WeRead Powered by ReaderPub
La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 15: Colletta e Botta.
Open in WeRead

About This Book

The volume traces Italy's nineteenth-century political struggle, detailing secret societies and early uprisings, the spread of liberal and nationalist ideas through literary and political circles, and the evolution from insurrectionary attempts to broader popular revolts. It examines ideological currents and organizers, the mid-century revolutionary wave with its regional republics and papal reaction, the ensuing military campaigns and defeats, and the emergence of Piedmont as the leading force through diplomatic maneuvering and annexations. Throughout, cultural shifts, the decline of some revolutionary strains, and the rise of new political schools are evaluated.

Capitolo Terzo.
Il pensiero politico nel moto letterario

I primi gruppi.

Questi rivolgimenti politici si ripercuotevano nel pensiero nazionale.

Al tempo dell'impero napoleonico l'opposizione non era rappresentata che da impiegati malcontenti e da giovani esaltati nelle classiche memorie dell'antichità: pei primi tutte le questioni diventavano amministrative, pei secondi svaporavano in prediche poetiche di ribellione indecisa contro le cose e le persone; giù nella massa il sentimento nazionale, volendo chiamarlo così, era intorbidato tanto dai benefizi delle nuove idee liberali quanto dalle inevitabili vessazioni della dittatura militare; peggio ancora pregiudizi regionali, religiosi e sociali falsavano ogni giudizio. Ma colla ristorazione austriaca la scena cangiò: alle angherie dei francesi, sempre larvate da promesse di un regno italico o consolate da speranze di facili miglioramenti, successe un'oppressione senza diritti e senza avvenire: l'Austria schiacciò popoli e principi, cancellando ogni idea liberale della rivoluzione francese. Naturalmente questo bastò perchè coloro medesimi, i quali da principio non simpatizzavano troppo con essa, ne capissero tosto il valore e la verità. Il pensiero si destò ai gridi di dolore della coscienza italiana. Quindi nella nuova ricomposizione dei partiti l'opposizione si spostò, formandosi a gruppi con elementi bonapartisti e liberali d'ogni gradazione, per passare indi a poco in ogni forma di letteratura. Al di fuori delle corti e delle polizie, nelle quali interessi privilegiati e coalizzati toglievano di sentire la contraddizione della politica governativa colla vita italiana per risognare un passato, che gli eccessi medesimi della reazione constatavano impossibile, ogni coscienza culta e disinteressata doveva fatalmente accorgersi che l'Italia aveva bisogno di maggiore libertà e di leggi migliori.

L'opposizione fu dunque in tutti, ma non si esplicò che nella azione dei più forti.

La scuola di Monti agonizzava entro la scenica decorazione, nella quale aveva ospitato con servile indifferenza avvenimenti e padroni d'ogni sorta: quella di Foscolo, nobile d'intenzioni ed austera nel carattere, cresceva nella passione dei giovani, che affacciandosi alla vita sentivano ventarsi sulla fronte l'aria di un secolo nuovo. La grande rivoluzione letteraria del romanticismo giunse anche in Italia a sommuovere gli ultimi strati classici, che Foscolo stesso aveva rispettati. Ma il romanticismo innovatore ed insieme reazionario, ritogliendo l'arte alla tradizione delle scuole per rituffarla nella vita del popolo e rivelarle con altra interpretazione tutto il passato, implicava un ritorno alla religione; e questa contraddizione agli istinti del secolo produceva una bizzarra ed intensa passione per tutte le antichità medioevali. Quindi un'altra divisione di scuole venne a scindere l'opposizione, che il dispotismo straniero avrebbe sempre più condensato. La tormenta della grande rivoluzione francese placandosi lasciava negli spiriti un immenso bisogno di pace e di fede; si cominciava a comprendere la falsità del metodo rivoluzionario altrettanto assoluto nella distruzione che assurdo nell'ateismo; s'inorridiva degli eccessi francesi, si diffidava del popolo, nel quale il carattere era ancora di plebe. Laonde la scuola francamente rivoluzionaria non ebbe più rappresentanti; invece quella romantica, malgrado le proprie inconciliabili antinomie, apportava una formula che la costrinse a rapido e magnifico sviluppo. Il romanticismo era anzitutto libertà letteraria.

