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La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 51: I gesuiti.
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About This Book

A sweeping political history that follows Italy's institutional evolution from the barbarian fusion after Rome's fall through medieval communes, signorie, and republican centers to early modern principalities and the reforms and upheavals of the Renaissance, Reformation, and Enlightenment; it examines military change, condottieri, and the rise of centralized states, the effects of Napoleonic rule and its collapse, and the reactionary Congress of Vienna. The narrative analyzes cultural and intellectual currents alongside constitutional experiments, showing how local governments, dynastic politics, and popular movements shaped modern Italian political identities.

Capitolo Primo.
L'epoca della Riforma in Italia

Condizioni spirituali.

Il nuovo progresso dell'Europa deriva da una più alta interpretazione del cristianesimo, che, ricostituendo la sovranità ideale degli individui e degli stati, rovescia le storiche autorità della chiesa e dell'impero.

La corruzione della chiesa e l'organismo del papato sono le cause occasionali della Riforma, ma il suo più profondo principio è nell'emancipazione della fede cristiana per rimettere l'uomo in faccia a Dio e a se medesimo. Le tre massime romane della povertà, della castità e dell'obbedienza, che si risolvevano nella sterilità del lavoro, della generazione e della originalità individuale, vengono respinte; il clero, non più solo padrone e distributore della verità religiosa, è pareggiato al laicato e ricondotto nella vita comune col matrimonio; la liberazione della coscienza religiosa provoca la indipendenza dello stato dalla chiesa. L'individuo, libero d'interpretare nella sincerità della propria coscienza la rivelazione divina nei libri santi, vorrà per contraccolpo interpretare tutte le leggi politiche e sociali sottomettendole ad una critica, nella quale i privilegi si dissolveranno in una giustizia superiore. Le esteriorità artistiche ed idolatre del culto romano sembreranno una profanazione della persona divina, le decorazioni feudali regie o imperiali di tutte le autorità politiche non salveranno più l'insufficienza di nessun capo o l'arbitrio di nessun ordine. La verità diventerà la sola forza della legge, e l'inviolabilità dell'individuo il principio supremo della nuova società.

Qualunque sia dunque il dibattito fra Roma e la Riforma, a qualunque particolare discenda, a qualunque punto si arresti, e la essenza della sua polemica rimanga o no sconosciuta agli stessi campioni, la nuova rivoluzione non è che un processo di libertà e di liberazione spirituale. La coscienza religiosa, base della coscienza civile, vuol essere superbamente, assolutamente libera: se si attiene ancora ai testi santi, questa è la sua fede, non la sua sudditanza; se non traduce istantaneamente questo principio di libertà nella politica rovesciando il vecchio e grave edificio feudale, solo la storia lo vieta poichè immatura al grande atto. Ma nella plebe, sempre più logica d'istinti e più sicura d'intuizioni, molti tentativi democratici saranno fatti e soffocati nel sangue. La democrazia religiosa della Riforma, uguagliando tutte le coscienze nella libera interpretazione della Bibbia e sottoponendole solo alla scorta eterna della rivelazione, sarà la causa e la base di tutte le democrazie future: la sconfitta dell'ebraico, del greco, del latino, nella traduzione della Bibbia e nelle preghiere recitate in lingua nazionale rappresenta la sovranità legittima di un'epoca che deve esprimere tutta se stessa col proprio linguaggio; la tirannia di Roma, depositaria dell'unico processo di salvazione e carceriera delle anime anche dopo la morte colla formula insidiosa e mercantile del purgatorio, cadendo lascia scoperta in tutta la sua crudele inanità quella dell'impero.

L'unità medioevale è dunque dissipata; il papato e l'impero di ogni individuo si sostituiscono al papato di Roma e al sacro romano impero. Lutero riprende raddoppiandola la parte e la missione di Arminio, ma la sua rivoluzione è tutta chiusa nella legalità della religione e della politica del tempo. Nemmeno egli stesso misura l'estensione del proprio principio e l'espansione del proprio fatto. La sua intelligenza martellata dalle polemiche si restringe e si appunta come un cuneo, il suo cuore inaridisce; a forza di mirare gli ostacoli, che gli si parano davanti, non vede più l'infinita varietà dello spettacolo che gli si svolge d'intorno. Quindi la Riforma di Lutero si allarga con quella di Zuinglio; quegli vuol mantenere tutte le dottrine non in aperta contraddizione colla Bibbia, questi riseca dal codice religioso quanto non si può comprovare con essa: il primo vuole conservata nell'eucaristia la presenza di Cristo, il secondo la riduce ad un simbolismo appena commemorativo. Il progresso è evidente. Lutero può trionfare nella discussione col proprio avversario, e questi morire eroicamente alla battaglia di Kappel fra i cantoni riformati e i cantoni cattolici, poichè Guglielmo Forel a Ginevra si è già associato con Giovanni Calvino, il più terribile logico della Riforma, che la maneggia come una scure entro il vecchio edificio feudale.

