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La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 60: Venezia, Genova e la Corsica.
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About This Book

A sweeping political history that follows Italy's institutional evolution from the barbarian fusion after Rome's fall through medieval communes, signorie, and republican centers to early modern principalities and the reforms and upheavals of the Renaissance, Reformation, and Enlightenment; it examines military change, condottieri, and the rise of centralized states, the effects of Napoleonic rule and its collapse, and the reactionary Congress of Vienna. The narrative analyzes cultural and intellectual currents alongside constitutional experiments, showing how local governments, dynastic politics, and popular movements shaped modern Italian political identities.

Capitolo Terzo.
I regni del Piemonte e delle due Sicilie

Il secolo di Luigi XIV.

La pace di Vestfalia arresta l'influenza politica della Germania in Europa; protestantesimo e cattolicismo sospendono la guerra riconoscendo l'impossibilità di una vittoria finale, e s'acconciano a vivere l'uno presso l'altro come due varietà del cristianesimo. L'eresia scientifica, trionfante su tutti i punti del pensiero europeo, li obbliga a riunirsi contro di essa in una unità di difesa contro la terribile unità de' suoi attacchi. Il diritto delle genti è secolarizzato, ogni nazione individuandosi non è più un frammento animato e protetto dall'idea del papato e dell'impero. Nessun ricordo delle antiche unità. Nell'Europa la lotta storica prosegue fra nazioni distinte ed originali. Apparentemente nulla pare cangiato: la nobiltà, il clero, i re, i parlamenti, il papa, Lutero, tutti conservano la propria posizione; ma uno spirito nuovo la muta ogni giorno con una interpretazione dissolvente. Gli eserciti stanziali sopprimono quello stato medioevale di guerra, nel quale ogni uomo doveva di momento in momento mutarsi in soldato; il modo scientifico della guerra riduce la milizia a professione, l'ambiente commerciale le impone scopi economici, assoggettandola alle leggi della nuova scienza finanziaria. Gli alti dominii, i vassallaggi assurdi, le dipendenze fittizie, tutti i residui dell'antica organizzazione feudale, si sgretolano rapidamente sotto l'azione della nuova atmosfera: oramai non vi sono più che cittadini; la gerarchia sociale non esprime che una inevitabile graduazione di uffici sempre più rappresentativi. La legge non consacra ancora questa uguaglianza, ma la coscienza ne è così profondamente convinta che viola e delude la legge; la libertà religiosa, scientifica e filosofica sta per produrre la libertà politica. La ragione di stato non si limita più all'interesse del sovrano, dacchè il popolo osserva e giudica colle norme del proprio interesse e al lume della propria coscienza. Una guerra minuta ed incessante assale tutti i privilegi e tutte le autorità; si deve rendere ragione di tutto, non si può essere creduto superiore ad alcuno che sapendo o potendo maggiormente.

Mentre in tutte le storie la classe dominante aveva sempre avuta la preponderanza economica, ora la ricchezza diventa la maggior forza della politica: ma poichè guerre di rapine, taglie e confische divennero impossibili, non si può più arricchire che nel lavoro e col lavoro. Le colonie danno alle nazioni la tendenza e il carattere d'immense società commerciali: la finanza sorge dall'economia come l'algebra dall'aritmetica, misurando coll'unità del proprio valore cose, individui e governi. Quindi una borghesia nuova invade la storia, riempie le scuole, si precipita alle colonie, applica tutte le scoperte scientifiche, si giova di tutti i progressi, tende a sostituire l'aristocrazia in tutte le funzioni. Coll'infallibilità dell'istinto essa si appoggia e appoggia i re senza credere al loro diritto divino; l'aristocrazia annichilita dalle centralizzazioni regie, attirata nella corte dalle seduzioni e dalle necessità della propria vita, abbandona i castelli per diventare cortigiana, mentre il popolo perde sino il ricordo dell'antico vassallaggio. L'ultima devozione, il supremo entusiasmo, il superstite vanto di essa è la servilità verso il re, che l'ha distrutta; il suo orgoglio si esprime col fasto di un lusso maggiore delle sue ricchezze. Il re rimane dunque solo nella nazione. Superiore all'aristocrazia, alla borghesia e al popolo, non appartiene a nessuna classe: questa che pare grandezza non è che decadenza, giacchè invece di essere un potere vivo e personale egli è appena un rappresentante, un simbolo costretto ad accogliere l'idea della nazione. Quindi nel giorno che pregiudizi o privilegi gli persuadano di essere minacciato nella sublimità della propria posizione, non avrà nè un'idea nè una forza, colla quale resistere all'invasione democratica. L'aristocrazia senza influenza e senza valore, divorando col più ignobile parassitismo la maggior parte delle rendite dello Stato nella cassetta del sovrano, non potrà che morire con lui, e non ne avrà forse il coraggio; quel giorno la democrazia troverà facilmente la propria republica.

La democrazia, principio e fine della sovranità individuale, deve abbattere i re in tutte le nazioni per crearne uno in tutte le coscienze.

