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La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 11: La sommossa del centro.
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About This Book

The volume traces Italy's nineteenth-century political struggle, detailing secret societies and early uprisings, the spread of liberal and nationalist ideas through literary and political circles, and the evolution from insurrectionary attempts to broader popular revolts. It examines ideological currents and organizers, the mid-century revolutionary wave with its regional republics and papal reaction, the ensuing military campaigns and defeats, and the emergence of Piedmont as the leading force through diplomatic maneuvering and annexations. Throughout, cultural shifts, the decline of some revolutionary strains, and the rise of new political schools are evaluated.

Capitolo Secondo.
Trame ed insurrezioni del '31

Incubazione liberale.

L'opposizione scoppiata in Francia fra liberali e realisti aveva aperto una palestra a tutti gli ingegni d'Europa.

Una discussione sapiente ed appassionata, vasta e minuta, caustica fino alla satira ed inesauribile come un pettegolezzo, obbligava tutti gli antichi diritti a produrre i propri titoli contro il mondo nuovo prodotto dalla rivoluzione e garantito dalla Carta. Le dispute delle Camere insegnavano ai popoli le teoriche di una sovranità popolare, che i disordini della rivoluzione e le guerre dell'impero avevano loro impedito di comprendere. Il nuovo liberalismo borghese in lotta colle ultime reazioni realiste appariva molto più bello e generoso di quanto poi doveva mostrarsi. Si reclamavano tutte le libertà, si voleva tutta l'uguaglianza legale. Gli antiquati privilegi, costretti a confessare il proprio principio, diventavano ancora più ridicoli che odiosi; il re prigioniero della Carta non era più che un funzionario insubordinato contrastandone l'applicazione, meritevole di espulsione come ogni altro se ardisse violarne i patti. L'aristocrazia, disonoratasi negli avari reclami, coi quali aveva ottenuto dalla Francia esausta un miliardo d'indennizzo, appariva codazzo di servitori a un re servo di stranieri, più straniera del re avendo per vent'anni combattuta la patria sotto tutte le insegne, ignorante di fronte alla nuova borghesia padrona di tutte le scienze, spregevole dinanzi all'esercito che un'altra aristocrazia di eroi aveva guidato alla vittoria su tutti i campi d'Europa, odiosa al popolo che l'aveva veduta fuggire ai primi gridi della rivoluzione e ritornare ai primi disastri dell'invasione. La parìa non rappresentava quindi che la corte, mentre il parlamento, per quanto l'elettorato ne fosse ristretto, rappresentava la nazione.

Aristocrazia e dinastia negavano rivoluzione ed impero: la Francia riaffermando l'una e l'altro voleva essere sovrana di se stessa per ritornare alla testa dell'Europa.

Laonde tutti i popoli agitati dall'idea rivoluzionaria miravano a lei, come aspettando la parola di nuove rivoluzioni.

Giornali e libri, aiutati dalle nuove facilità di comunicazioni, portavano ovunque la luce e il calore degli insegnamenti liberali. Una letteratura senza esempio in alcuna epoca della storia illuminava dalla Francia tutto il mondo, mentre il grande periodo filosofico della Germania chiudendosi apriva quello più vivace delle applicazioni politiche e scientifiche. La solidarietà, insegnata loro dalle guerre napoleoniche, rendeva i popoli più pronti ad accogliere i nuovi principii e ad intendersi nell'azione per trarne le conseguenze; la borghesia, ancora sola a combattere, era costretta dalla dialettica della storia ad affettare una democrazia migliore del proprio cuore e maggiore del proprio interesse. Il parlamentarismo, barcollante sulla doppia base della sovranità popolare e della regalità ancora consacrata dal diritto divino, si esauriva, addestrandosi a più alte prove nello sforzo quotidiano di conciliare le antitesi rinascenti da una costituzione considerata dalla corte come una concessione e dalla nazione come un diritto, nella quale il re si sentiva violato e il popolo si aspettava di essere ad ogni ora tradito. Religione e clero, ostili alla costituzione, vi si destreggiavano per comandare ed impinguarsi; i costumi mutati proseguivano l'opera livellatrice della rivoluzione; l'arringo politico, esigendo attitudini scientifiche e abitudini popolari, diventava sempre più difficile all'aristocrazia, mentre l'aumentata facilità dell'istruzione attirava il popolo a queste battaglie del pensiero. Naturalmente la Francia, discutendo per tutti dall'alto delle proprie tribune, congiurava per tutti nel segreto delle proprie sètte afforzate dai veterani della rivoluzione e dai soldati dell'impero coll'energia di gente usata a tutti i pericoli. Da Parigi muovevano gli ordini e si attendevano soccorsi. Spagna, Grecia, Germania, Polonia, Italia seguivano nell'armi contro tutti gli Stati feudali. La Grecia si ostinava nella propria guerra contro i turchi, aspettando nella sicurezza eroica dell'istinto da una contraddizione europea l'urto necessario a frangere a suo favore l'unità dispotica della Santa Alleanza; l'Italia, ricaduta dopo le meschine sollevazioni di Napoli e di Torino nella prima soggezione, seguitava con più nobile fervore l'opera segreta della propria ricostituzione.

Un fecondo disinganno era succeduto alla disperazione delle ultime sconfitte. Nè la corte di Torino, nè quella di Napoli avrebbero mai accettato di capitanare la rivoluzione; l'organismo delle sètte si era addimostrato insufficiente, l'isolamento dell'insurrezione aveva loro conteso persino l'onore di una morte eroica. Si cominciava a comprendere che il malcontento militare dei residui napoleonici e le pretese arcaicamente generose o ipocritamente egoiste dell'aristocrazia essendo senza forza, la borghesia sola avrebbe dovuto fare la rivoluzione, mentre il popolo seppellito nell'ignavia secolare vi assisterebbe quasi impassibile. Si potrebbe calcolare su qualche sua collera, non sulla sua fede rivoluzionaria; la miseria, l'ignoranza, un timore cieco dell'Austria, un rispetto superstizioso per Roma, gl'impedivano di comprendere l'idealità del mondo moderno. Le sue passioni erano ancora quelle delle antiche plebi; molte sue abitudini, specialmente nelle campagne infestate da banditi, si sarebbero prestate a virtù di guerra, ma gli mancavano ancora la passione indispensabile al coraggio d'insorgere e l'idea necessaria alla costanza di una rivoluzione. Lo stesso dispotismo dei governi era quasi senza oppressione per il popolo uso da secoli a servire, dacchè le nuove persecuzioni preferivano coloro più alti per grado di classe o elettezza di natura.

