Paradiso Canto XXVIII
Poscia che ncontro a la vita presente
di miseri mortali aperse l vero
quella che mparadisa la mia mente,
come in lo specchio fiamma di doppiero
vede colui che se nalluma retro,
prima che labbia in vista o in pensiero,
e sé rivolge per veder se l vetro
li dice il vero, e vede chel saccorda
con esso come nota con suo metro;
così la mia memoria si ricorda
chio feci riguardando ne belli occhi
onde a pigliarmi fece Amor la corda.
E com io mi rivolsi e furon tocchi
li miei da ciò che pare in quel volume,
quandunque nel suo giro ben sadocchi,
un punto vidi che raggiava lume
acuto sì, che l viso chelli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume;
e quale stella par quinci più poca,
parrebbe luna, locata con esso
come stella con stella si collòca.
Forse cotanto quanto pare appresso
alo cigner la luce che l dipigne
quando l vapor che l porta più è spesso,
distante intorno al punto un cerchio digne
si girava sì ratto, chavria vinto
quel moto che più tosto il mondo cigne;
e questo era dun altro circumcinto,
e quel dal terzo, e l terzo poi dal quarto,
dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
Sopra seguiva il settimo sì sparto
già di larghezza, che l messo di Iuno
intero a contenerlo sarebbe arto.
Così lottavo e l nono; e chiascheduno
più tardo si movea, secondo chera
in numero distante più da luno;
e quello avea la fiamma più sincera
cui men distava la favilla pura,
credo, però che più di lei sinvera.
La donna mia, che mi vedëa in cura
forte sospeso, disse: «Da quel punto
depende il cielo e tutta la natura.
Mira quel cerchio che più li è congiunto;
e sappi che l suo muovere è sì tosto
per laffocato amore ond elli è punto».
E io a lei: «Se l mondo fosse posto
con lordine chio veggio in quelle rote,
sazio mavrebbe ciò che mè proposto;
ma nel mondo sensibile si puote
veder le volte tanto più divine,
quant elle son dal centro più remote.
Onde, se l mio disir dee aver fine
in questo miro e angelico templo
che solo amore e luce ha per confine,
udir convienmi ancor come lessemplo
e lessemplare non vanno dun modo,
ché io per me indarno a ciò contemplo».
«Se li tuoi diti non sono a tal nodo
sufficïenti, non è maraviglia:
tanto, per non tentare, è fatto sodo!».
Così la donna mia; poi disse: «Piglia
quel chio ti dicerò, se vuo saziarti;
e intorno da esso tassottiglia.
Li cerchi corporai sono ampi e arti
secondo il più e l men de la virtute
che si distende per tutte lor parti.
Maggior bontà vuol far maggior salute;
maggior salute maggior corpo cape,
selli ha le parti igualmente compiute.
Dunque costui che tutto quanto rape
laltro universo seco, corrisponde
al cerchio che più ama e che più sape:
per che, se tu a la virtù circonde
la tua misura, non a la parvenza
de le sustanze che tappaion tonde,
tu vederai mirabil consequenza
di maggio a più e di minore a meno,
in ciascun cielo, a süa intelligenza».
Come rimane splendido e sereno
lemisperio de laere, quando soffia
Borea da quella guancia ond è più leno,
per che si purga e risolve la roffia
che pria turbava, sì che l ciel ne ride
con le bellezze dogne sua paroffia;
così fecïo, poi che mi provide
la donna mia del suo risponder chiaro,
e come stella in cielo il ver si vide.
E poi che le parole sue restaro,
non altrimenti ferro disfavilla
che bolle, come i cerchi sfavillaro.
Lincendio suo seguiva ogne scintilla;
ed eran tante, che l numero loro
più che l doppiar de li scacchi sinmilla.
Io sentiva osannar di coro in coro
al punto fisso che li tiene a li ubi,
e terrà sempre, ne quai sempre fuoro.
E quella che vedëa i pensier dubi
ne la mia mente, disse: «I cerchi primi
thanno mostrato Serafi e Cherubi.
Così veloci seguono i suoi vimi,
per somigliarsi al punto quanto ponno;
e posson quanto a veder son soblimi.
