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La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 68: Pietro Giannone.
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About This Book

A sweeping political history that follows Italy's institutional evolution from the barbarian fusion after Rome's fall through medieval communes, signorie, and republican centers to early modern principalities and the reforms and upheavals of the Renaissance, Reformation, and Enlightenment; it examines military change, condottieri, and the rise of centralized states, the effects of Napoleonic rule and its collapse, and the reactionary Congress of Vienna. The narrative analyzes cultural and intellectual currents alongside constitutional experiments, showing how local governments, dynastic politics, and popular movements shaped modern Italian political identities.

Capitolo Quarto.
Genio e carattere nazionale durante la formazione dei due regni

Le scuole politiche.

Dal periodo di Luigi XIV alla rivoluzione francese la vita politica dell'Italia si addensa nella riforma di pressochè tutti i suoi stati. Si direbbero i primi soffi del vento annunzianti l'uragano. La lotta s'impegna fra Roma e i governi per la laicità dello stato; i principi reclamano la propria indipendenza contro i privilegi del clero, non intendono riconoscere investiture, sopprimono le immunità, affermano nella politica un diritto civile superiore al diritto canonico. Così la riforma luterana penetra nel cattolicismo, emancipandone gli stati. La guerra si accanisce in battaglie quotidiane per diritti massimi e minimi entro procedure assurde, che impongono alle riforme le curve dell'arte e della scienza curialesca. Ma sotto il dibattito legale si agitano le idee filosofiche ed economiche del secolo. L'organizzazione sociale, ancora improntata sul tipo medioevale col re assoluto, col papa onnipotente, colle classi antagoniste ed irrefondibili, contraddice allo spirito di libertà e di uguaglianza della nuova civiltà. I principi, assalendo Roma, combattono il proprio diritto divino, senza sospettare che all'indomani della loro vittoria il popolo, invece di applaudire, li scaccerà colla più grande delle rivoluzioni.

Ma questo per ora non mostra nè genio nè carattere politico. La politica e la legislazione abbandonate al principe non esprimono più alcuna azione popolare; il perfezionarsi della loro giustizia e l'allargarsi della loro democrazia paiono piuttosto beneficenza di sovrano che esigenza di popolo. Le antiche rivalità municipali sono cadute colle vecchie energie: non più virtù militari o civili, nessuna funzione che permetta l'esercizio di grandi qualità, nessuna carriera che l'avvilimento cortigiano non interrompa o snaturi. Principe e corte riassumono tutti i poteri e tutte le forze vive dello stato: mai dispotismo fu più assoluto e meno esorbitante. Tutto stagna. Il popolo sogna nel pensiero di qualche solitario come Vico, non si riconosce nelle storie di Giannone, ride alle commedie di Goldoni, delira ai melodrammi di Metastasio. Quindi l'insurrezione dei dialetti, che aveva detronizzato la letteratura nazionale, cessa improvvisamente: sul teatro gli attori scacciano le maschere, e l'opera soverchia la commedia. L'ultima creazione della prosa popolare è Meneghino, immagine del popolo crapulone e codardo, nel quale il buon senso non serve più che a giustificare l'abbiezione del carattere e l'ignoranza del pensiero.

Dal 1650 al 1707 le scuole politiche italiane si oscurano nel più squallido tramonto. La scuola della ragione di stato, quella federale, dei tacitisti, dei republicani, dei monarchici, non hanno più uno scrittore degno di essere letto; il catalogo delle loro opere basta a rivelare coi loro titoli l'assurdità delle materie e dei metodi, coi quali furono composti. L'Italia non ha più pensiero politico, perchè la sua vita politica ha perduto ogni spontaneità e ogni indipendenza. Le rivoluzioni di Masaniello a Napoli e di Alessio Battiloro a Palermo non attirano l'attenzione di alcun scrittore; gli sforzi del Piemonte per espandersi fra le percosse di tutta l'Europa non bastano a ravvivare la morta tradizione del regno; l'atonia dello stato pontificio ha sorpreso lo spirito de' suoi sudditi; i mutamenti dinastici di Toscana, di Parma, di Napoli, di Milano avvengono senza strappi nelle abitudini e nella coscienza delle singole regioni. Tutti sono così persuasi dell'impossibilità di ogni libero moto italiano che sulla terra delle rivoluzioni regna per la prima volta una calma indefinibile. Malgrado i contraccolpi delle guerre europee strazianti la penisola, la sua vita interna prosegue fra così grandi franchigie, che le permettono di seguire a non grande distanza i progressi delle maggiori nazioni già emancipate.

