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La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 79: Giuseppe Parini.
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About This Book

A sweeping political history that follows Italy's institutional evolution from the barbarian fusion after Rome's fall through medieval communes, signorie, and republican centers to early modern principalities and the reforms and upheavals of the Renaissance, Reformation, and Enlightenment; it examines military change, condottieri, and the rise of centralized states, the effects of Napoleonic rule and its collapse, and the reactionary Congress of Vienna. The narrative analyzes cultural and intellectual currents alongside constitutional experiments, showing how local governments, dynastic politics, and popular movements shaped modern Italian political identities.

Capitolo Quinto.
Il periodo delle riforme

Influenza europea.

La grande preparazione europea all'imminente rivoluzione francese giunge in Italia e la solleva.

La lotta per la laicità dello stato, della quale Giannone era stato il grande storico, è già scoppiata in tutti gli stati, mentre una nuova democrazia borghese vi afferma un diritto politico basato sul diritto civile e sull'eguaglianza economica. La Francia guida il movimento. La sua letteratura, universale per superiorità di bellezza, serve da veicolo a tutte le idee della scienza e della filosofia; la sua incredulità, pari a quella italiana del rinascimento, sgretola ogni autorità del passato; Law, sottomettendo l'aristocrazia alla banca, estrae dall'illusione di una ricchezza improvvisata, per la quale tutta la nazione delira, il segreto della nuova società. Il valore economico supera tutti i valori religiosi e feudali; i fisiocratici, coll'esagerare l'importanza della produzione agricola, emancipano la terra da ogni gravame antiquato; Turgot, mettendo la produzione a base unica di tutte le società, sopprime a nome della scienza ogni classe inutile; Voltaire conduce filosofi, letterati e lettori contro il cattolicismo; Rousseau scatena tutti gli infelici contro la vecchia società, dissolvendone nel Contratto sociale ogni vincolo; Diderot raduna nell'Enciclopedia tutte le scienze e le discipline per spingerle alla rivolta. L'aristocrazia cede sorridendo, la regalità tuffata in turpitudini secolari brontola, il popolo sberta e minaccia. L'Inghilterra, che organizza parlamentarmente la propria rivoluzione del secolo anteriore, prepara la scienza della legalità alla nuova rivoluzione costretta a negare tutta la storia per rimutarne l'ultima epoca; e, mentre la Francia si moltiplica per bastare alla distruzione dell'Europa medioevale, essa perfezionando l'ingegno dei propri ministri, da Orazio Walpole a Guglielmo Pitt, traversa trionfante la corruzione della propria epoca giorgiana. Nella Ispagna Carlo III, già re di Napoli, seguendo il ministro conte d'Aranda, in Portogallo re Giuseppe, abbandonandosi al marchese di Pombal, in Prussia Federico II, maggiore di tutti come generale, re e statista, in Austria Giuseppe II, associandosi Kaunitz, in Russia Caterina II, assorbendo dall'Europa con mirabile facilità ogni nuovo elemento civile, rinnovano lo spirito e il carattere delle proprie nazioni.

Attraverso diversità di metodi e di propositi il moto rivoluzionario scompagina l'antica Europa e ne rinnova le legislazioni, ne ricorregge i diritti, vi dilata le scienze, toglie l'onnipotenza alla religione, la divinità ai re, la supremazia al patriziato, l'immunità al clero. Alla passione delle conquiste militari e della libertà di coscienza succede quella di una civiltà universale: le scienze ne sono le forze novelle e le massime glorie, la ricchezza diviene la migliore delle armi, il diritto l'unica verità riconosciuta, la libertà condizione suprema di ogni giustizia e di ogni vita. Tutti i popoli si scuotono sulle basi centenarie; una discussione assordante agita i più svariati problemi, nulla sfugge alla critica; la indagine, cominciata colla profanazione dell'autorità, finisce al rispetto della verità; i governi sentono il bisogno di giustificarsi a se medesimi, giustificandosi in faccia al popolo, e il loro concetto di rappresentanza diventa così chiaro nella pubblica coscienza che nessun diritto antico basta più ad assolvere l'ingiustizia di un processo o di un privilegio.

L'Europa non subisce più la tirannia di alcuna nazione: tutte vi sono forti, armate, capaci di resistere nei propri confini, inette alle improvvise ed umiliatrici conquiste di una volta. Si livellano codici e costumi; produzioni e commerci cementano e fortificano l'accordo delle letterature e delle scienze; la religione caduta in discredito non scaglia più un popolo sopra un altro; ognuno vuol conquistare il proprio posto nella natura e nella storia. Dio è lontano, il papa quasi dimenticato, i re discussi, le aristocrazie negate. Ogni popolo cerca la propria orbita naturale; la rivoluzione delle colonie americane improvvisa oltre l'Oceano una Europa contro l'Europa, aprendo nella storia un'epoca nuova con un nuovo modello di società; Londra è il primo emporio del mondo, Parigi ne è il faro, Berlino la più forte caserma, Vienna la metropoli della più vasta confederazione, Pietroburgo la capitale improvvisata della Russia avanzantesi in Europa, Roma una Gerusalemme, nella quale la gloria eterna dell'arte vince come a Benares quella della religione.

Intorno a Roma l'Italia si muove lentamente guidata dai suoi principi. Dopo mezzo secolo di battaglie, la più lunga pace della sua storia (1748-1796) le permette il raccoglimento necessario ad imitare in se stessa il grande periodo delle riforme, che ringiovanisce l'Europa. La geografia politica italiana è divisa fra i due grossi stati di Napoli e di Torino, nei quali cova l'avvenire del regno italico: una rivalità inconscia li unisce quindi nella stessa lontana speranza di conquista e li obbliga ad irrobustirsi, assimilandosi i nuovi elementi di civiltà. Venezia agonizza dimenticata; la Lombardia prospera sotto l'influsso liberale di Giuseppe II; la Toscana, prediletta dalla natura e dalla storia, improvvisa coi Lorena una riforma che sarebbe una rivoluzione se il popolo potesse parteciparvi. Ma solo dai regni indipendenti di Napoli o di Torino sorgerà la nazione italiana, annullando le superstiti forme federali malgrado lo stato pontificio che vi arresta ad ambo i confini l'inconsapevole preparazione unitaria.

La riforma politica ed amministrativa dell'Italia mira dunque a compiere l'opera del dispotismo col distruggere nella moderna civiltà le ultime differenze regionali. Domati i costumi colla soppressione delle energie municipali, l'imminente legislazione deve informarsi a criteri generali dedotti dalla scienza che pareggia tutti gli individui; i principi uniti contro il papa per la laicità dello stato stabiliscono coi sudditi i rapporti del nuovo diritto; ogni loro atto è una emancipazione, ogni progresso una livellazione. Ma il popolo, ricevendo dal principe questi benefici, non sa giovarsene immediatamente, e coll'integrarne le relazioni sentirvi una rivoluzione. La depressione secolare delle forze, colle quali aveva creato il rinascimento, non gli permette ancora di assurgere a più alta vita: i suoi costumi vili ed abbietti gli contendono il concetto della nuova libertà; accetta le riforme, ma non può ancora riformarsi; guarda a principi e a ministri, applaude e critica, ma poco pensa e meno vuole. Il suo pensiero non è peranco originale, il suo carattere non è più eroico. Nell'uomo manca tuttavia il cittadino e nel cittadino il patriota. Se la patria non è più assolutamente la regione, non è ancora l'Italia; difettano armi, armati, idee e volontà di ribellione. I popoli dei vari stati s'ignorano l'un l'altro; le riforme, migliorando la loro sorte, sembrano isolarli ancora più nel nuovo benessere. L'educazione prodotta dalle riforme sarà dunque puramente esteriore e senza frutti politici, se prima la passione della rivoluzione francese non vi discenda, frangendo la cornice dei vecchi stati, entro i quali stagna la vita regionale.