Quelli altri amori che ntorno li vonno,
si chiaman Troni del divino aspetto,
per che l primo ternaro terminonno;
e dei saper che tutti hanno diletto
quanto la sua veduta si profonda
nel vero in che si queta ogne intelletto.
Quinci si può veder come si fonda
lesser beato ne latto che vede,
non in quel chama, che poscia seconda;
e del vedere è misura mercede,
che grazia partorisce e buona voglia:
così di grado in grado si procede.
Laltro ternaro, che così germoglia
in questa primavera sempiterna
che notturno Arïete non dispoglia,
perpetüalemente Osanna sberna
con tre melode, che suonano in tree
ordini di letizia onde sinterna.
In essa gerarcia son laltre dee:
prima Dominazioni, e poi Virtudi;
lordine terzo di Podestadi èe.
Poscia ne due penultimi tripudi
Principati e Arcangeli si girano;
lultimo è tutto dAngelici ludi.
Questi ordini di sù tutti sammirano,
e di giù vincon sì, che verso Dio
tutti tirati sono e tutti tirano.
E Dïonisio con tanto disio
a contemplar questi ordini si mise,
che li nomò e distinse com io.
Ma Gregorio da lui poi si divise;
onde, sì tosto come li occhi aperse
in questo ciel, di sé medesmo rise.
E se tanto secreto ver proferse
mortale in terra, non voglio chammiri:
ché chi l vide qua sù gliel discoperse
con altro assai del ver di questi giri».
Paradiso Canto XXIX
Quando ambedue li figli di Latona,
coperti del Montone e de la Libra,
fanno de lorizzonte insieme zona,
quant è dal punto che l cenìt inlibra
infin che luno e laltro da quel cinto,
cambiando lemisperio, si dilibra,
tanto, col volto di riso dipinto,
si tacque Bëatrice, riguardando
fiso nel punto che mavëa vinto.
Poi cominciò: «Io dico, e non dimando,
quel che tu vuoli udir, perch io lho visto
là ve sappunta ogne ubi e ogne quando.
Non per aver a sé di bene acquisto,
chesser non può, ma perché suo splendore
potesse, risplendendo, dir Subsisto,
in sua etternità di tempo fore,
fuor dogne altro comprender, come i piacque,
saperse in nuovi amor letterno amore.
Né prima quasi torpente si giacque;
ché né prima né poscia procedette
lo discorrer di Dio sovra quest acque.
Forma e materia, congiunte e purette,
usciro ad esser che non avia fallo,
come darco tricordo tre saette.
E come in vetro, in ambra o in cristallo
raggio resplende sì, che dal venire
a lesser tutto non è intervallo,
così l triforme effetto del suo sire
ne lesser suo raggiò insieme tutto
sanza distinzïone in essordire.
Concreato fu ordine e costrutto
a le sustanze; e quelle furon cima
nel mondo in che puro atto fu produtto;
pura potenza tenne la parte ima;
nel mezzo strinse potenza con atto
tal vime, che già mai non si divima.
Ieronimo vi scrisse lungo tratto
di secoli de li angeli creati
anzi che laltro mondo fosse fatto;
ma questo vero è scritto in molti lati
da li scrittor de lo Spirito Santo,
e tu te navvedrai se bene agguati;
e anche la ragione il vede alquanto,
che non concederebbe che motori
sanza sua perfezion fosser cotanto.
Or sai tu dove e quando questi amori
furon creati e come: sì che spenti
nel tuo disïo già son tre ardori.
Né giugneriesi, numerando, al venti
sì tosto, come de li angeli parte
turbò il suggetto di vostri alimenti.
Laltra rimase, e cominciò quest arte
che tu discerni, con tanto diletto,
che mai da circüir non si diparte.
Principio del cader fu il maladetto
superbir di colui che tu vedesti
da tutti i pesi del mondo costretto.
Quelli che vedi qui furon modesti
a riconoscer sé da la bontate
che li avea fatti a tanto intender presti:
per che le viste lor furo essaltate
con grazia illuminante e con lor merto,
si channo ferma e piena volontate;
e non voglio che dubbi, ma sia certo,
che ricever la grazia è meritorio
secondo che laffetto lè aperto.
Omai dintorno a questo consistorio
puoi contemplare assai, se le parole
mie son ricolte, sanz altro aiutorio.
