Capitolo Primo.
Le ristorazioni
Riscossa dell'opinione.
Poichè tutti i partiti avevano egualmente fallato, e nessun uomo, per quanto alto d'ingegno e di robusto carattere, aveva potuto resistere così alla tormenta delle combinazioni rivoluzionarie da mantenervi la logica di un sistema o la sincerità immutabile di un proposito, la violenza delle recriminazioni politiche era adesso senza pietà. Federalisti ed unitari, giacobini e neoguelfi, regi e repubblicani, insorti delle prime giornate e ribelli degli ultimi assedi, politici e politicanti, tribuni e di piazza e di parlamenti, si palleggiavano tremende reciproche accuse, delle quali la più comune, e quindi la meno grave, era quella di tradimento. Dai giornali la guerra saliva ai libri, scrosciava negli opuscoli, balenava in subite rivelazioni di documenti, serpeggiava nel popolo avvelenandone lo scoramento, penetrava nel segreto delle conventicole già strette per nuove cospirazioni, si effondeva in lamenti, che il pericolo delle feroci polizie rendeva ancora nobili.
L'Europa tutta piena di simili rivoluzioni, tutte egualmente vinte, ascoltava distratta.
Ma l'unità della sconfitta giovava quanto una vittoria. Veneti e siciliani, milanesi e romani, piemontesi e toscani, lombardi e napoletani, si affratellavano nel dolore d'una comune speranza perduta: accuse e critiche ribadivano la necessità dell'idea, per la quale tutti erano insorti, e ne approfondivano la verità sottomettendone il modo a nuove disamine. Le fratellanze di guerra, ben più efficaci che quelle delle congiure, saldavano relazioni dianzi corroborate da fugaci rapporti politici e diplomatici; lo scambio dei volontari fra le provincie insorte compensava già l'antagonismo dei parlamenti durante la rivoluzione; la coscienza dell'eroismo mostrato in cento fazioni si levava alteramente nella oppressione desolata di quella prima ora di schiavitù come a sfida di altre non lontane battaglie. Mai l'Italia aveva avuto tale rivoluzione; il suo passato federale vi si era annullato con tutta la millenaria varietà delle proprie forme sotto l'impulso della moderna idea democratica. L'unità usciva dalla sconfitta. Non una idea o una forma vitale restava al federalismo. Un inconciliabile dissidio separava ora popoli e principi: questi accodati all'Austria non ne erano più nemmeno i prefetti, giacchè i generali austriaci li umiliavano colle tracotanze e truppe austriache circondavano Le loro reggie italiane. Non più illusioni di dieta o speranze di riforme: alcuni statuti restavano come cadaveri insepolti dopo una battaglia. I principi avevano compreso che ogni concessione al popolo avrebbe in esso provocato lo scoppio di affermazioni antidinastiche; il popolo sapeva che i principi preferivano l'esistenza della propria casa alla vita d'Italia. Quindi la politica si divideva: quella dei governi, subordinata fatalmente all'Austria, diventava di resistenza, costringendosi all'impossibilità di un crescendo, oltre il quale s'intendeva il mareggiare sordo di un'altra rivoluzione; quella delle nazioni cresceva d'iniziative giovandosi d'ogni forza, profittando dei contraccolpi europei, opponendo il progresso del pensiero all'immobilità delle forme, l'elasticità dello spirito alle pressioni della materia, l'irresistibile espansione delle coscienze al propagarsi delle energie straniere in tutti gli argomenti della politica nazionale.
Attraverso la conflagrazione del nuovo assetto se ne sentiva oscuramente la provvisorietà. La stampa libera durante la rivoluzione aveva abituato alla libertà di parola degradandosi in tutti i suoi eccessi; costretta adesso alla musoliera acuiva nel silenzio la critica d'ogni atto governativo; l'esilio, il carcere, la morte prodigata ai migliori rivoluzionari, rinnovando i martirii, purificavano la religione della libertà e ne aumentavano i neofiti; la reazione dei governi rendeva stranieri e parricidi quanti vi prestavano mano. Quindi la modernità urgeva con inesauribile ed instancabile varietà di motivi le ristorazioni: telegrafi e ferrovie concesse prima fra gli applausi, poi mirabilmente propagatesi sviluppando commerci ed industrie, forzavano le barriere doganali interne con esigenze di nuove provvisioni economiche; le università riparate all'ombra della scienza salvavano molti professori dalle persecuzioni, educando scolari alle imminenti rivoluzioni; ogni miglioramento agricolo covava un germe di emancipazione, ogni congresso diventava assemblea, i teatri pronti a profittare d'ogni commedia più volgare applaudendo le reticenze o le allusioni si mutavano in comizi. L'odio all'Austria, non più compresso dal terrore di prima, giacchè soldati italiani improvvisati avevano potuto vincerla in campo aperto, diventava disprezzo per i governi nazionali, che alla prima sconfitta di quella sarebbero caduti: si pensava, si lavorava, si cospirava con nuova alacrità. Le comunicazioni e gli scambi stringevano relazioni fra provincia e provincia; ogni relazione si cangiava prestamente in vincolo politico. L'unità della disfatta patita dalla rivoluzione si ripeteva nell'unità delle persecuzioni inflitte ai migliori, nell'unità austriacante della politica di tutti i governi nazionali, nell'unità vincitrice dell'Austria rimasta sola nemica, nell'unità vinta del papato che nessuno più temeva e nel quale nessuno più sperava, nell'unità creatrice del Piemonte che incolume nella rovina universale, libero nella schiavitù di tutti, ancora armato fra gl'inermi, rivoluzionario e costituzionale, s'apriva come un asilo agli esuli e si muniva daccapo come campo per una probabile guerra.
Popoli e governi stavano fisi al Piemonte: l'Austria lo vegliava minacciosa, Francia lo proteggeva mal fida, la storia d'Italia lo fortificava ogni giorno, proseguendo nel lavoro di molti secoli, per agglomerare intorno ad esso tutta la nazione. Azioni e reazioni dovevano egualmente giovargli: la politica pazzamente antiliberale ed antinazionale degli altri governi faceva già del Piemonte la patria di tutti gl'italiani; Mazzini, lontano nell'esilio, agitava ancora la fiaccola dell'ideale repubblicano, Garibaldi, ramingante sui mari, sembrava attendere un segnale per tentare uno sbarco irresistibile, il conte di Cavour saliva al ministero piemontese per cogliere in Europa la prima occasione di rivincita.
L'impossibilità di governare non solo onestamente ma razionalmente aumentava ogni giorno per tutti i governi. Occasioni e pretesti d'opposizione formicolavano: la reazione forzata a diminuire di rigore per l'impossibilità di aumentarlo s'abbatteva in ostacoli insormontabili sorretti dall'inerzia dei cittadini, ed erano sdegnose ripulse di concorso in opere pubbliche, interpretazioni liberali date alle più restie circostanze, silenzi opprimenti di dispregio, invettive incriminabili per doppio senso. Il progresso europeo urgeva il progresso italiano. La resistenza dei governi appoggiantisi sull'Austria li precipitava in un pericolo d'annullamento pari a quello minacciato loro dal popolo, giacchè l'occupazione straniera esautorando la loro autorità dissanguava le finanze di ogni stato. Intanto la democrazia informava con miracolosa rapidità tutte le forme di vita moderna: mutati i criteri d'educazione domestica, riconosciuti falsi i metodi dell'antica pubblica economia; l'emancipazione letteraria favorendo quella religiosa abituava sempre più all'indipendenza assoluta dello spirito, nessuna tradizione regia od aristocratica resisteva nelle nuove abitudini, i vecchi poteri della chiesa e dello stato non avevano più altra forza che i gendarmi delle polizie e le milizie straniere.
Se non si vedeva ancora chiaramente qual metodo la libertà sceglierebbe per raggiungere l'unità della patria, e il mirabile spettacolo del Piemonte giganteggiante sulla prostrazione degli altri governi non affidava ancora interamente la nazione sulla possibilità d'una sua conquista regia che saldasse in un solo tutti i principati liberando l'Italia dallo straniero, mentre il mazzinianismo quasi galvanizzato dai disastri riaffermava superbamente le speranze di unità repubblicana, nullameno l'impossibilità di credere ai governi reazionari e la fatalità d'una qualunque soluzione al problema politico italiano bastavano a preparare gli spiriti ad un mutamento radicale di assetto, appena l'occasione se ne presentasse.
