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La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 30: Le cinque giornate di Milano.
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About This Book

The volume traces Italy's nineteenth-century political struggle, detailing secret societies and early uprisings, the spread of liberal and nationalist ideas through literary and political circles, and the evolution from insurrectionary attempts to broader popular revolts. It examines ideological currents and organizers, the mid-century revolutionary wave with its regional republics and papal reaction, the ensuing military campaigns and defeats, and the emergence of Piedmont as the leading force through diplomatic maneuvering and annexations. Throughout, cultural shifts, the decline of some revolutionary strains, and the rise of new political schools are evaluated.

Capitolo Secondo.
Le sommosse popolari e la guerra regia

Le cinque giornate di Milano.

Alla notizia della rivoluzione viennese il vicerè Ranieri (17 marzo 1848) fugge sbigottito a Verona; Milano, stupita, invece d'insorgere profittando delle agitazioni di quell'ora, parlamenta; i più autorevoli fra i patrioti moderati sognano ancora un principato autonomo in una specie di consorzio politico delle nazioni componenti l'impero, mentre il governo, falsificando dispacci, largheggia di promesse che tradiscono il suo timore. Nullameno l'ispirazione popolare guadagna i capi: ogni ora precipita le decisioni, si aduna un comitato senza nome, nel quale non si osa ancora la rivolta e si ricusano come insufficienti tutte le concessioni. Una dimostrazione sotto il palazzo del governo degenera in lotta, il governatore messo alle strette firma l'ordine che destituisce la polizia e affida al municipio la guardia della città, ma il maresciallo Radetzki, niente atterrito dal caso, sguinzaglia parte delle truppe nelle strade per atterrire la popolazione. Allora l'opposizione, già cresciuta a lotta, prorompe a mischia. In ogni canto sorgono barricate costrutte da inermi coll'infallibile ispirazione del momento, mentre di sui tetti, dai campanili, dalle finestre scoppia una battaglia ardente come un incendio, nella quale tutto il popolo è al tempo stesso capitano e soldato. Le campane, suonando a stormo con instancabile impeto, sembrano gettare all'Italia un appello disperato, il palazzo municipale preso e ripreso s'insanguina d'eroici cadaveri, ma la insurrezione domata in un punto vampeggia su tutti gli altri. Invano Radetzki minaccia di bombardare la città accerchiandone coi propri soldati i bastioni, più invano il municipio presieduto dal conte Gabrio Casati, obliqua figura di aristocratico liberale, vorrebbe patteggiare col nemico, giacchè Carlo Cattaneo, la mente più poderosa della città, cinto da uno stuolo di giovani, fra i quali primeggia Enrico Cernuschi, dirige con mirabile alacrità la battaglia. Teatri e musei privati forniscono le prime armi, che, troppo scarse al bisogno, sono sostituite da qualunque arnese di morte: nulla sgomenta i ribelli, si bruciano edifizi, si conquistano cannoni, ogni casa diventa fortezza, si assaltano le caserme con valore irresistibile e una scienza improvvisata di guerra. Il popolo potente di concordia supera se stesso nella generosità, rispettando prigionieri i più truci capi della polizia austriaca; non un misfatto guasta la vittoria, che Anfossi col proprio sangue e Luciano Manara con un eroismo foriero di eroismi maggiori consacrano: e mentre il municipio inguaribilmente timido sta per cadere nell'agguato tesogli da Radetzki con una proposta di armistizio, e si muta all'ultima ora in governo provvisorio a frenare l'impeto della rivoluzione che potrebbe forse salvare l'Italia, battaglioni di volontari cacciano gli austriaci dalla città. Governo provvisorio e comitato di guerra vi rimangono padroni e rivali.

Intanto Como è già insorto patteggiando col proprio comandante Baumüller che la custodia della città sia divisa fra la guardia civica improvvisata e il presidio militare, ma questo capitola dopo due giorni; Bergamo e Brescia costringono gli austriaci alla fuga; Cremona induce il battaglione italiano Ceccopieri a fraternizzare col popolo; Verona, assediando il vicerè Ranieri rifuggitovisi, lo obbliga ad accordare l'armamento della guardia civica; Mantova costringe il proprio governatore Gorczkowsky alla stessa concessione.

