Capitolo Quinto.
La rivoluzione militare
Incapacità militare dell'Italia.
Nella rivoluzione della signoria ne covava un'altra, inavvertita prima, poi maggiore di essa.
Nessun comune o republica o signoria in Italia aveva mai avuto vero organamento militare. La nazione divisa in due grandi classi, nobiltà e popolo, mancava di soldati; la feudalità, composta di famiglie relativamente scarse rispetto alla massa della nazione e dedite all'uso dell'armi, raccoglieva in bande i propri vassalli, dominando a stento la loro ripugnanza al pericolo col timore di una morte anche più certa; la borghesia, insorgendo contro i castelli, si era improvvisamente armata, aveva combattuto, aveva vinto, e nullameno all'indomani di ogni vittoria o disfatta ambo i partiti si trovavano senz'armi, senza munizioni, senza soldati, senza capitani. La società dibattentesi nella conquista di forme politiche, che doveva nascondere con abili falsificazioni all'occhio vigile del papato o dell'impero, non avrebbe potuto organizzare una milizia, senza dichiararsi prima indipendente in un nuovo sentimento di patria e stabilire un sistema di finanze e di gerarchia, incompatibile collo spirito del tempo. Quindi la milizia, costituita nella feudalità con bande di vassalli guidate dal signore, si componeva nella città con arruolamenti improvvisati nelle corporazioni, e il seguimento, come dicevasi allora, non era in ambo i campi che una specie di volontariato più o meno libero e ripugnante, nel quale il soldato non sognava che i propri campi o le proprie botteghe. Qualunque fosse dunque la sua passione di parte, nè il concetto di patria, nè l'idea del dovere, nè quella tragica necessità che accetta di dare e di ricevere la morte per ubbidire agli ordini di una virtù superiore, dirigevano mai la sua coscienza troppo spesso sedotta dalle ferocie delle vendette o dalle cupidigie dei saccheggi. Di qui la poca mortalità delle battaglie medioevali e le incredibili carneficine di certe vittorie. Il console, il capitano, il signore erano l'anima, la gloria, la durata dell'esercito. Il loro spirito lo attraeva, la loro bravura lo manteneva, la loro morte lo dissolveva quasi sempre: ogni generale doveva essere tutto per la propria soldatesca, armarla e nutrirla, occuparsi di ciascuno e di tutti, farsi adorare e temere per essere seguìto nella battaglia e non abbandonato nella sconfitta.
I masnadieri.
Quindi in una milizia formata e riformata di bande, atea e superstiziosa, più feroce che intrepida, più rapace che disciplinata, al servizio piuttosto di una parte che della patria, non frenata dalla disciplina di un vero governo, nomade, avventizia, sognante le baldorie della pace per scialacquare le poche ricchezze rubate nella guerra, indifferente alle idee dei propri capi dei quali non poteva mai nè comprendere la politica nè partecipare ai trionfi, era naturale si formassero delle bande pronte a convertire quell'esercizio in mestiere, profittando dell'incessante bisogno di soldati e della poca passione alla milizia nelle moltitudini cittadine e campagnole. Da principio queste bande non saranno state che avanzi di eserciti disciolti, specialmente stranieri, chiamati in Italia dalle guerre regie o imperiali: e che abituati a vivere di guerra e nella guerra, trovandosi fra popolazioni stanche e poco armate, avranno fatalmente sognato di vivervi taglieggiando e assassinando, al servizio di qualche feudatario o di qualche comune. Le critiche del Machiavelli alle compagnie di ventura, e la mancanza di eserciti nazionali da lui spiegata coll'influenza ascetica del cristianesimo; le sue accuse all'antico impero romano di assoldare truppe estere, e ai signori italiani di copiare questa corruzione dei cesari per meglio corrompere e soggiogare i cittadini, non sono che puerilità rettoriche. L'Italia non aveva e non poteva allora avere eserciti nazionali perchè priva dell'idea di stato e di quell'organizzazione governativa, che dall'unità politica deriva i mezzi costanti della difesa. Se il combattente è possibile in tutti i luoghi e in tutti i tempi, il milite è un carattere storico, che presuppone un ambiente e una serie di fatti politici senza i quali diviene assolutamente impossibile immaginarlo.
Certo i signori disarmarono l'Italia per meglio regnarvi, ma questa loro politica fu una necessità del secolo nel quale i soldati non erano che partigiani e il progresso esigeva l'annullamento di tutti i partiti nella unità fecondatrice delle signorie. Industria e commercio, agricoltura e manifattura, arti e scienze non potevano avanzare che a questa condizione. D'altronde la massa del popolo aveva sempre odiato la milizia come conseguenza e incarnazione della conquista regia. Tutte le rivoluzioni dei vescovi, dei consoli, dei podestà, dei capitani del popolo, dei tiranni racchiudevano quest'odio, giacchè ogni loro movente veniva da una idea di emancipazione economica o politica, e l'ostacolo più forte ad ottenerla era appunto la soldatesca. I cittadini, per una delle solite antitesi della storia, si erano mutati in soldati per odio alla milizia. Quindi al trionfo della signoria, che rendeva inutile questo contradditorio sacrificio, il popolo rispose con gridi di una gioia, della quale si trovano ancora le parole nei cronisti. Una delle migliori leggi dei Visconti, secondo Azario cronista milanese, fu che il popolo non andrebbe più alla guerra; il Villani fiorentino è della stessa opinione, tasse sull'argento, sul sale, sulle campagne, liberarono dall'obbligo del servizio militare, formando il primo bilancio della guerra, la quale d'ora innanzi doveva esser fatta dai mercenari.
