Capitolo Terzo.
I regni francesi in Italia
L'impero francese.
Da console vitalizio ad imperatore il passo non parve enorme, poichè l'elezione plebiscitaria, per quanto equivoca nel modo, salvava la democrazia, e la rivoluzione, uscendo dal costume, restava nelle leggi. Pio VII, sempre rimorchiato da tutti i grandi avvenimenti, venne sino a Parigi per incoronare il nuovo imperatore nella chiesa di Nostra Donna (1804), rinnegando così l'antica monarchia del diritto divino. I Borboni adunati a Colmar per protestare vi gettarono invece le basi di un sistema rappresentativo da concedere alla Francia quando cadesse Napoleone, senza accorgersi di uccidere così una seconda volta il proprio principio tradito dal papa. Plebe e soldati esultavano, l'Europa ammirava ed armava, l'Italia al solito invitava. I delegati della republica italiana andarono a Parigi per scongiurare Napoleone a ridurli sotto la propria monarchia, cingendosi la corona ferrea; ed egli, incalzato dai ricordi di Carlomagno, ridiscese a Milano con un esercito di cortigiani fra gli osanna del popolo. Si disse allora che, strappando di mano all'arcivescovo Caprara la corona, mentre questi si disponeva ad incoronarlo, e calcandosela alteramente sul capo, Napoleone esclamasse minaccioso: «Dio me la diede, guai a chi la tocca!» Lirica sfida che la storia contemporanea raccolse, e alla quale la storia posteriore non credette.
Nullameno una specie di regno d'Italia era fondato: Eugenio di Beauharnais, figliastro di Bonaparte, vi dominava vicerè; il ducato di Parma vi diveniva semplice dipartimento, la republica di Genova colla solita forzata spontaneità vi si annetteva, Lucca e Piombino costituivano un principato per Elisa e Felice Baciocchi, che doveva presto assorbire tutta la Toscana. Intanto l'Europa eccitata dall'Inghilterra, spergiura alla pace d'Amiens, e alla quale Napoleone aveva già risposto coll'insensata minaccia del campo di Boulogne, preparava contro di lui una terza coalizione. Austria, Russia, Napoli, Svezia, Turchia risorgono a difesa del diritto publico europeo conculcato dall'usurpatore; Pitt è il tesoriere della nuova guerra, la Russia forma il retroguardo dello immenso esercito. Ma Napoleone, sollecitato da Fouché ad una pronta vittoria, viola con incredibile temerità il territorio prussiano, piglia il generale austriaco Mack alle spalle, lo chiude in Ulma, lo fa prigioniero, marcia su Vienna, vi penetra, emana decreti dall'imperiale Schönbrunn. L'arciduca Carlo, incalzato da Massena vincitore a Caldiero, si ripiega invano sull'Austria, giacchè l'esercito italico, congiuntosi con quello di Napoleone, prostra ad Austerlitz con maggiore vittoria tutta la massa degli austro-russi.
L'Austria fiaccata patteggia a Presburgo (1805), abbandonando il regno d'Italia, la Venezia, la Dalmazia e l'Albania; la Russia retrocede, la Prussia scende a nuove cessioni, i Borboni di Napoli allibiscono. La regina Carolina, che vantavasi ancora impudentemente di avere ingannato Napoleone con una finta neutralità, resiste sola fra lo sbigottimento generale. All'annunzio della battaglia di Austerlitz e del decreto di Napoleone che annunciava al mondo: «i Borboni di Napoli hanno cessato di regnare», gli inglesi e i russi sbarcati nel regno per difenderlo si ritirano, il re preparandosi a fuggire ordina ai generali di morire piuttosto che cedere una sola fortezza, la regina ostinata all'ultima resistenza è travolta dalla fuga generale. Giuseppe Bonaparte, nominato da Napoleone re di Napoli, si avanza con Saint-Cyr e Massena. Tutto piega; Gaeta sola resiste, intanto che gl'inglesi occupano Capri, e la regina riparata in Sicilia scatena le vecchie bande di Rodio e di Fra Diavolo sul continente. Ma i tempi sono mutati: l'entusiasmo superstizioso ed anarchico della prima reazione non si rinnova.
Appena insediato, Giuseppe Bonaparte, piuttosto ministro di Napoleone che re, ordinava il regno alla francese tra le feste solite in Napoli per tutti i conquistatori. Stabiliva ministeri e consigli di stato, aboliva ventitre tasse indirette per sostituirvi la fondiaria senza esenzioni, ma purtroppo senza catasto; dava a censo il Tavoliere delle Puglie, toglieva giurisdizioni feudali e privilegi di nobili, svincolava fidecommessi, aboliva conventi, disciplinava la publica istruzione, sistemava giuoco e prostituzione, illuminava le strade, ne apriva di nuove. Il codice di Napoleone, quantunque senza giurati e con tribunali d'eccezione in quel primo trambusto, recava un indicibile miglioramento alla giurisprudenza e alla giustizia, semplificando ed irrobustendo l'amministrazione.