La Riforma, poco prima ruscello, non è più un torrente ma un lago, un mare che sollevato da forze misteriose inonda e sommerge quasi tutta l'Europa. Contraddizioni, battaglie, soste, tradimenti, tutti i fatti l'assecondano. Nel colloquio di Augusta col cardinale Gaetano, alla disputa di Lipsia coll'Eck, alla Dieta di Worms, nel castello di Wartburg, colle Diete di Norimberga, di Ratisbona, di Spira, Lutero cresce, si dilata, giganteggia. La confessione Augustana è la sua tavola della legge in ventuno articoli, la lega Smalcaldica fra i nuovi protestanti gli dà un popolo e un esercito; le invasioni di Solimano in Ungheria, i ritardi del pontefice alla convocazione del concilio, le oscillazioni politiche di Carlo V costretto a bilanciare perpetuamente tutte le forze antagoniste dell'impero, aumentano la sua propaganda: le sconfitte della prima guerra Smalcaldica la consacrano col sangue, l'interim di Augusta la riconosce politicamente, il secondo tradimento di Maurizio di Sassonia contro Carlo V la rinforza, finchè il trattato di Passavia e la pace di Augusta nel 1555 le riconoscono la legittimità di fatto storico.

Ma se la Riforma trionfa in Germania colla dialettica di Lutero, in Svizzera col magnanimo buon senso di Zuinglio, a Ginevra colla logica democratica di Calvino, in Olanda col genio politico di Guglielmo d'Orange, in Inghilterra colla lussuria feroce di Arrigo VIII, nella Scozia colla superba austerità di Knox, nella Svezia col patriottismo dei Vasa, in Danimarca colla lealtà dei principi di Holstein; la chiesa assalita risponde alla Riforma colla riforma, accetta la guerra con tutte le armi e su tutti i terreni. Con una intuizione rapida e una duttilità meravigliosa il cattolicismo s'impossessa di tutte le insufficienze e gli errori del protestantesimo: Lutero aveva sconfessato la rivolta dei contadini morti eroicamente alla battaglia di Königshofen contro gli eserciti della nobiltà tedesca, e la chiesa dilata il principio della propria fraternità evangelica improvvisando una democrazia che nelle sue formule teologiche può andare fino al regicidio; quindi rafferma il principio dell'autorità compromesso nella ricerca della verità, deride la nuova interpretazione della Bibbia abbandonata come in Inghilterra alla tirannia di un principe, o come in Germania alla demenza della meditazione solitaria; contrappone alla sterilità della nuova religione le glorie artistiche della propria: alla legalità luterana, che soffoca la stessa rivoluzione, contrasta con una illegalità, che ha salvato cento volte il mondo ed esce vittoriosa da tutte le contraddizioni.

La Riforma, racchiudendo ogni uomo entro il proprio problema religioso, allenta naturalmente i legami della carità e raffredda l'ardore dell'apostolato; ma la chiesa, più antica e più universale, si affretta a purificare le proprie gerarchie, scema le turpitudini dei propri commerci religiosi, riordina gl'istituti monastici, dirige la politica di tutte le potenze rimaste cattoliche con una sicurezza di programmi e di mezzi contraddittorii, che forzano il mondo all'ammirazione. L'inquisizione rende la Spagna inaccessibile alla Riforma, Caterina de' Medici salva la Francia nella notte di san Bartolomeo dalla democrazia ugonotta collegata coi tedeschi, coi belgi, cogli olandesi, cogl'inglesi, con tutti i nemici della patria; in Italia la naturale empietà del carattere e lo scetticismo classico sfuggono di per sè alla crisi. La varietà dell'ingegno italiano, che nella scienza poteva andare dal sublime buon senso di Galileo alle abbaglianti e bizzarre intuizioni di Cardano, si colora nullameno alla Riforma, e vi si scorgono tosto Marco Antonio Flaminio poeta latino: Jacopo Nardi storico; Renata d'Este moglie del duca Ercole II; Lelio Socini, ingegno superiore a Lutero e a Calvino, che la porta ben più alto fondando la setta degli unitari; Bernardo Ochino e Pietro Martire Vermiglio teologo che passeranno, questi alla università di Oxford, quegli nel capitolo di Canterbury; Francesco Burlamacchi che ritenterà l'impossibile impresa di Stefano Porcari e vi perirà martire eroe; Pietro Carnesecchi e Aonio Paleario che vi perderanno entrambi nobilmente la vita. Ma questo moto incomunicabile al popolo è piuttosto una crisi del pensiero filosofico e scientifico, naturalmente ritmata sulla grande rivoluzione germanica, che un processo di purificazione e e di elevazione religiosa. Infatti Giordano Bruno e Tommaso Campanella riassumendola, per quanto vissuti e morti entro l'orbita di un ordine monastico, sono due filosofi trascinati dalla speculazione oltre i confini non solo della Riforma ma del cristianesimo stesso. Quindi il popolo rimane così insensibile alla loro tragedia che sembra quasi ignorarla; e nemmeno bastano le ultime sataniche ecatombi dei poveri valdesi a scuotere la sua egoistica indifferenza.

Contraccolpi politici.

