Paradiso Canto XIX
Parea dinanzi a me con lali aperte
la bella image che nel dolce frui
liete facevan lanime conserte;
parea ciascuna rubinetto in cui
raggio di sole ardesse sì acceso,
che ne miei occhi rifrangesse lui.
E quel che mi convien ritrar testeso,
non portò voce mai, né scrisse incostro,
né fu per fantasia già mai compreso;
chio vidi e anche udi parlar lo rostro,
e sonar ne la voce e «io» e «mio»,
quand era nel concetto e noi e nostro.
E cominciò: «Per esser giusto e pio
son io qui essaltato a quella gloria
che non si lascia vincere a disio;
e in terra lasciai la mia memoria
sì fatta, che le genti lì malvage
commendan lei, ma non seguon la storia».
Così un sol calor di molte brage
si fa sentir, come di molti amori
usciva solo un suon di quella image.
Ond io appresso: «O perpetüi fiori
de letterna letizia, che pur uno
parer mi fate tutti vostri odori,
solvetemi, spirando, il gran digiuno
che lungamente mha tenuto in fame,
non trovandoli in terra cibo alcuno.
Ben so io che, se n cielo altro reame
la divina giustizia fa suo specchio,
che l vostro non lapprende con velame.
Sapete come attento io mapparecchio
ad ascoltar; sapete qual è quello
dubbio che mè digiun cotanto vecchio».
Quasi falcone chesce del cappello,
move la testa e con lali si plaude,
voglia mostrando e faccendosi bello,
vid io farsi quel segno, che di laude
de la divina grazia era contesto,
con canti quai si sa chi là sù gaude.
Poi cominciò: «Colui che volse il sesto
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
distinse tanto occulto e manifesto,
non poté suo valor sì fare impresso
in tutto luniverso, che l suo verbo
non rimanesse in infinito eccesso.
E ciò fa certo che l primo superbo,
che fu la somma dogne creatura,
per non aspettar lume, cadde acerbo;
e quinci appar chogne minor natura
è corto recettacolo a quel bene
che non ha fine e sé con sé misura.
Dunque vostra veduta, che convene
esser alcun de raggi de la mente
di che tutte le cose son ripiene,
non pò da sua natura esser possente
tanto, che suo principio discerna
molto di là da quel che lè parvente.
Però ne la giustizia sempiterna
la vista che riceve il vostro mondo,
com occhio per lo mare, entro sinterna;
che, ben che da la proda veggia il fondo,
in pelago nol vede; e nondimeno
èli, ma cela lui lesser profondo.
Lume non è, se non vien dal sereno
che non si turba mai; anzi è tenèbra
od ombra de la carne o suo veleno.
Assai tè mo aperta la latebra
che tascondeva la giustizia viva,
di che facei question cotanto crebra;
ché tu dicevi: Un uom nasce a la riva
de lIndo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi scriva;
e tutti suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.
Muore non battezzato e sanza fede:
ov è questa giustizia che l condanna?
ov è la colpa sua, se ei non crede?.
Or tu chi se, che vuo sedere a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta duna spanna?
Certo a colui che meco sassottiglia,
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia.
Oh terreni animali! oh menti grosse!
La prima volontà, chè da sé buona,
da sé, chè sommo ben, mai non si mosse.
Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
nullo creato bene a sé la tira,
ma essa, radïando, lui cagiona».
Quale sovresso il nido si rigira
poi cha pasciuti la cicogna i figli,
e come quel chè pasto la rimira;
cotal si fece, e sì leväi i cigli,
la benedetta imagine, che lali
movea sospinte da tanti consigli.
Roteando cantava, e dicea: «Quali
son le mie note a te, che non le ntendi,
tal è il giudicio etterno a voi mortali».
Poi si quetaro quei lucenti incendi
de lo Spirito Santo ancor nel segno
che fé i Romani al mondo reverendi,
esso ricominciò: «A questo regno
non salì mai chi non credette n Cristo,
né pria né poi chel si chiavasse al legno.
Ma vedi: molti gridan Cristo, Cristo!,
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal che non conosce Cristo;
e tai Cristian dannerà lEtïòpe,
quando si partiranno i due collegi,
luno in etterno ricco e laltro inòpe.
Che poran dir li Perse a vostri regi,
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
Lì si vedrà, tra lopere dAlberto,
quella che tosto moverà la penna,
per che l regno di Praga fia diserto.
Lì si vedrà il duol che sovra Senna
induce, falseggiando la moneta,
quel che morrà di colpo di cotenna.
Lì si vedrà la superbia chasseta,
che fa lo Scotto e lInghilese folle,
sì che non può soffrir dentro a sua meta.
Vedrassi la lussuria e l viver molle
di quel di Spagna e di quel di Boemme,
che mai valor non conobbe né volle.
Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
segnata con un i la sua bontate,
quando l contrario segnerà un emme.
Vedrassi lavarizia e la viltate
di quei che guarda lisola del foco,
ove Anchise finì la lunga etate;
e a dare ad intender quanto è poco,
la sua scrittura fian lettere mozze,
che noteranno molto in parvo loco.
E parranno a ciascun lopere sozze
del barba e del fratel, che tanto egregia
nazione e due corone han fatte bozze.
E quel di Portogallo e di Norvegia
lì si conosceranno, e quel di Rascia
che male ha visto il conio di Vinegia.
Oh beata Ungheria, se non si lascia
più malmenare! e beata Navarra,
se sarmasse del monte che la fascia!
E creder de ciascun che già, per arra
di questo, Niccosïa e Famagosta
per la lor bestia si lamenti e garra,
che dal fianco de laltre non si scosta».
Paradiso Canto XX
Quando colui che tutto l mondo alluma
de lemisperio nostro sì discende,
che l giorno dogne parte si consuma,
lo ciel, che sol di lui prima saccende,
subitamente si rifà parvente
per molte luci, in che una risplende;
e questo atto del ciel mi venne a mente,
come l segno del mondo e de suoi duci
nel benedetto rostro fu tacente;
però che tutte quelle vive luci,
vie più lucendo, cominciaron canti
da mia memoria labili e caduci.
O dolce amor che di riso tammanti,
quanto parevi ardente in que flailli,
chavieno spirto sol di pensier santi!
