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La guerra europea

Chapter 18: IV.
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About This Book

Una raccolta di saggi e discorsi propone un'interpretazione storico‑filosofica del conflitto europeo, esaminandone le cause profonde, le fasi immediate che hanno spezzato la pace e le implicazioni per l'assetto politico e sociale del continente. L'autore collega la crisi ai paradossi della civiltà moderna — la spinta incessante verso la novità, l'abolizione dei limiti e la corsa agli armamenti — e descrive il crollo di alleanze, istituzioni e rapporti economici. Conclude sottolineando la necessità di ripensare finanze, forze armate e principi internazionali, con attenzione al ruolo dell'Italia e al problema della limitazione degli armamenti.

I. IL DISCORSO DI MILANO:
PROGRESSO E DECADENZA

Signore e Signori,

I.

L’europeo che viaggia l’America in ferrovia, può figurarsi che attraversa un deserto. Vede all’Argentina trascorrergli innanzi, lenta e monotona, una verde pianura, nella quale ogni tanto quattro o cinque casette rosse, allineate al di là di una stazione, appaiono, tutte eguali, a ricordare che degli uomini vivono pure in quella infinita solitudine. Vede nel Brasile, sin dove l’occhio giunge, montagne cupe nella luce sfolgorante del giorno; e in mezzo a quelle ogni tanto delle montagne più chiare, su cui la foresta primitiva fu incendiata per far posto ai filari del caffè: ma non vede case e villaggi, se non ogni tanto, nella solitudine, e dopo un lungo viaggiare. Vede nell’America del Nord un villaggio apparire ogni tanto qua e là in mezzo al deserto: poi a un tratto il treno irrompe, sbuffando e sibilando, tra case, camini, edifici, casette che sembrano rincorrersi alla rinfusa; si intravedono strade, uomini, veicoli, che appena visti scompariscono. Entriamo in una grande città. Mezzo milione, un milione, due milioni di uomini si pigiano su quel piccolo territorio, sotto il nero padiglione di fumo che distendono sul loro capo i mille camini. Ma ripigliando dopo una breve sosta la corsa, il treno getta di nuovo, dopo pochi minuti, il suo stridulo fischio nella vasta solitudine.

Spettacolo di singolare novità per l’europeo, che viene da una delle terre più popolose del mondo, dove case e casette si arrampicano a branchi dalle rive del mare alle ultime vette abitabili delle Alpi! Ma in quelle pianure e in quelle montagne che paiono spopolate, come in quelle città che sembrano sorgere in mezzo al deserto, l’uomo ha trovata finalmente la Terra promessa, il Giardino delle Esperidi, l’Eldorado sognato per tanti secoli: ma da quelle pianure, da quelle montagne, da quelle città trabocca ogni anno sul mondo una piena di diverse ricchezze: di cereali, di cotone, di tabacco, di caffè, di lana, di carne, di oro, di argento, di rame, di carbone, di petrolio, di ferro e manufatti di ogni specie; ma in quelle pianure, in quelle montagne, in quelle città milioni di europei trovano ogni anno il pane, il tetto, il giaciglio, l’agiatezza; e la Fortuna sembra scapricciarsi a gettare alla cieca in mezzo agli uomini, a piene mani, i suoi doni più ricchi. Tante favole corrono oggi per l’Europa intorno agli orrori e alle meraviglie dell’America, che non si raccomanderà mai abbastanza agli uomini del vecchio mondo di non essere troppo creduli: ma non sono favole invece e sono forse maggiori che l’Europa non creda, le sue ricchezze. Quelle ricchezze che risvegliano nell’anima della vecchia Europa tanta ammirazione, tanta invidia e tanta cupidigia; quelle ricchezze intorno alle quali in tutto il mondo tanto si scrive, si disputa e si farnetica.... Ed a ragione. Non che l’America si prepari con quella, come troppo spesso si dice, a comperare il vecchio mondo in bisogno; ma perchè l’America precipita con la forza di quelle ricchezze un rovesciamento di ideali e di misure, che già da un secolo venivano lentamente capovolgendosi.

II.