Nella storia non havvi di attivo se non ciò che è spontaneo, e d'intero se non quanto è originale. Le riforme derivate dall'Europa in Italia la lasciano sempre addietro di un periodo: infatti allo scoppio della rivoluzione francese, che dovrebbe produrre la rivoluzione italiana, l'Italia resiste o cede quasi a novella conquista.

Ecco le sue riforme.

Le Due Sicilie.

Carlo III, creato da una mirabile fortuna re delle due Sicilie, si accinse con buona volontà a migliorarle. Il regno, splendido per natura, aveva ubertà di suolo, prontezza di spiriti, buoni confini, invidiabili opportunità di mare, ma pessimi gli ordini politici, inservibili i congegni amministrativi. Non strade, non ponti, non manifatture: povero il commercio marittimo, quello dei grani impacciato; servitù regie, feudali, comunali, di pascolo isterilivano le terre; feudi, fidecommessi, privilegi di caccia, di forni, di molini inceppavano la proprietà, moltiplicando le angherie delle amministrazioni e delle leggi. Diecimila feudatari nominavano ancora giudici e governatori, imponendo pedaggi, decime, servigi, primizie; trentun mila frati, ventitrè mila monache, cinquanta mila preti ingrassavano sopra un immenso patrimonio immune; in quattordici provincie non un solo tribunale di giustizia, i ladri numerosi quanto i frati, i contrabbandieri più dei preti. La Sicilia, sempre infelice, caduta dal cattivo governo di Filippo IV di Spagna sotto quello peggiore di Vittorio Amedeo II di Savoia, infestata da pirati, da masnadieri, da scomuniche, con sessantatrè mila fra preti e monaci sopra 1,200,000, soffocata da vincoli feudali, con una bizzarra legislazione composta di statuti romani, barbari, arabi, normanni, di decreti angioini, di costituzioni aragonesi, di prammatiche vicereali, di consuetudini paesane, era anche in più tristi condizioni.

Carlo III cercò ripararvi: Bernardo Tanucci, toscano, lo consigliava.

Questi ordinò la giurisdizione laicale togliendo ai preti le immunità del fôro, limitando le ordinazioni dei sacerdoti a dieci per mille, negando alle bolle dei pontefici ogni effetto senza l'accettazione del re, impedendo nuovi acquisti al clero, tassandone i beni, abolendo le loro innumerevoli immunità personali. S'oppose all'impianto dell'inquisizione tentato dal cardinale Spinelli per eccitamento di Benedetto XIV, soppresse le decime in Sicilia, vi introdusse il codice carolino compilato da Pasquale Cirillo, vietò i testamenti all'anima, dichiarò il matrimonio contratto civile. Quindi sfrattò i gesuiti, aperse nuove scuole, slargò l'università, negò al papa l'umiliante tributo della chinea. Lo stato rifioriva. Fiaccati i preti, Tanucci si volse ai baroni restringendo i loro diritti, aiutando i comuni a riscattarsi dai feudatari, riordinò la magistratura, richiamò l'antica prammatica aragonese del sindacato per gli amministratori del pubblico denaro, provvide al commercio punendo i fallimenti e liberandolo da ogni eccezione di fôro o di casta, instituì una borsa, creò un archivio, stabilì un sistema ipotecario. Ma queste riforme, con mirabile pertinacia preparate ed ottenute dal Tanucci nel regno di Carlo III e di suo figlio Ferdinando, allorchè quegli passò al trono di Spagna, perchè pensiero di statista superiore e solitario, per quanto coadiuvato da una nobile schiera di napoletani, peccarono nel metodo, e, trascendendo i principii e i fini della scienza, fallirono nel resultato.

Nella contesa della laicità dello stato il Tanucci oltrepassò, come Giuseppe II, i limiti per perseguitare la chiesa nella libertà invincibile dei propri ordini; nell'ammodernamento del governo, preoccupato di schiacciare clero ed aristocrazia, non intese la natura del terzo stato, e invece di aiutarne lo sviluppo e di sbarazzargli gradatamente la strada, volle, preterendo sentimenti e costumi, porre un liberalismo incomprensibile alla coscienza napoletana. Le plebi recalcitrarono, la monarchia lo abbandonò, e Tanucci, vittima del rancore di Carolina d'Austria, moglie prepotente e lasciva di Ferdinando, dovette esulare, lasciando lo stato con uno schema di costituzione tanto superiore al proprio tempo che nessuno dei tre ordini clericale, feudale e popolare l'intese. La monarchia stessa, che l'aveva largita inconsapevolmente, poteva ritirarla d'ora in ora; quindi la ritirò in parte senza che il popolo, inerme e dal Tanucci non addestrato alla milizia, la difendesse. La riforma dispotica era un effetto del liberalismo europeo stillato nella mente di un ministro e della negligenza brutale di un re per le cose del proprio governo; ma dispotica nelle intenzioni e nel processo, rinvigoriva il dispotismo regio senza elevare il popolo, rimanendo politicamente una esteriorità poco efficace, abbozzo ed aborto di uno statista, al quale erano contemporaneamente mancati dinastia e popolo. Le superstiziose turbe napoletane, incapaci di trasformarsi in cittadini, non ebbero per l'opera del grande ministro nè riconoscenza nè coscienza; laonde, pervertite dal più ignobile fra i cleri cattolici ed eccitate dalla più oscena tirannide, insorsero presto per ristabilire nel delirio dell'anarchia l'antico dispotismo della monarchia e della religione.

Parma e Piacenza.