In Italia il primo gruppo di combattenti si strinse a Milano, rimasta come capitale momentanea del regno italico il maggiore centro letterario, e fondò un giornale col titolo falso di Conciliatore. Lo scrivevano Confalonieri, Pellico, Romagnosi, Rasori, Ermes Visconti, Berchet, Borsieri e Pecchio. La loro prima battaglia fu contro la letteratura vacua e pretenziosa degli ultimi classicisti, che, perduta la pompa affascinante di Monti e la scarna austerità di Alfieri, rimbambivano nella pedanteria dei precetti scolastici o nelle puerilità armoniose della lingua. A costoro, che seguitavano ricantando i classici, opposero Camoens, Shakespeare, Byron, Schiller, Goethe; poi dalle questioni letterarie si discese alle pratiche, appassionando gli animi pel mutuo insegnamento, pei battelli a vapore, per l'illuminazione a gaz; si evocarono le memorie del regno italico: si toccò la linea che separa la politica dalla letteratura. Ma la disputa rinfocolandosi trasse i giovani combattenti fuori del campo, cosicchè si videro il giornale soppresso (1819) da un ordine della polizia, mentre badavano a combinare l'alleanza della politica colla letteratura accogliendo in un bizzarro eclettismo le idee più disparate, dalla costituzione spagnuola all'estetica tedesca e all'economia inglese.

Il gruppo si sbandò, molti perirono tragicamente. I processi del '21 dispersero nelle carceri o negli esigli gl'ingenui novatori: Rasori si rituffò nella medicina, illustrandosi ed illustrandola; Romagnosi, sfuggito alla condanna, si chiuse nell'operosità di studi filosofici; Borsieri suo discepolo, Confalonieri, Silvio Pellico sparirono negli antri dello Spielberg. Ma la breve propaganda aveva così poco toccato il popolo che i condannati furono coperti d'ingiurie attraversando Verona: quindi parvero dimenticati. Silvio Pellico, allora leggermente volterriano, fors'anco materialista, di tratto in tratto economista come scolaro di Gioia, amico di Foscolo, poeta più melodrammatico che tragico, anima più sensibile che appassionata, si fiaccò nel carcere. Quello sgomento, che già aveva sorpreso Manzoni meditando sulle tempestose tragedie della rivoluzione francese, lo colse negli squallidi silenzi della segreta, in quella eterna luce di tramonto che gli scendeva dall'alto delle inferriate come un gemito. Il romanticismo che covava nel suo spirito si sviluppò. Pellico si convertì alla religione dei propri carnefici e scrisse Le mie prigioni, spaventevole poema, con alcuni carcerieri, pochi personaggi muti, due o tre compagni d'infortunio, una prigione buia, un imperatore invisibile al disopra di tutti e Dio al disopra dell'imperatore. Il cospiratore era vinto, il nuovo cristiano predicava coll'antico fervore del congiurato la rassegnazione alla schiavitù, additando lo stesso cielo in nome del quale tiranni e preti opprimevano. L'immenso successo delle Mie prigioni, quando furono stampate nel 1831, rivelò lo stato della coscienza nazionale ancora troppo soggetta alla codarda morale del clero e troppo poco educata all'orgoglio delle battaglie.

Ma soppresso il Conciliatore, usciva a Firenze l'Antologia, raggruppando altri ingegni e riprendendo la guerra. Dante, che Monti aveva travisato in una sonante ed abbarbagliante imitazione, risorgeva come poeta nazionale per opera specialmente di Foscolo: si moltiplicavano le edizioni della Divina Commedia, nuovi commenti non più informati a piccinerie filosofiche o erudite apparvero; Arrivabene e Troya vi si distinsero, poi tutti vi si cacciarono falsando con intenzioni patriottiche il significato del poema, che nullameno giovò a ricostituire la coscienza letteraria. Un gran fervore di studi si apprese alla gioventù: le Accademie si dettero a utili e nobili lavori, si vollero forme moderne e idee nuove. L'antico tipo del letterato pretensioso e disutile scomparve, ogni libro ebbe uno scopo sociale; non fu più permessa la puerilità di quei diverbi letterari che avevano divertito l'ozio delle passate generazioni. Ma gli scrittori erano tuttavia divisi, oltre che per scuole, in gruppi regionali non senza lievito di ostilità: i libri più divulgati in Toscana erano appena noti in Lombardia, quelli di Napoli per giungere a Torino dovevano impiegare molti anni. Nè il mestiere dello scrittore era senza pericoli e dolori: i governi sospettosi vegliavano e censurando condannavano: la pubblica opinione poco giovava: la stessa coscienza degli autori, combattuta da principii inconciliabili di autorità e di emancipazione, non trovava sempre in se medesima l'energia di una lotta, nella quale il riposo era conteso e negato il trionfo.

Però un'intenzione italiana animava ogni scritto. I giornali scarsi, mal redatti, diretti da gazzettieri ligi alla polizia, non potevano diventare arma di battaglia contro i governi, o, tentandolo per opera di giovani animosi, erano presto soppressi. D'altronde il popolo in gran parte analfabeta non leggeva. I libri valevano meglio, perchè capaci di lasciare più profonde impressioni e di educare opinioni più durevoli. La grande massa del pubblico rimaneva nullameno svogliata: quelli che, leggendo per ozio di vita o cultura di spirito, partecipavano col pensiero alla vita spirituale della nazione, erano stati educati quasi tutti dal clero o nell'abitudine di famiglie egoisticamente chiuse in se medesime e timorose di ogni novità per troppo lunga esperienza di servitù. La bigotteria, profittando del nuovo fervore romantico verso la religione, affettava grande e signorile importanza; l'impossibilità materiale d'una rivoluzione, che i ripetuti tentativi infelici disonoravano nel timido buon senso dei più, rafforzava il rispetto ai principi, mentre lo spionaggio delle polizie assiderava ogni calda ed improvvisa risoluzione.