Dopo il congresso di Bologna, che nelle intenzioni di Clemente VII e di Carlo V doveva pacificare l'Italia, le guerre vi ricominciano. Papi ed imperatori, avversari per interessi e per indole, si combattono ancora; tutti i pretesti servono ad una guerra senza risultati perchè senza ragione. Le insofferenze dell'ultimo Sforza, da vicario imperiale insuperbito a voler diventare duca sovrano, e la successione del Monferrato occupata dall'imperatore, quantunque contesa tra Gonzaga, Francesco di Saluzzo e Carlo III di Savoia, sollecitano l'intervento della Francia. Questa spinge l'indipendenza della propria nuova formula politica sino ad allearsi con Solimano e ad associarsi colla sterminatrice pirateria di Kaireddin Barbarossa. Ma dalla morte di Alessandro Medici, assassinato da Lorenzino, sino alla battaglia di S. Quintino, vinta da Emanuele Filiberto generale di Filippo II contro Montmorency, maresciallo di Enrico II, il trambusto d'Italia non ha altri avvenimenti politici che la costituzione del ducato di Parma e Piacenza, ottenuta da Paolo III in favore del proprio figlio Pierluigi Farnese, mostruoso tiranno; l'elezione a duca toscano di Cosimo I, ammirabile figura di tiranno politico degno di assidersi fra Tiberio e Filippo II e che abbatte Siena unificando tutta Toscana sotto un governo spietato e sapiente; e la conquista di quasi tutta la Savoia fatta dall'impetuoso Francesco I alla morte del duca di Milano e per contesa di questo ducato, del quale Carlo V investe il proprio figlio Filippo. Quindi la guerra tra Francia e Spagna trascinata di battaglia in battaglia, di trattato in trattato, sembra non giungere mai a una vera conclusione: si arresta alla pace di Crépy (1544), ricomincia con Enrico II a Metz e a Parma, si rallenta all'abdicazione di Carlo V, si riaccende più fiera fra Enrico II e Filippo II, che Paolo IV priva della investitura di Napoli in favore di un figlio di Francia, per finire dopo la battaglia di San Quintino alla pace di Cateau-Cambrésis (1559). Per essa i due re di Francia e di Spagna giurano di associarsi contro la Riforma e di restituirsi mutuamente i dominii perduti nell'ultima guerra. Emanuele Filiberto, sposando Margherita di Francia, riacquista gli antichi stati e vi disonora la propria gloria di soldato colla strage stupidamente inutile dei valdesi.

L'Italia rimane dunque dopo tante guerre come alla pace preparatoria di Crépy; Venezia non ha quasi azione di sorta in questo periodo e si limita a destreggiarsi colla vecchia scienza di stato condensata nella diplomazia; a Genova tre congiure scrollano invano il governo fondato da Andrea Doria; nel reame di Napoli, in guerra colla Santa Sede, si succedono Toledo, Alvarez e il duca d'Alba, terribili e dispotici, che lo immobilizzano nella servitù; la Corsica, invano emancipata da Sampiero, sta per ricadere sotto Genova; i Medici fedeli alla grande idea di Lorenzo il Magnifico mirano ad essere l'ago della bilancia italiana, importanti ed immuni: Milano è il terzo stato della Spagna; la Savoia ricostituita riprende il gioco contradditorio delle proprie alleanze educando nella propria fortuna quella d'Italia. Mentre Emanuele Filiberto e Cosimo de' Medici, ossequenti al consiglio di Machiavelli, hanno già chiuso colla istituzione di soldatesche nazionali il periodo dei condottieri, il papato sempre in lotta colla Riforma, già emancipatasi dall'impero coll'elezione di Ferdinando I, raduna finalmente il gran concilio di Trento e fonda la milizia dei gesuiti.

I gesuiti.

Alla Riforma, che stabilisce il principio della democrazia moderna pareggiando tutti gl'individui chierici e laici nella società religiosa, il concilio di Trento risponde col riordinare la disciplina ecclesiastica e col fissare la parte dottrinale del cattolicismo contro l'interpretazione individuale del protestantesimo. La chiesa compie così una delle proprie maggiori rivoluzioni, proclamando la superiorità del papa sui concili. La monarchia universale cattolica, costretta a dispotismo dalla contraddizione colla Riforma, si eleva improvvisamente su tutte le monarchie storiche con un'ultima formula che fonde nella più meravigliosa armonia l'assolutismo più irresponsabile colla più assoluta delle democrazie. Tutte le gerarchie del clero sono nulle in faccia al pontefice, ma ogni prete può diventare papa. Quindi i conventi, asilo di ammalati dell'anima, che si isolavano dal mondo con un suicidio parziale, si trasformano in tante caserme agli ordini del supremo monarca associato con tutti i re contro la rivoluzione della libertà. Ogni convento ha il proprio Lutero, che lo riorganizza: lo studio, che vi era distrazione nella solitudine, diventa cura di guerra.

Il lavoro dell'antica teologia è conchiuso; i nuovi dotti, che giungono al cardinalato e dirigono le battaglie, si preoccupano di un adattamento sempre mutevole del cattolicismo colla nuova civiltà. Sotto il moto della Riforma comincia a sentirsi quello della scienza e della filosofia: una critica più terribile investe già tutto il cristianesimo. Ma Roma risponde coll'inquisizione e coi gesuiti, minacciando e blandendo; l'inquisizione ucciderà coloro, che i gesuiti non avranno potuto sedurre.

