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La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 35: Il tradimento di Ferdinando II.
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About This Book

The volume traces Italy's nineteenth-century political struggle, detailing secret societies and early uprisings, the spread of liberal and nationalist ideas through literary and political circles, and the evolution from insurrectionary attempts to broader popular revolts. It examines ideological currents and organizers, the mid-century revolutionary wave with its regional republics and papal reaction, the ensuing military campaigns and defeats, and the emergence of Piedmont as the leading force through diplomatic maneuvering and annexations. Throughout, cultural shifts, the decline of some revolutionary strains, and the rise of new political schools are evaluated.

Capitolo Terzo.
La reazione federale

L'allocuzione papale.

Pio IX, spaventato da una minaccia di scisma germanico, che la diplomazia tedesca, aiutata da molti cardinali e dai gesuiti, gli faceva credere provocato dalle sue innovazioni politiche e dalla guerra piuttosto fatta che intimata dall'Austria, il 29 aprile in una allocuzione concistoriale la disdisse, rigettandone la responsabilità sulla passione nazionale dei propri sudditi. Era un sofisma povero e malvagio, giacchè questi erano stati irreggimentati dal governo, e la guerra italiana avrebbe irremissibilmente sofferto di tale abiura del pontefice. Naturalmente grande ne fu il fermento in tutta l'Italia: il ministero Antonelli-Minghetti, che aveva dianzi domandato al pontefice una franca dichiarazione di guerra contro l'Austria, si dimise; i circoli politici di Roma tumultuarono; la guardia civica minacciò di ricorrere alle armi, mentre Pio IX, sbigottito e nullameno fermo a non recedere dall'allocuzione, mirava per guadagnar tempo ad attenuarne l'impressione. Qualcuno gli suggerì di andare a Milano oratore di pace e di un concordato con l'Austria, ma il legato milanese a Roma ne lo dissuase; gli altri ambasciatori italiani presso la Santa Sede risposero all'allocuzione con una nota, nella quale, fraintendendone il significato, scongiuravano il pontefice a non abbandonare la causa della nazionalità. Questi, compromesso dalle proprie dichiarazioni concistoriali e persuaso dell'impossibilità per il papato di seguire il corso della rivoluzione italiana, non cercava più che espedienti momentanei. E due ne trovò incredibilmente contradditorii. Mandò monsignor Morichini all'imperatore d'Austria con una lettera d'esortazione a riconoscere la nazionalità italiana cessando dalla guerra, e Luigi Carlo Farini, sottosegretario del ministero, al campo di Carlo Alberto per offrire al re il comando delle truppe pontificie già implicate nella guerra. Questi accettò con patto che fossero pagate dal papa e conservassero bandiera papale: l'imperatore d'Austria rispose per bocca dei propri ministri che il suo diritto sulla Lombardia basava sopra trattati identici a quelli che garantivano i territori dello stato pontificio. L'antinomia dei principii costringeva il governo pontificio a tale assurdità di ripieghi.

Quindi per placare il popolo di Roma, incitato dai tribuni Sterbini e Ciceruacchio a trascendere, si chiamò al ministero Terenzio Mamiani venuto recentemente a Roma e divenutovi prontamente autorevole in molti circoli liberali. Ma cospiratore, prigioniero, esule ritornato ricusando l'amnistia, e segnato all'Indice per le proprie opere filosofiche, egli riassumeva in se stesso tutto il ridicolo e il pericolo del costituzionalismo pontificio. Il papa in lui chiamava un eretico per affidargli lo stato, e l'eretico accettava il mandato, credendo possibile un governo di libertà colla corte papale e col principio ieratico romano. Però egli volle facoltà di proseguire la politica del caduto ministero verso la guerra italiana, e che la segreteria degli affari esteri temporali fosse data ad un ministro laico, che fu il poeta bolognese Marchetti. La posizione politica del governo romano, serbandosi immutata, peggiorava. Il ministero precedente aveva armato volontarii e truppe regolari contro l'Austria, permettendo loro di passare il Po e subordinandole poi a Carlo Alberto senza osare d'intimar guerra all'Austria: il papa confessava in un'allocuzione concistoriale la propria impotenza a distogliere i sudditi dalla guerra, e il suo nuovo ministero la voleva mantenuta pure non dichiarandola. Luigi Carlo Farini, rivoluzionario sbracato mutatosi in moderato intransigente, prima di partire pel campo di Carlo Alberto, aveva consigliato molte misure di repressione per salvare nella sovranità temporale e costituzionale del papa l'arca santa della patria e della rivoluzione italiana.

Ma l'effervescenza popolare non accennava a sedarsi, Ciceruacchio, che aveva abbattuti i portoni del ghetto liberando gli ebrei dalla prigionia millenaria d'ogni sera, lo Sterbini e il Fiorentino fautori della propaganda rivoluzionaria spingevano a partiti estremi per rovesciare quel grottesco simulacro di costituzionalismo papale: il malcontento dei volontarii romani abbandonati in faccia al nemico come ribelli del proprio sovrano, e quindi sbandatisi o per viltà di coscienza religiosa o per difetto di coraggio militare, giungeva a Roma esasperando lo spirito pubblico: si urlava al tradimento del papa, si parlava di prigionieri romani impiccati dai tedeschi, si denunciavano congiure liberticide di cardinali e di gesuiti, si cominciava a riconoscere nella fisima politica dei moderati un pericolo capitale per la patria. La polizia sempre governata dal Galletti assecondava la piazza invece di frenarla; Mamiani, perduto nel sogno di un costituzionalismo pontificio, nel quale il papa non entrasse più che in ogni altro governo il vescovo della capitale, e combattuto dal partito dei chierici e dei clericaleggianti, doveva appoggiarsi sulla parte avanzata, perdendo così colla sincerità delle idee ogni sicurezza di base politica.

Il tradimento di Ferdinando II.

Intanto gli effetti dell'allocuzione papale si facevano sentire per tutta Italia. Primo ad approfittarne fu il Borbone di Napoli che, avendo concesso proditoriamente la costituzione, spiava l'occasione per cassarla: Pio IX gliela fornì. Già, il legato napoletano a Roma non aveva voluto firmare la nota presentata al pontefice da tutti gli ambasciatori italiani, perchè correggesse almeno con nuova interpretazione il tristo significato dell'allocuzione: gli ordini di re Ferdinando al generale Pepe e all'ammiraglio De Cosa, mandati alla guerra, erano di non spingersi all'attacco se non dietro nuove istruzioni subordinate agli accordi in corso con Carlo Alberto; ma anche questa era una lustra, della quale il ministero essendo conscio diventava complice per fiacchezza d'animo. Un ministro solo, l'Imbriani, si dimise nobilmente; gli altri rimasero col Troya, e si macchiarono. L'apertura del parlamento essendo fissata pel 15 maggio, la sua inaugurazione col solito costume napoletano doveva aver luogo nella chiesa di S. Lorenzo: solennità religiosa intesa a scemarne il carattere civile. Ma scoppiarono dissidi fra il re e i deputati per la formula del giuramento, che questi voleva rigorosamente cattolico comprendendo nello stato la Sicilia già emancipatasi, e quelli non intendevano prestare oltre i limiti della costituzione. Gli animi si accesero: i deputati raccolti nella grande sala di Monteoliveto tempestavano, il ministero si dimetteva, il popolo, vedendo le truppe regie circondare la reggia quasi a difesa minacciosa, gridò: barricate! Allora il re parve cedere accettando la formula proposta dal ministero, ma non era che un inganno supremo; e, mentre la camera invitava il popolo alla calma e questo si disponeva già a disfare le barricate, un colpo di fucile sparato ad arte accese la battaglia. Il re cinto dagli svizzeri, che contrariamente al disposto dello statuto non aveva mai voluto licenziare e che il ministro Conforti gli aveva ingenuamente concesso quasi a guardia contro una possibile sommossa repubblicana, e dei quali Pepe anche più ingenuamente aveva sperato far soldati per la guerra d'Italia, alzava sulla reggia la bandiera rossa, segnale ai forti di Castel Sant'Elmo di bombardare la città. Nella battaglia orrenda infuriarono i lazzari istigati dalla corte e dal clero: si rinnovarono le atrocità del '99, eroismi e demenze, lubricità sanguinanti e sanguinarie di soldatesche senza patria e senza legge. Si urlava: viva il re e muoia la nazione! Il massacro procedeva, avvolgeva, copriva la battaglia. A Milano erano stati rispettati i poliziotti prigionieri e i soldati austriaci; a Napoli si scaraventavano dalle finestre bambini ed infermi, si stupravano donne fra cadaveri, sotto gli occhi dei figli, ferite, moribonde, già morte. Intanto i deputati incorreggibilmente accademici discutevano per nominare un comitato di salute publica; solo quando un capitano svizzero, entrando colla sciabola sguainata nella grande sala di Monteoliveto, intimò loro di sciogliersi in nome del re, il vecchio Cagnazzi gl'impose con irresistibile dignità d'uscire e l'assemblea si sbandò firmando prima una fiera protesta del deputato Mancini. Epica teatralità, alla quale mancò l'eroismo del fatto!

Dopo otto ore la battaglia era finita: il re aveva vinto.

La flotta francese ancorata nel porto aveva assistito impassibile all'eccidio, perchè la politica della grande republica, pure offerendo aiuti a Carlo Alberto in Lombardia, non voleva abbattuto a Napoli il Borbone per gelosia di un grande regno che potesse unificare l'Italia.

Quindi il trionfo del re ebbe, fra i saturnali della plebaglia e le benedizioni del clero, i complimenti di tutte le diplomazie.