Il dualismo letterario.

Quindi delle due grandi scuole letterarie, che allora si divisero il campo, quella della rassegnazione e quella della rivolta, la prima fu la più numerosa ed accetta. A capo di essa splendeva Alessandro Manzoni, guidava la seconda Francesco Domenico Guerrazzi: entrambi poderosi nell'ingegno, profondamente e largamente originali. Intorno a Manzoni si strinsero Pellico, Grossi, Torti, Tommaseo, più tardi il Carcano e il D'Azeglio; con Guerrazzi instava scettico ed appassionato il Bini, tempestava il Berchet, poi folgoreggiò il Niccolini; da Napoli lanciava inni simili a girandole il Rossetti, quindi stridè la satira del Giusti; alto su tutti, più moderno e nulla meno antico quanto il dolore umano, si librava Leopardi, quasi immagine disperata della patria che quegli sforzi generosi non avrebbero salvato.

Ma se nel Manzoni un cattolicismo troppo più cristiano di quello politico di Roma attutiva le passioni esasperate dall'oppressione indigena e straniera, attirando l'egoistica prudenza dei molti piuttosto a speranze di riforme graduate che alla necessità di una rivoluzione nazionale, il sentimento di questa era pur così vivo nel grande poeta da ispirargli tra gl'inni dell'Adelchi la più rovente rampogna di battaglia. Nel suo stesso romanzo tanto lodato, attraverso la falsità di caratteri popolari che allora parvero meravigliosi di esattezza, e sotto il velo di una morale che sconsigliando la lotta conclude fatalmente alla tirannia dei malvagi responsabili solo in faccia a Dio, si coglie una onesta intenzione democratica, che riconosce unicamente nel popolo la poca virtù capace di albergare sulla terra. Ma contro Manzoni, del quale la coscienza religiosa e semi-rivoluzionaria, accordandosi con quella della massa, doveva rimanere come specchio di quella della nazione, sorgeva tempestando il Guerrazzi. Preso nell'orbita della grande cometa di Byron, egli è fosco e solenne, impetuoso e compassato, credulo e scettico: la sua collera come quella del mare gitta schiuma e ruggiti, la sua parola scoppia come il baleno, la sua passione ulula come una bufera. Libertà, odio allo straniero ed al prete, orgoglio italiano, antagonismo regionale, amore democratico e rancore plebeo, pessimismo ateo e deismo biblico, tutto fermenta nel suo spirito; incapace di misura, nullameno conserva sempre l'atteggiamento scultoriamente classico di un gladiatore; tribuno, fonde la veemenza dell'apostolo con quella del profeta. I suoi libri spesso pensati e scritti nelle carceri sono battaglie: il suo disprezzo per la gente è un tonico che la fortifica, le sue invettive hanno il vigore di un'argomentazione, la sua teatralità abitua ai pericoli delle parate per giungere a quello degli scontri.

Nessun scrittore fu allora utile e potente più di lui, nessuno pure doveva essere più presto dimenticato. E mentre il Guerrazzi, facendo dell'arte una catapulta, scagliava i propri libri come macigni sui nemici della patria, Berchet esule lanciava da lungi canzoni di guerra e di maledizioni che facevano stringere convulsamente le mani cercando un'arma a chiunque le ascoltasse; Niccolini risaliva sonante di lirica sul teatro di Alfieri, mutando la tragedia in una battaglia per la libertà, spesso a rovescio della storia, moltiplicando personaggi e fantasmi che parlavano contro i tiranni, come irrompono i torrenti e divampano gl'incendi; Giusti ravvolto nell'anonimo, come l'eterna satira popolare, gittava fra quelle ardenti declamazioni lo stridore di un sarcasmo che finiva di rendere spregevoli i nemici della patria, già diventati odiosi a forza di essere odiati. Vivido, leggero, infallibile nella malizia quanto l'antico popolo di Firenze, il nuovo poeta coglieva il falso di ogni partito, spingendo alla rivoluzione collo scherno a tutte le autorità, e con così intensa passione di patria da mutargli spesso il lazzo amaro in un eroico urlo di sfida.