Poscia che i cari e lucidi lapilli
ond io vidi ingemmato il sesto lume
puoser silenzio a li angelici squilli,
udir mi parve un mormorar di fiume
che scende chiaro giù di pietra in pietra,
mostrando lubertà del suo cacume.
E come suono al collo de la cetra
prende sua forma, e sì com al pertugio
de la sampogna vento che penètra,
così, rimosso daspettare indugio,
quel mormorar de laguglia salissi
su per lo collo, come fosse bugio.
Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
per lo suo becco in forma di parole,
quali aspettava il core ov io le scrissi.
«La parte in me che vede e pate il sole
ne laguglie mortali», incominciommi,
«or fisamente riguardar si vole,
perché di fuochi ond io figura fommi,
quelli onde locchio in testa mi scintilla,
e di tutti lor gradi son li sommi.
Colui che luce in mezzo per pupilla,
fu il cantor de lo Spirito Santo,
che larca traslatò di villa in villa:
ora conosce il merto del suo canto,
in quanto effetto fu del suo consiglio,
per lo remunerar chè altrettanto.
Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
colui che più al becco mi saccosta,
la vedovella consolò del figlio:
ora conosce quanto caro costa
non seguir Cristo, per lesperïenza
di questa dolce vita e de lopposta.
E quel che segue in la circunferenza
di che ragiono, per larco superno,
morte indugiò per vera penitenza:
ora conosce che l giudicio etterno
non si trasmuta, quando degno preco
fa crastino là giù de lodïerno.
Laltro che segue, con le leggi e meco,
sotto buona intenzion che fé mal frutto,
per cedere al pastor si fece greco:
ora conosce come il mal dedutto
dal suo bene operar non li è nocivo,
avvegna che sia l mondo indi distrutto.
E quel che vedi ne larco declivo,
Guiglielmo fu, cui quella terra plora
che piagne Carlo e Federigo vivo:
ora conosce come sinnamora
lo ciel del giusto rege, e al sembiante
del suo fulgore il fa vedere ancora.
Chi crederebbe giù nel mondo errante
che Rifëo Troiano in questo tondo
fosse la quinta de le luci sante?
Ora conosce assai di quel che l mondo
veder non può de la divina grazia,
ben che sua vista non discerna il fondo».
Quale allodetta che n aere si spazia
prima cantando, e poi tace contenta
de lultima dolcezza che la sazia,
tal mi sembiò limago de la mprenta
de letterno piacere, al cui disio
ciascuna cosa qual ell è diventa.
E avvegna chio fossi al dubbiar mio
lì quasi vetro a lo color chel veste,
tempo aspettar tacendo non patio,
ma de la bocca, «Che cose son queste?»,
mi pinse con la forza del suo peso:
per chio di coruscar vidi gran feste.
Poi appresso, con locchio più acceso,
lo benedetto segno mi rispuose
per non tenermi in ammirar sospeso:
«Io veggio che tu credi queste cose
perch io le dico, ma non vedi come;
sì che, se son credute, sono ascose.
Fai come quei che la cosa per nome
apprende ben, ma la sua quiditate
veder non può se altri non la prome.
Regnum celorum vïolenza pate
da caldo amore e da viva speranza,
che vince la divina volontate:
non a guisa che lomo a lom sobranza,
ma vince lei perché vuole esser vinta,
e, vinta, vince con sua beninanza.
La prima vita del ciglio e la quinta
ti fa maravigliar, perché ne vedi
la regïon de li angeli dipinta.
Di corpi suoi non uscir, come credi,
Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
quel di passuri e quel di passi piedi.
Ché luna de lo nferno, u non si riede
già mai a buon voler, tornò a lossa;
e ciò di viva spene fu mercede:
di viva spene, che mise la possa
ne prieghi fatti a Dio per suscitarla,
sì che potesse sua voglia esser mossa.
Lanima glorïosa onde si parla,
tornata ne la carne, in che fu poco,
credette in lui che potëa aiutarla;
e credendo saccese in tanto foco
di vero amor, cha la morte seconda
fu degna di venire a questo gioco.
Laltra, per grazia che da sì profonda
fontana stilla, che mai creatura
non pinse locchio infino a la prima onda,
tutto suo amor là giù pose a drittura:
per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
locchio a la nostra redenzion futura;
ond ei credette in quella, e non sofferse
da indi il puzzo più del paganesmo;
e riprendiene le genti perverse.
Quelle tre donne li fur per battesmo
che tu vedesti da la destra rota,
dinanzi al battezzar più dun millesmo.
O predestinazion, quanto remota
è la radice tua da quelli aspetti
che la prima cagion non veggion tota!
E voi, mortali, tenetevi stretti
a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,
non conosciamo ancor tutti li eletti;
ed ènne dolce così fatto scemo,
perché il ben nostro in questo ben saffina,
che quel che vole Iddio, e noi volemo».
Così da quella imagine divina,
per farmi chiara la mia corta vista,
data mi fu soave medicina.
E come a buon cantor buon citarista
fa seguitar lo guizzo de la corda,
in che più di piacer lo canto acquista,
sì, mentre che parlò, sì mi ricorda
chio vidi le due luci benedette,
pur come batter docchi si concorda,
con le parole mover le fiammette.
Paradiso Canto XXI
Già eran li occhi miei rifissi al volto
de la mia donna, e lanimo con essi,
e da ogne altro intento sera tolto.
E quella non ridea; ma «Sio ridessi»,
mi cominciò, «tu ti faresti quale
fu Semelè quando di cener fessi:
ché la bellezza mia, che per le scale
de letterno palazzo più saccende,
com hai veduto, quanto più si sale,
se non si temperasse, tanto splende,
che l tuo mortal podere, al suo fulgore,
sarebbe fronda che trono scoscende.
Noi sem levati al settimo splendore,
che sotto l petto del Leone ardente
raggia mo misto giù del suo valore.
Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
e fa di quelli specchi a la figura
che n questo specchio ti sarà parvente».
Qual savesse qual era la pastura
del viso mio ne laspetto beato
quand io mi trasmutai ad altra cura,
conoscerebbe quanto mera a grato
ubidire a la mia celeste scorta,
contrapesando lun con laltro lato.
Dentro al cristallo che l vocabol porta,
cerchiando il mondo, del suo caro duce
sotto cui giacque ogne malizia morta,
di color doro in che raggio traluce
vid io uno scaleo eretto in suso
tanto, che nol seguiva la mia luce.