Ma se nella battaglia i soldati regi erano stati atroci, i patrioti si erano mostrati scarsi: il loro infelice valore non aveva compensato politicamente la pochezza del numero, nel quale parve a tutti e specialmente agli stranieri quanto ristretto fosse nel regno il sentimento liberale contro il popolesco fanatismo monarchico-religioso. L'imperdonabile remissività del ministero conscio dei tradimenti del re, la solennità accademica del parlamento, il contegno della stampa, l'indole stessa della costituzione conceduta e la sua sciagurata applicazione nelle provincie, l'assoluta mancanza di patriottismo nell'esercito e nel popolo, la strage seguita e le minime ed effimere insurrezioni calabresi che vi risposero e a domare le quali bastò la presenza dei generali Nunziante e Basacca, dovettero convincere anche i più fiduciosi fra i rivoluzionari che le speranze della rivoluzione italiana non avrebbero mai potuto fiorire al bel sole napoletano. Il terzo esperimento di libertà vi era riuscito più meschino del primo e più infelice del secondo: nè il re, nè l'aristocrazia, nè la borghesia, nè il popolo, nè i rivoluzionari medesimi vi si erano mostrati con migliori attitudini e più moderne idee. La corte aveva tradito, l'aristocrazia era rimasta estranea o inconciliabile colla rivoluzione, la minoranza magnanima ma scarsa della borghesia non aveva potuto resistere al bestiale monarchismo del popolo, mentre l'ostinata credulità dei rivoluzionari al re offuscava ancora dopo la strage nella loro stessa coscienza gl'istinti dell'italianità.

Soffocata nel sangue l'opposizione costituzionale, Ferdinando non osò sopprimere tosto la costituzione: la Sicilia era ancora ribelle, nelle Calabrie Giuseppe Ricciardi alla testa di pochi insorti, ai quali si era aggiunta una grossa schiera di siciliani guidata da Ribotti, bandiva un proclama per radunare la dispersa assemblea e rovesciare la monarchia; Guglielmo Pepe a Bologna con 8000 uomini, De Cosa colla flotta nell'Adriatico, potevano ritornare ribelli su Napoli, rianimandovi la rivoluzione. Quindi i primi decreti e il nuovo ministero, nel quale ricomparve più tristo il Bozzelli, riaffermarono per meglio distruggerla l'integrità della costituzione; ma quando Pepe, abbandonato vilmente da quasi tutto l'esercito, andò a Venezia con un sol battaglione di napoletani, e De Cosa, assentendo al voto dei propri ufficiali, abbandonò l'eroica città alla tragedia dell'assedio imminente, il re, fatto sicuro, stracciò lo statuto come una maschera insanguinata, che gl'impediva di mostrare al popolo la feroce esultanza del proprio tradimento.

Le annessioni al Piemonte.

Alle notizie della crudele reazione napoletana la Sicilia ribelle e presaga di morte si scosse: nel resto d'Italia gli animi già esaltati dall'incessante battaglia di troppe contradizioni precipitarono nelle decisioni estreme come ad un ultimo assalto. I moderati fecero ogni opera per affrettare le annessioni al Piemonte; i republicani urlarono al tradimento, additando nel Borbone il simbolo di tutti i principi d'Italia. Carlo Alberto rimasto solo alla guerra, mentre l'Austria veniva sedando i propri contrasti interni, peggiorava ogni giorno nelle armi e nella politica; il disegno della federazione italiana, benchè corresse ancora per le mani della diplomazia, non era più che un cencio incapace di mutarsi in bandiera; la guerra popolare sognata dai republicani non accennava a prorompere e, quantunque i governi provvisori accontatisi col Piemonte rimanessero ad impedirla, non sarebbe egualmente scoppiata per mancanza d'entusiasmo nel popolo, di accordo nei capi e di concetti chiari e pratici in tutti. L'antico disegno dei Savoia, dacchè il loro montano principato era cresciuto a regno, di conquistare tutta la valle del Po diventava fatalmente il supremo proposito del partito moderato, nemico del pari alla rivoluzione e allo straniero. Dal concetto della federazione a quello di un'Italia del nord il passo era breve: Milano non aveva saputo gridarsi in repubblica, Venezia insorta per questo nome non vi aveva guadagnato abbastanza vitalità per salvarsi in tanto pericolo di guerra. D'altronde le altre grosse città di provincia non aderivano alle due capitali con devozione incondizionata. Milano, interrompendo l'epopea delle cinque giornate ed accordandosi con rilassatezza colpevole all'esercito del re di Piemonte, si era suicidata; Venezia, affermandosi republica in un impeto di classica rettorica, non aveva poi partecipato alla guerra contro l'Austria con abbastanza gloria per resistere al confronto del proprio passato e a quello più urgente dell'esercito piemontese.

Poichè l'Italia era in guerra contro l'Austria per riconquistare le proprie Provincie, il solo re, il solo esercito, le sole battaglie, la sola vittoria italiana, la sola speranza di una vittoria finale era riposta in Carlo Alberto e nel Piemonte. La sospensione decretata dai governi provvisori per decidere della propria forma politica a guerra vinta, assurda sino dal primo giorno, diventava intollerabile. La coscienza pubblica sbattuta da troppi terrori aveva d'uopo di riposarsi in qualche certezza; Carlo Alberto, sempre pauroso d'improvvisi moti repubblicani, spingeva il partito moderato ad osare; Gioberti, fattosi commesso viaggiatore della monarchia savoiarda, predicava le annessioni per tutte le piazze d'Italia; si era già tentato Cattaneo, poi si offerse a Mazzini qualunque maggiore influenza democratica negli articoli della futura costituzione se avesse patrocinato la fusione monarchica; si denunciavano i republicani come nemici della patria, si vantavano le vittorie regie, s'ingrandivano i pericoli futuri, si encomiava sopratutto l'incomparabile lealtà del re, che, proponendo l'annessione, concedeva ai nuovi popoli il diritto di ricorreggere quello stesso statuto da lui spontaneamente largito ai piemontesi; si sussurrava alla grossa metropoli lombarda che Torino le cederebbe l'onore di capitale. Mazzini, republicano ed unitario ed egualmente assoluto in ambo le idee, ma fatalmente caduto dalla concessa neutralità nell'inazione, non poteva opporre a questi argomenti immediati che l'eroica fantasmagoria di lontani ideali. L'insufficienza del partito republicano in quell'inerzia del popolo e sopratutto la mancanza di una bandiera republicana ed unitaria al campo, lo costringevano a destreggiarsi in una lotta meschina di recriminazioni contro coloro che guidavano la rivoluzione, e ai quali non aveva osato opporsi francamente da principio. La sua neutralità peggiorava l'indecisione del governo provvisorio, la riserva di Carlo Alberto e l'incertezza di tutte le altre città, nelle quali l'insurrezione contro lo straniero non era ancora diventata rivoluzione. Infatti Venezia, proclamandosi republica, aveva chiesto al gabinetto francese protezione contro l'ambizione conquistatrice del Piemonte; la Sicilia ribelle aveva tirato sulle navi napoletane mandate nell'Adriatico a combattere la flotta austriaca; i ducati invocavano la tutela di Carlo Alberto, contrapponendosi l'uno all'altro i propri governi provvisori con inesausto rancore medioevale e disinteressandosi dalla guerra; la Toscana aveva appena 5000 volontari al campo, e chiedeva soccorsi a Carlo Alberto contro Livorno tumultuante nell'anarchia; Napoli non era più rappresentata alla guerra che da un battaglione di disertori; Pio IX, ricacciato dalla viltà entro l'antica clausura della politica pontificia, tradiva la guerra consigliando ipocritamente la pace; Mazzini, dopo vent'anni di sublime apostolato invocando ad alte grida il giorno della rivoluzione, rimaneva chiuso in Milano come in ostaggio senza osare una insurrezione contro le mene federali, che dovevano fra poco imporre al suo genio unitario un'ultima repubblica romana.

Laonde il partito delle annessioni prevalse: il popolo, votandole, si rifugiò nell'unità del regno piemontese come in una fortezza, che la diplomazia europea avrebbe difeso dalla terribile rivincita austriaca già scendente le Alpi. Infatti le prime città a dichiararsi per l'annessione immediata furono Piacenza, Brescia e Bergamo; Parma, Modena, Reggio, Milano (29 maggio) seguirono l'esempio; il partito repubblicano non seppe che protestare: le città venete, sbigottite dalla caduta di Udine, strinsero con minaccia fratricida d'abbandono il governo veneziano a deliberare l'unione col Piemonte. Il pericolo incalzava; Manin, ultimo doge e forse unico republicano, cedette generosamente, consigliando egli stesso all'assemblea di riseppellire per sempre la republica sotto il trono dei Savoia.

L'ideale republicano era vinto, ma l'idea unitaria aveva così dato un passo decisivo: l'abdicazione di Milano, Venezia, Parma e Modena a Torino nel nome d'Italia chiudeva per sempre il passato federale della loro storia, iniziando l'èra nazionale italiana, giacchè da quella sottomissione non vi sarebbe appello per mutare di circostanze politiche. Re Carlo Alberto doveva essere vinto nella guerra lombarda; però il nuovo concetto dell'Italia del nord, robusta monarchia di dodici milioni di cittadini recinta dall'Alpi e dai mari, baluardo agli stranieri e centro d'attrazione al resto d'Italia, resterebbe dopo l'inevitabile sconfitta del momento come un fatto indiscutibile per la rivoluzione italiana.

Colle annessioni il Piemonte gettava le basi della propria egemonia, annullando tutti gli altri principati italiani, ma esaurendo al tempo stesso lo scopo della propria guerra. Infatti i negoziati ripresi vivamente, se parvero da principio contradire a questo proposito, dopo lo espressero fin troppo chiaramente. L'Austria, sopraffatta dalle difficoltà delle proprie rivoluzioni centrali e nello sbigottimento delle prime vittorie piemontesi, aveva offerto al re per confine la linea del Mincio, mentre questi, voglioso di accettare, era costretto dal nobile sentimento delle popolazioni lombarde a rifiutare qualunque accordo non comprendesse la Venezia; ma, sentendo piegare tutte le rivoluzioni d'Europa sotto la pressione monarchica, il vecchio impero restringeva ora le offerte e mutava linguaggio. La Dieta di Francoforte quantunque rivoluzionaria pretestava ragioni germaniche sul Tirolo, Trieste e fino su Venezia, per la quale si era pensato di costituire una specie di granducato autonomo sotto un principe austriaco: la Francia, che al principio della rivoluzione e nel disegno di costituire Milano e Venezia in piccole republiche, sotto la propria influenza, aveva promesso aiuto di diplomazia, di denaro e di soldati, ingelosita adesso di un ingrossamento del Piemonte monarchico, mutava tono e misura. Lord Palmerston, acuto ministro inglese, osava solo consigliare all'Austria l'abbandono delle Provincie insorte come troppo difficili a riconquistare ed impossibili a tenersi. Intanto, raffreddandosi colle annessioni l'entusiasmo guerresco delle popolazioni, e languendo la guerra per l'equivoca incertezza del re e l'insipienza dei generali, la condizione diplomatica diventava di giorno in giorno peggiore. Se le annessioni importavano l'abdicazione delle antiche autonomie federali, inducevano pure sciaguratamente nell'animo del popolo un sentimento di abbandono alla causa nazionale: il re solo era tutto, e doveva quindi bastare a tutto. L'eroismo dei rivoluzionari veri, offeso dalla precipitata dedizione, stava imbronciato; la predicazione deprimente del partito moderato rifuggitosi nella monarchia piemontese non poteva eccitare nel popolo nuovi entusiasmi, ora che una stanchezza amara dei primi sforzi inutilmente gloriosi prostrava i ribelli delle cinque giornate, e una servile acquiescenza all'iniziativa regia giustificava nel grosso della gente ogni errore del governo.