Luigi Bonaparte rinnovando in Francia l'impero napoleonico ne avrebbe facilmente suscitata qualcuna, la Germania avendo fallito come l'Italia la propria rivoluzione doveva ripetere il duello secolare fra l'Austria e la Prussia, l'espansione del mondo slavo nei Principati Danubiani complicata col problema turco bastava sola a produrre terribili ed inimmaginabili motivi di guerra.
Gli ultimi tiranni d'Italia infellonivano quindi sui propri sudditi collo spavento spasmodico di chi uccide per difendersi, e sa nullameno di non potere uccidere abbastanza per salvarsi.
Regno napoletano.
Soffocata per le vie di Napoli la rivoluzione nel sangue dei cittadini, domate le Calabrie, riconquistata con nefande crudeltà la Sicilia, re Ferdinando non osò ancora trarsi la maschera di re costituzionale ritirando la costituzione. L'elezione di Luigi Bonaparte alla presidenza della republica francese l'inanimì: il piccolo tiranno fiutava nel nuovo presidente il futuro grande despota. Così prorogò il parlamento. Poi rassicurato dalla caduta di Carlo Alberto e della republica romana lo sciolse per non più convocarlo, rinviando in Sicilia il truce Filangeri e mutando i ministri diventati da ultimo suoi complici. S'iniziarono processi: spie testimoniavano, giudici accusavano, si mirava sopratutto a disonorare gli accusati, si mutava la suprema corte di giustizia in corte speciale perchè le condanne fossero più spicce ed infami. Sessantacinque cittadini fra i più illustri, Zuppetta, Saliceti, Imbriani, Spaventa, Pisanelli, Poerio, Leopardi, Massari, furono denunciati da una inquisizione senza nome: Navarra, presidente della corte, ve ne aggiunse altri trentasette, fra i quali Scialoia e De Meis; pochi giunsero a salvarsi nell'esilio, la maggior parte vennero gettati nelle prigioni. Settembrini, Agresti, Faucitano furono condannati a morte, tratti in conforteria e graziati dopo due giorni; altri sette condannati più tardi a morte ebbero la pena commutata in quella dei ferri dagli otto ai trent'anni. Re Ferdinando non osando più le condanne di morte raffinava i supplizi. Tutti quegl'illustri furono mischiati nelle carceri immonde coi più immondi ribaldi, e vi durarono lunghi anni, laceri, affamati, incatenati, sublimi di dolore e di costanza. Guglielmo Gladstone celebre ministro inglese che li visitò nelle prigioni di Nisida e di Santo Stefano (1851), ne rimase così inorridito, che scrivendone a lord Aberdeen, in lettere rimaste poi celebri, definì il governo borbonico: «negazione di Dio».
Nella Sicilia la reazione fu anco peggiore. Incendi e massacri guastarono intere città: cinquecento liberali riempirono nei primi giorni le carceri dell'isola; il generale Filangeri sostituiva tribunali militari agli ordinari, giovandosi d'ogni fremito del paese per crescere il rigore delle repressioni; imprigionava, condannava a caso, per denunzia, per capriccio. Unico sollievo all'isola infelice fu la rivalità scoppiata fra il Filangeri ed il Cassisi nuovo governatore; ma anche questa di lieve durata, giacchè il richiamo del generale e la sua sostituzione col principe di Castelcicala lasciò al tristo proconsolo libertà d'inseverire.
Tutto lo stato languiva sebbene le finanze del governo fossero relativamente prospere: si compì qualche opera pubblica, s'unirono al mare i laghi di Lucrino e d'Averno, ma lo spirito del paese immiserì. L'esercito, rimasto ligio al re e adoperato come micidiale strumento di polizia, non crebbe a valore di disciplina e di coscienza; la costituzione non cassata rimase satira sanguinosa per coloro che l'avevano creduta, e scusa alle rimostranze dei gabinetti europei forzati dall'eco delle miserie napoletane ad uscire dalle solite riserve. Di governo, nel vero senso della parola, non era a dire: un sinistro brigantaggio dominava corte, polizia e magistratura; una parte della borghesia benchè priva dei propri capi seguitava a cospirare in silenzio, ma la distanza dalla grande valle del Po, centro del vero moto politico, la tradizione, l'indole e sopratutto la forza del governo non consentivano vera efficacia alle sue congiure. Fra le troppe incoerenze politiche d'allora si pensò a sostituire il principe Murat a Ferdinando di Borbone; corsero pratiche; Napoleone III mestava nell'intrigo, il ricordo del primo regno murattiano e la vanità di autonomia favorivano il disegno; Lisabe Ruffoni ed Aurelio Saliceti, già triumviro della republica romana, vi si mescolarono perdendo senno e reputazione, mentre lo stesso conte di Cavour nelle inestricabili ambagi della propria politica sembrava subire l'imperiale volontà francese, e i più illustri esuli napoletani protestavano fieramente dalle carceri contro questo insano baratto di padroni e di servi.
Quando il conte di Cavour dopo la gloriosa e fortunata guerra di Crimea sollevò la questione d'Italia al congresso di Parigi, i gabinetti francese ed inglese instarono presso re Ferdinando per ridurlo a qualche mitezza coi sudditi, sino a ritirare da Napoli i propri ambasciatori; ma questi sicuro di non essere militarmente assalito rimase sordo ad ogni rimostranza. Poco più tardi un vano tentativo d'insurrezione in Sicilia, guidato da un Francesco Bentivegna (1856), e un altro di regicidio arrischiato da Agesilao Milano, fanatico ammirabile di coraggio, finirono di persuadergli a non allentare i freni al popolo. Infatti nessuna concessione avrebbe potuto riconciliare questo col re. L'antitesi politica era insolubile: o il regno napoletano sorpassando il Piemonte nella politica nazionale avrebbe mirato alla conquista d'Italia, o contraddicendovi indietreggerebbe fatalmente nella reazione. Il dilemma storico si era troppo rasserrato per consentire ancora il vecchio gioco degli espedienti.
Re Ferdinando parve accorgersene, ma non reggendo più al peso della stessa sua reazione, consentì alla deportazione di molti fra i più illustri prigionieri, per chiudersi nel castello di Caserta incalzato da inconfessabili terrori. Napoli e tutto lo stato rimasero alla mercè della più ignobile delle polizie.
Stato pontificio.
E di polizia era il governo papale, piuttosto soffocato che sorretto dalla doppia occupazione francese ed austriaca.
Caduta la republica romana, mentre i più nobili rivoluzionari riprendevano in esodo più doloroso la via dell'esilio, il generale Oudinot assunse nella città la dittatura militare. I suoi primi decreti scioglievano governo, assemblea, guardia nazionale, circoli: intimato il disarmo a tutti i cittadini, soppressi i giornali, vietata ogni adunanza. Poichè l'odio popolare irritato dalla burbanza francese prorompeva a coltellate, furono prese le più severe misure, sostituendo i tribunali militari agli ordinari pei delitti politici. Roma pareva conquistata. Il papa sempre chiuso nella fortezza di Gaeta non affrettava il ritorno; poi da Portici diramò una enciclica, nella quale, calunniando bassamente gli uomini della republica, vantava con ingenua senilità la crociata cattolica, che lo rimetteva sul trono contro la volontà dei propri sudditi. Infatti 256 municipii, e fra questi i maggiori, avevano per un ultimo afflato rivoluzionario protestato contro la reintegrazione politica del papato. A riordinare lo stato, imitando inconsciamente la republica, fu delegato un triumvirato di cardinali, che il popolo dalla veste e dal sangue versato chiamò rosso: lo componevano i cardinali Della Genga, Vannicelli ed Altieri. Intanto nelle Provincie settentrionali i generali austriaci con irresistibile tracotanza s'erano impadroniti d'ogni potere e satrapeggiavano; delegati e prolegati pontifici strillavano indarno all'esautorazione; il cardinale segretario Antonelli, favorevole un tempo alle riforme piane, lasciava correre per castigare più acerbamente le ribelli popolazioni togliendo loro per sempre la voglia degli statuti. A Bologna il generale Gorzkowsky arrestò e multò di duemila scudi il senatore Zanolini ed altri diciotto consiglieri, perchè dopo aver protestato contro la violenza di siffatta ristorazione clericale chiedevano la conservazione dello statuto. E questa rappresentanza comunale, punita come rivoluzionaria dagli austriaci, era la stessa che poco prima aveva mandato a Gaeta una deputazione a pregare il pontefice di scegliere Bologna a nuova capitale. Ciceruacchio, suddito pontificio, era già stato fucilato dai tedeschi nel Polesine; Ugo Bassi, barnabita garibaldino, anima gentile di poeta e di tribuno, caduto a Comacchio in mano dei gendarmi papalini e consegnato da questi al comandante austriaco, venne fucilato a Bologna. Una reazione spaventosa desolava le Provincie: preti e tedeschi inseverivano, quelli per odio alle passate rivoluzioni, questi per necessità di conquista. Giammai l'autorità del pontefice sulle proprie terre era stata più oltraggiata.
