The Project Gutenberg eBook of La Francia dal primo impero al 1871. Volume 1
Title: La Francia dal primo impero al 1871. Volume 1
Author: Heinrich von Treitschke
Translator: Enrico Ruta
Release date: December 6, 2008 [eBook #27428]
Language: Italian
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by the Bibliothèque nationale de France (BnF/Gallica) at http://gallica.bnf.fr)
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BIBLIOTECA DI CULTURA MODERNA
ENRICO TREITSCHKE
LA FRANCIA DAL PRIMO IMPERO AL 1871
TRADUZIONE DI ENRICO RUTA
VOLUME I
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1917
LA FRANCIA DAL PRIMO IMPERO AL 1871
I.
ENRICO VON TREITSCHKE
LA FRANCIA DAL PRIMO IMPERO AL 1871
TRADUZIONE DI ENRICO RUTA
VOLUME I
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1917
PROPRIETÀ LETTERARIA
OTTOBRE MCMXVI—45247
Questa traduzione di un'opera straniera tanto notevole, e tanto utile alla conoscenza della storia del nostro paese, è dedicata da me, come amico e come italiano, a
GIUSTINO FORTUNATO
come amico, pel bene indicibile che da Lui è venuto allo studioso e al lavoratore; come italiano, perché in quarant'anni di vita pubblica Egli ha dimostrato che un uomo politico possa non confondere mai, nemmeno in buona fede, la sincerità col tornaconto e l'onestà dell'azione con la vanità personale o con l'ambizione egoistica, e possa non sacrificare mai la verità; e, scrittore umanista e artista, oratore di cose e fatti, fugatore dei vecchi miti di terre edeniche meridionali, apostolo di giuste e doverose rivendicazioni, zelatore di cultura e di elevazione, ha meritato la venerazione di affetto che nasce spontaneamente pei savi e gli educatori, i quali hanno l'ingegno alto e potente, e moralmente augusto, tutto fondato sul cuore gentile e dolce di poeti; e nulla sanno concepire nell'esistenza fuori dei pensieri e delle opere ispirati dall'amore dei propri concittadini e dalla passione ardente alla sacra realtà della Patria.
ENRICO RUTA.
PREFAZIONE ALLA TRADUZIONE
La traduzione di qualcuno dei lavori più significativi del Treitschke tanto più urgeva, in quanto che pochi scrittori hanno aperto, come lui, un più vasto campo alla discussione, e pochi sono, come lui, andati incontro alla ventura dei giudizi avventati, rispondenti alle passioni, non alla valutazione serena, condotta sulla conoscenza diretta. La rettitudine della cultura esige che sia eliminata la possibilità di quelle impressioni passionate, che poi si consolidano e perpetuano come storture inveterate del pensiero e della scienza; anche oggi che da tanto tempo Darwin, per dirne una, è stato tradotto quasi tutto in italiano, non sentiamo tuttora spacciarlo da taluni per l'autore della teoria della derivazione dell'uomo dalla scimmia? E perché mai gl'italiani dovrebbero rassegnarsi a tollerare, che in casa loro si ripetano banalità e spropositi per sentita dire?
Se si eccettua la bella monografia sul Cavour, tradotta dal Guerrieri Gonzaga e pubblicata dal Barbèra nel 1873, i volumi di Enrico von Treitschke non sono apparsi finora né in italiano, né in francese, né in inglese; e il volumetto di conferenze dell'inglese professore J. A. Cramb, pubblicato ultimamente in italiano (Torino, Lattes, Ed.), non mi pare il più adatto a dare un'idea precisa del pensiero dello scrittore tedesco, tanto, attraverso le critiche filosofiche e le riserve nazionali del conferenziere inglese, è riboccante di ammirazione per l'uomo più rappresentativo della Germania contemporanea. Il consenso o la riprovazione devono sorgere spontanei dalla lettura diretta e dalla meditazione dell'opera, se non si vuole che svaporino in parole senza senso e senza costrutto; e invece, quando nascono per moto intimo di coscienza in tutto illuminata e consapevole, la lode o il biasimo non vengono invano; ché essi sono i compagni naturali della condotta di azione opportuna o inopportuna. D'altronde, se è riprovevole leggerezza il parlare, senza sicura notizia, di fatti accettati per veri sull'impressione del momento o sulla fede altrui, tanto più è colpa il discorrere frivolamente, profferendo l'osanna o il crucifige, degli scrittori che rispondono storicamente non al proprio arbitrio, ma alle esigenze di un'età, e che scrutano e cavano dagli eventi umani la significazione eterna, il carattere essenziale, in virtù del quale quei dati eventi costituiscono gli elementi integranti dei tempi nostri e ce ne permettono l'intendimento. I veri scrittori, i pochissimi superstiti dell'universale sommersione dei dilettanti e vacui professionisti di scritture, sono per l'uman genere, evo per evo, le voci del destino; le loro opere sono le chiavi che aprono il Sancta sanctorum della storia.
I cinque saggi raccolti nei presenti due volumi furono composti interpolatamente, il primo a Friburgo nel 1865, l'ultimo a Heidelberg nel 1871; e sotto il titolo complessivo Frankreichs Staatsleben und der Bonapartismus furono pubblicati nel 1871 a Lipsia da S. Hirzel nel terzo volume degli Historische und politische Aufsätze. È quello, dunque, il testo che devono compulsare gli studiosi competenti, i quali volessero collazionare la traduzione con l'originale pei possibili errori in cui, non ostante la scrupolosa diligenza, fossi incespicato: cosa utilissima per qualche nuova edizione, che probabilmente non mancherà. Treitschke non è un autore facile: conosce tutta la sua lingua come un letterato di mestiere, e sa giovarsene nei modi più impensati e repentini come un artista; né è facilissimo pel traduttore rendere in un'altra lingua, anche nel caso che siano stati intuiti e capiti, tutti gl'inesprimibili atteggiamenti dell'arte, e tutti gli stati d'anima durevoli o fuggevoli e nostalgici o baldanzosi, la mestizia e l'allegrezza, l'accoramento e l'ebbrezza, il sarcasmo o il monito, l'ironia o la pietà, la canzonatura o la compassione, che sono connaturali di un'anima nobile, profondamente morale e del pari colta e sapiente, davanti a quel grandioso stato d'anima che è la visione storica. Se poi cotesta visione risponda effettivamente alla realtà, oppure se sia errata dalle fondamenta, giudicheranno i lettori secondo la persuasione onesta che si faranno. È sorte degli uomini rappresentativi, insita nella loro stessa azione, il non incontrare un giudizio eguale: Maometto, Machiavelli, Lutero, Sant'Ignazio ribellano, per varie ragioni, mille e mille cuori probi, che lealmente li credono pervertitori. Quasi tutti i nostri grandi del Rinascimento, alti animi che espiarono col carcere e col pugnale e col rogo l'indipendenza della mente, odiarono come un anticristo della scienza il massimo pensatore che ha avuto la famiglia umana. Un solo è il fatto sul quale il giudizio non può discordare; ed è, che, non ostante la forma esteriore di saggi, questo è un lavoro organico, costituente una vera e propria storia, perché una è l'idea fondamentale che si sviluppa e si fissa nella concretezza dell'opera. Che cosa è un'opera dell'ingegno, se non l'espressione concreta di un'idea? Vera e propria storia: la storia della Francia contemporanea giudicata dalla Germania. E se non basta conoscere esteriormente l'amico e il nemico sul flusso dell'ora, ma, per le note ragioni spiegate da Machiavelli, è necessario leggere loro nella mens, penetrarli nella coscienza, può all'uopo giovarci davvero proprio questo, che è per l'appunto il libro dell'amico e del nemico. Siamo nel fervore della battaglia delle armi e della politica e della diplomazia; e le battaglie non le vince l'impotente, che stordisce con gli atteggiamenti enfatici e coi tuoni e saette della rettorica la nullaggine dell'animo vuoto della comprensione del fine preciso da raggiungere, né il febbricitante infrenesito alla vicenda di solletico e di aombramento dei peli e travi degli odi smisurati e degli smisurati amori. Le vince la testa calma e austera, la quale dal senso della realtà apprende istante per istante che operare è provare, è errare, e che dagli errori propri e altrui ha sempre la mano pronta a spremere il profitto, come se fossero stratagemmi a decezione del nemico. Le vincono gl'imperturbabili nel turbine, i buoni cittadini, che sentono la responsabilità dell'ora e serbano anche in mezzo al gorgo degli eventi quel tranquillo e meditativo rifugio del senso storico, dove nasce, come da un osservatorio infallibile, il giudizio pacato e imparziale sulle cose e le azioni tanto degli amici che dei nemici. E con questo la traccia della via che arriva.