Ma sulle due scuole della rassegnazione e della rivolta, sui nuovi guelfi e ghibellini, su coloro che non avrebbero voluto sacrificare il cattolicismo alla rivoluzione, e quelli che dichiaravano la libertà inconciliabile colla religione, Giuseppe Mazzini, alto nello sforzo di riassumere le due opposte tendenze, predicava l'insurrezione in nome del diritto e il martirio in nome di una religione che del cristianesimo accettava quasi tutta la parte essenziale. Scrittore politico più rivoluzionario ed efficace di tutti, dava corpo agl'incerti fantasmi delle due scuole colla doppia formula dell'unità e della republica italiana in una prosa serrata come una falange e nullameno sinuosa come un'onda, balenante e melodica, esatta come una geometria e capziosa come una pittura, italiana più che quella medesima di Machiavelli e tanto moderna che oggi pure nessun'altra ha ancora saputo ripeterne l'animosa ed animatrice naturalezza.

In tanta effervescenza di novità si rivangava naturalmente il passato; a ciò spingeva la passione romantica, e quella dialettica storica che costringe i popoli ad estrarre il futuro dalla coscienza del proprio passato. La morta erudizione si animava d'intenzioni creatrici, i congressi scientifici fingevano assemblee nazionali, i canti del popolo erano sfide alla tirannide, le allusioni dei libri e dei discorsi avevano l'improvviso e la precisione delle coltellate. La stessa questione della lingua dibattuta con tanto accanimento si mutava in problema nazionale, giacchè l'insurrezione di tutte le provincie contro la primazia toscana e la confusa difesa di quest'ultima menavano all'unità di un linguaggio piuttosto parlato che scritto, non più imbalsamato nella tradizione, ma vario e mobile come la vita. La critica, trascinata dall'istinto novatore della letteratura, cangiava i vecchi canoni delle scuole per accoglierne altri dalla storia e dalla filosofia; l'arte ribattezzata da Canova nel classicismo greco, spezzava con Bartolini il sacro fonte per avventarsi a mal comprese originalità; si moltiplicavano le storie regionali, s'investigavano gli archivi, si cercava il segreto delle epoche trascorse quasi per indovinare quello dei fatti imminenti.

Il contatto e la diffusione delle letterature europee spronavano a grandi cose col confronto umiliante dello stato attuale italiano, giacchè la boria del passato, diventando argomento contro l'oppressione straniera, non toglieva di sentire a quanta distanza si fosse ancora dalle nazioni che guidavano il movimento europeo.

Bisognava tutto rinnovare e tutto fu miracolosamente rinnovato. Giammai l'Italia ebbe più grande operosità spirituale; dalla ristorazione del '15 alla rivoluzione federale del '48 il numero dei grandi italiani è tale che fa battere il cuore di nobile orgoglio.

Colletta e Botta.

Nella letteratura politica, dopo il Conciliatore, le opere di Guglielmo Pepe e di Santorre Santarosa rivelano meglio di ogni altra le idee d'allora negli uomini d'azione, che, separati dalla vita nel segreto delle sètte, non solo vi diventano incapaci di afferrare il significato storico di un momento, ma non v'imparano nemmeno l'abilità necessaria alle cospirazioni. Al disopra di esse levasi per senno politico la storia della rivoluzione napoletana di Vincenzo Coco: dopo di essi il Colletta e il Botta, fra la turba degli storici accumulanti in lavori parziali l'immenso materiale della futura grande storia d'Italia, esprimono un altro momento dell'opinione publica italiana. Quegli bonapartista, nemico della carboneria e uomo del potere anzitutto, giudica la rivoluzione napoletana del '20 come una serie gratuita di errori, senza afferrare la causa recondita di un movimento storico, che pure riceve contraccolpi da tutto un moto europeo; non sente la fatalità dell'antitesi in quel processo rivoluzionario, al quale mancano i due grandi principii dell'unità e della sovranità nazionale; ma, nemico implacabile della monarchia borbonica, la trascina alla gogna dell'immortalità colla paziente passione di una analisi, cui nulla sfugge. Senonchè il suo pensiero si offusca alla fine: fra i regii sempre carnefici, e i rivoluzionari sempre inetti, l'avvenire è impossibile. Il bonapartismo fallito non può ripetersi; la religione ridotta dai preti ad arma di battaglia non saprebbe mutarsi in sostegno; il popolo non esiste e non esisterà; l'Italia non è, non fu, non sarà mai che una regione spezzata in singoli Stati; e lo storico, rifugiandosi indarno nell'angustia di un concetto puramente napoletano, muore senza risolvere il problema impostogli dalla propria storia. Quando questa uscì, il successo ne fu immenso: si parlò di Tacito, si ammirò la severa grandezza dello stile classico, al quale avevano collaborato il Giordani, il Niccolini e il Capponi; ma di nobile e d'importante davvero non ne scaturiva che l'odio alla monarchia borbonica, così intenso da propagarsi in contagio contro ogni altra monarchia.

