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La guerra europea

Chapter 44: III.
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About This Book

Una raccolta di saggi e discorsi propone un'interpretazione storico‑filosofica del conflitto europeo, esaminandone le cause profonde, le fasi immediate che hanno spezzato la pace e le implicazioni per l'assetto politico e sociale del continente. L'autore collega la crisi ai paradossi della civiltà moderna — la spinta incessante verso la novità, l'abolizione dei limiti e la corsa agli armamenti — e descrive il crollo di alleanze, istituzioni e rapporti economici. Conclude sottolineando la necessità di ripensare finanze, forze armate e principi internazionali, con attenzione al ruolo dell'Italia e al problema della limitazione degli armamenti.

II. L’ITALIA NELL’INVERNO DEL 1915 E LE SUE ESITAZIONI

I.

Nel 1866, quando si stava trattando la pace tra l’Italia, l’Austria e la Prussia, e già era trapelato che l’Italia riceverebbe il Veneto, ma non il Trentino nè l’Istria, Giuseppe Mazzini pubblicò nell’Unità Italiana del 25 agosto uno scritto per chiarire al popolo i danni e i pericoli di siffatta pace. In quello scritto le rivendicazioni nazionali dell’Italia sono enumerate e illustrate con tanta abbondanza di argomenti, con tanta chiarezza e dottrina, con tanto colore e calore di eloquenza, che io non so resistere alla tentazione di citarne il brano capitale.

«Le Alpi Giulie son nostre come le Carniche delle quali sono appendice. Il litorale Istriano è la parte orientale, il compimento del litorale Veneto. Nostro è l’Alto Friuli. Per condizioni etnografiche, politiche, commerciali, nostra è l’Istria; necessaria all’Italia come sono necessari i porti della Dalmazia agli Slavi meridionali. Nostra è Trieste, nostra è la Postoina o Carsia, ora sottoposta amministrativamente a Lubiana. Da Cluverio a Napoleone, dall’Utraeque (Venezia e Istria) «pro una provincia habentur» di Paolo Diacono al «due gran montagne dividono l’Italia dai barbari; l’una addimandata Monte Calvera, l’altra Monte Maggiore nominata» di Leandro Alberti, geografi, storici, uomini politici e militari assegnarono all’Italia i confini accennati dall’Alighieri e confermati dalle tradizioni e dalla favella. Ma, s’anche diritti e doveri fossero or poca cosa per gli Italiani, perchè dimenticherebbero l’utile e la difesa? Dai paesi dell’Alto Friuli scesero nel 1848 le forze che ci sconfissero in Lombardia e isolarono Venezia. E l’Istria è la chiave della nostra frontiera orientale, la porta d’Italia dal lato dell’Adriatico, il ponte che è fra noi, gli Ungaresi e gli Slavi. Abbandonandola, quei popoli rimangono nemici nostri: avendola, sono sottratti all’esercito nemico e alleati del nostro.

«Nostro — se mai terra italiana fu nostra — è il Trentino: nostro fino al di là di Brunopoli, alla cinta delle Alpi Retiche. Là sono le Alpi interne o Prealpi: e nostre sono le acque che ne discendono a versarsi, da un lato, nell’Adige, dall’altro, nell’Adda, nell’Oglio, nel Chiese, e tutte poi nel Po e nel Golfo Veneto. E la natura, gli ulivi, gli agrumi, le frutta meridionali, la temperatura, a contrasto colla valle dell’Inn, parlano a noi e al viaggiatore straniero d’Italia: ricordano la X Regione italica della geografia romana d’Augusto. E italiane vi sono le tradizioni, le civili abitudini: italiane le relazioni economiche: italiane le linee naturali del sistema di comunicazioni: e italiana è la lingua: su 500.000 abitanti, soli 100.000 sono di stirpe teutonica, non compatti e facili a italianizzarsi.

