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La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 31: Petrarca e Boccaccio.
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About This Book

A sweeping political history that follows Italy's institutional evolution from the barbarian fusion after Rome's fall through medieval communes, signorie, and republican centers to early modern principalities and the reforms and upheavals of the Renaissance, Reformation, and Enlightenment; it examines military change, condottieri, and the rise of centralized states, the effects of Napoleonic rule and its collapse, and the reactionary Congress of Vienna. The narrative analyzes cultural and intellectual currents alongside constitutional experiments, showing how local governments, dynastic politics, and popular movements shaped modern Italian political identities.

Capitolo Terzo.
Le Signorie

Loro primi atteggiamenti.

Tutte le idee e le forme delle rivoluzioni anteriori attendono la consumazione delle due sètte per concentrarsi in una più alta creazione politica. Il comune e la città sono creati: la loro legislazione ha disegnato quasi tutte le funzioni necessarie ad uno stato moderno; le attitudini civili e guerresche esercitate da una lotta secolare hanno acquistato l'infrangibile pieghevolezza dell'acciaio e plasmato il carattere dell'uomo nuovo. Naturalmente tutti non sono ancora cittadini nella propria città, ma nessun cittadino vi ha più il carattere dell'antico civis romanus. L'impero e la chiesa, che sembravano soffocare in una parentesi mondiale l'infanzia di ogni stato, ne sono stati l'involucro protettore; la libertà, procedendo per emancipazioni graduali, per svolte e giravolte, ha superato ogni ostacolo della storia fecondando tutti i germi della vita. La guerra ai castelli, la guerra municipale, la guerra civile debbono conchiudersi in una vittoria collettiva e superiore, per la quale le città vincitrici si mutino in capitali, i maggiori comuni in stati, i più forti tiranni in signori. Se quelli erano stati l'espressione di una inevitabile supremazia militare rappresentante la violenza dell'ordine nella irrefrenabilità del disordine, questi saranno i mandatari di una sovranità senza titolo, data e sostenuta da una classe di cittadini cresciuta tra le guerre delle due sètte.

La imminente signoria non sarà nè feudale, nè monarchica, nè pontificia, nè imperiale; questi principii fermenteranno ancora nella sua forma originale mentre tutte le altre ne maschereranno, per meglio proteggerla, la fisonomia; però la sua spontaneità italiana resterà come una delle nostre glorie maggiori nella storia universale. Con essa si chiude il medio evo. La signoria è già uno stato moderno creato dalla storia nella storia con le evoluzioni combinate del regno, dei vescovi, dei consoli, dei podestà e dei tiranni. Non ha legittimità di titoli, e quelli che accatta sono tutto al più abili ipocrisie della sua politica; non si conosce confini, dinastie, eserciti, conquiste. Se comincia quasi sempre con una tirannia, questo processo non le è obbligatorio, perchè il suo carattere deriva da una pacificazione delle sètte e da una dedizione che tutto il comune le fa delle proprie franchigie. Un misterioso accordo stringe popolo e signore: il tiranno era il settario più forte, il signore sarà più forte di tutti i settarii. Nessuna garanzia contro di lui che è la garanzia suprema contro la violenza anarchica; il governo diventa personale per essere più spedito; la democrazia accenna alla monarchia per consolidarsi; non più parlamenti che provocherebbero sedizioni, ma un uomo solo che faccia tutto nell'interesse di tutti facendo il proprio. Essendo combattuto dagli avanzi settari, non potrà aggravarsi sul popolo, e come sottomesso ai poteri astratti della chiesa e dell'impero mutarsi in re; d'altronde l'esiguità e la rivalità di tutti i comuni lo impedirebbero. Invece compirà la signoria della città vincente sulle inferiori, annullando nella propria imparzialità le antiche differenze e disegnando i contorni del nuovo stato. Così la nuova pace soddisfa certamente tutti i bisogni, provoca tutte le attività, salva tutti gli orgogli.

Il signore, splendido, forte, abile, dotto, generale, ministro, sovrano, esprime il nuovo popolo da lui assimilato nel proprio spirito insieme all'anima degli antichi feudatari, al carattere dei primi borghesi e al cuore della plebe. Ormai le famiglie non sono più tanti nuclei nemici in un centro infrangibile; il valore dell'individuo comincia a diventare unità di misura sociale, e il valore non è più solamente guerresco. Le idee si dilatano; la signoria slargandosi oltre la città aumenta la patria; il signore non è più il capo della propria parte o dell'avversa, o il podestà straniero, servo provvisorio incaricato di funzioni provvisorie sovrane, ma un rettore che deve comprendere, soddisfare, eseguire tutto. Il popolo è talmente sicuro di se stesso che non si premunisce più contro di lui come contro i consoli e il podestà. Nella politica del signore, che sostituisce il tradimento alla guerra civile, si bada solo al risultato, perchè ogni ingrandimento di lui diventa grandezza della città. I partigiani piegano e si mutano in cortigiani o in sicari, al palazzo di città ne succede un altro, non ancora reggia e nullameno modello insuperato di tutte le reggie future.

Così il signore, dominando la città, l'emancipa dal papa e dall'imperatore, cui non chiede più l'investitura e dei quali non tiene più conto nel legare ai discendenti la propria sovranità come un patrimonio qualunque. Invano i partiti non ben morti insorgono con moti di agonia per assassinare il signore ed impedire l'assetto della sua dinastia; il tradimento settario non arriva all'efficacia del tradimento di stato, e la successione prosegue, la dinastia si stabilisce, la signoria si assicura. La sua necessità deriva dall'altra di una monarchia pacificamente progressiva che rassicuri il commercio, l'industria, l'agricoltura, le arti e le scienze effervescenti nella febbre di creare tutto un mondo. Il signore guarantisce la pace del lavoro per tutti i capolavori imminenti. Il ritorno alla republica è impossibile; se il signore soccombe ad una cospirazione, il cospiratore dovrà cangiarsi in signore; se la sua discendenza troppo numerosa richiamasse i pericoli della passata anarchia, il signore salverà la società scannando coll'efferatezza dei vecchi sicari tutta la propria famiglia, perchè le leggi della storia diverse da quelle della morale sono anche più inflessibili.