Nullameno l'idea d'Italia cresceva, aiutata dalle idee liberali. Si sentiva confusamente che qualche cosa doveva pur mutare, se l'opposizione fra la coscienza dei migliori e la prepotenza dei governanti aumentava ogni giorno d'intensità: ogni moto all'estero diventava promessa, il progresso commerciale ed industriale conduceva per la via sicura degl'interessi al liberalismo, la guerra al pensiero lo costringeva ad alzarsi sino ai principii e a destreggiarsi nell'abilità di espedienti che potessero sconfiggere la forza bruta dei governi. Le sètte ristringevano nuovi vincoli di fratellanza, che gli emigranti annodavano coll'estero; l'odiosità delle polizie irritando anche il popolo allentava in esso i vincoli dell'antica soggezione; le università si mutavano in focolari di congiura e in caserme, entro le quali si preparavano armi per tutte le battaglie. Oramai la vanità obbligava i giovani ad avversare i governi e ad evitarne gl'impieghi. I libri parlavano tutti d'Italia, ogni parola era un appello, ogni reticenza un'allusione. Quel bisogno di grandezza morale, eterno nella coscienza pubblica, non trovando modo di appagarsi nella vita politica dei governi mutati in prefetture austriache, rivolgeva gli spiriti altrove, nello spettacolo dei popoli liberi, derivandone una passione d'invidia, che era amore all'Italia e odio allo straniero.

Condizioni uniformi dei governi.

Napoli e Torino erano le due sedi peggiori della tirannide paesana, la Lombardia la provincia più serva, il regno pontificio il più spregiato e sconnesso, la Toscana il migliore ducato. Infatti Ferdinando III, ricondottovi dalla reazione del 1814, vi si mostrò così mite e generoso, accordando ospitalità ai proscritti e resistendo all'Austria, che la sua morte fu sinceramente pianta e il suo successore Leopoldo quasi amato per lunghi anni. Però questi, ipocrita e malvagio per natura, essendosi accordato segretamente con Vienna e con Modena contro i liberali, non li ospitava più che per denunziarli segretamente. Intanto la tradizione lorenese seguitava nelle migliorie amministrative e nell'abbandono di ogni carattere politico. Non rappresentanze popolari, nessuna milizia degna di tal nome, distrutta la marina; le scuole floride per ingenito vigore, ma l'istruzione non riconosciuta strada a cariche eminenti; nessun concetto di governo tranne quello della polizia; nessuna coscienza nè toscana nè italiana.

Peggiore di lui, Carlo Lodovico di Lucca, succeduto alla propria madre Maria Luisa di Borbone, si rotolava nelle più oscene demenze, nominando lo stalliere Tommaso Ward a ministro delle finanze, e sperperando il pubblico denaro con sì cinica rovina dello Stato che il granduca di Toscana, nella propria qualità di erede del ducato per diritto di riversione, dovette pubblicamente protestare di non riconoscerne i debiti. E a questa mala condotta il giovane duca era spinto dall'Austria, insignoritasi per mezzo del conte di Bombelles, destro ed ignobile diplomatico, del governo nel piccolo ducato. A Parma la duchessa Maria Luisa seguitava nelle eleganti dissipazioni, considerando il proprio Stato come un feudo austriaco.

In Piemonte Carlo Felice vi aveva dai primi giorni meritato il nome di Carlo Feroce. Reazionario sino alla crudeltà e fanatico oltre ogni ignoranza, dopo essersi reso proconsole dell'Austria, le umiliò quella corona, che la sua stirpe aveva sempre difeso con ogni maniera d'inganni e di battaglie contro le pretensioni imperiali. Forse nessun re d'Europa ebbe allora della propria regalità un concetto più antiquato ed angusto di Carlo Felice, e nessuno fu meno re di lui. Ristabiliti tutti i privilegi antichi, riconsegnò le scuole ai gesuiti quando nella stessa Francia borbonica questi venivano sfrattati dalle scuole laiche; così il Piemonte ripiombò in un'atonia intellettuale che gli sforzi di pochi pensatori solitari non valsero a scuotere. Dell'esercito, antica gloria e costante forza del Piemonte, non ebbe e non poteva avere concetto, dacchè il vero presidio d'Italia, secondo il suo spirito reazionario, era l'Austria. Per la nuova vita politica e civile non sentì che ripugnanze; e repugnante a tal punto gli era Carlo Alberto di Carignano, malgrado ogni suo pentimento ed umiliazione, che lo avrebbe escluso a favore dell'Austria dalla successione, se la vittoria della nuova rivoluzione francese (1830) e le minaccie del suo governo, pronto in tal caso ad invadere il Piemonte, non lo avessero finalmente deciso a serbare italiano il proprio trono. Così finiva la dinastia dei Savoia, cresciuta illustre fra battaglie ed intrighi, senza che mai il Piemonte fiorisse di quella civiltà che aveva reso immortali Firenze e Venezia, Milano e Genova. L'ultima speranza d'Italia sembrava vanire con questa dinastia abbastanza forte nel tramonto dei principati per costituirsi regno, quasi a preparare con esso il passaggio dalla federazione all'unità; mentre Napoli, separata dal resto d'Italia per l'enorme muraglione dello stato pontificio e troppo diversa d'indole, si era venuta a mano a mano isolando. Il centro ideale d'Italia passato da Pavia a Milano, da Milano a Firenze, da Firenze a Venezia, da Venezia a Torino, sul lembo estremo d'Italia, come nel luogo più adatto allo scambio delle influenze europee per mezzo della Francia, si dissolveva con questa dinastia di re guerrieri non mai distrutti da alcuna guerra, e che nessuna guerra sembrava poter più rimettere alla testa d'Italia.

Carlo Alberto di Carignano, che doveva innestarsi sovra di essa, si era già due volte infamato col tradimento e coll'espiazione.