L'ora corrente passa sulla nostra nazione, madre della civiltà antica, nel momento che, dopo essersi estenuata nel lungo puerperio della civiltà nuova generata all'Europa, era da poco risorta giovinetta, nuova affatto del mondo moderno, fresca nata della civiltà europea, figlia di sua figlia. E moveva i primi passi nella vita mondiale tra gli errori che la generosità accumula sulla giovinezza, tra le esaltazioni e le disperazioni degli anni giovanili tanto duri per ciò a passare, tra le inesperienze che più sono pericolose quando maggiore è l'innata bontà, tra le illusioni dietro le cui rose è l'aspide, tra le calamità di natura che è dato più ristorare alacremente che accortamente prevenire, tra i mali atavici alla cui radice di secoli non arrivano i decenni. Ma volonterosa e laboriosa, fervida del suo fervore antico, geniale della sua antica e inesausta genialità, aveva già in pochi anni acquistato nell'incivilimento oltremarino un merito enorme che, come avviene sovente delle opere sostanzialmente utili e veramente grandi, era passato quasi ignoto, coperto dal romore dei nuovi commerci e delle nuove industrie, che pure nulla potrebbero senza il bene fondamentale della coltura delle terre. L'Italia, rinata appena, aveva già dissodato mezzo continente nuovo, con lo stesso vigore di animo e di braccia di quei legionari antichi, di cui immemore e stupita sentiva sonare tuttora i nomi sulle strade consolari dei vecchi continenti. Le nazioni, amiche e nemiche, illuminate e guidate dalla Rinascita, abbeverate alla fontana corrente del genio italiano, devono a noi la parte migliore di sé stesse; e noi dobbiamo a loro la nostra esistenza politica, nel bene e nel male: nel bene, per l'aiuto che ci porsero, nel male, per l'insegnamento del dolore che ce ne venne. La nostra esistenza piena, ardente, libera di tutta la libertà del genio dell'arte e della scienza, è necessaria alla civiltà del mondo: nessuna giovinezza politica è stata mai così aggravata di responsabilità e di doveri come la nostra; ed è questa la situazione della nostra patria tra gli amici e i nemici, ora che sul vecchio continente si viene effettuando nella realtà il mito antico del giudizio universale.
Ne sia vicino di mesi l'esito estremo, oppure lontano di decenni, questo giudizio universale delle nazioni implica sulla mitica terra di approdo del toro iniziatore il cominciamento di una nuova era. È perciò un pregiudizio il credere che la semenza sia legata unicamente alla sorte delle armi, e che significhi, di qua o di là, la compressione completa di una delle parti in contesa. Questo non è il duello di due popoli e di due stirpi che possa finire con uno schiantamento, come quello romano-punico o l'altro ispano-arabo, né un duello religioso come il giudizio di Dio ugonotto-cattolico. È una conflagrazione di popoli il cui punto faticante cade sull'incontro dei due rami principali della stessa stirpe germanica, l'inglese e il tedesco; e la sorte delle armi può coincidere con la sentenza solo perché può arridere ai più degni della vittoria, cioè ai più virtuosi e benemeriti come popolo e, insieme, dimostratisi i meglio dotati per collaborare all'incivilimento mondiale. La forza bruta è una delle tante parole vuote, abusate irriflessivamente all'ombra fuggevole dei sentimenti passionati; non esiste fuori dell'astrazione matematica. Il mondo animale procede conforme al pensiero connaturato al mondo animale: tanto meno sono meccanismi i popoli, i quali tutti, dai più statici e selvaggi ai più avanzati, sono cooperatori dell'opera universale che si va senza principio e senza fine compiendo ininterrottamente sulla faccia della Terra, l'opera sempre più perfetta e sempre più perfettibile di realizzazione della mente umana. Perché mai la sorte delle armi fu tante volte e tanto arcigna agli ebrei, eppure i babilonesi e gli assiri dileguarono affatto, lasciando dietro di sé giogaie di asfalto, tombe immani di una civiltà sepolta che solo da un secolo il nostro pensiero ha sentito il bisogno di scoperchiare, e gli ebrei invece sono concittadini di tutti gli stati esistenti? Perché i poveri fellahs del Nilo, i cui antenati furono sommersi dalle armi di tanti invasori quante il fiume non ha cateratte, serbano tuttora i costumi agricoli dei villici della regina Hatschepsut? Perché gli adoratori del fuoco non furono affogati interamente dalle alluvioni uralo-altaiche, e celebrano ancora i benefizi dell'amabile Ahura e della salutare Anahita tra le valli interne dell'Indukush? E ieri, perché ieri, qui vicino a noi, dopo la rotta tremenda di Sédan non scemò punto in Europa il prestige de la France, anzi crebbe ai vinti, con meraviglia indicibile dei vincitori, la simpatia delle nazioni?
Solo il Daniele del mito, ricordandosi degli anni ancor non nati, avrebbe facoltà di dirci fin da ora se, come nel corso dei secoli è avvenuto di regola, anche questa volta collimerà con la fortuna delle battaglie o sarà determinata da quella fortuna la sentenza del giudizio universale, che dichiarerà quali sono i migliori, e li presceglierà a dirigere le sorti del novello incivilimento. Ma per esperienza millenaria noi sappiamo quali sono i popoli che alla prova si riveleranno i predestinati. Sono quelli in cui è maggiore il numero dei cittadini, che in ogni ordinaria contingenza della vita quotidiana sono abituati a riconoscere il proprio animo nell'idea, che come al loro comportamento di ogni giorno sono sospesi l'onore e la sorte delle loro famiglie, così dalla loro virtù dipendono la riputazione e la fortuna del proprio paese. Sono quelli in cui è maggiore il numero degli uomini dabbene, i quali, come si sono prefissi per la propria famiglia un ideale onorato al cui raggiungimento lavorano con assiduità calma ed instancabile, così hanno costantemente innanzi agli occhi l'ideale di tutti, che la patria va realizzando con la mente e con l'opera dei suoi figli. Sono predestinate le nazioni profondamente e veracemente morali, che sentono ingenuamente il sentimento della patria nel sentimento intatto e schietto della famiglia; e che in questa coscienza semplice e naturale, in questa intimità della propria realtà vivente sentono la missione morale, la missione essenzialmente incivilitrice a cui le chiama nel mondo l'energia inarrestabile della vocazione. Perciò esse contemplano e vagheggiano davanti a sé la meta della propria missione come un quadro di felicità domestica, come una visione d'incantamento; perché la vestono di tutta la maestà e di tutti i colori e i fulgori di cui è capace il genio della stirpe, di cui è capace lo zelo di milioni e milioni di anime consenzienti in una speranza e in una fede. E perciò le grandi nazioni di avvenire sono le patrie delle grandi utopie, le quali, entro i termini dell'umano possibile, vengono a realizzarsi nella situazione storica secondo l'insito processo della realizzazione continua e irresistibile dell'ideale.
Il popolo italiano è un popolo sostanzialmente morale. Tutto in noi, in casa e fuori, dalle Alpi e le Madonie alle lontane fazende, parla del sentimento semplice e intatto della famiglia, del culto tenace della terra natia; e, insieme, dai mari, dai monti, dalle città, dalle campagne, da ogni rivo e da ogni zolla italiana tutto parla di una missione che, sebbene sorti da così poco tempo alla vita politica mondiale, pure abbiamo già intrapresa e abbiamo il dovere di condurre a compimento. E se è concorporata con le radici stesse della nostra nazionalità, se davanti all'èra nuova che si annunzia alle genti costituisce la nostra ragion d'essere di nazione, essa si affermerà e varrà tra amici e nemici come un decreto del destino; si effettuerà in virtù del suo stesso valore intrinseco, come un'opera della mente arrivata a maturazione, come l'opera del genio che né fiamma, né mannaia, né ostilità alcuna di uomini o di natura può contrastare. La conflagrazione dei popoli europei dimostra che è sempre l'Europa il centro della civiltà mondiale, e che l'Europa non può avviarsi con risolutezza e certezza a un più esteso incivilimento, all'umanizzazione dei continenti antichi e nuovi, se non attraverso una revisione di sangue, una tragica epurazione di stirpi, che assegnerà alle più scadenti e infeconde il cómpito di rifarsi, alle più gagliarde e feconde l'espansione del lavoro e dei beni morali. Poche opere straniere, come questa di Treitschke, concorrono ad avvalorare la fiducia in noi stessi e la nostra fede. La passione, sia di odio che di amore, è la più penetrante scrutatrice di anime. Egli, morto nel 1896, ha amato intensamente l'Italia; e ne conobbe la storia politica, artistica, scientifica, letteraria, e tutta la vita regionale e nazionale, dai più antichi tempi di Roma ai giorni nostri: e ci comprese, con l'intuito dell'affetto. In un altro lavoro, parlando della vera immortalità, che il genere umano concede soltanto ai fondatori di religioni e agli eroi guerrieri, afferma che la storia universale conosce solo due uomini di stato, che hanno raggiunto la vetta più alta della gloria senza portare la spada: e l'uno dei due è Cavour. E noi, per la parte nostra, assentiamo; e soggiungiamo, che oggi è il popolo nuovo, il popolo di Cavour, quello che ha preso la spada, e che col sangue e le lacrime si guadagna il destino di assicurare la patria dai nemici per diffondere, dalla propria casa ben custodita, i benefizi del suo lavoro e del suo genio in ogni angolo del mondo.
Napoli, ottobre 1916.
E. R.
PARTE PRIMA
IL PRIMO IMPERO
Il Primo Impero. [Scritto a Friburgo nel 1865.]
I.