Ma il regno era sommosso da congiure e da insurrezioni. Carolina da Palermo e Saliceti primo ministro da Napoli combattevano un'orribile guerra di agguati e di assassinii; le bande dei briganti pullulavano; l'inglese Sidney Smith, sbarcato nel golfo di Sant'Eufemia, sconfiggeva il generale Regnier a Maida; Massena stesso, malgrado il terrore del proprio nome, non giungeva a quietare le Calabrie. Re Giuseppe poco amato e niente stimato, perchè fatalmente sottomesso ai voleri di Napoleone, non soddisfaceva ad alcun partito; la necessità delle feroci repressioni governative giustificava le crudeltà efferate del brigantaggio regio; la terribile dichiarazione di Napoleone: «i popoli di Napoli e di Sicilia sono caduti in poter nostro per diritto di conquista e come formanti parte del grande impero», neutralizzava tutti i benefici del nuovo regime. Se la memoria della teatrale ma nobile republica partenopea s'indeboliva nel popolo, il nuovo dispotismo faceva amare l'antico pieno di privilegi per tutti: il sentimento nazionale resisteva validamente alla minaccia di una francesizzazione, che avrebbe fatto discendere Napoli a grado di lontana e smembrata provincia francese. Ma come tutte le sventure dovessero raddoppiare di dolori in quella tragica transizione, la regina Carolina insaniva sui fedeli siciliani, spremendo loro ogni denaro, violando le loro antiche immunità parlamentari e sacrificandoli ai cortigiani fuggiti da Napoli. L'attitudine alle idee moderne imposte dalle armi francesi era dunque molto minore nelle Due Sicilie che nell'alta Italia, a giudicare dalla facilità onde questa si era sottomessa al governo napoleonico, e dall'entusiasmo col quale la sua miglior gioventù entrava nell'esercito del nuovo regno per partecipare alle guerre europee. Anzi le differenze storiche e politiche fra queste due massime parti d'Italia, specialmente nel grado e nella diffusione della cultura, vigoreggiavano talmente che una fusione di Napoli con Milano sarebbe parsa ad entrambe una conquista, e Napoli vi si sarebbe sentita degradare. Ma così grande fatto era impedito sopratutto dallo stato pontificio, che avrebbe tagliato in due il regno italico, e dal problema di Roma inevitabile capitale d'Italia, prima ed ultima condizione di una ricostituzione nazionale. La disperata resistenza delle Calabrie e l'indomabile perfidia della corte borbonica, discordi nel sentimento per quanto unite nell'intenzione contro lo straniero, non potevano quindi giungere a risultato di sorta perchè entrambe fuori dalla storia: il dispotismo regio, siccome contrario al diritto moderno, la ribellione popolare, siccome tendente a difendere in Napoli l'antica idea federale, mentre tutto quell'incalzare di mutamenti serviva a cancellare i confini e a sopprimere le differenze dell'antica federazione. Così il partito democratico, per giusto ed insieme erroneo odio allo straniero, ritornando a Ferdinando di Borbone per evitare Giuseppe Bonaparte, si suicidava nella più dolorosa contraddizione, per risorgere più tardi nella negazione d'ogni piccolo stato italiano entro la grande ideale repubblica di Giuseppe Mazzini.
Allo sbaraglio di questa terza coalizione europea il regno d'Italia comprende ormai tutta l'Italia superiore; la Toscana e lo stato pontificio stanno per sparirvi, quello di Napoli non appartiene che formalmente a Giuseppe Bonaparte; solo la Sicilia e la Sardegna restano a testimonio degli antichi stati italiani, ma sotto un protettorato inglese che ne viola la libertà e ne compromette l'indipendenza peggio dell'unificazione napoleonica.
Quarta e quinta coalizione europea: 1807-1809.
A questo punto le segrete e trascendenti necessità della rivoluzione francese in Europa sembrano spingere Napoleone alla follia. Il demone della guerra lo attira a nuovi campi di battaglia, che coll'apparenza d'un disastro per le nazioni vinte non daranno alla Francia alcun vantaggio positivo. Così dopo aver sovvertito col trattato di Lunéville dalle basi la costituzione dell'impero germanico, Napoleone ne cancella persino il nome e sostituisce il protettorato francese alla supremazia dell'Austria. La nuova confederazione del regno sbozzata da Talleyrand sottomette la vecchia confederazione tedesca all'impero francese con un'alleanza nella quale Napoleone è padrone. Se il trattato di Lunéville aveva secolarizzati parecchi principati tedeschi, l'atto della nuova confederazione ne mediatizza molti altri piuttosto ad incremento dei sovrani che a favore dei popoli; ma, costringendo la Prussia ad impossessarsi dell'Hannover, e annettendo col trattato di Tilsitt la Pomerania alla Germania, Napoleone scaccia da questa l'Inghilterra e la Svezia. Il principio di nazionalità contenuto nella rivoluzione francese si verifica quindi per opera dell'impero attraverso i capricci e le necessità momentanee d'una politica personale. Se non che l'ascendente di Napoleone aumenta le sue prepotenze. Invano la Turchia si umilia, la Russia patteggia, e Pitt muore forse credendosi vinto nell'immane tenzone. La guerra, che si rinfocola presto colla Prussia violata nell'onore di nazione dai modi tirannici e sprezzanti di Napoleone, richiama la Russia ancora sanguinante per le vecchie sconfitte in campo a soffrirne di peggiori.
Napoleone, infiammato dalla rivalità con Federico il Grande, precipita gli armamenti e mena la guerra con tanta rapidità che in una sola settimana rovescia esercito e trono prussiano. L'Europa urla al prodigio; la rotta di Rossbach è vendicata, la spada di Federico II viaggia scortata trionfalmente a Parigi. Ma caduta la monarchia, il popolo insorge, e i russi avanzano. Napoleone a Posen ridesta tutte le speranze polacche per tradirle poi nella costituzione del piccolo ducato di Varsavia: quindi di fitto verno s'inoltra la prima volta per quei climi inospitali senza sole. I russi resistono ad Eylau e ad Heilsberg per soccombere a Friedland (1807) con tanta strage che la pace diviene necessaria. E questa fu maggiore della battaglia, giacchè a Tilsitt Napoleone ed Alessandro si divisero l'Europa in due immensi imperi d'oriente e d'occidente. Suprema illusione suscitata in loro dalla storia per annullare il valore ideale di tutte le monarchie e gettare i popoli offesi nella propria personalità in braccio a una democrazia più grande di tutti gl'imperi! Napoleone, trascurando i popoli nei rimaneggiamenti della carta europea, non si accorgeva di lavorare unicamente per essi. Infatti, esclusi dalla diplomazia, violentati nelle nazionalità, offesi nelle tradizioni, sollevati dalle idee rivoluzionarie, pareggiati dal codice napoleonico, accettano la libertà ed insorgono per l'indipendenza. Le vecchie dinastie abbattute si affratellano con essi promettendo le medesime libertà e la stessa uguaglianza della rivoluzione francese; le inversioni scoppiano dovunque. Austria, Russia, Prussia parlano di emancipazione e di democrazia: Napoleone, rappresentante della rivoluzione francese, diventa il tiranno, e deve violentare tutte le genti, spremendo loro sangue e denaro per guerre che rinnovano l'Europa rovesciandola. L'Inghilterra, instancabile nell'assoldare l'Europa regia e feudale contro la rivoluzione francese, diventa campione della libertà di commercio per resistere al blocco continentale; le sconfitte, che disperdono gli eserciti, adunano i popoli; le vittorie, che rovesciano le nazioni, le liberano contemporaneamente dal loro passato, ringiovanendole coll'insurrezione popolare; i trattati stretti e violati arbitrariamente tolgono ogni valore all'antico diritto publico e ogni credito alla diplomazia per render e la politica un interesse di popoli anzichè di gabinetti; mentre la Francia, sublime di eroismo e di pazzia, illumina e brucia, batte e ritempra, frantuma e ricompone tutta l'Europa. La lotta è fra due mondi; Napoleone enorme, inconsapevole e fatale, li fonde, per cadere poi soffocato, a un'ora prestabilita, sotto il loro peso.