A Napoli Francesco I, succeduto a Ferdinando, finiva colla più incredibile corruttela di rovinare il regno martoriato da tanti anni di guerra e di rivolte. L'ignominia del piccolo duca di Lucca nominante uno stalliere ministro delle finanze sparve negli scandali del governo napoletano trafficato da certo Michelangelo Viglia e da Caterina di Simone, entrambi camerieri del re e della regina. Francesco I, più falso e codardo del padre, ne ereditò gl'istinti feroci e la scempia bigotteria. Francesco Del Carretto, carbonaro convertito al sanfedismo, fu il più feroce de' suoi proconsoli; il Medici seguitò ad essergli ministro, ma con infernale ironia re Francesco I si compiacque a lasciare arbitro supremo del governo il proprio cameriere. Le rapine, le malversazioni, le atrocità poliziesche, l'ipocrisia religiosa, la miseria del popolo, l'oblio d'ogni legge, giunsero al colmo. Metternich stesso ne fu così indignato che, seguitando nell'abile politica di frenare gli eccessi della contro-rivoluzione per togliere al popolo ogni pretesto d'insorgere, ammonì severamente il perverso monarca. Alcune congiure, scoppiate piuttosto come esplosioni di dolore che quali tentativi rivoluzionari, vennero represse con inaudita ferocia: il paese di Bosco fu distrutto a cannonate da Del Carretto e fra le cruenti rovine vi sorse una colonna a perpetuo ricordo e minaccia; altre congiure furono simulate o fomentate dalla polizia, per atterrire simultaneamente il re ed il popolo. Nel 1827 la povertà delle finanze costrinse il re a rinunziare alla garanzia dell'occupazione austriaca, per fidarsi ad una guardia di 6000 svizzeri così dimentichi della loro antica libertà e così poco persuasi della nuova da servire come sicari di ogni tirannide; ma anche questa spesa bastava ad opprimere il troppo debole bilancio. La milizia napoletana, alquanto ritemprata dalla educazione delle guerre napoleoniche, ricadde nella antica ignavia; la marina, conservata piuttosto per fasto che per difesa, si coperse di vergogna dinanzi ai corsari di Tripoli; la polizia sola usò le armi contro il popolo della città e della campagna, insanguinandole per ogni più lieve pretesto. L'aristocrazia, ligia alla corte, si gettò nella corruttela per arraffarvi ricchezze; la borghesia abbandonata invilì sotto le minaccie di processi non guarentiti da alcuna procedura, e di condanne alle quali nessuna innocenza poteva essere ostacolo; il popolo rimase plebe quasi selvaggia nelle campagne, oziosa e viziosa nelle città.

La reazione proseguiva peggiorando giorno per giorno; fra governo e paese si allargava un abisso sul quale nessuna costituzione avrebbe più saputo gettare il proprio ponte, o gittandolo saldarlo così fortemente sulle ripe che la storia vi passasse. Le due maggiori monarchie italiane erano dunque decadute da ogni funzione politica, dopo avere per oltre due secoli riassunto tutta la vita politica nazionale: e questa, ricominciando non solo al di fuori ma contro di esse, accennava chiaramente che principio e forma del suo futuro governo avrebbero ad essere assolutamente diversi. Ma di questo principio e di questa forma nessuno ancora fra gli spiriti magnanimamente ribelli sapeva precisare qualcosa. Se i governi reazionari non erano più che una negazione assurda e feroce, la rivoluzione ancor rudimentaria non era che la negazione di questi governi, e nemmeno così vasta ancora da comprenderne gli Stati; il rispetto alla tradizione storica e la soggezione a tutte le autorità non permettevano che di sperare in piccole migliorìe amministrative o in cambiamenti di re per l'appagamento dei più immediati interessi. Occorrevano quindi molti altri anni di persecuzione e di studi per educare la nazione alla fede della propria sovranità politica.

Questo periodo fu il più torbido della storia italiana, perchè nè governi, nè Stati, nè popoli vi ebbero coscienza: Roma stessa, che, cosmopolita di carattere, avrebbe potuto ottenervi un forte significato, inducendo col proprio principio ieratico una specie di unità nella reazione monarchica, parve più meschina delle altre corti. Il cardinale Consalvi, istrutto dalle traversie della rivoluzione e dell'impero, avrebbe voluto nella ristorazione pontificia salvare qualcuna delle conquiste moderne, ma la sua opera e la sua politica ostile all'Austria furono tosto abbandonate. Un antico rancore diplomatico separava l'illustre segretario di Pio VII dal nuovo pontefice Leone XII, pallida ombra di Sisto V, che si accinse alla reazione senza accorgersi di annullarvi i resti della politica del proprio Stato. Il problema imposto dalla storia al papato sfuggì al pontefice. Nella reazione europea, che rimetteva in tanto credito la religione, il papato avrebbe dovuto costituirsi arbitro supremo delle monarchie per dirigerne e dominarne l'opera.

Bisognava, sceverando i miglioramenti inevitabili ai tempi dai principii rivoluzionari, contrapporre alla logica della rivoluzione la dialettica di un'autorità capace di sorpassare l'opera angusta e contraddittoria dei parlamenti con generose iniziative, nelle quali, dietro l'esempio napoleonico, le monarchie si fondessero con una democrazia arditamente progressista e al di sopra delle quali Roma cattolica brillasse come un faro. Se il papato fosse stato ancora storicamente vivo, forse quest'idea vi si sarebbe espressa, ma, rovesciato dalla conquista del direttorio, cacciato dall'altra dell'impero, quasi schiacciato dall'Austria al congresso di Vienna, poi ricondotto a Roma come un simulacro fra i tanti dell'arte che la Francia restituiva alla città eterna, non ebbe e non potè avere vita politica. Il papa non vi fu più che un sovranello come Ferdinando e Vittorio Emanuele, sottomesso all'Austria, timoroso dei propri sudditi, incapace di affrontare il gran problema del secolo, respinto fatalmente nei regni del passato come tutti coloro cui è chiuso l'avvenire. La reazione, invece che a Roma, ebbe il proprio centro a Vienna; ma poichè questa minacciava di assorbire nel proprio patronato tutti gli Stati italiani come la rivoluzione intendeva a minarli, la condotta dei principi e del pontefice si smarrì in un dedalo di contraddizioni inconciliabili. Roma rimase appena una grossa città come Napoli e Torino; la sua antica autorità non impose rispetto alla politica di Metternich, che intendeva a sottometterla; il suo primato italico andò perduto, il suo governo composto di preti e di vecchi fu vecchio di idee e di modi, la sua reazione malvagia e puerile non sventò alcun pericolo e non suscitò alcuna forza.