Profondamente convinti della puerilità e dell'inettitudine degli antichi ordini religiosi, essi ne respingono le vesti e gli usi, l'indigenza e le preghiere; consacrati all'istruzione e alla casuistica, la loro guerra è al pensiero col pensiero; quindi si fondono nell'idea universale di Roma, s'immedesimano col papa, che finiscono a dominare come gli antichi pretoriani dominavano l'imperatore. La loro regola è l'ubbidienza, il loro scopo la dominazione. Democratici sino all'assurdo, non ammettono fra loro medesimi alcuna differenza; morti al mondo, non lasciano che un numero sulla propria tomba. Perinde ac cadaver, ecco il motto sublime della loro iniziazione: aut simus sicut sumus aut non simus, ecco l'eroica affermazione che essi gettano alla storia, eterna metamorfosi, come una sfida. Il loro fondatore, Ignazio da Loiola, è la più austera, impenetrabile, superba figura del secolo. Costretti a spiare il mondo, si spiano l'un l'altro; incrollabili nella fede cattolica, l'adattano a tutti gli ambienti, la servono con tutti i mezzi. Sottomettere il mondo dello spirito, imperare alla coscienza universale superando tutte le differenze di civiltà, di clima, di razza; essere alla testa di tutte le missioni, penetrare nei deserti della preistoria e nei segreti delle corti, insegnare in tutte le scuole, dirigere tutte le famiglie, disporre di tutto il clero; impossessarsi della scienza per frenarla, della letteratura per abbagliare, della filosofia per corrompere con essa tutti i sistemi: guadagnare tutte le ricchezze possibili negandosi ogni lusso, vietandosi tutte le cariche, irresistibili e segreti, onnipotenti e sconosciuti, vivere, operare, morire nella poesia della fede e del comando, ecco il loro miracolo unico nella storia di tutti i tempi. Impassibili nell'alterigia del pensiero non discutono e non valutano mai i mezzi di un'impresa: la moralità, necessaria alla vita privata, non offusca la loro politica universale; casti, s'impongono alle donne; disinteressati, s'impadroniscono degli uomini.

Nulla sfugge loro, perchè osano e vogliono tutto. Il loro ordine è la gloria di Roma papale, l'ammirazione degli statisti, la sintesi dei vizi e delle virtù di tutti i partiti. Una inconcepibile solidarietà vi comunica la forza del corpo intero a tutti gli individui; le distanze del tempo e dello spazio non hanno valore nelle loro opere, giacchè tutti si sentono egualmente sicuri nell'immortalità del proprio istituto e del proprio principio.

Mentre la loro azione si insinua nei meandri più sottili della società, la loro vita vi rimane un mistero: il loro generale è un ignoto, del quale nè le storie nè le cronache registrano il nome. Quindi una poesia sinistra avvolge questi re delle tenebre e degli spiriti, che raffinati come tanti poeti vogliono regnare piuttosto sugli imperatori che sui popoli; un terrore di ammirazione, la disperazione di un odio, che sa di non poterli mai colpire, seguono ovunque la loro effimera traccia. Ma superiori a tutte le debolezze della paura e dell'orgoglio, essi proseguono nell'opera immane della propria dominazione contrastando tutti i progressi della libertà, esposti a tutti i colpi della politica, sorpassati dalla scienza, illuminati loro malgrado dalla filosofia, travolti dalle rivoluzioni, rigidi e viscidi, sempre collo stesso eroismo della volontà, meno stanchi alla sera che all'alba, riparando colla conquista di un popolo l'espulsione loro inflitta da un altro; soldati così eroici da non riconoscere eroi nelle proprie file, e così disciplinati da ignorare persino la necessità di capitani.

Mentre la cattolicità rabbrividiva sotto le minacce dell'espansione luterana, i gesuiti convertivano quindi una metà della Germania coll'astuzia: s'inoltravano nell'India colla fede, s'imponevano alla China colla scienza, spaventavano il Giappone colle sedizioni, opponendo per tutte le terre d'Europa la predicazione del benessere alla passione rivoluzionaria, il teorema del regicidio a quello della libertà, la potenza della mediocrità resa invincibile dalla disciplina all'irresistibile spontaneità del genio, la docilità della plebe capace di diventare ribelle nell'entusiasmo dell'obbedienza all'indomabile indipendenza del popolo.

Attività del Piemonte nella decadenza degli altri stati italiani.

