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La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 57: L'emancipazione scientifica.
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About This Book

A sweeping political history that follows Italy's institutional evolution from the barbarian fusion after Rome's fall through medieval communes, signorie, and republican centers to early modern principalities and the reforms and upheavals of the Renaissance, Reformation, and Enlightenment; it examines military change, condottieri, and the rise of centralized states, the effects of Napoleonic rule and its collapse, and the reactionary Congress of Vienna. The narrative analyzes cultural and intellectual currents alongside constitutional experiments, showing how local governments, dynastic politics, and popular movements shaped modern Italian political identities.

Capitolo Secondo.
La rinnovazione dello spirito nazionale

Torquato Tasso.

La letteratura, la scienza, la filosofia, che preparano nella solitudine di studi originali o nell'eroismo contro assurde condanne un'altra vita all'Italia, ignorano ancora l'esistenza della Savoia.

Tasso, il più moderno dei poeti, è già morto. Quasi contemporaneo e nullameno di tanto posteriore all'Ariosto, ne rimane il rivale e l'antitesi più meravigliosa: se il primo chiude colla satira di un facile riso tutto il medioevo, il secondo apre l'evo moderno con un senso di idealità, che mette nel suo canto una dolcezza irresistibile. Già il Trissino, natura prosastica e pedante, coll'istinto dei tempi nuovi aveva cercato e trovato un tema di epopea nazionale nell'Italia liberata dai Goti. Il poema era rimasto goffo e greve, ma l'intenzione non poteva andarne perduta. La scettica giocondità del cinquecento cedeva alla severa meditazione del seicento; non dalla fantasia ma dalla coscienza tutte le nuove opere dovevano ispirarsi. Ed ecco Torquato Tasso, poeta figlio di poeta, che accettando la guerra del Trissino contro gli ariani e quella dell'Ariosto contro i saraceni vi reca la potenza della fede colla malinconia di uno spirito immerso nella vita come in una tragedia e aspirante all'ideale come alla sola verità. La Gerusalemme liberata è il più epico momento e il massimo trionfo della cristianità: dalle crociate comincia la nuova vita colle rivoluzioni dei vescovi, e si riapre il conflitto di Roma antica coll'oriente per giungere all'unità mondiale.

Il poema, terso come un vetro, lascia passare la grande idea del medio evo e ne ferma tutte le immondizie; l'eroismo più puro, la fede più certa animano i crociati. Le scarse contraddizioni che rissano nel loro campo, i pochi cavalieri che innamorati da Armida abiurano, sono imitazioni e residui di altri poemi; ma i saraceni stessi ci si mostrano nobili quanto i cristiani. La coscienza religiosa nel poema non è che un modo della coscienza umana più profonda, vasta e forte di essa. Nessun carattere fra tanti personaggi poetici della Gerusalemme è antico: l'uomo moderno colla sua moralità, colla sua delicatezza, col pensiero della propria sovranità, vi brilla così nei due campi da neutralizzare le simpatie dei lettori. Solimano vale Goffredo, Argante è degno di Tancredi: all'Angelica e alla Marfisa dell'Ariosto, eroine dell'avventura scetticamente guerresca ed amorosa, succedono Erminia e Clorinda con un pudore e con un amore rinnovati dalla riforma di Lutero e dal concilio di Trento. Il poeta scarso di fantasia difetta forse troppo di originalità nelle forme: si preoccupa di imitare gli antichi, si smarrisce nelle dispute, ignora se stesso. Il suo verso non è vario, nè la sua vena abbondante come quella dell'Ariosto; ma la sua coscienza tanto più alta, la sua malinconia così vera, la sua meditazione della vita così grave, la sua modernità così spontanea, gli permettono di rinnovare involontariamente tutti i tipi drammatici dal pastore al diavolo. Senza il Tasso, nè Milton nè Klopstock avrebbero forse scolpito con tanta terribilità il loro Satana; l'inutile Pluto dell'antichità, il mostro informe di Dante si mutano entro il nuovo poema nel rivale di Dio, nell'eterno ribelle di tutte le rivoluzioni umane. Ma il Tasso, ammalato della propria originalità, soccombe alla tragedia della propria poesia. La sua alterezza di poeta, la sua delicatezza di cavaliere, lo trascinano dal carcere alla follia; incompreso ed incomprensibile nel proprio tempo, è assalito perfino da Galilei, il solo che per la modernità del proprio pensiero scientifico avesse dovuto intenderlo; finchè, lancinato dalle critiche dei falsi dotti, compie l'atto più tragico per un artista rinnegando in una correzione rattristante a forza di essere grottesca il grande poema. La Gerusalemme liberata diventa la Gerusalemme conquistata: ma la posterità, che non potè incoronare il poeta in Campidoglio, lo mise sull'altare più alto della propria poesia, e vantando Dante, encomiando il Petrarca, ammirando l'Ariosto, non sentì, non comprese, non amò che il Tasso della Gerusalemme liberata. Credenti, cittadini, gentiluomini, popolo, tutti ritrovarono se stessi nel grande poema; l'unica epopea italiana parve quindi eseguita da personaggi moderni entro un fatto antico. La donna del Tasso, più donna di quella del Petrarca, non fu più nè una Venere nè una Madonna, ma la donna amica e nemica, inferiore, uguale e superiore all'uomo. La sua civetteria moderna nacque nei poemi del Tasso, nella Gerusalemme e nell'Aminta mentre Palestrina, soffrendo delle insufficienze della poesia ad esprimere tutte le sfumature dei nuovi sentimenti, inventava la musica, e Guido e il Guercino si accingevano a mettere nella bellezza di Leonardo e di Raffaello una sensibilità più pronta e più passionale.