Leone XII, cominciando dal favoreggiare confraternite e congregazioni religiose, ridusse tutti gli studi sotto la gerarchia ecclesiastica: quindi, dietro il falso esempio dell'impero napoleonico che tentava imporre il francese, rese obbligatorio il latino alle cattedre e ai tribunali, cedette al clero ogni istituto di carità e gli riconfermò ed ampliò immunità, privilegi, giurisdizioni. Vennero tolti agli ebrei i diritti di proprietà e richiamati contro di essi i nefandi rigori medioevali, chiusi i loro ghetti con portoni e sottoposta la loro libertà all'arbitrio dei santo uffizio; si concessero nuove istituzioni di maggioraschi, e si sarebbero ripristinate le giurisdizioni baronali se il concistoro non vi si fosse opposto. Si distrussero i tribunali collegiati per avere giudizi di un solo giudice e questi più ligio: annullata ogni autonomia municipale, soppresso persino il magistrato della vaccinazione.

Ma questa reazione essenzialmente formale come non irrobustiva il governo, così non scemava le forze latenti della rivoluzione. Infatti tutte le campagne romane erano così infestate da grosse squadre di banditi che le milizie papaline ne andarono sconfitte come in regolari battaglie: poi vi si deputarono cardinali, che dopo feroci esperimenti dovettero scendere a patti coi briganti. Dall'altro canto la carboneria seguitava ad estendersi, malgrado l'opposizione dei sanfedisti organizzati a brigantaggio politico sotto la tutela del governo.

Un doppio lavorìo di società segrete minava quindi lo Stato pontificio: i sanfedisti si congregavano presso i curati e i devoti; i carbonari presso i nobili, i commercianti o i proprietari; ma la loro lotta a colpi di fucile o di coltello, illuminata da drammi di tribunale nei quali i vinti sparivano per sempre nelle carceri o spenzolavano dalle forche, rivelava tutta l'insufficienza politica del governo. Un'invincibile anarchia peggiorava ogni giorno lo Stato pontificio, rendendolo scandaloso all'Europa nei racconti degl'innumerevoli visitatori di Roma. Il giubileo (1825) inspirò deliranti angoscie al Vaticano: si temeva che i carbonari vi prendessero parte travestiti da pellegrini, e, occupata Roma, l'insanguinassero. Ma siccome Leone XII, piuttosto per riottosità di natura che per sentimento di regale dignità, recalcitrava agli imperiosi ammonimenti di Metternich, e la Francia lo consigliava d'impedire ogni commozione liberale per evitare i pericoli di un intervento tedesco, spiegò molta pompa di rigori contro il liberalismo. Il cardinale Rivarola, mandato legato a latere nella Legazione di Ravenna, memore della sua venuta nei primi giorni del 1814, v'insanì in persecuzioni ridicole malgrado la ferocia. Nell'agosto del 1825 vi condannò cinquecento e otto liberali, parecchi dei quali alla pena capitale e al carcere perpetuo: ed erano per la maggior parte nobili e borghesi, persone elette per nascita o per funzione.

Moltissimi altri subirono il precetto politico consistente nel non poter uscire di casa se non a certe ore, nell'obbligo di presentarsi ogni quindici giorni ad un ispettore e di confessarsi tutti i mesi ad un confessore approvato dalla polizia. Misure violente ed inefficaci, che confondendo governo e religione abituavano al dispregio dell'uno e dell'altra! Naturalmente i processi non avevano garanzia di sorta: i codici napoleonici soppressi dalla ristorazione del 1814 non erano ancora stati surrogati, i giudici venivano riconosciuti strumenti di polizia; naturalmente le popolazioni si disgustavano più che non s'intimorissero. Mentre il Rivarola finiva infatti d'impazzire volendo conciliare i secolari odii tra Faenza e il Borgo d'Urbecco con matrimoni imposti fra le più fiere famiglie d'ambo le parti, e la propaganda sanfedistica del giubileo menava una campagna di spionaggi e di minaccie contro le sètte liberali, queste attentarono per mano d'intrepidi sicari alla vita del timido e feroce cardinale, costringendolo a riparare in Genova. Gli successe monsignor Invernizzi con una commissione straordinaria di legulei e di soldati, che più destro riuscì a corrompere le sètte con una generale promessa di perdono a chiunque facesse spontanea confessione delle proprie colpe. Ma se l'espediente raggiunse in parte lo scopo, molti essendo stati i settari che vi si avvilirono, in parte fallì costringendo le sètte a migliore organizzazione: a Roma stessa si tentò una congiura, nella quale un Targhini e il medico Montanari lasciarono la vita.

La reazione pontificia diretta dal cardinale Bernetti, successore al Della Somaglia, non senza ingegno e temperandola con qualche miglioramento amministrativo, ispirava così poca fiducia a lui stesso, diplomatico rotto ai più difficili negozi e largamente istrutto degli altri governi, che lasciò sfuggirsi col Chateaubriand il celebre motto: Se campassi a lungo assisterei alla rovina del papato! Ma invece di cercarvi riparo, persuase al pontefice lo sciagurato motu proprio col quale, rianimando le classe dei nobili, si sopprimevano affatto i consigli provinciali.

Pio VIII dopo Leone XII trovò lo Stato senza codici e senza finanze in piena reazione contro l'opera iniziata contraddittoriamente da Pio VII per consiglio del Consalvi; quindi, reagendo sulla reazione del predecessore, cassò quanto questi aveva fatto di meno cattivo per abbandonarsi ciecamente nelle mani dell'Austria. Era l'ultima dedizione di Roma: il papa ne ebbe appena il tempo, e morì; quasi contemporaneamente cessavano di vivere Francesco I di Napoli e Carlo Felice di Piemonte.

Nuovi attori si presentavano per l'imminente rivoluzione.

La sommossa del centro.

La rivoluzione francese delle Tre Giornate di luglio rianimò in Europa le speranze liberali. Belgio, Polonia, Italia risposero con altrettanti moti, affidandosi a magnanime illusioni ben presto tradite: nella Francia stessa la rivoluzione deviò presto dalla propria mèta republicana per arrestarsi nell'insuperabile pantano di una nuova monarchia. Qualunque fossero le intenzioni dei capi rivoluzionari e per quanto facile si mostrasse l'Europa a riconoscerle, una republica francese non poteva allora trionfare per difetto di republicani, giacchè il popolo aveva piuttosto partecipato all'insurrezione parigina per insofferenza della scempia tirannide borbonica che per una ideale passione di libertà. Quindi la borghesia, prima iniziatrice della rivolta e rimasta prontamente sola nella vittoria, si scisse in due partiti: l'uno, composto di una immensa maggioranza inspirata da interessi pecuniari, anelante al potere, diffidente del popolo per egoismo di fortuna e per superiorità di coltura, imbevuta di parlamentarismo inglese e di economia classica, badò a consolidare il trionfo con una nuova dinastia sottomessa alle idee e ai voleri delle Camere; l'altro, scarsissimo di numero, torbido nei concetti, generoso nei sentimenti, innamorato del popolo e che pel popolo solo aveva combattuto, si frazionò in mille opinioni invece di proseguire nell'audacia rivoluzionaria, e, non trovando eco nelle masse incapaci di comprendere il suo moto settario, abdicò per rituffarsi nelle congiure e preparare una lontana republica.