La guerra municipale diventa regionale quando le città di secondo ordine cadono sotto quelle di primo, e le altre incapaci di giungere alla signoria soccombono al signore più prossimo, le militari alle romane, atteggiando una geografia politica ben diversa da quella dell'antichità e del medio evo. La nuova dominazione unifica senza il soffocamento inevitabile in ogni altra dominazione anteriore; gli stati, che già si disegnano e non possono ancora consolidarsi, sono tirannici nella capitale e liberali nelle altre città, industriali nelle tendenze e militari nelle tradizioni, costretti alla guerra per l'interesse medesimo della pace e nullameno poco atti a mantenerne gli eserciti necessari. Questa suprema impotenza diventerà poi causa della loro rovina.

A Milano la signoria incominciata col tradimento di Matteo Visconti impone tosto agli emigrati di rientrare, proibisce alle famiglie rivali ogni guerra intestina, ordina alle truppe di sterminare i briganti, ai partiti di non più spianare le case dei proscritti. Quindi, pacificata all'interno, la forte metropoli conquista Piacenza, Bergamo, Alessandria, Tortona, Pavia, ed alleandosi con altre signorie guelfe o ghibelline diventa il centro di una lega di signori come nei secoli scorsi lo era stata per quella dei vescovi e dei consoli. Cangrande della Scala dietro l'esempio di Matteo Visconti rifiuta il titolo di capitano del popolo per sottomettere invece il parlamento ed annullare republica e tirannia in una signoria perpetua, che finge tenere dall'imperatore; a Padova la famiglia dei Carrara, rappresentanti il partito medio sorto tra i tiranni neo-guelfi e i proscritti ghibellini, s'impadronisce della repubblica; Ponzino Ponzoni a Cremona, Cecco Ordelaffi a Forlì, Francesco Manfredi a Faenza, Rinaldo d'Este a Ferrara, Alberghetto Chiarelli a Fabriano, Giovanni Gabrielli a Gubbio, i Malatesta a Rimini, i Vistarini a Lodi, i Trinci a Foligno, i Tarlati ad Arezzo, senza parlare dei minori, improvvisano altrettante dinastie.

Nelle regioni feudali la signoria si svolge regolarmente aiutata dall'unità militare e dalla successione dinastica. Così il Monferrato si acqueta facilmente nella signoria di Teodoro Paleologo e di Giovanni II; la casa di Savoia, sempre a due facce, guelfa in Piemonte e ghibellina in Savoia, accorda le proprie differenze lasciando a Amedeo V di Chambéry la supremazia sopra Filippo signore di Torino per meglio combinare i tradimenti di entrambi e preparare, slargandolo, l'ancor piccolo stato al grande intervento savoiardo nella politica italiana.

Mentre Pisa e Lucca si combattono nelle estreme convulsioni della guerra guelfo-ghibellina con Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani, i due più grandi soldati dell'epoca e tiranni e signori al tempo stesso, Firenze invece dorme un sonno agitato sotto la tirannia guelfa di Roberto re di Napoli da lei invocato al principio del secolo per sottrarsi alla reazione di Enrico VII di Lussemburgo. Genova, divenuta guelfa nello strazio degli ultimi furori partigiani, per resistere ai propri emigrati si sottopone alla medesima tirannia napoletana; tutte le altre republiche agonizzano nelle stragi settarie, che i tiranni ormai sorpassati aumentano invece d'impedire. Napoli stessa, incaricata dalla chiesa di proteggere il guelfismo contro l'ultima reazione feudale, non presenta più nella storia che il mirabile fenomeno di una grande influenza senza risultati. La Sicilia, la Corsica, la Sardegna, grande triade insulare d'Italia, non ricevono le scosse politiche del continente che indebolite per tutta la distanza delle acque: la Sicilia è ancora libera contro Napoli cogli Aragonesi; la Corsica dominata ma non per anco riunita dai genovesi; la Sardegna, sempre litigata fra pisani e genovesi e concessa ultimamente da Bonifazio VIII a Giacomo d'Aragona, pare un pomo destinato a riaccendere le discordie, se lo sfinimento delle parti accennasse a placarle.

Ma l'avvenimento dei signori, legalizzando tutte le rivoluzioni antecedenti ed affermando i primi articoli del diritto pubblico moderno, non può passare senza reazione. Tutta l'abilità della diplomazia signorile, immorale sino all'ingenuità e intrepida oltre ogni delitto, non basta ad evitare la discussione pregiudiziale del nuovo principio politico, che consacra in qualunque minimo stato il diritto all'autonomia. La Signoria, imperiale quanto gli antichi podestà e più violenta degli ultimi tiranni contro le sètte nell'interesse della nuova classe popolare cresciuta fra le loro lotte, irrita naturalmente troppe passioni e sacrifica troppe persone perchè non si alzino appelli contro di essa ai due supremi poteri costituzionali della chiesa e dell'impero.

Roberto di Napoli e Bertrando del Poggetto.

Primi alla protesta sono i guelfi maggiormente mortificati dalle grosse signorie ghibelline. Roberto di Napoli loro capo, nel 1320, forzato d'indietreggiare su quasi tutti i punti, invoca Giovanni XXII, suo ospite nel feudo di Avignone, e gli persuade di mandare in Italia il figlio Bertrando del Poggetto a combattere le signorie dei Visconti, degli Scaligeri, dei Bonacolsi e del re di Sicilia coll'aiuto di Filippo di Valois e di Enrico d'Austria. Ma la nuova crociata si limita come sempre alle forze vive dei guelfi italiani, dei fiorentini, dei genovesi, dei bolognesi, degli Arcelli di Parma, dei Cavalcabò di Cremona, dei Lando di Piacenza, tutti egualmente minacciati e destinati a perire sotto le signorie.

