Purgatorio Canto XXVIII
Vago già di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
cha li occhi temperava il novo giorno,
sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che dogne parte auliva.
Unaura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;
per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u la prim ombra gitta il santo monte;
non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser doperare ogne lor arte;
ma con piena letizia lore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,
tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su l lito di Chiassi,
quand Ëolo scilocco fuor discioglie.
Già mavean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, chio
non potea rivedere ond io mi ntrassi;
ed ecco più andar mi tolse un rio,
che nver sinistra con sue picciole onde
piegava lerba che n sua ripa uscìo.
Tutte lacque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,
avvegna che si mova bruna bruna
sotto lombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.
Coi piè ristetti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion di freschi mai;
e là mapparve, sì com elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,
una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond era pinta tutta la sua via.
«Deh, bella donna, che a raggi damore
ti scaldi, si vo credere a sembianti
che soglion esser testimon del core,
vegnati in voglia di trarreti avanti»,
diss io a lei, «verso questa rivera,
tanto chio possa intender che tu canti.
Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera».
Come si volge, con le piante strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,
volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;
e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che l dolce suono
veniva a me co suoi intendimenti.
Tosto che fu là dove lerbe sono
bagnate già da londe del bel fiume,
di levar li occhi suoi mi fece dono.
Non credo che splendesse tanto lume
sotto le ciglia a Venere, trafitta
dal figlio fuor di tutto suo costume.
Ella ridea da laltra riva dritta,
trattando più color con le sue mani,
che lalta terra sanza seme gitta.
Tre passi ci facea il fiume lontani;
ma Elesponto, là ve passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani,
più odio da Leandro non sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch allor non saperse.
«Voi siete nuovi, e forse perch io rido»,
cominciò ella, «in questo luogo eletto
a lumana natura per suo nido,
maravigliando tienvi alcun sospetto;
ma luce rende il salmo Delectasti,
che puote disnebbiar vostro intelletto.
E tu che se dinanzi e mi pregasti,
dì saltro vuoli udir; chi venni presta
ad ogne tua question tanto che basti».
«Lacqua», diss io, «e l suon de la foresta
impugnan dentro a me novella fede
di cosa chio udi contraria a questa».
Ond ella: «Io dicerò come procede
per sua cagion ciò chammirar ti face,
e purgherò la nebbia che ti fiede.
Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,
fé luom buono e a bene, e questo loco
diede per arr a lui detterna pace.
Per sua difalta qui dimorò poco;
per sua difalta in pianto e in affanno
cambiò onesto riso e dolce gioco.
Perché l turbar che sotto da sé fanno
lessalazion de lacqua e de la terra,
che quanto posson dietro al calor vanno,
a luomo non facesse alcuna guerra,
questo monte salìo verso l ciel tanto,
e libero nè dindi ove si serra.
Or perché in circuito tutto quanto
laere si volge con la prima volta,
se non li è rotto il cerchio dalcun canto,
in questa altezza chè tutta disciolta
ne laere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch è folta;
e la percossa pianta tanto puote,
che de la sua virtute laura impregna
e quella poi, girando, intorno scuote;
e laltra terra, secondo chè degna
per sé e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virtù diverse legna.
Non parrebbe di là poi maraviglia,
udito questo, quando alcuna pianta
sanza seme palese vi sappiglia.
E saper dei che la campagna santa
dove tu se, dogne semenza è piena,
e frutto ha in sé che di là non si schianta.
Lacqua che vedi non surge di vena
che ristori vapor che gel converta,
come fiume chacquista e perde lena;
ma esce di fontana salda e certa,
che tanto dal voler di Dio riprende,
quant ella versa da due parti aperta.
Da questa parte con virtù discende
che toglie altrui memoria del peccato;
da laltra dogne ben fatto la rende.
Quinci Letè; così da laltro lato
Eünoè si chiama, e non adopra
se quinci e quindi pria non è gustato:
a tutti altri sapori esto è di sopra.
E avvegna chassai possa esser sazia
la sete tua perch io più non ti scuopra,
darotti un corollario ancor per grazia;
né credo che l mio dir ti sia men caro,
se oltre promession teco si spazia.
Quelli chanticamente poetaro
letà de loro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.