Fra i tanti pericoli che insidiano lo storico, il maggiore è forse la tentazione di erigere altari al genio. Per converso, l'obbligo di rintracciare le linee del disegno divino in mezzo al disordine umano, non tarda a cambiarsi anche pel più animoso in una spossante fatica. Ma quando dallo spettacolo persistente e monotono di volontà malcerta e di azione incompleta, che ci è offerto dalla maggior parte delle pagine della storia, si stacca alla fine e ci viene incontro uno di quei potenti del Signore, che sembrano portare nel petto la legge della vita universale, allora si risolleva in giubilo l'anima di artista che sonnecchia nella coscienza di ogni vero uomo. Solo le menti ben solide, quando si trovano davanti allo splendore sparso dalle immagini degli eroi, non dimenticano punto di porsi il quesito decisivo, se cotesta forza originale che ci prende di ammirazione fu impiegata fedelmente in servigio di quello spirito della storia, che anche i padri dell'uman genere poterono secondare solo per virtù di ubbidienza devota. Il culto cieco degli eroi diventa un morbo molto diffuso precisamente in quei tempi, che sentono con orgoglio sulle proprie spalle il peso loro affidato di un enorme cómpito di civiltà, ma che con intima angoscia pure riconoscono, che la loro forza è appena adulta al fardello. Così si spiega il perché ai giorni nostri è potuta nascere e allignare la teoria dell'hero-worship di Tommaso Carlyle. Solo che la smania di genuflettersi davanti agli dèi di carne e d'ossa porta agli uomini ben poco giovamento; e di ciò noi ci rendiamo subito conto, ogniqualvolta una testa fina tira le conseguenze pratiche dalle premesse del culto degli eroi, vale a dire ogniqualvolta il dispotismo cela il suo nudo aspetto dietro il nome di un genio.
Da quando assunse la corona imperiale, Napoleone III solo di rado e con qualche parola cascatagli inavvertentemente ha tradito l'imperiosa coscienza cesarea che nasconde sotto il manto del silenzio. Così avvenne nel colloquio di Plombières, quando disse a Cavour: «In Europa vivono solamente tre uomini: noi due, e un terzo che non nomino». E il giorno che la vanità letteraria lo tirò poi fuori dalla ritenutezza che si addice alle teste coronate, egli ai tanti enimmi offerti ai suoi contemporanei, ne aggiunse uno nuovo, il più grande. Professò francamente la dottrina degli esseri privilegiati che, elevati di molto sopra le regole comuni della legge morale, s'innalzano come fari nella notte dei tempi e col sigillo del proprio genio marcano un'epoca nuova. Ognuno lesse tra le righe che lo stesso imperatore derivava il diritto della propria missione dalla discendenza degli antenati più illustri, che a un uomo sia dato scegliere a modello: da Cesare, Carlo Magno, Napoleone. Noi riudimmo stupefatti dalla bocca dell'imperatore tutte le vecchie e sdrucite frasi reboanti del bonapartismo, quante era lecito perdonarne, in altri tempi, a un pretendente: l'Europa spergiura ha crocifisso, empia ed accecata, il suo Messia, ma l'opera del salvatore, l'impero, è risorto! E coteste parole di ambigua esaltazione sonavano nella prefazione di un'infelice opera storica, la cui incontestabile debolezza minacciava quasi di travolgere la fama letteraria, molto procacciata, dell'autore. Erano scritte per esaltare un sistema politico, che certamente risponde ad alcune nobili e a molte pericolose inclinazioni dei francesi, ma che deve tuttora provare la sua vitalità e resistenza.
Avrebbe fatto meraviglia, se un tal peana di vittoria prima della vittoria non avesse trovato un'eco di odio nel dileggio dei milioni e milioni di umili trattati con sprezzo. Quando l'imperatore stesso colloca il proprio trono accanto al sole e la turba venale dei servi celebra l'apoteosi del cesare, allora (tale è l'andazzo del mondo) non può mancare un Seneca, che con spirito mordente canta l'incucurbitatio di Claudio. Come è naturale, i motteggi più acuti erano quelli dei partiti estremi, che non perdonavano all'imperatore le sue virtù. Più di tutti i radicali, che odiavano lo statista il quale aveva smascherato la menzogna della repubblica sola salvatrice, e aveva dimostrato a tutto il mondo lo spirito liberticida del suffragio universale. Né meno astiosi erano gli antichi amici dell'imperatore, quelli in bruna cocolla. Era ben passato il bel tempo, quando il campo ultramontano solennizzava il redentore della società e teneva il maresciallo di Saint-Arnaud come l'uomo di Dio. Da quando l'imperatore si era rivoltato così grossolanamente al santo Padre e all'Austria tre volte santa, scaturivano dalle pie labbra le maledizioni contro il macellaio del due dicembre, e la Storia di Giulio Cesare era dipinta come una scuola del tradimento. Anche i collezionisti di allusioni avevano buon gioco. Gli uni trovavano in Achille Fould il Cornelio Balbo del nuovo Cesare, gli altri nel duca di Morny l'Agrippa del moderno Augusto; e l'imperatore poteva appena lagnarsi, se non sempre i paralleli cadevano a suo favore. L'accorto artista aveva aperto forse impensatamente le porte del suo tempio magico: si capisce, che al vivo lume del giorno parecchie cortine, parecchi pezzi decorativi mostravano il marcio e lo spacco, laddove invece, allo splendore ben distribuito delle lampade, tutto pareva magnificenza. Per colmo di disgrazia, l'opera storica dell'imperatore era venuta fuori in un momento, in cui in Germania si lavorava a spargere nelle strade il puro oro dell'indignazione morale. Notoriamente il libro sovrabbonda di osservazioni in parte di dubbia verità, ma generalmente di antichità indubbia. A queste si appiglia l'ardore dello spirito partigiano, che si batte il petto villoso domandando solennemente: come mai l'uomo del colpo di stato può affermare, che il sangue versato costituisce una barriera tra i figli di una stessa patria? Ma tutto ciò sarebbe assai edificante, se non fosse così ridicolo. L'uomo che parla tanto untuosamente della maledizione gettata dal sangue cittadino e della febbre denigratrice propria dei partiti vittoriosi, sa anche e confessa, che il costruttore deve costruire col materiale che gli viene alle mani. Un uomo di stato, che è anche un autore, non si vince così facilmente coi raffacci a buon mercato d'ipocrisia e d'inconseguenza.
Solo che ogni sistema politico della Francia moderna si credeva di essere, sul momento, il più sicuro, perché i suoi giorni erano già contati. Quando le aquile di Napoleone che ritornava volavano di campanile in campanile, Talleyrand a Vienna assicurò: «Milioni di pugni si alzeranno contro il disturbatore della quiete pubblica». Carlo X attese con ferma fiducia l'esito delle ordinanze di luglio; e poco prima del febbraio 1848, sotto l'impressione del colloquio col Guizot, il generale Radowitz scrisse, che la monarchia di luglio non era mai stata così salda. Forse che cotesta dura esperienza, il cui ritorno regolare sembra dipendere da un male organico dello stato francese, è oggi per ripetersi? Forse che il secondo impero è già alla vigilia della sua caduta, mentre celebra il suo più alto trionfo e scrive sulla sua bandiera il nome più grande negli annali della monarchia? Noi lasciamo ad altri il cómpito di sollevare il velo del futuro, e ci contentiamo di meditare questi quesiti: «Il bonapartismo è fondato sul carattere e sulla storia del popolo francese? Costituisce la conclusione definitiva di dieci rivoluzioni? E qual diritto hanno questi Bonaparte di pavoneggiarsi con la gloria del sublime dominatore, il quale ancora una volta confermò la terribile frase di Aristotele: solo un dio può essere re?». Riescirà forse gradito ai nostri lettori seguire il corso di questi pensieri. Ci occorse già di difendere l'eretica opinione, che la nazione tedesca non dovesse permettere a un milione di tedeschi e danesi di decidere, giusta i dettami della sovranità, sopra questioni che concernono il bene della intera patria; e parimente l'affermazione anche più eretica, che non si promove l'unità della Germania, se a tanti re per grazia di Napoleone si aggiunga pure un duca per grazia di Francesco Giuseppe. Perciò abbiamo combattuto il particolarismo liberale e il liberaleggiante come i partiti più deleteri per la Germania, e abbiamo anelato l'annientamento delle signorie multiple per mezzo della monarchia. Per conseguenza, in forza di quella mirabile logica che si affretta a fiorire nei tempi di umori terroristici, è sorto tenace contro di noi il rimprovero, che noi occhieggiamo col cesarismo. Vediamo, dunque, se l'accusa regge. La più vuota delle frasi tenta oggi di avvelenare nell'animo del tedesco la gioia ispiratagli dalla monarchia nazionale e legittima, che si viene formando in un sicuro avvenire nel nostro settentrione. Guardiamo bene in faccia cotesto terribile spettro del cesarismo, per accertarci se è fatto del nostro sangue.
È dispersa alla fine la nuvolaglia di rettorica pomposa, che coprì troppo in lungo e in largo gli avvenimenti del 18 brumaio. Adesso sappiamo, che l'avventura di quel giorno fu un colpo di stato preparato malamente, condotto senza abilità e senza sicurezza di mano, e con una profusione iniqua di brutalità e di menzogne. E che, ciò non ostante, sia riuscito, è questa la più sicura riprova della sua necessità e grandezza storica. Quando Bonaparte di ritorno dall'Egitto toccò il suolo di Francia, lo salutò il giubilo delle moltitudini, che aspettavano dall'eroe la difesa contro l'invasione degli eserciti stranieri; e non meno sincero di quella gioia fu il voto plebiscitario, che confermò il nuovo dominio dell'usurpatore. Niente è più infondato di quel motto di Lamartine, ripetuto poi con insistenza dalla democrazia, che il primo console abbia interrotto il corso della rivoluzione proprio nel momento in cui questa cessava di essere convulsa e principiava a diventare feconda. Era anzi palmare, che un decennio di febbre aveva essiccato la potenza creativa politica della nazione. Lo stesso desiderio di una monarchia costituzionale ben ordinata, quale era nutrito dalla più parte dei ben pensanti, cedeva davanti alla voglia onnipotente della quiete a ogni costo.