La sua politica necessariamente assurda negli scopi e nei mezzi non arretra davanti alcun ostacolo; spezza la Prussia in quattro dipartimenti alla francese per poi restituirla smezzata al re Federico Guglielmo III: da Berlino, imitando il disperato provvedimento della republica americana e della convenzione, intima il blocco all'Inghilterra, audacia maggiore di quella da lui mostrata al ponte d'Arcole, gigantesca guerra economica che Proudhon solo nella implacabile temerità del proprio genio doveva ammirare trent'anni dopo. Quindi perduto come un poeta nel sogno dell'impero di occidente getta corone a tutti i propri fratelli: a Luigi quella d'Olanda, che era republica e aveva tanto combattuto per farsi indipendente; ad Elisa quella d'Etruria; a Girolamo quella di Vestfalia, regno improvvisato, assurdo come una chimera e greve come un incubo; a Giuseppe toglie Napoli per surrogargli Murat e dargli invece la Spagna. Nel Veneto costituisce dodici ducati, ricordo dei pari di Filippo Augusto e dei cavalieri della Tavola Rotonda, impegnandovi un quindicesimo delle entrate che ne caverebbe il regno d'Italia; si riserba sei grandi feudi nel regno di Napoli, altri nel resto d'Italia e in Germania. Rievoca il cerimoniale di Luigi XIV, scimmiotteggia l'antica etichetta, s'umilia agli inflessibili aristocratici.
Ma l'utopia dell'impero occidentale, dopo averlo spinto sino ai confini della Russia, lo trascina all'estrema punta del Portogallo. Questo e la Spagna sono retti da due dinastie esaurite, che Napoleone vuole naturalmente sostituire. Così, dopo aver concesso pace alla Spagna entrata nell'ultima coalizione e rimasta scoperta dopo la grande vittoria di Jena, la tenta diabolicamente coll'offerta del Portogallo scaduto a Maria I, pazza, e a Don Giovanni per essa reggente, principe peggio che imbecille. La Spagna governata da Godoy, ignobile guardia di corpo diventato amante della regina e padrone del re, morde all'amo: un esercito francese con Dupont snida la dinastia dei Braganza da Lisbona, Murat occupa militarmente la Spagna. La corte vi si smarrisce nelle più nauseanti sozzure: la regina minacciata di perdere il trono non pensa che all'amante, Ferdinando principe ereditario insidia la vita al padre Carlo IV, questi preferisce il drudo di sua moglie al figlio; Napoleone li coglie tutti a Bajona con uno stesso tradimento e li spodesta. I Borboni di Spagna finiscono peggio che quelli di Francia: Luigi XVI ebbe la gloria del patibolo, Carlo IV pattuì il castello di Compiègne e trenta milioni di reali, Ferdinando si congratulò persino con chi gli occupava il trono. Murat, facile vincitore di quella scenica guerra, avrebbe ambito alla corona di Carlo V che toccò invece a Giuseppe Bonaparte, tolto a Napoli come un fattore ad una masseria.
Ma la Spagna è la prima nazione che si solleva contro Napoleone: Austria, Prussia, Italia non avevano avuto che volontari; qui tutto il popolo diventa esercito. Napoleone moltiplica invano generali, battaglie, vittorie; il suo genio militare sfolgoreggia più abbagliante che mai nel disegno della campagna (1808), cui viene egli stesso a dirigere e che gli riapre le porte di Madrid; nullameno il popolo spagnuolo ha ferito Achille al tallone. L'Inghilterra aiuta l'insurrezione con Wellington, generale mediocre e perfetto, che dovrà vincere fra non molto il grande condottiero. Ogni siepe si muta in baluardo, ogni casa in fortezza, ogni uomo in soldato, ogni frate in eroe, ogni parroco in capitano. Il marchese La Romana, disertando alla testa di tutti gli spagnuoli dalle rive del Jutland per venire al soccorso della patria insorta, emula la ritirata di Senofonte, Saragozza offusca la gloria di Numanzia, Mina risuscita Viriate. Intanto re Giuseppe e Napoleone sbarazzano la Spagna dal secolare fardello dei privilegi ecclesiastici e feudali: il governo è liberale ma tiranno, la nazione reazionaria ma indipendente; antitesi insolubile allora e che si risolverà dodici anni dopo colla rivoluzione del 1820, quando libertà ed indipendenza si saranno fuse nella democrazia. Questa guerra originale di popolo rende egualmente insignificanti le sconfitte e le vittorie: i francesi non posseggono mai che il campo sul quale combattono, o la città nella quale si fortificano. La loro gloria militare si appanna, l'eco della resistenza spagnuola traversa la Germania e la solleva.