Infatti la sostituzione degli avventurieri ai cittadini facilitava la vittoria alle signorie più ricche contro le vicine republiche più esili e povere. Dal momento che il moto delle signorie, sommergendo le vecchie parti, imponeva a tutti il bisogno di una pace più equa di quella dei podestà e più sicura di quella dei tiranni, le signorie capaci di assoldare molte soldatesche dovevano fatalmente trionfare di quei liberi comuni inetti a trasformarsi secondo la nuova idea politica. Torme di mendicanti armati, lontani discendenti dei gladiatori, percorrevano dunque tutte le vie d'Italia e ne conquistavano le città dietro gli ordini di un invisibile signore troppo superbo per degnarsi nemmeno di assistere alle loro vittorie. Una perfida e sapiente finanza calcolava quindi nel segreto dei gabinetti quante barbute o fiorini costasse una città: la vittoria non era più che un conto aritmetico, e il vero campo di battaglia un banco. Tutto vi era valutato e pesato coll'oro; il popolo accettava questa nuova originale forma di guerra come la più economica e rapida liquidazione medioevale: inutile parlare di virtù, di diritti, di patriottismi. Poichè le unificazioni regionali delle signorie dovevano trionfare del vecchio atomismo comunale, il modo del loro trionfo predeterminato dalla storia diventava superiore a tutte le recriminazioni della morale. Ma in questo commercio militare il disordine apparente è tale che spesso toglie all'occhio dello storico di seguire con precisione il corso delle idee e il contorno dei fatti. La soldatesca, passando da signore a signore, da mercante a mercante, moltiplica rotte e vittorie, arresta a mezzo ogni impresa, scompagina tutti i disegni, sembra confondere tutti i risultati. Le signorie basate sovra di essa oscillano e a certi momenti paiono presso a sommergersi, ma questo tumulto militare non potendo rompere la propria cornice storica, ogni signoria conquista finalmente tutto il raggio della propria naturale espansione.
Fino dall'epoca dei tiranni, bande di mercenari servivano nella guerra senza vera organizzazione: residui di eserciti e avanzi di forca erano assoldati e congedati senza troppo pericolo. Ma nel dilatarsi delle tirannie il numero delle masnade crebbe colla necessità politica nei governi di avere una forza armata per disarmare le parti; e tutti questi masnadieri sentirono il bisogno di organizzarsi per facilitare i propri contratti e sottrarsi ai pericoli della pace, che li abbandonava affamati e sbandati in mezzo a popolazioni ostili. Senonchè, diversi di razza, attratti da tutte le contrade d'Europa all'incendio sempre vivo delle guerre italiane, selvaggi e corrotti, non potevano avere altra organizzazione che la personalità di un capo, il quale li reggesse coll'arbitrio e li nutrisse colla vittoria. I Tolomei di Siena, Marco e Lodrisio Visconti furono i loro primi duci; ma troppo partigiani per tale ufficio vi perirono o condussero a perdizione le compagnie. A Guarnieri duca d'Urslingen era riservata la gloria sinistra di organizzare le compagnie di ventura nel 1342. L'iscrizione «nemico di Dio, d'ogni pietà e d'ogni misericordia» che egli portava con satanico orgoglio sul petto, minacciava tutta l'Italia inerme e nullameno ancora abbastanza forte per mutare questo nuovo torrente di armati in un canale irrigatore della propria politica.
Infatti il duca Guarnieri, scannando, incendiando, devastando, serviva sempre la politica del tempo, abbatteva colla propria città nomade tutti i vecchi ripari guelfo-ghibellini, sollecitava colla propria spada insanguinata i comuni retrivi, assoldato segretamente o palesemente dai più grossi signori, ma sempre estraneo ai risultati di tutte le lotte. Dietro lui spuntano gli imitatori. Frate Moriale perfeziona l'organamento del campo fino a sorpassarvi l'ordine delle migliori città; quindi mistico e feroce, mercanteggiando con scrupolosa onestà ogni più ribaldo ladrocinio, cade in un agguato tesogli da Cola di Rienzi e vi perde la vita. Annichino Bongarten, Alberto Sterz prendono il suo posto per sparire nell'ombra spaventevole di Giovanni Hawkwood, detto Acuto, che alla testa di masnade inglesi supera tutti nella prontezza delle mosse e nella crudeltà delle devastazioni. Questo bandito di genio non solo vince i migliori capitani del tempo durante tutto il periodo delle reazioni imperiali ed aragonesi, ma finisce genero di Bernabò Visconti, al servizio della chiesa, arricchito ed ammirato dalla republica di Firenze, che gli erge un monumento.
I condottieri.