E la triste gloria della Francia da ciò deriva, che le grandi lotte di principii della nostra Europa furono combattute a lungo su quel suolo con una passione ardente, con una sete selvaggia di sangue, come forse mai sotto altro cielo. Il forestiero, come mette il piede nelle vie di Parigi, sente subito quale fu la rabbia di odio dei partiti, quale la completa mancanza di pietà, che caratterizza la storia della Francia. Qui la tomba di un pensatore, le cui ossa una notte furono strappate alla pace del sepolcro dagli avversari inferociti; lì il monumento a un Borbone, nel medesimo posto dove sorgeva la statua di un generale bonapartista, e prima di questa una piramide in onore della repubblica, e prima ancora, in origine, l'effigie di un re. Ognuno sa in quale tremenda maniera cotesta ereditaria ferocia francese nelle lotte politiche si affermasse durante gli anni della Rivoluzione. Fu sparso a fiumi il sangue di tutti i partiti, e la spietata guerra dei contadini empì di terrore nelle campagne ogni villaggio. La Francia in un decennio aveva provato tutti i sistemi politici escogitabili, imitato in una vicenda affannata il diritto e il costume, perfino nelle fogge, delle epoche più sostanzialmente diverse, rovesciato tutti interi gli acquisti di una rivoluzione radicale. Ora il governo dello stato rifinito era nelle mani di quel Direttorio che, fiscale e discorde, violento eppure impotente, si batteva a morte e vita con le fazioni. Bonaparte col suo occhio singolare aveva in passato già visto, che il 10 agosto il potere regio precipitava per la fiacchezza dei suoi difensori, e da quella osservazione cavò la teoria che più tardi, salendo al trono, legò ai suoi successori come un monito della più alta sapienza politica: «la rovina della legge e il perturbamento dell'ordine sociale sono mere conseguenze della debolezza e incertezza dei principi». Fin da allora si era servito dei partiti repubblicani per collocare al debito posto gli uomini d'ingegno eminente; ma la sapienza politica pericolosamente precoce di quel cervello nemmeno per un istante aveva dubitato, che la durata della repubblica fosse tanto impossibile quanto il ritorno dei Borboni. Egli era padrone dello stato prima di conoscerlo; e con l'occhio del genio intuì ciò che più urgentemente era necessario alla vita sociale in brandelli. Dichiara: «io non appartengo a nessun partito, io appartengo alla Francia; chi ama la Francia e ubbidisce al governo è del mio partito»; e in questo modo si assicura l'appoggio di tutti coloro che tremavano alla tirannide dei partiti. Egli abroga le leggi crudeli contro gli ecclesiastici e gli emigrati, ma mantiene l'alienazione già compiuta dei beni dello stato, delle chiese e della nobiltà; e in tal modo non solo rassicura i borsisti che avevano dato mano alla preparazione del complotto del 18 brumaio, ma anche i centomila che temevano della malsicurezza del nuovo possesso.
Così la furia dei partiti era, pel momento, contenuta dal nuovo dominatore, e la conversione di tutti i diritti di proprietà era legalmente ratificata. Ma Napoleone menò a compimento anche un'altra grande opera politica, alla quale ha collaborato tutta intera la storia di Francia: mercé sua, la rigida unità statale della nazione fu un fatto compiuto. Il tedesco guarda con antipatia una nazione, per la quale il nome di provincia suona, su per giù, sinonimo di stupidità e limitatezza. Noi osserviamo il carattere proprio di Parigi, la quale, nella sua mobilità turbinosa, pure per cinquecento anni si è serbata così portentosamente fedele a sé stessa; la città che nel medioevo era già un giardino di amore e l'albergo di tutti i dolci peccati e, ciò non ostante, era nello stesso tempo la lizza di tutte le grandi idee scotitrici del mondo; cotesta eterna vicenda di magnanimità e di sfrenata cupidigia, cotesta vita d'infaticabile lavoro e di godimento infaticabile, che pure non ha mai conosciuto la benedizione ricreatrice del lavoro, la libertà tranquilla e la contentezza; e scotiamo il capo domandando a noi stessi, se è vero che solamente un grande popolo ha potuto tollerare la dittatura di una città siffatta. Ben di rado noi apprezziamo, al giusto valore, di quali inestimabili benefizi la Francia è debitrice al dominio della sua capitale: la forza gagliardamente aggressiva dello stato, la fusione di tante stirpi di diversa natura in una nazione coniata recisamente nel suo peculiare carattere. Anche il tedesco, quando passa tra i filari di tombe del Père-Lachaise, non può pensare senza emozione quale considerevole rigoglio di forza umana ha operato qui, nella più splendida città del mondo. E con che veemenza nel cuore del francese deve far impeto l'orgoglio, sia l'orgoglio nobile o il comune, in cotesta culla delle più svariate forme di vita, dove ogni attitudine, ogni pensiero, ogni riputazione trova una grande scena, visibile dai punti più lontani! con che potenza cotesto foco centrale della vita della nazione ha sviluppato il dono particolare concesso al francese dal Creatore, il dono di far valere presto e stupendamente i meriti anche più umili! Insomma, l'enorme maggioranza dei francesi non è punto di opinione, che la magnificenza di Parigi sia scontata troppo cara dall'impoverimento spirituale delle provincie. E quando un popolo grande e geniale mantiene salda una tale persuasione attraverso tutte le vicende della sorte, allo straniero non è lecito sindacarvi su. Giova invece confessare modestamente, che in questo caso ci troviamo davanti a uno svolgimento particolare della vita sociale, che è sostanzialmente diverso dal nostro, e che in seguito potrà forse essere moderato dalla forza umana, ma cambiato non più. La Francia ricorda con orgoglio la lotta dei suoi re contro i feudatari, e quel gran cardinale che si gloriava di aver compiuto il livellamento del suolo francese.
Questo impulso all'unità assoluta dello stato si manifestò imperiosamente, non appena la rivoluzione svelò le più segrete inclinazioni del popolo. «Purtroppo», gridò sdegnosamente Mirabeau, «noi non siamo ancora una nazione, ma un mucchio di provincie raccozzate sotto un capoluogo». La notte del quattro agosto non furono sacrificate soltanto le prerogative degli alti stati, ma anche i privilegi delle provincie. Perfino ai nomi delle provincie tradizionalmente le più celebrate toccò la sorte di sparire; l'intero paese fu spartito nell'uniformità dei dipartimenti. Così la licenza indisciplinata dell'epoca condusse a un'apparente contraddizione. La Costituente stabilì che tutti i comuni e i distretti avessero magistrati liberamente eletti e indipendenti, e per alcuni anni di anarchia lo stato parve costituito di più migliaia di staterelli indipendenti. Ma, in questo stesso tempo, proprio la volontà della capitale decise la sorte del paese; e all'appello di Danton, invocante un energico governo nazionale, la Convenzione intraprese senza indugio la guerra di annientamento contro le provincie. Fu proclamata la repubblica una e indivisibile, l'esempio della grande confederazione germanica fu espressamente respinto. Dopo le lotte sanguinose della Vandea, di Lione e di Tolone, il paese fu completamente assoggettato all'esclusiva potenza del governo centrale. Così la massima, che l'autonomia amministrativa delle provincie si concilia con l'autorità dello stato, parve alla maggioranza dei francesi altrettanto inconcepibile, quanto al contrario parve ai tedeschi la verità, che il libero diritto delle parti trovi le sue giuste limitazioni nell'interesse del tutto. La boria municipale e provinciale si riscosse ancora di quando in quando, in convulsioni repentine, come nel 1815, allorché fu fatta agli alleati istanza di elevare Lione a città libera. Gli eventi hanno dimostrato che questi desiderii non hanno forza vitale. «Le località non sono e non possono essere», ha scritto in due parole il signor Dupont-White, ed ha espresso l'opinione nazionale predominante.
Sotto l'antico regime il volere del re e dei suoi trenta intendenti era attuato con un'opera assidua di usurpazione; giacché attraverso le mille vie della forza e dell'astuzia e dell'influenza, non si faceva che eludere o minare i diritti delle signorie feudali, dei consigli municipali, delle magistrature ereditarie. Un governo altrettanto tumultuario aveva esercitato la Convenzione per mezzo dei suoi commissari e del dispotismo demagogico dei clubs. Solo Napoleone I seppe trovare la forma proporzionata all'accentramento del potere, la forma ben ordinata, che nella sostanza, purtroppo, ancora perdura: tanto i bisogni e le mire di questo popolo non possono radicalmente mutarsi. Subito dopo l'istituzione del Consolato, egli mandò in tutte le divisioni militari i suoi delegati con pieni poteri a sorvegliare e deporre gl'impiegati. Poi la legge del 28 piovoso dell'anno VIII fondò la gerarchia delle nuove magistrature francesi. A capo di ogni distretto amministrativo è un funzionario, il quale, secondo la parola di Napoleone, è nel suo distretto un piccolo primo console: tutti i prefetti, sottoprefetti e sindaci sono nominati dal capo dello stato o dai suoi organi. Furono ripristinati i comuni, che la Convenzione aveva aboliti, ma furono sottoposti incondizionatamente ai funzionari del governo. In mezzo a questa rete siede, come un gran ragno, il consiglio di stato, e attira a sé le forze più fattive della burocrazia e completa con fili sempre nuovi la trama della potenza monarchica. Il sovrano sa bene scegliere con occhio sicuro gli specialisti (les specialités) per le sezioni del consiglio di stato, vale a dire gli uomini docili, senza umori partigiani, che accoppiano la cultura del tempo antico con la laboriosità del nuovo. Ai consiglieri sono aggiunti 350 uditori, i quali sono destinati ad appropriarsi tutto ciò che risponde allo spirito di questa burocrazia e ad impiegarlo poi a suo tempo nell'amministrazione dipartimentale. L'intero sistema era rispondente, conforme, pratico, ordinato sommariamente sul principio della divisione del lavoro, abbastanza attivo per ristabilire in sei mesi l'ordine nello stato sconvolto; ma era anche dispendioso, privo d'intelligenza e sempre più dispotico. Questo ordinamento amministrativo è la costituzione odierna della Francia. In questo consiste il «capitale di autorità» che, come oggi i napoleonidi hanno ben ragione di affermare, l'imperatore ha lasciato in eredità a tutti i governi avvenire della Francia. In uno stato siffatto ogni sovrano poteva ben ripetere fedelmente il detto dell'imperatore: «coi miei prefetti, i miei gendarmi e i miei preti, io farò sempre ciò che mi pare».
