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La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 102: Gli scrittori durante la rivoluzione e l'impero francese.
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About This Book

A sweeping political history that follows Italy's institutional evolution from the barbarian fusion after Rome's fall through medieval communes, signorie, and republican centers to early modern principalities and the reforms and upheavals of the Renaissance, Reformation, and Enlightenment; it examines military change, condottieri, and the rise of centralized states, the effects of Napoleonic rule and its collapse, and the reactionary Congress of Vienna. The narrative analyzes cultural and intellectual currents alongside constitutional experiments, showing how local governments, dynastic politics, and popular movements shaped modern Italian political identities.

Capitolo Quarto.
Caduta di Napoleone

Campagne di Russia.

Il sogno dell'impero d'occidente, spingendo finalmente Napoleone contro la Russia, lo sfracella nella sola realtà imperiale ancora capace di avvenire in Europa. L'impero napoleonico svanisce, mentre la Russia, attirata dalla guerra sino a Parigi, entra definitivamente nell'orbita europea, iniziandovi il grande periodo slavo.

La incredibile guerra s'accende tra Russia e Francia quasi senza motivo: da un canto Napoleone, bruno condottiero dell'occidente; dall'altro Alessandro, candido e mistico, con tutto l'oriente ancora separato dalla storia d'Europa. La libertà, librata sulla tirannia militare dell'uno e sul dispotismo ieratico dell'altro, sfavilla. La guerra prepara alla storia battaglie, nelle quali interi eserciti spariranno senza traccia, incendi di città così vasti da illuminare tutto un regno, stragi che la neve sottrarrà col proprio bianco mistero, al computo inorridito della statistica. Napoleone s'avanza (1812) con seicento cinquanta mila soldati, cinquecento generali, centodieci aiutanti; polacchi, prussiani, austriaci, tedeschi, spagnuoli, portoghesi, svizzeri, italiani, marciano sconosciuti gli uni agli altri e fisi alle sue aquile: ottanta mila cavalli rumoreggiavano come turbine intorno ad esse. Un codazzo di re attende in timido silenzio gli ordini dell'imperatore.

La Russia aspetta intrepidamente il grande urto. I suoi soldati superano il milione, l'Inghilterra le profonde tesori; la Svezia attende un cenno da Bernadotte, suo nuovo re ed antico generale di Napoleone, per discendere terribile nella guerra; Dumouriez, l'implacabile traditore, suggerisce il piano della nuova campagna contro la Francia. Moreau accorre dall'America per eseguirlo. Lungi, a tutti i confini dell'immenso impero s'addensano orde di armati, che arriveranno forse a guerra finita. I cosacchi s'adunano e volano sulle steppe coll'impeto delle bufere, le popolazioni sciamano dalle città, il silenzio della solitudine circonda spaventoso la marcia degli invasori. Napoleone s'avanza da Varsavia verso Mosca, ma lentamente, attraverso campagne abbandonate e città vuote, dietro un nemico invisibile, che lo attira ritirandosi e lo inganna coi cosacchi, gli intorbida le già incerte cognizioni del paese, profitta di tutta la sua inesperienza. Invano i generali consigliano di svernare a Vitepsck: Mosca lontana affascina Napoleone come un miraggio. Smolensko soccombe all'invasione, ma vendica la propria resa incendiandosi. Centomila della grande armata sono già periti, gli altri soffrono la fame; Mosca è ad ottanta leghe. Da essa Napoleone spera dettare la pace. Kutusoff, supremo difensore della città sacra, battuto a Borodino è costretto a ritirarsi, e Napoleone entra vittorioso nell'inviolabile fortezza degli czar. Ma il medesimo eroismo, che aveva incendiato lungo la marcia dei francesi ogni villaggio, brucia Mosca; il più grande incendio della storia illumina la più breve delle sue conquiste. I russi, già chiedenti pace a Smolensko, la ricusano a Mosca; la ritirata è inevitabile ed impossibile. L'esercito cinque volte decimato riprende la via di Parigi lontana come un sogno; ma la Russia insta feroce ed innumerevole da ogni banda; a Malo-Jaroslavetz gl'italiani salvano il passo alla grande armata: la confusione del terrore penetra nelle file fracassate de' suoi reggimenti, che non trovano più nè generali nè bandiere, non hanno più nè armi nè viveri, ignorano le strade e non s'intendono l'un l'altro, non sanno ancora il perchè della prima vittoria e non impareranno mai la ragione di quella suprema sconfitta. Poi la neve bianca fredda incessante acciecante confonde cielo e terra, copre cavalli cannoni strade fossi fiumi villaggi città campagne; cancella gradi, gela armi mani occhi parole cuori pensieri. L'esercito non è più che un'orda; la Russia non è più che una bufera; la follia della morte sibila fra il silenzio della neve che cresce sotto i piedi e sulle spalle, abbattendo i vivi e seppellendo i morti. I cosacchi turbinano, si lasciano dietro qualche macchia di sangue che la neve nasconde prontamente, e scompaiono nella neve.

Solo Napoleone pallido, più terribile di quell'uragano, più freddo di quel ghiaccio, più grande di quel silenzio, cammina alla testa di tutti, pensando ancora. La sua guardia stretta dietro di lui pare un corteo di ombre dietro un fantasma.

Il suo XXIX bollettino all'Europa finisce con questa frase quasi inintelligibile nella sublimità del proprio orgoglio: «la salute di Sua Maestà non fu mai migliore».

Adsum qui feci!

Solo in tale procella di due mondi scatenati dalla sua volontà, non vinto ancora, quantunque abbandonato dagli alleati, tradito a Parigi da Malet, che in una notte s'impossessa della capitale ed annunziandolo morto sta per decretare la decadenza della sua dinastia, Napoleone diserta da quell'esercito di martiri, del quale la forza suprema sta ancora nel seguirlo, e, traversando la Germania insorta, accorre più rapido delle proprie aquile a Parigi.

Appena giunto loda, rimbrotta, sferza, rianima la devozione imperiale: a Fontainebleau (1813) circuisce Pio VII e gli appare così grande nell'estremo sforzo di quell'ora contro tutta l'Europa, che l'imbelle pontefice gli accorda la rinunzia al potere temporale e la facoltà pei metropolitani d'instituire vescovi, se Roma ritardi la loro instituzione oltre sei mesi. Era tutto quanto Napoleone gli aveva chiesto tempestando a Savona dall'alto di una potenza apparentemente invincibile; e allora il papa aveva balbettato concedendo, contraddicendosi, ritrattandosi. Adesso, dopo così formale abdicazione, appena sottratto al fascino di Napoleone, protesta daccapo contro la propria debolezza. Ma il grande atto è compiuto; il papato si è suicidato, il papa è ridisceso volontariamente dal grado di re a quello di primo vescovo della cristianità. Impero e papato soccombono alla stessa catastrofe, papa ed imperatore muoiono nella stessa abdicazione.