Questa affermazione sembrerà oscura. Cercherò di chiarirla con questo discorso. Che cosa sono dunque queste tanto celebrate ricchezze dell’America? Molti scrollano le spalle, a sentir questa domanda, in Europa. Dei barbari che vogliono arricchire per arricchire, nelle cui mani l’oro diventa sterile: e gli Americani son giudicati. Ma non è necessario aver viaggiato a lungo, per esempio, negli Stati Uniti dell’America del Nord, per sapere quanto questa opinione si dilunghi dal vero. Cupido solo di ricchezza il paese ove i corpi pubblici e i ricchi privati fanno a gara per fondare biblioteche, musei, scuole d’ogni genere e specie? Dove gli studenti e i ricchi mecenati bastano a mantenere, senza sussidio alcuno dello Stato, immense Università — come Harward e Columbia? Dove Stati, Città, Banche, Ferrovie, Società di assicurazioni e milionari profondono ogni anno tesori per abbellire di sontuosi edifici le città? Il popolo che spalanca le porte, da ogni epoca della storia e da ogni contrada della terra, a tutte le arti, a tutte le scienze, a tutte le dottrine e le credenze? Dove si creano ogni giorno delle religioni nuove? — No: l’Americano non è il barbaro carico d’oro, di cui favoleggiano certe leggende in Europa. Anche l’Americano sa che, se è necessario produrre ricchezza, il produrla non basta. «Ma — si dice — l’arte, la scienza, la religione sono cose a cui l’Americano attende a tempo perso: alla ricchezza, invece, no. Totus in hoc est». È vero: ma, di grazia, e l’Europa? Chi oserebbe affermare che oggi, al sommo dei pensieri del vecchio mondo stiano la morale, il diritto, le arti, le lettere o le scienze? Di che si parla anche tra noi tuttodì se non delle industrie, dei commerci, dell’agricoltura e del loro incremento? Non abbiamo noi forse udito sovrani regnanti per la grazia di Dio vantarsi di seguire con occhio vigile il commercio del proprio popolo su tutte le vie della terra? Se dunque l’America è barbara, anche l’Europa e il mondo rimbarbariscono. E a dire il vero non pochi fanno propria, almeno di tempo in tempo e quasi senza accorgersene, questa conclusione. Non ci lamentiamo forse tutti — dieci volte ogni dì — che gli operai, che gli impiegati, che i soldati, che gli studenti, che i professori, che i figli e i padri, che i mariti e le mogli, che i ministri dello Stato e i camerieri non valgono più quelli di una volta; che l’arte del ben cucinare si perde insieme con i prelibati vini di un tempo e con le maniere della buona creanza, il senso del bello e i sentimenti generosi? Ma il tralignar di tutte queste cose non è forse un rimbarbarire? Dunque, il mondo rimbarbarisce.... E sia: ma donde è nato questo movimento che ad un tempo sospinge i popoli alla ricchezza e alla barbarie? Volgiamoci verso il passato: lo vedremo scaturire e discendere alla volta del nostro secolo dai tempi lontani, in cui un genovese oscuro e ostinato spiegò dalle coste della Spagna le sue vele e sparve a Ponente nell’Oceano intentato. Sì: sino ad allora l’Europa aveva creato arti, religioni, filosofie, morali, sistemi giuridici di incomparabile perfezione: ma era povera: lavorava poco e lenta: venerava le tradizioni e l’autorità: aveva costretta l’energia dell’uomo entro leggi, pregiudizi e precetti senza numero: si sforzava di inculcare nelle generazioni il tenebroso pensiero che l’uomo è un essere debole, corrotto e simile — come canta Virgilio — al barcaiolo che risale a forza di remi la corrente vorticosa di un fiume. Guai a lui, se per un istante egli cessa di far forza! La corrente lo travolgerà. Ma come ebbe scoperto in mezzo all’Oceano un continente nuovo, l’Europa a poco a poco si fece ardita: si accorse che Prometeo era stato un ladro maldestro, perchè del fuoco non aveva rubato che una piccola scintilla; scoprì il carbone e l’elettricità; fabbricò la macchina a vapore, e non si appagò più di sognare la Terra promessa ma la volle; distrusse le tradizioni, le leggi e le istituzioni che avevano incatenate tante generazioni; imparò a lavorar presto e assai; non desiderò più solo la ricchezza, ma anche la libertà; e gettò nel mondo, come un rimprovero al passato e una sfida alla natura, la parola che domina il secolo: progresso!...