La lotta terribile e varia non fa che eccitare le forze della rivoluzione e disegnarne le maggiori figure. Matteo Visconti vi spiega la duttile infrangibilità di un genio che si salva sempre dalla tragedia nella commedia, servendosi della stessa religione nemica e fecondando le vittorie della spada colla corruzione della diplomazia; suo figlio Galeazzo soccombe un istante ma per rialzarsi più forte a riprendere le proprie conquiste, mentre Cangrande della Scala circondato da ventidue capi italiani spodestati combatte Treviso, Padova, Aquileja, l'Austria, minaccia Bologna, soffoca Vicenza. A Rimini Malatestino, rovesciato per un giorno dalla reazione di Ramberto, ne trionfa e scanna poco dopo l'avversario col coltello; Castruccio Castracani, signore di Lucca, moltiplica le vittorie contro i guelfi e accenna a mutare la propria tirannide in signoria; Ostasio Polenta si fa signore di Ravenna con un fratricidio, Silvestro Gatti di Viterbo con una strage, Filippo Tedici con una serie di perfidie, che lo rendono singolare in un'epoca, nella quale le più tragiche infamie e i più mostruosi tradimenti erano comuni. Quindi le signorie si espandono come galvanizzate dalla reazione: gli Appigliaterra si impossessano di Cingoli, i Tarlati di Città di Castello, i Malatesta di Sant'Arcangelo, Cangrande di Belluno e di Feltre, i Visconti di Vercelli e di Cremona, i Bunacolsi di Modena. Altrove il Monferrato si conserva impassibile, la casa di Savoia vigila nell'immobilità, quella d'Este nella sicurezza, mentre le città incapaci di fondare signorie si lacerano in stragi settarie riconfermando così la legittimità della nuova rivoluzione. Infatti San Sepolcro, Urbino, Osimo, Iesi, Recanati, Fermo, Rieti, Spoleto, Assisi, Orvieto s'insanguinano e s'incendiano con ferocia maggiore di ogni demenza; Pisa, caduta in agonia, perde la Sardegna; Firenze, attardata, cede sotto la protezione napoletana alla tirannia provvisoria del duca d'Atene; Genova sembra esaurirsi nell'anarchia di quello stesso patronato che paralizza Alessandria, Tortona, Brescia. Ma la conquista pontificia non è migliore del patronato napoletano. Le città, che vi si abbandonano, sono o republiche colpite da marasma come Firenze e Genova, o città ancora dibattentisi nelle convulsioni delle sètte e quindi impotenti a comporsi altro governo come Piacenza, Parma, Reggio, Bologna, Cesena.

La reazione di Giovanni XXII e di Bertrando del Poggetto fallisce quindi il proprio scopo. Nessuna delle signorie combattute vi soccombe, molte invece vi si fondano e prosperano: Filippo di Valois, Enrico d'Austria e Enrico di Fiandra compaiono appena nella lotta; tutta l'energia, l'originalità e il genio brillano nei personaggi della rivoluzione. Matteo Visconti è il suo politico più viscido, Cangrande il più granitico, Filippo Tedici il più raccapricciante; Castruccio Castracani vi si mostra degno d'un impero, Marco Visconti di una corona; ovunque si presenta un signore si è sicuri che la sua apparizione copre un dramma degno di Shakespeare e ha risolti problemi, dei quali le formole basteranno più tardi ad infamare l'ingegno di Machiavelli. Ma la fede dei popoli e la loro prosperità seguono il signore; i delitti di questo rappresentano un'economia sui crimini inevitabili dell'anarchia ed un progresso del diritto politico giunto all'autogoverno mediante un segreto accordo fra popolo e signore. La tirannia, le sètte, il podestà, i consoli, tutte le vecchie forme rivoluzionarie colpite da sterilità o da epilessia non possono accogliere la nuova vita politica italiana, della quale è prima necessità mutare i maggiori comuni in stati. Il sogno reazionario di Giovanni XXII di sottomettere l'Italia all'unità guelfa napoletana per dominarla come un vecchio feudo, è peggio che pazzo; l'aspirazione di Cangrande a ritentare l'impresa di Berengario e di Ezzelino appare come una vanità appena giustificata dalla fortuna delle vittorie e dall'energia dell'ingegno; il piccolo dominio improvvisato nelle terre dell'esarcato da Bertrando del Poggetto, figlio del papa, non resisterà all'imminente reazione imperiale contro le signorie.

Lodovico il Bavaro e Giovanni di Boemia.

Infatti le grandi vittorie ottenute dai signori ghibellini contro il re di Napoli e Bertrando del Poggetto sotto le mura di Bologna e di Firenze danno un'impazienza così orgogliosa alla rivoluzione che s'invoca la discesa imperiale di Lodovico il Bavaro per finirla una volta colla insania della crociata pontificia. Ma al pericolo della reazionaria unità guelfa del pontefice e di re Roberto succede l'altro della regia unità ghibellina con Lodovico il Bavaro, fedele alla tradizionale illusione degli imperatori, e la rivoluzione deve neutralizzare con nuovi espedienti politici questo medesimo aiuto supplicato. Quindi i signori s'impettiscono presto contro Lodovico: Cangrande non va alla dieta ghibellina di Trento se non scortato da un esercito, e ne esce sdegnato; se Galeazzo Visconti soccombe da principio alla discesa imperiale invocata contro di lui da Marco e Lodrisio, così che Milano sembra riprecipitare nella anteriore forma republicana colla rivolta simultanea delle città rivali, poco dopo Azzo Visconti la rialza inalberando la bandiera guelfa di Avignone, e il consiglio dei novecento lo proclama signore perpetuo. Cangrande e Mastino, invincibili nella marca di Verona, aumentano le vittorie della loro espansione soggiogando Padova e Treviso; a Mantova Luigi Gonzaga soppianta col più ammirabile tradimento il tiranno Passerino Bonacolsi e fonda la propria dinastia, scrivendo con inimitabile ironia sotto al proprio stemma la parola Fides; e Lodovico il Bavaro deve approvarlo. A Lodi Tremacoldo, un altro servo, imita Luigi Gonzaga contro i Vistarini. Il moto di Lodovico contro i signori fallisce: le signorie restano immobili, il marchese d'Este passa al papa, le città forti resistono, quelle che cedono all'imperatore non ne comprendono l'opera e risentono la sua azione come una crisi di più nelle proprie convulsioni.

Castruccio Castracani, avendolo chiamato per insignorirsi della Toscana, profitta della sua presenza per prendersi Pisa, ma gli lesina i soccorsi e si premunisce contro i suoi possibili tradimenti; cosicchè, alla morte improvvisa del grande capitano, l'imperatore incapace di dominare nella Toscana deve mettere Lucca all'asta; Guido Tarlati, nobile vescovo di Arezzo e modello dei signori, lo insulta; a Roma i Colonna e gli Orsini gli resistono; intanto Firenze conquista quasi silenziosamente Pistoia e Valdelsa; la signoria s'alza a Parma coi Rossi, a Reggio coi Fogliani. L'odio italiano enorme, invisibile, invincibile, circonda, paralizza l'imperatore; tutto gli falla; non può colpire Napoli, abbattere Bertrando del Poggetto, sottomettere la Toscana, domare i grossi signori, affezionarsi i più piccoli; i delitti gli diventano inutili, le vittorie inconcludenti, le disfatte ignominiose, i risultati sempre contrari alle intenzioni e queste a rovescio dei tempi, finchè è costretto ad abbandonare l'Italia satanicamente incomprensibile alla sua intelligenza di tedesco.