La conclusione, che il Colletta non aveva osato di trarre dalla propria storia, la cavò il Botta, e fu un odio profondo ed ingenuo contro la rivoluzione francese venuta a turbare il naturale sviluppo della storia italiana. Colletta era rimasto vittima della crisi nell'impossibilità di conciliare la doppia impotenza dei regii e dei rivoluzionari in un'idea di progresso; Botta si cacciò risolutamente indietro, isolando il passato d'Italia ed isolandola da tutto il mondo. Egli non si domanda il perchè della rivoluzione o dell'impero francese: le tempeste e le disgrazie hanno forse sempre un perchè? Secondo lui la libertà era antica in Italia, le repubbliche di Genova e di Venezia l'avevano applicata coll'equa combinazione di un patriziato immobile e di una democrazia municipale. Perchè dunque erano finite così tristamente? Botta non se lo chiede. La Francia, compiendo di sopprimerle, non reca in Italia che leggi geometriche; ma l'assoluta uguaglianza civile, che sola può produrre la sovranità nazionale, ripugna al vecchio italiano. La rivoluzione francese non ha che a presentarsi per vincere, e Botta profondamente innamorato del proprio paese dimentica la propria autorità di storico, colla quale aveva condannato la nullaggine infame di tutte le corti italiane, per sposare subitamente la causa dei vinti contro i nuovi barbari. Ogni mossa dell'esercito francese per lui è un errore, ogni riforma una profanazione; i liberali sono parricidi, i reazionari possono essere assassini, ma in fondo hanno ragione. La caduta del potere temporale non soddisfa più in lui il giansenista, la sostituzione di Murat a Ferdinando IV non lo compensa, il benessere prodigato dal governo unitario dell'impero napoleonico non lo appaga. Il suo patriottismo italiano trionfa della sua ragione: le republiche improvvisate e morte eroicamente, come quella di Napoli, non vietano a lui democratico il rimpianto delle vecchie dinastie cadute senza decoro nè di diplomazia nè di battaglia. Quindi rifugiato nell'adorazione di Torino, spia la caduta dell'impero aspettando il ritorno dei Savoia, dai quali non chiede e non aspetta nulla, ma nei quali sembra sentire istintivamente la continuità della storia italiana: e alla fine della propria storia, scorato e confuso, conclude in un lamento sull'incorregibile perversità umana e sull'inutilità di seguirne le vicende.

L'esagerazione dell'odio alla Francia aveva già toccato gli ultimi termini nel libro stravagante di un altro piemontese, il conte Galiani di Cocconato, che paragonò l'invasione francese alle calate dei barbari.

L'influenza del Botta sul pensiero nazionale fu efficacissima. La sua sincerità nel rivelare gli orrori delle corti italiane scemava l'effetto del suo odio alla rivoluzione francese venuta a spazzarle, mentre il suo patriottismo, che aveva resistito a tutte le speranze della libertà per passione della patria indipendenza, rinfocolava l'odio all'Austria ben più tirannica di Napoleone. La sua irreligione, i suoi istinti democratici persistenti nella disperata difesa dell'aristocrazia per opporla alla demagogia straniera giovavano nella nuova guerra contro l'autorità dei papi e dei principi, cui il ravvivarsi della religione per opera della reazione romantica ridava forze più minacciose. Che se il suo scettico scoramento sminuiva nei lettori la fede ai destini della patria, il nuovo pessimismo della scuola romantica, ebbro di violenze patriottiche, bastava a temperarne l'effetto; mentre l'autorità dello storico, allora immensa, serviva come arma contro coloro che avrebbero voluto vedere la salvezza solo in un ritorno all'antico.

Il principio rivoluzionario abilissimo a giovarsi di tutto non derivava dai due storici che gli effetti della loro critica al passato, lasciando all'entusiasmo dei giovani scrittori aprire le porte del futuro colla magica chiave dei sogni. Perché il presente di quella reazione monarchico-austriaca fosse irremissibilmente condannato nella coscienza della nazione bastava che nessuno dei magni spiriti, combattendo il liberalismo per le tragiche ed incomprensibili contraddizioni de' suoi primi momenti, si ergesse difensore del passato: e nel passato si poteva come Botta condannare per patriottismo l'invasione francese, non assolvere i principii dei vecchi governi in nome dei quali si pretendeva ancora di governare.

Ma la corrente rivoluzionaria ingrossava tutti i giorni. Una turba di minori letterati, accodandosi ai grandi, ne rinforzava e ne diffondeva l'opera; il rispetto alla religione cresceva nei più per influenza della scuola manzoniana; ma il nuovo sentimento religioso, sorto come reazione contro l'empietà rivoluzionaria, non l'aveva al tutto dimenticata, e separava involontariamente la religione dal clero: questo non poteva più essere stimato che a patto di conformarsi interamente allo spirito di quella. I nuovi credenti non avevano che a ricordarsi per ritornare increduli: l'ingenuità della vecchia superstizione era finita; il cattolicismo profittava della crescente religiosità delle anime senza contenerla intera, giacchè la filosofia, la poesia e la patria stessa se ne toglievano gran parte. L'eroismo ateo della rivoluzione passava nella religione, che aveva ceduto così vilmente il campo alle prime bufere del 1793 per ritornare tremante fra i gendarmi dell'impero napoleonico e soccombere daccapo alla loro violenza. L'opposizione del clero al patriottismo liberale, costretta ad allearsi collo straniero oppressore, disgustava anche i più arrendevoli fra i credenti: le stesse plebi brutali malmenate dalla polizia cessavano di vedere nei liberali tanti eretici. Solo i contadini, lontani da tutte le influenze civilizzatrici dello spirito, rimanevano ligi al clero; ma, chiusi nell'inerte egoismo della propria segregazione, non potevano offrire, e non offersero poi, soldati nei giorni della battaglia.