Qui fu innocente lumana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice».
Io mi rivolsi n dietro allora tutto
a miei poeti, e vidi che con riso
udito avëan lultimo costrutto;
poi a la bella donna torna il viso.
Purgatorio Canto XXIX
Cantando come donna innamorata,
continüò col fin di sue parole:
Beati quorum tecta sunt peccata!.
E come ninfe che si givan sole
per le salvatiche ombre, disïando
qual di veder, qual di fuggir lo sole,
allor si mosse contra l fiume, andando
su per la riva; e io pari di lei,
picciol passo con picciol seguitando.
Non eran cento tra suoi passi e miei,
quando le ripe igualmente dier volta,
per modo cha levante mi rendei.
Né ancor fu così nostra via molta,
quando la donna tutta a me si torse,
dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».
Ed ecco un lustro sùbito trascorse
da tutte parti per la gran foresta,
tal che di balenar mi mise in forse.
Ma perché l balenar, come vien, resta,
e quel, durando, più e più splendeva,
nel mio pensier dicea: Che cosa è questa?.
E una melodia dolce correva
per laere luminoso; onde buon zelo
mi fé riprender lardimento dEva,
che là dove ubidia la terra e l cielo,
femmina, sola e pur testé formata,
non sofferse di star sotto alcun velo;
sotto l qual se divota fosse stata,
avrei quelle ineffabili delizie
sentite prima e più lunga fïata.
Mentr io mandava tra tante primizie
de letterno piacer tutto sospeso,
e disïoso ancora a più letizie,
dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
ci si fé laere sotto i verdi rami;
e l dolce suon per canti era già inteso.
O sacrosante Vergini, se fami,
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
cagion mi sprona chio mercé vi chiami.
Or convien che Elicona per me versi,
e Uranìe maiuti col suo coro
forti cose a pensar mettere in versi.
Poco più oltre, sette alberi doro
falsava nel parere il lungo tratto
del mezzo chera ancor tra noi e loro;
ma quand i fui sì presso di lor fatto,
che lobietto comun, che l senso inganna,
non perdea per distanza alcun suo atto,
la virtù cha ragion discorso ammanna,
sì com elli eran candelabri apprese,
e ne le voci del cantare Osanna.
Di sopra fiammeggiava il bello arnese
più chiaro assai che luna per sereno
di mezza notte nel suo mezzo mese.
Io mi rivolsi dammirazion pieno
al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
con vista carca di stupor non meno.
Indi rendei laspetto a lalte cose
che si movieno incontr a noi sì tardi,
che foran vinte da novelle spose.
La donna mi sgridò: «Perché pur ardi
sì ne laffetto de le vive luci,
e ciò che vien di retro a lor non guardi?».
Genti vid io allor, come a lor duci,
venire appresso, vestite di bianco;
e tal candor di qua già mai non fuci.
Lacqua imprendëa dal sinistro fianco,
e rendea me la mia sinistra costa,
sio riguardava in lei, come specchio anco.
Quand io da la mia riva ebbi tal posta,
che solo il fiume mi facea distante,
per veder meglio ai passi diedi sosta,
e vidi le fiammelle andar davante,
lasciando dietro a sé laere dipinto,
e di tratti pennelli avean sembiante;
sì che lì sopra rimanea distinto
di sette liste, tutte in quei colori
onde fa larco il Sole e Delia il cinto.
Questi ostendali in dietro eran maggiori
che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
diece passi distavan quei di fori.
Sotto così bel ciel com io diviso,
ventiquattro seniori, a due a due,
coronati venien di fiordaliso.
Tutti cantavan: «Benedicta tue
ne le figlie dAdamo, e benedette
sieno in etterno le bellezze tue!».
Poscia che i fiori e laltre fresche erbette
a rimpetto di me da laltra sponda
libere fuor da quelle genti elette,
sì come luce luce in ciel seconda,
vennero appresso lor quattro animali,
coronati ciascun di verde fronda.
Ognuno era pennuto di sei ali;
le penne piene docchi; e li occhi dArgo,
se fosser vivi, sarebber cotali.