Ma la reazione contro la Riforma non tarda a scoppiare così nei paesi protestanti come nei cattolici. Una vasta guerra, peggiorata da rivoluzioni, insanguina tutta l'Europa rinnovandola. La Germania ha preso il posto dell'Italia e dirige l'immenso moto, determinando gli spostamenti della politica universale, colorando coi propri riflessi e ricalcando sulle proprie forme tutti i nuovi fenomeni storici. La sua influenza si propaga più rapidamente di quella del rinascimento italiano, la vecchia religione del medio evo cade scrollata in un giorno. Tutte le capitali funzionano colla stessa precisione e colla stessa importanza: la posta fondata da Carlo V accelera colle notizie dei fatti il loro sviluppo, creando la solidarietà universale nell'emozione quasi simultanea di uno stesso sentimento o di una identica prova; i popoli si copiano e manovrano come tanti eserciti sotto gli ordini di un generale invisibile. La storia europea diventa dappertutto rapidamente e palesemente la ragione di ogni storia nazionale: nessun popolo è più isolato, i contraccolpi europei arrivano con fulminea rapidità nei vecchi imperi dell'Asia e nelle giovani colonie d'America. I governi, ingranati come tante ruote l'uno dentro l'altro, perdono la facoltà di ubbidire al capriccio dei sovrani o all'egoismo delle republiche.

Le esplosioni della Riforma avevano scrollato la Germania nel 1517, Zurigo nel 1520, Stoccolma nel 1527, Copenaghen nel 1531, Ginevra nel 1532, Parigi coll'espulsione di Calvino nel 1534, Lucca nel 1545, le Fiandre nel 1555 col rifiuto di adesione al concilio di Trento: le reazioni contro di essa si succedono colla stessa regolarità, e nel 1573 i gesuiti si accaniscono a domare la Spagna, nel 1576 la lega sommuove la Francia, nel 1577 i cattolici ingannano la Svezia, nel 1580 il Portogallo cade sotto la dominazione del re cattolico, nel 1575 la Polonia proclama Batory, chiamato il re dei gesuiti, nel 1579 i protestanti bavaresi emigrano in massa per sfuggire i supplizi, nel 1584 Guglielmo d'Orange muore assassinato in Olanda, nel 1586 il Sonderbund scinde la Svizzera, nel 1587 i cattolici di Maria Stuarda minacciano Elisabetta d'Inghilterra, finalmente la Germania nel 1648 colla pace di Vestfalia chiude la sua guerra dei trent'anni trionfando di tutte le reazioni e riaffermando la Riforma.

In questo lungo periodo tutte le nazioni si sono rinnovate. La Germania ha trionfato col principio politico della federazione, la Francia colla centralizzazione di Luigi XI perfezionata da Caterina dei Medici e da Richelieu, il Portogallo con una nuova dinastia, la Spagna rinunciando al proprio sogno di universalità, la Danimarca coll'assolutismo, la Svezia colla devozione entusiastica alla figlia di Gustavo Adolfo, l'Austria ereditando l'impero, la Russia accogliendo nei Romanoff il principio di tutte le sue future conquiste. La grande contraddizione politica d'Europa si addensa e s'accentua fra la Francia e l'Inghilterra; quella democratica appoggia i re contro i grandi, questa liberale sostiene i lords contro i re; la Francia combatte nel protestantesimo l'avversario della propria unità, l'Inghilterra spegne nel papismo il nemico della propria indipendenza; i realisti francesi trionfano dei frati demagogici, i covenanters inglesi disperdono i vescovi dispotici. La rivoluzione di Richelieu decapita l'aristocrazia, quella di Cromwell il re.

La stessa reazione ha sorpreso e disciplinato il papato. Dalle negligenze epicuree e dagli splendori cortigiani di Leone X, attraverso le ultime crisi del nepotismo si giunge alla violenta centralizzazione di Sisto V (1590). Paolo IV Caraffa, nemico degli spagnuoli per tradizione domestica, proscrive i Colonna, inizia la riforma ortodossa della chiesa fondando con Gaetano di Thiene l'ordine dei teatini, aristocratico semenzaio di vescovi cresciuti nell'austerità; Pio IV per consiglio di S. Carlo Borromeo sopprime il nepotismo: Pio V severamente fanatico risuscita le pretensioni di Gregorio VII, fulmina gli eretici, ordina il debito pubblico; Gregorio XIII s'accorge primo dell'immensa forza e della suprema cattolicità dei gesuiti e si abbandona all'opera loro, riforma il calendario, reclama tutti i feudi, che l'oblio e l'usurpazione toglievano ancora ai pontefici, finchè Sisto V collo stesso ingegno e colla medesima inesorabilità di Cosimo II dei Medici spegne tutti i banditi, annienta gli ultimi feudatari riottosi, infonde nel governo una disciplina impeccabile ed infrangibile, mutando lo stato sempre tumultuante della chiesa nel regno più sicuro ed ordinato d'Europa. I monumenti, che la rinnovata ricchezza del tesoro e il suo genio alzano in Roma, hanno già il motivo moderno dell'utilità; la fama del suo carattere astuto, fantastico sino al grottesco e nullameno fermo fino all'eroismo, gli ha lasciato in Italia la stessa popolarità di Enrico IV in Francia. Clemente VIII, di fazione e di idee sistine, dopo i tre effimeri pontificati della fazione spagnuola, compie il voto di tanti pontefici colla confisca di Ferrara, che scompare dal numero degli stati lasciando scoperta Venezia agli attacchi di Paolo V, il pontefice più alteramente convinto della nuova autorità ideale del papato. Gregorio XIV ha appena il tempo d'immortalarsi col fondare la congregazione di Propaganda Fide, istituto che basterebbe solo alla gloria del cattolicismo dacchè ha potuto costringere il Protestantesimo a rivelare l'angustia del proprio carattere nelle inani imitazioni delle società bibliche; Innocenzo X, che assiste alla pace di Vestfalia, non può riparare per l'opposizione di Mazzarino i guasti del nepotismo ritardatario ed ignobile, col quale Urbano VIII Barberini aveva confiscato alla chiesa il ducato di Urbino.