Disastri militari.

Quindi la guerra, trascinata di fazioni in fazioni inutili anche nella vittoria, fu ripresa con intermittente energia, senza la strategica abilità di una guerra popolare. Radetzky, vigile nell'imprendibile Quadrilatero, spiava l'occasione di un grande errore nemico, ingrossandosi di continui rinforzi. Così assalito a Santa Lucia e rimastovi padrone malgrado il valore delle truppe piemontesi, mentre queste si ostinano contro Peschiera, sbuca improvviso da Verona col grosso dell'esercito, schiaccia (29 maggio) i toscani a Curtatone isolati, abbandonati, e allora si disse, nè forse ingiustamente, traditi dalla tattica regia; rattenuto a Goito dall'intrepidezza del duca d'Aosta, abbandona Peschiera alla vanità conquistatrice di Carlo Alberto, che entratovi trionfalmente vi canta il Te Deum; quindi, sfiancando per Legnano, si congiunge con Welden, si dirupa su Vicenza, vi batte, vi chiude, vi fa prigioniero Durando con 10,000 pontifici.

Il disastro è irreparabile. Padova e Treviso capitolano, Palmanova si arrende: solamente Venezia ed Osoppo rimangono libere, quella nell'isolamento della laguna, questa nella solitudine di una roccia. Carlo Alberto, atterrito dall'annunzio di tante vittorie nemiche, dimette il pensiero d'investire Verona, e ordina la ritirata, abbandonando senza pietà i nuovi sudditi veneti. All'annessione lombarda rispondeva tragicamente l'eccidio di Curtatone, alla dedizione veneta le nuove trattative diplomatiche, nelle quali Carlo Alberto, ridomandando le antiche offerte dell'Austria, accettava l'Adige per confine orientale del proprio regno.

Era il tradimento regio immediato ed inevitabile.

Ma l'Austria ringagliardita ricusa: la rivoluzione italiana è perduta, l'esercito piemontese scorato, le popolazioni disilluse, i volontari dispersi, le città frementi ma tremanti. Allora Carlo Alberto, sospinto ad una suprema battaglia dalla voce di tutta Italia che gli grida: tradimento!, riprende l'offensiva minacciando Mantova: scaramucce e fazioni stancano l'inutile valore dei soldati, finchè a Custoza la bandiera tricolore cade nel sangue di una irreparabile sconfitta. Tutto è perduto; il re dà volta per la Lombardia, giurando difendere Milano, che nullameno lascia scoperta. La grossa metropoli spaurita crea un triunvirato di difesa, affidandosi al generale Fanti, al dottore Maestri e all'avvocato Restelli: Giuseppe Garibaldi, tardi accettato, è finalmente a Bergamo e ne sbarra la strada con 3000 volontari, ma gli sperduti eroi delle cinque giornate non possono raccozzarsi per proteggere Milano dall'imminente invasione. Sotto l'emozione del disastro, Torino cangia ministero: il nuovo presieduto dal milanese conte Casati, che riceve così il premio della cessione di Milano, chiede ed ottiene pieni poteri. Il 2 agosto, assumendo il comando di Milano, vi delega commissari del re il generale Olivieri e il marchese di Montezemolo: i milanesi, credendo che Carlo Alberto stringa la dittatura per rialzare con un impeto di magnanima disperazione il vessillo e la fortuna d'Italia, lo accolgono festanti; ma questi, travolto dalla sventura, non preoccupato più che del proprio regno, inganna tutti, persino se stesso. Un'orribile commedia, raccontata poi da Carlo Cattaneo in un ammirabile libro, disonora la generosa città pochi mesi prima insorta fugando sola lo straniero; il re giura, abiura, finge una difesa militare che impedisce a quella popolare di organizzarsi; è acclamato, fischiato, minacciato di morte; firma una capitolazione che cede la città a Radetzky, e la disdice offrendosi pronto a morire coi figli e con tutto l'esercito sotto le mura di Milano; poi a notte fugge in mezzo a una compagnia di bersaglieri. Quasi contemporaneamente Mazzini usciva dalla vinta città a piedi fra una schiera di volontari, portando, semplice soldato, la bandiera col motto — Dio e popolo — che doveva fra poco sventolare sul Campidoglio. La monarchia era vinta, la repubblica stava per esserlo; un medesimo sbandamento disperdeva politicanti e combattenti, programmi e bandiere, per raggrupparli un istante dove maggiore fosse la gloria del passato e la speranza dell'avvenire, a Roma e a Venezia, perchè una stessa sconfitta vi dissipasse lo stesso errore, e l'ineffabile tragedia del genio, mescolandosi alla farsa di tutto un popolo ancora incapace di comprendersi, rivelasse i principii della storia futura.

Intanto l'esercito piemontese aveva ripassato il Ticino. L'armistizio che prese nome dal generale Salasco, pubblicato il 9 agosto, stabiliva l'antica frontiera dei due stati per confine ai due eserciti: le fortezze dovevano essere aperte agl'imperiali, sgombri in tre giorni gli stati di Modena, Parma e Piacenza, cedute Venezia e la terraferma veneta. Il Piemonte restava intatto, ma la sua recente egemonia veniva negata con implacabile brutalità.

Ultimo a ritirarsi e non compreso nell'armistizio fu Giuseppe Garibaldi, che, sbaragliata una colonna di austriaci a Luino e resistendo ad un'altra anche maggiore a Morazzone, potè toccare la Svizzera, lasciando i nemici stupefatti del suo valore. Il generale D'Aspre disse allora di lui con profonda intuizione guerresca: «Egli era il solo, che avesse potuto vincere!» I vinti generali di Carlo Alberto avranno certo sorriso a questa opinione del generale tedesco.

Ma come per togliere alla storia ogni dubbio sui tradimenti di Carlo Alberto, il 6 agosto, mentre questi ripassava il Ticino avendo già concluso l'armistizio pubblicato poi nel giorno 9, il generale Colli e il conte Cibrario prendevano in suo nome possesso di Venezia, per impedirle ogni generosa ribellione e cederla al nemico colla maggiore comodità. Dopo l'abbandono, l'agguato: la truffa diplomatica compiva il tradimento politico. Ma il popolo, esasperato da tanta perfidia e galvanizzato dalla stessa imminenza del pericolo, tumultua in piazza S. Marco gridando: Abbasso il governo regio, evviva Manin! Il ricordo di Campoformio lancina tutte le coscienze, il terrore dei tedeschi centuplica l'odio, mentre in quel cinereo deserto della laguna, fra i memori monumenti dell'antico valore, la repubblica riappare come evocata dalla storia alla solennità di un ultimo giorno. Venezia, sola, repubblicana, senza navi, senza territorii, senza senato, quasi senza popolo, rimane vivente rovina nella momentanea morte d'Italia: abbandonata contro tutti, si ravvolge nella propria millenaria bandiera come a minacciare anche morendo e a conservarsi incorruttibile nella morte. Ma, gridandosi novellamente repubblica e rianimandosi d'immortali memorie, non può ricreare l'ammirabile decorazione del proprio antico governo: le forme moderne politiche guastano la sua classica maschera; la nuova assemblea non sa che nominare una dittatura nella quale la tradizione del dogado lascia a Manin una indiscussa supremazia.

Il primo atto di quest'ultima repubblica fu un decreto di zecca: nelle monete alla data 22 marzo si sostituì quella dell'11 agosto col motto — Alleanza dei popoli liberi — Indipendenza italiana — e nell'esergo: — Dio premierà la costanza — . Il testamento di Venezia si mutava così in una profezia all'Italia; l'ultima parola della storia federale italiana affermava la futura federazione dei popoli liberi d'Europa.

Ma se Venezia resisteva condensando tutta la propria storia in un finale di tragedia alla Shakespeare, i ducati di Modena, Parma e Piacenza si lasciavano riconquistare dagli austriaci senza colpo ferire.

Sola la Toscana, sempre sospettosa degli aiuti tedeschi, invocava la Francia per guarentirsi l'autonomia nell'inevitabile reazione imposta dalla sconfitta nazionale.

Catastrofi costituzionali.

In tanto diroccamento di sogni e di fortezze l'idea nazionale e federale non si confessava vinta. A Torino il parlamento decreta la dittatura a Carlo Alberto, si muta ministero, si riprova l'armistizio punendone il generale Salasco: l'incomprensibile vergogna di centomila soldati guerreggianti senza una vittoria campale, respinti senza una sconfitta decisiva, e abbandonanti al nemico in pochi giorni una provincia grande quanto il regno del loro re, irrita tutti gli orgogli e confonde tutte le ragioni: si urla al disonore, si ridomanda la guerra. I lombardi traditi armeggiano con ogni possa per riaccenderla, fra i dispregi dei moderati che li accusano di compromettere il regno, e le invettive dei radicali che li tacciano di non comprendere la rivoluzione. La mediazione anglo-francese incoraggia le speranze, poichè l'Austria per cansare pericoli d'interventi militari simula consentire, procrastinando. A Genova una sommossa tenta proclamare la repubblica: Livorno impazzita s'insanguina nella guerra civile imprigionando e cacciando i propri governatori, finchè il governo del granduca con abbietta scempiaggine dichiara di troncare con essa ogni rapporto, e la denunzia all'Europa come un antro di assassini.