Non più fortunato del Tanucci il francese Dutillot, ministro di Parma sotto i duchi Filippo e Ferdinando iniziò colla Santa Sede lo stesso litigio e introdusse nello stato le medesime riforme. Papa Rezzonico e Clemente XIII resisterono gagliardemente contro la emancipazione dello stato dalle giurisdizioni e dai privilegi ecclesiastici, molto più che trattavasi, secondo le loro pretese, di un feudo di Roma. La lotta aspra salì per tutti i gradi della polemica, piovvero libri ed opuscoli, il papa mandò un monitorio: Dutillot, destro e sicuro, proclamò l'indipendenza del ducato, sfruttò i gesuiti, innalzò l'università di Parma al maggiore livello, tassò preti e frati, avocò tutte le cause ai tribunali dello stato, rimondò i benefizi ecclesiastici, limitò le manimorte, sovrappose la legge civile al diritto canonico. Le sue idee francesi trionfarono, poichè tutte le altre corti borboniche, pel trattato del 1761 chiamato patto di famiglia, si mantenevano solidali nella contesa. Infatti allo scoppio del monitorio papale, Luigi XV fece occupare dal marchese di Rochechouart Avignone e tutto il contado venesino, mandando commissari del parlamento di Provenza a prenderne possesso in suo nome come di paese annesso alla corona: il re di Napoli prese Benevento. La Spagna minacciò. Evidentemente il principato vinceva, le pretese papali della bolla In Coena Domini non attiravano più che sarcasmi e violenze; ma la disputa, falsa nel principio che riconosceva nei principi la sovranità inalienabile nel popolo, non era sostenuta che da giuristi e da casuisti, primo fra quelli Francesco Riga piacentino. Il popolo, nemmeno consultato, vi assisteva spettatore, profittando della vittoria del principato. Senonchè Dutillot subì presto la sorte del Tanucci, e dovette esulare, cacciato dalla petulanza lasciva della duchessa Maria Amalia, sorella di Maria Carolina. Invano con accorto proposito aveva egli voluto ammogliare l'infante Ferdinando con Beatrice, unica figlia ed erede degli Estensi di Modena, per comporre così nell'Italia centrale un forte stato. Maria Teresa d'Austria aveva potuto sventargli il disegno col matrimonio della propria figlia Maria Amalia, togliendo col pericolo di una confederazione fra i grossi stati italiani quello di una guerra d'indipendenza. L'infante Ferdinando, niente migliore del re Ferdinando di Napoli, era stato invano educato alle idee liberali da Condillac, da Millot e da Mably: la bigotteria de' suoi primi anni gli aveva umiliato fatalmente lo spirito già scarso, la depravazione della moglie glielo travolse. Quindi Llano, ministro spagnuolo succeduto a Dutillot, contro il quale era insorto l'odio popolare per suggestione del clero, non potè proseguire nell'opera liberale.

Papa Ganganelli, spirito conciliativo sino alla remissione, si rappattumò con Parma, concedendo la soppressione dei gesuiti; ma il ducato non ebbe più altra vita che quella di corte, orgia ignobile e malsana, nella quale staffieri e gentiluomini si passavano da mano a mano la duchessa come una cavalla, cui nessuna striglia poteva calmare il prurito e nessuna sella stancare le reni.

La Toscana.

Tali riforme dei Borboni, esclusivamente dovute al valore dei ministri, furono superate da quelle dei Lorena più sinceramente riformatori di un popolo più colto e gentile. Già per opera dei Medici la Toscana era divenuta obbediente al potere, unte e quasi sfiaccolata nei costumi, viziata nella giustizia civile, con leggi diverse nella città e nella campagna, con privilegi che testimoniavano della sua antica formazione tutta di aggregati municipali.

Il Sanese era sempre riguardato paese di conquista: università, arti e mestieri conservavano statuti e giudici propri; Firenze era infestata da trenta tribunali oltre il magistrato supremo ridotto a semplice tribunale civile. Lo statuto fiorentino riformato nel 1415 suppliva alle imperfezioni di millecinquecento statuti parziali non mai cassati; le leggi granducali talvolta savie, troppo spesso oscure, intricandosi nelle anteriori di rado abolite, producevano viluppi, pei quali s'angustiavano i possessi e si eternavano le liti. Vigenti ancora gli atroci editti di Cosimo II contro i ribelli, le pene crudeli e sproporzionate, molti impieghi trasmessi per eredità: quarantasette feudi fra imperiali e granducali, questi ultimi conceduti da Cosimo per battere moneta, incagliavano e disonoravano il paese.

Francesco di Lorena intese al riparo, ma lontano dal ducato, marito di Maria Teresa, avaro e fraudolento, poco seppe giovare, malgrado il consiglio del Rucellai. Migliore e di lui più avventuroso il figlio Pietro Leopoldo, potè meritamente levare grande fama di sè in un secolo, nel quale pressochè tutti i principi, dal reggente di Francia a Federico II, da Giuseppe d'Austria a Caterina di Russia, erano spiriti superiori. Con ammirabile fretta e mano sicura, appena fatto granduca, uniformò le leggi, tolse gl'inutili magistrati, ridusse e scelse i giudici, aperse una camera di commercio, sottomise tutti alla stessa giustizia, persino se medesimo e il fisco. Pubblicato un nuovo ordinamento di procedura commise a Giuseppe Vernaccini, quindi a Michele Ciani, finalmente al Lampredi il codice, che, interrotto poi dalla rivoluzione francese, fu nullameno l'ammirazione dell'Europa. Soppresse la pena di morte, i delitti di alto tradimento, le immunità, i privilegi personali, i luoghi di asilo, la tortura, la confisca, il giuramento dei rei, le denunzie segrete, i processi di camera, i testimoni ufficiali, ogni avanzo di barbarie. Nell'amministrazione, dietro gli avvisi liberali del Giannini e del Fabbroni, sostituì una gabella unica alle molteplici dogane: libero l'entrare, l'uscire, il circolare d'ogni merce, libera da matricole l'industria, esonerati i contadini da servigi di corpo, prosciolte le terre dalle servitù del pascolo pubblico. Dopo aver concesso la vendita dei beni comunali, affidò l'amministrazione dei comuni ai possidenti, cassò l'appalto delle tasse, disdisse l'obbligo alle famiglie di comprare una quantità fissa di sale.

Le finanze, improvvisamente rifiorite, permisero stupende opere pubbliche, ponti, strade, lazzeretti, rifugi, conservatorii: Ximenes, Ferroni e Fabbroni curarono il prosciugamento delle maremme: quella di Siena fu sanata, val di Nievole, val di Chiana e Pietrasanta ridotte a florida coltivazione. Di riforma in riforma, malgrado le ingenti spese, accrebbe le entrate di L. 1,237,969 e in 37 anni da ottantasette ridusse a ventiquattro milioni il debito pubblico adoperandovi la propria ricchezza e la dote della moglie; cinque ne lasciò poi nel tesoro al successore, dopo averne speso trenta in opere pubbliche. Ma di spirito troppo pacifico, esagerò l'errore di tutti gli statisti italiani di allora, abolendo ogni nave da guerra, vendendo persino alla Russia le due fregate Boemia e Ungheria regalategli da Maria Teresa, sopprimendo i cavalieri di santo Stefano. Questo dispregio delle armi rivela il carattere delle riforme italiane, nelle quali il principato non mirava più a crescere e confessava di non sapersi difendere, aspettando sempre dall'Europa le decisioni sulla propria vita. L'idea italiana era dunque perita in esso, il distacco fra principe e sudditi diventava anche maggiore colle riforme, che sapienza generosa di sovrano o di ministri praticavano senza nemmeno sospettare nel popolo il principio supremo della sovranità, o cercare nella sua totalità le ragioni del governo.

Quindi lo schema di costituzione, che Leopoldo meditava di largire, divenne il più ammirabile e generoso nonsenso politico della storia moderna. In esso il principe voleva ammanettarsi volontariamente senza emancipare il popolo col riconoscere da lui la sovranità, ed ignorando ogni principio e forma di elettorato politico. Naturalmente di questo statuto non potè esserne nulla, giacchè avrebbe impedito la rapidità delle riforme granducali e chiamato ad agire nel governo un popolo ancora inconsapevole di se medesimo. Nobile ed accorta al tempo stesso per assicurare nella pubblica opinione il credito governativo fu invece la pubblicazione degli stati di finanza e delle ragioni delle principali riforme nel libro dallo stesso granduca compilato: Governo della Toscana sotto il regno di Pietro Leopoldo.