Ma la democrazia religiosa di Lutero si arresta alla pace di Vestfalia. Una atonia sorprende la Riforma sui confini tracciati dalla spada di Gustavo Adolfo. Nemmeno tutta la Germania è protestante; il moto fallisce in Ungheria, è respinto dalla Polonia; non si estende alla Russia, non s'insinua che inutilmente nei paesi latini. L'Inghilterra vi si muta improvvisando una republica per conquistarvi alcuni progressi democratici; poi, fedele al carattere della propria storia, richiama i re cacciati e riprende il proprio corso colla libertà legale. La sua rivoluzione non ha quindi espansione politica, e, breve, sanguinosa, sembra quasi una rivolta. La ristorazione di Monk scema l'opera di Cromwell al punto che occorre una nuova espulsione degli Stuardi e l'elezione della dinastia protestante d'Orange perchè non vada perduta. L'Inghilterra, una volta così efficace sul continente colle vittorie contro la Francia, vi perde pressochè ogni influenza, mentre dilatandosi sui mari vi raccoglie la gloria e la potenza di Venezia. Le sue colonie diventano così floride e numerose che il suo impero commerciale supera per estensione e ricchezza quello antico di Roma. L'Austria cattolica eredita dalla Spagna l'impero, nella cui forma federale può contenere ancora la Germania luterana vibrante della memoria di Gustavo Adolfo e fisa instintivamente al piccolo trono di Prussia. La Spagna di Carlo V vede tramontare il sole della gloria entro i propri confini, mentre il suo impero colpevole di aver rappresentato l'ultima unità medioevale si sfascia come un immenso scenario, nel quale s'ingolfano i terribili uragani delle sue sierre.

La Francia, regia e unitaria, guerriera e liberale, s'avanza sola sull'Europa. Mentre la Riforma tenta replicatamente di infrangerla, il genio di Caterina dei Medici innestato su quello di Luigi XI schiaccia nel sangue, consuma col fuoco, disperde negli esigli, annienta colla sapienza di una tirannia feroce sino all'insensibilità e duttile sino alla spira la rivoluzione degli Ugonotti. Quindi Richelieu, compiendo l'opera di Caterina, purga da ogni ribellione tutto il suolo francese, emancipa la politica dalla religione, rovina la Spagna, frena l'Inghilterra; con lui sfolgora la grande civiltà francese già in lotta per la conquista del mondo. Cartesio è il primo re del pensiero moderno, che s'impone all'Europa liberandola da Aristotele. Dietro lui una legione di scrittori estrae e diffonde le idee latenti nella rivoluzione della Riforma col fascino di una letteratura incomparabile. La democrazia si avanza precipitosa e rumoreggiante. La Germania è ancora chiusa nella coccia della feudalità, l'Inghilterra ripiombata nell'immobilità delle proprie forme, la Spagna inerte sotto le rovine del proprio impero appena illuminato dagli ultimi fuochi dell'inquisizione, quando la Francia, gioviale ed incredula, colta e superba, si libera dall'oppressione della propria aristocrazia e dall'eccessiva costrizione dell'unitarismo regio coll'insurrezione carnevalesca della Fronda. Regalità e feudalità vi perdono per sempre l'intangibilità nel ridicolo di una guerra e nell'ignominia di un equivoco, che lascia al popolo l'orgoglio di aver potuto ridere ragionevolmente per molti giorni di tutte le autorità politiche.

Ma la democrazia rientra nelle forme monarchiche per la necessità di un ultimo periodo regio, che dia alla Francia col predominio sull'Europa, la più irresistibile espansione ideale.

Il grande secolo francese incomincia. Parigi succede a Roma nell'importanza: Bossuet diventa un papa francese contro il pontefice romano sostenendo l'inviolabilità del gallicanismo; Colbert contro la tradizione agricola di Sully ottiene al commercio, al lavoro e quindi al lavorante e al capitalista, come giovani forme della ricchezza, la supremazia contro tutte le altre classi sociali; l'Accademia reca nella letteratura l'unità monarchica raddoppiando la penetrazione del pensiero coll'infallibilità della parola ed assicurando la diffusione della verità col gusto della bellezza. Quindi la letteratura prende la forma di un contagio, dal quale nessuno resta immune. Tutte le idee trionfano in tutte le espressioni. L'Europa meravigliata si lascia invadere e soggiogare. Parigi è un immenso faro, la gloria, la moda, la passione, il vizio e la virtù di tutto il mondo. Luigi XIV può essere impunemente, senza alcuna vera qualità di guerriero o di statista, meschino nello spirito, eccessivo nel temperamento, violento nel carattere: vanitoso sino ad odiare tutti i grandi uomini che lo circondano, può trovare nella libertà dell'Olanda una offesa al proprio dispotismo: incapace di sentire la grandezza ideale come Federico II, può profondere nel fasto di Versailles la metà del tesoro francese, esagerare il cattolicismo monarchico gallicano colla revoca dell'editto di Nantes, lasciarsi governare tutta la vita dalle donne, non sopportando neppure il dubbio che qualcuno o qualche cosa gli resista: può non comprendere e non meritare la propria posizione, avere tutti i difetti di Enrico IV senza le qualità di Luigi XI e credersi nullameno un sole come Alessandro, giacchè con lui la Francia illumina il mondo; e solamente con lui dopo Carlomagno torna alla testa dell'impero. Infatti le sue guerre la rinnovano e la rimutano: tre volte, a Nimega, a Riswik, a Utrecht, le vittorie francesi obbligano tutti gli stati a ripiegarsi sopra se medesimi e a discutere il proprio diritto precisando la propria fisonomia. La Spagna diventa un regno subalterno francese; l'Olanda, resistendo alle forze combinate della Francia e dell'Inghilterra, riprende il corso naturale della propria rivoluzione e sacrifica i De Witt a Guglielmo III d'Orange, che spodesta gli Stuardi: sul Reno comincia la grande contesa di confine tuttavia ardente tra la Francia e la Germania, dell'unità dell'una colla federazione dell'altra, troppo forti entrambe per imporsi mutuamente una linea che divenga un lineamento della loro fisonomia geografica. La Germania, proclamando la permanenza della Dieta di Ratisbona nel 1663, colla camera imperiale e colla camera aulica composta metà di protestanti e metà di cattolici, accenna già al grande dualismo politico dell'Austria e della Prussia, che si muterà presto in duello per riserbare al vincitore la gloria di unificare la federazione. La Scandinavia e la Danimarca, la Polonia e la Russia si muovono egualmente nell'orbita francese. L'Austria, succeduta alla Spagna in Italia, vi ripete il suo ufficio, impedendo a questa di mutarsi in provincia borbonica ed improvvisandovi col regno indipendente delle due Sicilie un dispotismo illuminato e benevolo.