Ma il suo abbandono accrescendo il terrore nelle città esposte alle annessioni delle grandi signorie, rinasce con Giovanni di Boemia, figlio di Arrigo VII di Lussemburgo, l'illusione di salvare con altro intervento l'indipendenza delle città destinate a soccombere. Brescia è la prima ad invocare il nuovo podestà germanico; dietro di essa Bergamo, Novara, Vercelli, Pavia, Cremona, Crema, Piacenza, Parma, Modena, Lucca, tutte le città agonizzanti, tutti i tiranni sfiniti si accalcano al seguito di lui. Bertrando del Poggetto regna ancora sulle Romagne per mezzo di vicari, riproducendo a Bologna quella signoria che dovrebbe negare. Ma Giovanni di Boemia, generale e balordo come un soldato, nulla intendendo della vita italiana, protegge i nobili contro i borghesi, gli uomini d'arme contro quelli di commercio, irrita guelfi e repubblicani sino a spingerli sotto le odiate signorie. E allora, avviluppato dai Visconti, dagli Scaligeri, dagli Este, dai Gonzaga, perde tutte le città protette; è battuto, sbertato, annullato. L'espansione delle signorie prorompe, le annessioni si moltiplicano: Milano, Verona, Mantova, Ferrara sorgono come tante capitali di piccoli regni.

In quello improvvisato di Bertrando del Poggetto le rivolte federali e signorili detonano come petardi: Rimini si ribella con Malatesta Guastafamiglia; Ravenna, Cervia e Bertinoro col fratricida Ostasio da Polenta; Imola cogli Alidosi, Forlì cogli Ordelaffi, che s'impossessano di Cesena. Bologna, eccitata da queste ribellioni e tradita nelle speranze di nuova capitale del pontefice, abbindola con Taddeo Pepoli e Brandoligi Gozzatini il terribile legato, lo assedia nella fortezza, lo costringe a capitolare, ad esulare, dissipando come un triste sogno il suo tentativo di regno guelfo.

La rivoluzione, trionfante secondo la parola del Villani nell'accordo dei guelfi e dei ghibellini per abbassare il re di Boemia e il furbo legato, ha contemporaneamente respinto imperatore e papa. Quegli per decisione di Lodovico il Bavaro prenderà d'ora innanzi il titolo d'imperatore prima della consacrazione, e rinunzia alle periodiche discese in Italia, all'intervento diretto colle vecchie teorie ghibelline; questi, capo della chiesa, è così poco sovrano che, espulso da Roma e rifugiato ad Avignone, non intenerisce e non impaura alcuno. Quasi straniero all'Italia, dalla quale Gregorio VII si era alzato minaccioso sull'impero e nella quale Alessandro III aveva sconfitto il più grande degli imperatori, la sua ultima invasione con Bertrando del Poggetto lo ha diminuito alle stesse proporzioni di Enrico di Fiandra e di Giovanni di Boemia. L'avvenimento dei signori non potrà lasciargli che una specie di presidenza decorativa delle loro forze, poichè Marsilio da Padova, araldo del nuovo pensiero, proclama la sovranità del popolo sul principe e la separazione della chiesa dallo stato in nome di una più alta interpretazione del principio cristiano. Il doppio misticismo di S. Tommaso e di Dante dilegua: al lugubre carnevale della chiesa e dell'impero sta per succedere la tragedia ben più vasta e profonda dell'individuo e dello stato.

Trionfo dei signori.

Al disopra di questa tragedia spirituale la prosperità dei signori dispiega dal 1335 al 1358 la propria decorazione. Dopo la ritirata del re Giovanni di Boemia e di Bertrando del Poggetto le signorie s'improvvisano come una commedia dell'arte sui teatri di pressochè tutte le città d'Italia. A Genova l'ispirazione di un cencioso, arrampicatosi sopra un piuolo per arringare la moltitudine, suggerisce trionfalmente il dogado di Simone Boccanegra che, secondo le parole della cronaca, trasferisce l'impero dai nobili al popolo ed opprime le sètte; a Padova, momentaneamente vassalla di Verona, il tradimento dei fratelli Ubertino e Marsilio Carrara contro Alberto della Scala, emancipa la città ricostituendone la signoria; Firenze eseguisce contro il duca di Atene, soldato francese e proconsole napoletano, la rivolta eternata dallo stile di Machiavelli; a Bologna Taddeo Pepoli, schiacciando il proprio alleato Brandoligi Gozzadini, si muta in signore; ad Orvieto Benedetto Buonconti, moltiplicando i tradimenti coll'abilità di Filippo Tedici e le coltellate colla precisione di Benvenuto Cellini, s'impossessa della città; a Pisa morente comanda l'effimera dinastia neo-guelfa dei Gambacorti; a Gubbio Giovanni Gabrielli domina col tradimento e coll'aiuto di Milano; Viterbo ripete con Giovanni Vico ghibellino la signoria di Silvestro Gatti guelfo ucciso da Lodovico il Bavaro; ad Urbino regna Galasso da Montefeltro; su Fermo preme Gentile da Magliano, a Jesi, a Volterra, a Pergola spuntano i Simonetti, i Belforti, Ongaro da Sassoferrato. L'idea della signoria s'impossessa di tutte le regioni italiane, mascherandosi con tutte le forme, servendosi di tutte le illusioni. Qualunque ne sia il governo democratico o aristocratico e per quanto incerta la sua durata, la signoria trionfa come un'avventurosa combinazione dell'imparzialità del podestà e della supremazia del tiranno per favorire con la pace interna lo sviluppo della vita civile. Se derivando da un tradimento e mantenendosi quasi sempre colla perfidia, essa compie ancora molte stragi, queste esigenze storiche non sono l'essenza della sua idea e non tolgono alla coscienza publica di assecondare il signore, giacchè nelle provincie tuttavia in preda all'anarchia guelfo-ghibellina, o sottoposte alla violenta pressione partigiana del tiranno, la vita e la civiltà sembrano ogni giorno decrescere tragicamente.