«Ma, s’anche foste, o Italiani, incapaci di sentire il vincolo nazionale d’amore che annoda le vostre terre con quelle 246 miglia quadrate giacenti al di qua delle Alpi — s’anche poteste esser immemori dei Trentini che morirono per la causa d’Italia e combattevano ieri per essa nelle vostre file — s’anche il cannone che serbate in Alessandria col nome Trento, tra i cento che anni sono il patriottismo del Paese vi dava non dovesse essere rimorso a voi, ironia pei Trentini — non dimenticate almeno che il Trentino è l’altra porta d’Italia; non dimenticate che monti, fiumi, valli di quelle Prealpi, sino al lago di Garda formano un vasto campo trincerato dalla natura, chiave del bacino del Po — che l’Alto Adige taglia tutte le comunicazioni tra il nemico e noi; e ad essere sicuri bisogna averlo; che là si concentrano tutte le vie militari conducenti per la valle del Noce e il Tonale a Bergamo e Milano, pel Sarca e pel Chiese a Rocca d’Anfo, per la riva sinistra dell’Adige a Verona, per le sorgenti del Brenta a Bassano: — che il Trentino è un cuneo cacciato fra la Lombardia e la Venezia, non concedente che una zona ristretta alle comunicazioni militari dirette fra quelle due ali dell’esercito nazionale: — che mentre il nemico, giovandosi dell’Istria e dei passi dell’Alto Friuli da voi concessi, opererebbe a oriente sul Veneto, gli rimarrebbe aperta l’invasione a occidente pel passo di Colfredo, per la valle d’Ampezzo e per quella di Agordo; che tutte le grandi autorità militari, fino a Napoleone, statuirono unica valida frontiera all’Italia essere quella segnata dalla natura sui vertici che separano le acque del Mar Nero e quelle del seno Adriatico.

«Accettando voi dunque, o Italiani, la pace che v’è minacciata, non solamente porreste un suggello di vergogna sulla fronte della Nazione — non solamente tradireste vilmente i vostri fratelli dell’Istria, del Friuli e del Trentino — non solamente tronchereste per lunghi anni ogni degno futuro all’Italia condannandovi ad essere potenza di terzo rango in Europa; non solamente perdereste ogni fiducia di popoli, ogni influenza iniziatrice con essi; ma sospendereste voi stessi sulla vostra testa la spada di Damocle dell’invasione straniera. E questa spada di Damocle significa per voi impossibilità di sciogliere o di scemare l’esercito: importa impossibilità di economie, incertezza d’ogni cosa, assenza d’ogni fiducia per parte dei capitalisti e d’ogni pacifico sicuro sviluppo di vita industriale, diminuzione progressiva di credito, accrescimento progressivo di disavanzo, impossibilità di rimedi, rovina economica e fallimento: importa — dacchè non tutti fra voi si rassegneranno — agitazione crescente, perenne: discordia più che mai accanita di parti; guerra civile in un tempo più o meno remoto, ma inevitabile»[1].

II.

Non una frase sola di queste pagine è invecchiata, dopo quasi mezzo secolo. Nessuno potrebbe, neppure oggi, esporre più lucidamente le ragioni per le quali l’Italia dovrebbe sforzarsi di compiere la sua unità nazionale e di farla finita con il pericolo austriaco che dal 1859 in poi non ha cessato un istante di minacciarci. Ma se oggi ancora valgono tutte le ragioni, enumerate nel 1866 dal Mazzini per dimostrare che il Regno d’Italia non sarà sicuro del presente e dell’avvenire sinchè non avrà conquistate le provincie italiane oggi ancor soggette all’impero degli Absburgo, a quelle enumerate dal Mazzini se ne possono ora aggiungere altre due, che allora non esistevano ancora. La prima è una ragione di ordine militare. Tutti sanno che nell’Adriatico la sponda orientale è frastagliata, piena di golfi e di seni, ricca quindi di eccellenti porti naturali; la sponda occidentale invece — l’italiana — è liscia, senza golfi e seni profondi, e quindi senza porti. Noi non possiamo opporre nessun porto ai meravigliosi porti naturali di Pola e di Cattaro. Ma dal 1866 in poi le armate navali si sono fatte giganti; e quindi cercano case proporzionate alla loro mole crescente; hanno bisogno di porti immensi e di arsenali giganteschi. Onde l’Italia si trova e si troverà sempre quasi disarmata nell’Adriatico, di fronte alla potenza che tenga l’Istria, Pola e la Dalmazia.