Luigi Filippo d'Orléans, natura sordida ma ingegno destro, impersonò l'ideale borghese della involuzione, che lo nominava re, facendogli gettare sulle spalle un mantello republicano dal vecchio Lafayette, il più ingenuo fra i republicani aristocratici. Quindi la sua politica fu doppia. Sulle prime, incerto di ottenere dalle grandi corti d'Europa sempre collegate nella Santa Alleanza, il riconoscimento della propria nomina regale, liberaleggiò, prodigando promesse a tutti gli insorti e proclamando il non intervento ai monarchi contro le rivoluzioni. L'Europa sorpresa e mal preparata ad una rivoluzione continentale nicchiò: la Francia, benchè spossata ancora dagli ultimi sforzi dell'impero, atterriva le fantasie nordiche; le fiaccole rivoluzionarie agitate da Madrid a Bruxelles, da Bologna a Varsavia, turbavano le viste senili dei diplomatici: si temevano esplosioni; tutta l'Europa era minata, la Francia poteva rinnovare i miracoli del '93. Ma Luigi Filippo, che conosceva meglio di tutti la propria situazione, appena carpito all'Europa il riconoscimento, mutando linguaggio e modi aspreggiò la rivoluzione.

Quindi tutti i moti, che determinati dai primi impulsi francesi ne aspettavano altri per proseguire, si arrestarono: vi furono delusioni e sconfitte tragiche, abbiezioni e tradimenti senza nome. La Francia, riapparsa così bella e grande nelle Tre Giornate, cambiò ancora fisionomia, acconciandosi sulla magnifica testa rivoluzionaria la maschera scialba e falsa di Casimiro Périer. La prima controprova monarchica della grande rivoluzione era stata fatta dai Borboni del primo ramo; la seconda cominciava con quello degli Orléans e non doveva avere con più lunga vita miglior fortuna: l'ultima doveva essere quella del secondo impero. Solo dopo aver logorato in successivi esperimenti tutte le forme della monarchia, la Francia arriverebbe prima in Europa alla conquista della republica pel proprio principio democratico.

L'Italia si scosse. Ma se alla rivoluzione spagnuola del '20 erano insorte Napoli e Torino, i due maggiori regni nei quali più fermentavano i residui militari del napoleonismo e la carboneria, alla nuova rivoluzione francese non risposero che i ducati e le Romagne. Troppa era la forza militare dei due regni e l'energia della loro reazione, perchè si potesse contro di loro rinnovare il fallito tentativo. D'altronde se in questo decennio le idee politiche avevano progredito teoricamente, non si osava ancora iniziando una rivolta proclamare la decadenza dei sovrani e un vero mutamento degli Stati. Il regno pontificio, più scarso a soldati e più fiacco di ordini, si prestava meglio ad una sommossa, che doveva esprimere piuttosto una generosa impazienza di sentimento che un vero concetto politico. Ma anche questa volta la carboneria ripetè l'errore del '21, fidandosi ad un principe.

Francesco IV di Modena, crudele tempra di tiranno, non poverissimo d'ingegno e ricco d'ambizione, parve egli stesso cercare l'appoggio della carboneria per costituirsi nella media Italia un grosso Stato. Era il vecchio sogno dei Medici, dei Farnesi, degli Estensi colle stesse invincibili difficoltà. La storia non ha ancora potuto accertare quanta realtà di propositi e di mezzi fosse in questo ultimo sogno: i settari traditi lo ingrandirono forse nelle invettive contro il tiranno, questi spaventato lo negò. Nullameno fu chiaro che Francesco IV si era di qualche guisa accontato con Ciro Menotti, eroica ed ingenua natura di patriota, consacrato dal martirio all'onore della storia; e che, sbigottito dalle rivelazioni fatte contro di lui dallo stesso Luigi Filippo, già mescolato nelle sètte, al conte Appony ambasciatore austriaco a Parigi, si gettò colla ferocia della paura nella reazione. Parve, ed era una fazione medioevale. Ciro Menotti invano combattente rimase prigioniero; ma all'eco della ribalda ducale aggressione Bologna, agitata dalle novelle francesi, esplode: l'indomani (5 febbraio 1831) Modena riavutasi dallo stupore caccia il duca, che ripara a Mantova traendosi dietro Ciro Menotti, freno allora contro le vendette popolari, sfogo più tardi alla vendetta del tiranno. Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Ravenna s'emancipano, Ferrara imita l'esempio; Parma, Pesaro, Fossombrone, Fano, Urbino licenziano i propri governatori; poi Macerata, Camerino, Ascoli, Perugia, Terni, Narni e finalmente Ancona seguono la rivolta. Il 25 febbraio un popolo di due milioni e mezzo di italiani liberi dovrebbe essere in armi e non vi è: Napoli, Torino, Milano, Venezia non si muovono. Una congiura, tentata a Roma nell'interregno del conclave dai principi Bonaparte, figli dell'ex-re d'Olanda, era fallita inonoratamente; un'altra capitanata a Firenze dal Libri, mirabile ingegno di scienziato cui la sordidezza del carattere doveva apprestare così miserabile fine, concluse ad una ridicola dimostrazione di teatro.