A Napoli l'imparzialità politica della signoria s'insinua tra le orgie e i tradimenti della regina Giovanna, frivola e feroce così da strangolare il suo primo marito, Andrea d'Ungheria, divenuto troppo presto e troppo imprudentemente ghibellino, e da sposare poco dopo Luigi di Taranto principe guelfo. Quindi perseguitata con orribile processo da Carlo Durazzo, essa deve rifugiarsi presso il papa, cui promette la proprietà di Avignone se la proclami innocente in faccia a tutto il mondo. Il papa acconsente. Allora richiamata dagli stessi errori del suo avversario, che aveva attirato nel regno il brutale Luigi d'Ungheria alla vendetta del fratello Andrea, non ha che aspettare l'assassinio dell'uno e la partita dell'altro per passare come una santa fra le ovazioni del popolo e regnare sull'oppressione simultanea delle due sètte. A Palermo i due partiti si dilacerano anche con maggiore atrocità per calmarsi quasi istantaneamente col truce omicidio dei due massimi capi, il signore di Cimina e il ministro Palici, preparandosi nella pacificazione interna all'imminente signoria di Napoli. In Sardegna il gran giudice di Oristani, dopo aver soppiantato la signoria ghibellina dei pisani colla signoria guelfa degli aragonesi, vorrebbe disfarsi di quest'ultimo coll'aiuto di Genova, ma costretto ad un processo di unificazione regia contro le quattro grandi giudicature di Cagliari, Torres, Gallura e Arborea, è invece sconfitto dalla signoria aragonese, che emancipa tutte le città imperando sopra di esse alla guisa di Verona e Milano.

Ovunque le signorie distruggono le repubbliche, o entrando nella loro forma le forzano ad agire come tante signorie. Asti, la più generosa e vivace città longobarda, si sottomette a Milano. Alessandria, costrutta dalla lega lombarda quale monumento di vittoria, subisce la stessa attrazione. Parma benchè più forte e lontana non può sottrarvisi. In Toscana Pisa e Lucca agonizzano, Siena e Firenze si dilatano e si spiano: se la prima è forse militarmente più forte, la seconda è incomparabilmente più abile. Perugia più feroce arriva sino alla distruzione per assicurarsi la conquista della piccola Bettuna. Dove invece le repubbliche tardano a morire, lo spettacolo delle stragi inutili vi è così pazzo, paragonato alla calma operosa delle città ridotte in signoria, che si direbbe un supremo conato per raggiungere l'imparzialità da queste ottenuta colla forza. Nulla uguaglia lo slancio e lo splendore di Milano; e il Monferrato sempre immobile, la Savoia che si espande, Verona regnante ancora su tante città al disopra di Mantova che sembra dividerla da Ferrara sempre in aumento, Ravenna, Rimini, Perugia, Siena, Firenze, Napoli, Palermo, tutte paiono prese nell'orbita crescente della grossa metropoli lombarda, diventata come il sole di un nuovo sistema politico.

Cola di Rienzi.

A Roma, sempre città universale malgrado la doppia perdita dei papi e degl'imperatori, la signoria si annunzia invece in un nuovo sogno d'impero. Cola di Rienzi, povera figura plebea di notaio, mettendosi con uno sforzo eroico della volontà nel mezzo di tutte le tragedie provocate da quell'anarchia dell'interregno, se ne assimila tutte le grandezze. La cornice costituisce questa volta pressochè tutto il valore del quadro, sul fondo cupo del quale la sua figura brilla un momento nella luce del trionfo. Immaginoso come un trovatore, eloquente quanto un tribuno, colto al paro dei notai di allora che spesso erano letterati e poeti, Cola di Rienzi s'impadronisce della fantasia popolare con una esposizione di quadri simboleggianti lo stato della città, solleva le truppe e occupa il Campidoglio.

La sua azione è così rapida, i suoi primi decreti di pacificazione tanto provvidi che il popolo lo acclama e i baroni lo riveriscono. Ma l'ampiezza della scena turba la mente dell'attore. Voci fatidiche salienti a notte dalle rovine di Roma, come echi o profezie di un impero immortale, impongono alla sua coscienza la fatalità del comando universale passato dagli imperatori ai papi e da questi a tutti i ribelli morti combattendo. Il rogo di Arnaldo da Brescia non aveva potuto bruciare la sua idea. Cola di Rienzi, còlto dalla stessa vertigine di una risurrezione romana, decide di riunire in fascio tutte le rivoluzioni italiche e di metterlo in mano al papa, dominandolo coll'idea di Roma. Non è l'unità italiana, ma una torbida visione romana che esercita il tribuno. La terribile unità cattolica di Gregorio VII, il primato italico di Alessandro III capo della lega lombarda, le pretensioni dominatrici di Bonifazio VIII, sono estranee alla sua idea. Roma sola ne è la causa, e la signoria, che trionfa in Italia, il processo. Cola di Rienzi sarebbe così il signore dei signori, come Roma è la città delle città. La sua idea non acquista coscienza di se medesima misurandosi colla realtà, ma luminosa e colorata come un sogno si presenta colla forma fantasmagorica di un concilio italiano, al quale tutte le città debbono mandare due deputati e un giureconsulto.

Si tratterebbe dunque di una federazione politica italiana contro gli interventi e le dominazioni estere, ma il modo sultanico d'intimazione usato dal tribuno di Roma indica subito che siamo ancora nel sogno. Nullameno l'Italia risponde a quest'invito, che implica la sua liberazione dai due poteri costituzionali del papato e dell'impero; il concilio si affolla, e Cola vi rivendica fra un entusiasmo frenetico l'impero immaginario di Augusto e di Gregorio. Storia, archeologia, poesia, religione, ne sono le ragioni: echi, imagini, ricordi, fantasmi che vorrebbero dominare la vita. Quindi trascinato dalla logica delle parole, egli dichiara romane tutte le rivoluzioni italiane, libera le città, naturalizza i loro abitanti, dà la propria bandiera ai loro soldati, cita al proprio tribunale inermi gli imperatori di Germania. Fraseologia e decorazione lo inebriano: tribuno, solo, poggiato su Roma, si sente più grande dell'imperatore e più universale del papa.