In virtù di codesto accentramento amministrativo, che naturalmente aveva elaborato nella propria organizzazione il diritto amministrativo più tecnicamente perfetto del mondo, l'unità della Francia era effettuata e avviata a successivi sviluppi radicali, e il vertice del sistema non poteva essere che monarchico. I corifei della giovine Germania tempo addietro solevano buttarci in viso, come uno sprezzante rimprovero, che l'ardimentoso francese fosse un repubblicano nato e il docile tedesco un monarchico nato. Oggidì, invece, le persone intelligenti tengono per fermo, che solo la passione e il pregiudizio fondato su astrazioni possono negare l'istinto affatto monarchico del popolo francese. Solamente la lingua francese conosce l'espressione «souveraineté», e un francese, Bodin, ha pel primo spiegato scientificamente cotesto concetto. Per lo spazio di secoli, mentre il potere regio si rinforza e lotta pel dominio assoluto, i giuristi della corona difendono la maestà dell'idea di stato personificata nel modo più potente nella monarchia. Essi risuscitano le idee politiche dell'impero romano, e non si rifanno mai abbastanza ai proverbi che esprimono l'unità, l'immortalità, l'esistenza assolutamente politica del monarca giganteggiante a spese del diritto privato. Questi pionieri della monarchia hanno trovato panegiristi convinti in Thierry, Mignet e nella gran maggioranza degli storiografi francesi, e recentemente passionati sostenitori in Tocqueville e nei seguaci in Francia della scuola dei pubblicisti inglesi. Il tedesco può rinvenire ben pochi motivi di ammirazione nella violenta politica dell'assolutismo, ma pure deve riconoscere che era una dura necessità. La rivoluzione non riuscì punto a sradicare queste tradizioni monarchiche. Nel 1789 il popolo non mostrò in nessun luogo la più indispensabile delle virtù repubblicane, ossia la seria e decisa volontà di assumersi come un ambito onore il duro dovere di amministrarsi da sé. Si domandava solo, che l'elezione dei magistrati pubblici fosse commessa di diritto ai cittadini; e quando questo desiderio anarchico condusse alle più inevitabili ripercussioni, si trovarono nuovamente una di fronte all'altra, come già sotto l'antico regime, due grandi classi: la classe governante, e la grande maggioranza di quelli che guardano al governo solo con occhio critico.
Nel carattere pieno di contraddizioni di questo grande popolo fin dal tempo antico si riscontra accanto a una forma magnanima di amor di patria, che nei giorni del pericolo sale fino all'eroismo, un'avversione decisa al sacrifizio quotidiano inerente al compimento del dovere da parte del libero cittadino; accanto a una forte passione politica il senso poco o nulla sviluppato dell'ordine e del diritto dei singoli. Napoleone III fin da quando era un pretendente si accorse, che proprio sopra codesti difetti si sosteneva, dura e senza discrezione, la monarchia burocratica. Con altrettanta necessità l'accentramento richiamava la monarchia. Solamente una cieca illusione poteva indurre gli oratori della Costituente, per esempio un Thouret, alla fiduciosa affermazione, che sull'accentramento riposava la solidità e la costanza dello sviluppo politico. Piuttosto, invece, la cospirazione di tutte le forze vive della nazione concentrate a Parigi offriva a quella minoranza la possibilità d'impadronirsi di tutto lo stato con un colpo di mano audace. Soltanto una energica potestà monarchica era scudo contro un tale enorme pericolo. E così il primo console poté avere sulle labbra, almeno per un altro po' di tempo, le frasi repubblicane e celebrare con lutto solenne la morte di Washington, a cui era toccato di combattere per gli stessi beni che i soldati di Bonaparte: ma fin dal 18 brumaio la Francia aveva un padrone. Un trattato della repubblica dell'anno 1801 già parla di sudditi del primo console: la fondazione dell'impero legittimò alla fine anche il nome di quel regime, che per la Francia era una necessità, e che solo nella vertigine delle passioni era stato possibile abbandonare.
Se non che il ripristinamento della monarchia non era affatto una restaurazione dell'antico reggimento. Napoleone capì, che con un semplice ritorno al passato egli si sarebbe bandito da sé. Sapeva quale strappo potente il 1789 aveva aperto nella storia della Francia, e seguì animosamente il pregiudizio nazionale, che cotesto popolo avesse insegnata al mondo la libertà e iniziata un'êra affatto nuova. Riconosce la sovranità popolare, deriva il proprio potere dal diritto del suffragio universale: le vieux système est à bout. Lusinga quindi le inclinazioni democratiche del tempo e accresce smisuratamente il pieno potere della propria corona. L'eletto della nazione possiede una potenza illimitata, indefinita, quale non appartiene in alcun modo a un legittimo re dei nostri giorni. Qualunque altro potere dello stato scompare davanti al suo, che riposa sulla fiducia di milioni di cittadini. Egli solo è il rappresentante della nazione: alla imperiale consorte proibisce di parlare dei rappresentanti del popolo come corpo legislativo. L'intima parentela della democrazia con la tirannide non si è mai rivelata con maggiore evidenza di fatto. «La natura della democrazia è di personificarsi in un uomo», disse il nipote: parola di una terribile verità in una nazione accentrata.
Precisamente col sovrano divenuto tale per le sue virtù si era realizzata a pieno l'idea madre della democrazia francese; l'idea dell'eguaglianza. La égalité, quantunque accolta fin dal 1793 tra le più attraenti grandi parole dei diritti dell'uomo, si era poi affermata come la più vitale delle acquisizioni rivoluzionarie. Se vogliamo apprezzare corrispondentemente il fanatismo di eguaglianza della nuova Francia, dobbiamo ricordarci dell'odio atroce che in quel paese fin dai tempi antichi separava gli stati. Ognuna delle classi più alte guardava le più basse con un disprezzo senza limiti. L'antico nome del quarto stato, dei vilains, è ancora oggi un'ingiuria. La nobiltà, come Napoleone III dice incisivamente, traduceva la generosa parola noblesse oblige nell'altra noblesse exempte. Mentre nel secolo decimottavo il benessere e la cultura del terzo stato era in poderoso aumento e la dottrina dei diritti illimitati dell'uomo trovava numerosi apostoli ispirati, le barriere giuridiche tra l'uno e l'altro stato erano alzate anche più alte che nel medioevo. La maggioranza dei francesi era legata alla professione dei loro padri, la parte più grave dei pesi pubblici era sostenuta dal quarto stato travagliatissimo. Perfino durante la rivoluzione apparvero fogli volanti, sui quali l'aristocrazia con cinica franchezza bandiva principii come questi: «La società può ridurre schiavi gli uomini, quando ne ridonda vantaggio ad alcuni dei suoi membri. La legge rispetto a una classe di cittadini deve tollerare le violenze e i misfatti, che rispetto a un'altra punisce severamente». Siffatte massime bastano a spiegare la guerra di distruzione contro gli stati più alti, che occupò gli anni della rivoluzione. Disgraziatamente nella vita francese, come apparve manifesto, non sopravvisse nulla della schiettezza e semplicità democratica. Si sparsero anzi nel mondo le teorie dell'onore cavalleresco e della galanteria, le stesse, purtroppo, dei tempi della cavalleria; e la nazione ha serbato fino al presente cotesto carattere cavalleresco, con tutto il suo eroismo e con tutta la sua vanità. Nel caso speciale, la sentenza di Machiavelli, che il cittadino può farsi grande solamente nella pratica degli affari dello stato, si comprende, ma nel senso più esoso. L'ambizione e l'egoismo premevano la corona da tutte le parti, domandando impieghi, titoli, benefizi. Guardare allo stato con occhio cupido divenne un'abitudine. E quando un tal popolo leva il grido di eguaglianza, si comprende in tutto il suo vigore la dura parola del poeta:
Le rêve d'envieux, qu'on nomme égalité!