Intanto Napoleone non perde un minuto: la sua prodigiosa attività, aiutata dalla mirabile organizzazione delle prefetture, riprepara nell'impero sconvolto un nuovo esercito; la publica opinione, stordita dal rombo di tanti disastri e dalle nuove grida di rivincita, non sa più come giudicare: il linguaggio dell'imperatore suona altero come nei giorni della vittoria. Napoleone batte moneta con ogni espediente, deferisce la reggenza a Maria Luigia, e alla testa di un esercito di coscritti si riavventa sulla Germania, pigliando l'offensiva. Murat, al quale abbandonando i resti della grande armata aveva ceduto il comando, inquieto per il proprio regno di Napoli, diserta vilmente; Eugenio, che gli succede, non vale di più; Ney, che basterebbe forse contro tanta rovina, non è che generale e deve ubbidire al vicerè. Ma la sesta coalizione è già stretta. Prussia, Austria, Germania si rivoltano: Blücher è il nuovo eroe prussiano, Schwartzenberg il generalissimo aulico dell'Austria. Tutte le nazioni sono in piedi contro Napoleone al grido d'indipendenza e nel nome della libertà; nullameno il terrore del suo genio è tale che gli si offre ancora per confine il Reno conquistato dalla rivoluzione. Egli non può accettarlo: la follia dell'impero lo costringe a volerne i confini all'Oder e all'Elba; la storia ha bisogno della guerra nazionale per svecchiare e chiarire la coscienza europea. Quindi Napoleone, dimentico della Francia, non campeggia più che per il proprio impero; a Lützen, a Wurschen, a Bautzen la vittoria gli sorride ancora: l'Austria ingelosita del movimento tedesco diretto dalla Prussia propone una pace per impedire la formazione di una nuova Germania: Napoleone, più superbo che mai, ripretende l'integrità dell'impero dall'Illiria ad Amburgo, e la guerra si rinfocola. Castlereagh invelenisce col proprio odio inglese lo sdegno di tutta l'Europa, Bernadotte e Moreau parricidi combattono contro la Francia, Jomini dotto stratega svizzero la diserta; l'eroismo germanico emula quello della convenzione: filosofi, scienziati, poeti, diplomatici, donne e fanciulli si gettano alla guerra. Napoleone resiste invano: battuto a Lipsia, è già vinto; costretto a ritirarsi in Francia, la difende colla foga di una improvvisazione, che ripete i miracoli del 1796; ma tutto crolla intorno. Il suo impero si sfascia come un scenario; i re improvvisati si spogliano come tante comparse al finire del dramma. Wellington minaccia i Pirenei, il principe di Orange solleva l'Olanda, le città anseatiche insorgono, la confederazione del Reno è spezzata, Illiria e Tirolo si scuotono; Murat, stupidamente traditore, s'accorda coll'Austria; la Svizzera, giustamente ribelle, scrolla il protettorato francese.

Proposizioni di pace rallentano indarno questa guerra che deve congiungere con due campagne inverse Parigi e Mosca; Napoleone ricusa tutti i patti, non promette nessuna libertà, non domanda che soldati per vincere. La Francia non ne ha più. Gli alleati, vinto il Reno senza colpo ferire e violati gli antichi confini francesi, si congregano ancora a Châtillon incerti sul come ordinare la Francia: la loro esitanza in faccia alla rivoluzione li fa somigliare a gufi esposti al sole. Napoleone delirante adesso esige il Reno e compensi per i propri fratelli spodestati: suprema pretesa feudale, che solamente egli, estremo imperatore militare, poteva affacciare! Ma Pozzo di Borgo, il suo terribile rivale còrso, persuadendo agli alleati di marciare su Parigi, dà la formula finale di questa guerra delle nazioni e spezza l'incanto dell'impero.

Parigi disonora nella propria capitolazione se stessa e Marmont: Napoleone, separato dal popolo per la fatale follia dell'impero, non può, come Alessandro di Russia e la convenzione, bandire la guerra nazionale; quindi abdica (1814) a Fontainebleau, riserbandosi la sovranità dell'isola d'Elba e stipulando il ducato di Parma e Piacenza per la moglie. Così il ridicolo si mesce al sublime. Il suo ultimo addio non è alla nazione, ma ai soldati.

I Borboni rientrano in Francia sottomessi ad una costituzione, che tradiranno, ma che ha già distrutto il principio della loro monarchia divina.

Catastrofe dei regni francesi in Italia.

In Italia il disastro della campagna di Russia aveva ingagliardito la vecchia opposizione regio-cattolica.

Già da tempo questo partito, aiutato da Palermo, da Roma e da Vienna, intendeva ad una restaurazione. Per esso il codice francese era una tirannia e l'amministrazione napoleonica un saccheggio. Colle guerre del 1805 crebbe l'agitazione: il Polesine si dichiarò in favore dell'Austria; l'anno seguente Parma si ammutinò nel nome del papa; nel 1807 i regii di Napoli sconfitti si unirono agl'insorti delle Calabrie; nel 1809 tutta Italia rispose all'insurrezione del Tirolo. La polizia di Beauharnais, sequestrando le carte al conte di Goess, emissario austriaco, vi scoprì compromessi tanti nobili lombardi, che non ne osò il processo; a Como un montanaro organizzò una banda d'insorti; ad Arezzo il clero ordinò una vasta insurrezione, che pochi gendarmi bastarono nullameno a domare; a Lugo un'associazione teocratico-antinapoleonica disciplinava l'assassinio sui francesi e sui franchi muratori. Le società cattoliche assalivano la rivoluzione in Napoleone, quelle democratiche combattevano in Napoleone la contro-rivoluzione della sua dittatura militare; quindi le necessità del combattimento strinsero le due parti, mentre la sollevazione spagnuola sembrava giustificare tale mostruosa alleanza, provando ai regii come si potesse ritorcere la rivoluzione contro Napoleone, e ai democratici come battersi momentaneamente sotto l'infamata bandiera dei vecchi signori.

Poi la rivoluzione operata dal Bentinck in Sicilia contro la regina Carolina, avendolo reso popolare, gli permise di capitanare la propaganda regia e rivoluzionaria contro Napoleone. La carboneria calabrese, dianzi smarrita in un misticismo evangelico, si trasformò per la nuova influenza britannica in partito costituzionale, infiammandosi al contatto di tutte le feroci passioni meridionali. Murat le oppose Manhès e giustiziò Capobianco; naturalmente questa repressione sanguinosa accrebbe la forza della setta. Intanto Bentinck trattava con Genova e con Milano, a quella promettendo l'antica repubblica, a questa un regno italico indipendente.