La vecchia scienza politica, costrutta da Machiavelli nell'empietà e trasportata da Botero nella religione, soccombendo nella impossibilità di qualsivoglia azione, dimentica tutti i precetti di stato, gli assiomi delle perfidie sovrane e i teoremi dell'ubbidienza popolare, coi quali si era destreggiata per due secoli fondando e difendendo i principati. Oramai ogni espediente sarebbe inutile, ogni teorica impossibile. Il mondo del rinascimento è vanito; un'altra rivoluzione dopo quella di Germania e d'Inghilterra sta per scoppiare. Si ritorna all'antica politica creata da Platone e descritta da Aristotele, nella quale il bene pubblico ripiglia il posto di quello del sovrano. Il dualismo della chiesa e dell'impero, l'una concepita nella verità divina e l'altro nella verità umana, che aveva riempito il medioevo, si compone dopo il trattato di Vestfalia nella formula di un diritto al tempo stesso umano e divino, ideale e reale. Ogni individuo è pari all'umanità, ogni stato è fatto in lui, con lui, per lui: ogni governo esprime l'azione di tutti su tutti, ispirata alla verità, dominata dalla giustizia. L'interesse politico non può essere che il bene universale: il diritto dello stato domina quello degl'individui come il tutto domina le proprie parti senza sopprimerle. La scienza politica si muta quindi in scienza della storia: quella del governo in scienza giuridica ed economica. Al segreto della vecchia politica succede la pubblicità della nuova; non vi sono più nè sovrani nè sudditi: lo stato composto di cittadini è una unità costituita di unità.

Queste idee diffuse in Germania, in Inghilterra e sopratutto in Francia interrompono per sempre la lunga ed oramai inutile serie degli scrittori politici italiani bamboleggianti nei catechismi politici. L'ultimo scrittore è Gregorio Leti, bizzarra natura d'improvvisatore, che coglie a volo tutti gli effimeri aspetti della propria epoca, e li fissa in abbozzi degni di Salvator Rosa pel colorito. Incredulo, bugiardo, negligente, penetrante, passa attraverso il mondo come un viaggiatore frettoloso, che parla e schizza, racconta ed esamina: non rispetta nulla, ma fa buon viso a tutto; mente, ma cerca per istinto la verità; non arriva alla satira del Boccalini, e nullameno la sorpassa colla terribilità di un buon senso, che rispecchia capovolta l'immagine di tutte le assurdità ancora venerate e rovescia colla rapidità della propria onda cristallina gli avanzi di tutte le rovine medioevali. Ma egli muore nel 1701, quando al dominio ispanico sta per succedere l'austriaco, e Napoli e Torino si mutano in capitali di due grossi regni.

Giambattista Vico.

Dopo di lui la scienza politica passa dagli aridi e goffi trattati di se stessa nella storia. Giambattista Vico, un solitario grande quanto la solitudine, medita nel trambusto del proprio secolo e nel silenzio della propria vita il problema della storia universale. Ignorato ed incompreso, non comunica col proprio tempo che per la critica colla quale lo respinge: ultimo fra i cinquecentisti in ritardo, adora il classicismo e lo tradisce inconsciamente col proprio genio novatore. Le scuole, nelle quali era cresciuto, non avevano potuto nè contenerlo, nè soddisfarlo: aveva studiato la grammatica in Alvarez, la filosofia in Suarez, il diritto in Vultejo: incapace di scendere nel fôro, si rifugiò nella miseria della pedagogia e, solo per nove anni nella rocca di Vatolla, visse in una biblioteca come Campanella aveva vissuto in un carcere. Ma ritornato a Napoli e divenuto per forza di protezioni professore di rettorica nell'Università, fu tratto nella battaglia del cartesianesimo di allora. La sua cultura classica e la sua ignoranza del moto filosofico che agitava l'Europa lo misero fra gli oppositori: vide in Cartesio un Crisippo, in Gassendi un Epicuro, se non che, oppugnando Cartesio, fu trascinato oltre nella filosofia e nella storia. Un istinto di terre lontane, una inconscia bramosia di scoperte lo attirava nell'antichità, quasi che solamente risalendo tutto il passato potesse affacciarsi all'avvenire. Studiava da solo, non si concedeva altro maestro che se stesso. Simile a Rousseau, non aveva a quarant'anni scritto che due opuscoli quasi insignificanti.