Tutti i governi sono fiacchi, ogni misura politica perde la giustezza dell'idea nell'impossibilità dell'applicazione. I parlamenti vaneggiano: quello di Napoli, conservato dal Borbone per squisito dispregio di desposta, avvalla nella più supina remissione, non rappresentando più nè il paese, nè il sovrano, nè la costituzione, nè l'Italia. A Roma i due Consigli non s'accorgono di essere appena un ingrandimento dell'antica Consulta, malgrado gli arbitrii quotidiani del pontefice che annullano simultaneamente Camera e ministero: il costituzionalismo, impossibile negli altri stati italiani per la perfidia delle corti, qui è assurdo per l'inconciliabilità dei due poteri. Si fa la guerra senza votarla, la si prosegue disdicendola, il ministero pretende esprimere la volontà del pontefice e ubbidisce a quella della piazza. Mamiani soccombe come filosofo, Pellegrino Rossi sarà ucciso come politico. Nel parlamento fiorentino il ministro Ridolfi si dichiara impotente a frenare le congiure austriache e gesuitiche, e confessa di non osare spingere il popolo alla guerra nazionale, per non assumere il carico di costringerlo a gravi sacrifici; Bettino Ricasoli e Gino Capponi si succedono indarno al ministero, fidando ingenuamente nel principe e più ingenuamente sperando arrestare la marea rivoluzionaria, che li rovescia incolpevoli e condannati. I fatti di Livorno impongono al granduca un ministero Guerrazzi-Montanelli, che pacifica la turbolenta città proclamandovi la Costituente italiana (18 ottobre). Contemporaneamente si raduna a Torino un congresso federativo presieduto da Gioberti piemontese, Mamiani romagnolo, Romeo calabrese; Rosmini ne tratta per incarico del Gioberti con Pellegrino Rossi a Roma. La lega non comprenderebbe che Piemonte, Toscana e Stato pontificio; Napoli vi si ricusa, quantunque il parlamento ne accarezzi l'idea e l'esponga in timido voto al sovrano; Sicilia, Venezia, Milano, i ducati vi sono ammissibili ma preteriti: senonchè le antiche gelosie dinastiche e le nuove antinomie politiche la rendono impossibile. La Costituente italiana proposta dal Montanelli sottometterebbe invece l'Italia ad una ricomposizione per arbitrio di popolo, che si organizzerebbe in singoli stati a seconda del proprio migliore interesse; ma, come pusillanime copia della grande costituente mazziniana, ne ha tutte le nobili difficoltà unitarie cogli inconciliabili egoismi della confederazione.

Il disastro militare del Piemonte, scemando ai popoli la credulità nei principi, attenua in questi la fede già scarsa nei destini della nazione. Tutti gli stati, preoccupati del proprio problema, dimenticano la nazione, e nullameno vaneggiano ancora di una lega italiana, che l'idea unitaria impone loro come un accordo superiore al conflitto degli interessi dinastici e dei principii politici. Così il futuro si afferma, contraddicendosi nel presente: i tre principii che formeranno l'Italia, unità, libertà e monarchia, si presentano sfigurati nel concetto della Dieta.

Il moto popolare, che aveva imposto le costituzioni ai principi ed accesa la guerra nazionale, era troppo profondamente rivoluzionario per acquetarsi nelle forme regionali e federali del passato: quindi i tentativi di conciliazione tra federazione ed unità, monarchia e libertà, teocrazia e democrazia, dovevano finire alla loro separazione attraverso l'assurdo delle più varie esperienze. Mentre la diplomazia europea sognava di costituire la nazione con una lega di principi, quella tedesca infatti, accettandone il concetto, si affrettava ad integrarlo con un arciducato austriaco del Lombardo-Veneto. Il papa a Roma, il Borbone a Napoli, un arciduca tedesco a Milano, Carlo Alberto a Torino, Leopoldo a Firenze, gli altri minori duchi nel resto, sarebbero stati l'Italia moderna senza unità, senza libertà, senza indipendenza, col popolo suddito e colla religione tiranna: la grande rivoluzione francese dell'89 non avrebbe perciò avuto efficacia sulla rivoluzione italiana. Ma la reazione monarchica doveva invece esagerarsi nei tradimenti, perchè tutte le forme politiche del passato apparissero egualmente inette per l'avvenire.

Prima a soccombere nella reazione fu la Sicilia della quale la rivoluzione separatista contrastava maggiormente all'inconscio moto unitario italiano. Se i suoi intrattabili odii medioevali di regione e di razza, insorgendo contro Napoli, avevano potuto profittare egoisticamente della rivoluzione nazionale senza pagarvi tributo nè di pensiero nè di sangue, Napoli doveva presto risoggiogarla, giacchè ad evitare tale rivincita, si sarebbe dovuto anzitutto creare la libertà d'Italia. Quindi nè italiana, nè democratica, la rivoluzione di Sicilia perdette fatalmente un tempo prezioso in ridicole discussioni ed in pratiche assurde colla stessa dinastia cui si era ribellata, per finire all'ultim'ora, quando la catastrofe s'aggravava sulla rivoluzione nazionale, ad offrire la corona al secondogenito di Carlo Alberto. Naturalmente il Borbone protestò: tutti gli altri principi, che denunciavano a mezza voce le ingordigie conquistatrici del Piemonte, lo spalleggiarono, i tremendi disastri della guerra tolsero a Carlo Alberto il coraggio di accettare per la propria casa un ingrandimento contrastato in Italia e non consentito dalla diplomazia europea. Così la Sicilia rimase senza regno e senza republica, male in armi e peggio in politica, contro Ferdinando invasato d'odio tirannico. Per colmo di sciagura l'antica rivalità di Palermo con Messina non permise a quella di sguernirsi per soccorrere questa esposta ai primi furori borbonici. Messina, come all'epoca gloriosa del Vespro, fu dunque prima alla battaglia (3 settembre). Nessuna legge di guerra, nessun diritto di civiltà, nessuna misericordia di religione vi fu osservata. La battaglia durò quattro giorni, la strage vi fu pari all'odio delle parti, ma la fiera città abbandonata vilmente dai palermitani dovette soccombere all'efferatezza dell'assalitore, che sollevò ad indignazione tutti i parlamenti d'Europa. Palermo, tardi ammaestrata dai casi di Messina, s'accinse alacremente alla difesa, condensando nel governo i propri uomini migliori. Cordova, La Farina, Amari profusero ingegno e fatica nell'insolubile problema; la mediazione anglo-francese da loro ottenuta rimase impotente contro la perversità borbonica; poi l'avvenimento di Luigi Bonaparte alla presidenza della republica francese secondò la politica reazionaria di re Ferdinando, che nell'ultimatum di Gaeta (28 febbraio 1849) promise all'isola un'amnistia generale e uno statuto sulla base della costituzione del '12. Ma questo non era che un agguato per soffocare la questione siciliana, nel quale le due potenze mediatrici caddero consciamente. Allora il popolo esasperato spinge il parlamento alla guerra malgrado ogni insufficienza di milizia e di denaro: Catania, Siracusa ed Augusta cadono in mano dei regii; l'ammiraglio francese Baudin, interponendosi un'ultima volta per evitare a Palermo l'estremo massacro, rimane egli stesso abbindolato dal generale Filangeri, che manca a tutti i patti concessi al governo palermitano, e il 26 aprile gli intima una resa a discrezione. Il governo già dimissionario si disperde, mentre il popolo insorge, respingendo per dodici giorni il nemico e soccombendo da ultimo a nuove proposte di accordo nuovamente violate.

La reazione monarchica aveva trionfato così della ribellione secessionista della Sicilia, mantenendola nell'orbita della futura unità italiana.

A Roma invece la reazione papale, cominciata con l'allocuzione del 29 aprile, determina nel disastro della guerra nazionale tradita dal pontefice l'esplosione democratica, che deve affermare la incompatibilità del papato colla rivoluzione italiana.

L'inevitabile discordia del papa coi ministri e l'assoluta incapacità politica dei partiti romani affaticati da un inconscio istinto di libertà impedivano all'improvvisato governo parlamentare ogni logico sviluppo. I costituzionali, incerti fra l'irrefrenabile autorità del papa sempre egualmente dimentico del proprio governo e la necessità per questo di precisarsi, non osavano nè appoggiare, nè rovesciare il Mamiani. Il quale, infervorato per amore di patria nel concetto di una lega italiana, seguitava nel sogno di un governo pontificio schiettamente costituzionale. Intanto l'opera dissolvente dei circoli radicali, aiutata dai volontari rincasati dopo la capitolazione del Durando a Vicenza, cresceva a Roma e nelle Provincie: un'anarchia di assassinii insanguinava molte città delle Romagne in quella rilassatezza di ordini fra il vecchio e il nuovo: il ringalluzzirsi del clero pel tradimento del pontefice alla guerra nazionale rinfocolava gli odii liberali spingendo a vendette di antiche ingiurie colla scusa di un offeso patriottismo. Si pensò quindi a Pellegrino Rossi, rimasto in Roma privato cittadino dopo la caduta di Luigi Filippo, come al solo che per energia di carattere e profonda conoscenza di regimi costituzionali potesse resistere al disordine della piazza, ravviando l'ordine politico ed amministrativo del governo. Ma una prima combinazione ministeriale gli fallì. Intanto il Lichtenstein, occupando Ferrara con grossa mano di austriaci, venne a compromettere la già scossa posizione dello stato. Il papa, disconoscendo ogni valore nel proprio governo, protestò a nome della Santa Sede. I Consigli così sprezzantemente preteriti, invece di contrapporsi al principe, gl'indirizzarono suppliche per scongiurarlo a difendere i confini dello stato; il ministero non sentì abbastanza la propria dignità per dimettersi: solamente il popolo, sollecitato dallo stesso Galletti ministro di polizia, si ammutinò in una delle solite dimostrazioni. Finalmente il Mamiani dovette ritirarsi e gli successe il Fabbri, vecchio impiegato di povero ingegno e d'incondizionata devozione al papa. Così la reazione cresceva nei ministeri, mentre il parlamento seguitava a dissertare come un'accademia o a supplicare come un coro interrotto da qualche grido plateale del principe di Canino e dello Sterbini, entrambi piuttosto retori che tribuni e rivoltosi che rivoluzionari. Ma se il Lichtenstein si era per ordine di Radetzky prontamente ritirato da Ferrara, il Welden, per ingiunzione segreta dello stesso maresciallo, che, respinto l'esercito piemontese, intendeva ad opprimere tutti gli altri governi italiani fingendo aiutarli contro le insubordinazioni dei patriotti e l'anarchia delle plebi, entrava nelle provincie dell'Emilia e s'accampava a Bologna. Lo seguiva, laidamente infame e feroce, certo Virginio Alpi faentino, a capo di bande sanfediste racimolate fra i peggiori malandrini di tutta Italia. Le provincie inermi o difese da pochi volontari, cui la capitolazione di Vicenza inibiva ogni ulteriore uso dell'armi, sbigottirono: prepotenze austriache, rappresaglie brigantesche funestarono città e villaggi, mentre il papa rinnovava le solite proteste deputando al Welden il cardinale Marini. Era l'antico immutabile sistema del papato di difendersi, invocando i fulmini del cielo e la protezione delle potenze cattoliche, reso ora più ridicolo dalla presenza di un governo parlamentare eletto dai cittadini e verso di loro responsabile come ogni altro governo. Quindi Bologna, esasperata dalle provocazioni delle soldatesche croate e disperata di aiuto dallo stato, insorge coraggiosamente, respingendo a furore di popolo il Welden ed inseguendolo lungi per la campagna: le vicine città romagnole, eccitate dal nobile esempio, si preparano in armi: si nominano commissioni provvisorie di guerra, giunte di sicurezza come nell'assenza del governo per combattere lo straniero invasore, intanto che a Roma i ministri puerilmente servili paragonano questa vittoria di popolo abbandonato alla magnanimità del pontefice intento alla difesa della patria comune, predicando la calma. Un solo ministro, il Campello, avrebbe voluto una dichiarazione di guerra, ma il papa lo dimise; il resto del ministero annuì.