Ma Tasso è morto: la dominazione spagnuola ha soffocato la libertà delle muse. Un'enfasi fredda, una magnificenza vuota, succedono all'ispirazione della passione: Achillini e Marini sciupano nelle più pazze imitazioni i grandi poeti spagnuoli. La poesia diventa virtuosità di prosodia o delirio d'immaginazione; nessun fatto o sentimento o idea può sostenerla nella vita italiana trascinata dalla vita europea come il cadavere di Ettore dalla biga di Achille. Quindi, riparando nelle sicure profondità del dialetto dalle altezze soleggiate della grande letteratura, non canta più che col popolo e per il popolo, suscitandovi una infinità di poeti che riproducono in proporzioni minime le grandi figure di Boccaccio e di Dante, di Tasso e di Ariosto.

Le vecchie caricature, gli antichissimi tipi delle favole popolari diventano improvvisamente le maschere vive, poetiche, parlanti della letteratura dialettale. Una satira più mordace ed acuta assale la società soggetta alla Spagna, alla Francia, a Venezia, a Roma, a tutti: Arlecchino, Brighella, Pantalone, Beltramo, Pulcinella, il Dottor Bolognese, l'Amante Fiorentino, il Capitano Fuego o Muerte nel mezzogiorno, sono i nuovi personaggi della nuova commedia, che come quella di Dante riproduce capovolta l'immagine del mondo. Tutta l'anima popolare passa nelle commedie dell'arte, quando tutte le maschere riunite dal carnevale di Venezia improvvisano un teatro mobile, sul quale percorrono l'Italia. La loro assemblea sulla piazza di San Marco è il primo parlamento politico italiano, giacchè in esso la satira, sotto il velo della favola, tra il lazzo e l'epigramma, vi comincia la critica della società, opponendo la caricatura di tutti i vizi all'ipocrisia di tutte le virtù ufficiali.

Gli scrittori politici.

Dal 1530 al 1650 una folla di scrittori rispecchia i progressi dello spirito nazionale, proseguendo le grandi tradizioni di Machiavelli e di Guicciardini. L'ateismo politico è la base della loro dottrina; la preterizione della morale il sottinteso della loro scienza: ma in questa incredulità, che studia il giuoco e la successione delle forme politiche, vi è già l'emancipazione da ogni autorità astratta. Il loro carattere è quindi servile quanto libero il loro ingegno che può giudicare tutti i padroni, indicare il difetto di tutte le istituzioni, insegnare la difesa e l'attacco a tutti i combattenti. La casistica, sviluppata dai gesuiti nella teologia, signoreggia la nuova scienza politica. Poichè nessun governo italiano è santificato da un'idea, giustificato dall'unità, reso logico da un qualunque sistema rappresentativo o utile da una vera intenzione liberale, lo spirito politico, che, imitando a rovescio Galileo, cerca le leggi del mondo sulla terra, si compiace e si smarrisce al tempo stesso nello studio imparziale di tutti i fenomeni politici. Le alte idealità dei primi scrittori, intercettate dalle grandi figure di Machiavelli e di Guicciardini, non si veggono più; appena se ne conserva il ricordo come di una superstizione passata.

Ma nessun'altra idea sottentra a quella della chiesa e dello stato; l'unità nazionale è un sogno che fa sorridere anche i più ingenui, la Riforma una stramberia che sfugge alla penetrazione anche dei più furbi. Niuno sospetta che l'uomo morale possa essere il fondamento dello stato civile e che le idee siano le cause dei fatti. In uno stato impotente ad assumere colle due condizioni pregiudiziali dell'indipendenza e della libertà una qualunque vera forma, il problema politico si sminuzza fatalmente in tanti problemi individuali; l'interesse singolo è l'universale traguardo per tutti i fatti; l'abilità, non illuminata nè purificata da alcun ideale, scivola nel pantano di tutti i brogli, non trionfa che coll'oblio di tutte le leggi.