Poichè l’idea del progresso è nata proprio tra il crepuscolo del Seicento e l’alba del Settecento, dopo i primi trionfi delle scienze: e si è diffusa, ha vinta nel popolo come nei grandi la forza della tradizione, gli scrupoli della fede, le obiezioni dei filosofi e le paure del misoneismo, a mano a mano che l’uomo, armato di fuoco e di scienza, conquistava la terra e i suoi tesori. Ma allora, se noi viviamo nel secolo del progresso, come accade che ci lagniamo della decadenza di tutte le cose? Come può rimbarbarire il secolo del progresso? Affermando che l’America è barbara e che il mondo deteriora, bestemmiamo noi forse alla leggera il progresso? O altrimenti, che cosa è questo progresso che lascia il mondo sdrucciolare nel peggio e per il quale ogni giorno ci affatichiamo, soffriamo e talora gettiamo perfino la vita?

III.

Così fu che, dopo aver errato assai nel nuovo mondo per monti, per valli ed entro il labirinto di questi dubbi e di queste contradizioni, mi trovai alla fine un giorno alle prese con questo problema: che cosa è il progresso? Era chiaro che solo dopo aver definito il progresso, si poteva giudicare l’America; ma che, definitolo, si potrebbe giudicare addirittura la civiltà moderna nei suoi fini e nei suoi mezzi, Poichè se il progresso è incremento della ricchezza, l’America è il modello dei popoli e il mondo cammina sulla buona via. Se invece il progresso è alcunchè diverso dall’incremento dei beni, potrebbe anche esser vero che l’America e l’Europa vadano rimbarbarendo. Ma purtroppo il quesito era oscuro e difficile. Se domandassimo a mille persone che cosa è il progresso, quante saprebbero rispondere con sicurezza; e quante definizioni, tutte incerte e tutte diverse, non ci verrebbe fatto di raccogliere? Non ci volle molto tempo a scoprire che tutti pronunciamo cento volte al giorno questa gran parola, ma che nessuno di noi sa quel che propriamente significhi. Ricorsi ai libri dei dotti, per riceverne luce e consiglio: ma invano. Ogni savio definiva il progresso a modo suo e in modo arbitrario, poichè invano cercavo nell’uno e nell’altro un argomento decisivo che dimostrasse vera una definizione e false tutte le altre. Insomma, il secolo del progresso non sa che cosa il progresso sia e quindi non sa se l’America è da più o da meno dell’Europa, e se esso stesso progredisce davvero o no. Qualche volta dice di sì, qualche volta di no. Come si spiegano queste stranissime contradizioni e incertezze? Forse le spiegheremo, se ci volgeremo insieme, come io mi volsi allora, dal fondo dell’America verso le civiltà antiche, tra le rovine delle quali, prima di prender la mossa al viaggio del nuovo mondo, avevo vissuto tanti anni. Sì: le civiltà che furono prima della civiltà presente erano povere e limitavano da ogni parte lo spirito umano, incatenandone i desiderî, le ambizioni, l’ardimento; lavoravano poco e lente; e, pur soffrendo della penuria, pensavano che l’accrescere i beni fosse, più che un merito e un vanto, una croce. Ma in compenso volevano una qualsiasi perfezione: o esigevano negli oggetti fabbricati dall’industria ben altra solidità, finitezza e bellezza; o avevano le arti decorative e i loro grandi maestri in quella stima in cui noi abbiamo oggi gli inventori fortunati e gli abili tecnici; o ingombravano la vita pubblica e la privata di cerimonie fastose ed eleganti; o davano gran peso alle questioni di