L’altra è ragione nazionale e linguistica. In Istria ed in Dalmazia le città sono italiane, mentre le campagne sono popolate da slavi. Ma sino a trenta anni fa, gli slavi delle campagne non pensavano di essere una razza ed un popolo diverso dagli italiani delle città: imparavano l’italiano; frequentavano le scuole italiane; ambivano di ascendere con lo studio e il lavoro in quella borghesia italiana che nelle città commerciava, esercitava le professioni liberali, studiava, scriveva e coltivava le arti; consideravano la loro lingua nazionale come un dialetto, che serviva per la famiglia e la casa. Molte famiglie italiane viventi nelle città discendono da slavi italianizzati e che furono ai loro tempi fieri di diventare italiani. Uno dei più illustri scrittori italiani del secolo XIX, e uno dei più insigni maestri della filologia, Niccolò Tommaseo, era uno slavo di Zara, che la scuola e la cultura avevano, come tanti altri, italianizzato. Senonchè questo stato di cose s’è, negli ultimi trent’anni, profondamente alterato. Per indebolire l’elemento italiano delle città, il Governo austriaco si è studiato di accendere in Istria e in Dalmazia una fiera discordia tra slavi e italiani, risvegliando nelle campagne slave il sentimento nazionale; dicendo agli slavi che essi erano un popolo e una razza differente dagli italiani, e che la loro lingua non doveva rimpiattarsi nelle case, come un rozzo dialetto, ma essere ammessa nei tribunali, nelle scuole, negli uffici pubblici, nelle banche, a pari della lingua italiana, con gli stessi onori. È apparsa infatti e cresce da qualche decennio, nelle città e nelle cittadine che specchiano nelle acque dell’Adria la bella faccia ancor veneziana, una borghesia slava di professionisti, di mercanti, di banchieri, di professori, di giornalisti, che si atteggia a rivale e nemica dell’italiana. Siccome gli slavi son più numerosi e prolifici degli italiani, non solo la costa Dalmata, ma l’Istria stessa, e in questa Trieste, difficilmente potranno scampare al pericolo di slavizzarsi se l’Austria aiuterà ancora per mezzo secolo gli slavi con la forza di uno Stato potente. Solo conquistando l’Istria, noi potremo impedire che a Trieste non si parli e non si scriva più tra cinquant’anni italiano; e che ogni memoria dell’Italia sia perduta in quelle terre che dai tempi di Augusto in poi furono sempre latine. Il che sarebbe come una disfatta storica dell’Italia. Per ragioni che sarebbe troppo lungo enumerare, è cosa oggi assai difficile di conquistare alla lingua italiana nuovi territori. Tanto maggiore è dunque il nostro dovere di impedire che nessuno dei territori in cui oggi si parla italiano lo dimentichi.

III.

Non sono dunque nè poche nè di poco momento le ragioni che spingerebbero oggi l’Italia a unire le proprie armi a quelle che già fanno guerra agli Imperi germanici. Sono ragioni così vitali che, se l’Italia resterà con le braccia incrociate, è facile prevedere possa riceverne un colpo mortale. Si dovrebbe quindi credere che in Italia popolo e Governo siano uniti e concordi nel deliberato proposito di rompere gli indugi e di affrettare il destino. Molti stranieri infatti sono di questo pensiero; e di giorno in giorno aspettano che l’Italia si muova. Ma passano le settimane e i mesi, senza che il gran gesto si compia: onde ogni tanto molti voltano la testa sorpresi verso il Mediterraneo e la penisola che in quella è chiusa, come chiedendo: «Ma che cosa dunque aspetta l’Italia?». Quante lettere mi giungono ogni settimana, da ogni parte, che mi pongono tutte la grande questione: «Ma l’Italia cosa fa? Quando suonerà l’ora del destino?».

Eppure è così. Gli stranieri si ingannano. Quella volontà concorde, risoluta ed unanime di tutti, che molti stranieri suppongono, non esiste ancora. L’Italia è perplessa e divisa. C’è ancora chi pensa che l’Italia avrebbe dovuto scendere in campo con l’Austria e la Germania contro la Francia, la Russia e l’Inghilterra. C’è chi vuole che l’Italia conservi la neutralità sino alla fine della guerra; e chi vuole infine, che essa intervenga a fianco della Francia, dell’Inghilterra e della Russia contro l’Austria. Di queste tre opinioni, la prima ormai non è professata apertamente che dai pochi fedeli della Triplice ancora superstiti; tra la seconda e la terza è diviso quasi tutto il Paese; ma sebbene non sia cosa facile fare il conto di quelli che professano l’una e di quelli che professano l’altra opinione, non è dubbio che la maggioranza parteggia per la neutralità. Se guardiamo al mondo politico, noi troviamo infatti apertamente favorevoli alla neutralità il partito socialista e il partito clericale; apertamente favorevoli all’intervento il partito repubblicano, il partito riformista, che raccoglie la parte più moderata del partito socialista, e il partito radicale; incerto e perplesso il partito liberale, che è nel Parlamento il più numeroso. Ma il partito socialista e il partito clericale hanno un seguito ben più numeroso che non il partito radicale, il partito repubblicano e il partito riformista.