Varie ragioni spinsero Napoleone I a realizzare compiutamente quel sogno dell'invidia che si chiama eguaglianza. Il borghese arrivato vedeva necessariamente negli stati privilegiati del tempo antico i suoi nemici irreconciliabili. Nei momenti di debolezza si sentiva piacevolmente lusingato, quando un cortigiano gli parlava dell'antichissima nobiltà della casa Bonaparte. Nei giorni del suo più alto orgoglio attirò a disegno alla sua corte i gentiluomini delle antiche stirpi; di più, egli con le nozze austriache si sforzò di dare alla sua recente corona il lustro dell'antico legittimismo. Ciò non ostante, in tutti i momenti di difficoltà egli ritornò alla chiara conoscenza di sé stesso: «per me esiste una nobiltà solo nei sobborghi, un volgo solo nella nobiltà». Per altro, della necessità dell'eguaglianza dei cittadini egli era sinceramente persuaso quanto forse un neolatino. Sentiva di parlare dall'intimità dell'animo alla propria nazione, quando nella costituzione dichiarava vano ogni tentativo di ripristinare il feudalismo. Opinava di aver animato anche gli altri popoli allo stesso fervore di eguaglianza. Nelle lettere ai principi vassalli inculcava instancabilmente l'idea di rimovere «coteste futili e risibili differenze di stato». I popoli della Germania, dice una lettera a Girolamo del novembre 1807, non nutrono desiderio più vivo, se non quello che anche il non nobile abbia adito a tutti gl'impieghi, e che scompaia ogni forma di schiavitù e ogni potere intermedio tra le popolazioni e i principi. Egli chiama costituzionale uno stato che mena a termine questa riforma: con questo mezzo la Westfalia avrà una preponderanza naturale sulla Prussia dispotica. Il suo occhio acuto riconosce nella completa distruzione delle distinzioni di casta la leva più potente del dispotismo. E dire, che ancora oggigiorno gli uomini del rigido bonapartismo tradizionale non vogliono vedere nel movimento dell'89 se non un puro fatto sociale: l'abolizione delle caste feudali.
L'eguaglianza che Napoleone effettuava, era l'eguaglianza dei cinesi al cospetto del Figlio del Cielo. Egli aveva trovato, come si esprime il nipote, la société en poussière; e l'imperatore si accinse a «riorganare la società, ad assegnare a ciascuno il suo posto, a irreggimentare il popolo intero», a collocare al luogo degli antichi stati «la gerarchia dei meriti riconosciuti dallo stato». L'appagamento incondizionato dell'ambizione comune diventa la molla del nuovo stato. D'ora in poi la libertà non consiste nel diritto che ha ciascuno di perfezionare spontaneamente sé stesso, ma nella gara sfrenata e senza limiti di tutti i cittadini a prendere i posti assegnati dal potere dello stato. Tutta quanta la nazione si accalca in tal modo in una vana caccia agli onori esteriori: il ragazzo, che ostenta superbamente la croce di latta dal nastro tricolore, il prix de sagesse; l'adulto, che ghermisce la stella dal nastro rosso. L'imperatore diede a divedere con parole indimenticabili quale meschina opinione avesse del suo popolo. «Non è vero», disse al consiglio di stato, «che i francesi amano la libertà e l'eguaglianza. Al popolo tutto è indifferente; bisogna dargli la direzione. Gli uomini si guidano con dei balocchi». E balocchi da fanciulli erano anche i titoli della nobiltà bonapartista. A torto l'istituzione di cotesta nuova nobiltà è stata rimproverata all'imperatore come una diffalta ai suoi propri principii. Una nobiltà di tal fatta, non legata alla nazione né da grandi tradizioni storiche né da un potente interesse all'autonomia, non poteva mai in alcun modo riuscire pericolosa all'assolutismo livellatore: era semplicemente un mezzo di più per ridurre la comune ambizione al servizio di cotesta monarchia. Anche il famoso decreto del 1810, che permetteva l'istituzione dei maiorascati senza titoli di nobiltà, non cade in contraddizione con l'idea di eguaglianza quale è intesa dal bonapartismo. Se quella mostruosa legge fosse stata applicata, senza dubbio una gran parte del suolo sarebbe stata sottratta al libero scambio; ma a ogni francese era data facoltà di acquistare l'università di beni appartenenti a un maggiorasco, e la dipendenza della proprietà fondiaria rendeva tanto più completo l'eguale assoggettamento della nazione ai poteri dello stato.
Come l'unità dello stato, così pure l'onnipotenza statale menata a compimento da Napoleone era in tutto fondata sulla storia del paese. In tutte le epoche creatrici la legislazione francese mostra il tanto celebrato caractère d'abondance inspirée. Perciò in Francia lo stato non trova la sua prosperità nell'attività privata di uomini liberi, ma nell'ammasso potente di tutte le forze del popolo cospiranti insieme nei colpi poderosi all'estero e nelle grandi intraprese all'interno. Già Enrico III dichiara che il diritto al lavoro è una concessione della corona, e da Colbert in poi l'economia è assoggettata a un indirizzo imperiosamente imposto dallo stato. Non a caso, quindi, in Francia molti cervelli elevati riuscirono a quella dottrina del comunismo, che in Germania e in Inghilterra ha a stento suscitato proseliti tra spiriti di poveri diavoli. S'intende, quindi, come quelle utopie siano una forma più avanzata e ardimentosa dell'iniziativa dello stato già predominante da gran tempo, laddove presso noi Germani offendono crudamente tutte le consuetudini statali e sociali.
La Francia ha sacrificato beni inestimabili all'onnipotenza dello stato, e, principalmente, il libero sviluppo della religione e, insieme, di tutta la vita dello spirito. Si tenta di cercare nel genio nazionale la spiegazione della fedeltà serbata dai francesi al cattolicismo. Si dice, che l'indole superficiale del popolo, non dotato di intelligenza speciale per le intime e profonde lotte scientifiche del protestantismo, e la serena sensualità innamorata di bellezza dei paesi meridionali, abbiano avuto un sopravvento decisivo a spese dell'acuto intelletto critico. In verità la vittoria della chiesa cattolica fu determinata da ragioni politiche. C'era un senso profondo, un'inconscia ironia nel nome les religionnaires o ceux de la religion, che si dava agli ugonotti: la fede era il più alto dei beni solamente per loro, per gli affiliati alla loro setta, non era affatto tale anche per gli avversari. La nazione era abituata ad una uniformità di cultura, a una stretta identità del costume, che appunto si poteva benissimo qualificare come un cattolicismo sociale: a nessuno, dunque, permetteva di prevaricare dalla media dei sentimenti della maggioranza. La corona temé nell'anarchia religiosa anche l'anarchia politica; l'istinto delle moltitudini avvisò con terrore nella scissione della fede la rovina della più gagliarda potenza unitaria dello stato; la gelosia di dominio della capitale, cattolica per tradizione, lottò contro le idee castali, separatiste, delle antiche casate feudali voltesi all'evangelismo nelle provincie. La sapienza di Enrico IV accordò in fine al paese rifinito dalle lotte di tre generazioni una libertà religiosa sufficientemente sicura, che fu inizio di un periodo fecondo, sul quale in verità posarono le basi del potente rigoglio della cultura francese, del secolo di Luigi XIV. Eppure lo stesso re, che elevò la corona al fastigio della potenza, osò, insieme, di perpetrare la più atroce e, quanto agli effetti, la più incancellabile violenza della nuova storia francese: bandì gli ugonotti, e la maggioranza della nazione gli fu di fedele aiuto nel vessare l'infelice «Chiesa del deserto». Da allora la vita spirituale mostra quell'instabile ondeggiamento tra la grossolana credulità alla dottrina ortodossa e l'oltraggiosa frivolezza, che urta così sgarbatamente la nostra anima tedesca: la tradizionale bigotteria celta e lo spirito di sfrontato motteggio si accompagnano grossolanamente, talvolta strettamente congiunti nell'anima di uno stesso uomo; la libertà di pensiero appare scioltezza di spirito dissoluto, forza rivoluzionaria. Ma la potenza dello stato aveva ricevuto un nuovo lievito per la crescita; la fede unica rispondeva all'unico re e all'unica legge. Il protestantismo era incomprensibile tanto a un Voltaire che a un Bossuet, era disprezzato come non francese tanto dai credenti che dagl'irrisori, e la chiesa sola dominatrice era schiava dello stato.
Durante la rivoluzione l'attività dello stato va poi vagando nell'indeterminato. La Convenzione arrischia l'insensato esperimento del comunismo pratico, s'impegola nella proposta di Billaud di «ricreare» il popolo francese. Subito dopo l'istituzione del Consolato, Napoleone, appunto seguendo il genio di queste antiche tradizioni francesi, dichiara che è suo proposito «creare lo spirito pubblico». Proclama sé stesso il genio tutelare della Francia, al cui apparire la società anelante ha gridato: le voilà! Imperatore, egli in brevi e secche parole si vanta di aver la gloria e l'onore di «essere la Francia». Tutte le manifestazioni della vita del popolo vengono sottomesse a un'assidua e infaticabile tutela. L'attività gigantesca del monarca abbraccia le cose più grandi come le più piccole, l'edifizio del nuovo ordine giuridico come il prezzo dei posti all'Opera. Ogni dipartimento deve all'imperatore importanti miglioramenti locali; sotto l'impero la mestola non può restare un minuto. Come sotto l'antico regime una massima favorita diceva: la gendarmerie c'est l'ordre; ora sotto il bonapartismo dice: la polizia, provvidenza dei liberi cittadini e terrore dei perturbatori. Questa potenza dello stato che tutto in sé abbraccia, ristà davanti a una sola barriera. L'imperatore sa, che la proprietà è più forte di lui e del suo esercito; perciò in testa alla nuova costituzione egli dichiara: «essa è fondata sui sacri diritti di proprietà, di eguaglianza e di libertà»: che è una serie molto significativa. Del resto l'attività esagerata dello stato è rimasta la malattia ereditaria della Francia sotto tutti i regimi, e una gran parte dei francesi esalta come un titolo di superiorità cotesta provvidente onnipotenza dello stato, e con ragioni, che un tedesco intende a mala pena. Sogliono affermare, che nei popoli individualisti lo stato si contenta di inibire il torto, laddove nei popoli accentratori esso si propone un più nobile scopo: qui intende egli stesso di creare il bene e la grandezza, qui sorge ogni iniziativa che accresce la gloria della nazione, dai principii del diritto alle istituzioni statali. «In questo paese dell'accentramento», ha detto molto giustamente Napoleone III, «l'opinione pubblica imputa tutto senza eccezione, il bene come il male, al capo del governo».