morale personale e onoravano di pubblico culto certe virtù. Insomma, badavano alla qualità più che alla quantità; e perciò sapevano limitarsi con una pazienza che è cagione a noi di tanto stupore. Noi abbiamo capovolto quell’antico ordine di cose; ci siamo proposti come fine l’incremento della ricchezza; abbiamo rovesciati o cancellati tutti i limiti antichi conquistando la libertà: ma abbiamo dovuto subordinare in ogni cosa la qualità alla quantità, e relegare tra le anticaglie gli esempi di perfezione che i nostri antenati tenevano in mezzo alla casa al posto d’onore. La decadenza degli studi classici, per esempio. Molti non sanno darsi pace che i tempi non vogliano più saperne di Omero, di Virgilio e di Cicerone; e vorrebbero ripristinare gli antichi nell’antico onore. Ma come e in che modo? Gli antichi scrittori furono studiati con zelo indefesso sinchè furono il modello ammirato da tutti della perfezione letteraria, e sinchè questa perfezione, oltre che ornare la mente, fruttò la pubblica stima, la fama, qualche volta la gloria e cospicue dignità. Ma da un secolo una sordida polvere ha coperti anche quei modelli, un tempo così sfolgoranti: altre letterature e diverse, più accese e più colorite, sono venute in fama: e poi che catena sarebbero tutte quelle antiche regole del bello scrivere, per un secolo che vuol scrivere e parlar tanto, e così a precipizio! Gli antichi non possono essere più i maestri del gusto, nel secolo della ferrovia e del telegrafo; e non potendo esser più i maestri del gusto, non sono, per il maggior numero, più nulla, neppure degli scrittori interessanti — perchè molti si dilettano maggiormente di libri più freschi. Tutte le arti, voi lo sapete, sono oggi travagliate da un misterioso malessere; ma non tutte allo stesso modo e nella stessa misura: perchè delle arti ce ne son due sorta, quelle che divertono gli uomini — la musica, il teatro, la letteratura; e quelle che abbelliscono il mondo — l’architettura, la scultura, la pittura e in genere le arti decorative. Orbene: le arti che abbelliscono il mondo sono oggi le più tribolate. Nessun secolo costruì mai tanti palazzi, tanti monumenti, tante nuove città; nessuno nutrì tanti architetti, pittori, scultori e decoratori di ogni genere. Noi abbiamo tutto quello che occorre, pare, per far bello il mondo: il denaro, gli artisti, il desiderio. Perchè non ci riesce? Che cosa ci manca? Una cosa sola: il Tempo. Lodavo un giorno certe architetture di New York ad un valentissimo architetto di quella città. «Sì, sì — mi rispose ironicamente. I miei concittadini spenderebbero volentieri cento milioni di dollari per costruire un nuovo San Marco o una seconda Nôtre Dame: ma a un patto... Che io la terminassi in diciotto mesi!». Ecco il punto. Come abbellire un mondo che non sta mai fermo, che sempre muta, che ha tanta fretta e che vuol moltiplicare la quantità di tutte le cose? Che si voglian fabbricare dei bei palazzi, o dei bei mobili, o dei bei gingilli — quale si sia, grande o piccola, la perfezione ambita — ci vuol tempo, e non furia; ci vuol discrezione nella richiesta e gusti non troppo volubili. In diciotto mesi non si poteva edificare San Marco: nè la Francia avrebbe creati i famosi stili del settecento, se già allora gli uomini fossero stati morsi dalla tarantola del nuovo, e avessero desiderato rinnovar mobiglio e inventare uno stile novissimo ogni dieci anni.