Quindi gli scrittori politici si differenziano fra loro secondo il principato dal quale guardano o nel quale agiscono, si racchiudono nell'orbita dei partiti dove armeggiano, non vedono che combinazioni arbitrarie e slegate, interpretano ogni sconfitta o vittoria cogli errori di una matematica che non sorpassa l'aritmetica. Se la loro penetrazione è ammirabile e il loro istinto sicuro, nessun sistema più povero del loro sistema, nessun avviso più falso dei loro consigli, nessun risultato più impossibile delle conseguenze da loro previste. Un dilettantismo classico e un patriottismo angusto imbrogliano tutti i loro teoremi allorchè, alzando la politica nella storia come il Vida e il Paruta, assalgono l'epoca moderna col paragone delle epoche antiche; una superficialità evangelica mantenuta dalla tradizione e dall'ipocrisia offusca la limpidezza delle loro osservazioni quando iniziano o concludono un giudizio per assolvere o condannare qualche storico personaggio. Bellarmino annulla l'antica idea dell'impero e del papato colla nuova interpretazione dei gesuiti. Paolo Sarpi scrive la storia del concilio di Trento ed esaurisce il proprio ingegno nell'evitare ogni vero giudizio fra la Riforma e il cattolicismo: come teologo difende Venezia contro il papa, ma incredulo quanto Marsilio da Padova non osa nemmeno ripetere le sue precise affermazioni. Gli scrittori di Genova sono i più democratici, quelli di Venezia i più aristocratici, gli altri dello Stato pontificio i più servili; e nullameno fra questi stride la satira del Boccalini mordendo tutte le autorità, lasciando nei morsi le stigmate di un ridicolo immortale. Il Piemonte, solo di tutti gli stati che conservi attività nella storia, suggerisce a Botero il libro sulla Ragione di Stato colla politica tragica e duplice dei propri duchi; cento altri scrittori stritolano la loro scienza in consigli, polverizzano i consigli in ricette già raccolte da Baldassare Castiglione nel Cortegiano, libro fine e nauseabondo, nel quale l'Italia del secolo XVI trova tutta se medesima colla squisitezza artistica dei propri modi e la nullaggine perversa ed ignobile del proprio carattere. Prima di lui Nifo di Sessa plagiario di Machiavelli, dopo di lui il cardinale Commendone e Grimaldi da Genova ne esagerano ancora la bassezza perdendone l'eleganza: la servilità è il tema inesauribile di tutte le speculazioni politiche, il campo nel quale giostrano gli spiriti più destri o meglio addestrati. Il decadimento della letteratura è anche più doloroso nei libri politici: dal Principe di Machiavelli al Principe regnante al Principe deliberante al Principe ecclesiastico: dai cavalieri del Tasso ai nuovi cortigiani, la distanza è già di un'epoca. Nei primi vi era ancora il vigore dell'individualità medioevale illuminata dal raggio di un'alba misteriosamente lontana, nei secondi non vi è più che la morbidezza di una decadenza, la quale deve arrivare alla putrefazione per produrre un altro rinascimento. La livellazione del dispotismo necessaria a schiacciare tutti i caratteri per togliere loro le differenze eccessive di razza e di storia ha prodotto già i propri frutti.

L'aristocrazia deve annullarsi nella corte disonorando se stessa o il sovrano perchè il popolo cresca solitario apprendendo nei commerci, negli avvenimenti quotidiani, le idee maturate e divulgate dall'Europa. Gli scrittori sono così persuasi di questa verità che i loro trattati non si rivolgono punto al popolo, e nelle loro prefazioni si fanno un vanto di allontanare plebei curiosi e lettori volgari.

Giordano Bruno e Tommaso Campanella.

Ma le scienze matematiche e naturali, indipendenti dalla politica, pure essendone la più vera preparazione, crescono tutti i giorni, sfavillano e riscaldano. Galileo troppo vecchio per l'energia dello scandalo si è disdetto senza contradirsi: le sue scoperte astronomiche, che detronizzando il sole decapitano le divinità della Bibbia, e il suo metodo sperimentale, che emancipa la ragione da tutte le autorità della storia, sono conquistati per sempre. Nelle scienze si stringe la prima grande federazione dei magni spiriti: naturalmente i primi liberi debbono essere i più forti. Il dispotismo stesso contrastando alla filosofia protegge la scienza per cavarne immediati vantaggi. Essa sola è dispensata dalla menzogna. Mentre i letterati adulano, e storici come Davila e Bentivoglio si compiacciono tuttavia con satanica perversità dei roghi accesi per gli eretici in Francia e in Olanda, mentre i politici della ragione di stato assolvono ancora tutte le infamie scambiando l'egoismo dell'interesse dinastico colla fatalità dell'interesse nazionale, e una specie di dubbio cartesiano sembra compiacersi a dissolvere tutte le verità della vita e della storia nelle combinazioni di un malandrinaggio troppo effimero per essere veramente utile e in una incredulità che finisce necessariamente a punire se stessa colla propria inanità, presto sul doppio confine della scienza e della filosofia due bianche e gigantesche figure lanciano all'Italia il verbo di una nuova fede. Giordano Bruno e Tommaso Campanella, eroi della rinnovazione, riaffermano l'antico genio italiano sempre incredulo nella religione, razionalista nella filosofia, giuridico nelle riforme, universale nelle aspirazioni.