Intanto il governo francese insisteva perchè il papa concedesse qualche libertà ai proprii popoli. Luigi Bonaparte, intento a prepararsi il trono d'imperatore ma costretto a nascondere il vero scopo della spedizione francese a Roma davanti agli assalti della sinistra parlamentare, alla testa della quale tuonava terribile la voce di Victor Hugo, mandava per nuova lustra diplomatica il colonnello Ney al generale Rostolan, succeduto all'Oudinot, perchè avvisasse ad impedire le trascendenze papali. I legati francesi alla conferenza di Gaeta dovevano intanto chiedere al papa amnistia generale, amministrazione laica, codice napoleonico e reggimento liberale.
Era la stessa impossibilità, per la quale Pellegrino Rossi era morto.
Naturalmente non ne fu nulla. Il papato, che lasciava trascendere gli austriaci nella repressione, inalberò ai consigli liberali di Francia, pei quali avrebbe dovuto ricominciare l'assurda prova delle riforme. Luigi Bonaparte, che a diventare imperatore aveva d'uopo sopratutto dell'appoggio dei clericali francesi, non osando guastarsi col papa finse di accontentarsi «delle istituzioni municipali, provinciali e governative, che nel vero interesse da cui Sua Santità è animata pel bene de' suoi sudditi» Pio IX era disposto ad accordare.
Un Motu proprio bandito da Portici (12 settembre 1849) le rivelò.
Erano un Consiglio di Stato consulente in materia di legislazione e di amministrazione, e una Consulta di finanza senz'altro ufficio che di dare pareri; si mantenevano i consigli provinciali, da cui il principe estraeva i consultori di finanza; si confermavano le rappresentanze comunali eleggibili da cittadini di un dato censo, e queste rappresentanze compilavano le liste per la scelta dei consiglieri provinciali; si promettevano riforme nell'ordinamento giudiziario e nella legislazione civile, criminale ed amministrativa da proporsi da una commissione all'uopo nominata; ultima veniva un'amnistia a tutti coloro «i quali dalle limitazioni, che verranno espresse, non rimangano esclusi da questo benefizio». Si ritornava così press'a poco ai tempi anteriori allo statuto. Il triumvirato rosso, incaricato delle limitazioni all'amnistia, ne escludeva tutti i membri del governo provvisorio e dell'assemblea costituente, del triumvirato e del governo della republica, i comandanti le milizie e coloro che compresi nella prima amnistia, avevano partecipato «agli ultimi rivolgimenti». Nullameno erano tolti agli amnistiati gli uffici governativi, provinciali e comunali. Nessuno dei colpevoli rimaneva quindi degno di perdono. Dopo i rivoluzionari dovettero esulare i moderati neo-guelfi, che più avevano osteggiato la republica: Mamiani, Galeotti, il padre Ventura ricalcarono le orme di Mazzini, di Garibaldi e di Saffi. Consigli di censura improvvisati per vagliare la classe degli stipendiati così dello stato come delle provincie e dei comuni soffiarono il terrore persino nelle file dei servitori della reazione: la republica romana aveva rispettato il clero, la reazione papale gettò cinquanta preti nelle prigioni di Castel Sant'Angelo rei di liberalismo, e a Bologna e più tardi a Mantova si macchiò del loro sangue.
Per contraccolpo in quest'assenza di governo e giovandosi delle ostilità delle popolazioni alla polizia papale e alle truppe straniere pullularono bande di masnadieri nelle provincie: una di esse guidata da un tal Passatore potè impunemente assaltare villaggi e cittaduzze; l'anarchia crebbe poi; la legge stataria bandita dal maresciallo Thurn governatore civile e militare delle quattro legazioni, statuendo che il rapporto poliziesco dovesse servire di base ad ogni inquisizione pel delitto di ritenzione o porto d'armi, annullò qualunque procedura giudiziaria, mentre un proclama del generale Pfanzelter stabiliva unica pena al giudizio statario la morte e di morte puniva persino la ritenzione d'armi. Contro questi eccessi la corte papale volle indarno protestare; la violazione austriaca più violenta di ogni negazione rivoluzionaria, passò oltre. Lo stesso vescovo di Cesena si vide negato il diritto di tenere le armi nel proprio palazzo, poco prima saccheggiato da una banda di ladri; ai condannati a morte non si concedeva nemmeno il tempo necessario per le pratiche religiose.
Le esorbitanze austriache provocarono le francesi: il generale Baraguay d'Hilliers (11 febbraio 1850) ordinava la fucilazione immediata di chiunque fosse in Roma trovato armato di coltello o d'altra arma; non si riconoscevano più nè cittadini nè sudditi. Soldati stranieri imperavano uccidendo senza legge e senza misura: la crociata cattolica finiva alla peggiore delle invasioni. Finalmente il papa ritornò accolto freddamente malgrado tutti gli sforzi teatrali del clero e dell'aristocrazia, ma più che il rimpianto della republica il popolo significava così il proprio odio per la tirannide soldatesca di Francia. All'ombra di questa il governo pontificio si riattivò nell'antica maniera piuttosto rimescolata che riordinata dalle riforme piane: il cardinale Antonelli fu onnipotente, i prelati ripresero tutte le funzioni politiche, pochi laici, e questi pessimi, si aggiunsero loro. Si apersero come a Napoli processi politici, s'inventarono congiure per spaventare il papa, che le credette, mentre alcune erano tutt'altro che false. Si gettarono ladre accuse sui commissari di finanza della republica, si condannò nel capo Calandrelli triumviro dell'ultim'ora tentando infamarlo coll'accusa di furto e colla grazia, si ghigliottinò un preteso uccisore di Pellegrino Rossi dopo un'incredibile istruttoria, nella quale su prove segrete e testimonianze anonime si affermava la complicità di moltissimi uomini politici. Il ghigliottinato, certo Sante Costantini, lo fu «perciò che dalle deposizioni dei testimoni (anonimi) si raccogliesse che il sicario fosse per vari connotati a lui somigliante».
La viltà di questa reazione aiutava il latente lavoro delle sètte riordinate dal comitato nazionale di Londra. A Roma le dirigeva Giuseppe Petroni, oscuro avvocato che diciotto anni di carcere magnanimamente sofferti ricusando ogni grazia, resero poi illustre; senonchè l'opera settaria, ammirabile di sagacia e di costanza, non potè produrre risultati sotto la pressione della doppia occupazione tedesca e francese. Alcuni giovani delle Romagne insorti pei moti di Milano nel febbraio del 1853 finirono miseramente nelle carceri senza raggiungere nemmeno l'onore di uno scontro. L'isolamento prodotto intorno al governo pontificio divenne però tale da strappargli in una nota diplomatica alla cancelleria tedesca la confessione umiliante «che il governo di Sua Santità in un momento supremo si troverebbe in seno della sua stessa capitale abbandonato all'odio delle passioni, che cospiravano alla sua perdita».
Intanto che l'autorità politica del papato cadeva così basso, la sua monarchia spirituale cresceva. Al vasto e simultaneo atteggiarsi sovranamente della democrazia in Europa la più antica e profonda autorità religiosa rispondeva per la legge dei contrasti con un accentramento, che rinsaldando la fede nelle coscienze cattoliche permettesse di resistere alla nuova guerra universale indetta con miglior disciplina e maggior coerenza di programma contro la chiesa. Nella gerarchia ecclesiastica, un tempo così democratica e sviluppatasi poi monarchicamente, il papato con una ultima audacia stava per sopprimere la funzione legislativa dell'episcopato. L'occasione fu porta dal dogma dell'Immacolata Concezione, ultima ascensione della donna pareggiata nel cristianesimo all'uomo con questa immunità dal peccato originale in Maria. Pio IX dopo un'enciclica a tutti i vescovi per interrogarli sul nuovo dogma, lo definì alteramente di propria autorità: il pontefice assorbiva così il Concilio; tale proclamazione sovrana di un dogma conduceva all'altro dell'infallibilità personale.
All'infallibilità democratica del suffragio universale il cattolicismo doveva rispondere con quella del papa: dogma contro dogma, legge storica contro legge divina, verità umana contro verità soprannaturale.