IV.

Quanti altri esempi si potrebbero citare! Intorno a noi, da ogni parte, ferve la lotta della quantità e della qualità. Questa lotta è l’essenza stessa della civiltà moderna. Sì, due mondi vivono e combattono in seno ai nostri tempi; ma non sono l’Europa e l’America, sono la quantità e la qualità; e combattendo confondono a tal punto le idee degli uomini, che noi non siamo più capaci di definire il progresso. Perchè noi ci contradiciamo tutti i giorni, ora affermando che il mondo progredisce, ora che declina? Perchè i nostri tempi hanno accresciuta di molto la quantità di tutte le cose, ma quasi sempre a scapito della qualità; cosicchè paiono progredire o decadere secondo che li giudichiamo alla stregua della quantità o alla stregua della qualità. Noi non ci raccapezziamo più, perchè confondiamo di continuo le due misure — la quantità e la qualità — adoperandole promiscuamente.

Supponete che un architetto e un impresario di cementi armati discutano dei tempi presenti: vi meravigliereste voi se il primo versasse lagrime amare sulla decadenza del mondo, che non è più capace di edificare, in mezzo alla congerie dozzinale delle città moderne, un nuovo Palazzo Vecchio o una nuova San Marco; e che il secondo celebrasse invece il magnifico progresso dei tempi, in cui le città pullulano e crescono in ogni parte come i funghi in una foresta dopo la pioggia? Hanno tutti e due ragione, ma ciascuno secondo il modo suo di vedere. Il primo giudica alla stregua della qualità e ha ragione di affermare che tutte le città dell’America non valgono San Marco o Palazzo Vecchio. L’altro giudica alla stregua della quantità; e naturalmente conchiude a rovescio. Tale è il mondo, in cui viviamo: misurato con il metro e la bilancia è un gigante. Gli uomini non possederono mai tanta terra, non dominarono mai le forze della natura con così potenti strumenti e non profusero mai al sole tante ricchezze. Ma se lo giudichiamo alla stregua della qualità, esso scomparisce a paragone di molte generazioni passate; di quelle che crearono la scultura greca, per esempio, o l’architettura italiana del medio evo, o i grandi stili decorativi francesi del settecento. Noi possiamo egualmente sostenere che i nostri tempi progrediscono e che declinano, adoperando ora l’una, ora l’altra misura: così come possiamo, scambiando le due misure, sostenere a piacere la preminenza dell’America e quella dell’Europa. Non cercate in America nè le meraviglie nè gli orrori, di cui troppo vi tengon discorso; perchè non ci troverete altra cosa che il principio della quantità, cresciuto da un secolo in tanto potere, e i suoi più meravigliosi prodigi. Un popolo laborioso e volonteroso si è trovato padrone di un vastissimo continente ricco di terre fertili, di boschi e di miniere — proprio quando l’uomo inventava lo strumento atto a sfruttare rapidamente le immensità: la macchina a vapore. Armato di questo strumento, quel popolo ha moltiplicate in un secolo le ricchezze di cui l’uomo è più cupido, un infinito numero di volte; e abbozzata in fretta una società grandiosa, disordinata e potente, che agli ideali antichi ha anteposto un ideale nuovo: far molto e far presto.... L’America non ignora e non disprezza, come dicono i suoi nemici, le arti e le scienze: ma a queste attende con minor foga che allo sfruttamento del suo continente. Nè è più conforme al vero dir che l’Europa è maestra di civiltà al nuovo mondo ancora barbaro; o che a fianco dell’America giovane essa raffigura la decrepitezza impotente. Anche in Europa la moltitudine si avvezza al largo spendere; il lusso privato cresce con le pubbliche spese: occorre quindi affrettare la produzione della ricchezza. Ma il vecchio mondo è più popoloso e meno ricco del nuovo; è tutto frastagliato di frontiere; vive ancor troppo, almeno con la memoria, nei tempi in cui gli uomini si contentavano di fare e di possedere poche cose, ma belle e buone. Se l’Europa avanza l’America nella coltura, è più timida, più avara, più lenta nelle industrie e nei commerci. Chi assuma dunque come misura la quantità, giudicherà che l’America è il modello; chi la qualità invece, conserverà all’Europa il suo antico primato.

V.