Giordano Bruno giovanissimo esula dal convento, nel quale alcuni primi dubbi religiosi gli hanno già attirato due processi. Un istinto irresistibile lo trascina di paese in paese alla ricerca della verità. La sua sola ricchezza è l'abito di domenicano, il suo programma rimane un mistero per lui stesso, la sua passione è la filosofia, il suo campo di battaglia in tutte le università. La tempesta della Riforma infuriante per tutta l'Europa non basta ad impaurire il suo ingegno. Costretto a guadagnarsi il pane, insegna grammatica ai fanciulli, corregge bozze nelle stamperie, sogna libri su libri, ne pubblica, discute, arringa da per tutto e contro tutti. Raimondo Lullo, l'antico eroe della logica e dell'apostolato fra i Saraceni, lo affascina colla sua Ars Magna imprigionandolo nel sogno di dominare mediante congegni dialettici e mnemonici tutta la scienza; quindi la religione cristiana, nella quale i suoi primi dubbi avevano già disciolto i dogmi della trinità e dell'incarnazione, si perde nell'immensità della nuova logica, mentre le intuizioni dell'antico abate Gioacchino, di spirito profetico dotato secondo le parole di Dante, rifermentando nel suo ingegno al vento caldo della Riforma, lo portano sempre più alto coll'annunzio di un'altra rivelazione. La grande affermazione di Giovanni da Parma, profeta di una nuova legge superiore al vangelo e che starebbe a quella di Cristo come questa all'altra di Mosè, cancellando dal cristianesimo quanto Cristo aveva dovuto accogliervi e rispettarvi di pregiudizi e di errori, balena alla sua mente e le fa sembrare troppo oscura la riforma di Lutero. Il cardinale di Cusa, massimo metafisico del secolo e precursore di Hegel, col suggerirgli l'accoppiamento della matematica colla metafisica, gli sviluppa i germi di quel razionalismo e di quell'idealismo panteistico, dal quale uscirà la filosofia moderna. Ma Copernico sopra tutti lo soggioga e lo rapisce. La sua immensa rivoluzione ancora inavvertita a quasi tutti, e che Galileo si prepara ad assicurare, solleva l'animo novatore di Bruno già ribellatosi contro Aristotele, e gli comunica coll'orgoglio di tutte le vere originalità una indomabile passione di apostolato.

Quindi il secolo non basta più a contenerlo; il suo spirito non ha più nè patria, nè religione, nè tradizione. Cittadino cosmopolita erra per l'Europa come un cavaliere della disputa scavalcando tutti i dottori: le università rumoreggiano alla sua voce, le corti si aprono davanti al suo nome, Roma lo perseguita, la Riforma lo sospetta. A Ginevra il terrorismo di Calvino e di Beza lo costringe ad allontanarsi malgrado le nobili simpatie dei fuorusciti italiani, neofiti ammirabili quanto i primi cristiani; a Tolosa le sue lezioni rivoluzionarie preparano i sospetti che pochi lustri dopo accenderanno il rogo di Vanini; a Parigi ripete i trionfi di Dante, seduce Enrico III, e nel libro De umbra idearum schizza le prime linee del suo grande e confuso sistema. I dialoghi della Cena delle Ceneri, il libro della Causa Principio et Uno, e dell'Infinito, Universo e Mondi, schiarendo la sua teorica della pluralità dei mondi, che annulla tutte le leggende della creazione, precisano la sua idea dell'infinito, nel quale l'identità dei contrari e l'eterna migrazione degli esseri per tutti i gradi e le forme mutano radicalmente il concetto della religione e della filosofia di allora.

La sua religione non è quindi più che una filosofia davanti alla quale giudaismo e cristianesimo, paganesimo e maomettanismo, sono identicamente falsi; la sua riforma sorpassa tutte le conseguenze immediate di quella di Lutero e arriva d'un balzo ai limiti oscuri del socialismo. Ma Bruno esula ancora da Londra, ritorna a Parigi e ne riparte per la Germania. Preceduto dalla fama di scuola in scuola, ovunque giunge trae seco la disputa libera, estranea alle contese del giorno, anelante alla luce e all'aria dell'avvenire. Quando le memorie della patria lontana lo rimordono, non sogna l'Italia ma Nola; il suo pensiero non ha nazionalità, il suo cuore non sente la passione di nessun luogo. Nella fatica della continua pellegrinazione spesso gli sorride la pace dell'antico convento di San Domenico Maggiore a Napoli, e vorrebbe rivestire l'abito bianco; ma questa malinconia di pellegrino non raffredda la sua foga di combattente. Da Marburgo a Vittemberga, da Praga a Francoforte, orazioni e libri sostengono ancora il suo viaggio; nullameno la luce del suo ingegno non è più nel meriggio, la sua metafisica invece di salire ancora s'inceppa nelle rudimentarie qualità artistiche, che gli avevano fatto scrivere la volgare commedia del Candelaio. Il suo ultimo libro De Monade è un poema lucreziano, nel quale la barbarie della forma aumenta l'oscurità del trattato. Finalmente la tragedia di Bruno precipita alla catastrofe: Ticone Brahe e Keplero stringendogli la mano a Praga gli hanno dato il supremo addio della scienza; Andrea Morosini e Paolo Sarpi stanno per dargli a Venezia l'ultimo saluto della vita.