Quindi i gesuiti fondarono una grossa rivista col titolo di Civiltà Cattolica per combattere questa nuova guerra del papato, ma libri e giornali sorsero terribili di forza e di destrezza contro di loro. I gesuiti poveri a scrittori e a pensatori ressero male all'assalto: il genio, che li aveva assistiti contro la Riforma, li abbandonò contro la rivoluzione: parvero piccoli in faccia al pensiero tedesco, deboli davanti alle invettive francesi, malvagi in confronto del patriottismo italiano. La politica moderna li sorprese colla necessità delle scienze da essi oppugnate o limitate: la loro dottrina non fu più che un'erudizione, la loro abilità divenne inutile contro popoli sovrani, che eleggendo e controllando pubblicamente i propri governi riducevano la destrezza a qualità secondaria. La loro guerra al Piemonte per le leggi ecclesiastiche sembrò una recriminazione del passato contro il presente, il loro servilismo all'Austria li infamò nella coscienza del popolo insofferente di tirannide straniera, la loro deificazione del pontefice e del principe nel papa persuase ai più la necessità di frenare nel cattolicismo i troppi eccessi idolàtrici. Infatti nel clero italiano crebbero le diserzioni. Già Rosmini, Gioberti, Ventura, erano colpiti d'anatema; molti preti avevano predicato la rivoluzione, ed erano morti per essa; altri si disponevano a morire. L'abbiezione del governo pontificio in tanto splendere di progresso nei governi europei e nei più giovani governi d'America diventava irrefutabile accusa alla politica papale: la sudditanza del pontefice all'Austria e alla Francia per scopi antinazionali dava ragione ai liberali, che affermando l'incompatibilità del principato ecclesiastico col civile, offrivano al papato ogni libertà spirituale in cambio dei poteri politici.
Al Congresso di Parigi (1856), un anno prima che cessasse la giurisdizione militare straordinaria nelle quattro Legazioni, il conte di Cavour in un Memorandum sulle condizioni miserrime dello stato pontificio osò insistere sulla necessità di stralciarne qualche provincia e di costituirla autonoma. Quantunque il momento e la circostanza fossero ben scelti dall'abile ministro piemontese, la sua proposta era troppo falsa e prematura per riuscire: però il congresso ascoltò simpaticamente quelle rimostranze di uno statista conservatore, e lord Clarendon rispose per tutti definendo il governo papale «un obbrobrio per l'Europa».
Ad un congresso europeo il papa era dunque politicamente trattato peggio del sultano: questi era ancora necessario all'Europa come portinaio dell'Asia, quegli non era più che un ostacolo putrido all'imminente rivoluzione d'Italia che affrettando l'altra della Germania doveva distruggere in Europa il secondo impero napoleonico e spostare le basi dell'impero austriaco.
Granducato e ducati.
Nei granducato di Toscana l'invasione austriaca aveva dilagato peggio che nelle provincie pontificie, riducendo il sovrano a zimbello di quella medesima protezione, che sembrava assicurargli il trono. Già dalle prime ore questi aveva tentato far credere che le milizie austriache fossero entrate come a sua insaputa, ma il generale D'Aspre dietro istruzioni della cancelleria imperiale tendenti ad annullare nella propria influenza ogni potere italiano lo aveva violentemente sbugiardato, annunziando da Empoli in un proclama, come l'intervento militare dell'Austria fosse stato chiesto dal principe medesimo. I nuovi ministri assumendo il potere, mentre gli austriaci entravano in Firenze, si trovarono di fronte il problema insolubile di conservare lo statuto secondo le promesse del granduca, dopo che questi aveva spontaneamente invocata la invasione straniera. Nullameno gran parte del popolo si cullava ancora in tale illusione prodotta dalla reazione trionfale dei più illustri moderati contro la dittatura del Guerrazzi. Fra i nuovi ministri Jacopo Mazzei, il migliore per ingegno, era in buona fede e si dimise nobilmente, quando il duca traendosi alla fine la maschera, abolì lo statuto. Intanto il D'Aspre raddoppiava d'improntitudini: quasi a vendetta di non poter porre Firenze in istato d'assedio aggravò la mano su Prato, Pistoia, Arezzo, vi disarmò la guardia nazionale, vi proclamò la legge marziale. Il ritorno del principe da Gaeta, augurato come pegno di miglioramento, peggiorò la situazione, giacchè questi non abbastanza sicuro col presidio austriaco mise il bavaglio alla stampa, sottrasse alla corte d'assise i reati di stampa, impose eccessive cauzioni per la pubblicazione dei giornali. Quindi ridusse a forza di limitazioni il concesso indulto pei reati di maestà ad una ignobile ipocrisia coll'escludere quanti avessero partecipato al governo provvisorio dall'8 febbraio al 12 aprile, o contro i quali fossero già cominciate le inquisizioni criminali; decretò onoranze ai generali austriaci «per gli utili servigi resi alla sua causa» e una medaglia col motto — Onore e fedeltà — pei cittadini, che avevano favoreggiato la restaurazione. Molti però fra gli stessi moderati ricusarono coraggiosamente la vergognosa decorazione.
Prima preoccupazione del ristabilito governo fu di limitare il tempo e lo spazio all'occupazione del D'Aspre; ma la cancelleria imperiale rispose sbraveggiando e pretendendo che la cessazione dell'intervento dovesse dipendere dall'assenso dell'imperatore. A giustificazione di tale pretesa s'invocava con incredibile sofisticheria il trattato del 1735, già annullato dal diploma imperiale del 1763 e dagli stessi trattati del 1815 contenenti le più esplicite affermazioni sull'autonomia della Toscana. Per resistere a tanta pressione il granduca non avrebbe avuto altro mezzo che di mantenere lo statuto e di reclamare a tutti gli altri governi d'Europa, gelosi della troppa influenza austriaca in Italia; ma la fatalità della reazione lo spingeva invece ad abbandonarsi prigioniero nelle mani dell'Austria e del clero. Per irresistibile logica d'interesse Leopoldo preferì quindi essere vassallo dell'impero, da cui avrebbe pur sempre ritratto qualche apparenza di potere, a mettersi principe costituzionale nella rivoluzione, che avrebbe dovuto sagrificarlo al conseguimento dell'unità nazionale.
E lo statuto fu abrogato. Si cominciò dal contrarre arbitrariamente un prestito con cedole fruttifere ed estinguibili per sorteggio nel periodo di 26 anni, guarentite sullo spaccio dei sali e tabacchi: poi si trattò di concedere qualche franchigia ai comuni, ma l'Austria rispose alle istanze del governo toscano con proposizioni così equivoche di aiuto materiale e morale a tutti i governi italiani nell'interesse della causa loro comune con essa che per timore di nuove soperchierie anche nelle amministrazioni comunali se ne dovette deporre il pensiero. Allora la reazione non ebbe più freno: si crebbero i tribunali straordinari, si riarmò di tutte le possibilità dell'arbitrio la polizia, s'imposero e si aumentarono le tasse a capriccio, non si abbonarono nè si restituirono le anticipazioni fatte dai cittadini sotto promessa di restituzione; s'impegnarono le proprietà dello stato, e si creò un debito di trenta milioni. Trenta milioni circa finì per costare l'occupazione austriaca sino al 1857. Un editto del 25 aprile 1851 dava facoltà ai consigli di prefettura di relegare in un'isola o in una fortezza chiunque fosse sospettato di trame contro l'ordine pubblico. Per la convenzione stipulata coll'Austria il 20 maggio 1850 le truppe di occupazione in Toscana dipendevano dal comando generale di Verona e dovevano essere mantenute dal granduca ridotto a subalterno di Radetzky; il diritto di amministrare la giustizia, il diritto di vita e di morte e persino quello di grazia venivano esercitati dagli ufficiali austriaci sui cittadini toscani. A Livorno il comandante puniva i reati comuni, secondo il codice militare austriaco, colla pena di morte da tanti anni soppressa nelle leggi leopoldine, si battevano colle verghe persino gli adolescenti, i soldati tedeschi si ricusavano di comparire come testimoni ai tribunali toscani. Radetzky graziò della vita trenta condannati livornesi senza consultare nè il granduca, nè l'imperatore.
Nell'inesauribile crescendo della reazione alla convenzione coll'Austria successe il concordato colla Chiesa, abolendo tutte le guarentigie leopoldine del secolo passato col pretesto di armonizzare le leggi civili colle religiose. Così l'autorità civile perdeva il diritto di sindacare l'esercizio abusivo della giurisdizione canonica episcopale, riconosceva esclusivamente ai vescovi la facoltà di giudicare delitti di apostasia, eresie e simili, e s'obbligava ad applicare le pene criminali da essi inflitte sino a quella di morte se venisse ristabilita. E lo fu con editto del 16 novembre 1852, come corollario dell'abolizione dello statuto. L'autorità secolare avrebbe quindi dovuto mandare al patibolo qualunque condannato a morte per eresia con sentenza vescovile; e mentre pei laici giudicati dal clero la legge era tanto inesorabile, pei preti venivano tolte le pene corporali, e si assegnavano speciali prigioni. Di demenza in demenza il granduca per suggestione del confessore dichiarò inalienabile il patrimonio della Chiesa e proibita la stampa delle opere di Lodovico Muratori.