A descriver lor forme più non spargo
rime, lettor; chaltra spesa mi strigne,
tanto cha questa non posso esser largo;
ma leggi Ezechïel, che li dipigne
come li vide da la fredda parte
venir con vento e con nube e con igne;
e quali i troverai ne le sue carte,
tali eran quivi, salvo cha le penne
Giovanni è meco e da lui si diparte.
Lo spazio dentro a lor quattro contenne
un carro, in su due rote, trïunfale,
chal collo dun grifon tirato venne.
Esso tendeva in sù luna e laltra ale
tra la mezzana e le tre e tre liste,
sì cha nulla, fendendo, facea male.
Tanto salivan che non eran viste;
le membra doro avea quant era uccello,
e bianche laltre, di vermiglio miste.
Non che Roma di carro così bello
rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
ma quel del Sol saria pover con ello;
quel del Sol che, svïando, fu combusto
per lorazion de la Terra devota,
quando fu Giove arcanamente giusto.
Tre donne in giro da la destra rota
venian danzando; luna tanto rossa
cha pena fora dentro al foco nota;
laltr era come se le carni e lossa
fossero state di smeraldo fatte;
la terza parea neve testé mossa;
e or parëan da la bianca tratte,
or da la rossa; e dal canto di questa
laltre toglien landare e tarde e ratte.
Da la sinistra quattro facean festa,
in porpore vestite, dietro al modo
duna di lor chavea tre occhi in testa.
Appresso tutto il pertrattato nodo
vidi due vecchi in abito dispari,
ma pari in atto e onesto e sodo.
Lun si mostrava alcun de famigliari
di quel sommo Ipocràte che natura
a li animali fé chell ha più cari;
mostrava laltro la contraria cura
con una spada lucida e aguta,
tal che di qua dal rio mi fé paura.
Poi vidi quattro in umile paruta;
e di retro da tutti un vecchio solo
venir, dormendo, con la faccia arguta.
E questi sette col primaio stuolo
erano abitüati, ma di gigli
dintorno al capo non facëan brolo,
anzi di rose e daltri fior vermigli;
giurato avria poco lontano aspetto
che tutti ardesser di sopra da cigli.
E quando il carro a me fu a rimpetto,
un tuon sudì, e quelle genti degne
parvero aver landar più interdetto,
fermandosi ivi con le prime insegne.
Purgatorio Canto XXX
Quando il settentrïon del primo cielo,
che né occaso mai seppe né orto
né daltra nebbia che di colpa velo,
e che faceva lì ciascun accorto
di suo dover, come l più basso face
qual temon gira per venire a porto,
fermo saffisse: la gente verace,
venuta prima tra l grifone ed esso,
al carro volse sé come a sua pace;
e un di loro, quasi da ciel messo,
Veni, sponsa, de Libano cantando
gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
Quali i beati al novissimo bando
surgeran presti ognun di sua caverna,
la revestita voce alleluiando,
cotali in su la divina basterna
si levar cento, ad vocem tanti senis,
ministri e messaggier di vita etterna.
Tutti dicean: Benedictus qui venis!,
e fior gittando e di sopra e dintorno,
Manibus, oh, date lilïa plenis!.
Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte orïental tutta rosata,
e laltro ciel di bel sereno addorno;
e la faccia del sol nascere ombrata,
sì che per temperanza di vapori
locchio la sostenea lunga fïata:
così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,
sovra candido vel cinta duliva
donna mapparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato cha la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
dantico amor sentì la gran potenza.
Tosto che ne la vista mi percosse
lalta virtù che già mavea trafitto
prima chio fuor di püerizia fosse,
volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto,
per dicere a Virgilio: Men che dramma
di sangue mè rimaso che non tremi:
conosco i segni de lantica fiamma.
Ma Virgilio navea lasciati scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute diemi;
né quantunque perdeo lantica matre,
valse a le guance nette di rugiada,
che, lagrimando, non tornasser atre.
«Dante, perché Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non piangere ancora;
ché pianger ti conven per altra spada».
Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben far lincora;
in su la sponda del carro sinistra,
quando mi volsi al suon del nome mio,
che di necessità qui si registra,
vidi la donna che pria mappario
velata sotto langelica festa,
drizzar li occhi ver me di qua dal rio.