Dumouriez, già traditore della convenzione e assoldato ora dai nemici della Francia, scrive il manuale della guerra per bande, la Prussia si prepara al riscatto, l'Austria alla rivincita: intorno ad esse, ancora informe ma immensa, una nuova Germania unitaria freme guerra e libertà; le idee rivoluzionarie e francesi, che l'hanno desta, la spingono già contro la Francia conquistatrice e tiranna con Napoleone. Questi, pronto al pericolo, si restringe con Alessandro di Russia, e al colloquio di Erfurt, nel quale riconfermando il trattato di Tilsitt, assodano la divisione dei due imperi orientale ed occidentale, può mostrargli stipata sotto i loro piedi nel gran teatro una platea di re. Ma questo accordo dei due imperatori, assurdo nell'idea quanto falso nell'intenzione, non sgomenta l'insurrezione tedesca, che spinge l'Austria a farsi assalitrice per la libertà d'Europa. I re hanno già imparato dalla rivoluzione come ricorrere alle masse: il loro linguaggio è mutato quanto il loro diritto; la nazione sola può dare la vittoria, essendo la ragione e la forza della guerra.
Nullameno il genio militare di Napoleone prevale ancora nel disaccordo delle due grandi potenze tedesche: la Prussia smembrata ed incerta fallisce alla guerra, l'Austria abbandonata vi soccombe, benchè Napoleone, tradito alla propria volta da Alessandro di Russia, sia solo a combatterla. Con un esercito quasi tutto della confederazione e con cinque battaglie respinge l'arciduca Carlo al di là del Danubio, marcia su Vienna e la prende in pochi giorni. Il popolo, poco compatto nelle troppe nazionalità e non ancora abbastanza rivoluzionario, s'accascia; dinastia e governo rimangono soli coll'esercito contro Napoleone. Questi da Schönbrunn ordina l'aggregazione degli stati pontifici all'impero. Se il papato incoronando Napoleone imperatore aveva tradito il principio della monarchia per diritto divino, il nuovo impero cesareo, formula sintetica ed effimera della monarchia e della democrazia, vendica quel tradimento, affermandosi con orgoglio antico e con empietà moderna padrone del papato. Così finisce il duello fra papato ed impero durato tanti secoli.
Napoleone trionfante a Schönbrunn crede di essere un imperatore, e non è che il condottiero della rivoluzione.
Mentre infatti medita di spezzare la monarchia austriaca per ridurla in provincie del proprio fantastico impero, la guerra lo obbliga a ripassare il Danubio; sorpreso ad Essling dall'arciduca Carlo, è quasi battuto e sarebbe catturato, se il suo mediocre avversario ne avesse il coraggio. Questa esitanza lo salva, permettendogli di ritirarsi sulla Lobau in mezzo al Danubio. La Germania urla freneticamente: il sorcio è nella trappola! ma l'arciduca Carlo, quasi atterrito dalla possibilità di tanta vittoria, dubita ancora. Napoleone improvvisa come Cesare un ponte sul Danubio, ne tocca l'altra riva, si congiunge all'esercito d'Italia vincitore dell'arciduca Giovanni, ripassa il gran fiume, e a Wagram, dopo orrendo macello, impone all'Austria la pace.
La Prussia, percossa di terrore, lascia esulare il duca di Brünswick e uccidere il maggiore Schill, che la chiamavano a guerra d'insurrezione; l'Olanda preparata dagli inglesi alla rivolta la procrastina; la Germania impreparata si vi addestra nelle società segrete e nelle canzoni; il Tirolo, insorto con Andrea Hofer a una crociata commovente di mistico eroismo «in nome di Dio e della Santissima Trinità», lascia fucilare piangendo il proprio generale, sublime natura di cristiano attardato nella storia; la Russia lontana, immobile alleata della Francia, scruta pensosa in quella sconfitta, che toglie all'Austria altre duemila miglia quadrate e tre milioni di sudditi, obbligandola a gettare una delle proprie principesse in braccio al vincitore per dargli una dinastia.
Mutamenti politici in Italia.
L'Italia aspettava da queste nozze il proprio re.
Infatti il regno d'Italia era venuto d'anno in anno crescendo. Quattro strade meravigliose aperte attraverso al Sempione, al Cenisio, al Monginevra e al Colle di Tenda, lo congiungevano all'impero; una corte, ministri, ambasciatori, un istituto, scuole, ospedali, fabbriche grandiose consolavano Milano della mancanza di vera libertà. D'altronde pochi erano a sentire tale difetto, e questi i giacobini. L'applicazione del codice francese rimutava quotidianamente tutta la società; l'abolizione graduale, poi totale dei conventi, la purificava; la coscrizione la rinvigoriva. Napoleone per i propri bisogni incessanti di guerre badava a questa sopratutto, ed era il massimo dei benefici per una gente snervata da due secoli di inerte schiavitù. L'abitudine delle armi ritemprava i caratteri; le idee rivoluzionarie ricostituivano la coscienza. Napoleone, ridiscendendo in Italia dopo la grande vittoria sulla Prussia, forse irritato egli stesso dalle troppe piaggerie, disse fieramente che le donne italiane non avrebbero dovuto permettere ai giovani di comparire loro innanzi se non recando onorevoli cicatrici. A Venezia sognava di formare una flotta, a Milano promise di accrescere il regno. Infatti il 22 novembre 1807 spodestò la regina reggente di Toscana, che cedette quasi ringraziando, per sostituirle la propria sorella Elisa, amazzone ariostesca sempre cavalcante fra generali e soldati: mutamento che tolse la Toscana alla segreta reazione bigotta di Luisa di Borbone. Il trapasso da una dinastia all'altra fu governato saviamente dal Degerando, buon amministratore quanto scarso politico; poco dopo Parma e Piacenza si fusero nel dipartimento del Taro. Al trono di Napoli, vacante per l'elezione di Giuseppe Bonaparte re di Spagna, fu eletto Gioacchino Murat, il cavaliero più impetuoso e pomposo del ciclo napoleonico. Napoli, terra di feste e di sommosse, magnificente e selvaggia, volubile e passionata, era fra tutti i regni dell'immenso impero quello che meglio conveniva a questo cognato dell'imperatore destinato a diventare re.