Un attentato in pieno giorno alla vita del Baldasseroni, presidente del Consiglio, che ne uscì lievissimamente ferito, provocò con nuovi rigori l'espulsione di oltre un migliaio di fuorusciti politici: una pia dimostrazione in Santa Croce (29 maggio 1851) con grande concorso di popolo recante corone alle lapidi dei caduti a Curtatone e a Montanara trasse la gendarmeria a far fuoco sul popolo, e il governo a decretare si togliessero dalla chiesa le lapidi, che poi la pietà e lo sdegno degli esuli riprodussero a Torino col permesso del municipio sotto i portici del palazzo di città.
Intanto nella febbre di congiure, che ardeva tutta Italia provocando nuovi martirii di illustri patrioti, qualche crollo impauriva pure la Toscana, ove la mitezza remissiva della popolazione e la forza delle truppe straniere occupanti consigliavano anche ai più caldi un'attesa prudente di futuri rimpasti italici per opera specialmente del Piemonte. Alcuni tentativi nella Lunigiana parvero piuttosto scorribande di fuorusciti che levate di ribelli; le indomabili agitazioni di Livorno, se mantennero vivo l'odio allo straniero e le speranze del patrio riscatto, non crebbero eventi e non produssero risultati politici.
Lo stesso enorme processo fatto al Guerrazzi dopo tre anni di carcere per reato di lesa maestà con sfarzo di testimoni e di prove che gli diedero l'effimera e chiassosa importanza di uno spettacolo teatrale, conchiuse meglio contro il fiero tribuno che contro il fedifrago granduca; giacchè quegli nella propria Apologia volendo dimostrare di aver solamente inteso alla restaurazione del principato, dopo che i fautori della repubblica lo avevano atterrato, discese più basso di questi, che nel tradimento alla rivoluzione poteva almeno pretendere alla scusa di difendere la propria Casa. In fatti il granduca con abile diversione, dopo i molti rigori commutando la lunga pena dell'ergastolo al Guerrazzi e a' suoi correi Montanelli, Mazzoni, Mordini e Modena in quella del bando, si mostrò più bonario principe che il Guerrazzi medesimo non si fosse provato sincero rivoluzionario e saldo statista.
La restaurazione toscana prima soggiaciuta, poi volontariamente prosternatasi all'Austria ed al clero, non potè assimilarsi alcuna idea della vinta rivoluzione, ma rinculando fatalmente nella storia indietreggiò di quasi un secolo col tradimento della grande tradizione leopoldina. Il suo governo si restrinse a soli due compiti, frenare colla polizia l'insofferenza liberale del popolo e persuadere a Vienna lo sgombro delle milizie imperiali dal granducato. Questo le fu concesso nel 1855, quando le finanze del piccolo stato impoverite non reggevano più a tanta spesa. Quindi il granduca restava colle sole armi della polizia e delle truppe indigene, che nullameno valsero a tenere in rispetto il popolo persuaso di un pronto ritorno degli austriaci a qualunque moto rivoluzionario.
La mollezza toscana mantenne la pace nel granducato. Solo Livorno tentò nel 1857, per la tragica spedizione di Pisacane a Sapri, una sommossa contro la quale bastarono le soldatesche granducali. Della brutta giornata di sangue, il Bargagli, governatore della città, annunziava l'esito ai cittadini in proclama, ammonendo che «coloro i quali resisterono e furono sorpresi colle armi alla mano ne pagarono il fio colla morte».
Più trista e più feroce la reazione di Carlo III a Parma faceva parere tollerabile il governo toscano.
Carlo Lodovico di Lucca, divenuto per diritto di riversibilità signore di Parma alla morte di Maria Luigia e allo scoppio della rivoluzione, aveva finto sul principio di secondare la guerra nazionale mandando al campo di Carlo Alberto il proprio figlio, che invece fu sorpreso fuggiasco e travestito vilmente verso Mantova e ricondotto a Milano, ove il governo provvisorio lo relegò guardato a vista in un albergo. Ma spaventato poi dalla piega degli avvenimenti Carlo Lodovico era fuggito delegando ogni potere ad una reggenza concordata col municipio. All'armistizio Salasco il conte Thurn occupò militarmente i ducati e vi rispettò la guardia nazionale, la costituzione e le leggi emanate dal governo autorizzato da Sua Altezza Reale; questi invece qualificò d'intrusa la reggenza e ne cassò tutti gli atti. Sciaguratamente per l'Italia non era questa la prima volta che conquistatori stranieri vi si erano mostrati migliori dei principi indigeni.
Poi cedendo alla propria natura di volgare libertino Carlo Lodovico, con manifesto datato da Weisstropp 21 agosto 1848, abdicava in favore del proprio figlio Carlo III.
Il nuovo principe, vile e sozzo, cadde come una nuova sventura sul ducato. Il 5 aprile 1849 il generale D'Aspre, invasi i ducati, vi componeva sotto la propria dipendenza due giunte, l'una per Parma e l'altra per Piacenza. Fra i chiamati a farne parte il Lombardini e il Guadagnini ricusarono, il Cornacchia e l'Onesti, anche peggiori della propria fama tristissima, accettarono. La reazione fu crudele: i generali di Radetzky ruinarono sugli insorti; imposto il disarmo; proclamato lo stato d'assedio; verghe, forche, fucilazioni prodigate a capriccio.
Carlo III accodato agli austriaci, fece poco dopo il proprio ingresso solenne, promettendo con insana beffa un nuovo statuto e riconfermando invece lo stato d'assedio e la legge stataria colla pena infame delle verghe per qualunque reato potesse parergli politico. Il conte Torök, gentiluomo austriaco comandante la fortezza di Piacenza, tentò per misericordia alla popolazione di resistere alla riconferma di queste leggi, ma il tiranno ricorse al Radetzky che redarguì severamente il nobile soldato. Istantaneamente la nuova corte formicolò di abbietti cortigiani e di più turpi ministri sospingenti a peggiori esagerazioni. Una epilettica smania di assolutismo esagitava quest'ultimo borbonide, che la corruzione del sangue e la viltà dei tempi resero singolare per qualche anno. Fondò un ordine cavalleresco e ne insignì primi i credenzieri del re di Napoli e della regina di Spagna, destituì lunaticamente impiegati e professori, soppresse l'università, chiuse il famoso collegio Alberoniano accusandone i padri della Missione di parteggiare per la rivoluzione; e Roma allora in lotta violenta col Piemonte per le leggi Siccardiane annuì al sopruso. Quindi prodigò milioni al teatro e ad inutili fortificazioni in Parma, profuse amnistie ai peggiori galeotti, tolse ai comuni la nomina dei propri magistrati, sovvertì tribunali, imponendo loro arbitrarie interpretazioni di legge e cassando le sentenze. Con inane imitazione di Metternich, che aveva sguinzagliato contro l'aristocrazia liberale i villani di Gallizia, mutò l'applicazione della legge stataria nelle campagne, lusingando i contadini coll'alterare i contratti rurali a loro favore e col proibire ai proprietari di dare loro licenza senza il consenso del sovrano, studiandosi d'accendere una guerra civile, nella quale la borghesia liberale perisse sotto le violenze delle plebi campagnole e cittadine. Nullameno questa borghesia aveva così poco il senso della propria dignità che l'Anzianato di Parma ordinava si coniasse una medaglia ad eternare la memoria dell'avvenimento al trono di Carlo III.
La manìa militare gli fece costituire un corpo di volontari reclutato tra villani, come i centurioni di Gregorio XVI, per accrescere lo spavento nei borghesi e dare a lui le soddisfazioni di un generale da parata. La pena delle verghe, applicata pazzamente da scherani, umiliava i migliori cittadini: si calcolò che il numero dei percossi salisse al migliaio, ogni pretesto bastava alla polizia per incrudelire, il principe ne inventava di atrocemente ridicoli prescrivendo e condannando fogge e colori di cravatte e di cappelli. Le finanze dello Stato, già esauste dalla perversa amministrazione, subivano ora l'ultimo malanno confondendosi con quelle private del principe, che dietro l'esempio del padre accollava all'erario i propri debiti e attingeva alle casse pubbliche per le proprie spese più oscene; e, come ciò non bastasse, una lega doganale contratta coll'Austria finiva di compiere il dissesto del paese.