Voi però mi direte a questo punto: «Ma — di grazia — la misura vera, qual’è? Quale dobbiamo adoperare sicuri di non errare? La quantità? La qualità? Possiamo noi vivere senza sapere se progrediamo o decliniamo — e quale dei due mondi possa ragionevolmente aspirare al primato? Camminare, ignorando dove la via ci mena?». E chi dicesse così, avrebbe ragione. Noi dovremmo poter definire quel progresso in cui crediamo quasi come i nostri nonni credevano in Dio. E invece... E invece continueremo per un pezzo a balbettarne delle definizioni confuse e incoerenti — come di parecchie altre parole, oggi non meno strapazzate di questa: della parola libertà, per esempio. E difatti: possiamo noi sperare che la qualità ritorni a governare gli uomini come in passato? Che la bellezza antica rientri in trionfo, come regina, nel mondo ampliato e sconciato dalla macchina? Occorrerebbe che gli uomini preferissero di nuovo l’eccellenza all’abbondanza. Ma possiamo noi credere possibile oggi un moto — o religioso o politico o intellettuale — che imponga a tutti gli ordini sociali una restrizione un po’ rigorosa dei bisogni, dei desideri, del lusso? E allora, sinchè il numero, come i bisogni e le aspirazioni degli uomini cresceranno; sinchè i privati e gli Stati cederanno così facilmente alla voglia di far più spese, la quantità dilaterà il suo impero sulla terra, l’incremento delle ricchezze servirà come misura unica del progresso, e all’arte e alla morale non avanzerà nel mondo altro spazio che quel poco di cui gli uomini non avranno bisogno per sbracciarsi a fabbricare macchine più veloci, a coltivare più vaste distese di terre e a scavare miniere.... Queste cose son così vere, che molti pensano di sciogliere il quesito, pigliandolo bravamente dall’altro capo. «Volgiamoci allora alla quantità — dicono. Incoroniamola regina del mondo. Sia progresso l’incremento delle ricchezze. Anche il produrre ricchezza è opera grande e meritevole». Certamente. Ma chi riuscirebbe a imaginare un mondo che fosse quantità pura, privo di arte e di morale, spoglio di bellezza e di giustizia? Non facciamoci dunque illusioni: non c’è scienza, filosofia o religione — venga essa dalla Germania, dall’India o dal pianeta Marte — che possa effettuare questa quadratura del circolo, almeno sinchè noi non ci decideremo a volere o la vittoria definitiva della quantità sulla qualità o quella della qualità sulla quantità. Ma noi non possiamo — oggi almeno — volere nè l’una nè l’altra; dunque il mondo continuerà a vivere, malamente contento di una equivoca definizione del progresso e i tempi sembreranno per un pezzo ancora tralignare insieme ed ascendere. Volgeranno cioè propizi ai popoli ricchi di terre, di ferro e di carbone, pur non potendo largire a costoro che delle ricchezze imperfette e manchevoli; mentre i popoli cui toccarono in sorte le tradizioni di una antica e gloriosa cultura e un territorio magro, malediranno in cuor loro quel fardello diventato inutile in tempi in cui bisogna alleggerirsi per correre alla conquista della terra; brameranno insoddisfatti, cercheranno, ammireranno l’opulenza ignorante. Il segreto della più recente storia d’Italia, delle sue fortune e delle sue sventure, è questo e non altro. L’Italia, che è un piccolo territorio naturalmente nè molto ricco nè molto povero — una cosa di mezzo — fu grande sinchè la qualità regnò sola nel mondo; sinchè una gente potè per forza d’ingegno e di lavoro imporsi ai popoli più ricchi; sinchè la grandezza delle nazioni dipese dalla cultura più che dalle risorse naturali del territorio. Ma la sua decadenza incominciò quando la quantità entrò nel novero delle forze storiche, e cioè nel secolo XVI; lenta da prima, come lenti furono da prima i progressi della quantità, e via via più rapida, finchè si giunse alla Rivoluzione francese. In mezzo al gran rivolgimento del settecento anche l’Italia aveva preso a sognare, sia pur nel vago, un qualche rinnovamento della antica grandezza; e con quel sogno, dopo la fragorosa rovina del ’15, aveva consolata insieme ed esacerbata la lunga attesa della generazione che visse tra la caduta di Napoleone e la Rivoluzione del ’48. Ma in quel trentennio, mentre l’Italia aspettava e sognava, la quantità si impossessava alla fine del mondo: si costruivano le prime ferrovie, la grande industria e l’America uscivano insieme di adolescenza. Cosicchè non appena, nel ’59, l’Italia entrò nel mondo, in veste di nazione unita e moderna, subito si accorse che il modesto patrimonio ereditato dagli avi non bastava più; occorrevano oro, ferro, carbone, armi e tante altre dispendiose diavolerie ormai obbligatorie. E si mise all’opera con ardore: ma ahimè! il suo territorio era angusto; ed era ormai già quasi tutto spoglio di boschi; e aveva poche miniere, non carbone, scarso ferro sebbene eccellente: molte invece le bocche; anzi queste crescevano ogni anno, a vista d’occhio, da ogni parte, intorno alle mense non lautamente imbandite. Fu dunque forza lavorare, lavorare, lavorare per produrre la maggior somma di ricchezza possibile, a qualunque costo, sconvolgendo e rimescolando tutto il paese da un capo all’altro, le sue tradizioni, istituzioni e fortune; sopratutto immolando i sogni fatti negli anni dell’attesa e le alte ambizioni agli spiccioli bisogni del giorno, o per ripetere ancora una volta la formula di cui forse ho abusato: immolando la qualità alla quantità.