Pare una leva in massa contro lo straniero e nullameno la rivoluzione fallisce: si combatte l'Austria, ma non si afferma ancora nettamente l'Italia, il concetto della nazionalità s'intorbida nella lotta, non si sa quale governo costituire o a chi darsi. La secolare soggezione allo straniero dura in fondo a quasi tutte le coscienze, il movimento municipale rimane frammentario e contradittorio, manca la bandiera ai combattenti e l'idea ai rivoluzionari. Quasi tutte le città sono insorte al grido di Viva Pio IX, che non può essere nè il loro sovrano nè quello d'Italia: la rivolta, incapace di sorpassare la propria negazione, si contradice nelle intenzioni e vien meno nelle misure. Così Bergamo e Brescia si lasciano sfuggire l'arciduca Sigismondo, Cremona manda libero il comandante austriaco, Mantova abbindolata dal proprio vescovo non occupa i fortilizi e non cattura l'arciduca d'Este fuggiasco dall'insurrezione di Modena, Verona non osa impadronirsi del vicerè Ranieri. Modena si è sollevata contro il proprio giovane duca, più vile ma non meno tristo del padre Francesco IV; Parma si è ammutinata contro il duca Lodovico, mentre Piacenza sempre rivale ha già formato un governo provvisorio separato, e la loro ribellione non mostra ancora carattere nè rivoluzionario nè militare. Il duca vi delega una reggenza per compilare una costituzione; quindi, colpito da vecchie e legittime diffidenze, vi rimane semiprigioniero qualche giorno, finchè esula, commettendo al municipio la nomina di un governo provvisorio ed invocando sullo stato la tutela di Carlo Alberto.

Mentre Milano al quinto giorno interrompe la propria insurrezione colla minaccia dello straniero, Venezia riscossa dal rombo della battaglia lombarda, si era già precipitata alle carceri per liberare Tommaseo e Manin. Prima gli operai dell'arsenale vi trucidano un colonnello, Manin con poche guardie civiche s'impossessa dei cinquantamila fucili che vi sono in deposito e punta le artiglierie contro la caserma dei croati, lasciando il municipio stringere dappresso il governatore per costringerlo a capitolare. Gli austriaci, ritirandosi con tutti gli onori delle armi, odono il formidabile urlo popolare ripetere per tutte le isole della laguna il grido di Manin: viva la republica! Le antiche glorie paesane rifiammeggiano nelle fantasie, Manin acclamato presidente sarà l'ultimo doge di questa suprema scena repubblicana, che cancellerà col sangue di molti prodi l'onta di Campoformio. Padova, Treviso, Vicenza, Rovigo, Udine, Belluno si ribellano; pochi insorti espugnano i forti d'Osoppo e di Palmanova, ma anche le città venete ripetono l'errore delle città lombarde. Verona resta in mano al nemico, Venezia tentando impadronirsi della squadra austriaca di Pola, montata da marinai veneti, con un dispaccio annunziante loro la rivoluzione, si serve di un vapore del Lloyd e permette al Palffy dianzi governatore di salirvi. Naturalmente questi fa rotta per Trieste e le autorità di Pola, informate a tempo, impediscono l'ammutinamento delle ciurme.

Radetzky, respinto dall'insurrezione di tutti i paesi, si era dovuto chiudere nell'imprendibile quadrilatero di Mantova, Verona, Legnago e Peschiera. L'Austria, sconquassata dalla rivoluzione di Vienna e aggredita da quella d'Italia, dominava ancora sulla penisola dall'alto di fortezze, alle quali solamente eserciti regolari potevano porre l'assedio. I lupi ammassati negli antri spaventerebbero quindi fra poco quegli stessi cacciatori, che li cacciavano con gioconda intrepidezza pei campi.