Se dai partiti politici si passa al Paese si può affermare che il popolo — i contadini e gli operai — sono quasi tutti avversi ad ogni guerra, anche alla guerra contro l’Austria. I ceti industriali, commerciali e finanziari sono più favorevoli alla pace che alla guerra; ma la maggiore istruzione facendo chiaro a molti che in questo mondo non basta voler la pace per averla, questi ceti si rassegnano alla guerra, se questa sarà necessaria, come a una disgrazia che non c’è mezzo di schivare. Bellicose — con maggiore o minor fervore — sono invece le classi istruite: la burocrazia, i giornalisti, gli insegnanti delle scuole, molti professionisti. Quasi tutti i giornali largamente diffusi predicano la guerra all’Austria.

Anche più difficile è il distinguere tra regione e regione. Differenze da città a città non mancano mai, in Italia; ma questa volta sono più incerte e confuse che di solito. Pare che il Veneto, il quale confina con l’Austria, sia favorevole alla guerra. Il Piemonte invece l’avversa risolutamente, mentre la Lombardia e la Liguria sono divise. Nell’Italia centrale ci sono regioni, come la Romagna, dove lo spirito bellicoso, forse per opera del partito repubblicano, è entrato nella moltitudine; ma anche nell’Italia centrale il partito favorevole alla neutralità è forte. Si dice invece che il desiderio della guerra prevalga nell’Italia meridionale e in Sicilia. Molte persone che conoscono a fondo quei paesi me l’hanno ripetuto.

IV.

L’Italia, dunque, esita; e pur parteggiando per la coalizione, pur desiderando che l’Inghilterra, la Francia e la Russia siano vittoriose, inclina ancora più alla neutralità ed alla pace che all’intervento e alla guerra. Ma per capire quel che è successo e quel che potrà succedere in Italia non basta sapere quale è lo stato presente dell’opinione pubblica; occorre conoscerne le ragioni. Come è accaduto che l’Italia nel 1915 sia così lenta a intendere quella necessità nazionale, che Giuseppe Mazzini spiegava già sin dal 1866 con così luminosa chiarezza? Perchè è disorientato là dove anche gli stranieri vedono chiaro? E per sciogliere questo quesito, occorre rammentare che nel 1882 l’Italia contraeva con l’Austria e la Germania un’alleanza la quale, rinnovata parecchie volte, è ancora valida, almeno in teoria, poichè non è stata denunciata neppure quando scoppiò la guerra Europea; ricordare quali obblighi impose all’Italia questa alleanza. L’Italia era, tra le tre Potenze alleate, la più debole, perchè aveva un territorio più angusto, popolazione meno numerosa, l’esercito più piccolo, mediocre ricchezza e prestigio militare; onde dovè nei patti subire la volontà dei due troppo potenti alleati. D’altra parte è chiaro che l’Austria non avrebbe stretta alleanza con l’Italia, se il Governo italiano non avesse cancellate le terre italiane dell’impero dal novero delle sue rivendicazioni ufficiali. Così fu che, dopo aver stretta alleanza con l’Austria, il Governo italiano dovè con le scuole, i giornali e i partiti che a lui erano ligi, con tutti i mezzi insomma di cui dispone in Europa un Governo — e son più numerosi e potenti che in America — combattere e proscrivere «l’irredentismo», come lo chiamiamo noi; fare quanto poteva affinchè la nazione dimenticasse che degli italiani vivevano ancora sotto lo scettro degli Absburgo, che il confine orientale era aperto all’invasione nemica, che nell’Adriatico Italia e Austria erano nemiche non per malvolere di uomini, ma per ragioni geografiche. Ci furono anni in cui, di Trento e di Trieste, degli Italiani sudditi dell’Austria e delle cose loro, era prudenza parlare in Italia a voce bassa, chi non volesse aver delle noie; e sempre fu più prudente il non parlare affatto, massime per gli uomini di Stato che non volevano cadere in disgrazia.... Restò famoso, verso il 1890, il caso del ministro Seismit-Doda. Faceva costui parte di un Ministero presieduto dal Crispi; ed ebbe un giorno la disgrazia di essere invitato ad un pranzo pubblico, non ricordo più per quale cerimonia, in una città posta poco lungi dal confine austriaco. A questo banchetto assisteva un giovane deputato, che al levar delle mense fece un discorso, ed alluse al vicino confine di cui l’Italia non poteva dichiararsi contenta. Il ministro ascoltò senza battere ciglia e senza dare a divedere alcun sentimento: e che altro avrebbe potuto o dovuto fare? Ma per non aver protestato, fu in ventiquattro ore destituito.

