WeRead Powered by ReaderPub
La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 93: Consulta di Lione.
Open in WeRead

About This Book

A sweeping political history that follows Italy's institutional evolution from the barbarian fusion after Rome's fall through medieval communes, signorie, and republican centers to early modern principalities and the reforms and upheavals of the Renaissance, Reformation, and Enlightenment; it examines military change, condottieri, and the rise of centralized states, the effects of Napoleonic rule and its collapse, and the reactionary Congress of Vienna. The narrative analyzes cultural and intellectual currents alongside constitutional experiments, showing how local governments, dynastic politics, and popular movements shaped modern Italian political identities.

Capitolo Secondo.
Fine delle republiche

Il Consolato francese.

All'eco dei disastri francesi Bonaparte vincitore ad Aboukir abbandona l'esercito d'Egitto, approda a Fréjus con quasi tutto lo stato maggiore e si difila su Parigi. L'entusiasmo scoppia sotto i suoi piedi. Il direttorio, nonchè processarlo quale disertore, lo accoglie come un padrone cui tutti anelano di sottomettersi: i Bruti come ad un Cesare col quale risalire al potere, i moderati come ad un forte capace d'infrenare finalmente la demagogia, i realisti come ad un futuro Monk, i disimpiegati e gl'intriganti come al più fortunato dei venturieri, i soldati come al prediletto della vittoria. I generali, quasi paladini di nuovo ciclo romanzesco, gli si stringono intorno: Fouché, il più terribile politico, e Talleyrand, il più duttile diplomatico fra i giacobini, gli si offrono; questi lo concilia con Sieyès daccapo invocato oracolo di nuova costituzione. Così il miglior teorico e il maggior soldato della rivoluzione si accordano ad abbattere il direttorio e ad emanare la costituzione dell'anno VIII. Da essa, attraverso inutili complicazioni di liste dipartimentali, comunali e nazionali, di un consiglio di stato che proponeva le leggi, di un tribunato che le discuteva, di un corpo legislativo che le votava mutamente, di un potere esecutivo affidato a un grande elettore vitalizio, specie di re costituzionale moderno e di idolo indiano, sorge vivo e forte il consolato. Sieyès, sorpassato, si ripiega silenziosamente sul senato; Bonaparte, primo console, ottiene più che una dittatura. Quindi collocatosi al centro dei partiti, li neutralizza abilmente consolando la stanchezza generale della lunga anarchia colla visione dell'unità. Limita il numero dei giornali, rinsalda la sbranata amministrazione comunale entro circoscrizioni prefettizie ubbidienti ad ogni impulso del gabinetto centrale, ricostituisce nel nuovo dispotismo democratico la gerarchia del merito concentrando tutti gl'ingegni intorno a se medesimo, deporta senza processo i più accaniti giacobini, schiaccia e placa la Vandea, doma le fazioni, mette l'uguaglianza nelle leggi e nelle loro applicazioni, consentendo alle inevitabili differenze naturali e storiche della società; finalmente, con suprema abilità di conciliatore, adula l'instituto e decreta pompose onoranze funebri a Pio VI morto esule a Valenza.

Oramai tutti respirano: al terrore del Terrore succede un'esplosione di giocondità che circonda Bonaparte di un'aureola meno fulgida e più cara dell'altra gloria.

Battaglia di Marengo.