Vidi anche per li gradi scender giuso
tanti splendor, chio pensai chogne lume
che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
E come, per lo natural costume,
le pole insieme, al cominciar del giorno,
si movono a scaldar le fredde piume;
poi altre vanno via sanza ritorno,
altre rivolgon sé onde son mosse,
e altre roteando fan soggiorno;
tal modo parve me che quivi fosse
in quello sfavillar che nsieme venne,
sì come in certo grado si percosse.
E quel che presso più ci si ritenne,
si fé sì chiaro, chio dicea pensando:
Io veggio ben lamor che tu maccenne.
Ma quella ond io aspetto il come e l quando
del dire e del tacer, si sta; ond io,
contra l disio, fo ben chio non dimando.
Per chella, che vedëa il tacer mio
nel veder di colui che tutto vede,
mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».
E io incominciai: «La mia mercede
non mi fa degno de la tua risposta;
ma per colei che l chieder mi concede,
vita beata che ti stai nascosta
dentro a la tua letizia, fammi nota
la cagion che sì presso mi tha posta;
e dì perché si tace in questa rota
la dolce sinfonia di paradiso,
che giù per laltre suona sì divota».
«Tu hai ludir mortal sì come il viso»,
rispuose a me; «onde qui non si canta
per quel che Bëatrice non ha riso.
Giù per li gradi de la scala santa
discesi tanto sol per farti festa
col dire e con la luce che mi ammanta;
né più amor mi fece esser più presta,
ché più e tanto amor quinci sù ferve,
sì come il fiammeggiar ti manifesta.
Ma lalta carità, che ci fa serve
pronte al consiglio che l mondo governa,
sorteggia qui sì come tu osserve».
«Io veggio ben», diss io, «sacra lucerna,
come libero amore in questa corte
basta a seguir la provedenza etterna;
ma questo è quel cha cerner mi par forte,
perché predestinata fosti sola
a questo officio tra le tue consorte».
Né venni prima a lultima parola,
che del suo mezzo fece il lume centro,
girando sé come veloce mola;
poi rispuose lamor che vera dentro:
«Luce divina sopra me sappunta,
penetrando per questa in chio minventro,
la cui virtù, col mio veder congiunta,
mi leva sopra me tanto, chi veggio
la somma essenza de la quale è munta.
Quinci vien lallegrezza ond io fiammeggio;
per cha la vista mia, quant ella è chiara,
la chiarità de la fiamma pareggio.
Ma quell alma nel ciel che più si schiara,
quel serafin che n Dio più locchio ha fisso,
a la dimanda tua non satisfara,
però che sì sinnoltra ne lo abisso
de letterno statuto quel che chiedi,
che da ogne creata vista è scisso.
E al mondo mortal, quando tu riedi,
questo rapporta, sì che non presumma
a tanto segno più mover li piedi.
La mente, che qui luce, in terra fumma;
onde riguarda come può là giùe
quel che non pote perché l ciel lassumma».
Sì mi prescrisser le parole sue,
chio lasciai la quistione e mi ritrassi
a dimandarla umilmente chi fue.
«Tra due liti dItalia surgon sassi,
e non molto distanti a la tua patria,
tanto che troni assai suonan più bassi,
e fanno un gibbo che si chiama Catria,
di sotto al quale è consecrato un ermo,
che suole esser disposto a sola latria».
Così ricominciommi il terzo sermo;
e poi, continüando, disse: «Quivi
al servigio di Dio mi fe sì fermo,
che pur con cibi di liquor dulivi
lievemente passava caldi e geli,
contento ne pensier contemplativi.
Render solea quel chiostro a questi cieli
fertilemente; e ora è fatto vano,
sì che tosto convien che si riveli.
In quel loco fu io Pietro Damiano,
e Pietro Peccator fu ne la casa
di Nostra Donna in sul lito adriano.
Poca vita mortal mera rimasa,
quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
che pur di male in peggio si travasa.
Venne Cefàs e venne il gran vasello
de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
prendendo il cibo da qualunque ostello.
Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
li moderni pastori e chi li meni,
tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
Cuopron di manti loro i palafreni,
sì che due bestie van sott una pelle:
oh pazïenza che tanto sostieni!».
A questa voce vid io più fiammelle
di grado in grado scendere e girarsi,
e ogne giro le facea più belle.
Dintorno a questa vennero e fermarsi,
e fero un grido di sì alto suono,
che non potrebbe qui assomigliarsi;
né io lo ntesi, sì mi vinse il tuono.
Paradiso Canto XXII
Oppresso di stupore, a la mia guida
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre colà dove più si confida;
e quella, come madre che soccorre
sùbito al figlio palido e anelo
con la sua voce, che l suol ben disporre,
mi disse: «Non sai tu che tu se in cielo?
e non sai tu che l cielo è tutto santo,
e ciò che ci si fa vien da buon zelo?
Come tavrebbe trasmutato il canto,
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
poscia che l grido tha mosso cotanto;
nel qual, se nteso avessi i prieghi suoi,
già ti sarebbe nota la vendetta
che tu vedrai innanzi che tu muoi.
La spada di qua sù non taglia in fretta
né tardo, ma chal parer di colui
che disïando o temendo laspetta.
Ma rivolgiti omai inverso altrui;
chassai illustri spiriti vedrai,
se com io dico laspetto redui».
Come a lei piacque, li occhi ritornai,
e vidi cento sperule che nsieme
più sabbellivan con mutüi rai.
Io stava come quei che n sé repreme
la punta del disio, e non sattenta
di domandar, sì del troppo si teme;
e la maggiore e la più luculenta
di quelle margherite innanzi fessi,
per far di sé la mia voglia contenta.
Poi dentro a lei udi: «Se tu vedessi
com io la carità che tra noi arde,
li tuoi concetti sarebbero espressi.
Ma perché tu, aspettando, non tarde
a lalto fine, io ti farò risposta
pur al pensier, da che sì ti riguarde.
Quel monte a cui Cassino è ne la costa
fu frequentato già in su la cima
da la gente ingannata e mal disposta;
e quel son io che sù vi portai prima
lo nome di colui che n terra addusse
la verità che tanto ci soblima;
e tanta grazia sopra me relusse,
chio ritrassi le ville circunstanti
da lempio cólto che l mondo sedusse.
Questi altri fuochi tutti contemplanti
uomini fuoro, accesi di quel caldo
che fa nascere i fiori e frutti santi.