V.

Ho ricordato questo fatterello perchè chiarisce meglio di lunghi ragionamenti a che prezzo l’Italia potè stringere alleanza con l’Austria. Ogni tanto qualche nuova persecuzione degli Italiani sudditi dell’Austria, che non si poteva nascondere; qualche episodio della lotta incessante tra slavi e italiani di cui era necessario informare il pubblico, ricordavano all’Italia che il problema adriatico poteva essere dimenticato, non sepolto. Ma il Governo, stretto dal suo patto, lasciava sbollire il primo dolore; poi con i suoi giornali, con i suoi partiti, con tutti i mezzi di cui disponeva, cercava di affrettare l’opera del tempo che tutto oblia.

Per lunghi anni, dunque, alle provincie irredente non restarono altri protettori in Italia che il partito radicale e il partito repubblicano — i quali però avevano poca autorità; e qualche poeta che ogni tanto, tra una lirica di amore e una baruffa letteraria, saettava una manciata di giambi contro l’Austria e gli Absburgo. Certamente il Governo italiano faceva le viste di aver dimenticati gli Italiani soggetti all’Austria, più che non li avesse dimenticati. La diplomazia sa l’arte di eludere un trattato, mentre sembra osservarlo. Un giorno, in cui tanti segreti saranno svelati, si saprà forse anche come dei Ministeri, i quali perseguitavano in Italia le agitazioni irredentiste, copertamente aiutavano con denaro gli Italiani dell’Istria e della Dalmazia contro gli slavi e il Governo austriaco. Nè la tradizione irredentista si perdeva tra le classi intellettuali. Giosuè Carducci, lo scrittore che l’Italia ha canonizzato come il maggiore della seconda metà del secolo XIX, a cui il Governo ha tributato nell’ultima parte della sua vita i più grandi onori ufficiali, e al quale sta erigendo un monumento in Bologna, fu un nemico implacabile dell’Austria. Insomma, il Governo italiano avrebbe potuto far suo, per Trento e per Trieste, il consiglio che Gambetta diede ai Francesi per l’Alsazia e la Lorena: pensarci sempre e non parlarne mai. Credeva forse di provvedere così nel tempo stesso agli interessi presenti dell’Italia e di riserbare l’avvenire.

Ma le classi governanti non si accorgevano che, mentre esse pensavano in silenzio a Trento e Trieste, anche in Italia, come in tutta l’Europa, l’intera fabbrica dello Stato crescendo di mole e di altezza, era necessità rinforzarne e ingrandirne le fondamenta, che posano sulla plebe. A poco a poco il servizio militare e per conseguenza anche il diritto di voto si allargavano. Era forza quindi istruire la plebe: ma questa istruendosi non poteva non smettere una parte dell’antica docilità; si raccoglieva in associazioni, parteggiava, voleva leggere i suoi giornali, e far sentire la sua voce al Governo. Oggi, in Italia, come in ogni altra nazione d’Europa, nessun Governo potrebbe obbligare con la forza il popolo a fare una guerra, senza avergliene spiegata in qualche modo la ragione. Ma per persuadere la plebe poco colta, che l’Italia dovesse, presentandosi l’occasione, sforzarsi di compiere anche con le armi l’unità nazionale, e per averla pronta in quel giorno al cimento, non bastava pensare in silenzio ai fratelli ancor soggetti all’Austria: occorreva parlarne al popolo e di continuo; spiegargli che cosa fosse e che cosa minacciasse il pericolo austriaco, come la Francia non ha smesso un istante di spiegare al popolo, dopo il 1870, il pericolo tedesco; toccare il sentimento, alimentare una fiamma di passione popolare con le formole diplomatiche e militari della questione adriatica. Non si prepara la moltitudine alla guerra con i ragionamenti, che possono convenire alle dotte discussioni di una Accademia di scienze politiche o di un Consiglio superiore di guerra. Chi ha parlato invece al popolo di Trento e di Trieste, negli ultimi trent’anni? Nessuno. La letteratura, che ha conservata nelle classi colte la tradizione irredentista, non è letta dalla plebe. La scuola, che è un’istituzione ufficiale, non ha potuto diventare un organo di propaganda avversa all’Austria. Dei partiti politici, il partito conservatore e il liberale, ligi al Governo, si sono chiusi nel silenzio. Il partito radicale e il partito repubblicano, che invece non vollero mai tacere, non hanno mai avuto largo seguito, fuori che in certe regioni. Grande ascendente ha acquistato invece sulla plebe, in tutta Italia, il partito socialista: ma anche questo ha parlato al popolo di cose ben diverse che non fossero le provincie irredente dell’Austria. In conclusione, quando la guerra europea è scoppiata, il popolo non aveva che un vago sentore di quel che l’Italia potesse o dovesse fare nell’Adriatico.