Ma quantunque Massena e Brune abbiano già salvata la Francia, quegli sconfiggendo Suvoroff nella Svizzera e questi costringendo gli anglo-russi a capitolare in Olanda, dietro continue invocazioni di pace il nuovo console non bada che ad allestire la guerra. Siccome il supremo grado politico gli vieta il comando degli eserciti, Bonaparte nomina pro forma generalissimo Berthier e con trentacinque mila coscritti emula Annibale al passaggio del San Bernardo. L'impresa di tale valico era così temeraria che Napoleone, avvisandone clamorosamente l'Europa, ingannò tutti col dire la verità. Melas, che s'accaniva intorno alle possibili discese in Liguria, non vi credette e lasciò sguernite Alpi e Lombardia. La guerra mutava. L'eroico Massena, mandato innanzi da Napoleone per la riviera di ponente contro Melas, mentre Moreau penetrando nella Germania contro Kray passava già vittoriosamente il Danubio, aveva resistito più che umanamente entro Genova per dare al primo console il tempo di varcare le Alpi; e mal domo dalla fame conchiudeva col nemico superiore non vincente una capitolazione, che volle con epico orgoglio chiamata solamente convenzione. Per essa usciva da Genova intatto coll'onore delle armi, mentre Melas, superbo di aver vinta la guerra, aveva appena il tempo di voltarsi al clamore di Napoleone entrato in Milano. Il vecchio generale austriaco, che l'aspettava ingenuamente a Ventimiglia, tardi pentito s'affretta intrepidamente alla battaglia; la presa di Piacenza operata con fulminea rapidità da Murat, tagliando in due l'esercito imperiale, non lo sgomenta; ma Bonaparte, rinfiancato dalle artiglierie trovate in Milano, con maggior ardimento lascia scoperta la Lombardia per correre sul nemico nelle pianure del Piemonte. La battaglia divampa a Marengo così fiera tra i veterani imperiali e le reclute francesi che queste ormai piegano sotto il loro terribile sforzo, quando Desaix tragicamente fortunato arriva a rinforzo e muore strappando ai tedeschi la vittoria.

Questa rotta costerna sì fattamente gli austriaci che cedono tutte le fortezze pur di ritirarsi a Mantova, curvi sotto la sprezzante meraviglia dell'Europa per tanto avvilimento: ma poichè Francesco II, trattando contemporaneamente della pace con Bonaparte e con Moreau, tergiversa sino ad arrestare slealmente l'ambasciatore francese e ad accettare 62,000,000 di sussidi dall'Inghilterra, Napoleone riprende sdegnato la guerra iniziando la famosa campagna d'inverno terminata in venti giorni. Augereau è sul Meno. Moreau sull'Inn, Brune sul Mincio; Macdonald, rivaleggiando con Napoleone, si spicca da Moreau con quindici mila uomini e traversa lo Spluga per formare l'ala sinistra dell'esercito d'Italia. Quindi Moreau annichilendo a Hohenlinden l'arciduca Giovanni e Brune ricacciando Bellegarde dal Mincio, fiaccano, l'orgoglio di Francesco II, che colla pace di Lunéville (1801) subisce presso a poco le condizioni del trattato di Campoformio.

L'Italia ritorna sotto il protettorato francese.

Bonaparte vincitore ripristina la republica cisalpina, creandovi una consulta con podestà legislativa e una commissione di governo con potere esecutivo, entrambe sottomesse a Petiet ministro straordinario di Francia. Quindi riapre l'università di Pavia chiusa dai sospettosi tedeschi, piaggia i dotti, accarezza gli aristocratici; questa volta le sue intenzioni sono così mutate da quelle della prima campagna del 1796 che i democratici, trascurati o reietti, sono forzati di accorgersene, ma, incapaci di un qualunque riparo, avvallano più profondamente in questa nuova contraddizione. Dalla cisalpina tornando prontamente in Francia, il console per rispetto di Paolo I di Russia, ostinato protettore del Re di Savoia, lascia in sospeso la riorganizzazione del Piemonte. Veramente dopo la vittoria di Marengo aveva proposto a re Carlo Emanuele di ritornarlo in seggio se rinunciasse Nizza e Savoia alla Francia; ma questi, che prima aveva abdicato per timore, sicuro in Sardegna, si ricusò ai pericoli di un simile ritorno e nemmeno volle discutere la nuova offertagli cessione di tutta la cisalpina. Le condizioni del Piemonte, economicamente tristissime, peggioravano in questa suprema incertezza di governo, che permetteva agli amministratori e ai generali francesi ogni sorta di eccessi. Cresceva la confusione dei partiti: chi voleva essere francese, chi italiano, chi piemontese; gli aristocratici rimanevano bigottamente col re, i democratici si laceravano mutualmente. Intanto Napoleone, modificando ancora le proprie intenzioni, cedeva per consiglio di Prina tutto il Novarese alla cisalpina.