Il partito dell'indipendenza italiana, che nel 1799 osteggiava austriaci e francesi, regii e democratici, costretto all'assurdo dalla forza delle circostanze, doveva ora sostenere i governi di Beauharnais e di Murat. Quegli, figliastro di Napoleone e a lui fedele, non avrebbe mai osato in tempo utile la rivolta necessaria a costituirsi indipendente; questi, piuttosto generale di cavalleria che re, impetuoso ed inetto, teatrale ed inconsapevole, non si era ancora fuso col proprio popolo, dandogli la costituzione giurata di Bajona, e non intendeva nulla nè di governo nè di storia italiana. D'altronde avrebbero avuto nemici l'Austria e il papa nell'ora imminente della grande restaurazione europea.

Il partito democratico rifugiato nelle sètte non aveva nè un fatto nè una forma politica entro cui operare in nome proprio, mentre tutta la storia era allora occupata dalla dittatura militare di Napoleone e dalla reazione nazionale europea contro la medesima. L'Italia, non essendo ancora nazione, giacchè il regno italico sbozzato dalla rivoluzione nella cisalpina era di fatto diventato un dipartimento dell'impero francese, e quello di Napoli successivamente conceduto a Giuseppe Bonaparte e a Murat appariva come un'usurpazione contro i Borboni ancora saldi in Sicilia e riconosciuti da tutta Europa, e Roma tolta al pontefice non era divenuta capitale d'Italia, e il neonato re di Roma non bastava nemmeno al vacillante impero paterno; l'Italia non poteva compiere la propria reazione nazionale assicurandosi l'indipendenza o guadagnandosi una costituzione come la Francia, la Prussia, la Spagna, la Germania. La forma politica del regno, dovuta esclusivamente alla rivoluzione francese, doveva sparire sotto la grande reazione europea, perchè nella storia le forme di accatto non sono vitali; d'altronde la nazionalità italiana, costretta ad essere per l'inevitabile soppressione del papato la più rivoluzionaria d'Europa, non poteva derivare da una reazione monarchica imitante i gridi liberali solo per odio alla dittatura soldatesca di Napoleone.

La reazione italiana non poteva non concludere alla ristorazione dello stato anteriore alla rivoluzione.

Quindi al fracasso dei primi rovesci napoleonici le cospirazioni austro-liberali e regio-cattoliche cominciano a mostrarsi. Il massacro dell'esercito italiano in Russia giustifica per la sua inutilità nazionale il rinfocolamento degli sdegni; l'imminenza di nuovi padroni agghiaccia gli ultimi entusiasmi per la libertà e ravviva l'orgoglio codardo e perverso delle antiche servitù. Murat, disertando il comando supremo della grande armata per timori sul proprio regno di Napoli, appena giunto a Milano, assiepato dal partito dell'indipendenza, si gonfia alla speranza di conquistare tutta Italia, solo superstite della caduta di Napoleone. Contro questi già covava rancore per il contrastato sbarco in Sicilia e gli accordi segreti tentati colla regina Carolina contro di lui. Bentinck, risoluto quanto sottile diplomatico, scoperte tali velleità, badava ad infiammarlo per spingerlo in mezzo agli alleati; ma coll'orecchio teso al rombo delle grandi battaglie Murat esitava ancora per concordarsi al più forte. Intorno a lui molti suoi generali cospiravano per imporgli una costituzione: Guglielmo Pepe tentò di proclamarla a Sinigallia.

Intanto Eugenio di Beauharnais, rimandato da Napoleone in Italia per levarvi uomini e denaro, si avviluppava involontariamente nello stesso problema di Murat, quantunque più sinceramente devoto alla Francia e all'imperatore. La rotta di Lipsia, col togliere a Napoleone ogni ragionevole speranza di rivincita, obbligava Eugenio a discutere la propria posizione in Italia. Quindi il desiderio di rimanervi mutandoglisi fatalmente nel sogno di un proprio regno indipendente, pose anche egli una seconda candidatura regale e fece saggiare la publica opinione da fidati. Murat se gli accostò, offrendo di spartirsi fra loro amichevolmente l'Italia: Eugenio, diffidente dell'emulo, non abbastanza staccato dalla Francia e troppo poco risoluto per l'energia di un tradimento efficace, esitava. L'opinione publica gli era contraria; l'aristocrazia lo aborriva e infiammava l'odio popolare contro Prina e Méséan, ministro segretario. Murat infervorato seduceva il generale Pino per tentare un moto nel regno malgrado il principe vicerè, e fallito nel disegno si buttava finalmente all'Austria, avendo già occupato Roma e le Marche; mentre Eugenio, costretto a ritirarsi sull'Adige dinanzi al nembo dell'invasione austriaca malgrado alcune brillanti fazioni, sembrava dimenticare i sogni regali in più generosi propositi di vittorie campali. Ma anche questa gloria doveva essergli contesa. Nugent, sbarcato a Goro, invadeva il Ferrarese; Bellegarde instava da Verona; Bentinck, approdato a Livorno con quindicimila uomini, muoveva alla conquista di Genova; Murat minacciava da Bologna. Oramai del dominio francese in Italia non restava che la parte compresa fra il Mincio e il Po e le Alpi: i greci e i calabresi di lord Bentinck avevano conquistato Genova ripristinandovi ipocritamente l'antica republica; tutti i proclami degli alleati promettevano libertà, indipendenza, unità, confermando nella menzogna di questo espediente la verità della nuova ancora immatura idea politica di una terza Italia.