Quindi il moto si concentrò a Bologna, nella quale era costituito un governo provvisorio, ma giammai più nobile causa ebbe più inetti rappresentanti. Lo componevano aristocratici, professori d'università, grossi proprietari: Giovanni Vicini, volgare avvocato e peggiore politico, lo presiedeva. Il governo pontificio aveva ceduto con mollezza: i rivoluzionari furono anche più fiacchi. Del problema politico, quale loro s'imponeva, non solo non intesero nulla, ma per angustia di carattere ed insufficienza d'ingegno parvero intenti a contraddirlo. Anzitutto affermarono di essersi costituiti in governo per evitare l'anarchia dietro la dichiarazione di monsignor Clarelli prolegato abdicante all'amministrazione della provincia; poi il presidente Vicini diramò una sua scrittura di leguleio, nella quale, desumendo la libertà di Bologna dalla convenzione stretta nel 1447 fra la città e Niccolò V, finiva col paragonare le Tre Giornate francesi di luglio alle sei della creazione. Era una risurrezione del ghibellinismo federale, senza modernità nemmeno nelle frasi. A Parma e a Modena i governi costituiti si scusavano della propria esistenza, accusandone i sovrani fuggiti senza nominare altro governo. Non si pensava nè a leggi nè ad armi. La formula del non intervento, lanciata dalla Francia, pareva presidio sufficiente; non si capiva il doppio giuoco di Luigi Filippo, non si voleva aumentare la rivoluzione per non accrescerne i pericoli. Le vanità municipali si sbizzarrivano nelle teatralità di staterelli improvvisati: si mandavano deputazioni agli Stati vicini chiedendo e promettendo amicizia; ogni provincia si reggeva da sè; pareva una commedia e lo sarebbe stata, se gli austriaci intervenendo bruscamente non l'avessero mutata in dramma. Ma il governo non pensava più agli austriaci, che la formula francese del non intervento avrebbe dovuto rattenere.

L'Italia non esisteva ancora; Roma stessa, capitale del regno pontificio e quindi rivale di Bologna, era dimenticata, quantunque pel nuovo governo l'assenso e l'opposizione di Roma fosse della massima importanza. Ma l'Austria, così poco spaventata dal non intervento francese che lo avrebbe affrontato magari a costo di una guerra generale, uscì da Piacenza rimasta fedele alla duchessa per tradizionale ostilità a Parma insorta, e con poco più di un migliaio di soldati sbaragliò le scarse truppe rivoluzionarie a Firenzuola: questo bastò perchè tutto il ducato tornasse alla duchessa. Quindi toccò a Modena, che il generale Zucchi, buon veterano napoleonico disertato dagli austriaci per mettersi alla testa della rivoluzione, tentò invano difendere contro gli Estensi e gli austriaci vincitori a Carpi e a Novi. Il governo di Bologna, sempre fidente nelle promesse estere, aveva rinunciato non solo all'offesa ma alla difesa, quasi sperando dalla propria nullaggine meritare il permesso di vivere. Non si erano volute riattare le fortificazioni di Ancona; si era respinta l'idea di Sercognani, temerario colonnello faentino educato nelle guerre imperiali, che intendeva ad un'impresa decisiva su Roma; si era oppugnato il disegno di Zucchi per la formazione di sei reggimenti di fanteria e due di cavalleria. Quindi all'invasione di Modena il governo provvisorio di Bologna, rispose stupidamente che le cose dei modenesi non erano sue e che il non intervento era legge anche per lui: per quella di Ferrara replicò nel Precursore, organo governativo, che il non intervento non era stato violato perchè i trattati di Vienna vi concedevano all'Austria diritto di guarnigione; e quando finalmente Zucchi sconfitto si ripiegò su Bologna, il governo, che aveva ordinato di disarmare e d'internare quanti stranieri si presentassero armati alle frontiere, disarmò i 700 modenesi accorsi in suo aiuto. Poi il 20 marzo gli austriaci, dimenticando le derisorie promesse prodigate a quel ridicolo governo, si presentarono alle porte; e questo sempre eguale a se medesimo, intimato al paese di star quieto e alla guardia nazionale di mantenere l'ordine quale unico supremo intento, si ritirò ad Ancona col cardinale Benvenuti catturato, nelle mani del quale abdicò prontamente per chiedere amnistia. Nessuno dei membri del governo provvisorio si ricusò a firmare l'ignobile atto, nemmeno Terenzio Mamiani, anima ed ingegno tutt'altro che volgare. Il generale Zucchi, divisa la propria truppa in due corpi, ordinò la ritirata per la via Emilia e per la bassa Romagna. A Rimini, punto di congiunzione, avvenne uno scontro che salvò l'onore della bandiera, il solo che rimanesse: e poichè il generale Armandi, ministro della guerra, non aveva voluto riunire le forze dello Zucchi con quelle di Sercognani per assalire Roma, questi, spintosi fino a Rieti ed intesa la dedizione finale, dovette dar volta per la Toscana e rifuggirsi in Francia.

La rivoluzione, morta come era vissuta, non meritava rispetto e non l'ottenne. Gli austriaci violarono tosto la capitolazione, occupando Ancona un giorno prima e catturando la nave sulla quale erano saliti lo Zucchi e gli altri patrioti dirigendosi a Corfù. Comandava la corvetta austriaca in questa triste cattura il barone Bandiera, padre di Attilio e di Emilio, che dovevano dopo pochi anni immolarsi nella più arrisicata delle imprese patriottiche. Gregorio XVI, asceso al pontificato, richiamò il cardinale Benvenuti, e negò l'amnistia.

Quindi incrudelirono repressioni e vendette. Il duca di Modena chiamò al governo della polizia il Canosa, che rinfrescò la propria infame celebrità con nuovi orrori: Menotti, Borelli e troppi altri perirono; si promulgarono editti feroci sino all'assurdo, le condanne non si contarono più che a centinaia, mentre il popolo taceva allibito e il vescovo della città bandiva una lettera pastorale per additare nel duca un sovrano secondo il cuore di Dio. Maria Luigia di Parma con più mite animo si contentò invece di sospendere i magistrati partecipi della rivoluzione, e indi a poco perdonò a tutti. Gregorio XVI, dietro consiglio del cardinale Bernetti, incaricò due commissioni, l'una civile e l'altra militare, con pieni poteri di inquisire, e lasciando allo stesso cardinale di raccomandare loro la più sommaria delle procedure contro rei e sospetti: nè i giudici intesero a sordo. Un esodo di illustri propalò le sventure e le abbominazioni d'Italia; altri illustri nelle carceri meditarono e scrissero libri che valsero battaglie; molti illustri seguitarono nell'ombra il lento e solido lavoro per ridare all'Italia un pensiero nazionale.