Ma il masnadiero mercantilmente imparziale, che si vende a tutte le ragioni di guerra in un paese incapace di comporsi eserciti nazionali, deve naturalmente destare la concorrenza dei masnadieri indigeni. Infatti una forte reazione determinata dagli orribili eccessi di queste bande, che nessun danaro pagava mai abbastanza e nessun capitano poteva frenare, prorompe da tutte le contrade d'Italia. Urbano V e Caterina da Siena eccitano Alberico da Barbiano contro gli inglesi e gli altri mercenari devastatori: questi li distrugge e diventa così il primo condottiero d'Italia. Quindi con istinto di gran capitano muta la tattica, raddoppia la disciplina e l'ascendente nel proprio esercito: invece di esserne il capo, ne è il padrone; arruola, compra soldati, li annulla nella propria compagnia, li possiede come tanti alberi di un podere, che può vendere ad altri o lasciare in eredità al proprio figlio. Le prime bande nominavano i capi dominandoli come i comuni facevano coi podestà; il nuovo condottiero applica la signoria all'esercito e vi diventa signore.
A questo punto si dichiara la guerra tra la signoria mobile del campo e la signoria ferma della città: questa, costretta a servirsi di quella per vivere, sente che può soccombere nell'alleanza e destarsi un mattino avendo cangiato di signore; quella, costretta a vivere di battaglie e a conquistare città, cerca istintivamente una cornice dove fissarsi. Il signore temerà spesso le vittorie del condottiero, il condottiero i tradimenti del signore, ed entrambi periranno entro l'orbita delle signorie spingendole colla propria lotta alla necessità dei principati. Si direbbe che l'ondulazione di tutti i campi armati si allarghi sempre più per annegare signorie e republiche. Dovunque sorgono condottieri ferrati, impennacchiati come tanti cavalieri di una decorazione fantastica, cinti d'eserciti rumoreggianti. La loro vita di guerra impone la prova della guerra a tutti i governi; le conseguenze della guerra gettano nella miseria tutti i paesi. Il denaro diventa sola ricchezza e unica forza. I signori disarmati non possono fare a meno dei condottieri, che alla lor volta debbono essere capi politici per orientarsi in questo tumulto di battaglie governato dalle necessità della finanza entro la cerchia naturale delle signorie e illuminato dai fuochi fatui delle vecchie libertà.
Milano, la più ricca delle signorie, stipendia i più illustri discepoli di Alberico da Barbiano per schiacciare gli stati limitrofi e proseguire nel torbido sogno di conquista regia. Ma l'impresa d'Italia, troppo superiore alla ricchezza di Milano, ne immiserisce così i sudditi che alla morte di Giovanni Galeazzo, nel 1402, molte rivolte la compromettono; e Firenze stringe col papa, col marchese d'Este, Venezia, Padova, Rimini, Ravenna e Alberico da Barbiano una terribile lega di guerra contro l'unitaria metropoli. Le insurrezioni squarciano come tante mine lo stato milanese: la reggente ridotta agli estremi cede al papa Bologna, Perugia ed Assisi; i condottieri milanesi disertando s'impadroniscono di altre città; il marchese di Monferrato piomba su Vercelli e Novara: Vicenza, Feltre e Belluno si danno a Venezia; tutto pare perduto, la reggente muore avvelenata, a Milano stessa i guelfi inalberano la croce rossa nel quadrivio di Malcantone.
Senonchè la signoria milanese non può perire: i due figli di Galeazzo, Filippo Maria e Giovanni Maria, resistono l'uno a Pavia e l'altro a Milano; poi alla morte di questo, pazzamente sanguinario, pugnalato nel 1412 dentro la chiesa di S. Gottardo, e col ritorno all'unità del potere, la fortuna milanese si ristora. Una stessa crisi finanziaria strema la grossa metropoli e quasi tutte le città insorte contro di essa in nome delle vecchie indipendenze comunali storicamente impossibili. Le autonomie morte non debbono risuscitare; i condottieri conquistando qualche città non possono mutarvisi in signori sotto pena di dover tradire l'esercito in una miseria senza paga che lo dissolverebbe. Quindi Filippo Maria, sposando la vedova di Facino Cane, che gli porta in dote l'esercito e le città del morto condottiero, riprende tosto l'offensiva per riconquistare quasi tutto il proprio stato e proseguire la guerra di Giovanni Galeazzo contro la federazione republicana di Firenze, di Venezia e della chiesa. I suoi eserciti diventano terribili, ma egli, più terribile ancora, domina colla propria signoria ferma le signorie volanti dei condottieri: diffida di loro, li inganna, li tradisce; tutti soccombono davanti all'impenetrabilità della sua politica, Carmagnola, Piccinino, lo stesso Francesco Sforza, l'uomo più grande del secolo che arriva sino a sposare la figlia di lui e deve fuggirlo, combatterlo, e alla sua morte, nel 1447, non può raccoglierne l'eredità perchè Milano ritenta in se stessa l'ultima prova della republica.
Ma in due anni Milano si convince che la republica sarebbe il ritorno dell'anarchia guelfo-ghibellina colla perdita della Lombardia, per l'impossibilità militare di difenderla contro Firenze e Venezia senza gli eserciti di Francesco Sforza. Quindi allo spirare dell'ultimo contratto, quando questi passa al nemico e assale Milano, la republica scompare, e la signoria ritorna più forte col nuovo signore che rinuncia a tutte le pretensioni regie del genio visconteo.