Ma questi con una sola parola soffia sopra il suo sogno e lo dissipa. La chiesa scomunica il tribuno, usurpatore di Roma da essa già quasi perduta. Allora la soggezione religiosa riprende i popoli sbigottiti dall'anatema scoppiato sulla testa di Rienzi come un fulmine; la sua idea fantastica svapora, la sua autorità dilegua. Troppo timido per immolare i baroni da lui stesso imprigionati, fugge di Roma innanzi alla insurrezione ghibellina del paladino di Altamura per riparare, dietro l'esempio antico di Temistocle e colla demenza vanitosa dei poeti, a Praga presso il medesimo imperatore Carlo IV da lui citato alla sbarra; ma imprigionato da questo gli scrive in stile apocalittico la propria visione dell'imminente riforma universale con Roma e l'imperatore alla testa. Deriso si umilia, da profeta discende a buffone, da tribuno si muta in cortigiano per consigliargli una reazione tedesca sull'Italia al modo di Enrico VII di Lussemburgo e di Giovanni di Boemia. Allora l'imperatore lo rimanda al papa, che lo imprigiona; e Cola bacia ancora le proprie catene, mente, calunnia, si rinnova, si muta, compie la propria evoluzione uscendo di carcere al seguito del cardinale Albornoz mandato a ritentare l'impresa di Bertrando del Poggetto. Quindi nuovamente senatore di Roma si mostra più gonfio, più declamatore, più falso, più pazzo di prima. Il suo republicanesimo è così assurdo, la sua volubilità così ignobile, i suoi tradimenti così miserabili, le sue imposte così avare che una insurrezione lo investe. Egli trema, dimentica ogni eloquenza, non trova alcun coraggio, getta le armi, cangia più volte di vesti, finchè ravvolto in un saio da saccomanno è scoperto dall'odio vigile della plebe e trucidato a' piedi della scalea capitolina, che non avrebbe mai dovuto salire.

Ma la sua demenza politica e la sua viltà morale non bastarono ad ucciderlo nella storia. Il suo sogno di unità italico-romana col papato e dominando il papato si riprodusse; le sue repressioni dei baroni, i suoi trionfi, le sue peripezie, il suo carattere rimasero nella tradizione e passarono nell'arte. Non si potè o non si volle capire la vanità insulsa della sua opera. Le idee politiche, che la sconvolsero e per le quali non seppe nè agire nè morire, parvero quasi sue idee personali; guelfi e ghibellini acclamarono la sua memoria, quelli per la sua liberazione d'Italia concepita col papato e pel papato, questi per il suo tentativo di mettere Roma al disopra del papa e a capo di una nuova Italia. Quindi Cola di Rienzi, moltiplicato per la grandezza del quadro e per l'antichità della cornice, entro la quale aveva recitato abbastanza malamente la propria parte di signore, parve giganteggiare fra le massime figure del tempo, tra i Visconti e gli Scaligeri, così terribilmente trionfanti nella storica realtà. Si è creduto lungamente che Petrarca gli dedicasse una delle sue più belle canzoni; Wagner, il maggior musico di questo secolo, cominciava da lui la serie dei propri melodrammi immortali. Ma oggi una critica più acuta disdice le dedica a lui della canzone del Petrarca, Wagner rinnegò il proprio melodramma; e Cola di Rienzi, severamente giudicato dalla storia, che a distanza di secoli punì della stessa morte il suo tentativo riprodotto da Pellegrino Rossi, vanisce nell'arte come una di quelle ambigue figure, alle quali nè il pensiero potè dare la trasparenza luminosa dei fari, nè l'azione il rilievo inconsumabile dei bronzi.

L'impresa fallita di Rienzi provava solo che il papato non era ancora maturo alla signoria, e che nullameno nessuno poteva sostituirlo in Roma.

Difatti Roma, predestinata all'opera del papato, doveva solamente con esso esaurire tutte le forme politiche, prima di rientrare nella futura unità italiana.

Il cardinale Albornoz.

Ma l'improvvisa ed eccessiva fortuna della signoria milanese minacciante tutte le altre determina presto una nuova spaventevole guerra di reazione. Primo Cola di Rienzi, perduto nel sogno di una unità republicana, appella al papa e all'imperatore contro i tiranni di Lombardia; poi nel 1350 Clemente VI manda il proprio parente Durafort a ritentare col medesimo esito l'impresa di Bertrando del Poggetto; nel 1352 Siena, Firenze e Perugia si alleano contro i Visconti; nell'anno successivo Mantova, Verona, Ferrara, Padova, Venezia pattuiscono una lega, che invoca l'imperatore Carlo IV. Questi discende in Italia, e tre anni dopo si congiunge con Albornoz, vittorioso dei signori romani, per distruggere la signoria milanese. Il combattimento dura ventisette anni come quello di Barbarossa, ma riesce alla vittoria di Milano e di tutte le altre signorie, trionfanti del proprio errore reazionario per la forza stessa dell'idea che combattono.

In questa lunga crisi l'eroismo politico dei Visconti sfolgora attraverso tutta la varietà dei loro caratteri individuali nelle più cupe tragedie, superando tutti gli eventi. Poichè Luchino soccombe troppo presto avvelenato dalla moglie, l'arcivescovo Giovanni più forte dell'antico Eriberto resiste al papa minacciando: allorchè Carlo IV giunge a Milano per ripetervi forse la tremenda condanna di Lodovico il Bavaro, che gettava Galeazzo nei forni di Monza, i tre fratelli Matteo, Galeazzo e Bernabò gli oppongono finzione a finzione, e lasciandolo fuori della mura lo assediano di visite, lo stordiscono di feste. Quindi fronteggiando in battaglia tutti gli avversari, mescolano tradimenti e vittorie, intrighi e sconfitte. La passione rivoluzionaria e l'idea politica del tempo li sostengono. Matteo II, il più vano dei tre fratelli, è ucciso dagli altri; Bernabò, il più forte di tutti, rivaleggia con Ezzelino da Romano, sopprime ogni sètta, largheggia col popolo, innamora la plebe, riordina l'amministrazione, fa inghiottire sul Lambro ai messi del papa le loro lettere, feroce, tiranno, imparziale, temerario sino ad avventurarsi ovunque senza guardie, collerico come un leone, innamorato della propria moglie come l'ultimo dei borghesi. I republicani lo maledicono, i guelfi lo detestano, la chiesa lo condanna, ma il popolo lo adora e le cronache lo esaltano come il capo della rivoluzione, che organizza la vittoria sui campi di battaglia e stabilisce una legislazione duratura per la felicità dei lombardi.

La guerra agevola la rivoluzione.

Ai primi baleni della reazione Bologna e Genova si arrendono ai Visconti; Pavia svillaneggiata dalla mistica demenza di frate Bussolari, tardo imitatore di Giovanni da Vicenza, è ridestata alla vita dalla sola presenza di Galeazzo; Bergamo entra nell'orbita di Milano; Reggio affidata dal signore di Mantova a Feltrino è da questo venduta a Bernabò; il Conte Verde di Savoia, abile guerriero e politico feroce, perde ogni impresa contro i Visconti, e vince tutte quelle che stabiliscono all'interno la sua signoria.