VI.

È facile dunque capire in quali strette terribili si è trovato ad un tratto il Governo italiano, allo scoppio della conflagrazione europea. Pochi episodi della storia possono dimostrare più luminosamente non esserci nè forza nè accorgimento di Governo che possa sostenere alla lunga una politica troppo artificiosa. Sino al 24 luglio l’opinione pubblica italiana era più incline a Germania che a Francia. Da due anni c’era molto malumore tra i due popoli latini, per le diverse questioni nate in Oriente ed in Africa dalla nostra guerra di Tripolitania: e i giornali come i partiti ligi al Governo si sforzavano, quanto potevano, di irritare ancora più quell’acredine ormai invelenita. Ma otto giorni bastarono a capovolgere il sentimento della nazione. Nessuno di noi dimenticherà finchè viva il procelloso tumulto di affetti che si levò in Italia, in quella ultima settimana del luglio fatale e nelle prime settimane dell’agosto del 1914; prima l’irritazione per le prepotenti minaccie dell’Austria alla Serbia; poi l’irritazione per le tortuose mosse delle due diplomazie tedesche nei giorni successivi, e per le oblique intenzioni di cui erano indizio; indi lo stupore e il terrore, allorchè la Germania sfoderò improvvisamente la spada dichiarando guerra alla Russia e alla Francia: infine lo sdegno e il furore, quando gli eserciti tedeschi si precipitarono per il Belgio neutrale sulla Francia....

L’Italia voleva la pace; si era acconciata a sopportare molti danni procedenti dalla Triplice alleanza, perchè l’avevano assicurata che, sinchè fosse alleata dei due Imperi germanici, la guerra non avrebbe sconvolta l’Europa: essa non potè perdonare, in quel momento supremo, ai due Imperi alleati di aver tradita la sua suprema speranza. Senonchè questa giusta collera pubblica buttava a terra in un giorno, come un terremoto, tutto l’edificio che il Governo italiano aveva pazientemente architettato in trent’anni. Il Governo italiano ebbe ragione di negare il casus foederis; ma anche ci fosse stato il casus foederis, come avrebbe potuto costringere la nazione a versare il suo sangue per difendere la causa dei due Imperi aggressori? L’Italia si dichiarò neutrale perchè la nazione, inorridita, non volle prestare man forte all’aggressione premeditata dai due Imperi centrali. Passò così l’agosto, e quelle settimane in cui ci toccò di ascoltare le prime urla frenetiche di vittoria degli aggressori e dovemmo chiederci se davvero la Giustizia era passata in qualche altro pianeta, per punire gli uomini di averne tanto negletti gli altari. Per fortuna nella prima quindicina di settembre i russi vincevano la battaglia di Lemberg, i francesi la battaglia della Marna: e sbollito un poco lo sdegno dei primi giorni d’agosto, calmatasi l’ansia del cominciar di settembre, l’Italia prese a riflettere più ponderatamente sui terribili eventi di cui l’Europa era teatro. Al Governo, a quanti avevano esperienza di cose politiche e giudicavano senza passione, apparve allora chiaro che se restasse neutrale, l’Italia potrebbe trovarsi dopo la guerra in grande pericolo, qualunque fosse la parte vittoriosa. Vincessero, ad esempio, i due Imperi germanici: l’Austria conquisterebbe la Serbia, si amplierebbe, si rafforzerebbe di nuovo prestigio, e che altro scampo sarebbe rimasto all’Italia, che già ora è più piccola, più debole e meno popolosa dell’Austria, se non di rassegnarsi a figurar nel codazzo degli Stati suoi clienti, insieme con la Rumenia e con la Bulgaria? Avremmo noi potuto sperare aiuto od appoggio dalla Francia, dall’Inghilterra e dalla Russia, vinte e indebolite? Se invece i due Imperi germanici fossero vinti e l’Austria mutilata, senza che all’Italia toccasse il brandello che è suo, le classi intellettuali non perdonerebbero più, questa volta, nè alla Dinastia nè al Governo; e dimenticando di aver approvata e favorita per trent’anni tutta l’opera del Governo, gli rinfaccerebbero spietate tutti quegli atti che a suo tempo approvarono come saggissimi. Ma a schivar Scilla senza incappare in Cariddi, era forza muovere guerra all’Austria. Ora non è facile, come ognuno intende, improvvisare in pochi mesi la guerra contro un Impero, dopo esserne stati per trentatrè anni alleati.