Ma perché n terra per le vostre scole
si legge che langelica natura
è tal, che ntende e si ricorda e vole,
ancor dirò, perché tu veggi pura
la verità che là giù si confonde,
equivocando in sì fatta lettura.
Queste sustanze, poi che fur gioconde
de la faccia di Dio, non volser viso
da essa, da cui nulla si nasconde:
però non hanno vedere interciso
da novo obietto, e però non bisogna
rememorar per concetto diviso;
sì che là giù, non dormendo, si sogna,
credendo e non credendo dicer vero;
ma ne luno è più colpa e più vergogna.
Voi non andate giù per un sentiero
filosofando: tanto vi trasporta
lamor de lapparenza e l suo pensiero!
E ancor questo qua sù si comporta
con men disdegno che quando è posposta
la divina Scrittura o quando è torta.
Non vi si pensa quanto sangue costa
seminarla nel mondo e quanto piace
chi umilmente con essa saccosta.
Per apparer ciascun singegna e face
sue invenzioni; e quelle son trascorse
da predicanti e l Vangelio si tace.
Un dice che la luna si ritorse
ne la passion di Cristo e sinterpuose,
per che l lume del sol giù non si porse;
e mente, ché la luce si nascose
da sé: però a li Spani e a lIndi
come a Giudei tale eclissi rispuose.
Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
quante sì fatte favole per anno
in pergamo si gridan quinci e quindi:
sì che le pecorelle, che non sanno,
tornan del pasco pasciute di vento,
e non le scusa non veder lo danno.
Non disse Cristo al suo primo convento:
Andate, e predicate al mondo ciance;
ma diede lor verace fondamento;
e quel tanto sonò ne le sue guance,
sì cha pugnar per accender la fede
de lEvangelio fero scudo e lance.
Ora si va con motti e con iscede
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia il cappuccio e più non si richiede.
Ma tale uccel nel becchetto sannida,
che se l vulgo il vedesse, vederebbe
la perdonanza di chel si confida:
per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
che, sanza prova dalcun testimonio,
ad ogne promession si correrebbe.
Di questo ingrassa il porco sant Antonio,
e altri assai che sono ancor più porci,
pagando di moneta sanza conio.
Ma perché siam digressi assai, ritorci
li occhi oramai verso la dritta strada,
sì che la via col tempo si raccorci.
Questa natura sì oltre singrada
in numero, che mai non fu loquela
né concetto mortal che tanto vada;
e se tu guardi quel che si revela
per Danïel, vedrai che n sue migliaia
determinato numero si cela.
La prima luce, che tutta la raia,
per tanti modi in essa si recepe,
quanti son li splendori a chi sappaia.
Onde, però che a latto che concepe
segue laffetto, damar la dolcezza
diversamente in essa ferve e tepe.
Vedi leccelso omai e la larghezza
de letterno valor, poscia che tanti
speculi fatti sha in che si spezza,
uno manendo in sé come davanti».
Paradiso Canto XXX
Forse semilia miglia di lontano
ci ferve lora sesta, e questo mondo
china già lombra quasi al letto piano,
quando l mezzo del cielo, a noi profondo,
comincia a farsi tal, chalcuna stella
perde il parere infino a questo fondo;
e come vien la chiarissima ancella
del sol più oltre, così l ciel si chiude
di vista in vista infino a la più bella.
Non altrimenti il trïunfo che lude
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel chelli nchiude,
a poco a poco al mio veder si stinse:
per che tornar con li occhi a Bëatrice
nulla vedere e amor mi costrinse.
Se quanto infino a qui di lei si dice
fosse conchiuso tutto in una loda,
poca sarebbe a fornir questa vice.
La bellezza chio vidi si trasmoda
non pur di là da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda.
Da questo passo vinto mi concedo
più che già mai da punto di suo tema
soprato fosse comico o tragedo:
ché, come sole in viso che più trema,
così lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema.
Dal primo giorno chi vidi il suo viso
in questa vita, infino a questa vista,
non mè il seguire al mio cantar preciso;
ma or convien che mio seguir desista
più dietro a sua bellezza, poetando,
come a lultimo suo ciascuno artista.
Cotal qual io lascio a maggior bando
che quel de la mia tuba, che deduce
lardüa sua matera terminando,
con atto e voce di spedito duce
ricominciò: «Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel chè pura luce:
luce intellettüal, piena damore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.