Quindi, nell'esumare l'antichità italica, l'urto della filosofia di Pitagora contro le leggi delle XII tavole lo gitta nel diritto storico di Roma; Grozio lo soccorre, ma il diritto filosofico di questo raddoppia la contraddizione portandola dalla storia di Roma in quella del mondo: la republica ideale di Platone triplica l'antitesi col proprio quadro ideale, da cui non sorge e su cui nessuna storia si modella. La lotta fra la giustizia e la storia affatica lungamente il suo genio, finchè Leibnitz colla teorica dell'armonia prestabilita gli apre un'uscita improvvisa su meravigliose quanto confuse prospettive. E Vico si precipita. Tutto parte da Dio e ritorna a Dio; Dio congiunge spiriti e materie, sensazione ed idea. Nosse velle posse, son la triade divina, che atteggiano la vita dell'uomo e la storia dell'umanità. La storia non distrugge la filosofia come la fisica non sopprime la metafisica; l'interesse è la sensazione che sveglia l'idea dell'uomo e forma le nazioni nella storia. La quale, essendo una continua realizzazione d'idee provocate dall'utilità o dalla necessità, passa dall'infanzia alla giovinezza, per finire nella maturità come la vita dell'individuo. La storia di Roma si apre all'occhio di Vico come una lotta del diritto fra patrizi e plebei, nella quale ogni fase realizza una giustizia, e ogni fatto la prepara; la storia di Roma esprime tutta quella del mondo e ne rivela la preistoria.

Un lampo abbagliante scopre a Vico i primi giorni dell'umanità; gli mostra il terrore adunare i primi uomini, i padri dominare le prime adunanze, i forti stabilire i primi confini, i violenti insanguinarli, i deboli rifugiarvisi e mutarvisi in schiavi. Tale è l'origine di ogni città, una vittoria di padri o di patrizi. Vico raggiunge Hobbes nella descrizione dello stato selvaggio, ma lo supera nell'interpretazione delle prime forme civili: incontra Bodin nella decomposizione feudale di Roma antica, ma con occhio più sicuro ripete e migliora la sua analisi. A forza d'interpretazioni ideologiche e politiche Vico dissipa ogni dubbio nella storia del diritto umano. Un'immensa erudizione lo soccorre, una divinazione prodigiosa gli rivela tutte le intimità della vita romana. Dove Machiavelli non aveva veduto ed ammirato che la grandiosità di certe apparenze militari e politiche, Vico scopre una giurisprudenza e una psicologia universale. Brisson, Sigonio, Gravina, tutti i grandi interpreti dell'antichità, rimangono dietro di lui; dal diritto romano giunge al diritto feudale del medioevo, e lo penetra e lo spiega col medesimo processo. La storia è la fisica del diritto, del quale la filosofia è la metafisica; ma la fisica non essendo vera che nella costanza e nell'universalità de' suoi fenomeni, la storia di Roma dev'essere identica a quella del mondo. Da questa affermazione teoretica Vico scende alla prova. Nulla lo spaventa. Limitato alla bibbia, ai greci e ai latini, egli ignora le storie dell'India e della China: l'orbita tracciata da Aristotele e da S. Tommaso è un circolo fatato ed infrangibile per il suo pensiero, ma da questa prigione egli spinge lo sguardo su tutte le lontananze e ne fissa con meravigliosa audacia il disegno sulle proprie carte. Persiani, spartani, ateniesi, cartaginesi, ebrei, egiziani, tutti ripetono la storia di Roma; la identità della loro idea non è un plagio o una trasmissione, ma un carattere, una necessità al tempo stesso fisica e spirituale: l'uomo uguale dappertutto crea dappertutto la medesima storia. Le etimologie lo dimostrano. Nessun filosofo inventa ed affida ad alcun popolo un'intera civiltà; la mitologia è un linguaggio dei popoli incolti come l'immagine è l'espressione naturale dei fanciulli; le divinità non esprimono che i momenti di un'idea o di un fatto; il mito è al tempo stesso un quadro e una sintesi, ingrandita o svisata dalla tradizione.

Con questo sforzo Vico ha creato la scienza della storia: gli accidenti politici e militari, che vi tenevano il primo posto, rimettono la maggior parte della loro importanza; la storia è la psicologia dell'umanità, la legislazione è il moto della giustizia e la rivelazione della verità nella storia. Nessuna contraddizione deve dunque esservi insolubile, altrimenti l'unità divina e l'unità umana ne andrebbero rotte. Il modello di Roma dà la certezza a tutti i modelli frammentari delle altre storie. Tutte le lingue e le letterature debbono esprimere il fatto di Roma: Omero stesso non vi si sottrae, e il suo olimpo rappresenta nel patriziato degli Dei quello dei quiriti; l'Iliade descrive semplicemente gli ospizi violati, i rapimenti, le guerre perpetue degli eroi; l'Odissea significa le pretese delle plebi che vogliono i connubi contro l'ostinata opposizione dei patrizi, e le sconfitte e le restaurazioni di questi che ristabiliscono l'ordine colle pene più atroci. I drammi omerici si mutano in simboli politici alzando la loro verità individuale a verità rappresentativa.