A Milano la rivoluzione vittoriosa dello straniero soccombe al proprio problema. Poichè il moto italiano è federale, Milano non può che incorporarsi al Piemonte o erigersi in seconda repubblica: ma nel primo caso la dedizione contrasta ai sentimenti liberali e al legittimo orgoglio del popolo tuttora insanguinato della propria vittoria, nel secondo un'altra repubblica Cisalpina con Milano capitale sarebbe osteggiata da tutte le altre città minori insorte, dai principi d'Italia e dall'Europa monarchica. D'altronde un nuovo stato lombardo non avrebbe radice nè nella tradizione troppo remota, giacchè alla Cisalpina di fondazione francese mancarono sempre autonomia e libertà, nè nell'idea rivoluzionaria inconsciamente aspirante all'unità. L'insurrezione contro l'Austria, determinata da feroci angherie di governo straniero, non aveva ancora in se stessa abbastanza odio per mutarsi in vera rivoluzione. Infatti le campagne partecipavano ben poco al moto delle città; queste, contente alla cacciata del nemico, non lo inseguirono, rispettarono gli agenti di polizia prigionieri, accettarono per capi molti di quella aristocrazia che aveva sempre più o meno servito all'Austria. Non si osò di colpire gli arciduchi, si credette alla parola dei vescovi, non si ardì negare assolutamente lo straniero, inseguendolo colle spade alle reni, trucidando i suoi adepti, precipitando la guerra civile coi falsi liberali, e cogli aperti austriacanti. Si rifuggì da una dichiarazione francamente republicana, non si comprese la necessità del terrore. Il grido di viva Pio IX, col quale cominciò l'insurrezione, non poteva essere il grido di nuovo Vespro Lombardo: la supremazia lasciata al municipio reazionario era già una confessione di servitù, la guerra non proseguita immediatamente indicava la stanchezza succeduta ai primi sforzi. Il comitato stesso di guerra non seppe schiacciare il municipio, assumere l'immensa responsabilità della rivoluzione, e spingendo il popolo all'estremo tagliargli la ritirata. L'esempio della Convenzione francese o non fu ricordato o atterrì anche i più audaci. Si volle essere generosi quando nell'implacabilità stava la salute; non si capì che ad una rivoluzione occorre una passione eslege e un'idea chiara. Milano, insorgendo contro gli austriaci non fu nè lombarda, nè italiana, nè republicana, nè regia: quindi la vittoria insperata, costringendola a rivelarsi, la confuse. Se la grande metropoli avesse avuto ancora l'antica supremazia, sentendosi viva nel cuore la superbia del proprio comune, si sarebbe gridata republica, e la Lombardia l'avrebbe seguita: ma ciò non fu e non poteva essere. Se la federazione fosse stata nella sua coscienza avrebbe fino dalla prima ora invocato il Piemonte, gridando il nome di Carlo Alberto invece di quello di Pio IX, costituendo un'Italia del nord, e Venezia forse trascinata dall'esempio avrebbe dimenticato il proprio passato aderendovi.

Ma la rivoluzione federale di allora, falsa nell'idea e nel processo, doveva avvolgersi per tutte le provincie d'Italia nelle stesse contradizioni: Mazzini, che pronto a rimpatriare cospirava da Parigi fondandovi una nuova associazione nazionale, si lasciò soverchiare dal moto: combattè cogli scritti l'illusione monarchico-papale, e vi cedette, invece di spingere i propri aderenti ad un'azione schiettamente rivoluzionaria, quantunque tragico ne fosse poi il risultato. Il suo temperamento di moralista e la sua tempra di apostolo non erano da tanto: sarebbe stato un tentativo inutile ma logico, e non uno dei capiparte si mantenne logico in quella tormenta. Dei due problemi della libertà e dell'indipendenza, così profondamente compenetrati, nessuno doveva essere sciolto, perchè in nessuno vi poteva essere accordo di tutti. Infatti nemmeno in quello dell'indipendenza, che pareva il più facile, si convenne. I governi italiani assisterono allo scoppio della ribellione lombardo-veneta senza decidersi; l'aborrimento ai tedeschi nelle provincie, non da questi occupate, era nel popolo poco più di una antipatia: il caso di Milano non riguardava che il Piemonte, il quale solo poteva profittarne, incorporandosela.

Così fra il comitato di guerra e il governo provvisorio milanese s'accese colla vittoria una infelice rivalità: questo avrebbe voluto aderire subito al Piemonte per uscire dall'instabilità della sommossa, ed era il partito dei nobili e dei ricchi inteso a profittare dei risultati delle cinque giornate; quello, composto di coloro, che realmente avevano vinto, rifuggiva da una dedizione incondizionata al Piemonte. Il dibattito difficile si fece presto aspro. Piemonte e Carlo Alberto non meritavano tale sacrificio, giacchè non avevano nè giovato alla Lombardia, nè operato per l'Italia: ma la dedizione diventava inevitabile senza la proclamazione di un'altra Cisalpina. Il comitato di guerra, incapace di fare una vera rivoluzione, scelse un mezzo termine inutile nel risultato ed ingenuo nella procedura, accettando il Piemonte e lasciando in sospeso la decisione sulla forma di governo. A guerra finita il popolo avrebbe deciso: come se col Piemonte vittorioso la Lombardia avesse poi potuto evitare di esservi incorporata!