A Genova, sottomessa da Melas ad una reggenza imperiale e reale, si costituivano come nella cisalpina una commissione e una consulta sotto al ministro straordinario generale Dejean; Modena annessa alla cisalpina aveva pel trattato di Lunéville ceduto alla Brisgovia il proprio duca; Parma invece ingrossava il proprio con tutta la Toscana sino a farne un re d'Etruria. Con questo titolo l'infante di Spagna e duca di Parma doveva difendere l'Italia centrale e specialmente Livorno dagli assalti inglesi; ma questi si spense ben presto, e la reggenza assunta da Luisa di Borbone pel figlio giovanissimo Carlo Lodovico vi era regolata dispoticamente da Murat. La pronta ed esemplare punizione di Arezzo aveva già tolto alla Toscana il mal vezzo di scannare proditoriamente i francesi, acclamando i tedeschi come liberatori.

Napoli rimasta sola alla guerra dopo il trattato di Lunéville e minacciata da Murat con grosso esercito, non ebbe altro riparo che il solerte ingegno della regina Carolina, la quale, recatasi a Pietroburgo, ottenne per l'intercessione di Paolo I pace dal console. Ne furono condizioni lo sgombro dei soldati regi da Roma, la chiusura di tutti i porti agl'inglesi, la cessione di Portolongone e di Piombino alla republica francese, lo stanziamento di due grossi presidii francesi negli Abruzzi e nelle Calabrie.

Il Concordato.

A miglior fortuna invece sembrava risorgere il papato. Morto Pio VI nel Delfinato e radunatosi all'ombra labile delle bandiere tedesche il conclave in Venezia, venne eletto Barnaba Chiaramonti, già vescovo d'Imola, uomo di buoni costumi e di miti propositi. L'Austria, per l'assurdo diritto di veto concesso dal papato alle tre grandi potenze cattoliche, diede l'esclusione al filosofo Gerdil, e, fissa nell'idea di ulteriori conquiste, mirava ad impedire il ritorno a Roma del nuovo papa. Pio VII invece vi si affrettò, accolto dai romani come liberatore. Quindi ristorò le finanze comunali, trasferendo molti loro debiti alla camera pontificia; abolì parecchie gabelle privilegiate; creò due tasse, l'una reale e l'altra dativa: quella conteneva fra le altre una contribuzione di valimento per la sesta parte di tutte le rendite sopra coloro che le consumassero fuori di stato, questa manteneva ancora le gabelle del sale obbligatorio e del macinato. Pei beni ecclesiastici venduti cassò la vendita, salvando ai compratori il rimborso del quarto.

Ma un nuovo accordo del papa col primo console doveva rinnovare improvvisamente il prestigio del papato. Affogatasi la rivoluzione in quell'orribile mareggio di sangue che aveva allagato mezza Europa, e cominciata la reazione conservatrice col trionfo di Bonaparte, questi, fatto l'animo a maggiori grandezze, comprese tosto la necessità di un componimento con Roma. Già negli spiriti rifioriva il sentimento religioso, atteggiandosi nella letteratura con nuove forme romantiche; erano cessate le persecuzioni, emigrati e preti venivano riammessi, surrogandosi per questi ultimi il giuramento civico con una semplice promessa; il bisogno del culto e della pace religiosa cresceva tutti i giorni. Accordandosi con Roma, la rivoluzione trionfava una seconda volta della monarchia, alla quale non era rimasta altra forza che la devozione di alcune campagne.