Da questo immenso lavoro uscì la storia ideale, eterna, comune a tutte le nazioni, e il diritto universale condensato nella Scienza Nuova. Il processo della quale essendo di ricostruzione, creò di contraccolpo la critica e stabilì l'unità del genere umano. Ogni uomo, interrogando se stesso, può trovare la storia dell'umanità. Il diritto è al tempo stesso principio e risultato della storia: le tre età degli Dei, degli eroi e degli uomini formano la triade progressiva di ogni storia che si apre e si chiude con un circolo: lingue e letteratura rispecchiano queste tre fasi. La storia è una eterna ripetizione come la vita; non vi sono più casi ma leggi, non più arbitrio ma ordine. Civiltà e forme politiche, volgo e patriziato, idiotismo e genio, tutto è contenuto e dominato dal proprio periodo, e serve immancabilmente alla sua realizzazione; ma il circolo si chiude fatalmente in ogni storia, e l'umanità muore continuamente in ognuno di essi. Vico, che ha tutto spiegato col modello ideale di Roma, giungendo al medioevo e vedendolo finire nelle monarchie del proprio tempo, nelle quali si risolve la barbarie eroica della feudalità, si arresta. Dove va l'Europa? Il grande solitario, che aveva interrogato tutto il mondo forzandone il silenzio coll'insistenza del proprio genio, non osa rispondere; un'ombra fredda gli discende sul pensiero e, velandogli intorno tutte le forme della vita, gli insinua nel cuore un terrore di cimitero. Oramai tutto è decadenza: i cartesiani gli ricordano le sterili filosofie di Roma decrepita; l'individualismo rivoluzionario che si avanza non gli pare più che egoismo frammentario; il sensismo di Locke gli sopprime la morale; la nuova fisica gli toglie Dio. Tutto è finito, il circolo fatale sta per chiudersi, e Vico vecchio, ignorato, ignorante del proprio mondo, incapace di comprendere l'Italia, di osservare l'Europa, di sorprendere il progresso della politica e della civiltà mondiale, circondato da tutte le macerie, colle quali ha ricostrutta la storia eterna, soccombe come un titano dell'epoca divina sotto le rovine delle montagne da lui stesso lanciate contro il cielo.

Il suo genio eccentrico avendo compito l'opera immane deve sparire, giacchè nell'imminente rivoluzione sarebbe peggio che inutile. Simile a Copernico, a Colombo, a Galilei, a Newton, egli non ha misurato l'importanza della propria scoperta. Piamente cattolico, non sospetta nemmeno che la sua storia ideale, maggiore del cristianesimo, lo abbia livellato con tutte le altre religioni, mentre il suo diritto universale sopprime per sempre ogni diritto divino di papi e di imperatori. Egli, che si astiene dal commentare Grozio per non frequentare un eretico, è il più grande eresiarca del secolo, colui che lo emancipa dal peso di tutte le autorità, mostrando nella storia eterna il diritto universale come unico principio. Se l'idea del progresso gli si piega fatalmente in circolo, presto illustri scolari, dei quali rabbrividirebbe leggendo le opere, riprenderanno la sua linea per mutarla in spira. Condorcet, Herder, Comte, Hegel creeranno la filosofia della storia guidati dai lampi della Scienza Nuova; la critica seguendo le sue orme con Nièbuhr permetterà a Mommsen di ricostruire la storia di Roma, mentre lingue e letteratura ritroveranno nelle temerarie etimologie e nelle sistematiche interpretazioni del solitario napoletano il segreto delle loro origini e delle loro forme.

Vico, italiano senza un'Italia che potesse colla propria vita nazionale imporre al suo genio il senso della lealtà, doveva creare e smarrirsi necessariamente nelle astrazioni. Il suo diritto universale e la sua storia eterna non potevano arrivare alla teorica intera del progresso, quando intorno a lui la vita politica tramontava nella più ignobile decadenza. Vico in Germania, in Inghilterra, in Francia, circondato, aiutato dall'immensa creazione politica, scientifica e filosofica di quelle nazioni, avrebbe creato un capolavoro degno di contendere colla Divina Commedia. Solo, incompreso ed incomprensibile, ignorato ed ignorante del proprio tempo, si chiuse in se medesimo, radunò tutta l'antichità per lui conoscibile e soffocò nel circolo, che imponeva alla storia. Ma suicidandosi in una meditazione, nella quale i lampi aumentavano fatalmente l'oscurità, violentando il passato, aperse l'avvenire senza vederlo, più infelice di Mosè che potè scorgere dal Tabor la terra promessa, ingenuo come Colombo che, scoperta l'America, sognava la restituzione di Gerusalemme alla cattolicità.