Qui vederai luna e laltra milizia
di paradiso, e luna in quelli aspetti
che tu vedrai a lultima giustizia».
Come sùbito lampo che discetti
li spiriti visivi, sì che priva
da latto locchio di più forti obietti,
così mi circunfulse luce viva,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla mappariva.
«Sempre lamor che queta questo cielo
accoglie in sé con sì fatta salute,
per far disposto a sua fiamma il candelo».
Non fur più tosto dentro a me venute
queste parole brievi, chio compresi
me sormontar di sopr a mia virtute;
e di novella vista mi raccesi
tale, che nulla luce è tanto mera,
che li occhi miei non si fosser difesi;
e vidi lume in forma di rivera
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera.
Di tal fiumana uscian faville vive,
e dogne parte si mettien ne fiori,
quasi rubin che oro circunscrive;
poi, come inebrïate da li odori,
riprofondavan sé nel miro gurge,
e suna intrava, unaltra nuscia fori.
«Lalto disio che mo tinfiamma e urge,
daver notizia di ciò che tu vei,
tanto mi piace più quanto più turge;
ma di quest acqua convien che tu bei
prima che tanta sete in te si sazi»:
così mi disse il sol de li occhi miei.
Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi
chentrano ed escono e l rider de lerbe
son di lor vero umbriferi prefazi.
Non che da sé sian queste cose acerbe;
ma è difetto da la parte tua,
che non hai viste ancor tanto superbe».
Non è fantin che sì sùbito rua
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da lusanza sua,
come fec io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a londa
che si deriva perché vi simmegli;
e sì come di lei bevve la gronda
de le palpebre mie, così mi parve
di sua lunghezza divenuta tonda.
Poi, come gente stata sotto larve,
che pare altro che prima, se si sveste
la sembianza non süa in che disparve,
così mi si cambiaro in maggior feste
li fiori e le faville, sì chio vidi
ambo le corti del ciel manifeste.
O isplendor di Dio, per cu io vidi
lalto trïunfo del regno verace,
dammi virtù a dir com ïo il vidi!
Lume è là sù che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
E si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.
Fassi di raggio tutta sua parvenza
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza.
E come clivo in acqua di suo imo
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando è nel verde e ne fioretti opimo,
sì, soprastando al lume intorno intorno,
vidi specchiarsi in più di mille soglie
quanto di noi là sù fatto ha ritorno.
E se linfimo grado in sé raccoglie
sì grande lume, quanta è la larghezza
di questa rosa ne lestreme foglie!
La vista mia ne lampio e ne laltezza
non si smarriva, ma tutto prendeva
il quanto e l quale di quella allegrezza.
Presso e lontano, lì, né pon né leva:
ché dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla rileva.
Nel giallo de la rosa sempiterna,
che si digrada e dilata e redole
odor di lode al sol che sempre verna,
qual è colui che tace e dicer vole,
mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
quanto è l convento de le bianche stole!
Vedi nostra città quant ella gira;
vedi li nostri scanni sì ripieni,
che poca gente più ci si disira.
E n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
per la corona che già vè sù posta,
prima che tu a queste nozze ceni,
sederà lalma, che fia giù agosta,
de lalto Arrigo, cha drizzare Italia
verrà in prima chella sia disposta.
La cieca cupidigia che vammalia
simili fatti vha al fantolino
che muor per fame e caccia via la balia.
E fia prefetto nel foro divino
allora tal, che palese e coverto
non anderà con lui per un cammino.
Ma poco poi sarà da Dio sofferto
nel santo officio; chel sarà detruso
là dove Simon mago è per suo merto,
e farà quel dAlagna intrar più giuso».
Paradiso Canto XXXI
In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;
ma laltra, che volando vede e canta
la gloria di colui che la nnamora
e la bontà che la fece cotanta,
sì come schiera dape che sinfiora
una fïata e una si ritorna
là dove suo laboro sinsapora,
nel gran fior discendeva che saddorna
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove l süo amor sempre soggiorna.
Le facce tutte avean di fiamma viva
e lali doro, e laltro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.
Quando scendean nel fior, di banco in banco
porgevan de la pace e de lardore
chelli acquistavan ventilando il fianco.