Le crisi dei Visconti si ripercuotono in tutte le altre famiglie regnanti; nessuna di esse per abilità politica o per fortuna può evitare la terribile prova imposta dai condottieri alla loro finanza e quindi alla loro vitalità. Molte vi scompaiono o vi sopravvivono così deboli che le signorie vincenti le conquisteranno. Un tumulto di drammi affretta il finale delle famiglie condannate; subitanee incandescenze republicane illuminano i tramonti sanguinosi delle signorie vinte. La miseria delle plebi, il numero degli eserciti devastatori, le sovranità improvvisate dai condottieri, le resistenze dei signori, l'irresistibile dilatazione delle maggiori signorie, lo splendore delle arti sorridenti in mezzo a tutte le catastrofi, le tragedie di una politica sempre misteriosa anche nei propri trionfi, atteggiano e colorano una scena storica così variamente bella ed orribile che nessun ingegno di storico potrà mai riprodurla. Le autonomie romagnole agonizzano; Firenze e Venezia, unite nell'inimicizia di Milano, stanno per scontrarsi nell'antica Pentapoli; Ferrara rimane sul Po come baluardo ancora necessario contro le possibili eccessive espansioni delle regioni transpadane. Mantova, simile ad una rocca che spunti da un padule, ha la sicurezza dell'una e la sinistra quiete dell'altro; Urbino si leva fra i monti umbri come una stella; sopra altri monti dal castello dei Savoia esce una luce fosca che non arriva ancora a mescersi cogli altri splendori d'Italia. Amedeo VIII, succeduto al Conte Verde e al Conte Rosso, padrone finalmente di Ginevra e del Piemonte e della Savoia, guardando dalla cima della propria alpe l'Italia, si sente bruciare nelle pupille la fiamma del primo sguardo di Annibale ritto sulla vetta del S. Bernardo; ma i suoi occhi si offuscano, la sua ragione vacilla, e finisce imitando l'avolo Umberto III col fondare in Ripaille un ordine di cavalleria monastica e col farsi, nel 1439, dal conciliabolo di Basilea consacrare vescovo, nominare cardinale, eleggere antipapa col nome di Felice V. Quindi il suo sogno della conquista d'Italia, pel quale nove anni dopo mandava il proprio figlio Luigi a Milano per proporre scioccamente alla republica di sottomettersi ai Savoia, vanisce nel trionfo di Francesco Sforza: il suo dramma di antipapa conclude ad una farsa, nella quale abbandonato dai fedeli, destituito dalla chiesa, può conservare come privilegio di pazzo e di fanciullo il diritto di vestire per tutta la vita gli abiti pontificali.
Ma la rivoluzione dei condottieri, distruggendo le ambizioni regie di Milano e imponendo a tutte le signorie la liquidazione della guerra e della finanza, riassicura il progresso storico tendente alla costituzione di stati maggiori, perchè solamente questi potranno, imprigionando la mobilità militare di quelli, impedire alla milizia, che deve proteggerne la vita, di contrastarne il necessario sviluppo.
Effetti della rivoluzione militare nelle repubbliche.
A Firenze le conseguenze delle guerre nelle ultime reazioni aragonesi e contro i Visconti avevano prodotto quello stesso malcontento di tutte le altre signorie.
La republica interamente guelfa non poteva sottrarsi all'imminente rivoluzione. Infatti Salvestro dei Medici, forse il più grosso mercante e il più fino politico fiorentino, riuscendo come gonfaloniere a diminuire l'autorità dei capitani del popolo, riabilita gli ammoniti ed infligge alla costituzione republicana e al partito degli Albizzi il primo colpo. Come sempre, una rivolta precede la rivoluzione mettendo a soqquadro la città, bruciando, uccidendo. I Ciompi, plebei e cenciosi, sfogano l'antico odio contro i borghesi padroni della republica; le arti minori si levano per domandare la parità colle maggiori; la passione dell'uguaglianza fa dimenticare l'antico amore dell'indipendenza; l'amnistia dei ghibellini naturalmente amici dei plebei, la sospensione di ogni processo per debito di cinquanta ducati e l'abolizione degli interessi del debito publico, mutano il governo e la fisionomia di Firenze. Ma questa insurrezione plebea non può raggiungere il proprio scopo nella signoria. Perciò Michele di Lando, docile strumento in mano di Salvestro dei Medici, l'arresta subitamente per essere anche più presto rovesciato dalla reazione povero e coperto di gloria. Il suo pietoso eroismo e la sua politica imbecille lasciano Firenze nella medesima necessità di scegliere fra una restaurazione della borghesia nemica del popolo ed incapace di progresso in quella ormai troppo lunga contesa dei Ricci e degli Albizzi, o un'altra rivoluzione signorile che riassumendo il potere nelle mani dei Medici dia a Firenze la forza unitaria e l'ordine interno di Milano.