L'Italia non si accorse di lui, come non si era accorta di Dante, non aveva creduto a Colombo, ascoltato Machiavelli, compreso Michelangelo, protetto Galileo, difeso Bruno, come doveva abbandonare fra poco Pietro Giannone nella carcere di Tomaso Campanella. In una nazione, condannata a una grandezza puramente ideale, il genio deve essere incompreso o tradito, mentre la realtà non può prestare alcun appoggio a' suoi tentativi o giovarsi immediatamente delle sue scoperte. Così l'Italia, che tradiva o ignorava i propri pensatori, cedeva alle altre nazioni magari nemiche i propri generali e vinceva con essi le maggiori battaglie d'Europa. Senza Eugenio di Savoia e Raimondo Montecuccoli l'Austria non avrebbe potuto resistere al periodo di Luigi XIV; senza Vico l'opera di Montesquieu sarebbe rimasta inutile, e quella di Herder impossibile; senza Giannone la lotta dei governi contro il papato non sarebbe passata dalla polemica alla storia.

Pietro Giannone.

Accanto a Vico, sconosciuti l'uno all'altro, Pietro Giannone, il più profondo giureconsulto e il più celebre avvocato di Napoli, pubblica nel 1723 la propria Storia civile. Il successo ne è istantaneamente tale che supera lo scandalo: l'Europa s'affretta a tradurla, Roma colpita a morte prorompe all'anatema, il principato compromesso dall'eccesso della difesa, che la nuova storia gli prodiga in tutto il passato, si rivolta e minaccia il proprio difensore. Il popolo, troppo spregiato da Giannone perchè sempre sottomesso al clero, incapace di comprendere questa grande rivolta, cede ai sobillamenti dei preti e muta il nome dell'illustre storico in improperio, costringendolo ad esulare a Vienna.

Ma la sua Storia civile del reame di Napoli, dedicata a Carlo VI imperatore di Germania, riassume in sintesi potente la vecchia e nuova lotta dello stato contro la chiesa. Erudita fino alla minuzie, spesso profonda quanto una filosofia, arguta e mordace, apparentemente imparziale e nullameno violenta come una requisitoria e implacabile quanto una sentenza, racconta ed esamina la conquista assidua e devastatrice della chiesa sullo stato; scruta tutte le tendenze della politica ecclesiastica, la perfidia delle intenzioni e dei mezzi, la rovina dei risultati spirituali e sociali. Giammai Roma aveva ricevuto più vigoroso attacco. Una ragione superiore guida lo storico, una passione onesta lo sostiene, una fede cristiana pura sino all'ingenuità e salda fino al martirio lo illumina. Il concetto della nuova storia, che il diritto risiede nell'universalità dei fedeli, era già stato affermato da Marsilio di Padova e da Paolo Sarpi, ed è la democrazia applicata alla chiesa; la sua contraddizione deriva dal sostenere che i principi come i capi della società laica ne hanno ereditato i diritti contro la conquista di Roma. La forza di questa storia civile è meno nel suo dato, evidentemente falso, che nella terribilità del processo critico e descrittivo, col quale suscita tutte le coscienze contro il dispotismo papale. Il parallelo fra la chiesa primitiva e la chiesa romana, la formazione del regno pontificio, lo stabilirsi del diritto canonico, la sottomissione dello stato alla chiesa, sono trattati con sì profondo magistero d'arte e di scienza e arrivano a tanta evidenza di rappresentazione, che fanno dimenticare i molti errori e superano tutte le antiche polemiche sostenute da principi o scrittori contro il papato. Invano i gesuiti, ritorcendo con splendida temerità gli argomenti di Giannone, affermano che la fonte dei diritti anzichè nei principi è nei popoli, e spingono la democrazia all'ultima verità; il popolo italiano, sprezzato giustamente da Giannone, non afferra la replica gesuitica e si mantiene estraneo al grande dibattito fra la chiesa e lo stato. La facile conclusione dall'universalità dei fedeli a quella dei cittadini, e quindi alla sovranità della democrazia, è impossibile alla coscienza del popolo da troppo lungo tempo straniero alla politica e degradato dalla superstizione.