Ma soffocata la ribellione, rimanevano a stabilire le provvidenze controrivoluzionarie. Quindi le diplomazie si accordarono, seguendo l'astuta politica dell'Austria in Italia, a chiedere con un Memorandum, rimasto celebre, alla corte di Roma alcune guarentigie municipali e giudiziarie a favore delle provincie pontificie fedeli o ribelli. Si voleva secondo l'idea più o meno espressa nei precedenti congressi ridurre lo Stato pontificio alle norme degli altri, senza accorgersi che con quest'atto implicante una certa secolarizzazione del governo papale si veniva a dar ragione ai rivoluzionari. Roma retriva e gelosa della propria tirannia interna recalcitrò, fingendo aderire: furono promesse l'elezione libera dei consigli comunali, l'istituzione di consigli provinciali, nuovi codici, la riforma dei tribunali, delle amministrazioni, delle finanze, l'ammissione dei secolari ai sommi uffici: sarebbe stata, come si disse, una èra novella. Se non che partiti gli austriaci Roma ritrattò ogni promessa; i liberali si sollevarono, i sanfedisti si armarono a combatterli. Furono inviati deputati a Roma per scongiurare la corte a mantenere la propria parola, ma questa non trattò che per guadagnar tempo: intanto le bande sanfediste ingrossavano. Il cardinale Albani, nominato legato a latere per le Romagne, attaccò gl'insorti a Cesena, e li disciolse; quindi infellonito invase Forlì, stuprando e uccidendo; gli austriaci ripassarono la frontiera accolti come liberatori dalle popolazioni tremanti per gli eccessi delle orde papaline. Al violato non intervento la Francia rispose occupando Ancona: il papa protestò, la Francia diede lo scambio ai due comandanti Combes e Galloy, troppo giacobini, col generale Cubières che si offerse sicario alla curia ma non evacuò la città. Nuovi processi si aggravarono sui vinti; gli ebrei d'Ancona dovettero pagare 600,000 franchi per l'accusa di aver veduto con piacere la rivoluzione del 1831; i sanfedisti vennero arruolati in corpi quasi regolari risuscitando una istituzione soldatesca, che Sisto V aveva cassato per ragioni di publica sicurezza. Questi strani volontari seguitavano ad abitare nelle proprie case, esenti da certe tasse e col permesso di tutto commettere. Tutto era loro consentito dalla polizia e dai tribunali; quindi rozzi e fanatici, perversi e pervertiti ne abusarono.

La diplomazia, fingendo riconoscerli sufficienti a garantire l'ordine nello Stato pontificio e dimenticando il proprio Memorandum, lasciò al papa ogni libertà di sgoverno: forse ella stessa aveva compreso l'impossibilità di spingere l'immobile amministrazione papale sulla via di una qualunque riforma, o forse la reazione universale la persuase in favore dell'assolutismo pontificio. Solo il ministro inglese lord Seymour si rifiutò di segnare la dichiarazione (gennaio 1832), colla quale si affermava che, avendo il pontefice pienamente adempito le proprie promesse di riformare lo Stato, occorrevano ora alla quiete d'Europa le misure repressive da lui prese contro gl'incontentabili ribelli.

Il risultato dell'intervenzione franco-austriaca negli Stati romani fu di costringere carboneria e sanfedismo ad uscire dal segreto delle sètte per combattersi all'aperto, precisando meglio l'antagonismo fra rivoluzione e governo: la rivoluzione degli Stati romani per contraccolpo modificò la condizione di tutti i partiti italiani. Quello assolutista si scisse: i sanfedisti degli Stati pontifici inclinavano all'Austria, mentre quasi tutte le altre società cattoliche d'Italia se ne staccavano impaurite, volgendosi ai principi indigeni. Il protettorato austriaco spaventò: si credette di poter resistere alla rivoluzione colla forza paesana della religione e della legittimità: era un primo passo all'emancipazione dello straniero, uno di quei mirabili accordi fra le forze antagoniste di una società, nei quali sembra spesso compiacersi la storia. Quindi il clero si alleò ovunque alle polizie paesane.

Il partito confusamente nazionale, da bonapartista e militare come al tempo della prima ristorazione, perdendo pressochè ogni spirito bellicoso, si mutò in riformista. Con questo spirito aveva governato l'ultima rivoluzione priva di forze soldatesche e quindi anche più inetta di quelle del '21. Laonde, non potendo sperare ulteriormente in sollevazioni o in costituzioni largite da principi, dei quali aveva fatto tanto misera esperienza, si volse a patrocinare le forze più vive della società, le lettere e le industrie, i congressi scientifici, le strade e le ferrovie. Così formò un'opinione publica intelligente ed operosa, che disarmò in parte il feroce terrore dei principi per ogni riforma, e, divulgando con efficacia idee e sentimenti politici, potè persino penetrare nelle corti. Il liberalismo, distinguendosi dalla rivoluzione, divenne come un campo, nel quale i due eccessi politici della nazione potevano incontrarsi per tentare qualche effimera conciliazione. Ma clero e nobiltà tiravano l'assolutismo italiano a nuove violenze, distruggendo i lenti e faticosi approcci del liberalismo riformista, costretto a consumarsi nello sforzo di riprodurli ogni giorno.

Il partito democratico invece fu rialzato vivamente dalla rivoluzione di luglio, nella quale apprese la necessità delle armi e di fare da sè. Il nuovo successo non fece che schiarirgli nella coscienza l'idea di una rivoluzione veramente italiana e simultanea contro preti, nobili, principi e stranieri. Gli ostacoli erano troppi e troppo forti. Nullameno il distinguerli e misurarli era già un immenso vantaggio; si usciva finalmente dalle ridicole teatralità della carboneria segreta, si smettevano gli inutili vanti degli avanzi napoleonici, si cercava sopratutto una nuova propaganda che affratellasse nella passione e nella fede. Contro tanti e sì potenti nemici non era difficile comprendere che solo il popolo, immenso di numero e di forze per quanto ignaro ed incerto, poteva combattere.

Il grido di Ciro Menotti morente: non vi fidate a stranieri! doveva fra poco essere raccolto dal genio eroico del risorgimento italiano.

Intanto le repressioni seguitavano infuriando. Il governo pontificio difeso da francesi, austriaci, truppe indigene, due reggimenti di svizzeri, volontari, centurioni, non avrebbe dovuto consigliarsi colla paura; nullameno punendo insanì. Chiuse le università per consentire poi l'insegnamento delle scienze a maestri privati, negò i gradi accademici a tutti i giovani anche minorenni mescolati alla rivoluzione, molti respinse dal fòro, a tutti attraversò ogni carriera onorata. Così aumentava il numero dei settari. Disciolti i consigli comunali e condannati quanti tale dissoluzione non approvassero, vennero mutate le già arbitrarie rappresentanze municipali in congreghe servili e faziose; perseguitati i liberali, negati i passaporti, sorvegliate le famiglie, violati i domicili. Finanze, industrie, commercio, polizia, tutto peggiorò.