La quale, diversificandosi per tutte le forme, che il pensiero può assumere nell'azione, si rinnovava ogni giorno e in ogni luogo, nel discorso e nel libro, nell'allusione e nella reticenza, negli scavi dell'erudizione e nelle visioni della poesia, nelle proposte commerciali e nelle ipotesi scientifiche, nell'italianità e nella nazionalità, che uomini e cose, affermazioni e negazioni, esprimevano contro la reazione monarchico-clericale guidata dall'Austria.

Rosmini e Gioberti.

Ma come fondamento al vasto e confuso edificio letterario, che la nuova coscienza nazionale alzava per disciplinarsi all'azione, una nuova filosofia allargava con sapiente lavoro le basi del pensiero. Mentre il Galluppi, fedele alla filosofia sperimentale inglese oppugnava la Genealogia del pensiero del Borelli attaccandosi a Kant senza troppo comprenderlo; e il Poli, con tentativo più generoso che fortunato, imbastiva un eclettismo universale per opporlo a quello prestigioso del Cousin; e il padre Ventura, obbedendo inconsciamente al moto risospingente gli spiriti nel passato per conquistare nuove idee, mirava a risuscitare la scolastica innestando la filosofia sulla rivelazione; e Terenzio Mamiani, ingegno forbito, mirabile per facilità di dilettantismo in ogni ramo del pensiero, affrettavasi a sciogliere tutte le questioni riducendole a quella sola del metodo, già noto secondo lui in tutta la sua assoluta verità agli antichi italiani; due primissimi intelletti stampavano nella storia del pensiero nazionale ben più vasta orma. Contemporanei, dottissimi, diversi nell'ingegno e nel carattere, furono avversari, e nullameno concorsero politicamente nello stesso concetto. Rosmini si oppose al criticismo dissolvente di Kant, Gioberti all'idealismo trascendente di Hegel; ma entrambi rimasero inferiori alla logica del primo e alla sintesi del secondo. Rosmini fondò il metodo psicologico con insuperata precisione di analisi; Gioberti salì impetuosamente sull'ontologia per dominare da essa tutto lo scibile, capovolgendolo spesso nelle più arbitrarie e bizzarre prospettive. Quegli era un intelletto, questi una fantasia filosofica; l'uno un carattere sacerdotale, l'altro un temperamento tribunizio irresistibilmente facondo e ciarlatano; l'opera di Rosmini prosegue, quella di Gioberti si è arrestata. Ambedue furono cattolici ed agguerrirono il sistema cristiano contro gli assalti della metafisica tedesca e della scienza moderna, per quanto era sistematicamente possibile.

Politicamente conclusero al neo-guelfismo: Rosmini vi arrivava lentamente e solidamente per deduzioni scolastiche lasciando la creazione nel mondo, la ragione sotto la rivelazione, la storia sotto la provvidenza, la politica sotto la morale, la morale sotto la religione, la religione sotto la santa sede, e questa sotto il pontefice come sotto la più alta, antica ed universale autorità italiana. Gioberti, sempre oscillante nelle opinioni, rivoluzionario a Torino, poi esiliato ed ultramontano nel Belgio, spregiatore d'ogni pensiero filosofico antico o moderno non suo, intricato come una foresta e proteiforme come il mare, nemico della Francia e poscia suo ammiratore, alleato di Rosmini quindi suo implacato nemico, si spinse all'ultra-cattolicismo. Siccome il papa era in Italia, a lui spettava, secondo Gioberti, di rialzarla, e a questa di redimere i popoli d'Europa dalla barbarie, nella quale erano piombati. «Roma essendo più ideale dell'Italia, l'Italia dell'Europa, l'Europa dell'Oriente e l'Oriente del mondo, ciascuno di questi aggregati viene ad essere il contenente ideale dell'altro, come l'anima del corpo, l'idea dello spirito e Dio dell'Universo». «L'Italia è l'organo della sovrana ragione, della parola regia e ideale, la sorgente, la regola, la guardia di ogni nazione, d'ogni lingua, poichè ivi risiede il capo che dirige, il braccio che muove, la lingua che insegna, il cuore che anima la cristianità». «Roma deve dominare la confederazione dei principi italiani, l'Italia deve sostituirsi alla supremazia francese, riprendere la sua superiorità su tutti i popoli, avere le proprie colonie, convertire la Russia, reintegrare la Germania nell'antica fede, soccorrere l'Inghilterra nell'imminente sua crisi». L'Italia diventava cosa universale, soprannaturale, sopranazione, capopolo: gl'italiani erano i leviti della cristianità, Roma l'ombelico della terra.