Nullameno Pietro Leopoldo, cedendo al proprio carattere pettegolo ed intemperante, varcò spesso i confini della prudenza e della giustizia, specialmente nel litigio religioso con Roma. La Toscana aveva allora 243 conventi e 22,268 fra preti, monache e frati, senza le altre confraternite ed associazioni religiose: la bigotteria era enorme; la corruzione specialmente nei monasteri anche maggiore; diritti, privilegi e pretese della curia insoffribili. Pietro Leopoldo abolì il Tribunale della nunziatura, cacciò i gesuiti possessori di cinquanta collegi, tolse le immunità ecclesiastiche; soppresse eremiti, frati mendicanti, duemila e cinquecento confraternite, molte fraterie, fra le quali i barnabiti inetti educatori, frenò le monacazioni, vietò le flagellazioni e i pellegrinaggi, ordinò il seppellimento nei cimiteri. Ma, trascinato dall'equivoco esempio del fratello Giuseppe II, animò e sostenne il moto giansenista del vescovo di Pistoia, Scipione de' Ricci, tentando un sinodo che abortì nell'impotenza, mescolandosi ad innovazioni religiose, che colpendo la superstizione violavano la coscienza e cacciavano il governo in dispute insolubili di sagrestia. La rivoluzione religiosa, sempre impossibile in Italia, lo era allora maggiormente nella ignavia dei caratteri e nell'ignoranza di tutti gli spiriti.

Quindi lo scisma di Scipione de' Ricci, malgrado il valore personale del vescovo ribelle e la bontà indiscutibile delle sue opere, la fiacchezza della Santa Sede e l'energia di Leopoldo, conchiuse ad uno scandalo, che scemò nel popolo l'autorità e la riconoscenza delle altre riforme. Infatti, se la Toscana molto più colta e civile delle due Sicilie si assimilò con maggiore prontezza le leggi leopoldine, specialmente quelle amministrative, così poco crebbe a sviluppo politico ed alzò la propria coscienza che, sorpresa dalla rivoluzione francese, non seppe nemmeno, come Napoli, improvvisare una repubblica impotentemente classica e generosa quando Leopoldo, per la morte del fratello Giuseppe II era già diventato imperatore d'Austria.

La Lombardia.

Nella Lombardia, sottomessa all'Austria e nominalmente governata dal vicerè Francesco III d'Este, il progresso legislativo seguì quello della Toscana e delle due Sicilie. Furono tolti molti abusi, svincolato il commercio dei grani, emancipate la finanze, pubblicata una tariffa uniforme per tutto lo stato. La misura dei terreni, imposta da Carlo VI, servì di base al censimento, permettendo agli antichi gloriosi comuni di ricomparire amministrativamente: si apersero strade e canali, sorsero ricoveri, si disciplinò l'istruzione dalle scuole elementari all'università, si preparò la migliore monetazione del secolo. Il governo, nonchè prendere ombra dei novatori, se ne giovava: a Pavia, Scarpa, Spallanzani e Volta davano alle scienze un impulso che dura tuttavia; Natali, Zola, Tamburini fondavano una scuola antipontificia, dalla quale derivò molta libertà del pensiero italiano; il governatore Firmian, emulo di Tanucci e di Dutillot, proteggeva Vallisnieri e Borsieri, liberaleggiando come tutti i grandi ministri del tempo; ma al disotto della numerosa aristocrazia dei belli spiriti il popolo fiacco, senza carattere e senza idee, si adagiava nel nuovo benessere che gli sembrava una libertà: i costumi erano abbietti in alto, in mezzo, in basso: nessuna coscienza politica, non più attitudini militari. La grande tradizione lombarda morendo non aveva lasciato nè poesia nè storia. Pietro Verri, che tentò di scrivere quest'ultima, non riuscì a venderne una sola copia, lui vivo. Così mutata in provincia dell'impero austriaco, la Lombardia non aveva più importanza di Modena, feudo tedesco, e di Lucca, diventata patrimonio di ottantotto famiglie che la governavano col discolato. Venezia non era più che la pietrificazione di se stessa. Il suo gran consiglio somigliava una innocua assemblea di convento; il suo doge era una maschera solenne fra le maschere allegre che popolavano tutto l'anno la piazza di San Marco; il tribunale dei dieci era quasi dimenticato, e la sua polizia non si componeva più che di una combriccola di bricconi. Quindi Brescia, Bergamo, Verona, Padova, Udine, Cividale, Treviso, quasi tutte le città soggette, vivevano in una specie di libera vita amministrativa, che permetteva loro qualche apparenza di vita politica colla impunità di disordini lontanamente simili alle antiche lotte settarie. Nullameno anche a Venezia scoppiò il dissidio ecclesiastico a proposito del patriarcato d'Aquileia, nel quale l'Austria voleva riprendere il diritto di nomina alternata. E poichè Benedetto XIV, quantunque benigno colla propria decisione, non aveva al solito soddisfatto nessuno dei contendenti, il senato si spinse oltre all'attacco ed emanò contro gli ordini frateschi, sui beni e privilegi del clero, gli stessi decreti di Tanucci, di Dutillot e di Leopoldo. Clemente XIII reagì, poi la querela si estinse nell'oblio; i tempi di Paolo Sarpi e di Paolo V erano troppo lontani e la rivoluzione francese oramai troppo vicina.

Genova, eterna rivale di Venezia, dopo la cessione della Corsica alla Francia nel 1768, si consuma in sterili agitazioni democratiche, imitando il moto di tutti gli stati che la circondano. Ma la sua indipendenza non è più che una larva, la sua vita un rimescolio di minute attività commerciali senza coscienza nè di stato, nè di governo. La sua bandiera non sventola più rispettata sui mari corsi da bandiere inglesi, francesi, olandesi, americane: il protettorato della Francia l'umilia, una senilità incurabile la debilita, togliendole, come a Venezia, la speranza di una morte gloriosa.

Il Piemonte.