Firenze incalzata dal moto italico sceglie presto: nove anni dopo la ristorazione republicana, nel 1391, una sedizione plebea acclama la signoria di Vieri dei Medici; nel 1424 Giovanni dei Medici, oramai piuttosto signore che privato cittadino, sempre colla stessa politica ottiene la legge del censo, che aggrava i ricchi e rianima il popolo minuto; nel 1433 l'ostracismo di Cosimo dei Medici, provocato dagli Albizzi troppo timidi per assassinarlo, decide della rivoluzione; Cosimo è richiamato dopo un anno fra ovazioni dementi, e la dinastia è fondata.
Secondo la legge del progresso italiano la signoria ha ucciso la republica. Coi Medici la tirannide faziosa delle grosse famiglie cessa; il popolo si mescola alla borghesia troppo privilegiata; il governo, sottratto alle parti incapaci di pensare al di sopra di sè medesime e di agire oltre l'orbita del proprio interesse, acquista improvvisamente altrettanta limpidezza nelle idee che sicurtà nelle mosse: tutta Toscana sente la nuova forza di Firenze che sta per rivaleggiare di grandezza con Milano.
A Siena, rivale di Firenze, una rivoluzione simile a quella dei Ciompi riesce ad una eguale ristorazione republicana: ma la crisi aggravandosi ogni giorno consiglia invano ai Salimbeni, capi ghibellini, la dedizione ai Visconti, poichè Milano, incapace nella propria catastrofe del 1402 di reggere così turbolenta republica, deve abbandonarla a nuovi drammi. Allora Siena, straziata dalle fazioni, tradita dai condottieri, vede finalmente Pandolfo Petrucci alla testa della plebe imitare i Medici di Firenze: lo decapita nel 1456 con dieci seguaci, ma senza sottrarsi per questo alla fatalità della sua dinastia. Più crudele di Siena, Perugia scatena nella stessa ora storica la propria plebe contro i nobili e la frena colla reazione borghese dei Raspanti; poi, vinti questi nel 1389 da Pandolfo Baglioni, che accenna così alla futura signoria della propria casa e finisce come Pandolfo Petrucci, passa dalla tirannia improvvisata del condottiero Biordo Michelotti, tosto assassinato, al dominio di Milano, della chiesa e di Napoli per risorgere sfolgorante fra le vittorie di Braccio da Montone, ben più illustre condottiero e nullameno costretto, malgrado l'altezza del proprio carattere, a riprodurvi la tirannia del predecessore. Ma alla sua morte in battaglia ricompaiono i Baglioni, dapprincipio abili e modesti come i Medici, finalmente signori nel 1488.
Vitellozzo Vitelli s'insignorisce di Città di Castello; Lucca, condannata a morte come Pisa, già comprata da Firenze per 200,000 fiorini, oscilla dalla republica alla signoria dei Guinigi con silenziose ondulazioni di cadavere senza potersi arrestare nè all'una nè all'altra; Genova consuma nella stessa crisi oltre quaranta governi. La sproporzione della sua grandezza marinara colla sua esiguità territoriale non difesa come a Venezia da paludi imprendibili obbliga la superba republica a riprendere lo stesso atteggiamento del mille, quando sotto la dipendenza di Milano e coll'aiuto della Lombardia romana poteva ancora prosperare in una libertà e in una industria indigena. Quindi accumula rivoluzioni su rivoluzioni, alternando dogi di tutti i caratteri e di tutti i partiti, sino a ritornare col Giustiniani al dogado annuale e all'antica anarchia, per cadere poi sotto il tirannico protettorato della Francia nella esasperazione di tutte le parti. Ma il suo genio commerciale supera nullameno la crisi della miseria coll'istituzione della banca di San Giorgio, prima e massima originalità del mondo economico moderno, specie di signoria finanziaria così superiore alla signoria politica da governarne le mosse e dirigerne le idee, come la signoria mobile dei condottieri s'imponeva a quella ferma di tutti i signori grandi o piccoli. Laonde un'altra rivoluzione, nel 1408, scaccia i francesi di Boucicaut e rianima le fazioni dei Guarco e dei Montalto, avvicendando gli Adorno e i Fregoso, finchè uno di questi ultimi consegna Genova con tutte le dipendenze a Filippo Maria Visconti alle stesse condizioni già accettate dalla Francia e dietro un pagamento di mille fiorini. Però le sommissioni di Genova non sono mai che formali; i partiti seguitano a dilaniarvisi, la republica si rivolta, imbroglia di drammi smozzicati la propria cronaca, avviandosi sotto la mano poderosa e leggera di Paolo Fregoso, furfante di genio, verso la signoria dei Doria.