Ma quest'accademia ammansava le suscettibilità dei rivoluzionari, che volevano salve le forme dei plebisciti.

Adesioni di guerra.

Intanto in Piemonte governo e paese fremevano d'opposti sentimenti. Le diplomazie europee, spaventate da tante rivoluzioni simultanee, premevano sul piccolo stato sconsigliandolo dall'entrare nell'incendio per non farlo maggiore: la corte, già inquieta per le novelle repubblicane di Francia, si atterriva all'impreveduta insurrezione lombarda, che poteva costituire sul confine orientale un'altra republica, mentre il popolo, abbandonandosi alla propria avversione pei tedeschi, urlava d'entusiasmo. Carlo Alberto, sempre più piemontese che italiano, più tiranno che re, più ingordo di conquista che disposto a servire l'Italia formandola in nazione, tentennava. Quindi le sue misure oblique di governo confondono, poi esasperano la folla: ordina d'arrestare quanti volontari tentino guadare il Ticino per soccorrere i fratelli lombardi, ricusa di ricevere il conte Arese ambasciatore di Milano, e deputa il conte Martini al governo provvisorio e al comitato di guerra per offrire loro l'aiuto regio a patto di una dedizione incondizionata. Ma il Cattaneo gli risponde con nobile alterezza. Poi alla notizia che l'insurrezione è vittoriosa, Radetzky in fuga e Venezia in armi, Carlo Alberto si decide vinto dalla paura di un'altra ribellione piemontese. Genova già tumultuava, volontari armati passavano malgrado ogni divieto il confine, la stampa alzava la voce, l'ora delle esitanze era fatalmente trascorsa. Il re, che diceva segretamente all'Europa di entrare in Lombardia per impedirvi una repubblica, mandò quindi il proprio proclama agl'insorti chiamandoli fratelli e dichiarando che l'Italia questa volta avrebbe fatto da sè. Era questa una risposta a coloro che invocavano l'aiuto di Francia e di Svizzera, una dichiarazione regia colla quale Carlo Alberto si affermava aprioristicamente sovrano dell'impresa.

Il 25 marzo il generale Bes piemontese passava il Ticino, dando alle proprie truppe il vessillo tricolore; il 31 Carlo Alberto s'accampava a Lodi con 22,000 fanti, 2200 cavalli e 5 batterie. L'esercito era scarso, male agguerrito, guidato da generali inetti. Il re, lasciando il Piemonte, aveva ordinato al popolo di mantenersi quieto; la guerra doveva essere regia anzichè nazionale perchè la rivoluzione non soverchiasse.

L'insurrezione lombarda vittoriosa su tutti i punti, mentre le truppe piemontesi s'inoltravano nel suo territorio, lambiva il Tirolo: Trento si era profferta a Mantova per aiuti, ma non aveva avuto risposta; battaglioni di volontari occupavano già le valli dell'Adda e dell'Oglio, l'insurrezione veneta aveva dato in mano ai montanari della Carnia e del Cadore i passi dall'Austria all'Italia. Nel primo entusiasmo della rivolta una sottoscrizione aperta in Milano aveva fruttato in soli due giorni quasi un milione: i ruoli dei volontari si allungavano, mentre i soldati italiani al servizio dell'Austria disertavano. A questa non rimanevano che 50,000 uomini rotti e sbigottiti nel Quadrilatero.

Il resto dell'Italia infervorato scriveva di aiuti, affrettandosi a mandarli. Giuseppe Garibaldi, già salpato da Montevideo per confortare questa guerra santa colla propria mirabile abitudine della vittoria, stava per discendere a Genova. Una squadra di operai, reclutata a Londra e a Parigi dal generale Antonini, vi era già stata arrestata dal governo piemontese sempre più diffidente che mai della rivoluzione.