Qui è Maccario, qui è Romoaldo,
qui son li frati miei che dentro ai chiostri
fermar li piedi e tennero il cor saldo».
E io a lui: «Laffetto che dimostri
meco parlando, e la buona sembianza
chio veggio e noto in tutti li ardor vostri,
così mha dilatata mia fidanza,
come l sol fa la rosa quando aperta
tanto divien quant ell ha di possanza.
Però ti priego, e tu, padre, maccerta
sio posso prender tanta grazia, chio
ti veggia con imagine scoverta».
Ond elli: «Frate, il tuo alto disio
sadempierà in su lultima spera,
ove sadempion tutti li altri e l mio.
Ivi è perfetta, matura e intera
ciascuna disïanza; in quella sola
è ogne parte là ove sempr era,
perché non è in loco e non simpola;
e nostra scala infino ad essa varca,
onde così dal viso ti sinvola.
Infin là sù la vide il patriarca
Iacobbe porger la superna parte,
quando li apparve dangeli sì carca.
Ma, per salirla, mo nessun diparte
da terra i piedi, e la regola mia
rimasa è per danno de le carte.
Le mura che solieno esser badia
fatte sono spelonche, e le cocolle
sacca son piene di farina ria.
Ma grave usura tanto non si tolle
contra l piacer di Dio, quanto quel frutto
che fa il cor de monaci sì folle;
ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
è de la gente che per Dio dimanda;
non di parenti né daltro più brutto.
La carne di mortali è tanto blanda,
che giù non basta buon cominciamento
dal nascer de la quercia al far la ghianda.
Pier cominciò sanz oro e sanz argento,
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo convento;
e se guardi l principio di ciascuno,
poscia riguardi là dov è trascorso,
tu vederai del bianco fatto bruno.
Veramente Iordan vòlto retrorso
più fu, e l mar fuggir, quando Dio volse,
mirabile a veder che qui l soccorso».
Così mi disse, e indi si raccolse
al suo collegio, e l collegio si strinse;
poi, come turbo, in sù tutto savvolse.
La dolce donna dietro a lor mi pinse
con un sol cenno su per quella scala,
sì sua virtù la mia natura vinse;
né mai qua giù dove si monta e cala
naturalmente, fu sì ratto moto
chagguagliar si potesse a la mia ala.
Sio torni mai, lettore, a quel divoto
trïunfo per lo quale io piango spesso
le mie peccata e l petto mi percuoto,
tu non avresti in tanto tratto e messo
nel foco il dito, in quant io vidi l segno
che segue il Tauro e fui dentro da esso.
O glorïose stelle, o lume pregno
di gran virtù, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
con voi nasceva e sascondeva vosco
quelli chè padre dogne mortal vita,
quand io senti di prima laere tosco;
e poi, quando mi fu grazia largita
dentrar ne lalta rota che vi gira,
la vostra regïon mi fu sortita.
A voi divotamente ora sospira
lanima mia, per acquistar virtute
al passo forte che a sé la tira.
«Tu se sì presso a lultima salute»,
cominciò Bëatrice, «che tu dei
aver le luci tue chiare e acute;
e però, prima che tu più tinlei,
rimira in giù, e vedi quanto mondo
sotto li piedi già esser ti fei;
sì che l tuo cor, quantunque può, giocondo
sappresenti a la turba trïunfante
che lieta vien per questo etera tondo».
Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
tal, chio sorrisi del suo vil sembiante;
e quel consiglio per migliore approbo
che lha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo.
Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.
Laspetto del tuo nato, Iperïone,
quivi sostenni, e vidi com si move
circa e vicino a lui Maia e Dïone.
Quindi mapparve il temperar di Giove
tra l padre e l figlio; e quindi mi fu chiaro
il varïar che fanno di lor dove;
e tutti e sette mi si dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.
Laiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom io con li etterni Gemelli,
tutta mapparve da colli a le foci;
poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.
Paradiso Canto XXIII
Come laugello, intra lamate fronde,
posato al nido de suoi dolci nati
la notte che le cose ci nasconde,
che, per veder li aspetti disïati
e per trovar lo cibo onde li pasca,
in che gravi labor li sono aggrati,
previene il tempo in su aperta frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur che lalba nasca;
così la donna mïa stava eretta
e attenta, rivolta inver la plaga
sotto la quale il sol mostra men fretta:
sì che, veggendola io sospesa e vaga,
fecimi qual è quei che disïando
altro vorria, e sperando sappaga.
Ma poco fu tra uno e altro quando,
del mio attender, dico, e del vedere
lo ciel venir più e più rischiarando;
e Bëatrice disse: «Ecco le schiere
del trïunfo di Cristo e tutto l frutto
ricolto del girar di queste spere!».
Pariemi che l suo viso ardesse tutto,
e li occhi avea di letizia sì pieni,
che passarmen convien sanza costrutto.
Quale ne plenilunïi sereni
Trivïa ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,
vid i sopra migliaia di lucerne
un sol che tutte quante laccendea,
come fa l nostro le viste superne;
e per la viva luce trasparea
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.
Oh Bëatrice, dolce guida e cara!
Ella mi disse: «Quel che ti sobranza
è virtù da cui nulla si ripara.
Quivi è la sapïenza e la possanza
chaprì le strade tra l cielo e la terra,
onde fu già sì lunga disïanza».
Come foco di nube si diserra
per dilatarsi sì che non vi cape,
e fuor di sua natura in giù satterra,
la mente mia così, tra quelle dape
fatta più grande, di sé stessa uscìo,
e che si fesse rimembrar non sape.
«Apri li occhi e riguarda qual son io;
tu hai vedute cose, che possente
se fatto a sostener lo riso mio».
Io era come quei che si risente
di visïone oblita e che singegna
indarno di ridurlasi a la mente,
quand io udi questa proferta, degna
di tanto grato, che mai non si stingue
del libro che l preterito rassegna.
Se mo sonasser tutte quelle lingue
che Polimnïa con le suore fero
del latte lor dolcissimo più pingue,
per aiutarmi, al millesmo del vero
non si verria, cantando il santo riso
e quanto il santo aspetto facea mero;
e così, figurando il paradiso,
convien saltar lo sacrato poema,
come chi trova suo cammin riciso.
Ma chi pensasse il ponderoso tema
e lomero mortal che se ne carca,
nol biasmerebbe se sott esso trema:
non è pareggio da picciola barca
quel che fendendo va lardita prora,
né da nocchier cha sé medesmo parca.