A rovescio di Genova, lanciata a tutti i venti dalle esplosioni incessanti della propria politica, Venezia immobile nelle lagune acumina la spaventosa piramide del proprio governo impressa di arcani geroglifici e scavata internamente da misteriose prigioni, mettendo il consiglio dei tre sopra quello dei dieci, arrivando così all'ultima condensazione politica di una republica troppo forte per tramontare colla dittatura in una monarchia. Il nuovo tribunale dei tre inquisitori, stabilito occultamente dal 1400 al 1450, è ancora più tremendo ed iniquo di quello dei dieci: la sua esistenza è un mistero, la sua autorità vigila nell'ombra più grande dell'ombra stessa. La ragione di stato è il suo solo diritto, la sua giustizia deriva dalla negazione di tutte le giustizie, la sua idea immota, immensa, eterna, è Venezia. Tutti gli altri ordini non sono più che strumenti di questo supremo consiglio, il quale sembrando un triumvirato non contiene nè differenze di persone, nè gradazione di principii. La rivoluzione della signoria ha quindi raggiunto in Venezia l'ultima perfezione. Poco dopo eccola discendere ricca, compatta, silenziosa attraverso l'allegria del proprio popolo dispensato da ogni pensiero, verso terraferma; ereditare da Aquileja, la grande città romana, un'altra potenza; dall'Oriente, invaso lentamente dai musulmani, girare lo sguardo su tutta la Lombardia oltrepassando il Po, misurando terre ed avversari. Padova, Verona, Belluno, Vicenza, Rovigo, Treviso, tutto il Friuli è già veneziano; Guastalla, Brescello, Casalmaggiore sono già comprati, il Po non sarà un impedimento per un governo che domina sul mare e ha stabilimenti in tutto l'Oriente. Un'immensa fiamma di orgoglio illumina il genio veneziano, quando, nel 1421, il senato discute se debbasi continuare la guerra o sottoscrivere la pace rispettando i confini di Milano, diventata rivale ben più vicina e più vera di Genova. Foscari senatore spinge Venezia alla conquista d'Italia in questa guerra spietata di denari e di condottieri, nella quale la vittoria deve rimanere infallibilmente al governo più solido e più ricco. Il doge Mocenigo, atterrito da una conquista che dovrebbe fatalmente mutare il carattere di Venezia, insiste per la pace, e riesce a mantenerla sino alla propria morte. Ma Foscari nominato doge torna alla guerra, prende Brescia e Bergamo, semina l'oro, conquista Lonato, Valeggio, Peschiera, Crema; passa il Po, entra in Romagna, compra Cervia, acquista Ravenna. Il denaro di Venezia basta a tutte le guerre, la sua perfidia supera quella dei condottieri, ai quali dà un esempio indimenticabile decapitando il Carmagnola.
Alla Venezia marinara succede la Venezia di terraferma: mentre la sua decorazione e le sue ricchezze sono ancora bizantine, il suo carattere e la sua azione sono già così italiane che tutti gli stati d'Italia, spaventati dalla sua subita irresistibile espansione, pensano al come costringerla nella loro federazione, penoso e prezioso risultato di tutte le rivoluzioni anteriori.
Trionfo delle capitali.
Poichè i condottieri forzano colla propria crisi finanziaria e militare le signorie a ricomporsi sopra base più larga di territorio e di democrazia assumendo le forme di tanti principati indipendenti, tutte quelle città che non possono mutarsi in capitale, debbono soccombere. La loro lotta dell'ultim'ora può variare dalla tragedia più cupa alla commedia più spudorata, ma lo scioglimento ne è pur sempre il medesimo: il popolo minuto, i plebei di città e di campagna abbandonano i piccoli signori incapaci di resistere alla politica delle grosse signorie e alle armi dei grandi condottieri. Al momento della resa alcune città, come Verona, pesano le forze e le ricchezze di Venezia e di Milano per servire almeno sotto il più comodo signore; Padova produce nell'ultimo dei Carraresi forse il suo più simpatico eroe; Obizzo da Polenta offre spontaneo Ravenna alla servitù e se stesso alla morte, che Venezia gli riserba; gli Appiani vendono Pisa a Firenze, e col suo prezzo improvvisano la minuscola signoria di Piombino, rifugio di corsari mutato così in riparo di barattieri; Corrado Trinci a Foligno sembra riassumere nell'ultimo giorno di comando ogni demenza e ferocia delle rivoluzioni anteriori. Mentre la casa di Savoia si dilata verso la Svizzera e il Monferrato, Milano e Venezia occupano tutto il Lombardo, e quest'ultima penetra nella Romagna; nel momento che Firenze sovrasta a tutta la Toscana, contando a Siena gli anni estremi di vita, la chiesa si espande anch'essa, conquista, spiana città, chiude l'èra delle ribellioni, sperde perfino i ricordi della feudalità e dei comuni indipendenti. Diciassette fra piccole signorie e republiche scompaiono, semplificando la geografia politica dell'Italia, che lavora, s'insanguina e progredisce verso nuove e maggiori circoscrizioni.