La fortuna, che ha trasformato il Piemonte in regno, permettendogli una specie di centralizzazione francese, con un popolo addestrato alle armi, con una dinastia bellicosa e un antico programma di conquista, non basta nullameno a mantenergli l'energia del progresso. Se il suo stato è il meno decadente, il suo governo è il meno riformatore. La Lombardia caduta sotto l'Austria è diventata imprendibile, la Francia salvaguarda la falsa indipendenza di Genova; quindi il Piemonte si arresta. Il suo dispotismo regio e militare non s'accorda col soffio liberale che vivifica l'Europa: la sua vecchia politica di doppiezza e di guerra non è più possibile nell'epoca nuova. Il Piemonte regno diventa quindi meno efficace del Piemonte ducato: una paralisi subitanea lo ferma sulla via della storia, i suoi principi decadono, i suoi ministri non sono più che amministratori, governo e corte hanno tendenze e forme francesi, il popolo aspirazioni e costumi italiani. La sua indipendenza perde ogni significato dal momento che il Piemonte non è più l'unico regno progressivo e perciò l'unica speranza d'Italia. La piccineria di un egoismo piemontese raggricchia perciò corte e governo, e, togliendo loro collo slancio della conquista l'intrepidezza dell'avventura, li obbliga per reazione a restringersi nel dispotismo più ombroso ed antipatico. Mentre tutti i principi d'Europa e d'Italia sono miscredenti, i Savoia diventano bigotti: l'Austria ospita Giannone, e Carlo Emanuele III lo rapisce a tradimento per farlo morire in carcere. La lotta con Roma non ha in Piemonte lo stesso significato liberale che a Napoli e a Firenze: il re emancipa i servi per farne dei sudditi, toglie le dominazioni temporali ai vescovi di Tarantasia, Moriana e Novara, poscia Massano ai Ferrero, Voghera ai Del Pozzo, l'indipendenza alla val d'Aosta, il senato a Casale piuttosto per spirito di centralizzazione che di riforma. Il più liberale de' suoi ministri, il conte Radicati, è condannato all'esilio e nei beni da Vittorio Amedeo II, per avergli suggerito quanto Tanucci, Dutillot e Leopoldo dovevano più tardi gloriosamente praticare; D'Ormea, il più destro, disonora se stesso e Carlo Emanuele III coll'assassinio di Giannone: Bogino, il migliore, compie il catasto, riforma la moneta, redime la Savoia dalle manimorte e dai legami feudali, ripopola, pacifica, dirozza colle due università di Sassari o di Cagliari la Sardegna, e Vittorio Amedeo III, succeduto nel 1773, a Carlo Emanuele III, per primo atto di governo lo scaccia. Ma l'intima contraddizione, che obbliga il Piemonte ad esagerare il proprio dispotismo regio e militare in una bigotteria stupida e feroce mentre gli altri stati italiani morti alla politica possono liberaleggiare nel governo, s'acuisce al punto che tutti i migliori spiriti debbono uscirne. Alfieri, Lagrangia, Berthollet, Bodoni, lo stesso Denina, per quanto Vittorio Amedeo gli avesse stampato Le Rivoluzioni d'Italia, cercano in un esilio volontario una libertà italiana che non assomigli all'avara tirannica indipendenza piemontese.

Lo Stato pontificio.

Peggiore di tutti, lo stato pontificio non ha e non può avere riforme, giacchè il loro principio deriva appunto dalla lotta dei principi contro la chiesa per la laicità dello stato. Il governo teocratico di Roma, condannato all'immobilità del proprio contenuto religioso, avversa ogni diritto moderno. La sovranità divina del pontefice vi è pietrificata nella forma medioevale; il popolo non vi esiste; non havvi altra carriera che la ecclesiastica, funzioni e cariche che pei preti, legislazione che le costituzioni papali sovrapposte al diritto romano. Roma in lotta col mondo si restringe ogni giorno più nella reazione, come in una armatura di guerra. Francesco Beccatini nella vita apologetica di Pio VI confessa che, ad eccezione della Turchia, lo stato pontificio è il peggio amministrato d'Europa. Vietata ogni esportazione di grano, vincolati tutti i commerci interni, l'annona assurdamente tirannica colla facoltà di comprare ogni cosa a prezzo da lei stessa fissato; abbandonate e isterilite le fertili terre dell'Adriatico, talchè davasi ai vicini permesso di coltivarle per proprio conto. Angherie e vessazioni di ogni sorta soffocavano qualunque germe di vita economica; il tribunale delle grascie tassava le bestie a propria voglia ed incettava tutto l'olio per rivenderlo più caro; non manifatture, dazi altissimi d'introduzione e quindi un contrabbando universale e feroce. Negli undici anni che regnò Clemente XIII si registrarono dodicimila omicidi, dei quali quattromila nella sola Roma.

Papa Lambertini, succeduto al troppo debole Clemente XII, che nominava arcivescovo e cardinale di Toledo il terzogenito di Elisabetta Farnese fanciullo di soli sette anni, aveva arrestato con destrezza degna di Voltaire la decadenza del papato, riconciliandolo o meglio tentando riconciliarlo coi tempi nuovi; ma dopo di lui papa Rezzonico (Clemente XIII) volle ritornare inflessibile, opponendo al progresso del secolo la reazione di idee medioevali. I ducati di Parma e Piacenza, che la chiesa si ostinava a dichiarare propri feudi, mentre le monarchie subivano una ultima trasformazione annullando in se stesse gli avanzi della feudalità, furono la causa prima de' suoi dissidi con tutte le potenze d'Europa. Il papato, ultimo rappresentante del periodo feudale, doveva necessariamente diventare il bersaglio di tutte le corti. Le sue pretese erano così assurde nel diritto moderno, la sua incapacità politica così evidente, l'antitesi del suo dato divino colla sua forma monarchica così irriducibile, le sue bolle così pazze colle loro idee e col loro linguaggio di un mondo già svanito, che popoli e principi l'oppugnarono. Dal momento che il principato liberaleggiava creando la laicità e la democrazia dello stato moderno contro il papato e la feudalità, bisognava che l'istinto e la ragione popolare fossero pei principi contro il papa anche allora che per contraddizioni di battaglia questi sostenesse la libertà contro il dispotismo regio. Quindi lo stato pontificio fu invaso sotto papa Rezzonico o Clemente XIII; altre contese scoppiarono con Genova, Parma, Venezia, la Savoia, la Francia, la Spagna, il Portogallo, l'Austria, l'Olanda, con tutti. Papa Rezzonico trovò nobili parole contro l'invasione dei propri stati, affermando che avrebbe preso piuttosto la via dell'esilio che rispondere come padre di tutti i fedeli alla guerra colla guerra; Clemente XIV, più aspro, fu anche più inutilmente risoluto: il maggiore dissenso era per la soppressione dei gesuiti.

Soppressione dei gesuiti.

Stati, governi, filosofi, letterati, aristocrazie e popoli si levavano contro di essi, reclamando con decreti, con scritti, con violenze la loro abolizione. I gesuiti resistevano calmi ed intrepidi, destreggiandosi nei governi, ribattendo gli argomenti degli scrittori, ammansando e deviando l'odio popolare. La loro potenza era in due secoli mirabilmente cresciuta: avevano meglio dei francescani missioni in Asia, in Africa, in America, dovunque; innumerevoli collegi presso tutti i popoli civili, dei quali signoreggiavano l'educazione; consiglieri di ogni scuola, avevano immensi stabilimenti commerciali, colonie e stati come il Paraguai; regnavano nella teologia contro i domenicani, nella morale contro i giansenisti, a Roma sul papa, ubbidendolo nullameno coll'eroismo di una disciplina che non discuteva nessun ordine, con un concetto così alto della monarchia papale da morire per essa e da essa condannati in un silenzio sublime di fede. Il cattolicismo non aveva migliore milizia, Roma più invincibili pretoriani. Da due secoli essi la difendevano contro tutti, e le avevano riconquistato molte provincie protestanti, arrestando la Riforma e tentando d'indigare la rivoluzione delle scienze; avevano educati molti re, sedotti ministri e favorite, accese molte rivolte e sedate altrettante ribellioni, sostenuta con intrepidezza filosofica la tesi del regicidio e della sovranità popolare, provocati forse parecchi regicidi, sollevandosi al disopra dei popoli e dei re con una democrazia papale più logica e più vasta della cesarea. Nulla li spaventava: la fede era in loro pari al coraggio, la destrezza raddoppiata dal segreto. Mentre Giansenio, esagerando la teoria di sant'Agostino sulla grazia, prostrava il libero arbitrio già tanto fiaccato dal cristianesimo, i gesuiti gli avevano opposto Molina difendendo nel cattolicismo i resti della ragione e della libertà umana; quando Giannone più tardi si richiamava al diritto del principato dai soprusi della chiesa, essi avevano appellato al popolo dal diritto del principato.