Senonchè l'anarchia ministeriale e parlamentare, che lasciava il pontefice seguitare in un dispotismo anche più irresponsabile che pel passato, si ripercosse necessariamente a Bologna, dopo la generosa e fortunata sollevazione contro gli austriaci producendovi il più orribile disordine di plebe imbestialita a private vendette. Quindi la cosa procedette a tale che, se i carabinieri sdegnati dell'uccisione di un loro compagno non si fossero con rabbia maggiore scagliati sui malandrini, uccidendoli a fucilate per le strade, inseguendoli nelle case, imprigionando a caso, la ribalda insania non avrebbe avuto altro termine.

Questo ed alcune altre provvisioni stolide del ministro di polizia Accursi persuasero al ministro Fabbri di dimettersi e al papa di chiamare Pellegrino Rossi.

Pellegrino Rossi.

Il papato doveva soccombere: l'ultima scena della sua secolare tragedia stava per cominciare.

Pellegrino Rossi nato a Carrara nel 1785, presto celebre professore a Bologna, favoreggiatore di Murat nel 1815 per speranza di idee italiane nel regno del magnifico venturiere francese, poi esiliato dalla reazione della Santa Alleanza e riparato a Ginevra, insigne ritrovo di tutti gli esuli insigni, vi crebbe tosto d'importanza e di dottrina. Ingegno vario e brillante, assimilatore nervoso per logica e simpatico per eleganza di metodo, in quel soffio di rivoluzione, che allora riscaldava tutti i grandi spiriti contro il nordico gelo, tenne cattedra libera di giurisprudenza, attirando curiosi e studiosi, sembrando rinnovare nella facile esposizione vecchie idee. Quindi dall'ardita ed insinuante natura tratto alla politica, ottenne la cittadinanza svizzera con tanto credito da essere chiamato nel ribollimento prodotto dalla rivoluzione del 1830 a compilare una costituzione, che si disse Patto Rossi, e, rigettata allora, rivisse in parte nello statuto del '48. Ma in essa il Rossi scoperse la natura secondaria del proprio ingegno, egualmente incapace di rivoluzione e di originalità. A rovescio dello spirito politico e civile del secolo tendente alla nazionalità, egli vi stette per l'unione contro l'unità, per la tradizione contro la rivoluzione, per la libertà degli ordini contro l'emancipazione dell'individuo. Così decaduto nella pubblica estimazione, dovette ricoverarsi in Francia, ove l'attendevano gloria e favori insperabili a uno straniero. Tosto eletto professore di diritto costituzionale, membro dell'Istituto, cittadino, pari, conte: bersagliato dall'opposizione, che in lui vituperava il rivoluzionario diventato cortigiano di un governo corrotto e corruttore, e lo scienziato sempre pronto a contraddire nell'esercizio della politica gli assiomi pomposamente proclamati dalla cattedra; inviso agli esuli italiani che lo giudicavano rinnegato della patria e della libertà; carbonaro e cospiratore in Italia, republicano in Svizzera, orleanista in Francia, dottrinario nella teorica, scettico nella pratica, senza coscienza di patria, caro a Luigi Filippo che lo deputò ambasciatore a Gregorio XVI e a Pio IX, rifulse nullameno nei circoli politici e filosofici d'allora per opera specialmente della stampa governativa. Ma tra i maggiori eclettici del tempo non fu grande nè per potenza di pensiero, nè per splendore di forma: nell'insegnamento del diritto costituzionale, assurda miscela di postulati storici e filosofici alla quale i governi parlamentari dovettero dar nome di scienza ed erigere cattedre, non sorpassò Beniamino Constant; nell'economia politica rimase fatalmente immobile nel dualismo della scienza pura e della scienza applicata entro la vasta orbita di Giambattista Say; nel diritto penale passò dal principio di Bentham a quello della giustizia assoluta, combattendo la scuola storica senza giovare alla scuola filosofica, cercando indarno la giustificazione della pena e l'ideale verità della giustizia sulle orme di Kant e di Cousin; meno acuto e più famoso di molti altri penalisti italiani contemporanei, dimenticato poco dopo nella gloria immortale del Carrara. Ma in tutte le sue opere, notevoli per vigore di metodo e nativa eleganza di esposizione, parve pregio massimo quella temperanza di principii e di conseguenze, che, accontentando i mediocri, sembra significare nell'autore una profonda conoscenza della materia e un instancabile equilibrio di forze, mentre non è troppo spesso che inettitudine del pensiero a creare e facilità artistica di traduzione.

Nella sua ultima deputazione a Pio IX tra il fervor dei lirismi politici sul papato, egli italiano ed insieme straniero, filosofo e giurista, professore di costituzioni e diplomatico del governo che pareva allora modello di sapienza pratica, capitò come un alleato naturale ed avventuroso del partito dei principi. La sua fama, il suo grado, le sue affinità con tutte le diplomazie europee, sorrisero all'immaginazione dei nuovi costituzionali ancora ignoranti al giuoco dei parlamenti. Lo si accolse come un maestro, lo si ascoltò come un oracolo, mentre le contumelie dei giornali rivoluzionari, che in lui cosmopolita senza coscienza nazionale non vedevano che un tristo accolito di Guizot e un peggior mezzano di Luigi Filippo, addensandosi intorno alla sua reputazione, le davano più vivo rilievo. Involontariamente Pellegrino Rossi divenne nello spirito pubblico il rivale di Giuseppe Mazzini. Entrambi erano cresciuti nell'esilio, celebri per scritti ammirati da amici e da nemici. L'uno rappresentava il vecchio spirito rivoluzionario del '21 e del '31 divenuto senno pratico, adattandosi ai fatti quotidiani e giovandosene nell'oblio dei principii, come un carbonarismo borghese ed autoritario mutato col trionfo degli Orléans in governo borghese a base industriale, timido nelle iniziative e temerario nelle repressioni, egualmente logico nell'abbandono dei primi principii e delle ultime conseguenze, unificando lo stato nel governo e il governo nella dinastia, considerando la nazione solo negli elettori e il potere solo negli eletti: tutta la libertà nella carta, tutta la giustizia nell'ordine, tutta la rivoluzione in concessioni di principi e in applausi di sudditi, l'Europa immutata ed immutabile. L'altro era la rivoluzione popolare e profetica, ancora solitaria nei migliori e nullameno divenuta presto universale nel loro apostolato, teatrale nell'eroismo e sublime nel martirio, internazionale nel sentimento e patriottica nel concetto: che voleva l'Italia una, libera e republicana, e non s'arrestava a statuti, non patteggiava collo straniero, non si accodava a re, non si illudeva coi preti, inflessibile per eccesso di logica ed inabile per troppa grandiosità di disegno.

Per Pellegrino Rossi l'Italia di Mazzini era un'utopia che impediva ogni progresso nella realtà, una demenza del pensiero, una perfidia della volontà: per Mazzini l'Italia di Pellegrino Rossi era una falsa apparenza, l'ombra di un fatto esaurito, attraverso la quale passavano già i raggi di un'idea novella. I suoi principi non credevano nemmeno agli statuti che largivano, non volevano la Dieta che mestavano, abborrivano dalla guerra che proclamavano: erano come fantasmi del passato, una suprema menzogna del presente. La loro ridda politica intorno al Vaticano somigliava alla Danza dei Morti di Goethe intorno ad un campanile nel piano fosco di un cimitero, aspettanti la grande parola del nuovo giorno per inabissarsi nell'ombra.

La nomina del Rossi al ministero, nel quale il vecchio cardinale Soglia conservava apparentemente la presidenza, parve a tutti una provocazione. Il gabinetto francese ne mosse vive rimostranze come di sfregio fatto alla repubblica coll'elevazione di un orleanista; i rivoluzionari fiutarono il nemico; i Consigli sentirono il padrone ed abbassarono al solito la testa; i sanfedisti recalcitrarono, riconoscendo nel forte parlamentare l'invincibile proposito di governare costituzionalmente; i preti si scandolezzarono a questo secondo avvento di un filosofista niente più ortodosso del Mamiani; Pio IX solo calmò la propria incertezza dietro il coraggio del ministro, che aveva affermato pubblicamente sino dalla prima ora: «Non si abbatterà l'autorità del papa, se non passando sul mio corpo». L'infelice credeva ancora che un individuo potesse mutarsi in sbarra contro la storia.

I primi atti del ministero furono di guerra: frenò, vessò, espulse i democratici sospetti di rivoluzione; per ristorare le finanze tassò il clero, inimicandoselo; avversò energicamente il Piemonte, compiacendosi ai disastri militari che tarpavano opportunamente l'ali ai suoi sogni di conquista. Quindi, nè unitario nè federalista, vide con occhio sicuro l'impossibile ipocrisia della lega e l'impotente rettorica della rivoluzione; ma troppo saturo di cartismo e fidando nella bonarietà del pontefice, credette nullameno di poter fondare a Roma un vero governo parlamentare. Roma costituzionale avrebbe così preso la testa del movimento italiano, e l'Italia avrebbe potuto risorgere dopo di essersi irrobustita in lunga e ordinata educazione liberale.