Venezia, Genova e la Corsica.

La storia italiana di questo periodo non è che una appendice e un episodio della rivoluzione di Luigi XIV. Solo la decadenza dei vecchi principati indipendenti e il rigoglio dei due nuovi regni vi hanno carattere nazionale. Il problema del futuro regno italico comincia a precisarsi nella rivalità di Torino e di Napoli, libere entrambe dallo straniero e capaci di assimilarsi altre forze nazionali.

Venezia, segregata dalla storia italiana, nella quale non rappresenta più nè un'idea nè una forza, si consuma in un lungo duello coll'oriente. Attirata, nel 1644, dalla pirateria dei cavalieri di Malta in una nuova guerra contro Costantinopoli, vi prodiga le ultime ricchezze e le estreme prove di quel valore, col quale aveva anticamente conquistati tutti i mari. Invano i suoi ammiragli affondano replicatamente le armate turche, e Lazzaro Mocenigo, sublime di lirico eroismo, muore vittorioso sotto le mura di Costantinopoli nell'incendio che gli divora la nave; più invano ancora Francesco Morosini, ultimo capitano, offusca la gloria di tutti i suoi predecessori, resistendo vent'anni all'assedio di Candia e soggiogando più tardi tutta la Morea. La repubblica morente sulle lagune non può mantenere la vita nelle proprie colonie: gli scarsi aiuti del papa e dei nobili venturieri francesi capitanati da La Feuillade e da Navailles, gli accordi con Sobieski e le vittorie del principe Eugenio di Savoia in Ungheria non bastano ad impedirle il trattato di Passarowitz (1718), nel quale, abbandonando tutti i possessi d'oriente, conserva appena le isole Jonie, quasi per lasciare in quella culla della poesia il testamento della propria storia.

Genova, sua eterna rivale già salvata dall'eroica generosità di Andrea Doria, resiste con maggiore energia ai nuovi attacchi, ma il suo spirito republicano langue nell'equivoca libertà misuratale dal protettorato francese. Carlo Emanuele II, fedele al programma politico della propria casa, le insidia la vita instancabilmente e invade le sue frontiere, compra in Raffaele della Torre un ribaldo peggiore del Vachero per assassinarla con una insurrezione di banditi: Genova, forte contro tale invasione, si torrebbe facilmente di dosso l'avvoltoio savoiardo, se Luigi XIV non la costringesse al disarmo, conculcando il suo orgoglio cittadino colla propria vanità dispotica (1688). L'umiliazione del doge Francesco Maria Imperiale-Lercaro a Versailles prostra lo spirito dell'altera republica e chiude per sempre l'altera tradizione di Andrea Doria. Quindi una prosperità commerciale inalterata, mentre quella di Venezia diminuisce giorno per giorno, non basta più a mantenerle nella esistenza di grosso comune la vita di piccolo stato.

Infatti le nuove insurrezioni della Corsica (1731) rivelano tutta l'insufficienza politica e militare della republica destreggiantesi meschinamente per opporre all'odio patriottico dei ribelli l'autorità equivoca dei vescovi, e invocante contro il Ciaccaldi e il Giafferri, generali improvvisati della rivolta, i reggimenti imperiali d'Austria. Ma, pochi anni dopo, la Corsica insorge di nuovo, dichiarando la propria franchigia ed eleggendo a re Teodoro Neuhof, ardito avventuriero e ciarlatano (1736): poi la guerra prosegue così atroce che Genova è costretta a chiamarvi i francesi per soffocarla nel sangue senza ottenere alcuna pace. Oramai l'isola non può essere per la republica nè uno stato soggetto, nè una colonia: pel primo Genova dovrebbe avere l'antica forza militare, per la seconda possedere attitudini agricole estranee alla propria natura. Invece, travolta nelle guerre di successione, deve cedere col trattato di Worms (1743) il marchesato di Finale e sopportare le ingiurie dell'Inghilterra, per soccombere abbandonata dai francesi e dagli spagnuoli sotto le forze riunite dell'Austria e del Piemonte.

