nè un negare nè un accondiscendere.

Ma lo speziale fu lesto a soggiungere in tono d'allegro accordo:

—Se lo dico io che ce la intenderemo da buoni amici. Lasci stare, caro signor Vanardi, che al primo istante ch'io abbia di libero vado su a casa sua e finiamo questa faccenda con comune soddisfacimento.

Antonio non trovò più nulla da rispondere; salutò, si calcò in testa il suo cappellaccio e si mosse per uscire. Agapito lo accompagnò sino all'uscio, gli aprì la porta, gli fece un saluto pieno di affettuosa domestichezza e venendo fuori ancor egli sul passo della bottega guardò che strada pigliasse il pittore allontanandosi.

—Ah, ah! disse fra sè, salutando ancora Antonio già lontano; e' non va a casa… Chi sa se starà fuori lungo tempo!… Ho in mente che sì… Buono! buono!

Rientrò fregandosi le mani, diede qualche ordine a' garzoni e salì agli ammezzati sopra la bottega, dove ci aveva il suo alloggio.

VII.

Come vi ho già detto, Agapito viveva solo con una nipote, dalla quale, sotto pretesto d'usarle carità albergandola in casa sua, si faceva servire come e più umilmente che da una fante, senza punto pagarle il becco d'un quattrino.

Quella poveretta di ragazza poteva proprio dirsi sacrificata. Sino ai ventitre anni (ora ne aveva venticinque e da due anni dimorava collo zio) era vissuta al suo villaggio natio, a quello stesso di cui abbiamo udito lo speziale dirsi originario. La sua famiglia era di agricoltori, che traevano un modestissimo sostentamento dai proventi d'una poco estesa lista di terra cui coltivavano con quell'amore che i nostri paesani mettono alla zolla da essi fecondata col proprio sudore instancabilmente. Erano due i figliuoli che allietavano il padre e la madre; buona gente se mai fu, che amavansi tra loro grandemente ed amavano del pari la prole, un maschio ed una femmina. Difficilmente si sarebbe potuto trovare una famiglia in cui regnassero, non dico di più, ma del pari la pace, l'amore e l'accordo. La loro tenuissima mediocrità di fortune, mercè la tenuità ancora maggiore dei loro desiderii e la parsimonia del viver loro, tornava quasi un'agiatezza, che loro non lasciava sentire la mancanza di nulla. Lavoravano a gara di buon umore genitori e figliuoli in quella sana e direi allegra opera dei campi che rafforza il corpo e lascia l'anima soddisfatta e tranquilla. Si sarebbe stranamente meravigliato chi fosse venuto a dir loro che c'erano condizioni ed individui più felici e cui essi avrebbero da invidiare.

Fra le altre avevano eziandio la fortuna d'un buon amico. In buona attinenza con tutti del villaggio, era quel solo che potesse proprio dirsi un amico e teneva loro luogo di parenti che non avevan più, fuorchè lo speziale Agapito, lontano e che pensava ad essi come al taicun del Giappone. Era costui un ortolano che coltivava il verziere ed il frutteto d'un vasto tenimento che un gran signore possedeva lì presso: si chiamava Matteo, era del paese ancor egli ed ammogliato eziandio, non aveva avuto che un figliuolo, e i ragazzi dell'una e dell'altra famiglia giuocavano insieme; e i parenti, come suole, immaginavano che, quando cresciuti, il figliuolo dell'ortolano avrebbe sposato la figliuola dell'agricoltore.

Le avventure di Matteo avremo l'occasione di conoscerle più tardi, chè ancor esse fanno parte del dramma al cui svolgimento abbiamo da assistere; ma per intanto conviene ch'io vi accenni, come, mal corrisposto da quell'unico figliuolo, non solo dovesse rinunziare al vagheggiato maritaggio, ma il povero ortolano ne avesse tal dispiacere, che, natagli l'occasione di cambiar paese andando a servire altro padrone in altra e lontana località, egli abbandonasse il villaggio, deciso a non tornarvi più.

Questi furono i primi due dolori che piombarono addosso alla famiglia di Anna (questo era il nome della nipote dello speziale), sulla qual povera famiglia doveva ad un tratto abbattersi la sventura.

Il fratello di Anna dovette andar soldato benchè unico de' maschi, giacchè suo padre a quel tempo non aveva ancora l'età richiesta dalla legge per salvarnelo. Fu un dolore inesprimibile per la povera famiglia, e come potete pensare, tanto più per la madre, che lo amava supremamente: tal dolore che la poveretta si ammalò e mai più non si riebbe. Il padre rimasto solo a lavorare ci consumò le poche forze che ancora gli rimanevano, e a non lungo andar di tempo, fu ridotto cagionevole di salute ancor egli. Alla povera Anna toccava la custodia e la cura di due infermicci e il bastar essa sola, giovanetta, a tutte le bisogne famigliari.