Alle novelle della presa di Parigi e della abdicazione di Napoleone, Eugenio pattuiva con Bellegarde, generalissimo austriaco, il ritorno dei soldati francesi in Francia e la facoltà agli italiani di conservare la parte di regno occupata sino a che i loro delegati, abboccandosi coi confederati a Parigi, stabilissero una nuova condizione politica. Questa convenzione di Schiavino Rizzino era l'atto mortuario del regno italico. Ma partiti i soldati francesi, dopo grandi e tristi saluti ai soldati italiani loro affratellatisi sui campi di tante vittorie, e dispostosi il vicerè a ritirarsi in Baviera presso la famiglia del re suo congiunto; alla notizia che l'Imperatore Alessandro consentiva a conservargli il regno italico, rinacquero in lui e nei partigiani le speranza. Si fecero brogli, l'esercito italiano aderiva, ma Milano tumultuò. La plebaglia, assediando il palazzo del senato, domandò la revoca di un dispaccio che riconosceva il governo di Beauharnais, e la convocazione dei collegi elettorali; la sala delle deliberazioni fu invasa; quindi si corse infuriando al ministero delle finanze. Prina sorpreso nel proprio palazzo, e strangolato, morto a colpi di ombrello. Questa sedizione, opera della nobiltà milanese, ingelosita dell'importanza politica acquistata nella nuova amministrazione dagli italiani convenuti d'ogni parte del regno, fu invano frenata negli ultimi eccessi dall'onesta energia della cittadinanza. Infatti, senza nè attendere che i collegi fossero in numero, nè convocare quelli dei dotti e dei commercianti, nè ammettere al suffragio gli elettori delle provincie conquistate dai tedeschi e presenti in Milano, si impose al regno d'Italia la decisione di centosettanta elettori del ducato di Milano, i quali, dichiarato vacante il trono di Napoleone, inviarono commissioni al campo degli alleati per chiedere ingenuamente l'indipendenza del regno d'Italia e la sua maggiore estensione possibile, sotto una monarchia costituzionale con un principe austriaco. Al solito la religione cattolica doveva essere l'unica religione dello stato.

Naturalmente l'Austria largheggiò di equivoche promesse, delegando la reggenza a Bellegarde e riducendo Lombardia e Venezia a provincie austriache. Genova, indarno invocante l'indipendenza garantitale dal trattato di Aquisgrana (1748), fu ceduta al re di Piemonte, talmente fortunato nel trambusto che per poco non ottenne a confine degli stati restituitigli il Mincio. Invece gli fu assegnato il Ticino. Francesco d'Este, cugino e cognato dell'Imperatore d'Austria, dopo aver sperato anch'egli la corona d'Italia o almeno di Piemonte, dovette contentarsi di quella di Modena. Maria Luisa di Borbone ex-regina d'Etruria ebbe Lucca, e Maria Luisa d'Austria Parma in vitalizio. Ferdinando III tornava in Toscana dal trilustre esilio e, cassando tutti i mutamenti della rivoluzione francese, la rimetteva quale ai tempi di Pietro Leopoldo; Pio VII, reintegrato a Roma, vi cancellava ogni traccia rivoluzionaria.

Murat solo restava, estrema comparsa d'un dramma finito.

Intanto che il congresso di Vienna discuteva per ricomporre la carta politica d'Europa, Napoleone dal ridicolo regno dell'isola d'Elba tendeva occhi ed orecchi ai subiti rumori di malcontento scoppiati colla sua caduta. Parigi, dopo di essersi degradata in così festosa accoglienza agli alleati che lo stesso Alessandro di Russia se ne sdegnò, pentita e fatta accorta della impenitente malvagità dei Borboni, rammentava melanconicamente le glorie napoleoniche fra le umiliazioni dell'occupazione straniera; l'Austria, gelosa della nuova importanza della Prussia, le contendeva ringhiando la Sassonia; la Russia s'accaparrava la Polonia; intorno alla Francia temuta quantunque vinta ingrossavano Piemonte, Olanda e Svizzera con nuovi territori. Talleyrand, con suprema abilità di diplomatico francese, seminava gelosie fra i re per indebolirli: i principotti della Germania esclusi dal Congresso reclamavano; Murat, prima riconfermato da Alessandro, poi minacciato dall'Austria e istigato dall'Inghilterra intesa ad intorbidare il congresso, insorgeva con ottantamila uomini per combattere i Borboni di Francia e domandava il passo.

In Italia, il fermento cresceva. I soldati, i venturieri, i liberali, i politicanti addestrati dall'impero, si buttavano a congiure; congiuravano Austria e i Borboni contro Murat, per lui Francia, Russia e Prussia segretamente ostili all'Austria: questa, dopo aver guadagnato in Italia col Lombardo-Veneto un regno quasi uguale al napoleonico, mirava a soggiogarla tutta, o a dominarla almeno con un protettorato pari a quello di Napoleone; Murat, quantunque incapace di signoreggiare col pensiero tanto tumulto di combinazioni politiche, stringeva convulsamente la spada. Una vasta cospirazione, secondo la quale si dovevano catturare i realisti, il generale austriaco Bubna a Torino, Bellegarde e Sommariva a Milano, mentre Murat invaderebbe Roma e le legazioni, fu tramata. Talleyrand vi mestava, Romagnosi e Gioia, i due migliori ingegni italiani, v'entrarono. Ma Talleyrand, che avrebbe voluto in Italia un moto francese in favore dei Borboni contro l'Austria, denunziò la congiura a Bellegarde.

I Cento giorni.

In quell'istante medesimo Napoleone, fuggito dall'isola d'Elba, approdava in Provenza.

Il vessillo tricolore ridesta l'entusiasmo, le aquile napoleoniche volano di campanile in campanile, i Borboni fuggono salvi, fra il disprezzo del popolo che sdegna colpirli, e la viltà dell'aristocrazia che non osa difenderli. L'imperatore entra trionfante a Parigi, vi concede una carta, ibrida mescolanza di idee imperiali e democratiche, e sembra atteggiarsi a sovrano costituzionale. Ma la sua natura e lo scopo inconscio del suo ritorno non mirano a questo: è necessario trattare di effimera la ristorazione borbonica, per riconfermare, nei popoli la fede alle idee della rivoluzione e alla grandezza della Francia con un ultimo miracolo contro tutta l'Europa. Borboni, aristocratici, preti, stranieri, tutti allibiscono. I re disputanti a Vienna si concordano nella paura e, suprema confessione d'impotenza, dichiarano Napoleone fuori dell'umanità, mettendo due milioni sulla sua testa. Così alla nuova sfida rivoluzionaria essi rispondono come tanti bargelli con una taglia. Ma in Francia i democratici parlamentari, benchè soli, non tacciono. La loro opposizione irrita il carattere tirannico di Napoleone, che si precipita alla guerra: i consigli di Carnot non gli giovano; la demenza dell'impero lo riprende così, che invece di difendere la Francia proclamandovi la libertà e la guerra nazionale, prende l'offensiva con 180,000 soldati.