Se non perisce interamente, come la inanità del suo governo vorrebbe, solamente la reciproca diffidenza dei due conquistatori e lo slancio della sua plebe marinara, insorta al grido di un fanciullo rimasto poi nella storia col nome di un eroe, lo impedisce. In un giorno solo gli austriaci del parricida Botta sono respinti. Ma la momentanea energia della plebe, capace di resistere trionfalmente agli sforzi combinati dall'Austria, del Piemonte e dell'Inghilterra, non bastano a risollevare la viltà del senato: così quando gli aiuti di Francia e di Spagna liberano la città dall'assedio, Richelieu ne diventa il generale supremo, e Genova, reintegrata dal trattato di Aquisgrana (1748) in quasi tutto il proprio dominio sotto la protezione degli interessi europei, non è più che la larva di se medesima. Il suo senato, equivoca clientela di tutte le corti, non ha fede nel popolo e non gliene ispira; la sua borghesia dimentica nell'acquisto delle ricchezze la passione della libertà; il suo governo, sempre schiavo di protettorati stranieri, non conserva dell'antica grandezza che il fasto presuntuoso e l'inutile duplicità. Infatti la Corsica, insorta alla voce dell'ultimo e migliore dei suoi eroi, costituendosi in una republica di tipo olandese sotto lo statolderato di Pasquale Paoli, batte tutte le truppe genovesi, sgomina ogni combinazione del senato, profitta dell'attrito fra Genova e la Santa Sede, improvvisa un governo talmente superiore a quello di Genova, che questo con inetto e codardo espediente è costretto a vendere l'isola alla Francia (1768).

Così finiscono contemporaneamente Genova e la Corsica. Pasquale Paoli, soldato non meno prode di Guglielmo d'Orange e politico generoso quanto Giorgio Washington, dovette esulare, povero e vinto, perchè l'Italia, incapace di risorgere come l'Olanda e l'America con una vera rivoluzione, non poteva ancora affermarsi in faccia al mondo se non coll'apparente inutilità di politiche grandezze individuali e solitarie.

Gli altri principati italiani.

Mantova, scaduta ad un principe poeticamente lussurioso, dopo la liberazione di Torino (1706) espia l'errore di essersi appoggiata ai francesi nella futile speranza di salvarsi da essi coll'appoggio dell'Austria, vedendo il suo ultimo duca tradito dalla Francia e destituito dall'imperatore morire di tristezza a Padova. L'imprendibile rocca della contessa Matilde, indarno agognata dai Veneziani, diventa quindi la più terribile fortezza dell'impero austriaco in Italia. Lo splendore della sua vita si spegne fra le nebbie silenziose dei suoi stagni, mentre Venezia, antica rivale, deve rimpiangerla come unico baluardo contro l'espansione imperiale. Ferdinando Gonzaga, principe di Castiglione delle Stiviere, e Pico della Mirandola spariscono egualmente dal numero dei principi, riparando a Venezia, città morente mutata in ospizio di moribondi. Più fortunato, il duca di Modena per aver aderito alla parte imperiale può conservare il proprio stato ed insidiare persino Ferrara al pontefice; mentre la famiglia dei Farnesi, colpita nella discendenza, deve cedere il piccolo trono ai Borboni di Spagna (1731). Elisabetta Farnese maritata a Filippo V ottiene nel trattato di Londra per il proprio primogenito, incapace di succedere al padre nel regno di Spagna perchè figlio di secondo letto, i ducati di Toscana e di Parma dichiarati, per un richiamo alle antiche formule, feudi dell'impero. Il pontefice protesta vigorosamente per Parma e Piacenza immuni da ogni diritto imperiale, e solo dalla chiesa e per la chiesa costituite in ducato; Cosimo III di Toscana imita il papa dichiarando Firenze piuttosto pronta a perire che a perdere la propria libertà. Vane proteste di minimi ed inutili regnanti condannati a sparire dalle necessità della nuova storia! L'Europa non bada ai guaiti dei due principati decrepiti, che passano dai Farnesi e dai Medici ai Borboni e da questi ai Lorena. Giangastone, ultimo pronipote di Lorenzo il Magnifico, più vile dell'ultimo Gonzaga, accoglie in Firenze l'infante don Carlo che deve succedergli, e chiude la storia della propria casa coll'osceno suggello di una spintria (1737). Dell'antico governo fiorentino, al quale Cosimo I aveva dato la terribile unità del proprio spirito, non resta più che una memoria lontana nel popolo e la gloria immortalata dai monumenti dell'arte. Ma i trattati di Londra, di Siviglia e di Firenze, coi quali si era disposto della successione dei due grossi ducati, non possono in tanta tempesta delle guerre di successione essere rispettati. L'Italia è preda e campo di tutti i contendenti: da un lato la Spagna e la Francia, dall'altro l'Austria, in mezzo il Piemonte sempre vinto e sempre invincibile, giacchè necessario all'equilibrio dei maggiori avversari, sollecitato da tutti e da tutti regalato di qualche provincia al finire di ogni guerra. Coll'insediamento dei Borboni nel cuore d'Italia la bilancia delle potenze precipita da un canto: la Santa Sede spodestata di Parma e di Piacenza, asserragliata dal ducato di Toscana e dallo stato di Napoli, teme di perdere altre terre; il Piemonte pensa con terrore ad una conquista borbonica del Milanese che contemporaneamente minaccerebbe gli ultimi giorni e gli ultimi possessi di Venezia. L'Austria respinta definitivamente dall'Italia perderebbe così quasi ogni importanza europea sotto l'impero di Luigi XIV formato dalla Francia e dalla Spagna.

Il Piemonte nelle guerre di successione.