Laonde fu accolto da ogni sorta di luminarie e di adulazioni appena annunziò di accettare la costituzione largita in Bajona dal suo antecessore. Firrao, cardinale di Napoli, sorpassò Gamboni, patriarca di Venezia, nelle servilità al nuovo re: il tradimento di Pio VII verso i Borboni di Francia si ripeteva per tutta la gerarchia della chiesa contro tutti i re spodestati. Per prima impresa Murat, miglior soldato e sovrano più altero di Giuseppe Bonaparte, assalta a Capri e costringe alla resa Hudson Lowe, futuro carceriere di Napoleone; quindi, imitando da lontano l'equivoco esempio dell'imperatore, vezzeggia i baroni e dispetta i republicani memori ancora contro di lui dello sfratto dalla Toscana, finge dimenticare la riconosciuta costituzione per regnare dispoticamente a mezzo dell'antica feudalità: errore enorme che annullava tutto il pericolo anteriore delle riforme e l'altro della republica partenopea contraddicendo a tutte le idee del momento. E siccome le Provincie al solito non quietavano, costituì legioni provinciali, una per ognuna di esse, abituando ed addestrando il popolo alle armi. Ma se questo era un grande vantaggio per l'educazione dei caratteri mediante l'abitudine della disciplina e il tonico dei pericoli, non bastava nullameno a compensare i danni e i dolori di una incredibile licenza soldatesca.
Su questi malumori soffiava la corte di Palermo avaramente fissa al riconquisto del regno. Calabrie ed Abruzzi battagliavano ancora con intendimenti diversi: alcuni, implacabili nemici di ogni straniero, vi agognavano, il ritorno di Ferdinando; altri, indomabili amanti della republica, si ostinavano contro ogni re: fra questi e quelli scorazzavano ignobili e feroci banditi per vaghezza di sacco e di sangue.
I carbonari, nuova setta destinata a grande celebrità, scesero dalla purezza del loro principio religioso-politico secondo il quale consideravano Gesù come primo dei republicani e prima vittima del dispotismo, sino a trattare per mezzo del duca di Moliterno colla corte borbonica. Erano stati introdotti nel regno dal Menghella ministro di polizia; ma, quantunque avessero dovuto poco dopo rifugiarsi in fondo alle Calabrie, dimenticarono per odio allo straniero Murat la perfidia anche troppo provata della regina Carolina. Fra le tante inversioni di quel periodo politico si videro quindi i carbonari associati come rappresentanti del liberalismo colle vecchie bande borboniche, che avevano assassinata la republica partenopea. Tale falsa alleanza, inintelligibile per il popolo, non potè naturalmente giovare troppo nè all'idea democratica, nè alla causa regia, mentre Murat spiegava invece la più ammirabile energia alla conquista della Sicilia. Che se la viltà dei nuovi soldati napoletani guidati dal Cavaignac rese inutile uno sbarco ben riuscito, e gl'inglesi poterono preservare l'isola dall'invasione, nullameno la rivolta delle bande regie carbonare nelle Calabrie fu domata dal generale Manhès con sì tremenda ferocia che i luoghi purgati rimasero deserti. Capobianco, capo dei carbonari, vi perì miseramente in un'insidia.
Ma più grossa questione stava per risolversi in Italia.
Se la rivoluzione francese nella sincerità della propria idea republicana, decapitando il re per sostituire al vecchio principio monarchico quello moderno della sovranità popolare, aveva poi dovuto naturalmente sopprimere il papato, imbastendo a Roma una indefinibile republica; e se Napoleone, ricostituendolo nel concordato per farne puntello al proprio dispotismo cesareo, sembrava invece averne riaffermato la necessità millenaria; tuttavia il principio rivoluzionario, dirigente attraverso tutte le antitesi la politica dell'impero, esigeva daccapo la sua soppressione. L'impero come forma rivoluzionaria non poteva mantenersi in se stesso il papato sempre ostile col proprio diritto canonico ad ogni progresso del diritto civile, sempre superiore ad ogni altra sovranità pel proprio principio teocratico, sempre incompatibile con ogni riorganizzazione dell'Italia per il proprio minimo regno. Quindi nel concordato rivoluzione e papato avevano patteggiato come potenze piuttosto irreconciliabili che concordi, ribadendo nel nuovo patto ricalcato sull'antico l'antitesi secolare della chiesa collo stato. La religione vi si atteggiava sempre a fatto storico superiore a tutte le leggi della storia, mentre la chiesa, seguitando a dirvisi radice di ogni verità e di ogni diritto, pretendeva di assegnare ancora la parte ai re e ai popoli col verificare la giustizia di tutte le leggi, approvando o condannando tutti i governi. Ciò era assurdo ed impossibile dopo la rivoluzione francese. La religione nel secolo XIX, e in tutti i secoli avvenire, non doveva essere più che un inviolabile principio spirituale, significato ed operante con organismo pari a quello della scienza e dell'arte: non più papi-re o principi-cardinali sotto pena che la sovranità popolare fosse negata; il sacerdozio stesso per l'efficacia del proprio esercizio aveva d'uopo di liberarsi da tutte le armature e le armi, che nei secoli passati lo avevano trasformato in ministero politico di un governo monarchico-feudale.
Involontariamente l'incoronazione di Napoleone metteva il principio della consacrazione religiosa più alto di quello dell'elezione popolare. Impero e papato, restavano dunque distinti e aggrovigliati come nel medioevo, con tutti i problemi delle investiture e delle immunità ancora insoluti. L'accordo doveva presto mutarsi in dissidio per entrambi, risognando il passato in una nuova contesa sulla universalità del dispotismo. Il papa concepirebbe ancora l'imperatore come proprio gendarme e vorrebbe colla sua spada difendere dalle conseguenze rivoluzionarie i propri privilegi; l'imperatore considererebbe il papa come proprio ministro e vorrebbe ottenere dalla sua insidiosa predicazione l'ubbidienza del popolo.