VII.

Le maggiori difficoltà con cui il Governo si trova alle prese sono due: la avversione, non aperta ma tenace di una parte assai potente delle classi governanti, che non vuole la guerra contro l’Austria, perchè è amica della Germania e vuol sostenere in Europa il germanesimo; e l’avversione aperta della plebe che, pur essendo avversa ai tedeschi, non vuol fare la guerra se l’Italia non è assalita, perchè preferisce la pace. Le classi governanti dell’Italia sono state troppo germanizzate negli ultimi trent’anni, nelle Scuole e nelle Università, dalla scienza, dalla filosofia, dalla letteratura, dai giornali, perchè potessero davvero e sul serio inorridire di questa sanguinosa avventura, che è, come la Riforma, come la filosofia di Hegel, come la Monarchia prussiana, un’opera genuina dello spirito germanico. Dopo il 1870 hanno di continuo tentennato tra le ideologie umanitarie e democratiche venute di Francia, che ci erano state di così grande aiuto a rifarci nazione; e le dottrine autoritarie, gli antichi e recenti evangeli della forza a cui le vittorie della Germania avevano conferita nuova autorità: hanno sempre spregiate nell’intima coscienza le ideologie umanitarie e democratiche, come tante altre cose venute di Francia, e si sono sentite attratte piuttosto dalla forza tedesca; ma si erano troppo servite, in passato, di quelle ideologie, se ne servono troppo nel presente, da osare apertamente negarle! Onde le infinite contradizioni in cui si sono smarrite negli ultimi trent’anni, e quando la guerra europea scoppiò. Universale fu da prima, anche nelle classi governanti d’Italia, lo sdegno per l’aggressione germanica e la gioia per la vittoria delle armi francesi sulla Marna: ma poi, a poco a poco, dileguata la prima impressione, mentre una parte veniva meditando su quel che succederebbe all’Italia se essa uscisse dalla crisi a mani vuote, un’altra parte si chiedeva quel che succederebbe se il germanesimo fosse troppo indebolito in Europa In quale misura sarebbe perturbato l’equilibrio politico, religioso, intellettuale, economico dell’Europa? E quanti di questi perturbamenti nuocerebbero al prestigio, alla potenza, alla ricchezza di questo o di quel partito, di questa o di quella consorteria, di questo o di quel gruppo? E rotta per sempre la Triplice Alleanza, non incomincerebbe per l’Italia un nuovo periodo storico, diverso dal precedente, in cui bisognerebbe mutar troppe delle antiche cose? Gli uomini e i gruppi politici che per trent’anni avevano insegnato all’Italia che la Germania era invincibile, che l’Austria e la Germania erano lo scudo delle nostre fortune, che cosa potrebbero dire e fare il giorno in cui l’Italia movesse in armi contro i suoi antichi alleati? Alcuni anche sentono degli scrupoli sinceri di lealtà.

A questa parte delle classi governanti si oppone l’altra, che si sforza con grande ardore di riguadagnare il tempo perduto; e cerca di convincere il popolo esser necessario muovere guerra all’Austria, per rivendicare nell’Adriatico l’eredità della Serenissima e liberare i fratelli ancora irredenti. Ma la plebe sinora è rimasta piuttosto fredda, perchè a suscitar nella moltitudine numerosa, torpida e lenta, una grande passione incitatrice, occorrono le lunghe preparazioni. È facile dunque capire che, sinchè queste due opposizioni, o almeno una delle due non venga meno, l’intervento dell’Italia nel conflitto europeo non sarà un’impresa così semplice e facile come molti stranieri pensano. Tuttavia io credo che, nonostante queste difficoltà che sono grandissime, l’Italia prenderà parte alla guerra europea contro l’Austria, accanto alla Francia, all’Inghilterra, alla Russia. Se tra un mese o due o tre, se quando le nevi si scioglieranno sulle Alpi o prima, io non lo so, e forse lo ignora ancora lo stesso Governo. Gli eventi indicheranno il momento; ma il momento dovrebbe scoccare....