Mentre tutta l'Europa si drizzava fremendo ai nuovi appelli di guerra per la successione austriaca di Maria Teresa, in Italia solo il Piemonte vigilava nell'armi. Da molti anni, attraverso invasioni e conquiste, dalle quali usciva sempre maggiore e libero sotto il governo dei propri duchi, esso rappresentava la vitalità e l'avvenire d'Italia. La sua politica tra avvenimenti così mobili mostra una fissità meravigliosa e si riassume in due parole: destreggiarsi per ingrandirsi. La coscienza di essere necessario a tutte le contese mantiene nel suo coraggio naturale una costanza eroica, che la duplicità della sua diplomazia illumina di luce incerta; i suoi duchi, volgari nelle armi e nella politica, ottengono dalla necessità europea quanto nessuna grandezza di cuore o di ingegno avrebbe potuto meritare ad alcun altro principe italiano. Il suo popolo, ignorante e compatto come gli antichi romani, non ha nè pensiero nè sentimento proprio. Nessuna guerra lo stanca, nessuna sconfitta lo prostra, nessuna libertà lo tenta. La fortuna di casa Savoia è talmente fusa con quella del Piemonte che nulla può scinderle.

Carlo Emanuele II, fedele al nome dell'avo, ritenta già nel 1672 l'impresa di Genova cogli stessi mezzi e col medesimo successo: alla sua morte, nel 1675, la duchessa reggente Maria Giovanna deve resistere a Luigi XIV, che rinnovando le insidie di Richelieu alla duchessa Cristina, vorrebbe mutare il Piemonte in feudo francese e il giovane duca, Vittorio Amedeo II, in re di Portogallo. Ma questi, accortosi della trama, la sventa, doma la piccola ribellione di Mondovì, e, cedendo agli ordini della Francia, massacra con un'ultima strage gli ultimi Valdesi. L'inutile viltà di questa carneficina, nella quale egli non figurò che come il più abbietto vassallo di Luigi XIV, lo attirò poco dopo in guerra contro la Francia per la successione del Palatinato. Destro e bugiardo, dopo aver molto temporeggiato trattando contemporaneamente con Luigi XIV e coll'imperatore Leopoldo I, dovette finalmente decidersi per questo, onde resistere a Catinat disceso a Pinerolo. Ma peggior generale che politico, malgrado il valore di Eugenio di Savoia accorso a sostenerlo, fu battuto a Staffarda (1690), a Marsaglia (1693), e dovette per non perdere interamente lo stato tradire i propri alleati, stipulando colla Francia la neutralità dell'Italia. Ma più che le infide tergiversazioni lo soccorsero i bisogni di Luigi XIV, il quale, divisando di impadronirsi della successione spagnuola col proprio nipote duca d'Angiò, mirava a liberarsi dalle armi dei confederati e considerava una prima pace col duca di Savoia come un mezzo di persuaderla agli altri. Infatti a Ryswick, villaggio olandese, fu conchiusa la grande ed effimera pace, che dopo una guerra esiziale di due lustri ristaurava con pochi mutamenti l'aspetto territoriale europeo stabilito dal trattato di Nimega. Il duca di Piemonte, miracolo di doppiezza e di fortuna, ricuperava persino le fortezze sino allora occupate dalla Francia, e fidanzava col figlio del Delfino la propria figliuola Maria Adelaide.

Ma alla nuova guerra determinata dall'elezione del duca d'Angiò a re di Spagna, il Piemonte, stretto fra i due maggiori contendenti, deve ancora scendere in campo ed essere campo alle più fiere battaglie. La sua politica non muta, sempre in partita doppia, aspettando dagli avvenimenti, l'ordine e l'ora di tradire qualunque alleato. Mentre Venezia, sollecitata da ambo le parti, può ricusarsi alla lotta col pretesto di ultime imprese in Oriente, confessando così di non appartenere più alla storia italiana; e Mantova, imitando le infedeltà savoiarde, è destinata a sparire come un principato minimo ed inutile; il Piemonte forte del presente e dell'avvenire d'Italia deve partecipare a quella guerra che fissa la fisonomia dell'Europa moderna. I suoi tradimenti esprimono i contraccolpi dell'avvenimento europeo nel fatto italiano, e la sua vittoria finale come regno consacra la necessità di uno stato italiano tra Francia ed Austria, non meno forte e più moderno di entrambe. La Francia non può quindi vincere la guerra se non distruggendo il Piemonte, indispensabile a tutta l'Europa contro l'espansione francese, che, secondo la frase classica di Luigi XIV, aveva già spianati i Pirenei; la Spagna decaduta e subalterna deve perdere fatalmente in Italia i dominii conquistati nell'apogeo del proprio impero; l'Austria sola può succederle, ma con minore importanza e zona più breve. Infatti questa, discendendo in Italia, invece di occupare la Toscana e le due Sicilie come provincie dell'impero, è costretta malgrado ogni trionfo a riconoscervi un regno e un ducato, autonomo il primo e soggetto il secondo al suo protettorato.

La guerra della successione spagnuola fu aspra e fortunosa. Vittorio Amedeo II e Catinat sostennero male il primo urto del principe Eugenio di Savoia generalissimo degli austriaci: Villeroy, succeduto a Catinat guerriero d'antica virtù, cadde di disastro in disastro, finchè il duca di Vendôme, impetuoso e scaltrito, potè arrestare la fortuna imperiale. Ma il tradimento di Vittorio Amedeo, alleatosi abilmente coll'Austria, imbrogliò la guerra: Eugenio di Savoia e il duca di Vendôme, richiamati l'uno in Baviera e l'altro in Francia, cessero il campo a minori generali. Allora le sorti del Piemonte pericolarono daccapo, Torino fu assediata, Pietro Micca la salvò, Eugenio di Savoia la liberò dall'assedio nel 1706. Quindi gli imperiali, voltandosi verso Napoli male difesa dal vicerè, marchese di Vigliena, la conquistarono a nome del pretendente austriaco Carlo III sconfitto in Spagna da Filippo V; il marchese Spinola potè appena impedire loro la Sicilia; Vittorio Amedeo cupido della Provenza tentò coi confederati l'impresa di Tolone, e vi si condusse e vi fu battuto come un brigante. La Sardegna, sforzata dall'ammiraglio inglese Leake, passò dall'ubbidienza spagnuola all'austriaca; il papa stesso s'impegnò in guerra coll'Austria per sostenere i diritti della chiesa, mandando il suo generale bolognese Marsigli a mescolare la comicità delle proprie disfatte agli orrori di una guerra, che insanguinava tutta l'Europa.