La riforma giudiziaria è connessa all'accentramento dell'amministrazione. Durante la Rivoluzione i tribunali erano fondati sulla sabbia del voto popolare. La monarchia restituisce loro la stabilità e l'inamovibilità: essa nomina i magistrati, e alla corte di cassazione istituita dalla rivoluzione subordina un appropriato sistema subalterno di corti di appello e di tribunali di prima istanza. La codificazione generale, tentata dalla Convenzione, fu magnificamente compiuta, e fu effettuata l'unità ed eguaglianza di diritto di tutte le classi e di tutte le provincie. Portalis e Tronchet, insigni romanisti e conoscitori esperti del diritto delle coutumes, lavorarono insieme al diritto comune del paese. Il nuovo codice risponde a tutte le tendenze delle popolazioni e, insieme del dispotismo, giacché tra lo stato e i singoli non riconosce alcun potere autonomo: la sua logica, sommaria semplicità esige e favorisce nel popolo la chiarezza dei concetti giuridici del diritto privato. Rimase, come concessione alle idee della Rivoluzione, l'istituto dei giurati; ma la grande influenza dei prefetti nella formazione delle liste, l'autorità prevalente dei presidenti delle corti e, sopra tutto, la prerogativa dell'accusa riservata al pubblico ministero, infusero lo spirito burocratico anche nella procedura penale. Né è meglio assicurata, secondo il nuovo ordinamento giudiziario, l'indipendenza dei giudici. L'impero riapplicò in gran parte le spietate punizioni dell'antico regime.
Agli stessi critêri s'ispirò Napoleone in materia di finanze. La rivoluzione aveva abolito tutte le esenzioni e stabilito un nuovo sistema d'imposte dirette. La Convenzione aveva, sul disegno di Roederer, rimosso il variopinto guazzabuglio delle antiche tariffe doganali e avviato lo stato all'unità della politica commerciale, ma, per soddisfare le passioni del popolo, vale a dire, come è notorio, delle popolazioni urbane, aveva abolito tutti gli altri tributi indiretti. Napoleone spiega tutta la potenza del suo genio matematico in cotesto suo campo favorito. E anche qui sa scovare i suoi uomini, i tecnici di prim'ordine, i Mollien e i Gaudin. Con loro mette l'ordine nel caos dell'economia nazionale, introduce l'opportuno sistema di gestione commerciale, e alla contabilità generale dà una chiave potente nella corte dei conti. L'istituzione dei ricevitori, obbligati a sottoscrivere le cedole sull'importo delle contribuzioni scadute, assicura alle casse immediate dello stato l'afflusso regolare. L'imposta autonoma comunale è rimossa di un colpo, e l'amministrazione burocratica è effettuata con tale seguenza, che il ministro delle finanze non è nemmeno circondato da un consiglio tecnico. La monarchia dà alle imposte dirette una base sicura nel catasto: e come complemento aggiunge la varietà saggiamente calcolata delle contribuzioni indirette. Il principio dell'eguaglianza è in tal modo pienamente realizzato, il potere tributario del paese è messo in valore da innumerevoli punti, e l'economia nazionale è conformata agli scopi belligeri del sovrano; perché l'imperatore sa, che in tempi di guerra soltanto le imposte dirette possono prelevarsi con successo, e formula pubblicamente il principio, che l'imposta non ha limiti e trova la sua misura solamente nei bisogni del governo. Il primo console diede alla borsa un nuovo centro: Perregaux e altri banchieri devoti fondarono la banca di Francia. La quale fu anch'essa via via sviluppata in senso sempre più burocratico: più tardi un governatore nominato dall'imperatore soppiantò la commissione che la dirigeva. L'unità di peso e di misura, preparata dalla Convenzione, fu condotta a termine sotto il Consolato.
Di pari con la giustizia e le finanze anche l'esercito francese ha battuto finora la via tracciata da Napoleone. «Onore, gloria e ricchezza», aveva promesso il generale Bonaparte all'armata d'Italia; e da allora fissò gli scopi che stanno sempre davanti agli occhi degli ufficiali dell'esercito francese. Il monarca mantiene la coscrizione, che era stata opera di Jourdan e del direttorio; ma si guarda bene di applicare al servizio militare l'idea dell'eguaglianza. L'usurpatore deve risparmiare l'egoismo delle classi possidenti: un popolo in armi è una minaccia per un despota: egli non sa risolversi ad una levée en masse nemmeno tra le urgenze della campagna invernale del 1814. Ciò non ostante, ogni soldato porta nello zaino il bastone di maresciallo, e la libera gara di emulazione forma l'orgoglio dell'esercito. Perfino i Borboni doverono riconoscere questo principio nella legge del 1817. È palmare quanto vantaggio ne sia venuto all'efficienza bellica dell'armata, ma anche quanto ne siano state eccitate e fomentate, insieme con lo spirito da lanzichenecchi cresciuto nelle guerre della Rivoluzione, la morbosa ambizione, la voglia erratica di conquista, la sommissione cieca al dominatore. Farebbe assai bene la nostra democrazia, se considerasse un poco anche il rovescio di cotesto sistema del libero avanzamento, troppo e senza misura levato al cielo. La libertà popolare e il tranquillo sviluppo politico riescono con maggior sicurezza alla regola di Scharnhorst, che il diritto alle spalline sia conferito, in pace, dalla cultura scientifica e, in guerra, dal contegno segnalato davanti al nemico; beninteso, quando cotesta regola sia integralmente e imparzialmente applicata. L'istituzione dei tribunali militari, già del pari opera del Direttorio, rimase in vigore sotto l'impero. In tal modo il soldato è tolto agli ordinamenti della vita civile e dato, come un tronco senza volontà, nelle mani del comandante. Un sistema scaltramente immaginato di ricompense e di adulazioni, e la formazione di una guardia scelta con particolare favore (vetusto contrassegno di tutti gli stati militari), fanno il resto, per fortificare nell'esercito lo spirito di corpo.
È chiaro, che il congegno potente di questo sistema è l'argano del più intelligente, del più orgoglioso, del più consequente assolutismo, che la storia moderna conosca. Cotesto edifizio statale è fondato sulle cattive passioni, sulle passioni basse degli uomini. Secondo la natura di ogni dispotismo, anche questo si regge sull'ambizione comune, così vicina al cupo delirio, sulla cupidigia, sulla vanità e, non ultima, sulla paura. Il dominatore intravvide con occhio acuto il bisogno servile di tranquillità e di sicurezza, che dominava gli sgomentoni delle classi possidenti. Subito dopo il 18 brumaio rappresenta il grande spettacolo col fido granatiere Thomé. Il bravo, che ha salvato il primo console dalla pretesa minaccia di vita fatta dal preteso pugnale sguainato dal rappresentante del popolo, viene coperto di onori e presentato teatralmente all'entusiasmo del pubblico. Ne segue la lunga filza dei processi politici. Giorno per giorno il buon borghese deve convincersi che la sicurezza della società pesa sulle spalle di un uomo solo, e pensare quali gravi pericoli circondano quell'uno. Ciò che ancora sopravvive dell'idealismo politico è soffocato dal delirio di sensualità, che l'autocrata fomenta dal fondo. L'azzardo e il lotto, la voluttà e la lascivia da per tutto devono distogliere dal dominio politico la passione di Parigi, calda tuttora di sangue. Le poche veramente immorali tra le sue poesie, Béranger le ha scritte sotto l'impero. Più tardi confessò, che in quei così fatti giorni del dispotismo il veleno dell'immoralità pareva penetrare tutti i pori della società. Una etichetta bizantina con una filza innumerevole di gradi misurava il respiro alla vanità dei parigini, e dai palazzi dei nuovi principi e re della borsa, dei marescialli e degli alti funzionarii capetingiamente montati, traboccava sul paese un lusso petulante e senza gusto, una goffa burbanza denarosa, una brutale lussuria. A cotesta corte di avventurieri ubbriachi di vittoria e di lanzichenecchi incolti rimase affatto estraneo quel fascino gentile di grazia leggera e di squisito godimento estetico, quell'amabile frivolezza celta ebbra di cose belle, che in altri tempi avevano tanto potuto alla corte di Francesco I e nei migliori giorni di Luigi XIV. E non solo il senso politico della libertà e la purezza morale vanno intristendo, ma perfino il talento particolare e il carattere personale sembrano tramontare sotto quell'ordinamento burocratico livellatore, con in cima un genio che opprime ogni altro spirito. Noi cerchiamo d'intendere l'animo di coloro che furono i cooperatori del genio, e rimaniamo atterriti nel vedere come sono nudi, come son miseri, come ogni giorno si rivelano grossolani quegli spiriti, con tutto il loro orgoglio, con tutta la loro celebrità, con tutta la loro virtuosità tecnica, e come corse vana la loro esistenza in quei giorni così pieni di avvenimenti mondiali. Tra loro appena una decina possono con piena verità chiamarsi persone, uomini a sé e per sé. Il rimanente di questi abili esecutori si scambiano facilmente tra loro, si distinguono appena per un maggiore o minor grado di alterigia, di attività ed efficacia, di devozione al padrone, di talento nelle specialità tecniche. Si confrontino le figure dei marescialli napoleonici, non dico con gli eroi della nostra guerra d'indipendenza, ma semplicemente coi capitani e uomini di stato di Federico il Grande o di Luigi XIV, che pure doverono piegarsi anch'essi davanti a un potente autocrata. Ebbene, per un Turenne, per un Podewils o per un Ferdinando di Braunschweig, non ci sarebbe stato posto nell'impero di Napoleone.