Ma avendo poi il duca chiesto all'Austria per mezzo di Tommaso Ward, lo stalliere fatto barone da suo padre ed ora da lui gratificato del monopolio gratuito di tutte le miniere appartenenti allo stato e del grado di ambasciatore a Vienna, che l'impero pagasse al ducato la quota dovuta sui settantacinque milioni sborsati dal Piemonte per indennizzo dei danni di guerra, s'intese rispondere sprezzantemente dal principe di Schwarzenberg che se non si fosse rimesso al beneplacito dell'Austria verrebbe considerato come potenza belligerante nella guerra passata e tassato nella proporzione medesima della Sardegna.
Le umiliazioni della doppia tirannide indigena e straniera, e le provocazioni del duca vagabondante per la città a svillaneggiare le donne e a percuotere gli uomini col frustino fecero prorompere la pubblica indignazione. Al solito un popolano si eresse vindice. Certo Carra, sellaio, lo pugnalò (26 marzo 1854) nella pubblica strada e con incredibile agilità sfuggì alle guardie, deluse i giudici, riparò in America. Le parole, colle quali la duchessa vedova annunciava al popolo «che era piaciuto a Dio onnipotente di chiamare a sè l'amatissimo suo consorte e sovrano» fecero supporre a molti che essa fosse complice del regicidio, postume rivelazioni parvero accreditare la diceria senza che la storia abbia potuto fino ad ora mutarla in vero giudizio.
Morto Carlo III ed assunta la reggenza da Maria Luisa, al governo violento della gendarmeria ne succedette un altro di frati: nullameno gl'inizi ne parvero lusinghieri ai popoli angariati. Vennero rimossi tutti i ministri precedenti ad eccezione del Saldati, meno inviso ma non troppo migliore degli altri, riaperta l'università mantenendola però serva nell'insegnamento, tolti i sequestri ai beni dei fuorusciti che avevano retto lo stato nella rivoluzione, ridotto l'esercito già portato dalla vanità del defunto tiranno ad oltre seimila uomini, scemate le spese e la dotazione della corona quantunque la confusione proseguisse fra i beni di questa e quelli dello stato, restituita una mezza libertà alla magistratura. Dei nuovi ministri, il Lombardini, buon aritmetico ed economista retrivo, fiscaleggiava a pro' del tesoro senza sollievo del paese, il Catani abile gesuitante si destreggiava a corte nell'oblio di ogni debito di statista, il Pallavicino gentiluomo tronfio e tristo ubbidiva nel ministero degli esteri ad ogni più umiliante ingiunzione dell'Austria. Peggiore di tutti un conte Zileri, marito di un'ultima figlia della duchessa di Berry, madre della Reggente, capitanava la reazione clericale, aprendo il ducato a frati e a suore d'ogni risma. A breve andare la corte per influenza della duchessa di Berry, ultima avventuriera del legittimismo francese, divenne centro d'inani intrighi contro Napoleone III in favore dell'influenza austriaca in Italia. Il fermento rivoluzionario di Lombardia, propagandosi ai ducati ed esplodendo in risse parziali o in vani tentativi di sommossa, giustificava nella poliziesca politica del governo il mantenimento dello stato d'assedio. Un moto di mazziniani a Parma (22 luglio 1854), represso con feroce energia dagli sgherri ducali, insanguinò la città. Ne vennero sentenze capitali non mai consentite nemmeno da Carlo III, raffinatezza ed efferatezza che nel popolo meritarono alla duchessa l'atroce nomignolo di Nerone in gonnella. Infatti resa più crudele dalla paura, dopo aver richiamato a presidio della capitale nuove milizie austriache, richiese al maresciallo Radetzky il capitano Kraus, famigerato uditore dei processi di Mantova, per condurre i nuovi processi politici, e permise al generale austriaco Crenneville di assumere la dittatura militare della città con un proclama, nel quale questi dichiarava unica ragione al proprio nuovo grado l'anzianità sul generale di Parma, quasi i due eserciti fossero un corpo solo. Finalmente la duchessa strinse un contratto coll'Austria pel mantenimento dei propri prigionieri, che processati da uditori austriaci passavano così nelle carceri del Veneto e della Moravia.
Lo stato di Parma, ridotto a feudo dell'impero austriaco e mantenuto da questo in soggezione permanente di conquista, aveva quindi perduto con ogni guarantigia giuridica tutte le poche libertà di quella mezza autonomia largitagli dai trattati del 1815; ma dopo la guerra del Piemonte in Crimea e il congresso di Parigi, ove il conte di Cavour potè per la prima volta, sebbene in falsi termini, porre la questione italiana, anche nel ducato di Parma la reazione parve diminuire. Nel 1857 gli austriaci lo evacuarono, lasciando la duchessa liberaleggiare ipocritamente per la speranza di acquistare il vicino ducato di Modena, riversibile all'Austria per difetto di prole nel duca Francesco V, ad un possibile rimpasto italiano, se mai la Francia dovesse scendere in Italia a sostituirvi l'influenza austriaca.
Meno pazzo di Carlo III e meno ipocrita della reggente Maria Luisa, Francesco V di Modena li superava entrambi nella frenesia del dispotismo. Ligio all'Austria fino al fanatismo di una affettazione provocatrice, viveva nel sogno di un'altra Santa Alleanza: legittimista assoluto non riconosceva politicamente altri trattati che quelli del 1815, altro decreto che la proscrizione dei Bonaparte. Il suo disprezzo per Napoleone III, del quale grottescamente negò sempre di riconoscere il governo, trascendeva agli insulti; il suo odio al Piemonte, nel quale crescevano mirabilmente le speranze di un regno italico, superava anche la sua avversione al mazzinianismo. La sua restaurazione cominciata coi soliti tribunali militari diretti da uditori austriaci gettò a centinaia nelle carceri quanti avevano cooperato col pensiero o col cuore, colle azioni o colle omissioni alla rivolta del '48. Quelle popolazioni transappenniniche, che si erano date con libero ed unanime voto alla Toscana allora mite, e dovettero poi ricadere sotto il suo dominio, furono anche più tristamente aspreggiate. Ma se il nuovo duca aveva ereditato dal padre Francesco IV la tirannica intrattabilità e l'istinto politico, non ne aveva derivato l'ingegno e la coltura. Quindi la sua intromissione nelle leggi e nei regolamenti ne alterava bestialmente i modi e le intenzioni, moltiplicandovi le pene, appesantendovi le procedure, disconoscendo ogni diritto nei sudditi. Non contento d'aver tradotto nel proprio il codice austriaco coll'efferato corteggio delle penalità corporali, licenziava i giudici quando le loro sentenze non gli sembrassero abbastanza crudeli, o li esautorava sottoponendo le loro decisioni a nuovo esame di corti estere e persino di generali austriaci.
I moti della Lunigiana nel 1853 e 1854 irritarono la sua libidine d'impero. Quindi, affidato il governo di Carrara al maggiore Wiederkehrn, famigerato anche fra gli austriaci per l'animo truce, vi bandì la legge marziale, ordinando che tutti i reati politici vi fossero puniti di morte e che le deposizioni dei soldati e dei poliziotti bastassero a farne prova. E molte furono le condanne capitali eseguite, moltissime quelle di galera a vario grado.
Nessuna libertà doveva regnare nel suo piccolo ducato.
Avaro oltre ogni rapacità, tesoreggiando sull'erario non badava che ad ammassare danaro; despota minuto sino alla frivolezza e assoluto sino alla demenza osava bisticciarsi coi maggiori potenti quando accennassero a concessioni, rimproverava all'Austria di piegare nella guerra di Crimea alla politica napoleonica, rinfacciava all'Austria e al papa nel loro disegno di un nuovo patto fra i principi italiani contro l'espansione irresistibile del Piemonte le poche equivoche espressioni di franchigie municipali come ne guastassero l'idea. Ma tutta la sua vanità di tirannello non potè salvarlo dalla rovinosa lega doganale con Vienna, nè ottenergli dalla grossa debitrice la quota sui settantacinque milioni sborsati dal Piemonte pei danni di guerra.
L'Austria imponendo le restaurazioni dei principi all'Italia ed annullando la loro autonomia, spingeva quindi i popoli ad un'altra rivoluzione, nella quale il problema dell'indipendenza dallo straniero soffocasse tutti gli altri di libertà.
Lombardo-Veneto.