Infatti, attirato quivi da Mocenigo, gentiluomo imbecille e malvagio, fu da questo denunciato al tribunale dell'inquisizione. Le condanne dei primi due processi patiti tornarono a galla, Venezia consegnò a Roma il non suo suddito. Bruno, trascinato di carcere in carcere, dopo sette anni di martirio, dovette salire al rogo. Ma se nella prima parte del suo ultimo processo parve scusare le proprie opinioni col sofisma allora accettato che si poteva sostenere in filosofia quanto dovevasi rifiutare in religione, dopo si ricusò ad ogni abiura, e quando gli lessero la sentenza di morte, guardando i giudici colla serenità di un immortale rispose: «Maggior timore provate voi nel pronunciare la sentenza che non io nel riceverla». Morì il 17 febbraio 1600 in Campo di Fiori, presso l'antico teatro di Pompeo. La gente formicolante per le vie di Roma, nella allegrezza del giubileo traeva alla piazza del rogo per vedere il truce spettacolo, ignorando il nome del martire, che pallido e superbo la guardava dall'alto della catasta come da un trono, aspettando che le fiamme gli scoppiassero sotto i piedi e frenando nella bocca eloquente quel primo grido di spasimo, che Huss e Servet si erano lasciati sfuggire.

Più infelice di lui, Tommaso Campanella discende nel porto di Napoli nel 1592. Non ha che quattordici anni. Solo e nuovo per le vie dell'immensa capitale, penetra a caso in un luogo pubblico dove si disputa di filosofia, parla e l'entusiasmo di un'ovazione accoglie le sue parole. Così giovinetto, annunciandosi alla maniera di Cristo e dovendo poi sognare di essere un nuovo messia, entra presto nel grande ordine di San Domenico. La passione della scienza lo attira. I primi libri di Telesio capitatigli fra le mani gli scatenano una tempesta di dubbi così furiosa che s'invola dal convento per conoscere l'ardito novatore, e non trova che il suo cadavere esposto in una chiesa. Allora si precipita con giovanile entusiasmo nello studio per sorprendere il segreto chiesto invano all'estinto filosofo, ma la sua dottrina cresciuta spaventosamente, procurandogli l'accusa di magia, lo costringe a fuggire come Bruno. Di lui più sventurato è raggiunto dalla inquisizione, derubato dei manoscritti, relegato a perpetuità nel convento di Stilo suo paese nativo. Quivi l'ascendente del suo spirito trascina frati, vescovi, banditi e moltitudini ad acclamarlo capo della rivoluzione delle Calabrie: ma la rivoluzione soccombe e lo travolge fra duemila vittime nelle prigioni. La sua vita è finita, la sua opera comincia.