L'indipendenza, necessaria nei secoli anteriori pressochè a ogni comune, ora si concentra nei massimi; tutti gli altri, incapaci di mutarsi in stazioni originali del pensiero italico, debbono sottomettersi serbando intatta la propria vita locale. Il regno è impossibile, i principati sono necessari. Il popolo livellato da una nuova democrazia, che sottopone tutto al signore e sta per dare alle guerre l'importanza di un fatto, nel quale tutte le anime di una regione sono unificate, si avvicina alla doppia idea del cittadino e dello stato. Le miserabili autonomie, le selvatiche indipendenze antiche non sarebbero più che un ostacolo alla nuova vita e un controsenso per la recente ragione: così malgrado il disperato eroismo, col quale si difendono o tentano di risorgere, debbono ripiombare nell'impossibilità del passato. Invano Pavia, Tortona, Vercelli vorrebbero riapparire nella storia, più invano a Crema, a Lodi, a Cremona, ad Alessandria ripullulano le vecchie dinastie; più inutilmente ancora i condottieri, sostituendosi a queste colla loro giovane originalità, ritentano l'assurdo problema di storiche risurrezioni. L'impeto di Facino Cane, la sanguinaria perfidia di Othobon Terzi, il genio di Gabrino Fondulo che arriva sino all'idea di precipitare dall'alto del proprio terrazzo di Cremona l'imperatore e il papa, suoi ospiti e protettori, e sale il patibolo coll'unico rimorso di non averlo fatto, sorpassando così colla propria morte i migliori finali di tutte le tragedie, non possono impedire la razionalità del nuovo assetto politico. Solo Francesco Sforza, il più profondo di pensiero e il più sobrio di azione fra tutti, giunge alla signoria di Milano, ma innestando la propria famiglia sul vecchio albero dei Visconti e subordinando la propria immensa ambizione alle storiche necessità del momento. Tutti gli altri scompaiono fra le battaglie o precipitano fra i tradimenti senza rimpianto, quasi senza gloria. Alberico da Barbiano, dal quale incomincia la moderna scienza militare, Braccio da Montone, eroe degno di epoca migliore, Niccolò Piccinino che merita forse il paragone con Annibale, i Torelli, i Pergola, i Vignate, nessuno di essi per quanto forte nelle battaglie, abile nella politica, pronto a tutti gli eccessi, può conquistare solidamente una provincia e fondarvi una dinastia. Fra popolazioni inermi, signori codardi e republiche inette, la loro superiorità è utilizzata dal disegno immutabile della storia, che sembra compiacersi a sottomettere la loro forza all'altrui debolezza: trionfi e sconfitte, nulla giova loro; vittime della finanza, alla quale debbono rendere tutte le vittorie di cui abbisogna, passano da mano a mano come il denaro che ricevono, ignorando come il denaro il segreto dell'opera propria.
Conseguenze della rivoluzione militare nel resto d'Italia.
La Corsica, rimasta nella storia come la terra delle implacabili vendette, benchè divisa dal mare, subisce i contraccolpi di quest'ultima rivoluzione. Il feroce disordine delle sue scissure è tale che non una roccia vi rimane senza sangue o una cronaca si conserva intelligibile. Sempre dominata da Genova e sempre in lotta contro di essa, colla aristocrazia che vi si vanta di difendere l'indipendenza, e col popolo che non può accettare la democrazia genovese costretta a fargli pagare le spese della propria guerra contro i signori, l'isola è finalmente venduta dalla superba ed abile republica ad una compagnia di cinque azionisti, detta la Maona, che ne prende in appalto il presente e l'avvenire. Ma le rivoluzioni proseguono alternandosi con ritmo più disperato e regolare. Dopo il trionfo e la catastrofe di Arrighetto Rocca, Vicentello d'Istria oppone a Genova la fiera resistenza dei Caporali, capi dei comuni, uomini della nobiltà popolana e civica, che diventano i condottieri della Corsica. Se non che la finanza, dalla quale dovrebbero essere pagati, per sottrarsi alle spese del loro soldo, spinge il popolo a vendersi spontaneamente alla banca di S. Giorgio dopo gli infelici esperimenti del governo di Genova, del protettorato d'Aragona e della chiesa, di tutte le utopie e follie rivoluzionarie. Infatti la banca, colla logica insensibile della propria imparzialità, pacifica l'isola struggendovi i partiti; poi alla riscossa dei loro inestinguibili residui le due republiche politica e bancaria di Genova, essendo cadute sotto il protettorato degli Sforza, oppongono agli ultimi insorti i soldati di Milano; l'estrema insurrezione còrsa infuria ancora nella più scellerata delle guerre civili per lasciare nel 1492 l'isola stremata e sottomessa alla signoria della banca regnante colla democrazia e colla finanza.
La Sardegna invece, calma nelle quattro grandi giudicature di Cagliari, Torres, Gallura e Arborea, concentra ogni sensibilità rivoluzionaria nella vecchia capitale di Oristani. Ugo IV, che vi sogna ancora di riconquistare l'indipendenza di tutta l'isola contro gli Aragonesi soggiogando le altre giudicature, aggrava così la mano sui propri sudditi da costringerli a scannarlo colla figlia e a proclamare la republica nell'inevitabile illusione di tutte le vecchie città militari. Ma la republica fallisce come dappertutto; quindi Eleonora, sorella di Ugo, sublime di gentilezza e di virilità, ricompone lo stato, continua invano la guerra contro gli Aragonesi col proprio marito condottiere e non può lasciare se non la famosa «carta de locu», statuto di tutte le giudicature sotto la vincitrice signoria aragonese.