Murat impaziente aveva già occupato Roma, donde il papa fuggiva, e le Marche con due colonne, la prima guidata dal Lechi e la seconda da lui stesso; quindi, continuando le proteste agli alleati, diramava agli italiani un manifesto per chiamarli all'indipendenza. Ma l'impresa non era possibile. Murat e i liberali si ingannavano reciprocamente colla stessa millanteria. Questi affermava di avere sessantamila soldati e ne guidava appena la metà; quelli promettevano immensi aiuti, e non ne fu nulla. Solo in Romagna v'ebbe qualche moto: le altre provincie stettero a guardare, lesinando i viveri. Nullameno gli austriaci ripiegarono sul Po. Forse passando in Lombardia Murat vi avrebbe trovato aiuto da sollevazioni parziali, ma lettere della moglie lo richiamavano a Napoli, minacciata dagl'inglesi. Allora tradito perdette ogni coraggio politico. Inseguito, si apre il passo a Macerata con un battaglione di cerne, quindi Bianchi lo batte a Tolentino, mentre Nugent per la Toscana si difila sul regno; una altra sconfitta lo prostra a Ceprano, obbligandolo a riparare fuggiasco e disarmato a Napoli. Finalmente, imitando Napoleone in ogni errore, concede la costituzione, e stretto da Campbell, commodoro inglese, il quale minaccia di bombardare Napoli, esula (maggio 1815), raccomandando al nuovo governo il debito pubblico, la recente nobiltà, gli onori e i gradi militari.

Un mese dopo Napoleone, malgrado che il Belgio siasi sollevato per lui e la Sassonia, la Baviera e il Würtenberg abbiano risposto al suo appello, soccombe per sempre a Waterloo dopo la splendida ed inutile vittoria di Ligny. Oramai la sua missione è finita: i Borboni possono essere daccapo reintegrati in Francia, il congresso di Vienna seguitare le proprie sedute, la santa alleanza saldare insieme tutte le monarchie di Europa con ferri benedetti, dacchè la lirica riapparizione di Napoleone nei cento giorni è bastata a togliere ogni credito di stabilità alla ristorazione.

Napoleone, abbandonato dai popoli, si desta dal lungo sogno imperiale, per riconoscersi sconfitto dalle idee liberali. La rivoluzione, rovesciando il suo impero, trionfa del proprio imperatore, mentre la legale Inghilterra con feroce impassibilità lo relega come un volgare delinquente in un'isola deserta. Là, solo sopra uno scoglio nel cospetto del mondo, agonizza cinque anni, vigilato da un carceriere più gelido d'un cadavere e più insistente di un'ombra, coll'oceano per compagno, meno vasto del suo pensiero ma eterno come il suo nome.

Murat, già obliato, approda in Corsica quasi tratto all'incanto della cuna di Napoleone. Una stessa fatalità lo condanna a perire, imitando da lungi l'imperatore come un paladino generoso ed infedele. Napoleone si era ripresentato improvvisamente alla Francia risollevandola nei cento giorni: Murat pensa di sbarcare nelle Calabrie per riaccendervi una guerra nazionale. Ma sperduto da una tempesta, discende a Pizzo con appena ventotto compagni e, bello ancora come un guerriero delle leggende malgrado i suoi quarantott'anni, grida all'Italia il comando di una di quelle irresistibili cariche di cavalleria, che lo avevano fatto credere ai cosacchi figlio della tempesta. Ma l'Italia non risponde; pochi gendarmi bastano a catturarlo, e lo fucilano.

La sua ultima parola: salvate la faccia! riassume la sua vita di cavaliere fortunoso, pomposo, sempre piumato, sempre in parata, più superbo della propria bellezza, alla quale una corona era necessaria come acconciatura, che del trono regalatogli dall'imperatore.

Il partito dell'indipendenza italiana, dopo aver perduto in Prina il suo ministro migliore, perdendo in Murat l'unico generale, non ebbe più rappresentanti.

Il secondo periodo della rivoluzione italiana era conchiuso. La restaurazione assettava l'Italia come prima della rivoluzione, ma lo spirito nazionale era profondamente mutato. L'Italia dei cicisbei, addormentata nelle riforme, stupidamente devota ai propri re, adorante il papa come un semidio, sferzata da Parini, schiaffeggiata da Alfieri, non esisteva più. Vent'anni di vita e di guerre europee l'avevano trasformata. Tutti gli antichi principi erano stati cacciati: nuovi governi, altre classi, un popolo più omogeneo l'avevano riempita. I soldati italiani si erano battuti in Spagna, in Germania, in Russia, dappertutto; costituzioni date, rimutate, tolte, riconcesse, avevano parlato di un'Italia intera: il papa aveva abiurato abdicando il papato; tutti i principi erano fuggiti sconfessando il proprio diritto; gli stessi ultimi conquistatori avevano publicato promesse di libertà, d'indipendenza e di unità.

Se Napoleone non aveva potuto serbare sulla fortissima testa la corona di ferro, e Murat era morto nello sforzo di ghermirla; se Genova e Venezia non esistevano più, e Pio VII tornava a Roma, Vittorio Emanuele a Torino, Ferdinando III in Toscana, Ferdinando IV a Napoli, i gesuiti dappertutto; nessuno di questi tornanti poteva vantarsi di riconoscere la società che li accoglieva. Una bufera di vent'anni, squassando tutti gli spiriti, vi aveva deposto germi di nuove idee: l'arcadia del secolo anteriore era già lontana quanto la scolastica di san Tommaso.

Un altro uomo era nato in Italia col cittadino. La patria non era più in nessuno di quei piccoli stati; si sentiva, si discorreva involontariamente d'Italia. La opposizione politica si disegnava; da un canto i re, dall'altro i popoli: quelli dietro al papa, questi intorno alla libertà. I governi dovevano mutarsi in congegni di polizia e in macchine di compressione contro il pensiero nazionale per aumentare la sua forza; il carattere uscirebbe temprato da questo attrito; tutte le scienze e le arti si preparavano già a cospirare nella politica e colla politica.

Mentre la storia d'Italia nel medio evo e nel rinascimento aveva avuto a principio la federazione contro l'unità, e dal rinascimento alla rivoluzione francese invertendosi era passata all'unità colla formazione dei tre grossi regni dei Savoia, della Chiesa e dei Borboni; ora l'unità, diventando coscienza per la simultanea soppressione di tutti i regni operata dalla rivoluzione e dall'impero francese, esigeva una nuova forma unitaria republicana o monarchica.

La storia moderna d'Italia risulterebbe quindi dal contrasto dei residui stranieri, federali, regi e cattolici, alla sua unità.

Gli scrittori durante la rivoluzione e l'impero francese.