«Perché la faccia mia sì tinnamora,
che tu non ti rivolgi al bel giardino
che sotto i raggi di Cristo sinfiora?
Quivi è la rosa in che l verbo divino
carne si fece; quivi son li gigli
al cui odor si prese il buon cammino».
Così Beatrice; e io, che a suoi consigli
tutto era pronto, ancora mi rendei
a la battaglia de debili cigli.
Come a raggio di sol, che puro mei
per fratta nube, già prato di fiori
vider, coverti dombra, li occhi miei;
vid io così più turbe di splendori,
folgorate di sù da raggi ardenti,
sanza veder principio di folgóri.
O benigna vertù che sì li mprenti,
sù tessaltasti, per largirmi loco
a li occhi lì che non teran possenti.
Il nome del bel fior chio sempre invoco
e mane e sera, tutto mi ristrinse
lanimo ad avvisar lo maggior foco;
e come ambo le luci mi dipinse
il quale e il quanto de la viva stella
che là sù vince come qua giù vinse,
per entro il cielo scese una facella,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela e girossi intorno ad ella.
Qualunque melodia più dolce suona
qua giù e più a sé lanima tira,
parrebbe nube che squarciata tona,
comparata al sonar di quella lira
onde si coronava il bel zaffiro
del quale il ciel più chiaro sinzaffira.
«Io sono amore angelico, che giro
lalta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro disiro;
e girerommi, donna del ciel, mentre
che seguirai tuo figlio, e farai dia
più la spera suprema perché lì entre».
Così la circulata melodia
si sigillava, e tutti li altri lumi
facean sonare il nome di Maria.
Lo real manto di tutti i volumi
del mondo, che più ferve e più savviva
ne lalito di Dio e nei costumi,
avea sopra di noi linterna riva
tanto distante, che la sua parvenza,
là dov io era, ancor non appariva:
però non ebber li occhi miei potenza
di seguitar la coronata fiamma
che si levò appresso sua semenza.
E come fantolin che nver la mamma
tende le braccia, poi che l latte prese,
per lanimo che nfin di fuor sinfiamma;
ciascun di quei candori in sù si stese
con la sua cima, sì che lalto affetto
chelli avieno a Maria mi fu palese.
Indi rimaser lì nel mio cospetto,
Regina celi cantando sì dolce,
che mai da me non si partì l diletto.
Oh quanta è lubertà che si soffolce
in quelle arche ricchissime che fuoro
a seminar qua giù buone bobolce!
Quivi si vive e gode del tesoro
che sacquistò piangendo ne lo essilio
di Babillòn, ove si lasciò loro.
Quivi trïunfa, sotto lalto Filio
di Dio e di Maria, di sua vittoria,
e con lantico e col novo concilio,
colui che tien le chiavi di tal gloria.
Paradiso Canto XXIV
«O sodalizio eletto a la gran cena
del benedetto Agnello, il qual vi ciba
sì, che la vostra voglia è sempre piena,
se per grazia di Dio questi preliba
di quel che cade de la vostra mensa,
prima che morte tempo li prescriba,
ponete mente a laffezione immensa
e roratelo alquanto: voi bevete
sempre del fonte onde vien quel chei pensa».
Così Beatrice; e quelle anime liete
si fero spere sopra fissi poli,
fiammando, a volte, a guisa di comete.
E come cerchi in tempra dorïuoli
si giran sì, che l primo a chi pon mente
quïeto pare, e lultimo che voli;
così quelle carole, differente-
mente danzando, de la sua ricchezza
mi facieno stimar, veloci e lente.
Di quella chio notai di più carezza
vid ïo uscire un foco sì felice,
che nullo vi lasciò di più chiarezza;
e tre fïate intorno di Beatrice
si volse con un canto tanto divo,
che la mia fantasia nol mi ridice.
Però salta la penna e non lo scrivo:
ché limagine nostra a cotai pieghe,
non che l parlare, è troppo color vivo.
«O santa suora mia che sì ne prieghe
divota, per lo tuo ardente affetto
da quella bella spera mi disleghe».
Poscia fermato, il foco benedetto
a la mia donna dirizzò lo spiro,
che favellò così com i ho detto.
Ed ella: «O luce etterna del gran viro
a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
chei portò giù, di questo gaudio miro,
tenta costui di punti lievi e gravi,
come ti piace, intorno de la fede,
per la qual tu su per lo mare andavi.
Selli ama bene e bene spera e crede,
non tè occulto, perché l viso hai quivi
dov ogne cosa dipinta si vede;
ma perché questo regno ha fatto civi
per la verace fede, a glorïarla,
di lei parlare è ben cha lui arrivi».
Sì come il baccialier sarma e non parla
fin che l maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla,
così marmava io dogne ragione
mentre chella dicea, per esser presto
a tal querente e a tal professione.
«Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:
fede che è?». Ond io levai la fronte
in quella luce onde spirava questo;
poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
sembianze femmi perch ïo spandessi
lacqua di fuor del mio interno fonte.
«La Grazia che mi dà chio mi confessi»,
comincia io, «da lalto primipilo,
faccia li miei concetti bene espressi».
E seguitai: «Come l verace stilo
ne scrisse, padre, del tuo caro frate
che mise teco Roma nel buon filo,
fede è sustanza di cose sperate
e argomento de le non parventi;
e questa pare a me sua quiditate».
Allora udi: «Dirittamente senti,
se bene intendi perché la ripuose
tra le sustanze, e poi tra li argomenti».
E io appresso: «Le profonde cose
che mi largiscon qui la lor parvenza,
a li occhi di là giù son sì ascose,
che lesser loro vè in sola credenza,
sopra la qual si fonda lalta spene;
e però di sustanza prende intenza.
E da questa credenza ci convene
silogizzar, sanz avere altra vista:
però intenza dargomento tene».
Allora udi: «Se quantunque sacquista
giù per dottrina, fosse così nteso,
non lì avria loco ingegno di sofista».
Così spirò di quello amore acceso;
indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
desta moneta già la lega e l peso;
ma dimmi se tu lhai ne la tua borsa».
Ond io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
che nel suo conio nulla mi sinforsa».