Egli, come massimo ed unico ministro, doveva quindi governare personalmente in quei primi giorni costituzionali: così incorporò al proprio ministero dell'interno quello di polizia, per meglio valersi dei mezzi repressivi e cacciare il Galletti ligio ai rivoluzionari; promosse lavori pubblici, strade ferrate e telegrafi, scuole d'economia politica e di diritto commerciale. La coscienza della propria superiorità, e quella fremente alterigia che si compiace dell'odio popolare quasi ritrovandovi una prova del merito, gli tolsero di valutare esattamente l'opposizione ingrossante di giorno in giorno. Nelle inevitabili trattative per la costituente proposta dal Montanelli scoperse con brutale franchezza i disegni voraci del Piemonte, e, mentre questo instava per una lega militare secondo le terribili urgenze del momento, ma nella quale avrebbe naturalmente avuto il sopravvento, egli propose una inutile lega di principi senza alcun accenno nè alla nazione nè all'indipendenza. Ciò disperse quel falso sogno di una dieta italiana, ed isolò il Piemonte. Intanto, proseguendo nella riforma militare e giudiziaria per organizzare modernamente lo stato, vi accresceva il mal animo collo spostamento degli interessi e le lesioni ai troppi diritti acquisiti: gli ordini dati al Zucchi, ministro della guerra, per impedire a Giuseppe Garibaldi, approdato in Toscana e quivi accolto freddamente dal Guerrazzi, il transito per la Romagna colla sua eroica legione di Montevideo diretta a Venezia, offesero vivamente il sentimento nazionale. A Bologna il popolo ammutinato impose al generale degli svizzeri Latour di lasciar libero il passo a Garibaldi: questi, giungendovi, suscita l'entusiasmo di tutti; Angelo Masina bolognese lo segue, improvvisando a proprie spese un grosso squadrone di cavalleria. Ma Zucchi, già salvato da Garibaldi a Como ed infellonito pel recente smacco, non potendo imprigionare il proprio salvatore, come Rossi avrebbe voluto, incarcera il padre Gavazzi, barnabita divenuto celebre predicando la crociata contro gli austriaci su per le piazze. I liberali urlano, il congresso federativo di Torino dichiara la caduta di Rossi necessaria all'attuazione delle speranze italiche, la reazione ministeriale costretta ad esagerarsi per resistere all'esaltamento degli animi peggiora le proprie misure. Tutto diventa provocazione: una truppa di carabinieri, chiamata a Roma e fatta passeggiare spavaldamente pel Corso, pare una sfida: si mormorano minaccie contro i Consigli, si sussurra di costituente, si denuncia l'ostinato ministro alla pubblica esecrazione.

E nessuno lo sostiene.

Il clero gli è avverso per le tasse e per quel fermo proposito di stabilire un vero governo costituzionale, i federalisti lo osteggiano come unico nemico della Dieta italiana, la diplomazia degli altri principi lo abbandona, le popolazioni inerti, papaline o rivoluzionarie, guardano di mal occhio questo straniero che tutti condannano. La reazione ha già trionfato di Napoli e della Sicilia; la Lombardia è ricaduta nella servitù tedesca. Venezia già cinta d'assedio, il Piemonte cogli austriaci vincitori al confine, la Toscana imbrogliata nella rettorica armeggia contro al proprio principe e non s'accorge che Radetzky sta per rioccuparla come un feudo imperiale. Il papa, rimasto solo all'esperimento costituzionale e atterrito dall'anarchia di Roma, si prepara ad accettare l'intervento tedesco, dianzi respinto, per ristabilirsi signore assoluto e tornare in quiete. La rivoluzione precipita verso la catastrofe; il quarantotto è stato inutile. Il Piemonte ha fallito, Napoli tradito, Milano votata un'annessione vana, Venezia gridato, negato, riaffermato la propria republica senza fede in essa e senza speranza; la Toscana ha oscillato senza muoversi; nessuna idea si è ancora affermata. Il papato, nel nome del quale cominciò la rivoluzione e per opera del quale fu arrestata nel momento della vittoria, come disse la prima parola della rivoluzione, così deve esserne l'ultima: bisogna che la rivoluzione lo distrugga per affermare la propria idea. Senza l'abolizione del potere temporale e senza la repubblica a Roma, la rivoluzione del quarantotto non è che una inutile ripetizione di quelle del '21 e '31: mancherebbe il progresso alla vita, la logica alla storia. L'ostacolo più antico ed universale alla costituzione della nazionalità italiana fu ed è il papato: la rivoluzione non può essere tale che sopprimendolo come già fece la francese dell'89, ma quella procedendo per conquista rovesciava, non abrogava. L'Italia che lo ha creato, può sola annullarlo. L'unità, l'indipendenza e la libertà della nazione derivano da Roma italiana: Roma pontificia è l'Italia federale diffranta in minimi stati, serva dello straniero, senza individualità nella vita e senza personalità nella storia.

Il papato, dando la spinta alla rivoluzione, ha tentato l'ultimo esperimento per rinnovarsi: ma la guerra nazionale gli è rimasta estranea, lo statuto lo soffoca, l'idea moderna democratica lo trascende.

Pellegrino Rossi è la reazione con tutto l'orpello e il panneggiamento delle false franchigie costituzionali, coll'assurdo della sovranità popolare e papale, coll'antagonismo dello stato pontificio con tutti gli altri e colla nazione: è la reazione senza alcun principio politico, senza fede in se medesima, senz'accordo con nessuna classe o ordine, incompresa ed incomprensibile.

Quindi Pellegrino Rossi diventa il centro di tutti gli odii; la sua condanna esce dalla fatalità storica come un epilogo. Un superbo accecamento lo rende più intrattabilmente dominatore negli ultimi giorni: invano lettere anonime lo avvisano e pochi amici lo consigliano ancora. Egli non crede al proprio assassinio, giacchè non può intenderne la ragione storica. Infatti la sua reazione nell'apparenza è quasi insignificante, paragonata a quella di Ferdinando Borbone; la sua sincerità parlamentare è indiscutibile, la sua illusione quella stessa di tutti i politici di allora: l'allocuzione del 29 aprile non venne da lui inspirata, Garibaldi fu peggio trattato a Milano che a Bologna, il tradimento del papa ricusantesi alla guerra nazionale non è nulla al confronto dell'abbandono di Milano e della consegna di Venezia tentata da Carlo Alberto. Nullameno l'odio rivoluzionario s'addensa su Pellegrino Rossi, lo esecra come un tiranno, lo insulta come un carnefice. Nessuno sospetta ancora la profonda ragione di così unanime sentimento nella necessità di salvare la rivoluzione, proclamando la repubblica a Roma.

Il 15 novembre Pellegrino Rossi, mentre sale lo scalone della cancelleria, ove è adunato il parlamento, solo col Righetti fra una folla minacciosa, è colpito da una pugnalata alla carotide. La guardia nazionale ha assistito impassibile all'assassinio, il popolo urla di feroce entusiasmo, il presidente Sturbinetti con affettato stoicismo ordina prosegua la seduta, ma i deputati si sbandano sotto l'incubo di un terrore misterioso, intanto che la notizia si sparge per tutta Italia con miracolosa rapidità. A quei giorni furono similmente uccisi il ministro Latour a Vienna, il Lamberg in Ungheria, il Lichnowski a Francoforte senza che la loro morte provocasse emozione di sorta: ma quella di Pellegrino Rossi sconvolse tutte le coscienze. Qualche gran cosa era con lui crollata: a distanza di diciotto secoli il pugnale, che aveva colpito Cesare per trafiggere invano l'impero, scannava Rossi uccidendo il papato. La morte del dittatore non potè salvare l'antica republica: quella del ministro permise alla nuova di nascere.

Federazione di principi e primato pontificio, rinnovamento religioso e autonomie regionali, tutte le tradizioni e le aberrazioni del quarantotto, svanivano con Pellegrino Rossi. Qualche gran cosa era crollata con lui, la Roma papale più vasta della Roma cesarea, città di Dio che, fabbricata colle rovine dell'impero romano, aveva contenuto tutto il medioevo e dominato il rinascimento, slargandosi colle scoperte successive di due mondi, soccombendo alla rivoluzione francese, ma per rialzarsi dopo di essa, quasi maggiore di essa. Qualche gran cosa era cominciata colla sua morte, la Roma italiana, l'epoca delle nazionalità, l'èra universale della libertà, la repubblica del pensiero, la cattolicità della scienza.

Al Quirinale, nelle anticamere del papa, si rinnova il terrore che alle notizie delle prime invasioni barbariche agghiacciava le sale dei Cesari: si dànno ordini di repressione ai gendarmi che non osano eseguirli; i ministri balbettano, i deputati si disperdono, i cortigiani sono già dispersi. Giù nella piazza un'orgia brutale dà all'assassinio una truce mirifica apparenza di festa. L'indomani si pensa a provvedere un nuovo ministero, non sapendo e peggio non potendo sapere chi porvi, mentre i rivoluzionari, concertandosi rapidamente, sollevano in massa il popolo e lo spingono al Quirinale per chiedere una costituente italiana e un ministero democratico con Saliceti, Campello e Sterbini. Galletti è deputato oratore del popolo al papa. Questi tenta resistere, sperando ancora nella propria autorità, che la sommossa medesima sembra riconoscere; ma il popolo infuria. Volontarii reduci da Vicenza, guardie civiche e carabinieri corrono all'armi, si assedia il Quirinale: gli svizzeri resistono, la mischia s'accende, un monsignore è ucciso, s'incendia una porta del palazzo, un cannone trascinato in piazza sta per rovesciare l'altra, finchè Pio IX, vinto dal terrore, dichiara ai diplomatici di non cedere che alla violenza, ed inganna il popolo colla composizione di un nuovo ministero. Il principe non ha saputo resistere, il pontefice non ha voluto sacrificarsi: eroismo e martirio non sono più pel papato.