Né linterporsi tra l disopra e l fiore
di tanta moltitudine volante
impediva la vista e lo splendore:
ché la luce divina è penetrante
per luniverso secondo chè degno,
sì che nulla le puote essere ostante.
Questo sicuro e gaudïoso regno,
frequente in gente antica e in novella,
viso e amore avea tutto ad un segno.
O trina luce che n unica stella
scintillando a lor vista, sì li appaga!
guarda qua giuso a la nostra procella!
Se i barbari, venendo da tal plaga
che ciascun giorno dElice si cuopra,
rotante col suo figlio ond ella è vaga,
veggendo Roma e lardüa sua opra,
stupefaciensi, quando Laterano
a le cose mortali andò di sopra;
ïo, che al divino da lumano,
a letterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,
di che stupor dovea esser compiuto!
Certo tra esso e l gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.
E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir com ello stea,
su per la viva luce passeggiando,
menava ïo li occhi per li gradi,
mo sù, mo giù e mo recirculando.
Vedëa visi a carità süadi,
daltrui lume fregiati e di suo riso,
e atti ornati di tutte onestadi.
La forma general di paradiso
già tutta mïo sguardo avea compresa,
in nulla parte ancor fermato fiso;
e volgeami con voglia rïaccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.
Uno intendëa, e altro mi rispuose:
credea veder Beatrice e vidi un sene
vestito con le genti glorïose.
Diffuso era per li occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio
quale a tenero padre si convene.
E «Ov è ella?», sùbito diss io.
Ond elli: «A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;
e se riguardi sù nel terzo giro
dal sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che suoi merti le sortiro».
Sanza risponder, li occhi sù levai,
e vidi lei che si facea corona
reflettendo da sé li etterni rai.
Da quella regïon che più sù tona
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù sabbandona,
quanto lì da Beatrice la mia vista;
ma nulla mi facea, ché süa effige
non discendëa a me per mezzo mista.
«O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quant i ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu mhai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt i modi
che di ciò fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi,
sì che lanima mia, che fatt hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi».
Così orai; e quella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò a letterna fontana.
E l santo sene: «Acciò che tu assommi
perfettamente», disse, «il tuo cammino,
a che priego e amor santo mandommi,
vola con li occhi per questo giardino;
ché veder lui tacconcerà lo sguardo
più al montar per lo raggio divino.
E la regina del cielo, ond ïo ardo
tutto damor, ne farà ogne grazia,
però chi sono il suo fedel Bernardo».
Qual è colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per lantica fame non sen sazia,
ma dice nel pensier, fin che si mostra:
Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?;
tal era io mirando la vivace
carità di colui che n questo mondo,
contemplando, gustò di quella pace.
«Figliuol di grazia, quest esser giocondo»,
cominciò elli, «non ti sarà noto,
tenendo li occhi pur qua giù al fondo;
ma guarda i cerchi infino al più remoto,
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno è suddito e devoto».
Io levai li occhi; e come da mattina
la parte orïental de lorizzonte
soverchia quella dove l sol declina,
così, quasi di valle andando a monte
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta laltra fronte.
E come quivi ove saspetta il temo
che mal guidò Fetonte, più sinfiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,
così quella pacifica oriafiamma
nel mezzo savvivava, e dogne parte
per igual modo allentava la fiamma;
e a quel mezzo, con le penne sparte,
vid io più di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e darte.
Vidi a lor giochi quivi e a lor canti
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi;
e sio avessi in dir tanta divizia
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua delizia.
Bernardo, come vide li occhi miei
nel caldo suo caler fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei,
che miei di rimirar fé più ardenti.
Paradiso Canto XXXII
Affetto al suo piacer, quel contemplante
libero officio di dottore assunse,
e cominciò queste parole sante:
«La piaga che Maria richiuse e unse,
quella chè tanto bella da suoi piedi
è colei che laperse e che la punse.
Ne lordine che fanno i terzi sedi,
siede Rachel di sotto da costei
con Bëatrice, sì come tu vedi.
Sarra e Rebecca, Iudìt e colei
che fu bisava al cantor che per doglia
del fallo disse Miserere mei,
puoi tu veder così di soglia in soglia
giù digradar, com io cha proprio nome
vo per la rosa giù di foglia in foglia.