A Napoli la regina Giovanna, invecchiata nella lussuria e nei tradimenti della signoria, colla quale aveva potuto riconquistare il trono, è sorpresa nello splendore del proprio tramonto dalla nuova rivoluzione di Carlo Durazzo, suo figlio adottivo, che, insorgendo all'arrivo in Napoli del papa francese Clemente VII, la sconfigge, l'assedia nel castello, la strangola. Ma Luigi d'Angiò, altro figlio adottato dalla regina nelle ultime ore, gli contende il trono; la guerra diviene inintelligibile coi due papati, avignonese e romano, favorevoli alternativamente ai due pretendenti; finalmente Durazzo scompare in una rivoluzione ungherese, e sua moglie Margherita diventa il primo personaggio della seconda crisi napoletana. Costei, ancora più avara che insensibile, rappresenta subito l'elemento finanziario della rivoluzione, dalla quale non pensa che a spremere denaro anche perdendo il trono, ma colla sicurezza di riacquistarlo mediante una cassa ben fornita. Infatti, rifugiata a Gaeta col figlio Ladislao e ricca a quattrini, gli dà in moglie l'erede dei Chiaramonti di Modica, favolosamente doviziosi e sognanti una corona. Ladislao, lazzarone e guerriero, politico pieno d'ambizione e senza scrupoli, ripudia tosto col permesso del papa la moglie tenendosi la dote, riconquista il regno, vende feudi a ribasso per far denaro con ogni mezzo, prende Roma, sogna egli pure l'impresa d'Italia, assalta Perugia e vi muore vittorioso ed avvelenato. Sua sorella Giovanna II riapre il regno tragicamente voluttuoso della I, passando di amante in amante fino al marito conte delle Marche, francese di sangue regio, cui inganna e costringe a riparare in un convento. Cavalieri e condottieri innamorandosi di lei soggiacciono come ad una forza misteriosa, che affretta in una specie di saturnale dissoluzione la liquidazione del vecchio regno. Così questa II regina Giovanna, ripetendo in tutto la vita dell'altra, adotta due pretendenti, Alfonso d'Aragona e Luigi III d'Angiò, i quali si combattono, lei viva, senza che la pubblica quiete ne venga disturbata nemmeno coll'assedio decennale della fortezza di Napoli; e, lei morta, compiono la rivoluzione. Alfonso d'Aragona vincitore del rivale, dopo altri sette anni di lotta, atterra l'anarchia dei condottieri senza disarmare la patria, rinunzia al sogno di un regno italico, svolge una democrazia borghese sulla feudalità depressa dei baroni, unifica Napoli e Palermo ricostituendo nel regno delle due Sicilie il primo e più vasto principato d'Italia. Poco dopo suo figlio Ferdinando, colla stessa perfidia di Gabrino Fondulo nel castello di Macastormo, invita gran numero di nobili riottosi ad un banchetto e li assassina misteriosamente senza che l'aristocrazia insorga o il popolo si commuova.
A Roma invece la signoria di Urbano VI, strappata al conclave quasi francese col grido «romano lo vogliamo», passa attraverso un laberinto di scismi, di elezioni e di guerre: Urbano VI, feroce quanto Giovanni Maria Visconti, arriva sino a gettare in mare cinque cardinali chiusi entro sacchi; Bonifazio XIII, suo successore, simile a Margherita di Napoli, non pensa che a far danaro e mette tutto all'asta, indulgenze e benefizi; più tardi Baldassarre Cossa, condottiere improvvisato cardinale, sotto il pretesto di por fine allo scisma di Roma e di Avignone, insorgendo contro Gregorio XIII, proclama papa Alessandro V arcivescovo di Milano, cui avvelena poco dopo per succedergli sotto il nome di Giovanni XXIII. Al papa di Roma e di Avignone si aggiunge così quello di Bologna, e contro al triplice scisma si aduna il concilio di Costanza.
Ma la crisi imposta dai condottieri a tutte le signorie seguita a gravare sulla chiesa, giacchè Martino V, insediato dallo stesso imperatore Sigismondo in Roma, deve riparare presto a Firenze per sfuggire alla spada di Braccio da Montone, padrone di Perugia, Todi, Orvieto, Terni, Iesi, Spello, Narni, Rieti, Roma stessa, e del quale non trova altro modo a mascherare le conquiste che nominandolo condottiere della chiesa. Il successore, Eugenio IV, lotta coi Colonna trovandosi nella stessa condizione in faccia a Francesco Sforza signore di Iesi, Fermo, Osimo, Recanati, Mogliano, Ascoli, Ancona, Todi, Amelia, e lo nomina gonfaloniere della chiesa per impedirgli di cedere forse ai Visconti queste città sottratte al proprio dominio; finchè il cardinale Vitelleschi, ferocissimo condottiero della chiesa, le riconquista e le compone in pace sotto il governo ecclesiastico come sotto ad una tenda di riposo dalla lunga fatica della rivoluzione.
Così il papato aveva finalmente un uguale territorio e si svolgeva colla stessa emancipazione economica delle altre signorie; i feudatari delle campagne e delle piccole città sono scomparsi interamente o quasi, quelli di Roma abbattuti, i papi ridotti come i dogi a non poter più fondare dinastie, giacchè ogni successore distruggerà fatalmente nell'interesse proprio, fuso con quello della signoria, l'opera domestica dell'antecessore; le rendite della chiesa si organizzano come la banca di S. Giorgio, i popoli si dispongono al progresso pacifico, la signoria s'avvia verso il principato coi pontefici, splendidi d'infamia, impenetrabili di perfidia, potenti, gloriosi, subordinati all'equilibrio della grande federazione italiana, che sta per frangersi sotto la nuova conquista straniera.