Per ventisette anni rimane prigioniero deludendo le insidie dei giudici, resistendo a tutte le torture, evitando la condanna capitale; nessun dolore lo fiacca, nessuna disperazione lo strema. Nella solitudine delle casematte o nei sotterranei delle torri il suo spirito pensa sempre, crea, scrive il proprio soliloquio, al tempo stesso trattato e poema, manuale e tragedia. Il disordine di un'improvvisazione, durata ventisette anni, ne imbroglia le idee e ne rende spesso inintelligibili i trapassi, come se una bufera incessante agitasse questo spirito prigioniero, al quale l'ampiezza del mondo sembrerebbe forse angusta. I suoi scritti, quelli rimasti degli ottanta volumi, ora teologici, ora scolastici, ora monacali, si contraddicono a ogni passo; egli non è nè republicano, nè monarchico, nè liberale, nè illiberale; ma la rivoluzione, che gli si disegna nel pensiero, abbraccia tutta la vita in ogni sua vicissitudine di pace e di guerra, di governi e di leggi. La sua dottrina è duplice: un sensismo sperimentale, che in certo modo fa di lui il precursore di Bacone, di Locke e degli Enciclopedisti del secolo XVIII; e uno spiritualismo, che crede a tutti i traslati mistici dell'anima, a Dio, a Satana, alla magia, alle scienze occulte. L'equilibrio forzato di questi due elementi opposti produce nullameno nel suo spirito un'unità colle forze misteriose di una dialettica, che sfuggirà sempre alla critica. Il primo principio nell'opera di Campanella è la teocrazia, dalla quale deriva l'unità del genere umano sotto una sola legge e un solo pastore: tutti i pontefici, tutte le religioni, tutte le tradizioni sono identiche come rivelazioni di Dio, perchè il loro scopo divino era la giustizia; le contraddizioni delle religioni non sono che l'espressione della nostra ignoranza e della nostra perversità. Le due grandi unità dell'impero romano e del papato debbono dunque fondersi in una sola. Secondo Campanella il moto e le forme della storia sono determinate dagli spostamenti e dai mutamenti nelle religioni; le idee sole generano i fatti. Solo i dogmi possono distruggere i dogmi; ogni scetticismo contiene il germe di una affermazione; il progresso continuo nella storia e ogni epoca della civiltà sono formati di una critica e di una fede. La politica, che per tutti gli scrittori di quel tempo era lo studio dei mezzi per giungere al comando e conservarlo, diventa così lo studio dei modi, coi quali le idee si svolgono e i personaggi operano nella storia preordinata da un disegno immutabile ed infallibile. L'impassibilità morale di Machiavelli nell'analisi della lotta politica si riproduce in Campanella entro la luce di un'idea superiore: tradimento e strage da necessità drammatiche si mutano in fatalità storiche, da interesse egoistico in beneficio mondiale. L'astuta crudeltà dei consigli di Sarpi a Venezia per conservare la republica, già nell'intenzione più nobili e storicamente più logici di quelli di Machiavelli nel Principe, perdono nel filosofo calabrese ogni infamia, per non essere più che una crisi indispensabile alla guarigione di un morbo. Quindi Campanella, purificato il passato della storia con quella interpretazione, ne idealizza l'avvenire nella Città del Sole, utopia ispirata da Platone e da Tommaso Moro, nella quale la più invincibile eguaglianza, la più amorosa fraternità e la più sicura comunione di ogni bene si sviluppano sotto il più assoluto ed innocuo dei dispotismi a cominciare dall'anno 1600. Ma per facilitare questa conquista della giustizia nella storia, ancora inferma del proprio passato, Campanella si rivolge al papato, lo arma, lo avventa su tutti, eretici, dissidenti, o restii; lo dilata, invoca un concilio di tutte le religioni, risolve tutte le antitesi in una republica del genere umano col pontefice, solo, armato a sua difesa. La religione della nuova utopia, che sembrerebbe un'epurazione del cristianesimo, ne è invece l'annientamento in una formula più alta, entro la quale la tragedia di Cristo perde tutti gli assurdi crudeli del proprio dato, e nella quale la società rispettata dal cristianesimo sacrifica finalmente tutti i propri vecchi privilegi.

Ma siccome questa rivoluzione deve cominciare nel 1600, Campanella, sempre positivo anche nelle più fantastiche combinazioni della filosofia, vedendo che la Spagna ha rinnovato l'impero romano e domina il mondo, le si rivolge come al papato per disciplinarla contro tutti alla conquista universale. Il demone della dialettica lo trascina, non vede più le difficoltà, non conta le stragi, non calcola le rovine: tutto sarà riscattato dalla felicità futura. La Città del Sole sarà la patria di tutti coloro che l'avranno perduta. Papato romano ed impero spagnuolo, annullandosi col proprio trionfo, fonderanno una democrazia mondiale ed eterna. L'immobilità della fine dà quindi al moto del suo sistema la vertigine passionata di una precipitazione; senonchè il mare così concepito nell'inerzia di una immutabilità assoluta non è più che un immenso stagno. Campanella nemmeno lo sospetta. Quindi distrutta ogni individualità della nazione e del cittadino, soppressa ogni legalità secondo il pensiero di S. Tommaso e di Platone, negata ogni libertà all'anarchia delle persone tumultuanti nelle gare sociali; estirpata la famiglia, abolita la proprietà, equiparati i sessi, sottoposti gl'imenei a regole igieniche ed astrologiche, le donne sterili consacrate al piacere, bruciati tutti i vecchi libri depositari pericolosi di vecchi errori; tutta la terra coltivata come un campo, la scienza pari in tutti, una lingua universale per un pensiero identico in ognuno; una religione senza misteri e senza ideali, composta delle memorie di tutti i profeti da Cristo a Xahnoxis, da Pitagora a Campanella; una serie di pene e di ricompense distribuite con monastica norma — tutto questo sogno e questo rinnovamento non sono che una morte, della quale il profeta invasato non s'accorge.