Le provincie del Lombardo-Veneto, focolare ed agone della guerra, sopportavano intanto il crescendo di una reazione ignota da molti secoli. Allo splendido sogno di libertà era seguìto il terrorismo di una conquista avvelenata da tradimenti di ogni idea e di ogni persona. Se alla novella che Carlo Alberto aveva denunziato l'armistizio, Brescia, ripetendo il primo eroismo di Milano, ributtava con subita insurrezione nel castello le milizie del presidio, presto abbandonata da tutti alla rotta di Novara espiava la propria estrema passione di libertà sotto la rabbia di Haynau.
Mille e duecento austriaci perirono nelle sue otto giornate, ma Haynau fece sembrare mite Radetzky proseguendo il massacro anche dopo la vittoria. Dodici cittadini furono da lui impiccati per festeggiare la notizia della resa di Roma.
Poichè la ribellione porgeva pretesto a sospendere quello statuto imperiale del 1849, che del resto non era mai stato applicato, il vecchio maresciallo rimase re e tiranno del Lombardo-Veneto. Il suo indulto del 12 agosto non fu quindi che un'ironia, la quale crebbe di perfidia nell'altro del 18, giorno natalizio dell'imperatore: nessun impiegato partecipe della rivoluzione fu conservato o rimesso in ufficio, sospettati tutti i cittadini, violate le case, conculcata ogni autorità indigena. Un'oscena guantaia spiega ad un balcone un drappo coi colori dell'impero e colle cifre dell'imperatore per insultare al pubblico dolore: il popolo fischia, ma le soldatesche caricano spietatamente la folla inerme, arrestano cinquanta cittadini, li sottopongono alle verghe, e Radetzky manda al municipio il conto dei bastoni rotti, e lo condanna a pagare diecimila franchi alla guantaia. Milano mormora, freme senza muoversi. L'oppressione aumenta la miseria. I comuni gravati da una sovrimposta di sei milioni al mese pel mantenimento dell'esercito vacillano sotto al nuovo peso; nullameno, il commissario Laderchi-Montecuccoli aggrava ancora la mano sull'imposta prediale aumentandola del 50%: le estorsioni soldatesche dove non smungono, soffocano, le nuove contribuzioni sorpassano i cento milioni. A questi Radetzky aggiunge un prestito volontario di centoventi milioni per levare dalla circolazione quegli altri settanta in biglietti del tesoro emessi dal governo a carico del Lombardo-Veneto, e lo cambia tosto minacciando in prestito forzato. La sua prepotenza arriva a tale che suscitando gelosie nella cancelleria di Vienna si spera per un momento il suo ritiro dal Lombardo-Veneto; ma l'imperatore protegge il vecchio maresciallo. Appena appena si toglie l'intendenza generale dell'esercito d'Italia come uno strettoio guastatosi nella violenza della fretta.
Però dopo la rivoluzione tutto è mutato nelle provincie. La coscienza nazionale ridestatavi dall'insurrezione, dai governi provvisori, dalla guerra, dalle adesioni al Piemonte, cresciuta a fede nei disastri, resa superba dagli eroismi prodigati, si contrappone alla coscienza imperiale coll'energia di un odio che nulla verrà più ad estinguere. Poichè l'Austria tratta le provincie come terre conquistate, esse accettano quel trattamento come una sfida.
Invano la cancelleria imperiale misurando l'improvvisa profonda ampiezza di tale distacco, nel pauroso presagio di future insurrezioni, vorrebbe incorporare il Lombardo-Veneto nella federazione germanica. Inghilterra e Francia vegliano minacciose, e il disegno fallisce. L'Austria deve restar sola contro l'Italia, nella quale ha unificato e reso straniero il dispotismo: il duello fra le due nazioni ricomincia quindi come preparazione a nuova guerra. Per ora le speranze italiche non verdeggiano: la Francia ricaduta sotto l'impero napoleonico, se vieta all'Austria di fondere nella Germania le proprie conquiste, non accenna però a contendergliele; l'Inghilterra immutata nella propria politica mercantile orzeggia al solito fra libertà e dispotismo; Russia e Prussia coagulate dalla stessa reazione sembrano subire l'influenza viennese. Ma rimangono all'Italia lo stato libero del Piemonte e l'ideale repubblicano. Fervono cospirazioni: Mazzini ramingante per l'Europa ha già costituito un comitato nazionale con un programma apparentemente neutro, nel quale la questione dell'esistenza nazionale prende il passo sulla questione politica della libertà. È come un comizio armato della nazione combattente per vivere, che precede il comizio togato della nazione costituente la propria vita. Mentre i moderati fusionisti di Lombardia coi costituzionali del Piemonte l'oppugnano e gli ultra-repubblicani lo respingono come un'abdicazione di principii, la sua opera prosegue e si allarga: dal Piemonte, popolato di esuli, viene aiuto di uomini e di denaro alle congiure; comitati e sottocomitati tessono una rete mirabile di resistenza e di sottigliezza intorno ai governi nemici. Ma le nuove cospirazioni, per quanto meglio ordite delle antiche, non possono servire che ad accomunare i propositi e a rinsaldare gli animi per combattere e vincere l'Austria.
Quindi inevitabili imprudenze affrettano sublimi martirii. Le condanne politiche del 1849 sommarono a 2414, nel primo semestre del solo anno 1851 salirono a 2552. Sciesa popolano di Milano s'immortala col motto: Tiremm innanz, risposto ai carnefici, che conducendolo alla fucilazione gli promettevano la grazia se discendesse a farsi spia dei compagni; dopo lui sfila un corteo di eroi, nel quale abbondano i preti. A Mantova un enorme processo di 150 cittadini con a capo don Tazzoli, sacerdote illustre di ingegno, santo di cuore, dura due anni e sembra riattivarsi con sempre nuove condanne capitali. Tito Speri, l'indomito difensore di Brescia, vi perisce; gli spalti di Belfiore si mutano così in calvario, cui tutta Italia fisa rabbrividendo lo sguardo. Ma al terrore risponde la costanza. Milano si prepara sui primi dell'anno 1853 a insorgere: il moto, questa volta più vasto e meglio concordato, promette una vera rivoluzione. Kossuth, l'illustre rivoluzionario e dittatore ungherese, vi aiuta, ma impigliata nei soliti dissensi e controsensi l'insurrezione si risolve in un tafferuglio (6 febbraio) nel quale periscono poco oltre un centinaio di austriaci.
Le provincie quantunque preparate non si sono mosse.
Queste congiure, da Kossuth lusinghevolmente giudicate capolavori, durarono lungamente malgrado ogni insuccesso e in alcune di esse si tentò persino di rapire l'Imperatore durante le sue due visite al Lombardo-Veneto; ma inutili come conati di guerra poterono solo rinfocolare la passione nazionale, maturando in Europa la necessità di una soluzione al problema italico.
L'Austria raddoppiò di rigori; il Piemonte inteso nella propria ambigua politica a giovarsi bensì delle forze rivoluzionarie, ma riducendole a docile strumento per non perdere il benefizio dell'iniziativa nel giorno prossimo alla rivincita, si unì all'Austria nella reazione per contrastare al moto, e scacciò, imprigionò sulle proprie terre fuorusciti e rivoluzionari, fece dai propri giornali gettare l'anatema su Mazzini.
L'Austria supponendo nel Ticino, rifugio di molti rivoluzionari, uno dei maggiori focolari della fallita ribellione, scacciò di Lombardia per rappresaglia tutti i ticinesi, bandì proclami terrorizzanti, riconobbe delitto di alto tradimento anche la mancata denuncia di un rivoluzionario. Poco dopo un altro decreto poneva sotto sequestro tutti i beni mobili ed immobili dei profughi politici compresi o non compresi nella prima amnistia, muniti o non muniti del permesso di emigrare. Era la spogliazione dopo i supplizi, la rapina alzata a legge di stato. Ma il Piemonte, che per avere ceduto alla reazione contro i rivoluzionari era al coperto dalle accuse della diplomazia europea, avendo fin troppo meritate quelle della democrazia italiana, con abile e pronta manovra protestò del violato giure internazionale e civile. I trattati di pace fra Piemonte ed Austria guarantivano gli emigrati, dei quali molti avevano già acquistato la cittadinanza piemontese. Il Memorandum del conte di Cavour encomiato da tutte le cancellerie d'Europa fu il primo funebre rintocco per la cancelleria imperiale: le relazioni fra i due stati divennero più tese; Revel ambasciatore a Vienna fu richiamato, mentre le reti delle congiure si riannodavano e il coraggio popolare si apprestava ad altre sommosse. Poco dopo infatti il maggiore Calvi, uno dei più prodi difensori di Venezia, tentava una vana insurrezione nel Cadore, e perdeva la vita sugli spalti di Mantova.