Ma la fortuna di Luigi XIV precipitò dappertutto: sbaragliati i suoi eserciti, distrutte le sue flotte, il tesoro esausto, la Francia prostrata, tutta l'Europa minacciante ai confini. L'altero chiese pace. I confederati, imponendo troppo dure condizioni, la trassero in lungo, finchè la morte dell'imperatore Giuseppe I, al quale successe il fratello Carlo, pretendente austriaco, e la caduta del ministero Marlborough in Inghilterra poterono agevolare gli accordi fra la Francia, la Gran Brettagna, la Prussia, gli stati generali d'Olanda e la Savoia. Quest'ultima, al trattato di Utrecht (1713) spalleggiata validamente dall'Inghilterra, dopo vane insistenze per dilatarsi sul territorio francese, guadagnò, oltre il riconoscimento delle concessioni sui territori lombardi, ottenuti coll'ultimo tradimento dall'imperatore Leopoldo I, la Sicilia col titolo di re per i propri duchi e col diritto sovrano di agguerrirsi e di fortificarsi.

Così il Piemonte si costituiva per primo in regno italiano col consenso e per opera della nuova Europa.

Al trattato di Rastadt stretto poco dopo fra i due supremi generali, Villars e Eugenio di Savoia (1714), si convenne che l'Austria succederebbe alla Spagna nei dominii italiani del regno di Napoli, del ducato di Milano e della Sardegna.

Però quest'assetto politico dell'Italia doveva mutarsi in breve per iniziativa di un grande italiano. Giulio Alberoni, povero prete piacentino, presentato dal duca di Vendôme a Filippo V di Spagna, potè persuadergli per moglie Elisabetta Farnese, donna di alti spiriti e di fiero carattere. Quindi, divenuto con lei e per lei primo ministro, volle con ammirabile superbia ed astuzia di ingegno risollevare la Spagna dalla bassezza politica, nella quale il trattato di Utrecht l'aveva precipitata. Rapidamente improvvisò eserciti, armate, finanze, deludendo tutte le diplomazie, galvanizzò il re, minacciò contemporaneamente la reggenza francese, il re di Piemonte in Sicilia e l'Austria in Sardegna. La temerità di tanti disegni gli attirò sopra tutta l'Europa senza che il suo spirito sbigottisse; ma la fiacchezza di Filippo V esaltato dalle prime vittorie non resse alle prime sconfitte, onde l'Alberoni, cacciato di Spagna, povero ed altero tornò in Italia per esaurirvi nella ridicola impresa di San Marino la potenza di un ingegno politico, che aveva potuto sollevare mezza Europa. Le conseguenze dei suoi moti determinarono però un migliore riparto negli stati politici d'Italia, giacchè la Sicilia fu ceduta all'Austria e la Sardegna al re di Piemonte. Questi, vecchio ed affievolito da tante vicissitudini, dopo aver compiute parecchie buone riforme, volle abdicare nel 1730 in favore del figlio Carlo Emanuele III, ma più infelice di Carlo V, avendo poi tentato di riprendere la corona, fu da quello chiuso nel castello di Rivoli, ove perì miseramente.

Quindi un'altra successione preparò all'Italia una altra guerra e un altro regno. Alla Prammatica sanzione emanata dall'imperatore Carlo VI nel 1724 per assicurare l'integrità dei possessi austriaci, conferendone l'eredità alla propria figlia Maria Teresa contro le due figlie del defunto imperatore Giuseppe I suo fratello, l'assetto politico dell'Italia si cangiò nuovamente. Per ottenere l'assenso della Spagna e della Francia alla nuova legge di successione, l'imperatore acconsentì che i ducati di Parma, Piacenza e Toscana, derelitti per difetto di discendenza nelle proprie dinastie, passassero dai Farnesi e dai Medici all'infante don Carlos di Spagna. Ma poichè le proteste dei principi elettori di Baviera e di Sassonia contro la Prammatica sanzione, e la successione di Augusto II di Polonia, alla quale concorrevano lo stesso principe di Sassonia e Stanislao Leszinski, già re di Polonia e genero di Luigi XV, aggiunsero altri problemi alla grossissima questione della successione austriaca, s'accese una guerra europea: da una parte l'imperatore d'Austria, dall'altra il Piemonte, la Francia e la Spagna. Questa volta le proteste degli alleati e dell'imperatore, per quanto ipocrite, suonavano tutte in favore della libertà polacca, annunziando colla necessità di questa menzogna la verità del nuovo diritto nazionale.