A Milano la lotta fra il comitato della guerra scioltosi volontariamente e il governo provvisorio si accaniva sotto le apparenze di un accordo patriottico. Cattaneo si era ritirato dall'arringo; Mazzini, entrato in Milano fra immense ovazioni, aveva dichiarato la propria neutralità perchè la nazione a guerra vinta decidesse poi della propria forma di governo; ma l'antagonismo politico della rivoluzione popolare colla conquista regia non poteva placarsi per riserve di capi o per espedienti di costituzionalismo. I rivoluzionari spingevano con tutta possa all'armamento del popolo per assicurare la cacciata dell'Austria da tutta l'Italia e, cooperandovi gloriosamente, essere poi in grado di resistere all'assorbimento della monarchia piemontese: questa, già accordatasi col governo provvisorio, più aristocratico che italiano e più monarchico che patriotta, contrastava ad ogni iniziativa popolare, persuadendo che Milano aveva già fatto anche troppo e al resto basterebbero gli eserciti piemontesi. Naturalmente la sincerità era scarsa in tutti i partiti: i radicali, per quanto più fervidi nell'odio all'Austria, non potevano così dimenticare i vecchi tradimenti di Carlo Alberto da sacrificargli in questa ora suprema ogni speranza di libertà e d'indipendenza: i moderati, consci della viltà mostrata nelle cinque giornate e della propria costante servilità all'Austria, diffidavano di una rivoluzione, nella quale sentivano che il primo atto avrebbe dovuto essere la loro espulsione. Il popolo si veniva raffreddando in siffatta lentezza di guerra e in quel dubbio umiliante che gli toglieva di riconoscersi una patria e un governo. Carlo Alberto sempre teatrale aveva dichiarato che non entrerebbe a Milano se non vittorioso, e perdeva gl'inestimabili vantaggi di un primo assalto contro Mantova ancora sguernita. I volontari capitanati da Teodoro Lechi, republicani i più, venivano lasciati senz'armi, senza vestiario, senza denaro: si cercava di limitare il numero delle loro iscrizioni; poi sospinti nel Tirolo, ai passi delle Alpi, impediti di combattere, forzati ad abbandonare quei luoghi e le insurrezioni nascenti, finalmente richiamati, furono con malvagia umiliazione disciolti. Si ricusavano gli esuli divenuti illustri combattendo per la libertà d'altri popoli: Mickiewicz con pochi volontari polacchi era tenuto quasi prigioniero nell'ozio increscioso di una caserma per timore di spiacere allo czar, e non fu poi chiamato al campo che per impedirgli di accorrere a Venezia: Enrico Cialdini, che diventò poscia generale del Piemonte, ributtato dal Collegno, dovette andare a Venezia per battersi, e vi cadde ferito; Giuseppe Garibaldi, generosamente dimentico della condanna capitale ancora sospesa sul suo capo, fu indarno stancato dal ministro Sobrero con ogni più bassa maniera d'infingimenti: il Fanti e il Cucchiari respinti, il Cernuschi e l'Anelli imprigionati.

Carlo Alberto, più facile a sperare in maneggi diplomatici che nella sorte delle armi, si acquetava già nel disegno segreto di un'Italia del nord dimenticando il Tirolo, diffidando di Venezia risorta republica, seguitando a trattare con Vienna, ordinando alla propria marina di non commettere ostilità contro le navi da guerra austriache e di rispettare tutti i bastimenti naviganti sotto bandiera tedesca. Il lavoro della diplomazia piemontese, allora presieduta da Cesare Balbo, mirava a precipitare le annessioni lombardo-venete senza offendere troppo l'Austria, per ottenere, secondo i consigli del Gioberti, un accomodamento fortunato. A ciò occorreva impedire la lega italica, della quale il papa farneticava ancora, e non ammettere alla guerra troppe altre armi.

Mentre la Toscana, sollevatasi all'annunzio della rivoluzione di Vienna e della prima giornata di Milano, apprestava un piccolo corpo di volontari esaurendosi nelle solite dimostrazioni patriottiche, il granduca Leopoldo con vecchia arte di governo intendeva a profittare del loro chiasso per occupare i territori estensi di Fivizzano, Massa Carrara e Pontremoli. Ma, poichè il fermento cresceva, dovette bandire la guerra nazionale carteggiando segretamente col Radetzky. I provvedimenti monetari di guerra furono derisorii: non s'impose che una tassa straordinaria sui fondi corrispondente alla terza parte dell'ordinaria, e una ritenzione progressiva dell'uno al 5% sullo stipendio degl'impiegati, entrate non esigibili che nel corso di un'annata: allora si era di marzo. Per l'esercito non si ordinò che una leva di 2000 uomini sulla coscrizione del 1819, lasciando sprovvisti di ogni bisognevole i volontari.