Tutto che l vel che le scendea di testa,
cerchiato de le fronde di Minerva,
non la lasciasse parer manifesta,
regalmente ne latto ancor proterva
continüò come colui che dice
e l più caldo parlar dietro reserva:
«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti daccedere al monte?
non sapei tu che qui è luom felice?».
Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, i trassi a lerba,
tanta vergogna mi gravò la fronte.
Così la madre al figlio par superba,
com ella parve a me; perché damaro
sente il sapor de la pietade acerba.
Ella si tacque; e li angeli cantaro
di sùbito In te, Domine, speravi;
ma oltre pedes meos non passaro.
Sì come neve tra le vive travi
per lo dosso dItalia si congela,
soffiata e stretta da li venti schiavi,
poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
pur che la terra che perde ombra spiri,
sì che par foco fonder la candela;
così fui sanza lagrime e sospiri
anzi l cantar di quei che notan sempre
dietro a le note de li etterni giri;
ma poi che ntesi ne le dolci tempre
lor compatire a me, par che se detto
avesser: Donna, perché sì lo stempre?,
lo gel che mera intorno al cor ristretto,
spirito e acqua fessi, e con angoscia
de la bocca e de li occhi uscì del petto.
Ella, pur ferma in su la detta coscia
del carro stando, a le sustanze pie
volse le sue parole così poscia:
«Voi vigilate ne letterno die,
sì che notte né sonno a voi non fura
passo che faccia il secol per sue vie;
onde la mia risposta è con più cura
che mintenda colui che di là piagne,
perché sia colpa e duol duna misura.
Non pur per ovra de le rote magne,
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
secondo che le stelle son compagne,
ma per larghezza di grazie divine,
che sì alti vapori hanno a lor piova,
che nostre viste là non van vicine,
questi fu tal ne la sua vita nova
virtüalmente, chogne abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.
Ma tanto più maligno e più silvestro
si fa l terren col mal seme e non cólto,
quant elli ha più di buon vigor terrestro.
Alcun tempo il sostenni col mio volto:
mostrando li occhi giovanetti a lui,
meco il menava in dritta parte vòlto.
Sì tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.
Quando di carne a spirto era salita,
e bellezza e virtù cresciuta mera,
fu io a lui men cara e men gradita;
e volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false,
che nulla promession rendono intera.
Né limpetrare ispirazion mi valse,
con le quali e in sogno e altrimenti
lo rivocai: sì poco a lui ne calse!
Tanto giù cadde, che tutti argomenti
a la salute sua eran già corti,
fuor che mostrarli le perdute genti.
Per questo visitai luscio di morti,
e a colui che lha qua sù condotto,
li prieghi miei, piangendo, furon porti.
Alto fato di Dio sarebbe rotto,
se Letè si passasse e tal vivanda
fosse gustata sanza alcuno scotto
di pentimento che lagrime spanda».
Purgatorio Canto XXXI
«O tu che se di là dal fiume sacro»,
volgendo suo parlare a me per punta,
che pur per taglio mera paruto acro,
ricominciò, seguendo sanza cunta,
«dì, dì se questo è vero: a tanta accusa
tua confession conviene esser congiunta».
Era la mia virtù tanto confusa,
che la voce si mosse, e pria si spense
che da li organi suoi fosse dischiusa.
Poco sofferse; poi disse: «Che pense?
Rispondi a me; ché le memorie triste
in te non sono ancor da lacqua offense».
Confusione e paura insieme miste
mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
al quale intender fuor mestier le viste.
Come balestro frange, quando scocca
da troppa tesa, la sua corda e larco,
e con men foga lasta il segno tocca,
sì scoppia io sottesso grave carco,
fuori sgorgando lagrime e sospiri,
e la voce allentò per lo suo varco.
Ond ella a me: «Per entro i mie disiri,
che ti menavano ad amar lo bene
di là dal qual non è a che saspiri,
quai fossi attraversati o quai catene
trovasti, per che del passare innanzi
dovessiti così spogliar la spene?
E quali agevolezze o quali avanzi
ne la fronte de li altri si mostraro,
per che dovessi lor passeggiare anzi?».
Dopo la tratta dun sospiro amaro,
a pena ebbi la voce che rispuose,
e le labbra a fatica la formaro.