Se Parini ed Alfieri preludendo alla rivoluzione francese non ne compresero poi alcuno dei caratteri, Monti e Foscolo rappresentarono meravigliosamente la generazione da essa sorpresa. Appena l'Italia prese fuoco alla rivoluzione, la sua senile letteratura ammutolì. Le carneficine di Parigi e il rombo delle guerre francesi, caccianti austriaci, principi e papi per improvvisare republiche servili ma rivoluzionarie, sconvolsero il classicismo compassato dei retori, predisponendoli all'opposizione. Ma l'abitudine della servitù e l'apparire trionfale di Napoleone imperatore li riconciliò alla cortigianeria: allora tutti, capi politici ed amministrativi, ministri e deputati, scienziati e filosofi, poeti e prosatori adularono. L'oraziano Fantoni, che aveva protestato per l'annessione del Piemonte alla Francia, non osò continuare; Monti, di già glorioso per avere imprecato nella Basvilliana alla convenzione regicida, maledisse poco dopo al sangue del vile Capeto succhiato alle vene dei figli di Francia; Cesarotti, il bardo ossianico, sentì scoppiarsi alle labbra la tromba della gloria soffiandovi dentro il nome di Napoleone; solamente Alfieri, sopravissuto al proprio periodo e ributtato dal nuovo, proruppe ad un odio misantropo, che gli fece approvare persino gli inutili assassinii sui francesi e scrivere col sangue avvelenato del proprio cuore il Misogallo. Foscolo, classico e republicano, coll'anima onesta di Parini e il carattere sdegnoso d'Alfieri, si cacciò all'opposizione liberale, sognando una Italia republicana.

Gli scienziati blanditi da Napoleone, o solitari nei propri studi, poco intesero e sperarono nel movimento; i più si appagarono di vani onori e del più vano grado di deputato nel collegio dei dotti, limbo nel quale Napoleone chiudeva anticipatamente qualunque pensiero potesse resistergli. Filosofi veramente degni di questo nome e che potessero dare alla loro filosofia la importanza raggiunta dallo Spallanzani, dal Volta e dal Lagrange colle moltiplicate scoperte alla scienza, l'Italia non aveva. Mentre il Soave trionfava dietro Condillac malgrado la forte opposizione del Gerdil, e Draghetti cercava di fondare la psicologia sull'istinto, e Miceli respingendo l'ontologia di Wolff s'affrettava a un sistema di tutte le scienze, e Pino, Palmieri, Carli, Borrelli combattevano oscuramente per soccombere sotto la fama di Tracy, Romagnosi e Gioia, poco letti e meno stimati, guidavano il pensiero italiano verso il secolo XIX. Superiore al Janelli, che si era smarrito entro la vastità di Vico, Romagnosi tentò di naturalizzare le idee straniere, ripensandole nel metodo italiano. Quindi Bonnet, Smith, Condillac, Bentham ripassarono per il suo sillogismo entro interminabili esposizioni polemiche, per naufragarvi in spiegazioni non abbastanza originali e male sorrette dalla logica stecchita degli enciclopedisti. Il suo ingegno, mezzo italiano e mezzo francese, sorpreso nell'affacciarsi al secolo XIX dall'immenso moto napoleonico, perdette il coraggio della propria rivoluzione malgrado l'oscura necessità dialettica, che lo spingeva a geometrizzare tutte le idee per assicurare la filosofia nella scienza. Infatti, sempre più giurista che filosofo e miglior analitico che sintetico, Romagnosi dovette smarrirsi nella storia; derise Hegel conoscendolo appena da alcune pagine di Lerminier, comprese male Vico e lo combattè peggio per concludere a questo concetto spaventato e spaventoso: che la civilizzazione in sostanza non è che un'arte arbitraria e la storia una composizione del caso. Così, spiritualista nella ricerca delle cause assegnabili, si mostrò inconsciamente positivista nelle scienze morali; e le sue opere migliori rimasero la Genesi del diritto penale e il Diritto publico universale, quantunque il fondamento filosofico ne sia scarso e la modernità troppo annebbiata. Mentre la Germania aveva Hegel e la Francia Comte, l'Italia soccombeva ancora con Romagnosi alla fatica di assimilarsi le idee europee, o brancicava con Melchiorre Gioia tutti i fatti, studiando invano il metodo per disciplinarli. Questi pure, seguace del Bentham nell'economia e del Locke nella logica, tentò coll'istinto delle terre lontane di fondare la Filosofia della statistica e radunò nel Prospetto delle scienze economiche sopra ogni materia i giudizi dei dotti, le opinioni dei popoli e gli esperimenti dei governi. Se non che il numero dei fatti lo imbrogliò; dai fenomeni non giunse ad indovinare le cause, teorizzò arbitrariamente su fatti pochi e talvolta incerti: non comprese la morale, trascurò il popolo, e, proclamando la tirannide amministrativa, obliò troppo spesso i rapporti fra l'economia politica e la legislazione, fra i periodi della storia e i caratteri della società. Vero economista dell'epoca napoleonica, maneggiò i numeri come soldati, lanciandoli alla conquista del mondo senza più cura degli errori che dei morti se la vittoria gli sottomettesse la ragione su fatti futuri, o se nel circuire un'idea coi propri calcoli, come un esercito blocca una fortezza, potesse far pompa di molte forze. Però, come impossessandosi di una città non se ne conquista nè la storia nè lo spirito, così dilatando le condizioni e le conseguenze materiali di un'idea non se ne ottiene l'essenza.

Nullameno Romagnosi e Gioia furono i due spiriti più moderni del periodo napoleonico, nel quale, influenzando sull'educazione della gioventù, quantunque senza rivolgersi direttamente al popolo, prepararono più efficacemente d'ogni altro scrittore la sua nuova coscienza alle idee rivoluzionarie.