Era una risurrezione dell'antico primato cattolico prima che la grande riforma di Lutero lo spezzasse, e le nazioni si individualizzassero storicamente nel concetto della propria sovranità; ma doveva essere pure l'inevitabile termine di quella scuola reazionaria-religiosa, che, sbigottita dalla rivoluzione francese ed incapace di sbrogliarne i principii, cercava nella storia nazionale un centro ove fortificarsi. Infatti, rinunciando ai dogmi rivoluzionari dell'eguaglianza civile e della sovranità individuale e nazionale, e discendendo nel passato italiano, l'unica idea unitaria era ancora quella del papato. Per esso, come centro del cattolicismo, l'Italia era ancora una originalità e un valore nella storia moderna. Rosmini, meglio temprato e più equilibrato, tendeva alla costituzione di un partito nazionale guelfo, senza precisargli nè programma, nè fisonomia per opporlo all'oppressione straniera, lasciando nella Filosofia del Diritto il diritto politico sulle vecchie basi, e quindi la storia contemporanea nella vecchia assisa e colle immutate relazioni da suddito a sovrano di diritto divino: così egli sperava si sarebbe potuto addivenire ad una confederazione di principi italiani e ad una serie di riforme da essi largite ai popoli, senza riconoscere a questi il diritto di discutere i propri re. Per Gioberti, trascinato da un inconsapevole senso di unità, che in Giuseppe Mazzini era già coscienza politica, il papa come anima dell'Italia stretta intorno al papato come l'antica falange macedonica troverebbe la libertà nella più assoluta disciplina religiosa; i principi italiani non conservavano valore in faccia a Roma, lo straniero lo perderebbe dinanzi al primato italiano necessario al mondo come quello di Roma all'Italia; il popolo si comporrebbe nell'eguaglianza religiosa e in una democrazia cattolica, che gli assicurerebbe una specie di patriziato levitico.

Il genio latino, che, educato all'unità da oltre duemila anni di storia, trovava la propria moderna unità politica in Mazzini capace di comprendere nello stesso principio e nello stesso processo rivoluzionario tutti i popoli servi d'Europa mentre più specialmente s'adoperava al problema italiano, doveva così dare con Gioberti l'ultima formula dell'unità italo-cattolica nello splendore di un paradosso ingenuo a forza di fede, splendido nell'assurdo ed irresistibile di logica.

Questa grande scuola cattolica, nella quale Rosmini era il filosofo e Gioberti il tribuno, ebbe in Cesare Cantù lo storico mondiale. Giovane ancora e con una operosità spaventevole, questi si accinse alla storia universale accettandone per base i principii cattolici, il dualismo degli ebrei col mondo antico, dei cristiani col mondo di mezzo, dei cattolici col mondo moderno; e scrisse una opera immensa di mole, naturalmente più vasta che profonda, superando Bossuet di quanto un libro può superare un discorso, copiando, riassumendo, compilando, servile ed originale, sincero e partigiano, nobile nell'intenzione, altero nel metodo, fiacco nei criteri, ammirabile ed ammirato nella disposizione della materia e nel vigore dell'interpretazione religiosa. Egli fu ancora un campione di quell'unità che affaticava tutti gli spiriti italiani, e un rappresentante della reazione romantico-religiosa che gettava le coscienze in braccio a Roma col doppio spavento delle negoziazioni rivoluzionarie francesi e del trascendentalismo germanico.