Piangendo dissi: «Le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi,
tosto che l vostro viso si nascose».
Ed ella: «Se tacessi o se negassi
ciò che confessi, non fora men nota
la colpa tua: da tal giudice sassi!
Ma quando scoppia de la propria gota
laccusa del peccato, in nostra corte
rivolge sé contra l taglio la rota.
Tuttavia, perché mo vergogna porte
del tuo errore, e perché altra volta,
udendo le serene, sie più forte,
pon giù il seme del piangere e ascolta:
sì udirai come in contraria parte
mover dovieti mia carne sepolta.
Mai non tappresentò natura o arte
piacer, quanto le belle membra in chio
rinchiusa fui, e che so n terra sparte;
e se l sommo piacer sì ti fallio
per la mia morte, qual cosa mortale
dovea poi trarre te nel suo disio?
Ben ti dovevi, per lo primo strale
de le cose fallaci, levar suso
di retro a me che non era più tale.
Non ti dovea gravar le penne in giuso,
ad aspettar più colpo, o pargoletta
o altra novità con sì breve uso.
Novo augelletto due o tre aspetta;
ma dinanzi da li occhi di pennuti
rete si spiega indarno o si saetta».
Quali fanciulli, vergognando, muti
con li occhi a terra stannosi, ascoltando
e sé riconoscendo e ripentuti,
tal mi stav io; ed ella disse: «Quando
per udir se dolente, alza la barba,
e prenderai più doglia riguardando».
Con men di resistenza si dibarba
robusto cerro, o vero al nostral vento
o vero a quel de la terra di Iarba,
chio non levai al suo comando il mento;
e quando per la barba il viso chiese,
ben conobbi il velen de largomento.
E come la mia faccia si distese,
posarsi quelle prime creature
da loro aspersïon locchio comprese;
e le mie luci, ancor poco sicure,
vider Beatrice volta in su la fiera
chè sola una persona in due nature.
Sotto l suo velo e oltre la rivera
vincer pariemi più sé stessa antica,
vincer che laltre qui, quand ella cera.
Di penter sì mi punse ivi lortica,
che di tutte altre cose qual mi torse
più nel suo amor, più mi si fé nemica.
Tanta riconoscenza il cor mi morse,
chio caddi vinto; e quale allora femmi,
salsi colei che la cagion mi porse.
Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
la donna chio avea trovata sola
sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
Tratto mavea nel fiume infin la gola,
e tirandosi me dietro sen giva
sovresso lacqua lieve come scola.
Quando fui presso a la beata riva,
Asperges me sì dolcemente udissi,
che nol so rimembrar, non chio lo scriva.
La bella donna ne le braccia aprissi;
abbracciommi la testa e mi sommerse
ove convenne chio lacqua inghiottissi.
Indi mi tolse, e bagnato mofferse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.
«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.
Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
lume chè dentro aguzzeranno i tuoi
le tre di là, che miran più profondo».
Così cantando cominciaro; e poi
al petto del grifon seco menarmi,
ove Beatrice stava volta a noi.
Disser: «Fa che le viste non risparmi;
posto tavem dinanzi a li smeraldi
ond Amor già ti trasse le sue armi».
Mille disiri più che fiamma caldi
strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
che pur sopra l grifone stavan saldi.
Come in lo specchio il sol, non altrimenti
la doppia fiera dentro vi raggiava,
or con altri, or con altri reggimenti.
Pensa, lettor, sio mi maravigliava,
quando vedea la cosa in sé star queta,
e ne lidolo suo si trasmutava.
Mentre che piena di stupore e lieta
lanima mia gustava di quel cibo
che, saziando di sé, di sé asseta,
sé dimostrando di più alto tribo
ne li atti, laltre tre si fero avanti,
danzando al loro angelico caribo.
«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,
era la sua canzone, «al tuo fedele
che, per vederti, ha mossi passi tanti!
Per grazia fa noi grazia che disvele
a lui la bocca tua, sì che discerna
la seconda bellezza che tu cele».
O isplendor di viva luce etterna,
chi palido si fece sotto lombra
sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
là dove armonizzando il ciel tadombra,
quando ne laere aperto ti solvesti?