Giannone stesso non osa tutte le conseguenze del proprio problema. Il suo dispregio pel popolo gl'impone la servitù verso i principi; il suo carattere non ha la forza del suo ingegno.

A Vienna, sotto la protezione dell'imperatore, scrive il Triregno, nel quale, universalizzando le idee della Storia civile e commentando Machiavelli, si lascia di gran lunga addietro ogni scrittore contemporaneo. Il Triregno riproduce nella storia la forma imposta da Dante al proprio poema. Nel primo regno sta il mondo antico pagano colle sue religioni positive, colle sue mitologie umane, pieno di eroi, forte della propria coscienza storica che crea la civiltà dell'Egitto e della Grecia, o resiste colla solitaria e sovrumana ostinazione degli ebrei, o si espande dovunque colle fatate vittorie di Roma. Quindi al regno terrestre dell'antichità succede quello celeste di Cristo, che attraverso un divino idealismo promette nullameno una redenzione politica, e vuole la giustizia sulla terra, l'uguaglianza nella storia, la felicità materiale sino ad assicurare la risurrezione dei corpi. Così sollecitando tutti gli istinti e animando tutte le passioni, il regno celeste di Cristo suscita eroi, martiri, taumaturghi, trasforma il mondo romano e rovescia gli idoli delle antiche nazioni. Ma i cristiani si stancano di attendere un messia incapace di mantenere le proprie promesse, l'eccidio di Gerusalemme scoraggia coloro che aspettavano quello di Roma; e sorge il terzo regno di dubbi, di sofismi, di raggiri. Il pessimismo prevale, la chimera del millennio prostra le genti alla chiesa, i teologi si domandano dove sia il cielo e disputano sulla resurrezione reale o metaforica, sugli angeli, sull'inferno, sul redentore, onde viene fondata la tirannia teologica. Finalmente S. Gregorio Magno stabilisce l'ammissione immediata dei credenti in cielo, rendendo inutile la resurrezione dei morti, il giudizio universale, l'intero dramma del cristianesimo primitivo. La chiesa è quindi l'arbitra della sorte delle anime, può canonizzare e dannare; il purgatorio, stazione dei morti, diventa prigione dei vivi costretti dall'amore a sottomettere al clero le proprie preghiere e a comprare da lui la beatitudine dei propri defunti. All'avvento di Cristo si sostituisce dunque quello del pontefice; la chiesa sorge a detrimento degli stati, il papa tesoreggia sulla imbecillità delle moltitudini e dei re, carpisce il dominio temporale a Carlo Magno, si asside al disopra di ogni impero e di ogni popolo. Contro questo ultimo regno Giannone bandisce la rivolta.

Ma al momento di stampare il Triregno, l'Austria, perdendo le due Sicilie dichiarate indipendenti, ritira la pensione allo storico che deve ancora esulare. Da Venezia l'indipendenza italiana peggiore della dominazione austriaca lo costringe a riparare a Ginevra, inviolabile asilo di tutti i ribelli. Qui lo attendeva un dramma peggiore di quello che a Venezia aveva travolto Giordano Bruno. Carlo Emanuele III per comporre il lungo dissidio colla Santa Sede, provocato da Vittorio Amedeo II nel suo effimero regno di Sicilia, discese alla più vile delle insidie: stipendiò il traditore Guastaldi, che trasse il povero Giannone nella speranza di farvi la pasqua entro il confine savoiardo, ove fu arrestato, quindi gittato nel castello di Miolan (1736), poi nella rocca di Ceva, finalmente nella cittadella di Torino. Nessuna sevizia fu risparmiata al martire: gli fu strappata la grande opera del Triregno, negato il conforto del figlio offertosi generosamente a dividere con lui il carcere, imposta un'abiura. Giannone piegò, scrisse un ultimo commento alle Deche di Tito Livio, nel quale, spingendo all'estremo le proprie teoriche, propose al piccolo e perfido re di Savoia di schiacciare Roma sotto una invasione italiana. La sua fiacchezza d'uomo, che non aveva mai potuto trionfare della propria fede cattolica, annullò da ultimo il suo ingegno politico e gli tolse di comprendere quanto ogni più volgare capiva, cioè l'impossibilità di una rivoluzione politica nel regno senza soccorso e coscienza di popolo. Dopo dodici anni Giannone morì prigioniero nella cittadella di Torino, lasciando sullo scudo già tanto bruttato dei Savoia una macchia, che nessun secolo varrà più a cancellare. Carlo Emanuele III fu degno di Vittorio Amedeo II che ricompensava l'eroismo di Pietro Micca con due rate di pane militare alla sua famiglia, e peggiore di Cosimo II che consegnava Pietro Carnesecchi a Pio V.