A Roma gli echi delle insurrezioni trionfanti nel nome del pontefice gettavano il suo governo nella crisi di problemi insolubili. Dopo le riforme gli statuti, dopo gli statuti la guerra. L'inesorabile logica della storia affrettava la catastrofe. Invano Pio IX credeva di poter resistere alla scissura della propria duplice sovranità spirituale e politica, coprendo la responsabilità del principe coll'infallibilità del papa. La marea della publica opinione lo soverchiò, imponendogli di concedere al ministro della guerra Aldobrandini la formazione di un piccolo esercito, e tre giorni dopo (23 marzo) l'apertura dei ruoli per l'iscrizione dei volontari, affidando la loro organizzazione al generale Ferrari. La folla fu tale alle iscrizioni che si dovettero chiudere entro 24 ore per mancanza di armi. Gli armati invece non superarono i 2300, e Giacomo Durando, generale piemontese mandato da Carlo Alberto, ne assunse il comando supremo. Erano preparativi di guerra, mentre si chiedeva scusa all'Austria degli stemmi imperiali abbattuti e bruciati dal popolo, che aveva scritto sul portone dell'ambasciata tedesca: Palazzo della Dieta italiana. Papa e ministri egualmente incerti non avevano più che l'assurda idea di combinare diplomaticamente una dieta italiana, quando la guerra ferveva contro lo straniero e alla guerra si sarebbe dovuto aiutare con ogni sacrificio.

Ma le Provincie papaline tumultuavano. Bologna, sollevatasi per aiutare Modena a cacciare il duca, era rimasta in armi per la guerra lombarda, traendo coll'esempio tutte le Romagne. La guerra era nelle fantasie, nelle coscienze, nei problemi, che sollevava ed imponeva, aggirando le teste, confondendo simboli e fatti, principii e espedienti. Pio IX, vinto ancora una volta dalla poesia del momento, dovette bandire ai popoli d'Italia un ultimo proclama altrettanto incerto nelle frasi e nelle idee, monito ed insieme benedizione che essendo di papa parve essere di Dio, e venendo dal principe persuase che egli pure si accordasse alla grande impresa contro lo straniero. L'entusiasmo crebbe: i volontari mossero da Roma ai confini settentrionali dello stato coll'ordine di difenderli, ma col proposito di varcarli. Era una festa, si parlava di crociata, si distribuivano croci per coccarde ai soldati, che per la maggior parte non credevano più nè alla religione del papa nè al diritto del re. Infatti a Roma l'agitazione rivoluzionaria aumentando di giorno in giorno forzò pontefice e ministero a scacciare i gesuiti. Non era ancora la rivolta allo statuto, ma era già la negazione del suo principio fondamentale ieratico.

Poco dopo, il Durando accampato sul confine di Ferrara, non riuscendo a frenare l'impeto dei volontari e giovandosi di un assenso confuso del papa e di un altro senza dubbio esplicito di Carlo Alberto, dichiarava in un proclama furbescamente mistico, cristiana la guerra all'Austria, e ne rigettava con molti fiori rettorici la responsabilità su Pio IX. Questi, indignato che un generale parlasse nel suo nome di pontefice protestò vivamente, senza accorgersi che il proclama di Durando fosse l'ultima fatale espressione del concetto sul papato messo in voga dal Gioberti e acclamato da tutti. Si era voluto il papato come strumento di rigenerazione politica, e doveva quindi partecipare alla guerra che ne segnava la prima crisi. L'anacronismo di un generale piemontese proclamante a nome del papa una guerra di religione valeva l'altro dello statuto concesso dal papa medesimo ai propri popoli e della lega fra i principi italiani, cui il papa si ostinava tuttora. Una irresistibile vanagloria lo faceva sognare questa lega, della quale Lamartine in nome della Francia lo salutava già presidente: quindi, credendosi corrivo, proponeva ingenuamente di ammettere al congresso anche i rappresentanti dei governi provvisori, senza avvedersi di urtare nella politica piemontese delle annessioni. Il granduca Leopoldo vi aderì per guadagnar tempo ad abbindolare i propri popoli; il Borbone di Napoli mandò una deputazione con ordine rigoroso di ricusare i ribelli deputati siciliani e di esigere la presidenza come per lo stato più esteso e potente d'Italia; Carlo Alberto dichiarò per mezzo del ministro Pareto che «in vista dello stato provvisorio di governo, nel quale si trovavano gl'Italiani sottrattisi al giogo dell'Austria, e per la guerra in corso la lega non si poteva stabilire». Ma questa confessione, che rompeva la neutralità giurata ai repubblicani milanesi, fu meglio intesa dall'invidia dei principi che dall'ingenuità del popolo.