Molte signorie, già al declino e destinate presto a sparire, resistono nullameno a questa reazione che mette in pericolo il principio della rivoluzione; Mantova, Ferrara, Padova, Verona, il Monferrato, la Savoia rimangono immobili, quanto Milano sulle proprie basi; solamente, come a pena dei propri errori, si veggono compromesso il governo da un ultimo infuriare delle sètte. Così a Firenze i Ricci e gli Albizzi rinnovano la contesa degli Uberti e dei Buondelmonti, e all'arrivo dell'imperatore Carlo IV Pistoia, Arezzo, Volterra, San Miniato s'aggrappano alla sua porpora per sfuggire alle mani della republica; la quale, dopo una nuova rivoluzione nel campo imperiale e una nuova guerra contro il papa, rovescia finalmente nel 1378, ultimo anno della reazione, i popolani coi plebei avviandosi mutamente verso la signoria dei Medici.

Siena, più crudele, massacra i propri Nove all'arrivo dell'imperatore per ripetere alla sua partenza una eguale sommossa contro il governo da lui ordinato, straziandosi per tutta una serie di carneficine imbrogliata da un'aritmetica politica che varia sempre il numero nei membri del governo. Finalmente esasperata dal ritorno dell'imperatore, lo assedia nel proprio palazzo, lo condanna alla fame, lo annienta nel ridicolo, lo scaccia, e seguita a dibattersi nelle convulsioni della propria republica destinata a perire sotto la signoria di Firenze. Indarno l'imperatore decapita pazzamente a Pisa il signore Gambacorti, giacchè Agnello dei Raspanti lo sostituisce per morire in una identica tragedia e cedere indi a poco il dominio ai Gambacorti riconfermati. La reazione imperiale si consuma in tentativi inutili, che non distruggono nessuna signoria e non salvano l'indipendenza a nessuna città: onde Firenze riacquista presto i propri dominii, e Genova sempre sotto la dipendenza dei Visconti prosegue la guerra contro Venezia.

Solamente il cardinale Albornoz, combattente nel nome del papa, passa di vittoria in vittoria contro i signori romani. Le sue improvvisazioni infallibili di politico e di guerriero riparano prontamente l'insuccesso di Durafort e rovesciano tutte le giovani dinastie, i Vico di Viterbo, i Trinci di Foligno, i Gabrielli di Gubbio, i Gentile di Fermo; tentano i Varano di Camerino; penetrano tutte le città di Romagna raddoppiando le vittorie della guerra cogli intrighi della diplomazia. Ma il suo spirito è troppo grande per un'opera così falsa. Quindi l'ingratitudine del pontefice, che gli chiede i conti e al quale egli risponde mostrando con epico gesto un carro carico delle chiavi delle città prese, lo obbliga a ritirarsi dalla scena. Allora una nuova evoluzione di Firenze contro il papa trascina alla rivolta ottanta fra città e fortezze, cancellando in dieci giorni l'opera di ventidue anni.

Il cardinale Roberto di Savoia, sostituito all'Albornoz per ristabilire la sua conquista, non è più che un pazzo sanguinario, febbricitante nel furore di una reazione impotente. Il suo interdetto sui fiorentini, i pisani e i genovesi, nel quale permette a tutti di derubarli e di farli schiavi; la minaccia contro Bologna di lavarsi i piedi e le mani nel sangue dei cittadini; l'incredibile strage di Cesena, nella quale quattromila persone vengono sgozzate e i bambini lattanti sbatacchiati pei muri, mentre egli seguita ad urlare: voglio sangue, voglio sangue! determinano alla morte di Gregorio XI, nella questione se il papa debba risiedere a Roma o ad Avignone, la esplosione del grande scisma. Lo slancio dei Visconti nel riadergere quanto l'impeto di Albornoz aveva abbattuto, il nuovo entusiasmo d'Italia per un'altra guerra civile e politica contro la cieca democrazia cattolica del medio evo, e la stessa tirannia reazionaria dei papi d'Avignone strappano al conclave, quasi interamente francese, l'elezione di Urbano VI ghibellino, mentre il popolo grida: romano lo vogliamo o almeno italiano! E quando il conclave, riparando timidamente a Fondi, rinnova con criteri assassini l'elezione per proclamare papa guelfo lo stesso cardinale Roberto di Savoia, stupidamente sanguinario ed insanguinato, nel tuono degli anatemi barattati tra i due papi s'intende la voce trionfale della rivoluzione che gitta a tutta l'Europa l'appello della ragione contro una fede diventata insufficiente al pensiero e in contraddizione colla storia.

L'unità ideale italiana.

Ma la tradizione regia di Verona iniziata da Berengario, seguita fra le stragi da Ezzelino, accarezzata nel trasporto di un sogno glorioso dai primi Scaligeri, turba la cronaca milanese. Le vittorie viscontee danno alla grossa metropoli lombarda le vertigini del regno. Così quando Giovanni Galeazzo, il più ammirabile ipocrita del secolo, getta improvvisamente il proprio terribile zio nel castello di Trezzo, e la signoria milanese dilagando colla foga di un torrente s'impadronisce nel 1387 di Verona e Vicenza, nel 1388 di Padova, nel 1399 di Pisa, poi di Perugia, di Lucca, di Assisi, di Novara, di Spoleto, di Bologna, portando il proprio signore al titolo di duca, sembra davvero che tutte le rivoluzioni anteriori abbiano mirato a questa sua sovrana indipendenza per arrivare con essa all'unità politica nazionale d'Italia. I cronisti Fiamma e Mussi, scrivendo l'apologia di Milano, formulano nell'ingenuità vantatrice del proprio entusiasmo municipale le pretese regie della nuova capitale con una arditezza che non arretra nemmeno dinanzi al papa.