La lotta religiosa era dunque inevitabile. Infatti si accese all'indomani del concordato per opera di Napoleone, che ne trasgredì molti articoli: a tutte queste cause spirituali, s'aggiungevano le ragioni politiche. Lo stato pontificio, tagliando l'Italia in due, v'impediva ogni opera militare e civile; la violazione del suo territorio vi diventava così necessaria a ogni momento che il papa stesso finì poi coll'accordarla. Naturalmente i nemici della Francia ne profittavano quanto Napoleone. Questi, più forte e più violento, pretese di essere solo in tale beneficio come successore di Carlomagno primo donatore di quegli stati alla Santa Sede. Il papa gli rispose come agli antichi imperatori di Germania, sostenendo la donazione libera ed assoluta, e schermendosi come padre di tutti i fedeli, da un'alleanza militare colla Francia. Ma questa ragione, per essere troppo buona, menava diritto all'abolizione del potere temporale. Infatti Napoleone minacciò subito il papa di restituirlo semplice vescovo di Roma. Quindi il generale Miollis pretestando di andare verso Napoli occupò Roma (1808) e si stanziò al Quirinale, intimando ai cardinali napoletani e del regno d'Italia di rimpatriare tosto. Pio VII protestò; Napoleone di rimando mutò le quattro Provincie di Ancona, Macerata, Camerino e Urbino in tre dipartimenti del regno italico. Allora i vescovi oscillarono sul giuramento di fedeltà imposto dal nuovo padrone, e al solito cercarono salute nell'equivoco della formula. La nuova guerra coll'Austria sospese per un istante la querela, ma le sconfitte dell'arciduca Carlo in Germania, costringendo l'arciduca Giovanni a ritirarsi dall'Italia inseguito colla baionetta alle reni dal vicerè Eugenio, permisero a Napoleone di decretare da Vienna, nell'ebbrezza del trionfo, l'abolizione del regno pontificio. Impero e papato medioevali cadevano così sotto il medesimo colpo.
Il papa protestò fra la disattenzione sprezzante del mondo. Napoleone, abolendo il papato medioevale, invocava invece del diritto moderno quello di Carlomagno, e sognava di ricostruirne un altro a Parigi con un papa, docile istrumento politico. La sua fantasia esaltata dalla teatralità di tanti regni improvvisati si smarriva nel desiderio di un impero politico-religioso come quelli dell'Asia: l'esempio della Prussia, della Russia e dell'Inghilterra, nelle quali i sovrani sono papi, lo spingeva a farsi signore del cattolicismo riorganizzando ogni confessione religiosa dell'Impero. Già a Parigi aveva adunato il gran sinedrio per accordare le pratiche ecclesiastiche colle leggi francesi; al papa, prima di torgli il regno, aveva chiesto che un terzo almeno dei cardinali votanti in conclave fossero francesi, per impadronirsi così dell'elezione papale, Pio VII avvertì il pericolo e resistette. Ora, decaduto, scomunicava con effimera arditezza l'imperatore, effondendosi in lamenti per tutto il rapido viaggio da Roma a Savona assegnatagli per carcere.
Quindi Roma diventava la seconda città dell'impero francese: Napoleone, aspettando il figlio che sta per nascergli, lo nomina anticipatamente re di Roma. L'antica città trasognata accetta nuove forme politiche. L'ordine del buon governo, creato da Sisto V e organizzato da Clemente VIII per amministrare i comuni, viene sostituito da municipi alla francese; il consiglio comunale romano s'intitola pomposamente senato, si purga il territorio dai banditi, si coscrivono legioni. Il nuovo codice livella tutte le antiche leggi, riformando la società; il giuramento politico imposto al clero è più presto accettato dai vescovi che dai parroci; nullameno molti giurano, altri fuggono vilmente. Nessuna grandezza di carattere in essi. Si conservano i due conventi di Montecorona e di San Romualdo; si decretano imperiali le spese del Sacro Collegio e di Propaganda Fide; si concede persino una pensione alla parmense duchessa di Borbone e a Carlo Emanuele di Sardegna, sepolto a Roma in pratiche della più imbecille bigotteria. Ed entrambi accettano.
Prony francese e Fossombroni italiano concordano studi sul risanamento delle paludi Pontine.
Ma la coscienza politica del popolo romano non si risveglia. I più non credono alla stabilità del nuovo governo; l'aristocrazia, ligia al papato per egoismo di privilegio, si chiude nel riserbo dei timidi; la borghesia non vigoreggia nè per scienze, nè per industrie, nè per governo; il popolo non è che clientela delle grandi case patrizie; clero e superstizione paralizzano ogni moto. Nullameno le violenze francesi esasperano; perfino la lingua italiana è minacciata di cedere alla francese negli atti ufficiali; delirio di unità dispotica, intelligibile solo in una natura onnipotentemente violenta come Napoleone!
Per contrasto il papa s'acconciava a resistenza passiva, dopo aver lanciata la scomunica e ricusato di riconoscere il divorzio di Napoleone. Quindi all'accusa di aver colla scomunica tentato di sollevare il popolo francese contro l'imperatore, rispondeva, contraddicendo agli antichi principii papali, la scomunica non sciogliere i sudditi dal vincolo di fedeltà, e la consacrazione degli imperatori non essere che la vidimazione religiosa dell'elezione popolare: terribile risposta che, annullando il nuovo diritto divino di Napoleone, riproduceva le teoriche della rivoluzione. E la querela, avviluppandosi in questioni di gallicanismo e di investiture, rievocava i tempi più torbidi del medio evo. Ma fra queste ambagi il pensiero di Napoleone, incaponitosi a volere un papa a Parigi togliendo a Roma l'ultima superiorità di centro cattolico, si veniva chiarendo tra minaccie e blandizie al pontefice per mezzo del clero e della diplomazia. Pio VII, sempre sdegnato, ricusava di provvedere alle molte sedi vescovili vacanti col riconoscere le nomine imperiali. Napoleone, dopo aver nominato ad arcivescovo di Parigi il cardinale Maury, come uno dei più fedeli giannizzeri, convocava un concilio per riparare a questo danno, facendo eleggere dai capitoli i nuovi vescovi. Brevi pontifici e decreti imperiali si urtavano; la polizia armeggiava nella più goffa delle persecuzioni; i cardinali divisi in rossi e neri parteggiavano vivacemente pel papa e per l'imperatore, i vescovi oscillavano, il clero basso, più sicuro nella fede ma più scarso nell'intelligenza, non sapeva più che cosa credere. Napoleone, arieggiando con grottesca gravità Costantino e Carlomagno, discuteva tutti i giorni con ecclesiastiche commissioni, proponeva loro quesiti, anticipandone prepotentemente la soluzione. Le pretese contro il pontefice, a proposito dei privilegi gallicani e per strappargli il consenso all'abolizione del regno pontificio, crescevano di quanto s'indeboliva la costanza di questo. Pio VII viveva cinto d'assedio da prelati d'ogni genere e guardato a vista da soldati. Quindi, passando dalle minaccie ai fatti, Napoleone imprigionava i suoi scarsi fedeli, confiscava beni e prebende ai capitoli e ai preti ricalcitranti; il popolo, malgrado la secolare superstizione, non si commoveva a questo duello fra un papa prigioniero e un imperatore onnipotente. Forse non aveva ancora dimenticato con quanta remissione Pio VI avesse trattato colla rivoluzione francese.