L'espansione della Riforma e la concentrazione del papato seguono dunque la medesima legge; agendo e reagendo l'una sull'altro coll'infallibile precisione della storia. Così tutti i mutamenti italici non sono determinati e non diventano intelligibili che coll'interpretazione del grande moto germanico propagato a tutta Europa.

Il Piemonte ricostituito dal trattato di Castel-Cambrésis, malgrado l'occupazione delle città, che la Francia vi si riserbava per gelosa diffidenza, ridiventa lo stato più importante e appunto per questo più contrastato d'Italia. Emanuele Filiberto vi fonda una milizia nazionale e l'università di Mondovì, vi arma fortezze mirando sempre ad ottenere lo sgombro delle truppe francesi e in parte riuscendovi per le nuove strettezze di Caterina dei Medici alle prese cogli Ugonotti. Carlo Emanuele suo successore, soldato egualmente valoroso e politico forse di maggior accortezza, si appoggia alla Spagna sposando Caterina figlia di Filippo II, occupa il marchesato di Saluzzo, l'ottiene dal trattato di Lione (1601) cedendo alla Francia alcuni luoghi di là dal Rodano; quindi, trascinato dal trattato di Brosolo (1610) nel fantastico disegno di Enrico IV, che vorrebbe partire l'Europa in quindici stati confederati dando il reame di Napoli alla Santa Sede, il Milanese a Venezia e il Monferrato al duca di Savoia col titolo di re di Lombardia, risogna il regno d'Italia. Ma questo ultimo sogno invece di sorgere dalla storia italiana, vi deriva da una combinazione francese subordinata alla politica imposta dalla rivoluzione della Riforma alla rivalità della Spagna e della Francia, e fallisce contro tutta la tradizione federale della penisola. L'insidia tesa da Carlo Emanuele a Genova con Vachero, bandito cresciuto alla scuola del Machiavelli, conclude alla vergogna dell'uno e alla morte dell'altro; poco dopo il pugnale di Ravaillac, colpendo Enrico IV, lascia il duca di Savoia esposto a tutte le reazioni provocate dall'immaginoso trattato di Brosolo. Carlo Emanuele resiste nullameno con destrezza pari al coraggio, e, pacificata la Spagna, spinge la temerità sino ad invadere il Monferrato rimasto deserto alla morte di Francesco Gonzaga duca di Mantova. La guerra, che ne segue fra il Piemonte solo e la Spagna, rivela tutta la crescente vitalità del giovane stato e l'ammirabile destrezza del suo sovrano.

La morte improvvisa di questo a Savigliano, mentre la Spagna si acconciava a spartire con lui il Monferrato e il duca di Nevers veniva chiamato alla successione di Mantova, pur riaccendendo più vasta guerra e richiamando i francesi nella Savoia, non porta seco la fortuna del futuro regno. Vittorio Amedeo I può ancora gettarsi con uno dei soliti voltafaccia dalla parte di Francia per ricuperare alla pace di Cherasco (1631) quasi tutti i propri dominii, e più tardi nel trattato di Rivoli (1635), rimasto poi inutile, molte speranze del trattato di Brosolo.

In tutto questo tempestoso periodo la condotta dei duchi di Savoia, inspirandosi alla più classica duplicità italiana, cede meravigliosamente a tutte le ondulazioni della politica europea, mentendo e tradendo secondo la strategia di una politica, che reclama l'antico regno longobardo per ottenere qualche terra sulla via di Milano e di Piacenza. Quindi il Piemonte italiano, sviluppandosi a carico della Savoia francese, muta con avventurato e faticoso processo i propri duchi da portinai d'Italia nei capi più importanti della penisola. La fortuna della loro casa, così povera di significato al tempo degli Scaligeri e dei Visconti, non accenna ancora chiaramente al proprio glorioso futuro, ma supera già quella dei Medici e dei Farnesi decadenti fra l'immobilità di Venezia, la servitù di Milano e l'isolamento della chiesa. La vitalità del nuovo stato è tanto forte che la guerra civile fra Cristina, duchessa reggente nella minorità di Carlo Emanuele II, e gli zii Maurizio e Tommaso, malgrado le invasioni di questi ultimi alla testa di truppe spagnuole vittoriose dappertutto, e le insidie di Richelieu inteso a confiscare il Piemonte, non basta a sopraffarle; e alla morte di Richelieu e di Olivarez, supremi ministri di Francia e di Spagna, Cristina riacquista nel 1645 tutto lo stato meno Pinerolo, confittovi sempre nel cuore come un giavellotto francese.

Quindi il Piemonte rimane solo all'avanguardia della storia politica italiana.