Il carattere italiano d'allora impediva che nessuna riforma potesse mutarsi in rivoluzione e nessun ingegno politico svilupparsi praticamente. Vico si smarrì nelle astrazioni, Giannone fuorviò nella storia: in entrambi la coscienza, troppo inferiore al pensiero, concesse loro di scendere a tutte le viltà della cortigianeria. La brillante e poderosa incredulità del cinquecento non sosteneva più l'anima italiana; una superstizione era calata nel popolo, prostrandolo così agli idoli e ai preti che nemmeno i massimi ingegni, come Vico e Giannone, potevano mantenersi dritti. Quindi isolati, sviati, forzati a guardare indietro per andare avanti, essi diffidavano perfino della stampa per un ultimo pregiudizio di classici eruditi. Mentre gli enciclopedisti in Francia scrollavano ogni autorità, e Voltaire aggiungeva il fascino dell'arguzia allo scetticismo di Bayle, e il grave Montesquieu nelle Lettere Persiane derideva con inimitabile e profondo umorismo ogni religione; nell'Italia di Guicciardini e di Paolo Sarpi, Giannone e Vico, i maggiori ribelli, soccombevano ancora come Galileo alla autorità di Roma. Lodovico Muratori nel silenzio di una solitudine pari a quella di Vico ammassava i materiali di tutta la storia italiana senza interessarvisi che quale erudito: neanche per lui esisteva un presente e si preparava un avvenire. Un'arcadia grottescamente raffinata e senile imponeva alla letteratura la peggiore delle sterilità nella pretensione di tutte le forme: non vi erano più nè idee, nè passioni, nè patria politica, poichè le corti erano tutto e nelle corti non si può essere che servi. La fede era diventata superstizione, l'autorità un potere materiale; l'abbandono di ogni funzione civile consigliava un ozio voluttuoso e allegro, nel quale la vecchia duplicità italiana riparava da ogni pericolo. Quantunque Malpighi, Redi e Morgagni creassero la fisiologia e la anatomia patologica per attestare all'Europa che in Italia le scienze vivevano ancora, il moto del pensiero italico nullameno languiva. Le stesse impulsioni francesi non bastavano a rianimarlo. Mentre Germania, Francia, Inghilterra lottavano di creazioni ingrandendo il mondo moderno, l'Italia, che nel cinquecento aveva ancora tanti artisti e poco dopo superava coi Socini la riforma di Lutero assicurando con Bruno e Campanella la compagnia dell'eroismo al genio, non aveva più che Metastasio e Goldoni. Il livello del dispotismo doveva ancora per molti anni schiacciare la massa inerte degl'italiani per livellare le loro superstiti differenze regionali.

Metastasio e Goldoni.

Metastasio è il poeta di questo momento.

Come Giannone aveva dedicato la propria storia civile a Carlo VI di Germania diventando suo storiografo, Metastasio diviene il poeta laureato di Maria Teresa. Il suo verso è così facile e vuoto che, scritto per l'orchestra, pare uscito da un istrumento; i personaggi de' suoi melodrammi non hanno maggior realtà delle maschere nell'antica commedia dell'arte, e si muovono attraverso un ambiente tragico nel quale la catastrofe attende puntualmente la stretta di un crescendo musicale. Nessuna idea, nessuna passione, nessuna coscienza. La melodia e il colore delle parole sono lo scopo e la gloria del poeta; il suo pubblico assiste alla pompa eroica di queste tragedie senza credere alla loro realtà e senza alcun bisogno di credervi. La fantasmagoria dell'opera supera quindi nella sua strana e multipla grandiosità tutti i sogni dell'Ariosto; il suo meccanismo montato da Zeno si maschera sotto il drappeggiamento gettatovi da Metastasio fino a simulare quello della tragedia; la musica vi accoglie gli amori eterei del Petrarca, le collere tempestose di Dante, la malinconia soave del Tasso, il lazzo amabile del Boccaccio, l'elegia del Sannazzaro, l'idilio del Guarini, tutto il ciclo della cavalleria, tutti gli eroi dell'antichità, per dissolverli nell'unità indefinibile della propria espressione. Metastasio è il poeta dell'opera: la sua patria è il palcoscenico, i suoi personaggi sono i cantanti, le quinte formano i suoi quadri, la sua poesia è una musica nella musica. Il pubblico, che non pensa, non sente, non ricorda, non aspira, si riposa a questo spettacolo del quale la vita è tutta nella esteriorità. Il dramma mutato in occasione di romanze e di trilli esprime il trionfo del cantante, onde, leggendolo dopo averlo udito, il maggior diletto che se ne prova deriva ancora dalla ricordanza delle note. Nullameno Metastasio pretendeva di scrivere tragedie, e i critici contemporanei per tali le discussero: i Martinez gli coniarono una medaglia colle parole — Sophocli italo — Rousseau e Voltaire stesso lo ammiravano. Lo sdilinquimento dell'elegia, la morbidezza dell'idillio, gli equivoci delle commedie e la ferocia delle catastrofi tragiche composero questi drammi per il popolo più spensierato ed inetto che abbia mai riempito un teatro. L'assurdità di una tale arte e l'insoffribile vacuità di una tale poesia non offesero allora alcuna coscienza; le discussioni che se ne fecero provano ancora maggiormente a quale nullità fosse disceso lo spirito italiano, giacchè nei pochi accenni alla vera tragedia, sparsi tra quei melodrammi, nessuno badò. E il Regolo e il Gioas hanno brani, dai quali sembra d'intravvedere l'accigliata ed energica figura di Alfieri.