Vincenzo Monti

Il poeta della loro epoca, lirico, pomposo, sonante, è Monti. Nella sua fantasia infatti le nozze di un principe romano assumono la importanza d'una battaglia europea, la scoperta di Montgolfier provoca lo stesso entusiasmo che la nomina a cardinale di un protettore. Ignorando la Grecia e il greco traduce nullameno Omero nella musica di un endecasillabo rimato sulle guerre napoleoniche; quindi, sferzato dalla nobile ira di Alfieri, improvvisa tragedie, nelle quali il pensiero si spampana in aforismi morali e la passione si squaglia nell'incandescenza delle parole. Dall'assassinio di Ugo Basville prende argomento ad un poema, che dovrebbe significare la lotta fra Roma e la rivoluzione francese, ma non comprende nulla alla loro antitesi: e sogna, immagina, sentenzia con vena inesauribile, nascondendo il voto del pensiero nel rombo della frase, perdendosi nel volo del proprio estro che uguaglia spesso quello dell'aquila. Lo dissero un Dante redivivo, e somigliava a Dante come uno stucco somiglia ad un marmo. Dante è la coscienza costretta a diventare poesia dalla propria intensità; Monti è la fantasia inconsapevole, aperta a tutti gli spettacoli, abbandonata a tutti i venti, satura di tutti i colori, vibrante di tutti i suoni. La confusione europea, gettandolo dalle imitazioni classiche alle romantiche, non gli toglie nè scioltezza, nè arditezza; ma Prometeo, la grande tragedia dell'anima, si muta nel suo canto in una novella mitologica, le battaglie entro i dizionari per la classicità delle locuzioni diventano le più vere di tutta la sua vita; vede sempre in Napoleone un Giove, e lo maschera col paludamento degli imperatori romani, mentre Canova egualmente classico, capovolgendo l'errore, lo scolpisce nudo col mondo in mano nel cortile di Brera. Le violenze delle amministrazioni rivoluzionarie gl'inspirano la Mascheroniana, nella quale vibrano robusti sdegni patriottici; poi Napoleone cade, e questa immane caduta che trascina seco un mondo, questo immenso bolide, forse il maggiore apparso nella storia, che traversando il cielo di due continenti va a precipitare sopra un'isola deserta in mezzo all'oceano, gli suggerisce appena una canzone, il Ritorno di Astrea per gli austriaci riconducenti la reazione e la schiavitù. Del suo tempo, della Francia, dell'Italia, dell'Europa, Monti non ha che veduto la fantasmagoria, ascoltato i suoni, ripetute le parole; idee e passioni non lo hanno toccato. Ma nullameno riassume, come ogni grande poeta, il proprio paese, nel quale la rivoluzione era piuttosto importata che originale, e le idee si combattevano come gli eserciti per trionfare altrove. Monti non riflette, non ama, non odia, ma si scalda a tutti i fatti, s'interessa a tutte le scene, applaude tutti i vincitori, incita tutti gli sdegni, dà il volo a tutte le speranze, e per evitare rimpianti crede sempre a quello che appare. Quindi l'arcadia, calpestata da Parini e da Alfieri, rifiorisce con lui in una poesia, nella quale l'uomo è fuori del poeta.

Ugo Foscolo.

Ma poeta e uomo sorgevano contro Monti in Foscolo; se quegli era stato il più numeroso poeta per tutti i vincitori; questi è l'eroe più nobile del partito rivoluzionario, e la poesia deriva in lui dalla politica e viceversa. Materialista ed entusiasta, scettico e credulo, egli si dibatte già nel grande dramma del nostro tempo, fra le necessità atee della scienza e quelle mistiche della religione. Come erede del secolo XVIII, Foscolo è miscredente, come profeta del secolo XIX, sentendo che la fede sta per riapparire nel mondo, soffre di non poterla accogliere e la rimpiange come una illusione. Non è nemmeno italiano: l'Italia è per lui una patria d'accatto. Ma alla sua coscienza la patria è più necessaria della luce per gli occhi. Foscolo non può sentirsi uomo che riconoscendosi ed essendo riconosciuto cittadino. La tragedia spirituale gli si muta quindi in dramma politico. Questo si acuisce al punto da comunicargli nel Jacopo Ortis la malattia del suicidio; senonchè la forte natura del poeta trionfa, l'esercizio della vita militare lo risana, le crisi della politica lo irrobustiscono. Fin dal 1795, essendo imprigionato dalla inquisizione di Venezia per cospirazione, e già degno di ricevere dalla madre, una greca di Zante, l'eroico consiglio: «muori, figlio mio, piuttosto che denunciare i tuoi amici». Il tradimento di Campoformio contro Venezia lo sprofonda sempre più nella democrazia; più tardi soldato volontario nelle truppe della cisalpina, vagheggiando l'impresa d'Italia, la riconosce immensa, desolante, impossibile. Ma quando l'astro di Napoleone sta per abbacinare il poeta, e Monti brucia verso l'imperatore tutti gli aromi delle proprie strofe, e Giordani disonorando la dignità della prosa italiana gli tesse il più ignobile dei panegirici, Foscolo, smanioso di patria e di libertà, gl'impone di mutarsi in un Washington per creare l'Italia, come un impresario avrebbe potuto chiedere a Goldoni di mutare lo scioglimento di una commedia. Il segreto, dell'epoca gli sfugge, le improvvisazioni effimere delle violenze imperiali e la viltà di tutte le insufficienze democratiche lo sbalestrano fuori del mondo fra i Sepolcri, ispirandogli il carme più sublime del secolo. Quindi, ammalandosi di quella stessa miseria d'Italia che vorrebbe guarire, Foscolo dalla cattedra di Pavia predica e sferza, grida nelle liriche, protesta sul teatro colla Ricciarda e coll'Ajace.

Ma coloro stessi che rispondono alle sue parole non le comprendono. Alla rotta di Lipsia rompe il proprio bando per partecipare alle congiure di Milano contro Beauharnais, le quali invece di concludere alla libertà producono la ristorazione del patriziato milanese e dell'Austria colla più assassina delle sommosse. Laonde Foscolo, troppo tardi consapevole dell'inganno, s'invola nobilmente all'infamia di nuovi onori nella lontana Inghilterra. Ma nemmeno sulla classica terra della libertà trova pace. Perseguitato dalle calunnie di tutti, esaurito dalle proprie passioni, sfiduciato persino della storia d'Italia, si difende ancora dall'accusa di non combattere l'Austria col rispondere che ogni battaglia sarebbe inutile; finchè cessa di scrivere, e corroso dalla miseria si spegne silenziosamente nell'oblio. In questo periodo l'ira fantastica e rettorica di Alfieri è diventata passione in lui, senza che il concetto di una nuova Italia gli si sia abbastanza schiarito nella mente. Quindi egli la chiese egualmente alle sètte, a Napoleone, alla cisalpina, inconsapevole dei principii, dei modi che le sarebbero stati necessari; difese la republica di Venezia, forma esausta di più esausto principato; sostenne il papa contro Napoleone, non accorgendosi che l'abolizione del papato era il primo passo verso un futuro regno italico; non comprese il popolo e che dal popolo solo poteva uscire la nazione. Quantunque più vero del Monti, era anch'egli un classico ostile alla modernità, appartato nell'orgoglio che il pensare e il sentire sinceramente bastassero. Odiava la turba, il commercio, la volgarità rivoluzionaria; adorava la libertà senza sospettare che la democrazia fosse appunto il trionfo del numero sul genio e quella plebea uguaglianza, contro la quale aveva nobilmente protestato nei Sepolcri.

I poeti dialettali.