Quindi tutti li odiavano.

In un mondo incredulo e corrotto si opponeva loro di rilassare la morale; in un secolo rivoluzionario, che acclamava Mandeville e Diderot, Voltaire e Rousseau, Elvezio e Holbach, erano accusati di sostenere l'antica tesi di san Tommaso sul diritto del popolo di uccidere il tiranno. Parrebbe una contraddizione, e non era. La rivoluzione, guidata dallo spirito francese al rinnovellamento dello spirito d'Europa, riconosceva istintivamente nei gesuiti la sola forza del papato. Tutti gli altri ordini religiosi, gli stessi preti dai più poveri curati ai più ricchi cardinali non avevano più l'antica fede battagliera; gran parte del clero viveva nella più crassa ignoranza, i prelati affettavano l'incredulità come ai tempi migliori del rinascimento, i domenicani non ispiravano più alcun timore, i francescani meritavano più poco rispetto. I gesuiti soli combattevano per Roma, erano la sua tradizione unitaria, i soldati del suo dogma papale. La loro tesi del regicidio e la loro temeraria affermazione della sovranità popolare contro i principi non derivavano dai principii ancora torbidi e dalle passioni latenti della rivoluzione, ma erano audaci e abili espedienti di guerra, improvvisati secondo i luoghi ed i tempi nell'interesse dell'idea cattolica e papale. La loro democrazia non era che la base di un dispotismo pontificio tanto maggiore di quello dei Cesari, quanto l'impero cattolico era più vasto del romano.

Quindi nella lotta dei principati europei contro il papato, come superstite forma medioevale e ultimo rappresentante del patto antico fra la chiesa e l'impero, tutti si accordavano a chiedere violentemente la soppressione dei gesuiti. Era un imporre al nemico di disarmarsi, secondo l'acuta frase di Federico II. Roma resisteva. Gli argomenti svolti contro i gesuiti l'avrebbero dovuta persuadere a conservare nel loro ordine una milizia, contro la quale gl'increduli delle nuove filosofie e i nuovi giuristi del principato avevano dovuto stringere una coalizione mondiale. Giammai lotta ebbe incidenti più vari, scene più equivoche e tremende. Pascal alla testa di Portoreale scrisse contro i gesuiti un capolavoro, Le Provinciali, dando alla prosa francese quella terribile agilità che doveva farne il più mirabile istrumento di distruzione; dietro lui tutti i maggiori letterati infuriarono: gli statisti sospinsero contemporaneamente gli assalti; i parlamenti se ne immischiarono; gelosie di donne, di vescovi e di riti imperversarono e tutto crollò simultaneamente intorno ai gesuiti. Questi stettero superbi di coraggio e di fede. Papa Ganganelli, Clemente XIV, troppo timido per solo pubblicare la solita bolla In Coena Domini, piegò sotto lo sforzo universale, sacrificando nei gesuiti gli ultimi legionari del papato. Il quale in tanto frangente fu al disotto non solo della propria idea, ma di ogni più piccolo stato italiano. Clemente XIII aveva già negata l'ospitalità ai sei mila gesuiti cacciati di Spagna e tradotti a Civitavecchia entro la stiva di vecchi bastimenti, lasciandoli errare di spiaggia in spiaggia sei mesi; Clemente XIV, meno abbietto e più imprudente, gettò Ricci, loro generale, nelle carceri di Castel Sant'Angelo. Ma il generale, degno dei propri soldati, non piegò sotto alcuna minaccia, non soccombette ad alcuna insidia, ricusò l'offerta d'un vescovado per non sottoscrivere una carta, e moribondo dettò una protesta nobilmente superba d'innocenza, commovente di rassegnazione ai voleri della chiesa. Pio VI, succeduto a Ganganelli, che si disse morto di veleno, rese al cadavere del generale tutti gli onori, ribadendo così l'errore commesso dal papato colla soppressione della compagnia di Gesù. Infatti Federico II e Caterina di Russia, i due maggiori sovrani del secolo per ingegno e potenza, ne lo sbertarono vivamente, mentre Voltaire e D'Alembert, quegli lo spirito più acuto, questi la migliore testa filosofica della Francia, spingevano l'abilità della vittoria ottenuta contro Roma sino a lodare entusiasticamente i gesuiti. Nel periodo delle riforme il papato aveva dunque commesso, per imitarle, il più assurdo degli spropositi, disarmandosi in faccia al principato intento a laicizzarsi e alla vigilia di una rivoluzione, che doveva spezzare la base millenaria della idea cattolica romana. Ma questo errore era ancora una conseguenza della sua organizzazione politica; per la quale doveva come Torino, Genova, Venezia e Napoli subire le fluttuazioni delle volontà e delle guerre europee invece di librarvisi sovranamente nella semplicità del sacerdozio. Poiché le accuse ai gesuiti non erano che politiche, e il papato sacrificandoli moriva con loro, la riforma romana fu un suicidio.

Infatti Pio VI, sbigottito dalle troppe innovazioni di Giuseppe II contro la chiesa, dimenticando l'antica altezza dei pontefici che citavano a Roma gli imperatori di Alemagna, pensò invece di andarlo a visitare a Vienna; ma il viaggio clamoroso non gli fruttò che complimenti ironici dall'imperatore, mentre il ministro Kaunitz, stringendogli alteramente la mano invece di baciargliela, lo abbassò al livello di tutti i principotti italiani più o meno sottomessi all'Austria.

Il papato era morto. Ricci, il suo ultimo eroe e il suo martire più originale, aveva trovato in Kaunitz un vendicatore anche troppo pronto.

Giuseppe Parini.