Milano, immobile sotto il dominio spagnuolo, progredisce invece socialmente riversando nell'industria, nei commerci e nelle scienze quell'attività che una volta l'aveva alzata al grado di seconda Roma; la nuova grande famiglia dei Borromei non vi ha più che le virtù compatibili in uno stato soggetto, con una santità tutta moderna colorata di filantropia. Venezia inerte in Italia e sempre più respinta dall'oriente, malgrado la splendida e purtroppo inutile vittoria di Lepanto, perde a uno a uno tutti i propri stabilimenti senza nemmeno sospettare che Cristoforo Colombo e Vasco di Gama, aprendo al commercio nuove vie e nuovi mondi, l'abbiano inappellabilmente condannata a morire in un'agonia di due secoli. Quindi la contesa con Roma pei limiti imposti alle ricchezze del clero e per il processo di due preti colpevoli di reati comuni avocato al tribunale supremo della republica contro ogni immunità ecclesiastica, la sorprende nel 1601 secondo la legge della reazione cattolica che colpisce tutti gli stati. Ma Venezia fedele alle proprie tradizioni e forte ancora nella terribile libertà aristocratica del proprio governo respinge le nuove pretensioni di supremazia politico-religiosa, colle quali Roma vorrebbe imporsi a tutti i governi cattolici. Invano Paolo V irritato dal Ridotto Mauroceno, specie di libera accademia, nella quale i più dotti spiriti del tempo si accoglievano sotto la protezione della Serenissima a discutere ogni novità della scienza, e penetrato della necessità del proprio dispotismo ideale contro l'invasione del protestantesimo, minaccia tutti i rigori dell'interdetto. Paolo Sarpi, il grande servita, sorge a difendere la republica, opponendo tradizione cattolica a tradizione cattolica, scienza romana a scienza romana, fulminando il papa senza entrare nel campo ribelle della Riforma. La battaglia disonorevole per Roma, sospettata di aver ricorso più volte al ferro di sicari contro il suo indomabile avversario, onorevole pel governo veneto per fermezza di condotta, è gloriosa per il pensiero italiano, che al di fuori e al disopra della Riforma trova l'emancipazione dal romanesimo segnando i limiti del diritto e dell'azione fra la chiesa e lo stato moderno. Paolo Sarpi è il Lutero d'Italia, quale doveva nascere e atteggiarsi nella terra classica dell'incredulità. La sua Storia del Concilio di Trento è forse il capolavoro più originale del suo secolo per la penetrazione di una critica e la calma di una ragione capaci di giudicare cattolicismo e protestantismo nell'istante medesimo che la loro contraddizione, sconvolgendo tutte le coscienze, rinnovellava la storia d'Europa. Roma dovette cedere e confessare con questa prima sconfitta che la nuova formula della sua monarchia papale non bastava nemmeno a contenere tutto il principio cattolico.

Ma questa vittoria non rianima Venezia. La congiura del duca di Ossuna, vicerè di Napoli, risognante per Filippo III di Spagna il sogno di Enrico IV in una conquista d'Italia, soffocando Venezia con una sollevazione e riducendola come Milano a provincia spagnuola, fallì per l'oculatezza dei Dieci e la feroce energia di una pronta repressione; ma questo terribile tribunale, ultimo rappresentante dell'epoca dei tiranni, era così antiquato esso medesimo da cadere all'indomani del trionfo sopra una semplice mozione.

Ma Venezia senza il consiglio dei Dieci è un corpo senza capo, un governo senza unità e senz'idea. Alla grande regina dei mari, così superba della propria corona di castelli e così maestosa sotto il proprio manto di marmi, non rimane più che la maschera di un eterno carnevale per nascondere invano a se medesima la rapida decrepitezza del proprio volto già sfolgorante di impassibile bellezza fra le più tenebrose tempeste.

A Firenze l'ultimo avvenimento politico è il titolo di granduca concesso arbitrariamente da Carlo V a Cosimo I e al successore di questo confermato poi da Massimiliano II per la somma di 100,000 ducati. La resistenza fiorentina alla reazione romana non ha però nulla dell'altezza e dell'originalità veneziana, giacchè se Galileo vale più Sarpi, Firenze questa volta scende troppo al disotto di Venezia lasciando torturare il grande astronomo e rilegandolo, sgherra del pontefice, in Arcetri, cieco di dolore. Lucca, obliata dalla storia, attesta appena la propria vita soffocando nel 1594 la congiura degli Antelminelli; Mantova, passata sotto il ramo francese dei Gonzaga, si cangia in una Pompei animata solamente da un'orgia inesauribile; Modena, ultimo riparo della famiglia d'Este, deve l'esistenza alla propria mancanza di significato; Parma, ducato sorto dal nepotismo dei papi e mantenuto dall'eterna rissa fra Spagna e Francia, insufficiente al genio militare della propria dinastia, offre a Filippo II in Alessandro Farnese il più grande generale del secolo, il solo capace di lottare contro l'eroismo di Guglielmo d'Orange.