Nei momenti lucidi, l'imperatore ha riconosciuto la debolezza del regime violento e convenuto, che chi opprime le idee lavora alla propria perdita. Effettivamente il suo governo si risolveva in una lotta incessante contro ogni movimento di libertà dello spirito. Alcuni dotti specialisti devono alla spedizione di Egitto un acquisto di tesori alla loro scienza. Laplace poté scoprire sotto l'impero le leggi della meccanica celeste. Le scienze esatte ebbero incremento dal politecnico, creato dalla rivoluzione, che mercé i grandi matematici derivò proprio dal trono la propria importanza. Ma gli storici, il cui bisogno immediato è la libertà e la cui prima condizione è la fortezza del carattere, sono diseredati; a loro deve bastare, che l'imperatore permetta a Lediard la traduzione della storia di Marlborough. L'arte rifugge dagli stati manovali. Gli edifizi eretti dall'imperatore, massicci, pretensiosi, ma senza grazia e nobiltà, ricordano le costruzioni del cadente impero romano. Perfino sotto l'imbronciata signoria di Cromwell poté fiorire un Milton: invece a capo della poesia dell'impero è l'eroe della chiarezza corretta, della nuda prosa, Fontanes. Ciò che forse, come fa la schietta poesia, attira l'anima in un lontano albeggiamento, ogni cosa profonda, infervorante, anelante, scade in vaga ideologia nell'espressione assegnata di quest'arte cortigiana, tutta regole ed etichetta. Mentre in Germania la giovine poesia romantica arrischia i suoi voli ardimentosi, nell'impero francese vige soltanto quella tradizionale soggezione letteraria, che si fa devotamente misurare dall'accademia la lunghezza delle composizioni, e ammira doverosamente l'orribile seccaggine di Boileau. Perciò madama di Staël vive in esilio, e lo stesso Chateaubriand all'ultimo non può più respirare l'aria del dispotismo, mentre i poeti di corte fanno a gara coi senatori e coi consiglieri di Stato a chi riesce meglio a ruere in servitium, a chi con più banali piaggiamenti sa dire, che è tempo di éterniser l'ère de la gloire. Un solo artista, veramente significativo, impregna la propria opera con lo spirito del primo impero: qualche cosa della pretensiosa gloria della grande armata echeggia nell'armonia sonora di Spontini, rullante come tamburi.
Come il consiglio di stato è il centro organico dell'amministrazione, l'università è dell'istruzione. Non si poteva fondare nessuna scuola dell'impero senza l'approvazione del corpo universitario: di là vengono tutti gl'insegnanti dei licei. Lo stesso programma in ogni liceo, gli stessi libri in ogni biblioteca, la stessa uniforme per gli allievi: a proposito della quale, Napoleone III in modo assai toccante spiegò, che naturalmente solo così i ragazzi più poveri potevano non sentirsi umiliati dal loro modesto vestito. L'istruzione elementare è affatto trascurata: la scuola obbligatoria, che nemmeno la selvaggia energia della Convenzione era riuscita a tirare avanti, non è condotta in porto; e il compito principale dell'insegnamento religioso nelle scuole popolari si restringe a questo, d'inculcare l'ubbidienza all'imperatore come all'immagine di Dio sulla terra. Presso che soffocata la stampa da una compressione, che solo in altri tempi era stata sorpassata, sotto il regno del terrore; ogni associazione di più di venti persone fatta dipendere dal beneplacito della polizia; soppressa la libertà personale da quella legge feroce, che permetteva all'autorità l'arresto arbitrario in nome del bene pubblico senza allegazione di altri motivi; l'ampio impero vigilato da migliaia di spie segrete fino là, sulle Alpi, sulle strade deserte del San Bernardo. Anche nel commercio la famosa eguaglianza finì col rivelarsi come eguaglianza di sopraffazione a tutti, perché il sistema continentale condotto sempre più rigidamente rovinò dalle radici la libertà del traffico.
Il carattere del bonapartismo si manifesta forse nel modo più chiaro nei suoi rapporti con la Chiesa. Quantunque Napoleone non si sia mai sottratto interamente ai lontani riverberi della sua educazione cattolica, pure è certo che nel suo contegno verso Roma gli diedero sempre il tono le considerazioni politiche. Il tedesco Federico tra gravi dubbi e lotte spirituali inclinava a libero pensatore, il côrso per calcolo politico propendeva a papista. Una morale senza religione è una giustizia senza tribunale, disse il suo fido Portalis; ma già il primo console nel 1801 aveva parlato anche più netto al clero milanese: «la Chiesa cattolica è la sola, che possa consolidare le basi di un governo». In cotesto senso, come mezzo di asservimento degli spiriti, Bonaparte risollevò il cattolicismo a Chiesa dominante: ognuno però vede, quanto una siffatta chiesa collimi con la mente dell'assolutismo burocratico. Giacché, come un tempo la Chiesa cattolica aveva ricalcato la propria gerarchia sull'ordinamento amministrativo e politico dell'impero bizantino, così essa medesima era divenuta più tardi un modello per lo stato officioso dei re francesi. Più sorprendente ancora è l'affinità del cattolicismo con l'idea della monarchia universale. Nessuno fra quanti nei tempi moderni si sono sforzati di dominare l'Europa, ha potuto fare a meno dell'intesa con Roma.
Sotto il Direttorio circa otto milioni di cattolici erano spontaneamente rientrati nel grembo dell'antica Chiesa; tanto la separazione della Chiesa dallo stato contraddiceva alla tradizione dell'onnipotenza statale. L'ordinamento sommamente aristocratico dell'antica Chiesa gallicana era cresciuto insieme con l'antico regime troppo strettamente, perché l'usurpatore potesse rifarla a nuovo ai propri fini. Tanto meno l'assolutismo poteva convocare un vero concilio nazionale o tollerare nella Chiesa un sistema rappresentativo. Bonaparte dichiarò: «il popolo abbia una religione, e questa religione sia nelle mani del governo»; per questo fondò una Chiesa di stato, di cui il papa e il monarca si dividono il dominio in parti uguali. A mano a mano le nuove diocesi e tutti gli uffici ecclesiastici furono assegnati alle recenti nomine; il clero fu stipendiato dallo stato senza alcun diritto o ragione sui beni ecclesiastici depredati; posti i seminari sotto la sorveglianza dello stato; il matrimonio ridotto un contratto civile; eppure, ciò non ostante, l'autorità del papa sul clero era anche più forte che non fosse stata ai tempi di San Luigi: perché il tutto costituiva una rigida burocrazia ecclesiastica. Arcivescovi, vescovi e parrochi si tenevano stretti gli uni con gli altri e col rispettivo gregge, né più né meno come prefetti, sotto-prefetti e sindaci se l'intendevano tra loro e con le popolazioni da loro amministrate. La legge presta volentieri il braccio al fanatismo dei teologi, vieta «ogni accusa diretta o indiretta a una chiesa riconosciuta», val quanto dire, ogni seria disputa religiosa; e il clero riconoscente di Lione dichiara: «noi glorifichiamo in Vostra Maestà la stessa Provvidenza!». Anche quando più tardi, infido ai suoi propri disegni, manomise con brutale violenza la curia e borbottava stizzito ai prelati irremovibili: «la vostra coscienza è una matta»; anche allora l'imperatore non smarrì la consapevolezza, che aveva bisogno della chiesa, e che l'unité catholique era una colonna del suo dominio universale. Al tempo delle beghe col papa minacciò d'intendersela coi protestanti; ma nei giorni di comunella aveva assicurato: «io credo a tutto ciò che crede il mio parroco». Frivola fede la sua, senza radici nel cuore; ma smascherò il suo dispotismo affidante su Roma come ausiliaria alla servitù, quando, bandito a Sant'Elena, predisse che l'Inghilterra sarebbe ridiventata cattolica e la Francia sarebbe ridiventata religiosa.
Chi non vuol chiudere gli occhi deve riconoscere, che in un tale stato, in cui la minima faccenda pubblica attende l'impulso dall'alto, un corpo parlamentare non poteva non rimaner sospeso in aria dondoloni. Secondo i concetti di Napoleone, lo scopo di tutte le rappresentanze popolari era quello di chicaner le pouvoir; e per lo stato concepito da lui, egli diceva senz'altro la verità. Il tribunato e il corpo legislativo non consistevano in niente di meglio che in una pesante superfetazione, in una concessione affatto contraddittoria con le idee della Rivoluzione. Era un tratto da maestro, quello con cui il primo console aveva messo a profitto la mania di eguaglianza della nazione per cavarne l'unificazione dei corpi parlamentari. I possidenti tremavano davanti alle elezioni generali dirette, e nessuno avrebbe voluto sopportare un censo. Perciò il popolo sovrano elegge una volta per tutte una lista di candidati, dalla quale il senato nomina i tribuni e i deputati. Ma il pensiero dispotico ha un altro colpo da maestro, quando separa la consultazione dalla deliberazione: il tribunato discute, il corpo legislativo decide. Il colpo ferisce il nervo della vita parlamentare. La rappresentanza popolare, per confessione del suo presidente, osserva che il suo cómpito più importante è quello di «scoprire i benefizi del governo e notificarne i meriti». Nessuno può meravigliarsi, se l'imperatore a suo capriccio caccia via l'opposizione, e prima riduce il tribunato a metà dei membri, poi lo sopprime addirittura. Il potere legislativo va in fumo davanti al potere esecutivo, e gli schiavi tripudiano: «la creazione è compiuta, principia la vita».