Ma per tutto questo periodo il genio italiano tace. Vico e Giannone sono morti senza successori; la grande tradizione italica si interrompe. Tutti guardano involontariamente alla Francia e ne seguono a distanza il moto, appropriandosene stentatamente le idee. La nazione addormentata nell'ozio non ha più energie di speranze o di ricordi; i governi riformano dispoticamente tutti i congegni amministrativi senza apprendere alla coscienza publica una scintilla di patriottismo. Lo scarso patriziato intellettuale vive di idee e di sentimenti esteri, la maggior parte degli scrittori pellegrinano a Parigi come alla capitale del pensiero moderno. Nullameno la letteratura nazionale si emancipa dalla servitù scolastica coll'imitazione delle letterature straniere; Baretti trasporta da Londra Shakespeare in Piemonte e tempesta sui vecchi classici con foga bizzarra ed efficace; Cesarotti traduce Ossian; Verri imita Young nelle Notti romane; Beccaria si assimila in un libercolo meraviglioso di buon senso e di limpidezza tutte le critiche recenti sulle legislazioni penali e ne detta un altro sullo Stile, del quale trova le leggi nella psicologia; Cesarotti nel Saggio sulla filosofia delle lingue scioglie i legami della pedanteria, che paralizzavano la prosa italiana. Comincia uno stile nuovo con idee, forme e andamenti più liberi derivati dall'estero. L'originalità italiana manca; Filangeri con entusiasmo giovanile improvvisa un trattato sulla legislazione, nel quale ospita tutte le idee francesi componendone quasi una nuova arcadia scientifica; Mario Pagano e Melchiorre Delfico, destinati alla gloria politica dell'imminente rivoluzione, esperimentano se stessi combattendo gli antichi abusi; Galiani, l'ingegno più acuto e brillante del mezzogiorno, economista, letterato capace di tutto comprendere e di tutto rivelare, diventa parigino ed eredita da Voltaire il bastone di maresciallo dello spirito. Gli economisti tardi ed impacciati non arrivano ad alcun sistema, imitano i governi studiando e proponendo riforme senza dare ai propri studi nè principii nè forma di scienza. Mentre la Francia ha i fisiocratici e l'Inghilterra Adamo Smith, l'Italia non ascolta che l'abate Genovesi, perde Galiani e vede Gian Maria Ortes, forse il migliore dei propri economisti, smarrirsi fra la doppia oscurità del passato e dell'avvenire. Novatore d'istinto come Vico, Ortes per andare avanti guarda indietro e rinnova con audace interpretazione economica tutto il medio evo cogli asili, i conventi, i feudi; poi, discendendo nella politica, vuol ripetere il vecchio patto fra la chiesa e l'impero perchè quella sia il potere legislativo e questo l'esecutivo. Il suo ingegno è forte, la sua logica ben addestrata, ma per seguire la tradizione italiana deve respingere tutto il mondo moderno; quindi la sua opera inutile di scrittore passa inosservata. Beccaria e Verri, Ricci e Palmieri seminano intanto buone idee e ne tentano applicazioni, quantunque sfiduciati del paese e senza troppa fede nella scienza; ma nessuno di loro sa giungere al potere per ritemprare nelle esperienze gli equivoci assiomi delle teoriche. La mancanza di libertà legali e il distacco fra principe e popolo, isolando ogni meditazione, costringeva al vago ed all'esagerato: i governi praticavano riforme con vedute proprie e con intenzioni dispotiche per emanciparsi al tutto da Roma e schiacciare sotto il proprio livello gli ultimi talli dell'aristocrazia. Nè il principato, nè la nazione badavano dunque ai novatori: la rivoluzione fermentava altrove, il moto italico era riflesso.

Nullameno anche in Italia l'uomo moderno aveva già trovato nell'arte un'espressione immortale. Giuseppe Parini e Vittorio Alfieri rappresentano in due classi distinte e con diverso temperamento il medesimo uomo. Stranieri alla società nella quale sono nati e debbono forzatamente vivere, la dominano coll'altezza di una coscienza e di un carattere ad essa incomprensibile. Una dignità insolita, un'alterezza originale alza le loro fronti e le loro parole tra la folla delle teste e dei discorsi comuni. Parini è uomo più di meditazione che di azione: il suo mondo interno fondato sulla natura e sulla ragione contrasta involontariamente al secolo fittizio e convenzionale; la sua cultura austeramente classica attraverso Dante e Plutarco arriva inconsapevolmente alle nuove idee agitanti l'Europa. Nè molto forte, nè troppo vario nell'ingegno, sorvola a tutti coll'originalità di un senso morale così schietta e profonda che da sola è già una poesia capace delle più fervide e magnanime aspirazioni. In lui l'uomo produsse l'artista: la sua poesia fu la parola del suo pensiero, lo sfogo del suo sentimento. Semplice come un contadino, onesto come un antico, liberale come un moderno, ma con un'intima misura che frenando la passione le associava la forza della ragione, egli mortificò la società del suo tempo in un poema ironico non sorpassato ancora in nessuna letteratura. Il paragone fra l'aristocrazia d'allora e l'antica, dal quale erompe la satira, non è che un'inconscia finezza del poeta animato da ben più nobile ira; Parini, avendo l'aria d'invocare la soldatesca virilità dei vecchi signori, richiama a un'altra virilità moderna senza nè ferocie tiranniche, nè privilegi micidiali. Un nuovo mondo, una più giovane coscienza si schiudono nei suoi versi. Il pedagogo che ammonisce e il poeta che deride sono del secolo di Rousseau; il sentimento religioso di Parini ricorda la teologia naturale del Vicario savoiardo; nello stridore della sua ironia borghese passano a volta a volta gli stessi fremiti che sollevano le migliori pagine delle Confessioni. Parini ignora forse Rousseau, ma il secolo congiunge le loro due opere riunendo in uno sforzo comune l'impeto delle loro due poesie. Il dolore delle ingiustizie sociali non turba a Parini nè l'equilibrio del pensiero, nè l'equaninimità del sentimento; quindi l'ironia colla quale flagella la società non è più quella del buon senso, scettica ed allegra come in Boccaccio e in Ariosto, ma un'ironia più profonda, tragica e profetica, che annunzia nella dissoluzione di un mondo decrepito l'alba di un mondo migliore. È l'ironia del senso morale. Fra poco il suo sibilo si muterà in bufera rivoluzionaria per spazzare tutta quella vecchia società, ma il poeta, percosso di terrore ed incapace di vedere il sereno fra gli squarci della tempesta, cesserà di cantare. Forse lo stesso implacabile disprezzo gli si muterà all'ultima ora in misericordia, quando il sangue dell'aristocrazia trucidata, colando per tutte le terre di Francia, susciterà in Italia un'arcadica demagogia scimmiottante negli abiti e nelle parole la terribilità della scena parigina. Allora Parini vecchio romperà il silenzio per scrivere a Silvia l'ode Sul vestire alla ghigliottina, lasciando incompiuto il poema del Giorno, nel quale aveva saputo rattenere per molti anni lo sdegno rivoluzionario.

Vittorio Alfieri.

Dove Parini aveva guardato, l'Alfieri si avventò: quegli aveva maneggiato lo scudiscio dell'ironia, questi si scaglia sulla vecchia società colla classica scure del littore romano.

Con terribile prontezza Alfieri vede e misura la nullaggine della società, dalla quale è nato, e la sua fibra gagliarda, il suo eletto orgoglio ne sono così ributtati che fugge viaggiando per l'Europa. È poeta e s'ignora, è tragico e si arrovella con se medesimo, ma l'Italia l'insegue dappertutto. L'infingardaggine e la vigliaccheria paesana irritano la sua attività contendendone ogni campo. L'izza del poeta diventa furore. Non ha frequentato le scuole, non conosce i classici, cerca una modernità, che sente e non sa ancora esprimere; è uomo nobile di nascita ed abborre l'aristocrazia, cerca uomini e non ne trova nemmeno nella borghesia e nel popolo. Tutte le idee francesi fermentano nel suo spirito, risvegliando il suo orgoglio italiano contro la Francia stessa. Finalmente un caso gli getta un Plutarco tra le mani, e gli eroi della antichità diventano i suoi contemporanei, gli uomini del suo spirito; un altro caso gli suggerisce di schizzare una scena tragica nella camera dell'amante ammalata; e il poeta, rivelandosi subitamente a se stesso, si scaglia sugli altri per trarli nel proprio mondo colla forza irrompente di un convertito e coll'albagia di un antico signore.