Ma a questa corrente presto si opposero in nome di un nazionalismo scientifico e filosofico Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo, ai quali s'aggiunsero, minori d'ingegno e più veementi all'assalto, Bianchi-Giovini ed Ausonio Franchi, questi dialettico poderoso, quegli polemista stringato. Giuseppe Ferrari, ingegno di filosofo-storico ben altrimenti superiore a Cesare Balbo, che lo fu nella reazione religiosa investigando i primi secoli della letteratura cristiana, doveva poi dare all'Italia nella storia delle sue rivoluzioni il più profondo ed originale studio delle stesse, e vecchio tentare nella Teoria dei periodi politici l'estrazione della legge matematica dalla storia per assoggettarne tutti i momenti alle previsioni del calcolo. Cattaneo, filosofo della scienza, vi disseminò l'opera propria, richiamando gl'ingegni divaganti alle fatali modernità della vita e propagando nel disprezzo degli apriorismi metafisici le verità accertate dall'esperienza per educare al culto di una ragione, che bastasse a se stessa. Entrambi furono federalisti, iniziando una nuova scuola di rivoluzionari, che dalle ardenti utopie dell'unità republicana o cattolica e dalle timide sottomissioni dei riformisti ostinati a sperare dalla conversione dei principi miglioramenti politici od amministrativi, spingevano all'esame del passato italiano per associarlo non all'unità, primo termine della rivoluzione moderna, ma all'associazione che, essendone il secondo, ne diventerà il trionfo. Così dall'antica storia federale italiana, saltando il processo violento dell'unità, necessario a costituire la moderna individualità politica, arrivavano al futuro federalismo etnografico che esprimerà davvero tutte le varietà del popolo. Ma questo, che politicamente era allora un errore, diventava rivoluzionariamente una colpa, dividendo le forze della rivoluzione. Nullameno l'empietà del loro pensiero, illuminata dalla sincerità della loro vita, giovava all'emancipazione del carattere nazionale dalla schiavitù della morale religiosa, mutata in argomento politico dal clero e riconsacrata dalle affermazioni della scuola neo-guelfa.

Intanto l'efficacia della propaganda letteraria, che i capi della scuola della rivolta aumentavano ogni giorno scrivendo nuovi libri o patendo nuove torture, conciliava le divergenze dello stesso pensiero rivoluzionario nello scopo comune di un'indipendenza italiana. In questo convenivano tutti, meno i preti e i più abbietti cortigiani. E d'indipendenza fremevano i giovani infiammati dall'arte della parola, del pennello o della musica a più alti propositi; Bezzuoli dipingeva Carlo VIII come protestando; Sabbatelli malediceva nell'Aiace; Rossini dalla commedia di Figaro, vibrante d'immortale giocondità, saliva nel Mosè alla tragedia di un popolo schiavo, esalando nel pieno de' suoi cori la passione di un odio e di una speranza, che solo la morte dell'oppressore poteva consolare. Poi nel Guglielmo Tell la tragedia diventava radiosa epopea: il popolo era passato dalle congiure alle battaglie, e la sua vittoria squillava superba di balza in balza sino ai piani d'Italia ove quello stesso straniero invasore la sentiva rabbrividendo come una sfida. Bellini, strappato dal ciclone rivoluzionario alla soavità di un idillio ineffabile, e gittato come un sonnambulo in mezzo alle terribili tribù druidiche, ne ripeteva nella Norma gl'irresistibili inni di guerra contro Roma; mentre l'Italia fremente d'entusiasmo guerriero guardava alle Alpi lontane se i Galli le discendessero un'altra volta a combattere austriaci, principi e preti dietro un nuovo Napoleone.

La Francia non pensava forse sempre all'Italia? Lamennais non aveva esclamato, rivolgendosi dalle Alpi a contemplare gli incantevoli piani lombardi; «Dormi, bella Italia, dormi tranquilla su quello che chiamano il tuo sepolcro; io so che è la tua culla»? E questo augurio del grande apostolo non valeva la desolata ingiuria di Lamartine così baldamente rimbeccata dalla satira del Giusti? Napoleone I morente a Sant'Elena non aveva affermata la futura unità d'Italia? Byron morente a Missolungi non aveva proclamato la necessità d'una republica universale?

Intanto che la poesia ferveva nelle anime migliori, una rettorica inesauribile scorreva per ogni scritto o discorso a riscaldare i più freddi e ad eccitare i più restii; il romanticismo vi cooperava colle proprie smanie, la moda la consacrava colla propria irresponsabilità. Si declamava di guerre, di congiure, d'eroismo, di passioni, di genio; i giovani si drappeggiavano nei mantelli, portando con vanitosa voluttà armi nascoste; le poesie incendiarie sequestrate dalle polizie si leggevano nel segreto di circoli come in convegno di congiurati, il contrabbando dei libri proibiti dava loro il valore d'una battaglia vinta contro il nemico, gli esuli e i martiri diventavano santi nelle menti più fresche, l'odio allo straniero cresceva a furore mal rattenuto, quello al prete inveleniva nel disprezzo. Nelle scuole si coglievano a volo le allusioni dei professori liberali per esagerarle con strepitose ovazioni, le imprudenze abituavano al coraggio, il coraggio vero si addestrava al pericolo. Ma poichè il popolo non partecipava a questa effervescenza spirituale della borghesia, naturalmente la rettorica doveva esserne il difetto, quella ampollosità del pensiero e della parola, del sentimento e dell'azione, che sgonfiandosi al cozzo della realtà lascia tanto disgusto anche nei migliori; e nullameno quella rettorica, oggi così ridicola per la maggior parte de' critici, era allora non solamente l'inevitabile malattia d'un'idea costretta ad esagerare la propria passione per diffondersi, ma un vero ed efficace modo di diffusione nelle masse incapaci di sentirne la verità nella nuda ideale bellezza.