Da cinquanta anni la storia dell’Italia è quasi dominata da una legge di degradazione dei modelli o, se vi piace meglio, di volgarizzazione degli ideali: degradazione e volgarizzazione, che nella politica come nella cultura e nell’industria, hanno avvicinati e sostituiti i modelli o gli ideali lontani e difficili con altri più vicini e più facili. Abbiamo allargate le basi dello Stato fino al suffragio universale. Abbiamo accresciuta e assai — se si pon mente alla povertà iniziale del suolo — la ricchezza totale. Abbiamo diffusa l’istruzione nei ceti medi e popolari. Ma tutti i modelli di perfezione verso i quali si era sforzata l’Italia antica si son perduti o confusi — dall’umanesimo, le cui ultime faville furono barbaramente spente nelle Università, alle tradizioni delle nostre arti più antiche e gloriose. Sotto nome di libertà prevalse una anarchia intellettuale, per la quale, caduti i modelli e indebolite, quando non rovesciate, tutte le autorità spirituali che li imponevano, la nazione ha perduta ogni chiara nozione dell’eccellenza in tutte le alte attività della mente; e ora seguendo troppo alla leggera mode caduche, ora ingannata dai ciarlatani venute in credito spacciando sofistiche filosofie distruttive d’oltr’alpe, ha perduto il coraggio e la lena delle vaste opere organiche; si è, nell’arte come nella scienza, nell’industria come nel diritto, troppo spesso accontentata della mediocrità dozzinale e del genere frammentario — lirica e novelle in letteratura, monografie nella scienza, espedienti nella politica — pur non appagandosene, pur aspirando in cuor suo all’eccelso, al grande, al nobile, ma non sapendo più precisamente a quale stregua riconoscerlo e con quale premio incoronarlo. Non per nulla anche nel secolo della quantità, noi siamo gli eredi di tanti secoli di civiltà qualitativa! Di qui la smania che non dà pace alle classi alte e colte, e che le spinge così spesso a lacerarsi le proprie carni; quella smania, di cui voi potete vedere l’insorgere improvviso nella nostra storia, confrontando i due scrittori maggiori della prima e della seconda metà del secolo XIX. Alessandro Manzoni ci apparisce nella prima come uomo pieno di dubbi, perplesso e quasi timido, schivo di giudicare gli altri o di imporre loro le proprie opinioni e il proprio sentire. Ma quanto ai principî suoi no, era fermo e sicuro: fermo e sicuro nei principî d’arte, che professò e seguì; sicuro e fermo nei principî religiosi, morali, politici, che fece suoi dopo varie prove e vicende. C’è nella sua vita una conversione: ma è risoluta e definitiva, come il colpo di spada che tagliò il nodo gordiano. Visse insomma con la mente in un mondo circoscritto e limitato; ma in quello sapendo quel che voleva e di quel che voleva sapendo rendere ragione chiaramente: onde, pur non lavorando con alacrità grande che una parte sola della sua vita, potè lasciare parecchie opere, diverse tra loro ma tutte figlie di una intenzione precisa, e un capolavoro. Giosuè Carducci ci guarda invece, anche dai ritratti che adornano le sue edizioni, quasi con un atteggiamento di sfida: e difatti sembra dominare la generazione sua come un Dio che investe, giudica e fulmina. Ma non lasciatevi ingannare dalle apparenze! Quelle collere e quelle violenze coprono in verità la perenne incertezza e la smania incessante di una mente che cerca dei criteri fermi e sicuri per giudicare il mondo, un appoggio cioè, e non lo trova; che ondeggia sempre tra il classicismo e il romanticismo, tra l’erudizione e la poesia, tra la ricerca e l’intuizione, tra l’inno a Satana e l’invocazione alla Vergine, tra la democrazia e il nazionalismo, tra la repubblica e la monarchia. Non c’è quasi grande questione d’arte e di politica, sulla quale Giosuè Carducci non abbia professate in buona fede e sinceramente le opinioni opposte; cosicchè le sue opere sono una miniera inesauribile di citazioni per tutti i partiti e per tutte le scuole. Ma se si è contradetto spesso, non si è convertito quasi mai, e anche quando si è convertito nel modo e per i motivi più degni di rispetto, non ha voluto riconoscerlo: anzi che furie, se lo sentiva a dire! Quanto ha lavorato! Tutta la vita, infaticatamente: molto più che il Manzoni, e quanto pochi altri nostri scrittori del secolo scorso. Ma nei suoi numerosi volumi c’è tutto, c’è prosa e poesia, storia e critica, politica e filosofia, polemica ed estetica, e quanti meravigliosi frammenti possono bastare alla gloria di molti scrittori: non c’è però un’opera di lunga lena. Che cosa sta in mezzo a questi due grandi, che sono così vicini e così lontani? Una rivoluzione — e non soltanto politica: una rivoluzione che, togliendo di mezzo ogni regolatore della vita intellettuale, ha gettato le menti, al di là di tutti i limiti antichi, in un immenso vuoto vorticoso.

VI.