La sua tragedia è una battaglia della libertà contro la tirannia, della virtù contro il vizio, del genio contro la mediocrità, dello stato contro la chiesa. Non vi sono nè mezzi caratteri, nè figure di accompagnamento; vi si ama, ma non vi si veggono amanti; la scena è occupata dal tiranno e dal ribelle, aspri, enormi, inflessibili. Il verso stride come un ferro rovente nell'acqua, le parole squillano come mazze sugli scudi, la frase balena come una lama di pugnale. Non varietà di scena, non episodi, non dramma vero, non tragedia umana; ma una lotta di idee espresse da personaggi che paiono vivi, tanta è la vita che erompe da quelle idee: una battaglia di sentimenti con eroi che sembrano veri, tanto il loro unico sentimento è sincero. Nel teatro di Alfieri vi è già la libertà, ma non vi sono i liberi; la republica, non i republicani; il clero, non i sacerdoti. Il personaggio tipico non vi arriva alla suprema verità individuale, ma forse mai verità tipica fu più intensa.

Il pubblico, che accorre a queste tragedie, ne esce stordito. Quell'azione rapida, stringata, sopra una scena nuda, squallida, senza incidenti, con pochi personaggi, con una sola idea e una sola passione, gli è penetrata nell'anima come un ferro; Metastasio colle sue nenie, co' suoi vapori, colle sue decorazioni orientali, è superato. Quei pochi attori che sembrano ruggire invece di recitare, che mettono nelle proprie parole un'energia eccessiva anche per l'azione, che parlano seriamente di morire, e amano e odiano con così irresistibile furia, producono sulle immaginazioni deboli l'effetto di una evocazione. Nessun lenocinio, nessuna concessione in queste tragedie; nella loro nuova moralità il vizio è sempre vittorioso e la virtù sempre sacrificata; l'eroismo soccombe come il genio; la necessità della lotta, la gloria della sconfitta, lo stoicismo dell'olocausto, ecco la loro retorica.

Volendo essere il redentore d'Italia, Alfieri si getta al teatro, perchè solo con esso e per esso può giungere al pubblico. L'immunità della poesia salva le sue tragedie dalle repressioni dei governi. Le sue maledizioni che tuonano su tutte le corti, i suoi furori che esaltano tutte le plebi, le sue bestemmie che inseguono il clero persino nella chiesa, la sua modernità che lo obbliga a prendere le idee della Francia e a rinnegarla per conservarsi italiano, il suo classicismo che spezza tutte le vecchie maschere teatrali collo scoppio di parole e di sentimenti originali, il suo orgoglio di uomo che lo erge sprezzante in faccia a tutti i re, la sua alterezza di grande uomo che lo innalza sopra il popolo, la sua irrequietezza di poeta che lo costringe a ripetere senza rinnovarle le proprie tragedie, la sua passione per la Toscana che gli rivela il segreto della tradizione italiana, il suo amore burbero, lirico, tragico per l'Italia, l'asprezza del suo carattere e del suo genio, la spontaneità della sua natura stretta fra due mondi e nullameno capace di contenerli, gli danno una popolarità e una gloria senza raffronti in tutta la letteratura nazionale. Non lo si capisce bene, ma lo si segue: gli altri poeti ammutoliscono, e paiono come tanti veltri intorno ad un cinghiale. Alfieri è da solo un'altra Italia. Dalle sue collere, che sono uragani, verrà una fecondazione non prima conosciuta: le sue invettive si muteranno in tremuoti; la rapidità delle sue tragedie, che sembrano affrettarsi con feroce impazienza verso la catastrofe, accelererà la rivoluzione italiana.

Ma Alfieri non ne vedrà che l'inizio e non potrà intenderne il processo. Gli eccessi del Terrore francese gli rivolteranno la coscienza e gli ispireranno il Misogallo, ammirabile ed assurda reazione della personalità italiana contro la rivoluzione, dalla quale riceveva la vita; Napoleone non imporrà, colle proprie vittorie romane, rispetto alla protervia socratica del suo carattere sempre più alto di tutti gli avvenimenti e più puro del più puro fra i suoi personaggi. L'anima d'Alfieri, tempestosa come quella di Dante ma più nobile ed efficace a creare col proprio esempio una generazione di uomini nuovi, inizierà la terza epoca italiana. Come poeta ed artista Alfieri non vale certo nè Schiller, nè Goethe, suoi contemporanei; come uomo è il solo che possa rivaleggiare, sebbene da lui diversissimo, con Franklin. Questi è l'originalità e la gloria del carattere americano; quegli la modernità e la grandezza del carattere italiano: Franklin ha il buon senso sereno di un mondo che comincia; Alfieri il senso tragico di due mondi che si cozzano, sui quali fosco ed eroico si alza, urlando ai codardi che fuggono come ai vincenti che si sbandano, ai re che soccombono come ai tribuni che tradiscono, mentre con lirico oblìo di ogni proprio pericolo guarda la bandiera della libertà salire sempre più alto su monti di feriti e di morti.

Alla fine di questo periodo così attivamente riformatore nessuno stato italiano cova quindi una rivoluzione. Il principato cresciuto a regno nel Piemonte, nelle due Sicilie e nello stato pontificio ha esaurito la propria formula. Le vere differenze regionali sono pressochè scomparse: un medesimo dispotismo ha livellato i popoli della penisola, sciogliendoli dai legami della feudalità e del municipalismo; ma fra popolo e governo si è venuto scavando inavvertitamente un abisso. L'uno comanda e l'altro ubbidisce: la legge non congiunge libertà ed autorità, coscienza pubblica e coscienza privata sono antagoniste. Se la separazione doganale e politica isola ancora i popoli d'Italia, una stessa negazione significata dalla medesima indifferenza per i propri principati li affratella: tutti i migliori spiriti sono riformatori, i più alti sono inconsciamente rivoluzionari. Il patriottismo retorico del Machiavelli, dopo avere squillato nelle odi di tutti i poeti del seicento e del settecento, diventa vera poesia in Parini e in Alfieri. Si comincia a vedere una Italia intera al disotto e al disopra di tutti i suoi principati immobili nel mondo europeo; e poichè questi non possono più combattersi l'un l'altro per agglomerarsi in un corpo solo, son tutti egualmente inutili e tutti saranno rovesciati dall'imminente rivoluzione francese.

Gli animi sono sospesi, i governi disarmati, i popoli inermi, gli scienziati distratti, i filosofi silenziosi, gli statisti paralizzati: solamente i poeti cantano, ma la loro voce, come quella dell'alcione, annuncia la tempesta.

La tempesta scoppiò a Parigi.