Napoli, lontana dal teatro della guerra, si esauriva intorno al proprio problema costituzionale. Non si poteva credere, e da molti non si credeva, al re; nullameno non si osava compiere la rivoluzione detronizzandolo. La costituzione non funzionava; il ministro Bozzelli, rinnegando il proprio liberalismo, secondava gl'infingimenti di Ferdinando intesi a contristare la nuova vita politica. Così alle notizie delle rivoluzioni di Vienna e di Milano, mentre il popolo abbatteva gli stemmi austriaci e gridava armi per la Lombardia, Ferdinando atterrito aveva permesso l'arruolamento dei volontarii, scusandosene coll'Austria. Nella sua vecchia gelosia di tiranno soffiava una nuova invidia di re. L'astro araldico di Carlo Alberto che sembrava levarsi sulle Alpi lombarde, gli presagiva che una guerra piemontese vinta contro l'Austria avrebbe annullato tutti gli altri principi italiani: laonde contrastandovi intendeva a salvare se medesimo. Lasciò quindi partire i primi volontarii colla principessa Belgioioso, mise a presidente del nuovo ministero l'illustre storico Carlo Troya, di carattere onesto ma di scarso valore politico, accettò persino Pepe, tornato dall'esilio, a generale dei 14,000 soldati avviati verso il Po: ma, trincerato dietro tutte queste apparenze liberali, ordiva febbrilmente una congiura contro lo statuto e la guerra nazionale. Intanto a Pepe si era ordinato di fermarsi al Po aspettando nuovi ordini; e l'incorreggibile carbonaro, dimentico dei passati tradimenti, non solo credette ancora, ma consigliò al re di mettersi alla testa di 60,000 uomini per correre sull'Isonzo a dettare la pace all'Austria. Questo consiglio era l'ultima espressione del dualismo, che, dominando inconsciamente la politica di Napoli e di Torino, concordava la loro rivalità nell'interesse di un grande futuro stato italiano. Il Borbone vi si ricusò, ma Napoli cedette così a Torino la gloria di mutarsi in prima capitale d'Italia.

Napoli non era più che la più grossa città della penisola; Palermo, ribellatasi ai primi moti, le si erigeva dinanzi provocatrice nell'odio della riconquistata autonomia. Il parlamento, inaugurando il 25 marzo la propria costituzione con una solennità religiosa nella chiesa di San Domenico, avrebbe dovuto decidere finalmente della forma di governo; ma gli animi divisi, l'antica tradizione regia e i nuovi istinti democratici ne imbrogliavano il problema che sarebbe appena stato tale. Poichè la rivoluzione aveva cacciato i Borboni, assurde diventavano le pratiche tuttora aperte per trapiantare nell'isola un ramo della stessa dinastia. Il governo presieduto da Ruggero Settimo, il più insigne e popolare patriota, avrebbe dovuto gridarsi in republica, affrontando coraggiosamente l'opposizione della grossa aristocrazia propensa ad un re per conservare con lui gli antichi privilegi. Così consigliava con singolare intuizione di libertà il padre Ventura allora legato siciliano a Roma. Ma nonostante tutti i vantaggi d'aver guidato la rivoluzione e di tenerne ancora in mano i poteri, il governo non osò. Anche in Sicilia il moto era più separatista che rivoluzionario, senza vero concetto democratico; quindi rimase allo stato di accademia politica, perdendosi nelle più futili discussioni sul nuovo stemma dell'isola e sugli emblemi di fraterna concordia da mandare a Roma e a Torino, mentre tutta l'Europa era in preda alle rivoluzioni e in Italia inferociva già la guerra. Unico aiuto, come vergognando, si mandò in Lombardia un drappello di 100 siciliani comandati dal La Masa. Solamente più tardi a nuove minaccie di re Ferdinando il parlamento si riscosse e decretò la decadenza dei Borboni, per sostituirli con un'altra monarchia costituzionale. Il nuovo re sarebbe eletto dopo una necessaria riforma dello statuto, ma doveva essere italiano. Questo pomo di discordia gettato fra i principi, e il manipolo di La Masa erano la maggior concessione e il supremo sacrificio che la Sicilia potesse fare alla causa della nazionalità italiana.

La campagna piemontese.