Appresso uscì de la luce profonda
che lì splendeva: «Questa cara gioia
sopra la quale ogne virtù si fonda,
onde ti venne?». E io: «La larga ploia
de lo Spirito Santo, chè diffusa
in su le vecchie e n su le nuove cuoia,
è silogismo che la mha conchiusa
acutamente sì, che nverso della
ogne dimostrazion mi pare ottusa».
Io udi poi: «Lantica e la novella
proposizion che così ti conchiude,
perché lhai tu per divina favella?».
E io: «La prova che l ver mi dischiude,
son lopere seguite, a che natura
non scalda ferro mai né batte incude».
Risposto fummi: «Dì, chi tassicura
che quell opere fosser? Quel medesmo
che vuol provarsi, non altri, il ti giura».
«Se l mondo si rivolse al cristianesmo»,
diss io, «sanza miracoli, quest uno
è tal, che li altri non sono il centesmo:
ché tu intrasti povero e digiuno
in campo, a seminar la buona pianta
che fu già vite e ora è fatta pruno».
Finito questo, lalta corte santa
risonò per le spere un Dio laudamo
ne la melode che là sù si canta.
E quel baron che sì di ramo in ramo,
essaminando, già tratto mavea,
che a lultime fronde appressavamo,
ricominciò: «La Grazia, che donnea
con la tua mente, la bocca taperse
infino a qui come aprir si dovea,
sì chio approvo ciò che fuori emerse;
ma or convien espremer quel che credi,
e onde a la credenza tua sofferse».
«O santo padre, e spirito che vedi
ciò che credesti sì, che tu vincesti
ver lo sepulcro più giovani piedi»,
comincia io, «tu vuo chio manifesti
la forma qui del pronto creder mio,
e anche la cagion di lui chiedesti.
E io rispondo: Io credo in uno Dio
solo ed etterno, che tutto l ciel move,
non moto, con amore e con disio;
e a tal creder non ho io pur prove
fisice e metafisice, ma dalmi
anche la verità che quinci piove
per Moïsè, per profeti e per salmi,
per lEvangelio e per voi che scriveste
poi che lardente Spirto vi fé almi;
e credo in tre persone etterne, e queste
credo una essenza sì una e sì trina,
che soffera congiunto sono ed este.
De la profonda condizion divina
chio tocco mo, la mente mi sigilla
più volte levangelica dottrina.
Quest è l principio, quest è la favilla
che si dilata in fiamma poi vivace,
e come stella in cielo in me scintilla».
Come l segnor chascolta quel che i piace,
da indi abbraccia il servo, gratulando
per la novella, tosto chel si tace;
così, benedicendomi cantando,
tre volte cinse me, sì com io tacqui,
lappostolico lume al cui comando
io avea detto: sì nel dir li piacqui!
Paradiso Canto XXV
Se mai continga che l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che mha fatto per molti anni macro,
vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov io dormi agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;
con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta, e in sul fonte
del mio battesmo prenderò l cappello;
però che ne la fede, che fa conte
lanime a Dio, quivi intra io, e poi
Pietro per lei sì mi girò la fronte.
Indi si mosse un lume verso noi
di quella spera ond uscì la primizia
che lasciò Cristo di vicari suoi;
e la mia donna, piena di letizia,
mi disse: «Mira, mira: ecco il barone
per cui là giù si vicita Galizia».
Sì come quando il colombo si pone
presso al compagno, luno a laltro pande,
girando e mormorando, laffezione;
così vid ïo lun da laltro grande
principe glorïoso essere accolto,
laudando il cibo che là sù li prande.
Ma poi che l gratular si fu assolto,
tacito coram me ciascun saffisse,
ignito sì che vincëa l mio volto.
Ridendo allora Bëatrice disse:
«Inclita vita per cui la larghezza
de la nostra basilica si scrisse,
fa risonar la spene in questa altezza:
tu sai, che tante fiate la figuri,
quante Iesù ai tre fé più carezza».
«Leva la testa e fa che tassicuri:
che ciò che vien qua sù del mortal mondo,
convien chai nostri raggi si maturi».
Questo conforto del foco secondo
mi venne; ond io leväi li occhi a monti
che li ncurvaron pria col troppo pondo.
«Poi che per grazia vuol che tu taffronti
lo nostro Imperadore, anzi la morte,
ne laula più secreta co suoi conti,
sì che, veduto il ver di questa corte,
la spene, che là giù bene innamora,
in te e in altrui di ciò conforte,
di quel chell è, di come se ne nfiora
la mente tua, e dì onde a te venne».
Così seguì l secondo lume ancora.
E quella pïa che guidò le penne
de le mie ali a così alto volo,
a la risposta così mi prevenne:
«La Chiesa militante alcun figliuolo
non ha con più speranza, com è scritto
nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
però li è conceduto che dEgitto
vegna in Ierusalemme per vedere,
anzi che l militar li sia prescritto.
Li altri due punti, che non per sapere
son dimandati, ma perch ei rapporti
quanto questa virtù tè in piacere,
a lui lasc io, ché non li saran forti
né di iattanza; ed elli a ciò risponda,
e la grazia di Dio ciò li comporti».
Come discente cha dottor seconda
pronto e libente in quel chelli è esperto,
perché la sua bontà si disasconda,
«Spene», diss io, «è uno attender certo
de la gloria futura, il qual produce
grazia divina e precedente merto.
Da molte stelle mi vien questa luce;
ma quei la distillò nel mio cor pria
che fu sommo cantor del sommo duce.
Sperino in te, ne la sua tëodia
dice, color che sanno il nome tuo:
e chi nol sa, selli ha la fede mia?
Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
ne la pistola poi; sì chio son pieno,
e in altrui vostra pioggia repluo».
Mentr io diceva, dentro al vivo seno
di quello incendio tremolava un lampo
sùbito e spesso a guisa di baleno.
Indi spirò: «Lamore ond ïo avvampo
ancor ver la virtù che mi seguette
infin la palma e a luscir del campo,
vuol chio respiri a te che ti dilette
di lei; ed emmi a grato che tu diche
quello che la speranza ti mpromette».
E io: «Le nove e le scritture antiche
pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
de lanime che Dio sha fatte amiche.
Dice Isaia che ciascuna vestita
ne la sua terra fia di doppia vesta:
e la sua terra è questa dolce vita;
e l tuo fratello assai vie più digesta,
là dove tratta de le bianche stole,
questa revelazion ci manifesta».