Allora il trambusto diventa inintelligibile. Marco Minghetti alla testa del gruppo bolognese si dimette da deputato per non venir meno alla devozione verso il sovrano; il ministero non osa condannare pubblicamente l'assassinio di Rossi, che rimane e rimase poi misterioso, palleggiato con reciproca accusa da gesuiti a mazziniani, sconfessato con unanime orrore da tutti i partiti. I circoli fanno proclami e decreti: un'aurora boreale getta sul tumulto una luce sanguigna di tragedia, atterrendo tutte le superstiziose fantasie; quindi il papa, sentendosi straniero nella propria capitale, fugge insospettato e travestito a Gaeta.

Lo statuto era stato una resa, la fuga diventò un'abdicazione.

La lettera lasciata dal papa al marchese Sacchetti non raccomandava che di salvaguardare i palazzi apostolici: volgarità di padrone di casa, che nel supremo disastro di un regno millenario e in una terribile rivoluzione della patria non pensa che ai propri mobili! Nullameno il nuovo ministero, nel quale dominava il tribuno Sterbini, rimaneva nella propria dignità poco più alto del papa, giacchè, invece di profittare di quella fuga per dichiarare abrogato per sempre il potere temporale, lamentava invece che Pio IX fosse fuggito, cedendo ad infami consigli, ed invitava patriotticamente i cittadini alla calma. Il circolo popolare con arbitrio rivoluzionario e con pusillanime ipocrisia dichiarava legittima l'autorità del ministero, non perchè riconosciuta dal popolo ma come riconfermata dal papa in una frase ambigua della sua lettera al Sacchetti. Il popolo della capitale e delle provincie rimaneva sospeso in tale incertezza di governo, ascoltando le esortazioni dei due Consigli, che gli predicavano la temperanza virile: Mamiani ricondotto dal pericolo dello stato al ministero riusciva a scartare la proposta del principe di Canino invocante la costituente.

Ma intanto che ministero e parlamento armeggiavano infelicemente per mantenere l'accordo col pontefice fuggito, vietando a Garibaldi di avvicinarsi a Roma colla sua legione ed ammansando il popolo coll'ordinare grossi lavori pubblici, Pio IX promulgava un breve da Gaeta, quasi a risposta pei circoli che domandavano la costituente, nel quale, protestando contro le necessità della propria fuga, dichiarava nulli tutti gli ultimi atti del governo e lo sostituiva con una commissione di monsignori e di aristocratici. Però non uno di essi ardì accettare il difficile ufficio.

Alla violenta smentita del pontefice, ministero e parlamento risposero con instancabile servilità arzigogolando curialescamente che la protesta papale, datata dall'estero e senza firma di ministro responsabile, non poteva credersi autentica, e deputando oratori a Gaeta per convincere Pio IX a ritornare in Roma. Naturalmente le deputazioni non vennero ricevute al confine napoletano: invece Cavaignac, dispotico presidente della repubblica francese, dopo le giornate di giugno, annunciò l'invio di tre fregate francesi nel porto di Civitavecchia per assicurare il pontefice. Il governo provvisorio, protestando contro questa minaccia, adoperò per supremo argomento non avere Pio IX nell'immacolata grandezza dell'animo proprio invocato contro la patria intervento armato straniero e non essere mai per invocarlo; ma poco dopo il pontefice, rifiutando ogni componimento, mandava invece da Gaeta un appello a tutte le potenze cattoliche per farsi rimettere in trono.

I costituzionali di Roma, troppo simili ai moderati milanesi delle cinque giornate, per orrore dell'imminente rivoluzione, non volevano a nessun costo recedere dalle speranze di rappattumamento con Gaeta, e nominavano un'altra commissione di governo con questo precipuo incarico. Mentre nel popolo cresceva il fermento rivoluzionario, nei governanti si cristallizzava rapidamente la fede nel costituzionalismo del pontefice, malgrado la sua fuga e le violenti proteste. I circoli fremevano; i ricchi clericali fuggivano come sotto la tempesta; una incomprensibile incertezza sconvolgeva tutti gli spiriti. Era impossibile non precipitare a governo radicalmente democratico, e nullameno non se ne aveva il coraggio. Scarso nelle masse il sentimento liberale; quasi nullo il repubblicano; pochi ma unanimi, i forestieri italiani attirati in Roma dall'istinto storico del grande avvenimento mestavano dovunque, arringando ed oprando, persuadendo e minacciando; solo il principe di Canino per vanità tribunizia parlava alto di costituente; solo il Mamiani, antecessore e successore del Rossi, resisteva apertamente, domandando l'espulsione come per stranieri di De Boni, di Ciceruacchio e di Maestri, energici capi-parte repubblicani, e proponendo la convocazione di un'assemblea italiana per compilare il patto federale di tutti i singoli stati.

Un'onda di piazza superò quest'ultima trincea di costituzionali, travolgendo il ministero. Quindi il 20 dicembre 1848 la Giunta suprema di stato proclamò la Costituente Romana, sottomettendone immediatamente la legge ai Consigli, che non osarono nè accettarla nè respingerla: la legge importava che l'assemblea rappresentasse con pieni poteri lo stato romano e vi desse compiuto, regolare e stabile ordinamento; che le elezioni si facessero per suffragio universale diretto: elettori tutti i cittadini di ventun anni, eleggibili tutti gli altri di venticinque, duecento i deputati.

Questo schema arditamente democratico cadde come una bomba sul timido parlamento già tanto assottigliato dalle renunzie dei più timidi deputati, onde la Giunta ne chiuse la sessione, ordinando la convocazione della Costituente per decreto.

Ma neanche questo decreto schiettamente rivoluzionario bastò a guarire il governo provvisorio presieduto da monsignor Muzzarelli dalle equivoche speranze di un componimento col papa: le pratiche diplomatiche proseguirono con Gaeta, mentre con arbitrio assennato ed intrepido si affrettavano le abolizioni dei fedecommessi e delle disposizioni fiduciarie, si riformava la procedura civile, si regolava la navigazione dei fiumi e delle coste marittime, si sopprimeva la tassa del macinato e finalmente, quasi ad accenno di regime giacobino, s'instituiva una commissione militare senz'appello pei delitti contro l'ordine pubblico. Solo all'esercito, che avrebbe dovuto essere la prima cura in quella difficile ora di guerra coll'Austria vittoriosa ed invadente, non si pensava affatto: appena appena s'inscrissero 1330 reclute. Al decreto invocante la Costituente le provincie si scossero e tutti i legati ecclesiastici o laici vi si dimisero: i costituzionali si ritirarono sdegnosi, i rivoluzionari si levarono, i sanfedisti occulti spiarono con perfida attesa la catastrofe.

La Corte pontificia di Gaeta sembrò disinteressarsi da ogni questione, abbandonando il partito costituzionale e scagliando la scomunica contro elettori ed eletti, mentre a Roma un gretto municipalismo aiutato dallo Sterbini mirava inutilmente a contrastare l'espansione e il significato della proclamata costituente. Infatti il suo carattere era al tempo stesso giobertiano e montanelliano, giacchè alcuni deputati dovevano sedervi come nazionali ed altri come romani, questi costituire un governo nell'antico stato pontificio, quelli combinare un assetto federale italiano. La fisima della dieta come carattere essenziale nella rivoluzione vi persisteva, ma l'inconscio sentimento unitario di Roma capitale d'Italia ne santificava l'assurda momentanea impossibilità. Se l'accordo federale non era riuscito tra i principi, fra questi e le repubbliche e coll'Europa già disposta a ricondurre sul trono il pontefice diventava addirittura paradossale: nullameno le pratiche seguivano attivamente, contrastandosi nelle intenzioni e nei disegni del Gioberti e del Montanelli.

A Gaeta invece s'arrabattava il lavoro delle diplomazie: il Borbone badava abilmente a conservare il papa, traendo dalla sua ospitalità una specie di assolutoria alle infamie commesse; il Piemonte offriva Nizza e la propria mediazione per riconciliarlo con Roma; Cavaignac, per amicarsi il partito cattolico francese nell'imminente elezione presidenziale, moltiplicava le promesse, invitando Pio IX in Francia; la Spagna gli aveva già esibito le isole Baleari e tutta se stessa. Poi il Piemonte, trascinato dall'inesorabile duplicità del proprio giuoco, domandava al papa di presidiare Roma in nome suo con truppe sarde, stipulando simultaneamente col governo provvisorio di potere militarmente occupare le provincie romane per le necessità dell'imminente seconda guerra coll'Austria, e più tardi, pregato d'alleanza da questo, la negava per riguardo al pontefice; finalmente, ributtato dalla diplomazia papale, dichiarava caso di guerra il minacciato intervento spagnolo in favore del papa. Ultima la Prussia proponeva come accordo fra l'Austria e la Francia, che quella occupasse il nord e questa il sud dello stato pontificio.

Fra questa temperie si tennero le elezioni e il giorno 5 febbraio 1849 s'adunò nel palazzo della Cancelleria la Costituente.

La seconda campagna piemontese.

I primi esperimenti repubblicani dovevano quindi coincidere coll'ultima guerra regia, senza ottenere migliore risultato.

Mentre duravano in tutti i gabinetti politici d'Europa le trattative di una mediazione tra l'Austria e il Piemonte e quella tirava astutamente in lungo per assodarsi all'interno contro i pericoli della rivoluzione e della Dieta di Francoforte, a Torino ministero, parlamento e popolo farneticavano d'entusiasmo rivoluzionario e di reazione dinastica. Migliaia e migliaia di rifuggiti vi si agitavano nella febbre della rivincita; i repubblicani accusavano violentemente il re, i regi svillaneggiavano la democrazia sfiduciata e sfiduciante, i giornali palleggiavano accuse e denunzie contro tutto e su tutti. Vero è che alla guerra il Piemonte era stato insufficiente meno ancora per difetto di ordini militari che per sincerità di sentimenti e per contraddizione di propositi; che i lombardi dopo gli eroismi delle cinque giornate erano cessati dall'opera; che a Venezia si era stati altrettanto fiacchi alla battaglia che incerti nella politica; che i ducati avevano fatto quasi da spettatori; che la Toscana aveva levato appena due reggimenti; che il papa e il Borbone avevano ritirato i propri. Ai delirii della fede patriottica erano naturalmente succeduti i fanatismi dell'incredulità pessimista: il passato di Carlo Alberto pareva spiegazione a tutti i suoi ultimi tradimenti immaginari, mentre spiegava fin troppo i tradimenti veri: le speranze di aiuti europei dileguando, invece d'irrobustire il patriottismo col senso tragico del pericolo, scassinavano tutti i disegni e prolungavano ignominiosamente ogni querimonia.