Così Bonaparte, che tre giorni dopo la vittoria di Marengo ne aveva fatto parola col cardinale Martiniana, rinnovò abilmente le pratiche, blandendo la vanità del pontefice e minacciandolo al tempo stesso con un concilio nazionale di vescovi giurati, da lui medesimo adunato in Parigi. Roma, desolata per la sospensione di ogni culto cattolico in Francia, si vedeva minacciata da un nuovo scisma gallicano, nel quale la maggior parte dei credenti francesi avrebbe potuto gittarsi, trascinando coll'esempio l'Italia ridotta a potestà di Napoleone e già da gran tempo inquinata di giansenismo. Il moto, provocato dal Ricci vescovo di Pistoia, erasi piuttosto allentato che estinto: Degola, Palmieri, Zola, Tamburini, Gauthier, Vailna, combattevano ancora per simile dottrina; alcuni vescovi italiani, come il Solaro di Novi, parlavano perfino di aderire al concilio parigino. Roma piegò. Il cardinale Consalvi, l'arcivescovo di Corinto e il teologo Caselli trattarono a Parigi del concordato con Giuseppe Bonaparte, Cretet e Bernier curato di San Lodo. Le condizioni gravissime per Roma ribadirono molte delle vecchie contraddizioni politiche e religiose del papato. Questo concedeva al governo francese di regolare l'esercizio del culto con norme di polizia, riconosceva le nuove circoscrizioni rivoluzionarie delle diocesi e i vescovi nominati ad esse dal console, imponeva le dimissioni ai vescovi profughi che avevano nobilmente ricusato di giurare, ordinava a tutti i vescovi di non eleggere a curati che persone ben accette al governo; ogni alto e basso funzionario ecclesiastico doveva giurar fede alla republica; si riconoscevano al primo console tutti i diritti e le prerogative degli antichi re cristianissimi; si assolveva finalmente la vendita dei beni ecclesiastici. Per questo articolo gli scrupoli di sua santità furono maggiori che per tutto il resto, ma gli argomenti usati dall'Albani e dal Merenda per vincerli rivelarono colla loro casistica sottigliezza l'inanità della sua coscienza politico-religiosa. I due teologi infatti poterono persuadergli che, con la promessa di non molestare nel possesso i compratori di tali beni, ne conferiva loro immediatamente la proprietà invece di riconoscerla come un fatto giuridico anteriore. Ma riconquistando la Francia al cattolicismo e patteggiando così col primo console, il papato acquistava un'importanza politica che lo rimetteva alto sull'Europa. Il vecchio principio monarchico rappresentato dalla famiglia del re decapitato soccombeva daccapo al principio ieratico di Roma, mentre la rivoluzione stessa, costretta ad entrare attraverso il consolato nella forma imperiale per organizzare le proprie idee, sembrava nuovamente sottomettersi alla più antica autorità religiosa contro la quale era insorta. L'avvenire era dunque signoreggiato dal cattolicismo come il passato. Roma imperava; Napoleone dopo tante vittorie rivoluzionarie doveva ripristinare il regno e capitolare col pontefice per fondare il proprio governo. Il fatto pareva ed era enorme. Non si vedeva allora che il papato separandosi dal principio monarchico si suicidava, per non rimanere che un semplice pontificato religioso. Ma Napoleone, che, confessando contro i giansenisti la propria ammirazione per la podestà unica ed universale del papato, aveva già scoperte le proprie tendenze all'impero, si affrettava a conquistarlo coll'aiuto morale di Roma. Tutto gli giovava, lo splendore di tante vittorie, l'improvvisa irresistibile fortuna, il codice promulgato, il governo assodato, la pronta ed uniforme amministrazione, la stessa tradizione monarchica e l'oscura necessità della rivoluzione di contraddirsi nella forma imperiale per conquistarvi l'unità indispensabile ad una lotta decennale contro l'Europa. L'Inghilterra, rimasta ultima nella guerra, rovesciava Pitt e piegava alla pace di Amiens; Paolo I di Russia, supremo ostacolo per l'annessione del Piemonte alla Francia, moriva strozzato dai satelliti di suo figlio Alessandro. Quindi Napoleone, con un decreto antidatato per nasconderne al nuovo czar l'impertinenza, annette immediatamente il Piemonte alla Francia, dividendolo in sei dipartimenti; e blandisce la vanità del giovane imperatore, pregandolo di associarsi a lui per dare finalmente pace al mondo travagliato.

Saliceti, secondo ordini segreti, riforma daccapo Lucca con più aristocratica costituzione e ne reca il governo in mano ai più grossi proprietarii e negozianti; Moreau di Saint Méry viene mandato a reggere Parma scaduta alla Francia per la morte del duca Lodovico.

Consulta di Lione.