Metastasio chiude l'Arcadia e trionfa, riassumendone sul teatro, mediante la musica, le poche bellezze.

Dopo di lui le accademie decadono, i pastorelli e le ninfe non possono più leggere le loro filastrocche senza timore di annoiare, nessuno si contenta più della pura musicalità del verso o della sola dolcezza della parola. Una grande separazione sta per compiersi: la poesia ritornerà in se stessa, la musica oltrepasserà la poesia per diventare l'espressione dei sentimenti, che nessuna parola potrà mai significare. Metastasio, adorato vivo nella gloria di un trionfo senza esempio, ricadrà nell'oblio. Il suo successore a corte fu il Casti, poichè tutte le decadenze debbono finire all'infamia. Ma poeta di corte e di volgo, inconsciamente abbietto ed amabile, buon uomo e buon cristiano, dolce nel verso quanto ricco nei contrasti ed ingenuo nelle conclusioni, Metastasio è l'immagine dell'Italia d'allora, con tutte le qualità e i difetti del suo spirito resi inutili dalla sua vita.

Infatti Goldoni, ritraendola, non dipinse che il pubblico di Metastasio. Le sue maschere, i suoi gentiluomini, le sue servette, le sue donnine innamorate, i suoi giovanotti eleganti, i suoi abati, sono quelli stessi che divertiva Metastasio, senza idee, senza passioni, senza coscienza. Goldoni, dominato da Molière come un satellite da un astro, aspirò alla commedia di carattere colla stessa ingenuità colla quale Metastasio aveva aspirato alla tragedia. Poeta del dialetto e inimitabile improvvisatore, colse sul vivo incidenti comici, labili ed efficacissime scene: poeta italiano invece, ignorò la lingua, il genio, il carattere d'Italia. Fu vivace quanto superficiale, osservatore solamente sicuro nella prima spontaneità: non avendo nella coscienza contraddizioni morali col proprio mondo non potè nè penetrarlo, nè dominarlo. Però lo divertì più lungamente di Metastasio. Nessuno de' suoi personaggi ha vita interiore, nessuna delle sue commedie contiene un brano o esprime un segreto della società; le scene sgusciano rapide e piacevoli, gli attori parlano naturalmente, il fatto si svolge, s'intrica, si risolve, si appiana; ma i caratteri vi si mostrano come comparse, i sentimenti vi trovano posto come riempitivi. Manca il cuore, lo spirito è assente. A Goldoni come a Metastasio fallì il popolo; ambedue soccombettero al pubblico. Metastasio più felice non sospettò di se stesso; Goldoni a Parigi allibì, e tacque per dieci anni. La grandezza della nazione francese, la sua immensa civiltà in subbuglio per l'imminente rivoluzione, tutte quelle passioni di cuore e di testa, tutte quelle energie di temperamento e di carattere, tutto quel popolo vero, forte, vivo, il più vivo d'Europa, soffocarono la sua immaginazione e inaridirono la sua vena, uguale se non maggiore di quella di Lope de Vega. Goldoni non potè più osservare, non seppe più comprendere. Dopo dieci anni scrisse il Burbero benefico in francese, e fu ancora un ricordo italiano e una imitazione francese.

La Francia aveva avuto Molière; l'Italia non poteva avere che Goldoni.