La rivoluzione di Masaniello a Napoli nel 1647, quando i protestanti trionfano colla pace di Vestfalia, e l'Olanda ha imposto alla Spagna il riconoscimento della propria republica, e l'Inghilterra ha imprigionato l'ignobile Carlo I, e il Portogallo si è sottratto alla Spagna, e i francesi preparano contro Mazzarino la rivolta della Fronda, sembra accordare all'Italia la data di una vera rivoluzione. Ma il tumulto, provocato dall'esazione della nuova gabella sulla frutta, non arriva a disciplinarsi sotto alcuna idea. Masaniello, reso pazzo dalla nuova parte di vicerè, che la demenza della plebe e l'astuzia dei grandi gl'impongono, è in pochi giorni acclamato, trucidato, trascinato cadavere per le vie, venerato come un santo; quindi la sommossa si acquieta all'apparizione del naviglio spagnuolo, malgrado l'intervento del duca di Guisa accorso da Roma col sogno di una seconda conquista alla maniera d'Angiò. Nessuna provincia d'Italia credette allora alla rivoluzione di Napoli troppo vantata in seguito dagli storici per patriottismo rettorico: Milano non s'accorse del moto, una guerra d'indipendenza contro la Spagna non passò per la mente di alcuno. Il popolo napoletano invocò il duca di Guisa all'ultima ora, sognando con mobilità meridionale di mutare piuttosto padrone che d'emanciparsi: la dominazione spagnuola non ne fu scossa, perchè l'Italia insorgendo avrebbe dovuto abbandonarsi al papa, o sottomettersi al Piemonte, o darsi alla Francia, alterando le condizioni normali della propria servitù senza giungere alla libertà.

L'antagonismo fra gli stati soggetti o indipendenti della penisola impediva loro ogni accordo necessario di guerra: una sollevazione di tutte le città e delle campagne, come in Olanda, non poteva esservi prodotta che da una contraddizione ideale come quella della Riforma col cattolicismo. Infatti nemmeno la Sicilia, per la sua qualità di isola più idonea a mostrarsi compatta e a mantenersi costante nella rivolta di Alessio Battiloro, vi mise un concetto politico. L'irritazione contro le gabelle vi produsse col medesimo trambusto la stessa strage senza disconoscere il governo spagnuolo; il partito ghibellino dell'aristocrazia, ostile al partito guelfo del popolo come a Napoli, giovandosi dell'insulsa vanità dei due capi, potè scatenare contro di essi la furia imbecille della plebe. Masaniello ed Alessio, un pescatore e un battiloro, senza carattere e senza ingegno, ancora più ignari che inconsci del proprio operato, danno la misura del valore politico d'Italia in un'epoca così splendida in Europa per grandezza di rivoluzioni e di rivoluzionari. Mentre il pensiero italiano si affermava, nella trionfante resistenza di Paolo Sarpi, nell'eroica prigionia di Tommaso Campanella, nel sublime martirio di Giordano Bruno, le rivoluzioni italiane non provocavano che tumulti di piazza disonorati da inutili saccheggi, insanguinati senza battaglie, guidati da capitani, cui una mantellina di seta, o una pensione di 1000 scudi facevano girare la testa. L'aristocrazia contenta di una servilità consolata da privilegi d'ogni sorta non era più che una corporazione contrassegnata da stemmi: il popolo composto da una massa di commercianti, di agricoltori e di industriali, avara, timida, inorganica, non aveva coscienza di sè: la plebe fuori della legge e conculcata dalla legge non conservava che l'istinto della rivolta.

Mentre l'uomo moderno si era affermato nella letteratura, nella scienza e nella filosofia, compiendo qualche eroismo solitario quando non poteva scrivere un capolavoro incompreso, il popolo moderno non era ancora nato, e la politica seguitava senza risultati storici e senza caratteri nazionali. I suoi moti piccoli ed incerti ispirano un senso di amara melanconia, paragonati colla guerra della Lega dei trent'anni, o con quelli del periodo anteriore italiano. Un invincibile torpore si aggrava sopra tutti gli stati, una paralisi grottesca e miserabile vi ridicoleggia ogni tentativo rivoluzionario. Invano la Savoia, il più giovane e vitale principato, assecondando le effimere e stordite combinazioni di Francia, aspira alla conquista d'Italia, giacchè la risurrezione impossibile del regno longobardo toglierebbe alla Francia stessa l'appoggio di Roma, per lasciarla debole ed isolata contro i protestanti d'Inghilterra, d'Olanda, di Germania, contro la Spagna ed i turchi. La Savoia stessa, perdendosi nella unificazione del regno come una delle sue estreme e più ambigue provincie, non potrebbe crearvi l'idea dell'unità. Quindi i duchi di Torino, malgrado ogni velleità di conquista italica, trattano contemporaneamente con la Francia e con la Spagna, secondando la reazione di Roma coll'ignobile e feroce persecuzione contro i Valdesi, mostrandosi inconsciamente ai grandi rappresentanti del nuovo pensiero nell'aspetto di soldati e di tiranni medioevali. Il problema della politica savoiarda non può diventare italiano: nessuna idea di Torino attira l'attenzione o lusinga il sentimento di Napoli o di Milano, di Roma o di Venezia.