Riconciliatosi col papato, vinta l'Austria, adescato lo czar, pacificatosi coll'Inghilterra, adorato dall'esercito e dal popolo, Napoleone si servì astutamente dell'Italia per saggiare in Francia i primi effetti d'un'apparizione imperiale. Laonde, fingendo di cedere a supplicazioni di popoli italiani, convocò a Lione una consulta straordinaria per dare stabile ordinamento alla cisalpina, facendone al tempo stesso un vero stato e un forte baluardo contro l'Austria. Vi convennero rappresentanti di tutte le città allora affratellate, e ne uscì senza discussione, perchè imposto dal console e vegliato da Talleyrand, uno statuto col quale si stabilivano tre collegi elettorali permanenti e a vita completantisi da se medesimi: cioè trecento grossi proprietari, duecento grossi negozianti ed altrettanti letterati. Era ufficio loro nominare i membri della censura, della consulta, del corpo legislativo, dei tribunali, della camera dei conti: i possidenti dovevano sedere a Milano, i commercianti a Brescia, i dotti a Bologna. Come magistrato supremo, la censura composta di nove possidenti, di sei dotti e di sei commercianti sedeva invece a Cremona, adunandovisi cinque giorni dopo lo scioglimento dei collegi e sciogliendosi dieci giorni appresso. Il corpo legislativo non poteva nè proporre nè discutere, ma solo squittinava. Era unica religione la cattolica, e con incredibile regresso venivano ripristinati i fori ecclesiastici. Presidente per dieci anni, rieleggibile, quindi a vita, Bonaparte; vice-presidente Melzi.

Era una creazione dispotica con governo dittatoriale: di sovranità popolare, di elettorato, d'indipendenza e di libertà nemmeno un cenno. Ma a questa mostruosa republica, campata fuori della storia e del diritto come un'assurda transazione fra la rivoluzione e l'impero, la conquista e l'autonomia, si appose il nome di italiana. Questa grande parola, finalmente pronunciata, compensava col proprio valore ideale tutti gl'inevitabili e inestricabili errori dell'opera.

Bonaparte stava lontano, Melzi presente si obliava nella pompa della propria carica: il ministro Prina rinsanguava le finanze, si sviluppavano le armi, si cassavano gli ultimi privilegi aristocratici, si favorivano gl'ingegni, crescevano le speranze di vera indipendenza, quantunque represse dal governo ligio agli ordini del primo console. Molti furono carcerati per ciò solo che parlavano troppo di libertà. Intanto il nuovo benessere materiale aumentava, giustificando in parte le impudenti adulazioni di tutti gli scrittori al nuovo padrone. Naturalmente Genova, fra il Piemonte divenuto provincia francese e la recente republica più napoleonica che italiana, dovette riformarsi, supplicando con servile ipocrisia il primo console a darle nuova costituzione. E la grazia fu concessa, e la costituzione fu coi tre collegi dei possidenti, dei negozianti e dei dotti, che rappresentavano sovranità ed elettorato con un senato di trenta membri ed un doge eletto per sei anni: i distretti nominavano le consulte giurisdizionali, e queste eleggevano i membri della consulta nazionale. Il protettorato francese stava al disopra di tutto, e più alta di esso la volontà del primo console.

Mentre gli aristocratici, lusingati con ogni maniera di uffici, aderivano in massa al nuovo regime, e i democratici, spesso carcerati od espulsi, vedevano vanire sotto la prepotente ingerenza dei proconsoli di Bonaparte il proprio sogno di una vera republica italiana, re Carlo Emanuele di Savoia, ramingo per l'Italia in preda a nere malinconie, abdicava davvero il perduto regno al fratello Vittorio per consacrarsi tutto alle pratiche religiose, e Murat scacciava con tirannica crudeltà dalla Toscana i proscritti napoletani. La restaurazione napoleonica pigliava l'andatura di tutte le altre: si ordinava a Soult, accantonato sul Tronto, di condurre l'esercito a messa nelle domeniche: si ricercavano fra le macerie della rivoluzione e il disordine di tutti quei governi e quei costumi improvvisati i resti dell'antico rispetto all'autorità, invocando Dio e incensando il papa, distinguendo i marchesi e dispettando ogni uomo di carattere, abituando al dispotismo coi benefizi dell'uniformità amministrativa e dell'uguaglianza legale.

Ma la segreta dialettica della rivoluzione incalzava il consolato all'impero, costringendo Napoleone a farsi gridare imperatore.