E dal settimo grado in giù, sì come
infino ad esso, succedono Ebree,
dirimendo del fior tutte le chiome;
perché, secondo lo sguardo che fée
la fede in Cristo, queste sono il muro
a che si parton le sacre scalee.
Da questa parte onde l fiore è maturo
di tutte le sue foglie, sono assisi
quei che credettero in Cristo venturo;
da laltra parte onde sono intercisi
di vòti i semicirculi, si stanno
quei cha Cristo venuto ebber li visi.
E come quinci il glorïoso scanno
de la donna del cielo e li altri scanni
di sotto lui cotanta cerna fanno,
così di contra quel del gran Giovanni,
che sempre santo l diserto e l martiro
sofferse, e poi linferno da due anni;
e sotto lui così cerner sortiro
Francesco, Benedetto e Augustino
e altri fin qua giù di giro in giro.
Or mira lalto proveder divino:
ché luno e laltro aspetto de la fede
igualmente empierà questo giardino.
E sappi che dal grado in giù che fiede
a mezzo il tratto le due discrezioni,
per nullo proprio merito si siede,
ma per laltrui, con certe condizioni:
ché tutti questi son spiriti ascolti
prima chavesser vere elezïoni.
Ben te ne puoi accorger per li volti
e anche per le voci püerili,
se tu li guardi bene e se li ascolti.
Or dubbi tu e dubitando sili;
ma io discioglierò l forte legame
in che ti stringon li pensier sottili.
Dentro a lampiezza di questo reame
casüal punto non puote aver sito,
se non come tristizia o sete o fame:
ché per etterna legge è stabilito
quantunque vedi, sì che giustamente
ci si risponde da lanello al dito;
e però questa festinata gente
a vera vita non è sine causa
intra sé qui più e meno eccellente.
Lo rege per cui questo regno pausa
in tanto amore e in tanto diletto,
che nulla volontà è di più ausa,
le menti tutte nel suo lieto aspetto
creando, a suo piacer di grazia dota
diversamente; e qui basti leffetto.
E ciò espresso e chiaro vi si nota
ne la Scrittura santa in quei gemelli
che ne la madre ebber lira commota.
Però, secondo il color di capelli,
di cotal grazia laltissimo lume
degnamente convien che sincappelli.
Dunque, sanza mercé di lor costume,
locati son per gradi differenti,
sol differendo nel primiero acume.
Bastavasi ne secoli recenti
con linnocenza, per aver salute,
solamente la fede di parenti;
poi che le prime etadi fuor compiute,
convenne ai maschi a linnocenti penne
per circuncidere acquistar virtute;
ma poi che l tempo de la grazia venne,
sanza battesmo perfetto di Cristo
tale innocenza là giù si ritenne.
Riguarda omai ne la faccia che a Cristo
più si somiglia, ché la sua chiarezza
sola ti può disporre a veder Cristo».
Io vidi sopra lei tanta allegrezza
piover, portata ne le menti sante
create a trasvolar per quella altezza,
che quantunque io avea visto davante,
di tanta ammirazion non mi sospese,
né mi mostrò di Dio tanto sembiante;
e quello amor che primo lì discese,
cantando Ave, Maria, gratïa plena,
dinanzi a lei le sue ali distese.
Rispuose a la divina cantilena
da tutte parti la beata corte,
sì chogne vista sen fé più serena.
«O santo padre, che per me comporte
lesser qua giù, lasciando il dolce loco
nel qual tu siedi per etterna sorte,
qual è quell angel che con tanto gioco
guarda ne li occhi la nostra regina,
innamorato sì che par di foco?».
Così ricorsi ancora a la dottrina
di colui chabbelliva di Maria,
come del sole stella mattutina.
Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria
quant esser puote in angelo e in alma,
tutta è in lui; e sì volem che sia,
perch elli è quelli che portò la palma
giuso a Maria, quando l Figliuol di Dio
carcar si volse de la nostra salma.
Ma vieni omai con li occhi sì com io
andrò parlando, e nota i gran patrici
di questo imperio giustissimo e pio.
Quei due che seggon là sù più felici
per esser propinquissimi ad Agusta,
son desta rosa quasi due radici:
colui che da sinistra le saggiusta
è il padre per lo cui ardito gusto
lumana specie tanto amaro gusta;
dal destro vedi quel padre vetusto
di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi
raccomandò di questo fior venusto.