E non era tuttavia colma la misura. Il figliuolo era stato incorporato nell'artiglieria a cavallo (di cui erano allora solo due compagnie): faticoso servizio cui egli, partito con troppo doloroso distacco da' suoi, faceva a malincuore e quindi trovava gravosissimo oltre ogni dire. In realtà faceva un indolente e poco zelante soldato, e le punizioni gli fioccavano addosso a rendergli sempre più uggiosa la vita militare, già sì poco aggradevole a chi non sia nato fatto per essa. Un giorno gli toccò di fare una tappa forzata di più e delle miglia parecchie oltre la marcia ordinaria: appunto perchè soldato meno diligente e quindi in mala vista ai superiori, eragli toccato un cavallo bizzarro cui era una fatica maggiore tenere in freno. Verso la fine della giornata il giovane si sentiva stanco da non poterne più; il cavallo secondo il suo solito adombra: egli irritato gli caccia senza pietà gli speroni nei fianchi, e la bestia impennatasi fa così bene che manda il suo cavaliere stramazzoni sul suolo. L'infelice batte col petto sopra un sasso e quando lo rialzano vomita a piene boccate il sangue, e, trasportato allo spedale, ci sta ammalato sei mesi e n'esce tisico senza più redenzione. Ottiene il congedo di riforma e torna a casa incapace al lavoro, altro malato alle cure sollecite di Anna. Stentò ancora poco meno d'un anno e morì. La madre gli tenne dietro poco tempo dopo. Padre e figliuola, consumato tutto quel poco che avevano, rimasero nella più profonda miseria.

Il padre non tardò di molto ad esser liberato ancor egli dalla morte; e il solo parente che rimanesse ad Anna, lasciata senza mezzi di sussistenza, era lo speziale Agapito. Sollecitato dal giudice di mandamento a venire, si recò lo speziale al paese, e siccome era restato appunto senza serva, si decise facilmente alla generosità di pigliar seco quella poveretta che lo avrebbe servito con tutta umiltà, e che egli non avrebbe pagato che con rimbrotti e rinfacciamenti. Si vantò di questo bel tratto come d'un eroismo degno degli uomini di Plutarco, ed ogni giorno che Dio mandava lo gettava in muso alla infelice con una crudeltà degna delle mazzate. Avrebbe sorpreso profondamente e indignato ancor più il brav'uomo, chi si fosse osato dirgli che il suo non era il miglior atto di carità che si possa vedere nel mondo.

Agapito adunque salito su nel suo quartiere quella tal mattina, da cui prende le mosse la nostra storia, si mise a gridare con voce già piena di maltalento:

—Marmotta? Dove sei, marmotta?

Questa era l'appellativo più gentile con cui egli fosse solito chiamare la povera nipote.

La ragazza era in cucina a preparare il pranzo, ed accorse lesta, tutta rossa in viso dal fuoco dei fornelli. Certo che non aveva in sè nulla di bello nè di distinto: era una villanella qualunque, non della letteratura arcadica nè dell'arte pastorale dei quadri al di sopra delle porte, secondo lo stile di Watteau, ma della realtà che si trova nelle nostre montagne: una ragazza tozza, forte, che aveva però un'aria di molta bontà e d'infinita rassegnazione. Vestiva una misera ciopperella di povera stoffa, logora e mal fatta, la quale non aveva che un pregio: la pulitezza. Stette innanzi allo zio, impacciata e timorosa, come chi s'aspetta ad ogni occasione i rimbrotti e le male parole.

—Qui c'è puzza di bruciaticcio: incominciò Agapito in tono burbero e minaccioso; me ne hai fatta qualcheduna in cucina, scimunita che sei. Già, secondo il tuo solito, chè altro che malestri non mi sai fare. Possibile che non ne indovini una, brutto mascherone!… Mi mangia il pane a tradimento questa sciagurata.

Anna chinò il capo e non disse una parola. Ma stata lì un poco senza muoversi e senza fiatare, Agapito la riscosse con uno spintone.

—Ebbene, marmottaccia, chè stai lì piantata come un cavolo? Non t'ho mica chiamata per bearmi nella contemplazione del tuo grifo.

La ragazza, colle lagrime in pelle in pelle, si fe' forza e domandò colla voce più ferma che potè:

—Che cosa mi comanda, signor zio?

—Uh! La s'è sveglia finalmente!… Portami il mio soprabito di panno verdescuro, e dagli una buona spazzolata, e va in cucina a moderare un po' il fuoco del fornello, chè tu mi consumi giorno per giorno più di carbone di quel che tu vali… E fa presto, ch'io non voglio indugiarmi qui a tua cagione.

La nipote corse lesta ad obbedire. Messer Agapito si fece innanzi a uno specchietto che pendeva all'intelaiatura de' cristalli della finestra ad aggiustarvisi con miglior garbo la pezzuola da collo.

—E così? gridò egli dopo un momento. Anna, marmottona, vieni o non vieni? Mi vuoi proprio far perdere la pazienza?

Anna entrò correndo tutta affannata con in una mano l'abito penzoloni e nell'altra la spazzola.

—Finalmente!

Agapito vestì l'abito che la nipote l'aiutò ad infilar nelle maniche, cambiò il suo solito berretto in un cappello a staio, e borbottando e rampognando dietro la nipote, uscì di casa per l'uscio che metteva sul pianerottolo della scala comune.

Non discese verso la strada, ma si avviò invece verso i piani superiori, e non cessò di salire finchè non si trovò al sommo affatto delle scale: nel corridoio delle soffitte. Andò all'uscio per cui si entrava nel gabbione del pittore e picchiò discretamente alla porta colla nocca delle dita.

—Chi va là? chiese dall'interno la voce della Rosina.

—Amici: rispose coll'accento il più grazioso che seppe fare il signor
Agapito, atteggiando in pari tempo le labbra ad un lezioso sorriso.

—Entri; disse la donna: la porta è socchiusa e non ha che da spingerla.