La mite Toscana soppresse il giornale l'Antologia; fu bandito il Colletta moribondo; incarcerati il Salvagnoli, il Bini, il Guerrazzi; e si sarebbero perfino invocati gli austriaci, se il vecchio Fossombroni opponendovisi non fosse stato ancora tanto stimato da poterlo impedire. Nullameno altre condanne di esilio colpirono il La Cecilia, il Poerio, il Giordani: l'antica ospitalità, che aveva fatto della Toscana il paese più gentile ed amato d'Italia, cessò. Sull'animo poco schietto e meno coraggioso del granduca Leopoldo II pesavano le minaccie di Vienna e i suggerimenti del Piemonte, spingendolo a crudeli repressioni coll'accusa di usare clemenza per sedurre i liberali e diventare con l'opera loro re costituzionale di una Italia libera. Eroica ingiuria, che nessun sovrano d'Italia poteva allora meritare! Così re Carlo Felice, al quale nei primi rumori della rivoluzione di Bologna era stata presentata una supplica, secondo il remissivo procedere dei liberali piemontesi, per ottenere più liberi ordinamenti, rispose collo stringersi all'Austria contro ogni istanza di lord Palmerston e col cacciare in carcere i supplicanti: fra questi primeggiavano il Bersani, il Balestra, il Brofferio. Carlo Alberto succedutogli (21 aprile 1831) li prosciolse, ma lasciando nelle prigioni i traditi cospiratori del '21. Triste inizio di regno che doveva finire più tristamente! Il nuovo re per unica riforma diede un consiglio di stato di nomina regia e con voto consultivo su materie dal governo proposte: come prima idea politica si accodò all'Austria per sottrarsi ad ogni liberale influenza francese. Ma all'indomani della sua assunzione al vecchio trono di Savoia, ridotto negli ultimi anni ad insozzato predellino del trono imperiale degli Asburgo, gli scoppiava sul capo, violenta come una bufera ed abbagliante come un sole, la prima lettera di Giuseppe Mazzini, giovanissimo e già esule dall'Italia, per ricordargli il tradimento del '21 e promettergli il perdono da una vittoria italiana. Le più calde pagine di Machiavelli diventavano gelide al confronto di questa lettera, che bruciò quante coscienze la conobbero, e, passando anonima di mano in mano, parve scritta dall'Italia stessa al nuovo re di Piemonte. Chi poteva mai, scrivendo così, sottrarsi alla gloria del proprio genio?

A Napoli Ferdinando II, succeduto a Francesco I, sordidamente avaro e non meno simulatore del padre, finse onesti sentimenti con un'anmistia politica, che, alleviando le condizioni dei condannati, non mutò affatto i criteri del governo. Questi, cresciuto dai gesuiti alle più assurde idee del dispotismo, non ebbe e non potè avere alcun concetto politico. La sua affettata passione pei soldati non era che sfogo di giovanile iattanza e astuta misura per assicurarsi del loro favore dopo quello della plebe; infatti l'animo suo stupidamente malvagio si rivelò nella nomina di Del Carretto, il feroce incendiario di Vallo, il distruttore di Bosco, a successore dell'Intonti nel supremo magistrato della polizia, quando quest'ultimo per carpire al re una qualunque costituzione simulò coi propri agenti e d'accordo coi liberali congiure di rivolta. La nomina di Del Carretto fu la risposta del re, pronta ed inesorabile. Poco dopo a Messina, nel luglio del 1831, Ferdinando II, passando una rivista militare, ordinava una carica alla baionetta per cacciare nel mare metà della popolazione intenta allo spettacolo. E rise di questa sanguinaria ed imbecille imitazione di Caligola, che faceva precipitare dal ponte fra Baia e Pozzuoli la stipata moltitudine plaudente alla sua biga imperiale.

Questa rivoluzione del '31, se pure può chiamarsi così, chiuse il periodo dei moti regionali, liquidando tutti gli avanzi della rivoluzione e dell'impero francese. La sua inanità concettuale e l'inettitudine del suo processo, inevitabili allora, persuasero che nessuna indipendenza parziale sarebbe mai stata possibile in Italia, finchè l'Austria vi avesse dominato tutte le corti e Roma rattenuti nella servitù spirituale tutti gli spiriti. Naturalmente il progresso delle idee doveva condurre nella necessità di una ricostituzione italica a formule rivoluzionarie più vaste e positive: quindi la minoranza degli intelletti più audaci e dei cuori più generosi, gittando ogni prudenza e sorvolando ogni difficoltà, pensarono ad un'Italia una, libera, indipendente, republicana in una rivoluzione concepita come fine e mezzo a se medesima; confusero nello stesso sdegno eroico le tiranniche intimazioni dell'Austria e le fallaci promesse della Francia, l'esoso dispotismo dei principi e la subdola autorità di Roma. La maggioranza della gente, desiderosa di un meglio senza il coraggio di arrischiare il presente qualunque si fosse, e rispettosa dei diritti dei principi e dei papi, mirò ad una rigenerazione lenta con un accordo di tutti i poteri sociali, coi sovrani confederati contro lo straniero e largheggianti di riforme coi sudditi, con Roma banditrice di libertà in nome del vangelo e alla testa della confederazione. Ma erano ancora idee torbide e sentimenti indecisi. L'imminente partito dell'unità doveva essere lirico ed appassionato, ingenuo fino al ridicolo, ma parato sempre a riscattarlo col martirio, intrattabile nei compromessi ed assurdo nell'ostinazione: quello della confederazione invece calmo, dotto, rimpinzito di storia per sostenere la propria tesi irrompente da tutto il passato italiano, ma fiacco nell'azione, nascondendo nelle pieghe della prudenza molte viltà, spesso falso nelle intenzioni e nelle opere.

Nullameno per legge storica esso doveva riempire il nuovo periodo, perchè con un fallito esperimento di confederazione la coscienza nazionale si staccasse dalla formula antica della propria vita, avviandosi per quella dell'unità al conquisto del gran principio moderno proclamato dalla rivoluzione francese del dogma della sovranità popolare.