E quei che vide tutti i tempi gravi,
pria che morisse, de la bella sposa
che sacquistò con la lancia e coi clavi,
siede lungh esso, e lungo laltro posa
quel duca sotto cui visse di manna
la gente ingrata, mobile e retrosa.
Di contr a Pietro vedi sedere Anna,
tanto contenta di mirar sua figlia,
che non move occhio per cantare osanna;
e contro al maggior padre di famiglia
siede Lucia, che mosse la tua donna
quando chinavi, a rovinar, le ciglia.
Ma perché l tempo fugge che tassonna,
qui farem punto, come buon sartore
che com elli ha del panno fa la gonna;
e drizzeremo li occhi al primo amore,
sì che, guardando verso lui, penètri
quant è possibil per lo suo fulgore.
Veramente, ne forse tu tarretri
movendo lali tue, credendo oltrarti,
orando grazia conven che simpetri
grazia da quella che puote aiutarti;
e tu mi seguirai con laffezione,
sì che dal dicer mio lo cor non parti».
E cominciò questa santa orazione:
Paradiso Canto XXXIII
«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso detterno consiglio,
tu se colei che lumana natura
nobilitasti sì, che l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese lamore,
per lo cui caldo ne letterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra mortali,
se di speranza fontana vivace.
Donna, se tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te saduna
quantunque in creatura è di bontate.
Or questi, che da linfima lacuna
de luniverso infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso lultima salute.
E io, che mai per mio veder non arsi
più chi fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co prieghi tuoi,
sì che l sommo piacer li si dispieghi.
Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.
Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».
Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne lorator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;
indi a letterno lume saddrizzaro,
nel qual non si dee creder che sinvii
per creatura locchio tanto chiaro.
E io chal fine di tutt i disii
appropinquava, sì com io dovea,
lardor del desiderio in me finii.
Bernardo maccennava, e sorridea,
perch io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:
ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de lalta luce che da sé è vera.
Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che l parlar mostra, cha tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
Qual è colüi che sognando vede,
che dopo l sogno la passione impressa
rimane, e laltro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
O somma luce che tanto ti levi
da concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
e fa la lingua mia tanto possente,
chuna favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.
Io credo, per lacume chio soffersi
del vivo raggio, chi sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
E mi ricorda chio fui più ardito
per questo a sostener, tanto chi giunsi
laspetto mio col valore infinito.
Oh abbondante grazia ond io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
Nel suo profondo vidi che sinterna,
legato con amore in un volume,
ciò che per luniverso si squaderna:
sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò chi dico è un semplice lume.
La forma universal di questo nodo
credo chi vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento chi godo.
Un punto solo mè maggior letargo
che venticinque secoli a la mpresa
che fé Nettuno ammirar lombra dArgo.
Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.
A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;
però che l ben, chè del volere obietto,
tutto saccoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò chè lì perfetto.
Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel chio ricordo, che dun fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.
Non perché più chun semplice sembiante
fosse nel vivo lume chio mirava,
che tal è sempre qual sera davante;
ma per la vista che savvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom io, a me si travagliava.
Ne la profonda e chiara sussistenza
de lalto lume parvermi tre giri
di tre colori e duna contenenza;
e lun da laltro come iri da iri
parea reflesso, e l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.
Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel chi vidi,
è tanto, che non basta a dicer poco.
O luce etterna che sola in te sidi,
sola tintendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che l mio viso in lei tutto era messo.
Qual è l geomètra che tutto saffige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
limago al cerchio e come vi sindova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A lalta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e l velle,
sì come rota chigualmente è mossa,
lamor che move il sole e laltre stelle.
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TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
TABLE OF SPECIAL CHARACTERS
à = a grave
è = e grave
ì = i grave
ò = o grave
ù = u grave
é = e acute
ó = o acute
ä = a uml
ë = e uml
ï = i uml
ö = o uml
ü = u uml
È = E grave
Ë = E uml
Ï = I uml
« = left angle quotation mark
» = right angle quotation mark
= left double quotation mark
= right double quotation mark
= left single quotation mark
= right single quotation mark
= em dash
= middot
. . . = ellipsis