Ma l'impossibilità di durare in siffatta reazione cresceva tutto giorno anche per l'Austria. Il progresso della questione italica nell'opinione europea maturava le speranze degli oppressi. La politica del Piemonte, rivoluzionaria e conservatrice ad un tempo, moltiplicava le difficoltà alla cancelleria imperiale; la questione d'Oriente, nella quale il Piemonte con mirabile arditezza era riuscito ad entrare alleandosi alla Francia e all'Inghilterra e quindi indirettamente anche all'Austria, costringeva questa a maggior temperanza verso l'Italia; la propaganda liberale guadagnando anche le classi più alte europee, imponeva silenzio a molte vecchie pretese e rendeva impossibili certe efferatezze di governo. Gladstone col definire il governo dei Borboni una negazione di Dio aveva commosso tutta l'Europa: più tardi Clarendon al congresso di Parigi dichiarando il governo del papa un obbrobrio per l'Europa, ratificava la metà del programma, ed assolveva l'altra metà dell'opera rivoluzionaria; la Prussia s'intrometteva per salvare in Calandrelli l'ultimo triumviro romano dalle prigioni pontificie, e vi riusciva: tutte le diplomazie insistevano presso Ferdinando di Napoli per la liberazione dei più illustri carcerati. La Francia ripresa dal gran sogno napoleonico accennava da lontano ad un rimaneggiamento delle dinastie italiche per rimettere due Bonaparte sui troni delle due Sicilie e d'Etruria, mentre il conte di Cavour, preso nel doppio giuoco della propria politica, era costretto a secondare; l'Austria s'accorgeva di restare sola nella vecchia politica d'oppressione. D'altronde la guerra di Crimea e il Congresso di Parigi avevano già rotto gli antichi trattati del 1815, spostando la base europea ed aprendo l'adito a nuovi diritti nazionali.
Anche l'Austria allentò quindi i freni. Prendendo occasione dal matrimonio dell'imperatore cominciò dall'ordinare (1º maggio 1854) che lo stato d'assedio cessasse nelle provincie del Lombardo-Veneto, si restituissero le potestà civili nell'esercizio delle loro giurisdizioni, e solamente i crimini di alto tradimento fossero deferiti alla corte straordinaria di giustizia. Questo beneficio non mutò da prima la pratica arbitraria e crudele, ma ne trascinò altri: le istanze dei governi crescendo per un più umano trattamento all'Italia, l'Austria sempre più isolata in Europa si decise ad una riconciliazione colle due grandi provincie italiane. L'imperatore, che si disse avere inorridito apprendendo come nei primi tre anni della reazione fossero state giustiziate nel Lombardo-Veneto 432 persone, mentre dal 1814 al 1848 le vittime politiche non avevano raggiunto l'ottantina, osò scendere a Milano. Il popolo rimase freddamente sdegnoso, molti dell'aristocrazia si prosternarono, i congiurati sognarono ancora una volta di rapirlo. Però furono ripristinate le antiche Congregazioni centrali, prosciolti dai sequestri i beni dei proscritti politici, riammessi alla cittadinanza austriaca quei fuorusciti che la chiedessero, condonate le pene ai minori reati politici. Il balsamo era troppo tardo e scarso a così immani ferite. La stessa nomina a vicerè dell'arciduca Massimiliano, romantica figura di cavaliere, che il breve romanzo di un altro impero lontano oltre l'oceano doveva poi immortalare nella pietà della storia, se tolse alcuni attriti meno aspri non mutò negli animi le tendenze nazionali consacrate da tanti sacrifici.
La reazione col diminuire d'intensità tradiva la debolezza dell'oppressore: gli oppressi guatavano ardenti.
Già le sofferenze di quest'ultimo periodo avevano in essi migliorato il carattere. Lo spirito cresciuto a maggiori idee, la coscienza tempratasi a magnanimi fatti, li rendeva incalcolabilmente dissimili dagli italiani del '21 e del '31, sudditi pigri ed ignari, piuttosto sorpresi che partecipi ai moti tentati da pochi audaci. L'italianità sfaccettata dalla rivoluzione del quarantotto nella molteplicità dei propositi e degli esperimenti costituiva ora il fondo di tutte le coscienze: persino coloro, che per abbiezione di anima parteggiavano per governi tirannici o stranieri, avevano d'uopo d'affermare l'impossibilità materiale di uno stato italico per giustificare a se medesimi e agli altri il proprio tradimento.
Lo sviluppo dell'industria, del commercio e quindi della democrazia, cresciuto colle ferrovie, colle scienze e le loro applicazioni, uggiva le barriere interne reclamando leggi civili ed economiche inconciliabili col dispotismo. L'aristocrazia, disonoratasi come classe, corteggiando principi, Austria e papa, si redimeva nella publica estimazione con una mirabile eletta di volontari nella rivoluzione che vi recavano con molta elevatezza di sentimenti un'abile temperanza di propositi e un ricco tesoro di studi; la borghesia precipuamente impegnata nella lotta vi si accaniva per conquistare il dominio della nazione nella sua emancipazione; il popolo inerme ed oppresso da principi, da stranieri e dai privilegi delle due classi superiori si manteneva bello d'incondizionato sacrifizio nella propria parte migliore. Il clero vile parteggiava per tutti gli oppressori condannando quei sacerdoti che sorgevano a pro' della patria e vi salvavano la religione dall'odio universale.
Si presentiva oscuramente un'altra rivoluzione.
La grande unificazione prodotta dall'uniformità della reazione, nella quale il Piemonte si era fatto in più di un caso difensore di tutti, parlando audacemente a nome della nazione, spingevano inconsciamente al sogno di un grande regno italico, ma le tergiversazioni della sua politica ravvivando con odiose persecuzioni ai liberali le diffidenze contro la monarchia lo intorbidavano, mentre i republicani seguitavano a predicare la necessità di una insurrezione simultanea su tutti i punti della penisola.
L'Italia invece non se ne sentiva capace.
La rivoluzione del quarantotto le aveva dato colla misura dell'energia rivoluzionaria anche quella della potenzialità militare. Ora l'Austria più forte di prima e accordata con tutti i principi indigeni contava seicentomila soldati, e teneva in mano tutte le fortezze: il Piemonte, per quanto miglioratosi negli ultimi anni e specialmente nell'esercito colla guerra di Crimea, non poteva da solo affrontare l'immane colosso. La predicazione rivoluzionaria sostenuta da Mazzini non bastava a scaldare i cuori così che tutti gli italiani capaci di guerra insorgessero unanimi: l'Italia non aveva fatto e non farebbe rivoluzioni come quelle di Spagna e di Grecia, giacchè la sua nazionalità non avendo mai avuto nel passato alcuna unità non poteva produrre quegli irresistibili scoppi, davanti ai quali Napoleone I e il Sultano avevano dovuto egualmente ritirarsi; al contrario la nazionalità essendo lo scopo della rivoluzione e la nazione dovendo in essa ricrearsi, per ora l'idea non ne appariva veramente chiara che agli alti spiriti e ai più magnanimi cuori. Il volgo vi si associava nell'istinto.
Nella rivoluzione del quarantotto i rivoluzionari, per essere troppo scarsi di numero, avevano dovuto disimpegnare contemporaneamente le più disparate funzioni, prima cospiratori, poi insorti, tribuni, soldati, commissari, deputati, ambasciatori, ministri: quindi incomparabili di virtù avevano spesso sbagliato di metodo, ingannandosi sui mezzi, fuorviando dalla meta, trovando più ammiratori che seguaci, riuscendo più ammirabili che imitabili.
Un'altra rivoluzione colle sole forze della rivoluzione era dunque impossibile. Già Garibaldi aveva accettato il programma di Manin — Italia e Vittorio Emanuele — disapprovando gl'inutili tentativi di Parma e del Carrarese, confessando così, egli il più valoroso, l'incapacità guerresca dell'Italia. Infatti l'entusiasmo di tutti pel Piemonte copriva non solo un'abdicazione d'iniziativa rivoluzionaria e dei pericoli da essa inseparabili, ma nell'accettazione della sua monarchia rivelava la diffidenza nei più per una rivoluzione puramente democratica; mentre il Piemonte medesimo, accettando di essere primo in Italia, non si sentiva abbastanza forte per combattere solo, e non era abbastanza generoso per sorpassare il proprio vecchio disegno di conquista su tutta la valle del Po.
Malgrado il programma di Manin e l'opera del conte di Cavour l'idea dell'unità nazionale non aveva ancora schiarito nella coscienza pubblica la propria forma politica.