Sulle prime Francia e Piemonte avendo conquistato il Milanese, Carlo Emanuele III sognava già di ridurlo a propria provincia, quando il maresciallo Villars, sospettoso della duplicità savoiarda e non meno cupido della Lombardia per la Francia, si gettò attraverso quel sogno dissipandolo. Intanto gli spagnuoli, sbarcando nei porti della Toscana, già guadagnati, muovevano coll'infante don Carlos all'impresa di Napoli e saccheggiavano Mirandola e Piombino. L'agevole guerra si compì colla grossa vittoria del marchese di Montemar a Bitonto sugli austriaci; la Sicilia si arrese quasi senza colpo ferire, e il regno fu costituito fra le acclamazioni di tutto il popolo sempre infervorato di ogni nuovo signore (1735). Nullameno questa volta vi erano legittime speranze di un ritorno all'antica autonomia. La guerra intanto proseguiva fierissima nella Italia superiore. Gli austriaci respinti a Parma, battuti a Guastalla, dopo diversi altri scontri vennero ad un accordo, col quale la Toscana alla morte dell'ultimo duca Giangastone doveva passare alla casa di Lorena, il regno di Napoli veniva riconosciuto indipendente, il re di Sardegna acquistava con due distretti del milanese al di là del Ticino la superiorità sui feudi delle Langhe, e la Francia appropriandosi il ducato di Lorena riconosceva la Prammatica sanzione.

Lo scopo italiano della guerra era dunque raggiunto.

Oramai l'Europa riconosceva due grossi regni nella penisola. La Toscana, passata dai Medici ai Lorena, guadagnava una migliore dinastia; Venezia, estranea all'Italia come nei primi tempi medioevali, agonizzava lentamente; la Lombardia, sottomessa all'Austria, migliorava la propria condizione amministrativa; Genova, sempre agognata dal Piemonte, era una preda ancora troppo grossa per essergli conceduta. Ma alla morte dell'imperatore Carlo VI la guerra riavvampò per la successione di Maria Teresa, maritata a Francesco di Lorena granduca di Toscana. Francia, Spagna, Baviera, Russia, Sardegna e le due Sicilie si scagliarono contro Maria Teresa: questa, fuggiasca da Vienna, riparò fra gli ungheresi, che, giurando cavallerescamente di morire tutti per lei, ristorarono la sua fortuna con inaudito valore. Naturalmente Carlo III si alleò allora con lei, tradendo i confederati. La guerra imperversò quindi in un viluppo spaventoso sulle sponde del Po, del Panaro e della Secchia: il ducato di Modena ne andò rotto, la Savoia fu invasa. Il trattato di Worms (1743) fra Inghilterra Austria e Piemonte, togliendo a Genova il marchesato del Finale per attribuirlo a Carlo Emanuele, trascinò la republica nella guerra: gli austriaci ritentarono la conquista di Napoli; ma, fallendo nell'impresa di Velletri, dovettero abbandonarne ogni idea. Il Piemonte, diventato bersaglio di tutta la guerra, si difese validamente, resistè al principe Conti, parve anche una volta presso a sfasciarsi dopo la rotta di Bisignana e le perdite di Alessandria, Tortona, Casale e Asti; ma l'accortezza politica di Carlo Emanuele lo salvò, abbindolando la Francia, generosa con lui di un trattato che lo avrebbe costituito signore di Lombardia, e profittando della pace di Dresda fra Maria Teresa e Federico II, e della successione di Ferdinando IV a Filippo V di Spagna.

Finalmente alla pace di Aquisgrana (1748), dopo l'episodio di Genova, la pace riconobbe a Filippo Borbone, fratello minore di Carlo III di Napoli, il ducato di Parma, il duca di Modena fu reintegrato, il Piemonte giunse al Ticino, il regno di Napoli diventò più compatto e forte che non mai in tutto il passato della sua storia, la Toscana si cangiò in un ducato dell'impero austriaco, la Lombardia in una sua provincia, Venezia rimase rispettata perchè negletta, il popolo trascurato perchè impotente. Di Lucca nessuno si accorse.

Il Papato.

In tutto questo periodo di un secolo la sua opera politica fu peggio che nulla. Dopo la terribile energia di Pio V nella Bolla In Coena Domini l'irruenza altera di Paolo V contro Venezia e il nepotismo depravato e rapace di Urbano VIII, la vita del papato si allenta in una inerzia, che rivela nella decadenza della sua idea la nullaggine del suo regno. Innocenzo X (1644) non è più che un giocattolo nella mano fine di donna Olimpia Pamphili e un flagello in quella sanguinaria di Carlo Emanuele II infuriante sui valdesi: Alessandro VII, Clemente IX passano inosservati nella lunga serie dei papi. Innocenzo XI, tenace sino alla caparbietà, è il solo che osi resistere a Luigi XIV, togliendo le immunità agli ambasciatori e contraddicendo al gallicanismo malgrado l'invasione dei francesi in Avignone e la minaccia di peggior guerra contro Roma; ma la sua energia personale non può trasfondersi nel papato, che patteggia col suo successore Alessandro VII. Le contese del 1707 fra Clemente XI e Giuseppe I d'Austria par il ducato di Parma e Piacenza, ridichiarato feudo dell'impero, e le altre del 1716 con Vittorio Amedeo II a cagione della Sicilia e di alcuni feudi piemontesi soggetti a privilegi ecclesiastici, rinfocolando gli animi con discussioni e scomuniche, resero sempre più inefficaci ed assurde le viete pretese dell'impero e del papato. Ad ogni elezione di pontefici, le numerose fazioni contendenti nel conclave non ebbero più altro scopo che di impossessarsi di un grado e di un regno favorevole alla vanità e all'avarizia. Il papato non era più che un pontificato incapace di provocare o di sedare in Europa la più piccola discordia; le sue armi spirituali, una volta così terribili, non spaventavano più le coscienze, la nuova fede protestante e la nuova incredulità scientifica ne ridevano del pari.