Nel fervore della distruzione egli non ha nulla risparmiato: come per Bruno, benchè il pensiero di questo poggi più alto, il cristianesimo non è per lui che un momento della religione universale, la distruzione della società un mezzo di progresso. La Riforma di Lutero, demenza teologica ed insufficienza politica dalla quale l'universalità del loro ingegno e il cosmopolitismo del loro carattere ripugnano istintivamente, finisce per attirare lo sforzo maggiore della loro critica. Entrambi ignorano la vita del proprio secolo, non comprendono e non parlano all'Italia, ma, rapiti in sogno dal genio della rivoluzione, accumulano teoriche su teoriche, adorano le scienze naturali, non appartengono a nessuna classe, vivono e muoiono del proprio apostolato. La loro fede è tutta nell'umanità concepita nell'unità della storia senza confini nè di epoca nè di razza; le loro aspirazioni salgono verso una libertà di pensiero redentrice di ogni spirito in ogni spirito; laonde ignoranti sublimi moltiplicano intuizioni e invenzioni lasciando ad altri, forse minori nell'ingegno, la gloria di battezzarle col proprio nome; credenti dell'incredulità la confessano col martirio contro i bigotti di una fede basata sull'ignoranza delle plebi e costretta a difendersi colla violenza.

Epperò nella rivoluzione della Riforma, preludio di maggiori rivoluzioni, essi rappresentano una società nuova che sfuggendo al medioevo si precipita nell'avvenire colla foga di un condannato evaso dal carcere. Il loro pensiero si smarrisce tuttavia nella penombra della nuova alba, la loro scienza è costretta ancora a bamboleggiare per l'insufficienza di metodi troppo tardi al volo delle idee; le loro profezie cadono nella demenza, le loro creazioni improvvisate con rottami franano sovra di essi, ma il loro carattere e la loro coscienza segnano nella storia europea la più tragica e la più consolante delle originalità. All'indomani del medioevo, nel giorno della Riforma, essi vivono già nel futuro e muoiono per la sua libertà con un eroismo, che non ha più bisogno di essere compreso per mantenersi invitto o di credere al paradiso per abbandonare la terra.

L'emancipazione scientifica.

Nullameno l'opera loro informe ed inorganica non potè avere nella storia maggior valore degli abbozzi nell'arte, e degli aborti nella natura. Il grand'uomo non è colui che sorprende un fenomeno o indovina un problema, ma che fonda una teoria o stabilisce una legge. L'immenso lavoro del secolo, cominciato con essi, aveva d'uopo di spiriti pazientemente indagatori, che sostituissero alle troppo rapide sintesi e alle arbitrarie affermazioni la certezza di una nuova esperienza. Al clamore delle università disputanti succede quindi l'operosità di gabinetti isolati: i grandi scopritori solitari, ad immense distanze l'uno dall'altro, invece di disputare, si consultano colla posta. La forza dell'ingegno questa volta si esprime colla lentezza delle conclusioni. Tutto è da rifare e a tutto si mette mano. L'Italia senza vita politica non possiede più nè storici, nè letterati, nè statisti, nè filosofi: Cartesio dittatore della rivoluzione contro Aristotele nasce in Francia. La rivoluzione filosofica, impossibile prima della scientifica, sarebbe inutile in una nazione incapace di applicarla.