Purgatorio Canto XXXII
Tant eran li occhi miei fissi e attenti
a disbramarsi la decenne sete,
che li altri sensi meran tutti spenti.
Ed essi quinci e quindi avien parete
di non calercosì lo santo riso
a sé traéli con lantica rete!;
quando per forza mi fu vòlto il viso
ver la sinistra mia da quelle dee,
perch io udi da loro un «Troppo fiso!»;
e la disposizion cha veder èe
ne li occhi pur testé dal sol percossi,
sanza la vista alquanto esser mi fée.
Ma poi chal poco il viso riformossi
(e dico al poco per rispetto al molto
sensibile onde a forza mi rimossi),
vidi n sul braccio destro esser rivolto
lo glorïoso essercito, e tornarsi
col sole e con le sette fiamme al volto.
Come sotto li scudi per salvarsi
volgesi schiera, e sé gira col segno,
prima che possa tutta in sé mutarsi;
quella milizia del celeste regno
che procedeva, tutta trapassonne
pria che piegasse il carro il primo legno.
Indi a le rote si tornar le donne,
e l grifon mosse il benedetto carco
sì, che però nulla penna crollonne.
La bella donna che mi trasse al varco
e Stazio e io seguitavam la rota
che fé lorbita sua con minore arco.
Sì passeggiando lalta selva vòta,
colpa di quella chal serpente crese,
temprava i passi unangelica nota.
Forse in tre voli tanto spazio prese
disfrenata saetta, quanto eramo
rimossi, quando Bëatrice scese.
Io senti mormorare a tutti «Adamo»;
poi cerchiaro una pianta dispogliata
di foglie e daltra fronda in ciascun ramo.
La coma sua, che tanto si dilata
più quanto più è sù, fora da lIndi
ne boschi lor per altezza ammirata.
«Beato se, grifon, che non discindi
col becco desto legno dolce al gusto,
poscia che mal si torce il ventre quindi».
Così dintorno a lalbero robusto
gridaron li altri; e lanimal binato:
«Sì si conserva il seme dogne giusto».
E vòlto al temo chelli avea tirato,
trasselo al piè de la vedova frasca,
e quel di lei a lei lasciò legato.
Come le nostre piante, quando casca
giù la gran luce mischiata con quella
che raggia dietro a la celeste lasca,
turgide fansi, e poi si rinovella
di suo color ciascuna, pria che l sole
giunga li suoi corsier sotto altra stella;
men che di rose e più che di vïole
colore aprendo, sinnovò la pianta,
che prima avea le ramora sì sole.
Io non lo ntesi, né qui non si canta
linno che quella gente allor cantaro,
né la nota soffersi tutta quanta.
Sio potessi ritrar come assonnaro
li occhi spietati udendo di Siringa,
li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;
come pintor che con essempro pinga,
disegnerei com io maddormentai;
ma qual vuol sia che lassonnar ben finga.
Però trascorro a quando mi svegliai,
e dico chun splendor mi squarciò l velo
del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».
Quali a veder de fioretti del melo
che del suo pome li angeli fa ghiotti
e perpetüe nozze fa nel cielo,
Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
e vinti, ritornaro a la parola
da la qual furon maggior sonni rotti,
e videro scemata loro scuola
così di Moïsè come dElia,
e al maestro suo cangiata stola;
tal torna io, e vidi quella pia
sovra me starsi che conducitrice
fu de miei passi lungo l fiume pria.
E tutto in dubbio dissi: «Ov è Beatrice?».
Ond ella: «Vedi lei sotto la fronda
nova sedere in su la sua radice.
Vedi la compagnia che la circonda:
li altri dopo l grifon sen vanno suso
con più dolce canzone e più profonda».
E se più fu lo suo parlar diffuso,
non so, però che già ne li occhi mera
quella chad altro intender mavea chiuso.
Sola sedeasi in su la terra vera,
come guardia lasciata lì del plaustro
che legar vidi a la biforme fera.
In cerchio le facevan di sé claustro
le sette ninfe, con quei lumi in mano
che son sicuri dAquilone e dAustro.
«Qui sarai tu poco tempo silvano;
e sarai meco sanza fine cive
di quella Roma onde Cristo è romano.
Però, in pro del mondo che mal vive,
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di là, fa che tu scrive».
Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
di suoi comandamenti era divoto,
la mente e li occhi ov ella volle diedi.
Non scese mai con sì veloce moto
foco di spessa nube, quando piove
da quel confine che più va remoto,
com io vidi calar luccel di Giove
per lalber giù, rompendo de la scorza,
non che di fiori e de le foglie nove;
e ferì l carro di tutta sua forza;
ond el piegò come nave in fortuna,
vinta da londa, or da poggia, or da orza.
Poscia vidi avventarsi ne la cuna
del trïunfal veiculo una volpe
che dogne pasto buon parea digiuna;
ma, riprendendo lei di laide colpe,
la donna mia la volse in tanta futa
quanto sofferser lossa sanza polpe.
Poscia per indi ond era pria venuta,
laguglia vidi scender giù ne larca
del carro e lasciar lei di sé pennuta;
e qual esce di cuor che si rammarca,
tal voce uscì del cielo e cotal disse:
«O navicella mia, com mal se carca!».
Poi parve a me che la terra saprisse
trambo le ruote, e vidi uscirne un drago
che per lo carro sù la coda fisse;
e come vespa che ritragge lago,
a sé traendo la coda maligna,
trasse del fondo, e gissen vago vago.
Quel che rimase, come da gramigna
vivace terra, da la piuma, offerta
forse con intenzion sana e benigna,
si ricoperse, e funne ricoperta
e luna e laltra rota e l temo, in tanto
che più tiene un sospir la bocca aperta.
Trasformato così l dificio santo
mise fuor teste per le parti sue,
tre sovra l temo e una in ciascun canto.
Le prime eran cornute come bue,
ma le quattro un sol corno avean per fronte:
simile mostro visto ancor non fue.
Sicura, quasi rocca in alto monte,
seder sovresso una puttana sciolta
mapparve con le ciglia intorno pronte;
e come perché non li fosse tolta,
vidi di costa a lei dritto un gigante;
e basciavansi insieme alcuna volta.
Ma perché locchio cupido e vagante
a me rivolse, quel feroce drudo
la flagellò dal capo infin le piante;
poi, di sospetto pieno e dira crudo,
disciolse il mostro, e trassel per la selva,
tanto che sol di lei mi fece scudo
a la puttana e a la nova belva.
Purgatorio Canto XXXIII
Deus, venerunt gentes, alternando
or tre or quattro dolce salmodia,
le donne incominciaro, e lagrimando;
e Bëatrice, sospirosa e pia,
quelle ascoltava sì fatta, che poco
più a la croce si cambiò Maria.
Ma poi che laltre vergini dier loco
a lei di dir, levata dritta in pè,
rispuose, colorata come foco:
Modicum, et non videbitis me;
et iterum, sorelle mie dilette,
modicum, et vos videbitis me.
Poi le si mise innanzi tutte e sette,
e dopo sé, solo accennando, mosse
me e la donna e l savio che ristette.
Così sen giva; e non credo che fosse
lo decimo suo passo in terra posto,
quando con li occhi li occhi mi percosse;
e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,
mi disse, «tanto che, sio parlo teco,
ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
Sì com io fui, com io dovëa, seco,
dissemi: «Frate, perché non tattenti
a domandarmi omai venendo meco?».
Come a color che troppo reverenti
dinanzi a suo maggior parlando sono,
che non traggon la voce viva ai denti,
avvenne a me, che sanza intero suono
incominciai: «Madonna, mia bisogna
voi conoscete, e ciò chad essa è buono».
Ed ella a me: «Da tema e da vergogna
voglio che tu omai ti disviluppe,
sì che non parli più com om che sogna.
Sappi che l vaso che l serpente ruppe,
fu e non è; ma chi nha colpa, creda
che vendetta di Dio non teme suppe.
Non sarà tutto tempo sanza reda
laguglia che lasciò le penne al carro,
per che divenne mostro e poscia preda;
chio veggio certamente, e però il narro,
a darne tempo già stelle propinque,
secure dogn intoppo e dogne sbarro,
nel quale un cinquecento diece e cinque,
messo di Dio, anciderà la fuia
con quel gigante che con lei delinque.