Quindi Benedetto XIV (1740) giungendo al pontificato vi portò una disinvoltura bonaria ed incredula degna del secolo di Voltaire: invece di maledire sorrise, mutò le scomuniche in discussioni, cercò di resistere coll'elasticità dopo le troppe prove infelici della rigidezza. Con lui comincia un'epoca nuova nella storia del papato, oramai ridotto a semplice grado ecclesiastico e a una abbazia grossa quanto un regno. A distanza di un secolo e mezzo, dopo Sisto V, egli è il solo pontefice che lo uguagli nell'importanza e gli assomigli nella popolarità: quegli benefico perchè terribile, questi accetto perchè mite, ambedue mondi nel costume e inclinati a considerare la religione piuttosto come un istrumento che come un principio della storia.

Ma una insolubile contraddizione violentava lo spirito del papato, forzandolo ad affermarsi come regno su titoli medioevali santificati dalla religione, mentre tutte le nazioni d'Europa rimutavano il proprio diritto. Le antiche concessioni dell'impero, annullate gradatamente in tutti i principati della penisola, non potevano essere conservate nello stato pontificio: un popolo nuovo sorgeva nell'Europa, ostinato di già a cercare in se stesso l'origine di ogni legge politica. Impero e papato non esistevano più in nessuna coscienza; quindi, urtandosi come forme vuote, dovevano empire del proprio suono tutte le terre. Ma gli stati, respingendo la supremazia ideale di Roma e reagendo contro i privilegi del clero, invece di rinnovare le contese medioevali fondavano una nuova legislazione. Filosofi, giureconsulti, scienziati, statisti, scrittori, tutti si opponevano al papato, decomponendolo nella più fine analisi, dissolvendolo nei più caustici epigrammi. La sua impotenza politica saltava agli occhi di tutti; la sua immobilità nell'immensa rivoluzione rimutante l'Europa diventava un anacronismo.

Il nuovo problema italico.

Il problema politico si era capovolto. Mentre per tutto il medioevo lo scopo della storia italiana era stata la federazione contro le violenze unitarie di ogni barbara conquista, ora raggiunta colla federazione la grande civiltà del rinascimento e adempito l'ufficio della prima educazione europea, l'Italia si volgeva a creare il proprio regno. E come, nell'incapacità di fare in se stessa le grandi rivoluzioni necessarie alla creazione dell'uomo e dello stato moderno, doveva aspettarne i benefici contraccolpi dalla Germania, dall'Inghilterra, dall'America, dalla Francia, da tutte le nazioni già costituite o più pronte a costituirsi; così, invertendo il processo della federazione, ingrossava quello fra i suoi principati meno logoro dalle lotte medioevali. Solo il Piemonte non aveva avuto importanza nel medioevo e non vi aveva espresso alcuna idea, quando Milano e Venezia, Verona e Firenze, Napoli e Palermo, Pavia e Ravenna, Genova e Bologna brillavano di ogni civiltà alzando le proprie cronache a grado di storia.

Il Piemonte, riserbato a più alti destini, entra nella storia d'Italia all'agonia degli altri principati, e simile a Roma antica afferma subito la propria tendenza alla conquista del regno. L'unità di quest'idea spiega l'incessante duplicità della sua condotta e la brutalità militare della sua vita. Il Piemonte non ha significato che nella politica italiana. Ma le guerre della successione spagnuola lo mutano in piccolo regno, quelle per la successione austriaca ricostituiscono solidamente l'altro di Napoli. Quindi la storia d'Italia non si svolge più che nell'inconscia e fatale rivalità dei due regni condannati a non potersi nè confederare nè combattere e a doversi nullameno soverchiare nello scopo finale di un'unica monarchia italiana; mentre Roma, pietrificata nelle memorie medioevali, e l'Austria, succeduta all'impero come potenza moderna conquistatrice, raddoppiano con una inutile alleanza gli ostacoli alla formazione del regno. Contro l'opposizione di Roma e dell'Austria l'Italia avrà l'invincibile soccorso del diritto e della rivoluzione: nella rivalità dei due regni il Piemonte prevarrà necessariamente a Napoli, perchè la futura monarchia dovendo risultare dal diritto moderno con un processo di annessioni plebiscitarie, il Piemonte conquisterà meglio di Napoli le simpatie e gl'interessi della maggior parte d'Italia. Infatti i suoi contatti con Genova, con Milano, colla Toscana, con Venezia, colle Romagne gli permetteranno di loro affratellarsi, eccellendo nella libertà e nell'indipendenza dallo straniero, mentre lo stato pontificio, separando come un enorme muraglione il regno napoletano da tutto il resto d'Italia, impedirà nella grande metropoli del sud il formarsi del carattere e delle affinità nazionali. Le annessioni, come ultima formula dell'antica confederazione, si volgeranno più facilmente al Piemonte che alle due Sicilie; e poichè nella storia come nella vita chi non sale discende e chi non prosegue indietreggia, vedremo Napoli non solo abbandonare presto ogni tendenza italiana per chiudersi nell'angustia dei propri confini, ma inseguita entro i medesimi dallo spirito rivoluzionario, diventare con Roma e coll'Austria centro di ogni reazione politica.