Il concilio nazionale adunato a Parigi, e al quale avevano aderito anche vescovi italiani, destreggiandosi colla tradizionale abilità di tutte le assemblee ecclesiastiche, appoggiava le pretensioni imperiali, senza nè violare i dogmi romani nè stabilire contro il papa alcun principio chiaro. Lo scandalo, prima divertente per tutti i vecchi increduli della rivoluzione e i nuovi miscredenti della scienza, diventava ignobile per la politica servilità dei prelati e per l'ambiguità del pontefice, resistente a Napoleone senza usare la scomunica contro quel concilio subdolamente ribelle. L'agonia del principio politico nella chiesa romana appariva dall'incertezza e dalla vacuità delle ragioni intese così a mantenerlo come a rimuoverlo. Infatti Pio VII trattò con una deputazione del medesimo concilio, (composta di quindici fra cardinali, arcivescovi e vescovi), del quale oppugnava l'autorità condannandone le teoriche; e si lasciò tanto da questa persuadere colla minaccia della rottura del concordato e d'altri maggiori mali alla chiesa, che tolse la scomunica, cedette a tutte le pretensioni imperiali sulle nomine dei vescovi, estese il concordato, già per lui umiliante, alle chiese di Toscana e di Parma, mostrandosi persino disposto a dibattere in altro trattato la propria condizione di ex-re di Roma. Poscia, pentito, si ritrattò. Napoleone, fatto più forte dalle concessioni ottenute, insisteva per la loro esecuzione immediata e per l'abdicazione alla sovranità di Roma col relativo giuramento di fedeltà all'impero. Ma Pio VII, tornato alla caparbietà secondo le contraddizioni della propria natura, tenne sodo malgrado ogni pressione e il trasferimento da Savona a Fontainebleau, ove due anni dopo doveva concedere a Napoleone vinto e quasi prigioniero quanto aveva negato a Napoleone onnipotente.
Quasi contemporaneamente Carolina d'Austria doveva esulare dalla Sicilia.
Il suo governo nell'isola, peggiorando ogni giorno per la necessità di una lotta senz'idea e senza speranza, aveva stancato prima l'affetto, poi la pazienza del popolo. Murat da Napoli, sempre intento alla conquista dell'intero regno borbonico, manteneva intelligenze con bassa gente, specialmente in Messina. Carolina, avvertitane, vi spedì il marchese Artali, uomo dei peggiori anche in quell'epoca, il quale vi menò tanta strage di rei, di sospetti e di innocenti, da provocare per disperazione la stessa rivolta che intendeva prevenire. Ma gl'inglesi, annettendo capitale importanza all'occupazione della Sicilia, nella quale tenevano quindici mila uomini e dalla quale padroneggiavano il Mediterraneo, avvisarono, per non alienarsi affatto il popolo, d'infrenare le sevizie e lo sperpero della corte. Era allora ministro delle finanze il Medici, destro e dispotico e nullameno inetto a fronteggiare tante spese; i napoletani ricoverati a corte, gentiluomini, banditi e spie, divoravano ogni rendita; le fazioni di Calabria, le spedizioni di Castellamare e di Procida avevano dissestato irreparabilmente i bilanci: le trecento mila lire sterline date a sussidio dall'Inghilterra non bastavano nemmeno al lusso della corte.
Il parlamento di Sicilia convocato nei tre bracci dal Medici (1810), mise per opera dei baroni sdegnati contro la corte tanta difficoltà all'esazione dei così detti donativi che non fu possibile ricavarne alcun partito. Capitanava l'opposizione il principe di Belmonte, che per staccare il popolo dalla devozione al re persuase ai baroni di rinunziare agli ancora vigenti diritti feudali. Era questo un espediente politico ed insieme un irresistibile influsso dei tempi. Si riformarono pure, sebbene con criteri più polizieschi che giuridici, gli ordini giudiziari. Medici dovette dimettersi, la regina inviperiva alla imprevista opposizione. Tommasi, succeduto nella direzione delle finanze, propose due espedienti: una tassa dell'uno per cento su tutti i contratti e una vendita a lotto di alcuni beni pii; e l'uno e l'altro fallirono per accordo unanime del popolo. Quindi i baroni, ingagliarditi dal successo, precipitano le mosse: la regina più feroce ancora imprigiona i loro capi e li separa nelle prigioni delle varie isole meditando di spegnerli; se non che gl'inglesi, gelosi del possesso delll'isola, attraversano così ribaldo disegno. Lord Bentinck, succeduto a lord Amherst, accorgendosi che la regina tratta con Napoleone già scontento di Marat e abbastanza abile per servirsi di Carolina stessa e del suo nuovo odio agli inglesi per la conquista dell'isola, spiega un'ammirabile risolutezza. Minaccia d'imprigionare tutta la corte, si reca in mano il governo dell'isola, costringe Ferdinando ad abdicare in favore del principe ereditario, libera i baroni, convoca il parlamento, e da questo fa promulgare una costituzione all'inglese. Libertà eccessiva ed incomprensibile in un paese ancora feudale, che volle invece il cattolicismo unica religione di stato e la deposizione del re qualora non la professasse! Nullameno l'abolizione dei gravami feudali e la soppressione delle bandite rianimava il paese. Ma la regina, relegata a Castelvetrano, anzichè impaurirsi, riannoda intrighi e congiure, aduna i malcontenti, crede alle promesse di Napoleone, galvanizza il codardo Ferdinando irritato per la soppressione dei suoi privilegi di caccia, lo spinge a Palermo perchè, affermandosi ristabilito in salute, riassuma l'autorità regia. Nella città scoppia una sommossa; agl'inglesi, odiati come stranieri ed oppressori malgrado l'imposta costituzione, anzi forse maggiormente per questo, si minaccia un altro Vespro. Senonchè Bentinck raccozza i propri soldati, occupa militarmente Palermo, cinge di forte assedio la villa del re, lo spaventa, gl'impone, oltre una nuova rinuncia, lo sfratto della regina.