Fra la coscienza solitaria del Foscolo e l'incoscienza espansiva di Monti satireggiava l'istinto del Porta. Questi sorge improvvisamente entro la pesante atmosfera del dialetto milanese per diradarla. Prima di lui la Lombardia non ha poeti o tipi popolari consacrati alla gloria della satira. L'antico Beltramo di Gaggiano, cacciato nell'oblio dal Meneghino del Maggi, non è più ricomparso: ma lo stesso Meneghino, impantanato nelle quattro commedie attraverso le quali si era mostrato, sembrava presso a soffocare, malgrado tutti gli sforzi del Balestrieri per allungargli la vita. Senonchè colla rivoluzione francese Porta compare sulla piazza di Milano come uno sconosciuto onnipotente, al quale tutta la città appartiene tosto; le parole gli svelano le Idee, le idee gli disegnano le figure, le figure gli danno la scena. La sua strofa rapida ed aerea coglie a volo le rime, scintilla, trilla, si modula in tutte le gole, si adatta a tutte le intelligenze. Milano stupita impara i versi prima di conoscere il poeta; questa nuova poesia è così perfetta che naturalmente resterebbe anonima come i proverbi. Che importa il nome del poeta? Ma egli è al centro dell'anima popolare, pensa, sente, palpita, soffre, ride con essa. Porta, oscuro impiegato napoleonico, rovista in quel sommovimento della vecchia società per trarne fuori la caricatura. Il suo occhio è infallibile; la sua mano, schizzando la figura della marchesa Travasa, una discendente di donna Quinzia del Maggi, improvvisa un capolavoro. La marchesa Travasa parve una rivelazione e diventò un funerale: tutta la vecchia aristocrazia morì in lei. Ma il poeta nell'orgasmo della propria caccia colpisce monache, borghesi, preti, cardinali, scuole del Lancastro, romanticismo e liberalismo. Il suo buon senso inesorabile fa giustizia di tutto, la sua satira stende l'inventario di quel mondo in dissoluzione, obliandosi nella gaiezza dell'imprevisto e nella comicità dei difetti. Non è più la satira di Parini e non è ancora quella di Giusti; il poeta non condanna ma deride, non odia ma sberta, non strappa ma cincischia. Quel mondo, che si sgretola, non è più abbastanza importante per irritarlo; l'altro, che vi si sostituisce, non è ancora abbastanza organico per contentarlo. Quindi Porta, dopo aver ghignato sull'aristocrazia e sul clero, sorride sul popolo. I suoi due eroi Giovanin Bongée e Marchionn-di-gamb-avert, quest'ultimo tratto dai Dialoghi del Maggi, rappresentano non solo la minchioneria ma la viltà del popolo milanese, sul quale s'accavallano le onde sanguigne dell'immensa tempesta napoleonica senza che possa mai sollevarsi. Giovanin Bongée e Marchionn-di-gamb-avert non sanno farsi rispettare dai soldati francesi, che tolgono loro la moglie dopo l'amante; sono emancipati e non aspirano ancora a surrogare i padroni dispersi dalla rivoluzione. Il liberalismo dei democratici imploranti la libertà dall'imperatore, il dispotismo dei regii promettenti la libertà nella ristorazione, la nullaggine dei governi ridotti ad amministrazioni dai francesi, la buaggine dell'Italia più che mai in balia del caso, senza coscienza, senza stato e senza storia, fanno ridere il poeta; ma il suo riso, abbastanza forte per non sgomentarsi in tanto cataclisma, è già una speranza. Dietro al buon senso si prepara il carattere, dietro al buon cuore si addestra il coraggio; quindi pochi anni dopo Tommaso Grossi, nell'ammirabile novella dialettale La fuggitiva, dipingendo la tragedia di una fanciulla che fugge da Milano per seguire confusa nel tumulto della grande armata il proprio amante ucciso poi alla Moscowa, getta il ponte dalla satira alla drammatica. La coscienza ha trovato se stessa nell'eroismo dell'amore.

Milano, la città più avanzata d'Italia, è quindi la sola che con Porta arrivi a dare la satira di se medesima. La poesia dialettale veneziana, dal primo periodo del Calmo e del Veniero attraverso l'altro ricchissimo del Baffo, del Labia, del Gritti e del Lamberti, finisce nella insignificanza del Buratti ostile al regno italico e plaudente ai tedeschi come il Monti. La poesia meridionale invece ha nel Meli un poeta degno di rivaleggiare con Porta, e che rabbrividisce egli pure al solo pensiero della rivoluzione. Ma poichè la Sicilia ha sempre sognato la propria autonomia, il Meli ne tratta il dialetto come una lingua. Nulla di più soave e di più elegante della sua poesia: Petrarca pare grossolano e Poliziano sgarbato al confronto. Se non che il Meli, natura riflessiva e sentimentale quanto il Porta era caustico ed espansivo, sembra vivere tuttavia nel tempo di Rousseau e così soffre ancora di quella sua triste malattia che vedeva nella natura un rifugio dalla società. Il suo pessimismo si placa solo nell'idillio, o prorompendo invece di fare la critica alla società, come nel grande ginevrino, discende nel fondo della coscienza per processarvi amaramente l'opera di Dio. Meli, contemporaneo del Porta, gli è anteriore di un periodo. La bufera della rivoluzione, che caccia da Napoli Ferdinando e Carolina, non basta a trarlo dal suo sonnambulismo: anzi il poeta entra nella villa favorita dell'ignobile tiranno per baciargli la mano e chiedergli come prezzo dei propri versi una pensione. Quando un fulmine colpisce la statua dell'Europa a Palermo, Meli, spaurito dell'augurio e temendo che le genti collettizie della rivoluzione giungano anche in Sicilia, prega santa Rosalia di preservare l'isola da tanto flagello: finalmente nel Sogno di venticinque anni racconta d'aver sognato che l'Europa era sossopra con tutti i troni rovesciati e un milione di uomini morti e morenti, e di essersi destato felicemente perchè tutto era ancora a posto.

Ecco l'incomparabile poeta del mezzogiorno in faccia alla rivoluzione.

Il popolo italiano, cacciatovi dentro a colpi di baionetta, non la cantò nè per amore nè per odio, non vi sentì la propria vita rinnovata, non vi scorse il ritorno della gloria colle guerre, non vi distinse l'arrivo di nuovi principii fra le catastrofi: quindi a Milano, la città più avanzata e nullameno soccombente nell'ultima ora ad una reazione della propria aristocrazia austriacante, Porta, cogliendo l'assurdo di quella prima ricomposizione italica fra un patriziato senza carattere politico, una borghesia senza carattere nazionale e un popolo senza carattere morale, non potè scrivere che una satira sana ma incosciente, irresistibile e leggera, nè amara, nè tonica.