Nullamento la guerra sembrava proseguire con crescente fortuna. La Francia, già prodiga di consigli, si offriva generosamente compagna all'impresa. Lamartine allora reggente il ministero addensava 60,000 uomini ai piedi delle Alpi, apprestando una flotta nel Mediterraneo; la Svizzera si disponeva a mandare un grosso corpo di volontarii a Milano; però il governo piemontese, temendo il contagio republicano, non solo ricusò ogni aiuto, ma dichiarò che avrebbe considerato come caso di guerra il passaggio di qualunque corpo armato alle proprie frontiere. Un tentativo di sollevazione in Savoia per congiungersi alla Francia venne a dargli ragione. Certo la Francia, intervenendo e cacciando d'Italia i tedeschi, avrebbe chiesto come dieci anni più tardi a compenso i territori di Nizza e di Savoia, questa prettamente francese di geografia e di storia, quella dubbia di nazionalità come molte città di confine, una volta francese, ora piuttosto italiana; e il governo sardo li avrebbe consentiti. Ma nel fermento republicano d'allora e coll'intenzione palese della Francia di costituire nel Lombardo-Veneto due piccole republiche, Carlo Alberto ricusò. All'interesse d'Italia egli, re del Piemonte, prepose naturalmente il proprio: Lamartine, comunicando al proprio ministero la risposta di Carlo Alberto minacciante d'armare i forti della Savoia contro i francesi, esclamò con profetica pietà: «Gl'italiani sono ciechi e dementi!» Quindi la Francia decise di non intervenire che invocata.

Mentre a Milano ferveva l'opera dell'annessione indarno contrastata dai republicani, Radetzky bloccato nel Quadrilatero dall'esercito piemontese sembrava a tutti prigioniero. Carlo Alberto, mal sicuro del proprio ingegno militare, e sempre sospeso in maneggi diplomatici, dopo le fortunate fazioni di Goito e di Monzambano, seguitava a perdere un tempo prezioso in vane ricognizioni contro Peschiera e su Mantova. Così Nugent, mandato da Vienna con grossi rinforzi, prima che gli si possa contendere il passo, guada l'Isonzo indifeso, prende Udine difilandosi su Verona; Belluno e il Cadore si difendono, ma il generale austriaco passa il Tagliamento e, superata una fiacca resistenza di veneti, si accampa a Conegliano. Per questa grave minaccia Carlo Alberto, mutando consiglio, ordina al Durando di passare il Po colle truppe pontificie. Questi, che con inesplicabile negligenza non aveva sloggiato gli austriaci dalla cittadella di Ferrara, avrebbe voluto correre su Venezia; ma Carlo Alberto, poco tenero della salute della nuova republica, gl'impone di marciare sopra Ostiglia per fronteggiare Mantova e coprire i ducati, dei quali spera l'annessione. Il governo di Roma, prevedendo il caso che Durando passasse il Po, aveva cercato una scusa a se medesimo, col risuscitare gli antichi diritti della chiesa sul Polesine soppressi dai trattati del 1815. Nugent manovra per congiungersi a Radetzky, Durando e Ferrari per impedirglielo; questi, battuto a Cornuda con un corpo di volontari, si ritirava a Treviso, Durando accorre per sostenerlo, senonchè Nugent rapidissimo passa La Brenta ed investe Vicenza. Sebbene la piccola e coraggiosa città resista strenuamente, Nugent può unirsi a Radetzky rialzando le sorti d'una guerra che avrebbe dovuto esser vinta per l'Italia. Allora Carlo Alberto, comprendendo finalmente la necessità di tagliare le comunicazioni dell'esercito austriaco colla Germania, si risolve all'azione. Il suo esercito è quasi di 70,000 uomini: 5000 toscani sulla sua destra invigilano Mantova, egli minaccia Peschiera e Verona col disegno di rendersi padrone nel lago di Garda e dei passi alpini. La battaglia si mescola ai villaggi di Colà, Sandra e Santa Giustina per decidersi a Pastrengo: il primo giorno (29 aprile) la fortuna arride agl'italiani, che avrebbero potuto all'indomani sterminare il nemico se Carlo Alberto, essendo di domenica, non avesse voluto che l'esercito ascoltasse la messa prima di riprendere l'attacco; questo ritardo impedì di cogliere i frutti della vittoria e permise al D'Aspre di rifuggirsi in Verona, mentre il generale Manno stringeva vittoriosamente Peschiera e il Sommariva ributtava gli austriaci da Sacca e da Sommacampagna.

Era la prima vittoria italiana, e doveva restare l'ultima.