E prima, appresso al fin deste parole,
Sperent in te di sopr a noi sudì;
a che rispuoser tutte le carole.
Poscia tra esse un lume si schiarì
sì che, se l Cancro avesse un tal cristallo,
linverno avrebbe un mese dun sol dì.
E come surge e va ed entra in ballo
vergine lieta, sol per fare onore
a la novizia, non per alcun fallo,
così vid io lo schiarato splendore
venire a due che si volgieno a nota
qual conveniesi al loro ardente amore.
Misesi lì nel canto e ne la rota;
e la mia donna in lor tenea laspetto,
pur come sposa tacita e immota.
«Questi è colui che giacque sopra l petto
del nostro pellicano, e questi fue
di su la croce al grande officio eletto».
La donna mia così; né però piùe
mosser la vista sua di stare attenta
poscia che prima le parole sue.
Qual è colui chadocchia e sargomenta
di vedere eclissar lo sole un poco,
che, per veder, non vedente diventa;
tal mi fec ïo a quell ultimo foco
mentre che detto fu: «Perché tabbagli
per veder cosa che qui non ha loco?
In terra è terra il mio corpo, e saragli
tanto con li altri, che l numero nostro
con letterno proposito sagguagli.
Con le due stole nel beato chiostro
son le due luci sole che saliro;
e questo apporterai nel mondo vostro».
A questa voce linfiammato giro
si quïetò con esso il dolce mischio
che si facea nel suon del trino spiro,
sì come, per cessar fatica o rischio,
li remi, pria ne lacqua ripercossi,
tutti si posano al sonar dun fischio.
Ahi quanto ne la mente mi commossi,
quando mi volsi per veder Beatrice,
per non poter veder, benché io fossi
presso di lei, e nel mondo felice!
Paradiso Canto XXVI
Mentr io dubbiava per lo viso spento,
de la fulgida fiamma che lo spense
uscì un spiro che mi fece attento,
dicendo: «Intanto che tu ti risense
de la vista che haï in me consunta,
ben è che ragionando la compense.
Comincia dunque; e dì ove sappunta
lanima tua, e fa ragion che sia
la vista in te smarrita e non defunta:
perché la donna che per questa dia
regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
la virtù chebbe la man dAnania».
Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo
vegna remedio a li occhi, che fuor porte
quand ella entrò col foco ond io sempr ardo.
Lo ben che fa contenta questa corte,
Alfa e O è di quanta scrittura
mi legge Amore o lievemente o forte».
Quella medesma voce che paura
tolta mavea del sùbito abbarbaglio,
di ragionare ancor mi mise in cura;
e disse: «Certo a più angusto vaglio
ti conviene schiarar: dicer convienti
chi drizzò larco tuo a tal berzaglio».
E io: «Per filosofici argomenti
e per autorità che quinci scende
cotale amor convien che in me si mprenti:
ché l bene, in quanto ben, come sintende,
così accende amore, e tanto maggio
quanto più di bontate in sé comprende.
Dunque a lessenza ov è tanto avvantaggio,
che ciascun ben che fuor di lei si trova
altro non è chun lume di suo raggio,
più che in altra convien che si mova
la mente, amando, di ciascun che cerne
il vero in che si fonda questa prova.
Tal vero a lintelletto mïo sterne
colui che mi dimostra il primo amore
di tutte le sustanze sempiterne.
Sternel la voce del verace autore,
che dice a Moïsè, di sé parlando:
Io ti farò vedere ogne valore.
Sternilmi tu ancora, incominciando
lalto preconio che grida larcano
di qui là giù sovra ogne altro bando».
E io udi: «Per intelletto umano
e per autoritadi a lui concorde
di tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
Ma dì ancor se tu senti altre corde
tirarti verso lui, sì che tu suone
con quanti denti questo amor ti morde».
Non fu latente la santa intenzione
de laguglia di Cristo, anzi maccorsi
dove volea menar mia professione.
Però ricominciai: «Tutti quei morsi
che posson far lo cor volgere a Dio,
a la mia caritate son concorsi:
ché lessere del mondo e lesser mio,
la morte chel sostenne perch io viva,
e quel che spera ogne fedel com io,
con la predetta conoscenza viva,
tratto mhanno del mar de lamor torto,
e del diritto mhan posto a la riva.
Le fronde onde sinfronda tutto lorto
de lortolano etterno, am io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto».
Sì com io tacqui, un dolcissimo canto
risonò per lo cielo, e la mia donna
dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».
E come a lume acuto si disonna
per lo spirto visivo che ricorre
a lo splendor che va di gonna in gonna,
e lo svegliato ciò che vede aborre,
sì nescïa è la sùbita vigilia
fin che la stimativa non soccorre;
così de li occhi miei ogne quisquilia
fugò Beatrice col raggio di suoi,
che rifulgea da più di mille milia:
onde mei che dinanzi vidi poi;
e quasi stupefatto domandai
dun quarto lume chio vidi tra noi.
E la mia donna: «Dentro da quei rai
vagheggia il suo fattor lanima prima
che la prima virtù creasse mai».
Come la fronda che flette la cima
nel transito del vento, e poi si leva
per la propria virtù che la soblima,
fec io in tanto in quant ella diceva,
stupendo, e poi mi rifece sicuro
un disio di parlare ond ïo ardeva.
E cominciai: «O pomo che maturo
solo prodotto fosti, o padre antico
a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,
divoto quanto posso a te supplìco
perché mi parli: tu vedi mia voglia,
e per udirti tosto non la dico».
Talvolta un animal coverto broglia,
sì che laffetto convien che si paia
per lo seguir che face a lui la nvoglia;
e similmente lanima primaia
mi facea trasparer per la coverta
quant ella a compiacermi venìa gaia.
Indi spirò: «Sanz essermi proferta
da te, la voglia tua discerno meglio
che tu qualunque cosa tè più certa;
perch io la veggio nel verace speglio
che fa di sé pareglio a laltre cose,
e nulla face lui di sé pareglio.
Tu vuogli udir quant è che Dio mi puose
ne leccelso giardino, ove costei
a così lunga scala ti dispuose,
e quanto fu diletto a li occhi miei,
e la propria cagion del gran disdegno,
e lidïoma chusai e che fei.
Or, figluol mio, non il gustar del legno
fu per sé la cagion di tanto essilio,
ma solamente il trapassar del segno.
Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
quattromilia trecento e due volumi
di sol desiderai questo concilio;
e vidi lui tornare a tutt i lumi
de la sua strada novecento trenta
fïate, mentre chïo in terra fumi.
La lingua chio parlai fu tutta spenta
innanzi che a lovra inconsummabile
fosse la gente di Nembròt attenta:
ché nullo effetto mai razïonabile,
per lo piacere uman che rinovella
seguendo il cielo, sempre fu durabile.
Opera naturale è chuom favella;
ma così o così, natura lascia
poi fare a voi secondo che vabbella.
Pria chi scendessi a linfernale ambascia,
I sappellava in terra il sommo bene
onde vien la letizia che mi fascia;
e El si chiamò poi: e ciò convene,
ché luso di mortali è come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.
Nel monte che si leva più da londa,
fu io, con vita pura e disonesta,
da la prim ora a quella che seconda,
come l sol muta quadra, lora sesta».
Paradiso Canto XXVII
Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo,
cominciò, gloria!, tutto l paradiso,
sì che minebrïava il dolce canto.
Ciò chio vedeva mi sembiava un riso
de luniverso; per che mia ebbrezza
intrava per ludire e per lo viso.
Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
oh vita intègra damore e di pace!
oh sanza brama sicura ricchezza!
Dinanzi a li occhi miei le quattro face
stavano accese, e quella che pria venne
incominciò a farsi più vivace,
e tal ne la sembianza sua divenne,
qual diverrebbe Iove, selli e Marte
fossero augelli e cambiassersi penne.
La provedenza, che quivi comparte
vice e officio, nel beato coro
silenzio posto avea da ogne parte,
quand ïo udi: «Se io mi trascoloro,
non ti maravigliar, ché, dicend io,
vedrai trascolorar tutti costoro.
Quelli chusurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio, che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio,
fatt ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde l perverso
che cadde di qua sù, là giù si placa».
Di quel color che per lo sole avverso
nube dipigne da sera e da mane,
vid ïo allora tutto l ciel cosperso.
E come donna onesta che permane
di sé sicura, e per laltrui fallanza,
pur ascoltando, timida si fane,
così Beatrice trasmutò sembianza;
e tale eclissi credo che n ciel fue
quando patì la supprema possanza.
Poi procedetter le parole sue
con voce tanto da sé trasmutata,
che la sembianza non si mutò piùe:
«Non fu la sposa di Cristo allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
per essere ad acquisto doro usata;
ma per acquisto desto viver lieto
e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto fleto.
Non fu nostra intenzion cha destra mano
di nostri successor parte sedesse,
parte da laltra del popol cristiano;
né che le chiavi che mi fuor concesse,
divenisser signaculo in vessillo
che contra battezzati combattesse;
né chio fossi figura di sigillo
a privilegi venduti e mendaci,
ond io sovente arrosso e disfavillo.
In vesta di pastor lupi rapaci
si veggion di qua sù per tutti i paschi:
o difesa di Dio, perché pur giaci?
Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
sapparecchian di bere: o buon principio,
a che vil fine convien che tu caschi!
Ma lalta provedenza, che con Scipio
difese a Roma la gloria del mondo,
soccorrà tosto, sì com io concipio;
e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
ancor giù tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel chio non ascondo».
Sì come di vapor gelati fiocca
in giuso laere nostro, quando l corno
de la capra del ciel col sol si tocca,
in sù vid io così letera addorno
farsi e fioccar di vapor trïunfanti
che fatto avien con noi quivi soggiorno.
Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
e seguì fin che l mezzo, per lo molto,
li tolse il trapassar del più avanti.
Onde la donna, che mi vide assolto
de lattendere in sù, mi disse: «Adima
il viso e guarda come tu se vòlto».
Da lora chïo avea guardato prima
i vidi mosso me per tutto larco
che fa dal mezzo al fine il primo clima;
sì chio vedea di là da Gade il varco
folle dUlisse, e di qua presso il lito
nel qual si fece Europa dolce carco.
E più mi fora discoverto il sito
di questa aiuola; ma l sol procedea
sotto i mie piedi un segno e più partito.
La mente innamorata, che donnea
con la mia donna sempre, di ridure
ad essa li occhi più che mai ardea;
e se natura o arte fé pasture
da pigliare occhi, per aver la mente,
in carne umana o ne le sue pitture,
tutte adunate, parrebber nïente
ver lo piacer divin che mi refulse,
quando mi volsi al suo viso ridente.
E la virtù che lo sguardo mindulse,
del bel nido di Leda mi divelse,
e nel ciel velocissimo mimpulse.
Le parti sue vivissime ed eccelse
sì uniforme son, chi non so dire
qual Bëatrice per loco mi scelse.
Ma ella, che vedëa l mio disire,
incominciò, ridendo tanto lieta,
che Dio parea nel suo volto gioire:
«La natura del mondo, che quïeta
il mezzo e tutto laltro intorno move,
quinci comincia come da sua meta;
e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che saccende
lamor che l volge e la virtù chei piove.
Luce e amor dun cerchio lui comprende,
sì come questo li altri; e quel precinto
colui che l cinge solamente intende.
Non è suo moto per altro distinto,
ma li altri son mensurati da questo,
sì come diece da mezzo e da quinto;
e come il tempo tegna in cotal testo
le sue radici e ne li altri le fronde,
omai a te può esser manifesto.
Oh cupidigia che i mortali affonde
sì sotto te, che nessuno ha podere
di trarre li occhi fuor de le tue onde!
Ben fiorisce ne li uomini il volere;
ma la pioggia continüa converte
in bozzacchioni le sosine vere.
Fede e innocenza son reperte
solo ne parvoletti; poi ciascuna
pria fugge che le guance sian coperte.
Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per qualunque luna;
e tal, balbuzïendo, ama e ascolta
la madre sua, che, con loquela intera,
disïa poi di vederla sepolta.
Così si fa la pelle bianca nera
nel primo aspetto de la bella figlia
di quel chapporta mane e lascia sera.
Tu, perché non ti facci maraviglia,
pensa che n terra non è chi governi;
onde sì svïa lumana famiglia.
Ma prima che gennaio tutto si sverni
per la centesma chè là giù negletta,
raggeran sì questi cerchi superni,
che la fortuna che tanto saspetta,
le poppe volgerà u son le prore,
sì che la classe correrà diretta;
e vero frutto verrà dopo l fiore».