L'indomabile donna era vinta, però nell'ultim'ora non piegò e non pianse: tutto l'orgoglio feroce della sua razza le bruciò in cuore come sopra un altare sacro agl'idoli sanguinosi dell'antico dispotismo, senza che nessuno potesse vantarsi di aver mai potuto spegnere tale fiamma. Laonde, tedesca, parve rampollata di Sicilia, terra di vulcani e rifugio di banditi, nei quali circola ancora il sangue voluttuoso e crudele degli antichi libici, dei mori, degli arabi, dei normanni, dei turchi, degli spagnuoli.
Partita la regina per Vienna, l'opposizione di regia si mutò in popolare. Si capì subito che Bentinck voleva comandare al parlamento, e che le tasse da lui levate per mantenere il proprio esercito erano un tributo della Sicilia all'Inghilterra; i democratici si urtarono ai baroni e ai preti; questi, perduto l'appoggio della corte e aborrendo dallo straniero, non seppero a che o a chi puntellarsi: la stessa contraddizione di tutti gli stati italiani, emancipati dalle idee liberali e sottomessi da occupazioni forestiere, si aggravò sull'isola.
Da questa Bentinck minacciava tutta l'Italia; Pellew signoreggiava l'Adriatico.
Intanto il regno d'Italia politicamente non progrediva. Al sud dominava Murat; Roma discesa a dipartimento francese, contraddiceva a tutta la propria importanza italiana; Milano, sede del vicerè e capitale della Lombardia, stava sottomessa a Parigi come un capoluogo dell'impero. La costituzione republicano-dittatoriale, accettata piuttosto che data dalla consulta di Lione, si era mutata in monarchica senza bisogno di ritocchi: si era affermato che la corona d'Italia resterebbe sempre disgiunta da quella di Francia. Ma avendo Napoleone un solo figlio, tale separazione diveniva peggio che problematica. Intorno a questo problema s'affaticavano già Eugenio di Beauharnais e Gioacchino Murat, entrambi inutilmente gelosi e perduti nello stesso sogno. Gli antagonismi federali della penisola per quanto domati dall'ammirabile amministrazione unitaria dell'impero, ringhiavano ancora. Genova e Venezia odiavano Milano; Roma non comprendeva nulla al gran moto, attardata ancora nella lentezza del governo dei papi; Torino si rammaricava per il perduto onore di capitale; Palermo esecrava Napoli; questa desiderava più che non comprendesse la conquista di tutta l'Italia. Unità vera nazionale non era ancora che nello spirito di pochi, ed anche in essi piuttosto fede poetica ed eroismo sentimentale che concetto organico. Roma sola avrebbe potuto imporre silenzio al regionalismo, ma nella mente di tutti era sempre la città del papa. In ogni costituzione italiana il primo articolo affermava immutabilmente unica religione la cattolica. Ferveva negli animi un forte desiderio d'indipendenza piuttosto prodotto dalle violenze, colle quali Napoleone strozzava ogni iniziativa nazionale, e dalle terribili imposte di denaro e di sangue, che da coscienza politica. Non si aveva alcuna idea sul come fondare la unità o stringere una confederazione. Le promesse tentatrici dell'Austria e dell'Inghilterra sviavano gli sguardi verso altri padroni: i regii sognavano un principe tedesco che prendesse il posto del Beauharnais e del re di Roma; i liberali aspettavano ancora libertà ed indipendenza dalla Francia, o disperati di questa si univano ai regi sperando poi di sopraffarli. Murat, insano imitatore di Napoleone, negava ogni costituzione, anche quella giurata a Bajona.
Il regno italico non si sarebbe potuto costituire allora che contro Napoleone, il quale lo spezzava in dipartimenti conquistati, e contro tutta l'Europa combattente l'impero francese in nome della libertà, ma non disposta ad applicarla rivoluzionariamente colla soppressione in Italia di tutti i principati a vantaggio della sovranità popolare. L'antitesi politica dell'Europa era allora più che mai diametrale. Napoleone, portando inconsciamente la rivoluzione in tutti gli stati, ne aveva perduto il senso, al punto di non essere più che un imperatore del basso impero, vivente nell'esercito e per l'esercito; il suo impero non era che un assurdo mosaico geografico, sempre ricomposto e male unito da grumi di sangue. Le monarchie feudali invece, risollevandosi dall'urto delle sue conquiste, rispondevano col grido della rivoluzione francese: indipendenza e libertà! Così, alla vigilia dell'ultima campagna di Russia, Napoleone restringeva il proprio dispotismo, per ottenere dall'artificiale unità del comando i miracoli della spontaneità rivoluzionaria del 1793; e i re largheggiavano di concessioni e di promesse ai popoli. Ma, caduto Napoleone, le ricomposizioni nazionali riprodurrebbero quasi tutta l'antica geografia politica, mentre la contraddizione dell'immensa tragedia si schiarirebbe improvvisamente: da un canto la reazione della santa alleanza, dall'altro la rivoluzione.
Per ora il regno d'Italia guadagnava nell'aggregazione all'impero francese idee, costumi, congegni amministrativi, forme politiche, ordini giudiziari, coscrizione e milizie, unità d'imposte e di leggi, e sopratutto la coscienza della propria inanità storica. Il bigottismo regio e cattolico vi era ancora profondamente radicato, la servilità agli stranieri mantenuta dalla necessità di servire ad essi anche pei migliori spiriti e pei più forti caratteri, le provincie separate e rivali non sognavano che governi separati, mentre tutta l'Italia non era ancora che uno dei tanti satelliti dell'astro francese.