Voi mi direte che, prese le mosse dall’America, noi abbiamo fatto un lungo cammino, ritornando per un così tortuoso giro in Italia. È vero. Ma credo che, almeno per chi non ami nè quel particolar genere di filosofia che specula fuori dello spazio e del tempo, nè quell’altro genere ancor più particolare di scienza che per capirla tagliuzza la realtà in tanti pezzetti, un viaggio meditativo dalle civiltà antiche in America possa chiarire molti oscuri problemi intorno al passato e al presente. Chiarire almeno che quel che noi chiamiamo il progresso, non è in verità altra cosa che il capovolgimento dei principî a cui alludevo poco fa, e che, incominciato appunto dopo la scoperta dell’America, precipita ora per la spinta che il torrente delle nuove ricchezze americane gli imprime. Tutti i secoli avevano detto all’uomo: ogni cosa nuova, solo perchè nuova, deve esser considerata peggiore delle antiche. Il secolo decimottavo e il decimonono rovesciarono questo principio, affermando che la novità, solo perchè nova, doveva presumersi migliore dell’antico. Tutti i secoli avevano detto all’uomo che egli si avvicinerebbe tanto più alla perfezione, quanto più fosse moderato nei suoi desiderî, semplice e parsimonioso nei suoi abiti, ossequente alle Autorità e alla tradizione. I tempi rovesciarono anche questi principî; affermarono che per salire la scala della perfezione, l’uomo deve accrescere desiderî, bisogni, aspirazioni, aguzzare la curiosità e il senso critico a domandar la ragione di tutte le cose. Tutti i secoli avevano ingiunto all’uomo di rispettar i limiti che trovava tracciati in ogni parte nascendo. E venne un secolo che gli disse invece di smuoverli, per verificar se erano solidamente piantati e nel luogo opportuno. Necessario effetto di quel gran moto di popoli, di classi, di idee, di ambizioni che dopo la scoperta dell’America ha spinto l’Europa prima, e poi l’Europa e l’America insieme alla conquista della terra, questo capovolgimento doveva generare un perturbamento universale nella vita del mondo, più grande assai di quello effettuato dal Cristianesimo che anch’esso tanti principî della società antica aveva rovesciati, sebbene con un procedimento diverso: quel perturbamento di cui noi siamo testimoni e autori, e nel quale la stessa crisi dell’Italia di cui vi ho parlato si perde come una ondata in una tempesta. Mi ingannerò: ma pare a me che questo modo di considerare la storia del mondo aiuti a intendere il tempo nostro e nelle loro congiunture vitali le idee e le dottrine in cui crede, la politica che segue, le aspirazioni e i bisogni che lo travagliano, i pericoli e le crisi che lo minacciano. Perciò ritornando dall’America, sulle cui strade io l’ho trovato, ho creduto bene di esporlo, in un libro che a molti è sembrato oscuro: come penso non sarebbe stata sterile in un pubblico insegnamento, se la catastrofe a cui è soggiaciuta in Italia l’alta cultura, negli ultimi cinquant’anni, non avesse chiuse le pubbliche scuole ad ogni non sterile idea. Ma per quanto nemica voglia e debba essere a questo modo di considerare il passato e il presente un mandarinato di falsi savi, che intravede forse adombrata in quella la condanna della sua leggerezza e del suo vano orgoglio, non sarà male di insistere, non foss’altro che per inculcare nello spirito delle nuove generazioni — massime in quella parte che può sfuggire più facilmente alle influenze nocive di troppe sciagurate dottrine accolte e divulgate senza discernimento — che l’Italia può chiedere alla quantità il pane quotidiano per la moltitudine, non la grandezza, la gloria, il prestigio. Di quel che occorre affinchè un popolo grandeggi per la quantità, la natura non ci ha dato che un elemento che solo, senza territori, miniere, boschi, capitali, non basta: la fecondità. Noi non possiamo dunque sperar gloria e grandezza, come i nostri padri, che dalla qualità: il che vuol dire che ci è toccato nella vita un compito particolarmente difficile. Se a un popolo che ha avuto dalla sorte un territorio ricco, l’ordine e la laboriosità bastano per sbalordire nello spazio di una generazione il mondo con le sue subite ricchezze, ad eccellere per qualità in ogni ramo dell’umano lavoro, non basta invece neppure saper raggiungere un modello difficile di perfezione: occorre oggi, come sempre, farlo riconoscere per tale, imporlo agli altri, nessun modello essendo necessario e assoluto. E per imporlo agli altri, occorre imporlo a se medesimi; e per imporlo a se medesimi, è necessaria disciplina, tradizione, abnegazione, un senso sicuro dei limiti; tutte qualità che si van perdendo nel formidabile vortice della civiltà moderna. Salvarle in mezzo a questo vortice, è dunque l’impresa più ardua a cui una nazione possa accingersi; ma la virtù degli uomini come dei popoli grandi si mostra nel saper fare non le cose facili, ma le cose difficili.