Le ultime proposte franco-inglesi di mediazione, importando la remissione del Lombardo-Veneto all'Austria, invelenivano egualmente le cupidigie conquistatrici dei costituzionali piemontesi e i sentimenti italiani dei democratici. Nella tempesta parlamentare i ministeri passavano come fantasmi: quello obliquo del Casati soccombette all'altro del Perrone, cui successe il Gioberti. Si voleva la riscossa malgrado le tetre confessioni di Dabormida, già ministro della guerra, sullo stato dell'esercito. Il ministero avrebbe voluto prepararla convenientemente; Brofferio invece coi più caldi la chiedeva subitanea, inspirata, condotta «da ardimento, ardimento, ardimento». La Lombardia calpestata e taglieggiata strillava, i ducati parevano scrollarsi impazienti. Genova arditamente rivoluzionaria e malata di antico odio municipale al Piemonte minacciava d'insorgere; il congresso di Bruxelles, ultimo tentativo di componimento diplomatico, non dava risultati: l'Italia si credeva con ingenua vanteria ancora integra di forze e salda di propositi. Certo che in quello di riprendere le ostilità si sarebbe dovuto profittare delle nuove crisi interne dell'Austria, tagliando corto ai raggiri e alle procrastinazioni colle quali essa mirava ad assonnare l'Italia; ma la guerra avrebbe così dovuto essere popolare e nazionale, e il Piemonte monarchico non poteva per necessità di egoismo consentirvi.

Per prendere fiato, il ministero sciolse la Camera, che in quella esacerbazione degli spiriti ritornò con numero preponderante di impazienti contro i moderati. Intanto le costituenti di Firenze e di Roma, cacciando il granduca e il pontefice, crescevano autorità alla parte democratica, mentre il loro urto col Piemonte, condannato a non vivere e a non progredire che costituzionalmente, diventava sempre più inevitabile, e la scissione dei principii politici vietava anche più dolorosamente gli accordi necessari ad un ultimo sforzo di guerra nazionale. All'apertura del parlamento ministero e re parlarono audacemente di rivincita, ma l'ora propizia era già trascorsa. L'Austria, opponendo i Magiari agli Slavi e questi a quelli, li aveva entrambi soverchiati: Vienna aveva richiamato l'imperatore; Praga cedeva; la corte, promettendo una costituente, ammansiva i rivoluzionari; le individualità autonome dell'impero resistendo al moto unitario della Dieta di Francoforte, davano buon giuoco alla politica austriaca; la Prussia, abbandonando la Dieta, lasciava timidamente cadere l'idea unitaria piuttosto annebbiata che rivelata dalle troppe discussioni. Se i disastri al rompere della guerra avevano quindi dato spirito alle potenze per insultare l'Austria, i nuovi successi di questa persuadevano invece a sostenerla: tutte le rivoluzioni nazionali soccombevano alla medesima fatalità, tutte le democrazie si appalesavano del pari insufficienti.

Le pretese del Piemonte sul Lombardo-Veneto non sembravano perciò alle diplomazie che ridicole bravate di un vinto senza gloria, e l'unità italiana un sogno di poeti guasto da corruttele di rivoluzionari e da violenza di banditi. La reazione monarchica vincitrice in tutta Europa si riuniva ora intorno al papato abbattuto dalla repubblica romana, per rialzarlo, facendo della ripristinazione di Pio IX come il proprio epilogo trionfale. Infatti Gioberti stesso, capo di un ministero allora democratico, sbigottito dall'accordo di tutte le potenze ad intervenire nella questione romana, precipitava alla più assurda delle decisioni, insistendo presso il pontefice e il granduca Leopoldo per rimetterli in trono con armi piemontesi. Sarebbe stata la guerra civile della monarchia contro la democrazia, del Piemonte contro l'Italia, e questo all'indomani del congresso federativo. Il papa ricusò, il parlamento urlò al fratricidio. Gioberti caduto dal ministero dovette esulare, per difendersi invano in un ultimo libro sul Rinnovamento civile, eloquente imbroglio di filosofia e di politica, apologia infelice e suprema contraddizione di un grande spirito, cui la sventura dell'esilio nobilmente sofferto ridiede l'onorabilità perduta nei troppi mutamenti di opinione e nelle teatrali vanità della vita.

Intanto la necessità della guerra stringeva il nuovo ministero Colli. Si era lasciato con incredibile negligenza esausto l'erario; quindi si bandiva la leva in massa degli emigranti lombardi senza osare di estenderla a quelli dei ducati, perchè, soggetti allo statuto, avrebbero dovuto sopportarla per legge, e la legge mancava: miserabile pedanteria di procedura costituzionale! Non si ardiva per sospetti di rivoluzione mobilitare la guardia nazionale: nessuna fortificazione difendeva ancora i passi del Ticino. Era e doveva essere la seconda fase della guerra regia. Le diplomazie tenevano il broncio; l'Italia invece vi era concorde di sentimento, ma senza quella eroica disperazione che avrebbe potuto fare il miracolo di una vittoria. La politica ambigua aveva isolato il Piemonte: principi e repubbliche diffidavano egualmente delle sue intenzioni e della sua capacità: Lorenzo Valerio, spedito a Firenze e a Roma per chiedere concorso d'armati e di danaro, vi ottenne festose accoglienze, ma scarsi aiuti; anche questi, tardi invocati, non poterono muoversi che troppo tardi, quando già la guerra era sciaguratamente perduta.

A generalissimo Carlo Alberto nominava il polacco Chrzanowski, ignoto ai soldati e all'Italia, più inetto degli inetti che doveva comandare. Così un soldato straniero doveva in questa seconda guerra regia vincere per l'Italia, mentre il popolo piemontese vi rimarrebbe tranquillo spettatore secondo il monito supremo di Carlo Alberto, e il resto del popolo d Italia era pregato di aiutare il re.

Quindi la guerra intimata dal Piemonte si accende alla frontiera. Schwarzenberg, ministro d'Austria, ne rigetta la responsabilità su Carlo Alberto, Radetzki con senile ed ammirabile iattanza grida al proprio esercito: — a Torino! — e, sguarnendo tutto il Lombardo-Veneto troppo paralizzato dal terrore per pensare a insorgere, si precipita all'offesa. L'esercito piemontese, disperso sopra una lunghissima linea da Parma a Novara coll'ostinato errore della campagna antecedente, presenta poca resistenza: Venezia tardi avvisata non può circuire il nemico, avvicinandosi ad un'ala sarda: a Roma il proclama di guerra giunge prima di colui che dovrebbe portarlo. Poi Lamarmora, occupando la Lunigiana senza avvertirne il governo toscano, è da questo trattato come nemico e con inconcepibile insania minacciato di una insurrezione a Genova: Carlo Alberto spintosi a cavallo oltre il Ticino, poichè nessuno risponde alla sua chiamata, deve retrocedere. Ma Radetzky la mattina dello stesso giorno (20 marzo 1849), nel quale spirava l'armistizio, passa il Gravellone lasciato indifeso da Ramorino con inesplicabile disobbedienza punita poi come tradimento, coglie i piemontesi a Mortara, li batte, e due giorni dopo li prostra a Novara. La guerra è finita: Chrzanowski vi si è mostrato ridicolo nella sconfitta, Carlo Alberto quasi magnanimo coll'abdicare sul campo la corona al figlio Vittorio Emanuele.

Questi, inaugurando così tragicamente il proprio regno, potè nullameno salvarlo ed assicurarsi l'avvenire col mantener fede allo statuto contro tutte le minacce del vecchio maresciallo: ma i patti imposti dal vincitore furono umilianti: occupazione di 20,000 soldati austriaci sul Po, la Sesia ed il Ticino durante l'armistizio; scioglimento dei corpi volontari, richiamo della flotta dall'Adriatico, ordine del nuovo re ai soldati piemontesi, che fossero in Venezia, di rimpatriare sotto pena d'essere esclusi da ogni capitolazione.

Era l'ignominia d'un ultimo tradimento imposto contro la grande città un'altra volta tradita.

E Vittorio Emanuele dovette consentirvi, sebbene la sua corona non corresse pericolo, come si disse più tardi per scusare il patto infame. Infatti per quanto grande la vittoria dell'Austria e misero lo stato del Piemonte e rovinante la condizione d'Italia, una conquista che portasse nella Savoia i confini dell'impero austriaco era assolutamente impossibile. La Francia sola sarebbe bastata ad arrestare l'Austria sulla via di Torino, mentre il Borbone ed il papa stesso avrebbero protestato per non perdere ogni loro ultima autonomia, e Russia, Prussia, Inghilterra si sarebbero tosto accordate alla difesa delle Alpi.

Questa ragionevole persuasione rafforzò lo sdegno dei liberali, che all'annunzio della rotta, dell'abdicazione e dall'armistizio, rovesciarono il ministero, farneticando di resistenza ad oltranza. Ma la guerra regia era fatalmente conchiusa. L'esasperazione delle fantasie offese in tutti gli atti da immaginari tradimenti, le proposte disperate, i rimpianti eroici, gli sfoghi irrefrenabili, non esprimevano più che l'ultima crisi d'un periodo esaurito nei fatti e rinnovantesi nelle coscienze. Così Genova insorta a guerra civile, assaltando il proprio arsenale e gridando un governo provvisorio di Liguria, per difendersi contro i piemontesi accorsi prontamente col generale Lamarmora ad assediarla; quindi costretta dopo inutili invocazioni ai volontari lombardi di subire le sevizie efferate dei vincitori, non è più che una tragedia medioevale nel gran dramma moderno, una demenza republicana di altri secoli nel prologo republicano, che Roma solamente ha potuto rendere ragionevole. Brescia, che resiste eroicamente alla selvaggia ferocia di Haynau accorso da Venezia a bloccarla, e vinta, non doma, muta la guerra in duelli per tutte le strade e per tutte le case, non è più che l'epilogo della rivoluzione lombarda cominciata colle Cinque Giornate, della quale salva l'onore compromesso dall'ultima inazione.

La formula monarchica nella rivoluzione federale del 1848 si è risolta nello Statuto riaffermato dal giovane re piemontese dopo la rotta di Novara.