E per questa ragione, precipuamente: che sebbene le difficoltà e i pericoli del muovere guerra siano grandi, verrà il giorno in cui, massime se la fortuna delle armi continuerà ad essere avversa all’Austria, il pericolo del non agire apparirà anche maggiore. E apparirà maggiore del primo perchè se l’Austria fosse vinta e mutilata, senza che l’Italia riscattasse in libertà le provincie italiane, tutta Italia, anche quella parte che ora più ardentemente chiede di restare neutrale, capirebbe alla fine quel che da un pezzo pochi spiriti più illuminati avevano inutilmente veduto: che se si può discutere intorno alla Triplice Alleanza, quale fu stipulata nel 1882, se cioè fu allora errore o no lo stipularla, fu certo errore grave averla rinnovata così a lungo, dopochè la Triplice Intesa si era stretta, ed errore gravissimo non essersi accorti che dal 1905 in poi l’Alleanza aveva mutato scopo e indirizzo. Pur quanti pensano che l’Italia avrebbe fatto meglio a non legarsi nè nel 1882 nè mai con i due Imperi germanici, riconoscono però che dal 1882 al 1900 la Triplice Alleanza ebbe il merito di volere la pace. In Germania governava la generazione che aveva combattute le guerre del 1866 e del 1870; e che chiedeva soltanto di conservare gli acquisti fatti con tanta fortuna. Ma dal 1900 in poi, a poco a poco, lo spirito pubblico muta in Germania; cresce una nuova generazione, che, piena di orgoglio e ignara di guerra, sogna le glorie e i lucri di una egemonia mondiale; mentre l’Austria, che non è riuscita a trovar ristoro all’interno travaglio nella pace, ricomincia a pensar di salvarsi con la guerra. L’alleanza, dal 1905, dopo la questione del Marocco, diventa aggressiva: ma il Governo italiano, che pure, come il popolo, voleva ancora e solamente la pace, non se ne accorge; vede sempre con gli occhi antichi nella Germania il custode armato e vigile della pace europea[2]; non fa nulla nè per impedire la catastrofe nè per preparare l’Italia ad affrontarla; rinnova ad ogni scadenza il patto; lascia gli antichi rapporti con l’Inghilterra raffreddarsi e rallentarsi; aizza ogni tanto l’opinione pubblica contro la Francia; e lascia la guerra europea sopraggiungere l’Italia alleata di due Potenze con cui non voleva combattere; inclinata alle Potenze di cui avrebbe dovuto esser nemica; e poco preparata ad intendere che la neutralità sarebbe una specie di suicidio nazionale.

Che cosa potrebbe accadere se, terminata la guerra europea, quando l’Italia dovrà penare con gli altri popoli d’Europa nella lunga miseria che allora accomunerà belligeranti e neutrali, vinti e vincitori, dovesse per di più sentirsi delusa per l’occasione mancata, odiata dagli uni come traditrice, spregiata dagli altri come inetta e pavida; e se il partito repubblicano, il partito socialista, i malcontenti, gli ambiziosi, i mestatori approfittassero dello stato d’animo popolare, per indagare come e per colpa di chi questi errori sono stati commessi? Questa paura spingerà al momento decisivo il Governo ad agire; ossia — per esprimere la stessa idea con altre parole — il Governo sarà un giorno obbligato a far la guerra all’Austria perchè troppo lungamente, fedelmente e quasi devotamente ne fu alleato. Questo basti, per dire quanto la situazione sia oscura e difficile. Ma è un destino a cui non si può sfuggire. La fortuna, che ci ha assistito altra volta, non vorrà abbandonarci oggi. Ma che i numerosi amici dell’Italia sparsi nel nuovo mondo, non si facciano illusioni e non si meraviglino se l’Italia tarda tanto a muoversi. Il cimento a cui essa si avvia, sarà il più aspro e pericoloso a cui si è accinta dal 1859. Quanti amano il proprio Paese e non prendono le cose troppo alla leggera, non dormono oggi sonni tranquilli. Come vorrei che questo terribile anno passasse presto; e che potessi domani svegliarmi nel 1916, fuori di tutti gli orrori e di tutti i pericoli di cui sentiamo incombere la nuvolosa minaccia sul nostro capo!