Ma l'unità politica è impossibile nella storia italiana predestinata a svolgersi federalmente nell'interesse della storia europea. La conquista milanese produrrebbe l'oppressione di tutti gli stati, distruggendo col terribile livello del proprio dispotismo tutte le fisonomie del pensiero italico. Mantova, Genova, Ferrara, Firenze, Venezia, Roma, Napoli, Palermo scomparirebbero dalla storia per discendere a grado di città subalterne e perdere in una sterilità senza compensi la fecondità del loro genio incaricato di elaborare i materiali e le idee della nuova civiltà europea. D'altronde le varie coscienze regionali non dominate ancora da una più alta coscienza nazionale, giacchè cittadino e stato italiano non esistono ancora, contrasterebbero alla dominazione unitaria milanese così ferocemente da ricondurre fra l'antica barbarie del regno longobardo gli ultimi orrori della guerra guelfo-ghibellina. Prima di raggiungere l'unità politica, l'Italia deve esaurire tutta la varietà dei propri caratteri servendosi dei confini interni come di tante egide, delle guerre incessanti come di un tonico, della religione come di una poesia e dell'empietà come di una indipendenza; esperimentando il regno nelle due Sicilie, la teocrazia a Roma, la oligarchia a Venezia, tutte le basse forme monarchiche nelle signorie, tutti i modi democratici nelle republiche. La sua arte, la sua scienza, la sua filosofia, il suo commercio, la sua industria, i suoi capolavori moltiplicati in tutte le opere, la sua sapienza che utilizza tutti i disastri, la sua virtù che resiste a tutte le colpe, i suoi vizi che si parano di tutte le bellezze, il suo primato in Europa, dipendono dalla sua mancanza di unità. Ognuno de' suoi piccoli stati può ottenervi così l'importanza e influenza di una nazione. L'Italia, necessaria ancora per molti secoli come campo di battaglia all'Europa, riducendosi per opera dei Visconti troppo presto ad unità nazionale, imporrebbe alla storia europea tutt'altro sviluppo.

Quindi la guerra ai Visconti, minaccianti di assorbimento regio le signorie, diviene una necessità italiana, nella quale Firenze, più nobile e fine di Atene, rappresenta col proprio contrasto a Milano, la grande tradizione federale, che dava già ad ogni borgo una così originale bellezza e a tutte le rivoluzioni anteriori la gloria di una inimitabile invincibilità. Nel proprio federalismo equanime Firenze è quasi italiana, giacchè i suoi cronisti, a rovescio dei milanesi chiusi nell'orbita della propria città come in un cerchio incantato, si occupano di ogni vicenda in ogni parte d'Italia e anche fuori. La sua azione politica limitata alla Toscana vi propaga irresistibilmente la propria influenza; la sua mente libera da ogni vapore di sogno precisa e sminuzza cose e idee; l'egoismo restringendola l'acumina; il regionalismo isolandola la perfeziona. Milano, troppo vasta per una signoria e troppo piccola per un regno, soccomberà; Firenze, mutata in ducato, arriverà sino alla grande rivoluzione nazionale, allora che Cavour, slargando l'ingegno politico del suo Guicciardini, e Mazzini, aggiungendo l'eroismo del carattere al patriottismo rettorico del suo Machiavelli, riuniranno l'indipendenza della nazione alla libertà dei municipii.

Petrarca e Boccaccio.

Se il suo Dante ha creato col maggior poema del mondo la lingua nazionale, Petrarca, librato nell'estasi della bellezza al disopra delle passioni che hanno tratto all'Inferno il grande ghibellino, mette nella parola una tale dolcezza, insinua nel verso una melodia così accarezzante, confonde siffattamente nel proprio entusiasmo l'erudizione romana e l'ignoranza politica del proprio tempo ancora tanto pieno di eccidi, che il mondo oramai pacificato nella signoria s'innamora di lui sino all'adorazione. Popoli, papi, imperatori, signori e republiche, tutti s'inchinano alla bellezza plastica di questo genio, che vede tutto attraverso gli splendori di una visione, nobilita tutto nello stile, unifica tutto colla parola. Se Dante è fiorentino, Petrarca è già più italiano che toscano; se la Beatrice di quello è meno che donna, la Laura di questo è al tempo stesso una Venere e una madonna dalla bellezza voluttuosa a forza di essere soave. Il dramma della signoria non turba il Petrarca. Egualmente amico dei vincitori e dei vinti, egli prodiga a tutti lettere e versi; sonnambulo nella lotta che gli ferve d'intorno, sembra non scorgervi che larve e concetti di storia antica avviantisi verso una misteriosa storia moderna. Le sue canzoni trasfigurano gli eroi, cui sono indirizzate; le sue evocazioni politiche, possenti e malinconiche, passano attraverso un crepuscolo colla grandezza e l'immunità di una profezia. Solo contro il papato di Avignone il suo classico sdegno diventa ira e le parole gli scoppiano dalle labbra stridendo come nelle terzine di Dante, quando fra i lembi di una rotta visione gli si para dinanzi il cadavere della chiesa corroso da tutte le cancrene. E allora la rivoluzione trionfante anche del suo genio contemplativo e del suo temperamento sensuale e serafico compie l'ultima vittoria, strappando al più immateriale dei poeti la più concreta delle invettive.

Ma se il Petrarca sembra obliare il medio evo e il proprio tempo per discendere nell'antichità come Dante nell'inferno, o per salire in un cielo ancora terrestre di colori e di profumi, il Boccaccio dimentica egualmente tutto nella gioia della nuova vita. Le sue novelle inconsapevolmente nazionali ospitano fiorentini, genovesi, veneziani, napoletani, palermitani: deridono tutti i partiti, sbertano tutte le passioni. Infallibili di verità, salgono coll'ironia fino alla sapienza più antica e serena della vita, trattando collo stesso sorriso prelati e mercanti, frati e re, Dio e il diavolo, l'amore e la politica, la scienza e la religione, la fede e la lussuria, l'usura e l'eroismo, la virtù e il vizio. Il loro scetticismo è quello medesimo del popolo, che accetta la signoria per liberarsi in una sola volta di tutto il passato; la loro originalità contiene tutta una flora artistica, che Dante non avrebbe sospettato e che il Petrarca scandolezzato non intende. Ma il Boccaccio prosegue più libero e moderno di entrambi, sorridendo delle passioni che avevano ucciso il primo, ghignando sulle bellezze ancora troppo vaporose che innamorano il secondo, opponendo al terrore della peste l'eroismo di un'allegria che esprime finalmente l'emancipazione dello spirito umano da tutte le superstizioni religiose e le barbarie storiche. Se Dante ritto sul proprio immenso poema domina colla fronte livida e luminosa tutto il medio evo, Petrarca e Boccaccio si presentano sulla soglia dell'evo moderno, l'uno col sorriso della bellezza che dovrà inspirare Raffaello, l'altro col riso della vita che animerà l'Ariosto.