E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch a lor modo lo ntelletto attuia;
ma tosto fier li fatti le Naiade,
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di biade.
Tu nota; e sì come da me son porte,
così queste parole segna a vivi
del viver chè un correre a la morte.
E aggi a mente, quando tu le scrivi,
di non celar qual hai vista la pianta
chè or due volte dirubata quivi.
Qualunque ruba quella o quella schianta,
con bestemmia di fatto offende a Dio,
che solo a luso suo la creò santa.
Per morder quella, in pena e in disio
cinquemilia anni e più lanima prima
bramò colui che l morso in sé punio.
Dorme lo ngegno tuo, se non estima
per singular cagione esser eccelsa
lei tanto e sì travolta ne la cima.
E se stati non fossero acqua dElsa
li pensier vani intorno a la tua mente,
e l piacer loro un Piramo a la gelsa,
per tante circostanze solamente
la giustizia di Dio, ne linterdetto,
conosceresti a larbor moralmente.
Ma perch io veggio te ne lo ntelletto
fatto di pietra e, impetrato, tinto,
sì che tabbaglia il lume del mio detto,
voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
che l te ne porti dentro a te per quello
che si reca il bordon di palma cinto».
E io: «Sì come cera da suggello,
che la figura impressa non trasmuta,
segnato è or da voi lo mio cervello.
Ma perché tanto sovra mia veduta
vostra parola disïata vola,
che più la perde quanto più saiuta?».
«Perché conoschi», disse, «quella scuola
chai seguitata, e veggi sua dottrina
come può seguitar la mia parola;
e veggi vostra via da la divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto festina».
Ond io rispuosi lei: «Non mi ricorda
chi stranïasse me già mai da voi,
né honne coscïenza che rimorda».
«E se tu ricordar non te ne puoi»,
sorridendo rispuose, «or ti rammenta
come bevesti di Letè ancoi;
e se dal fummo foco sargomenta,
cotesta oblivïon chiaro conchiude
colpa ne la tua voglia altrove attenta.
Veramente oramai saranno nude
le mie parole, quanto converrassi
quelle scovrire a la tua vista rude».
E più corusco e con più lenti passi
teneva il sole il cerchio di merigge,
che qua e là, come li aspetti, fassi,
quando saffisser, sì come saffigge
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue vestigge,
le sette donne al fin dunombra smorta,
qual sotto foglie verdi e rami nigri
sovra suoi freddi rivi lalpe porta.
Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri
veder mi parve uscir duna fontana,
e, quasi amici, dipartirsi pigri.
«O luce, o gloria de la gente umana,
che acqua è questa che qui si dispiega
da un principio e sé da sé lontana?».
Per cotal priego detto mi fu: «Priega
Matelda che l ti dica». E qui rispuose,
come fa chi da colpa si dislega,
la bella donna: «Questo e altre cose
dette li son per me; e son sicura
che lacqua di Letè non gliel nascose».
E Bëatrice: «Forse maggior cura,
che spesse volte la memoria priva,
fatt ha la mente sua ne li occhi oscura.
Ma vedi Eünoè che là diriva:
menalo ad esso, e come tu se usa,
la tramortita sua virtù ravviva».
Come anima gentil, che non fa scusa,
ma fa sua voglia de la voglia altrui
tosto che è per segno fuor dischiusa;
così, poi che da essa preso fui,
la bella donna mossesi, e a Stazio
donnescamente disse: «Vien con lui».
Sio avessi, lettor, più lungo spazio
da scrivere, i pur cantere in parte
lo dolce ber che mai non mavria sazio;
ma perché piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren de larte.
Io ritornai da la santissima onda
rifatto sì come piante novelle
rinovellate di novella fronda,
puro e disposto a salire a le stelle.
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TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
TABLE OF SPECIAL CHARACTERS
à = a grave
è = e grave
ì = i grave
ò = o grave
ù = u grave
é = e acute
ó = o acute
ä = a uml
ë = e uml
ï = i uml
ö = o uml
ü = u uml
È = E grave
Ë = E uml
Ï = I uml
« = left angle quotation mark
» = right angle quotation mark
= left double quotation mark
= right double quotation mark
= left single quotation mark
= right single quotation mark
= em dash
= middot
. . . = ellipsis