Laonde lo scadimento della coscienza italiana si rivela nei libri sempre più inetti di tutte le scuole politiche. Mentre la reazione rivoluzionaria del papato, oppugnando anche le scienze, non può isolarle come l'eresia per soffocarle coi supplizi, i bisogni della vita e lo scetticismo generale proteggono tutti gl'inventori contro le demenze di tarde persecuzioni. Paolo Sarpi ha delineato nella lotta contro Paolo V i confini fra chiesa e stato; Galileo nella lettera al padre Castelli (1613) scrive la più energica e precisa dichiarazione dei diritti della scienza. Alla dualità dell'impero e del papato succede quella della scienza e della religione: entrambe universali, organizzate, solidali per i propri addetti. Preti e scienziati, spesso mutando campo, combattono ovunque la stessa battaglia; la politica vi pare estranea ed invece vi è più interessata che alle vecchie dispute filosofiche. L'emancipazione del pensiero scientifico diventa un progresso sulla liberazione del pensiero religioso. L'umanità senza unità anche nella religione, non essendovene alcuna veramente universale, la raggiunge finalmente nella scienza, mentre la supremazia di Roma discende a fatto superstizioso e la scienza, che non può avere capitali, ricusa dogmi e pontefici. Quindi, meno compromessa della filosofia dalla debolezza dei propri cultori, lascia Galileo disdire le proprie teoriche, e prosegue a moltiplicarne le prove. Ogni giorno crescono scolari al maestro condannato, da tutta l'Europa arrivano notizie di scoperte. Campanella entusiasta di Galileo, come Bruno lo era stato di Copernico, lo difende con un coraggio più forte della tirannia papale. La matematica educata da Tartaglia e da Cardano previene Keplero e anticipa su Newton con Cavalieri: Galileo, superiore a tutti, divide con Machiavelli la gloria di primo prosatore, inventa il termometro, trova l'isocronismo del pendolo, stabilisce la legge dell'assonanza e della consonanza nella musica, fonda la meccanica e l'idraulica, chiarisce ed assicura il sistema di Copernico, costruisce il telescopio, raggiunge gli astri, li novera, li descrive, scopre le montagne della luna, nota le fasi di Venere, sorprende i satelliti di Giove, avverte l'anello di Saturno, interpreta le macchie solari, accumula invenzioni, scoperte, teoriche sulla base incrollabile del metodo sperimentale, prima che Bacone si avvisi di predicarne la necessità. La chiesa, illuminata dall'istinto, sente che Galileo, mutando il concetto del mondo, rovescia involontariamente i dogmi cattolici, e lo colpisce con un processo gli minaccia la tortura, gli impone di rinnegarsi. Invano Galileo vecchio e cieco si arresta; la scienza prosegue. Castelli e Torricelli suoi scolari sviluppano l'idraulica, questi trova il peso dell'aria ed inventa il barometro; Giambattista Porta, trattando i fenomeni della visione, scopre la camera oscura, Dedominis spiega l'arcobaleno, Baldassare Peruzzi ha già determinato la prospettiva. Mentre l'insurrezione filosofica di Telesio contro l'idea della natura di Aristotele non aveva avuto altro merito che di rovesciare l'autorità di un errore millenario colla libertà di un nuovo errore, presto il metodo sperimentale afferra le più necessarie verità. Dopo gli studi di Salviani sulla ittiologia, Aldrovandi compie una vasta storia naturale, dalla quale usciranno tutte le altre; Girolamo Fabrizio tenta il problema del linguaggio; Andrea Cisalpino, genio vasto e precursore, rinnova quasi tutto il campo delle scienze e crea il metodo mineralogico; Fabrizio d'Acquapendente e Paolo Sarpi scoprono la circolazione del sangue; Fracastoro indovina dai fossili i primi segreti della geologia e intuisce lo teoria atomistica combattendo le cause occulte. Alessandro Benedetti da Legnano rinnova la gloria del Mondino da Bologna, aprendo il primo teatro anatomico e tracciando le prime linee dell'anatomia patologica; così la chirurgia, diventando scienza, sottrae il corpo umano alla tirannia della religione e i morti alle spiegazioni superstiziose. La chimica, nel delirio dell'alchimia e nelle avare ricerche della pietra filosofale, ha sorpreso molti misteri della vita: tutto vive, ogni fenomeno contiene la propria causa, ogni causa è limitata alla natura. Dio, che spiegava tutto, ora non rende più ragione di nulla; le scienze, invece di negarlo, lo dimenticano: la geologia riconosce alla terra un'antichità troppo più remota di quella attribuitale dalla Bibbia: la geografia, scoprendo agli antipodi i confini della storia sacra, ha trovato l'altra metà della storia umana. Nel nuovo cielo, troppo vasto per il dio di Mosè, la terra e il sole non sono che due piccole stelle fra milioni di mondi; Cristo non è più che un profeta fra i profeti, e Dio una ipotesi fra le ipotesi. Cartesio, che lo deduce dalla ragione, ve lo sottomette: solo il pensiero regna. Roma non dirige più il mondo, perchè ogni uomo che pensi dipende solo dalle leggi del pensiero. La libertà scuote tutte le vecchie tirannie, sbertando tutte le autorità irragionevoli. La democrazia trionfante nei due campi della Riforma e del cattolicismo trascina i gesuiti contro Giansenio, che rinnovando le teoriche agostiniane della grazia vorrebbe scemare la poca libertà rimasta nel cattolicismo all'individuo morale; e il papato appoggia i gesuiti. Col terribile dubbio di Cartesio, che si arresta solo alla verità del pensiero, la filosofia si libera finalmente da Aristotele, e il pontefice greco della scuola e il pontefice romano della religione e il re del diritto divino soccombono simultaneamente. Cartesio è il Lutero della filosofia.

Quindi si compie l'avvento del diritto pubblico. Alberigo Gentile ottiene ancora all'Italia la gloria di precorrere l'Europa nel diritto della natura e delle genti: la sua opera De iure belli apre la strada a Grozio e a Puffendorf per determinare coll'equilibrio dei diritti i caratteri e la posizione dell'individualità nazionale nella nuova storia. Ma, simile a Giordano Bruno, egli non è che un precursore condannato a parlare per se stesso invece di parlare a nome di un popolo. Dietro Grozio si avanza l'Olanda, dietro Alberigo Gentile sta immobile l'Italia: ecco la differenza fra i due autori. Infatti Alberigo Gentile, figlio di un riformato rifuggitosi in Germania per evitare le persecuzioni di Roma, aveva dovuto crescere nel pensiero e col pensiero germanico.

L'Italia coopera al movimento ideale dell'Europa, ma ne accompagna pedissequamente la storia, mentre, combattuta fra l'antagonismo franco-spagnuolo ed esercitata dal dissidio cattolico-protestante, cresce in secreto liquidando il proprio passato. Firenze si spegnerà silenziosamente, Venezia getterà ancora qualche lampo prima di tramontare, Napoli ripreparerà il proprio regno per contendere al Piemonte la gloria di costituire l'unità italiana, Roma è immortale.